La LIBIA e l’EUROPA nei giorni del CAMBIAMENTO – La Libia al cambio di regime: riusciranno gli insorti a trovare obiettivi comuni per un paese in pace e libero dalla tirannia? – E l’EUROPA si confronta sullo scenario libico ma anche sul destino dell’EURO e sul suo futuro di continente di pace e di sviluppo

cade il bunker di Gheddafi

   Tutti gli esperi di politica meditteranea temono il “dopo Gheddafi” come la possibile incapacità della eterogenea coalizione di oppositori (islamisti e laici, conservatori e progressisti, esponenti tribali o di gruppi etnici particolarmente oppressi dal regime, berberi in testa) di trovare una linea comune di vita e sviluppo del Paese.

   Verrebbe in mente, a chi scrive, la Iugoslavia del dopo Tito: popoli e geo-regioni con interessi diversi, che poco hanno in comune, e che sono stati tenuti assieme, “mischiati” (Gheddafi come Tito) oltre ogni loro volontà, per la mano dura della dittatura. E che ora, finito Gheddafi (non sappiamo mentre scriviamo se la fine e già giunta, ma la fine del suo potere sì), finito Gheddafi ognuno esprime modi e interessi diversi.

Mustafa Abdel Jalil, a capo del CNT (Consiglio Nazionale di Transizione, costituitosi nella Bengasi liberata nel marzo scorso)

   Peccato se ciò accadesse. Noi propenderemo per una federazione dei popoli, arabi e non (i berberi non lo sono) della costa nord del Mediterraneo, rivolti tutti a un processo di sviluppo che veda proprio l’area mediterranea come il nucleo di civiltà che si incontrano, che si arricchiscono l’una con l’altra.

   L’impegno occidentale per abbattere la dittatura di Gheddafi non è stato male: merito in particolare della Francia e dell’Inghilterra, ma anche l’Italia ha dimostrato una partecipazione intelligente, che non poteva in ogni caso essere diretta, di intervento, dati i nostri infausti pregressi storici coloniali che abbiamo avuto in quell’area afro-mediterranea dal 1911.

   La spinta a una “ricollocazione” internazionale, europea in primis, della Libia che chiude il “capitolo Gheddafi” potrebbe diventare un volano importante per il rilancio di quella primavera araba che proprio sulle sponde del “mare nostrum” cerca risposte culturali, economiche, di sviluppo per un Nord Africa che vuole inserisci con i suoi tanti giovani nel “nuovo mondo” di internet e di una relativa libertà (da conquistarsi).

le tre principali regioni della Libia: la Tripolitania dove si trova la capitale Tripoli, la Cirenaica e la Fezzan

Con un sud dell’Europa che può diventare protagonista e interlocutore privilegiato, fatto appunto da quei paesi che si affacciano al Mediterraneo (in primis Italia, Spagna, Grecia… ma Parigi, e la stessa Londra han dimostrato che vogliono esserci autorevolmente pure loro che “sud” non lo sono… ma anche il ruolo della Turchia e le monarchie del Golfo aumenterà…). Tanti interessati a dialogare con la nuova Libia pertanto…

   Ma la geografia dice che potrà essere il Sud d’Europa che sarà più a diretto contatto con un possibile nuovo scenario libico post-dittatoriale. Un Sud europeo che ha la necessità di rilanciare la propria economia, il proprio sviluppo (e questo potrebbe accadere in un rapporto equo e condiviso con la Libia e tutti i popoli del Nord Africa). Per questo sarebbe importante che questa fase delicata di uscita di Gheddafi e del suo clan non si trasformi in un’ingovernabilità del territorio libico.

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SPETTATORI NO

di Antonio Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 23/8/2011

   Nessuno può dire con certezza quale sarà l’esito complessivo delle varie rivolte arabe, anche perché ciascuna sta seguendo un proprio percorso. La caduta di Tripoli restituirà alla comunità internazionale una Libia ricca di risorse energetiche ma senza una guida sicura. Almeno per
adesso non si vede un’autorevole e democratica leadership che possa pilotare la ripartenza.

   Saif al-Islam, il figlio più presentabile di Gheddafi, dissertava spesso sull’inutilità di riforme democratiche nel suo Paese, innervato nelle logiche dei rapporti (e dei conflitti) tra le varie tribù. Tuttavia, questa era la comune e comoda visione di tutti i protagonisti dei regimi che, puntando sull’immobilismo e sulla corruzione, negavano ai loro popoli la possibilità di crescere e di conoscere le opportunità offerte dal mondo libero.
   La scossa della Tunisia, Paese-battistrada delle rivolte arabe, ha creato l’illusione di un processo rapido e agevole, favorito dai giovani, dai social network e dal valore aggiunto di un’istruzione medio-alta capillare e diffusa. Che, via Internet e tv satellitari, ha indubbiamente influenzato e incoraggiato l’Egitto, il più importante Paese arabo, a liberarsi dalla rassicurante tirannia del passato.

   Certo, osservando ogni singolo Paese della sponda sud del Mediterraneo, si rischia di restare frastornati. I ragazzi di piazza Tahrir hanno offerto al mondo un esempio di straordinaria determinazione. Esempio, se possibile ancora più forte, stanno offrendo gli eroici siriani che, scendendo in piazza, sfidano ogni giorno i feroci aguzzini del regime. Molte cose stanno cambiando, ma se misuriamo l’accaduto con il metro delle prime difficoltà, rischiamo lo smarrimento.

   L’estremismo islamico, che Gheddafi in Libia, Ben Ali in Tunisia, Mubarak in Egitto e Assad (padre e figlio) in Siria hanno violentemente represso, sta rialzando la fronte. Il pericolo, come dimostrano gli attentati di Eilat, con i fanatici in arrivo dal Sinai che si raccordano con quelli di Gaza, è che si riproducano i fantasmi dello scorso decennio, insanguinato dal terrorismo internazionale.

   Questo può spiegare perché Israele, improvvisamente tornato fragile, non abbia certo gioito per la defenestrazione del partner Mubarak e oggi non si scaldi nel condannare le brutalità del laico regime dittatoriale di Assad. Ecco perché il silenzio di Israele, turbato anch’esso da una vigorosa protesta giovanile, fa capire quali siano le incognite di una regione profondamente scossa. Che può contare su dosi sempre più ridotte di quel sostegno finanziario che veniva garantito da un mondo oggi costretto a dimagrire anche a casa propria.
   Tuttavia, se guardiamo la spinta delle «primavere arabe» con il grandangolo ne scopriamo lo straordinario potenziale. I giovani manifestanti hanno dalla loro la forza di una cultura diffusa; la certezza di non poter più contare sui privilegi garantiti dagli spiccioli della corruzione; la solidarietà e il sentirsi «parte di un nuovo mondo» sulle autostrade senza frontiere del web.

   Almeno due Paesi, Marocco e Giordania, ascoltando i bisogni dei rispettivi popoli, hanno avviato piani di riforme. A Rabat re Mohammed VI le ha già varate; ad Amman re Abdallah II le sta preparando. La bozza della nuova Costituzione giordana è pronta, con cambiamenti significativi.
   L’Unione europea, dopo aver parlato tanto di partenariato e alleanza Nord-Sud, ha continuato a favorire progetti post coloniali. Quanto sta accadendo nel mondo arabo dovrebbe invece diffondere la convinzione che esiste la possibilità di trasformare le «rivolte primaverili» in una vera opportunità, o incoraggiare i vari Paesi perché la diventi.

   Ne avrebbero immediati vantaggi i nostri dirimpettai ma ne avremmo anche noi. Soprattutto se è vero, come sostengono numerosi studiosi ottimisti, che quando finirà questa devastante stagione di turbolenze si aprirà davvero la fase di una nuova e matura consapevolezza. E forse di armonia. (Antonio Ferrari)

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23/08/2011 – LIBIA – CACCIA AL COLONNELLO

ESPUGNATO IL BUNKER DI GHEDDAFI

(la Stampa.it ore 23.30 del 23/8/2011)

– I ribelli hanno il totale controllo del compound, ma non c’è traccia del raiss e dei suoi figli –

   Muammar Gheddafi resiste, ma il cerchio si stringe attorno a lui. Mentre il Colonnello dichiara di essere a Tripoli e di voler combattere «fino alla fine», i ribelli hanno espugnato il suo compound di Bab al Aziziya, bombardato a più riprese dai jet della Nato. I ribelli hanno perlustrato «stanza per stanza» il bunker, ma per ora non c’è traccia del raiss e dei suoi figli.

   La battaglia di Tripoli – a tre giorni dall’ingresso dei primi insorti nella capitale libica – oggi è diventata quindi la battaglia di Bab al Aziziya, la cittadella fortificata simbolo del potere di Gheddafi. Qui, finora, i ribelli non hanno trovato nemmeno i figli: Saif al-Islam, il successore in pectore di Muammar Gheddafi, non era stato imprigionato e stanotte si è fatto vedere in città tra la folla festante. Mohammad, il primogenito imprenditore, è riuscito a fuggire.
Il raiss stesso in una telefonata a un amico russo, il campione di scacchi Kirsan Ilyumzhinov, ha ripetuto: «Sono a Tripoli, sto bene e non ho nessuna intenzione di lasciare la Libia». La cattura di due dei figli di Gheddafi, annunciata e smentita in meno di 12 ore, ha messo in forte imbarazzo gli insorti, ma proprio l’imbarazzo e la delusione sembrano aver dato oggi – fin dalle prime ore dell’alba – nuovo vigore e slancio ai combattenti.

   Preceduti al sorgere del sole dall’ennesimo bombardamento della Nato sulla cittadella fortificata nel centro di Tripoli, centinaia di insorti – integrati dai rinforzi arrivati nella notte da Misurata (est) – si sono lanciati verso il compound di Bab al Aziziya.
Combattimenti intensi e sanguinosi sono andati avanti per ore intorno alla cittadella fortificata fino a quando, a pomeriggio inoltrato, un cancello d’ingresso è stato sfondato, una decina di metri del muro perimetrale sono stati abbattuti, la resistenza dei fedelissimi di Gheddafi è gradualmente diminuita: la strada verso la residenza-simbolo del rais – quella bombardata dagli americani nel 1986, con il grande pugno di sfida che stritola un caccia bombardiere Usa – era aperta.

   Alcuni cecchini hanno continuato a sparare, poi però gli insorti sono diventati un fiume senza più limiti, hanno raggiunto l’armeria e si sono impadroniti di munizioni, pistole, fucili, mitragliatori.
I primi giornalisti entrati nell’enorme complesso hanno cominciato a raccontare di numerosi cadaveri, apparentemente soldati di Gheddafi, abbandonati a terra; di molti feriti da entrambe le parti. E della ricerca frenetica, edificio dopo edificio, stanza dopo stanza, del rais e della sua famiglia. Un’avanzata di combattimenti continui, di battaglia, di scontri e di sangue.

   Finchè i capi ribelli hanno ammesso: «Non abbiamo trovato traccia di Gheddafi e dei suoi familiari».  Secondo quanto ipotizzano esponenti del Cnt (Consiglio nazionale di transizione), il colonnello non sarebbe più nella sua cittadella fortificata. «Non pensiamo che abbia lasciato il Paese – ha detto un portavoce da Bengasi – Riteniamo che sia ancora in Libia, a Tripoli o vicino a Tripoli … Prima o poi lo troveremo, magari vivo e lo arresteremo … ma se resisterà lo uccideremo». A Tripoli un colonnello ribelle, Ahmed Omar Bani, ha ammesso «nessuno sa dove sia».
Le stesse fonti del Cnt riconoscono che comunque la guerra non è finita. Il rappresentante del Cnt all’Onu, Ibrahim Dabbashi, lo ha ammesso implicitamente affermando che «nel giro di 72 ore gli insorti avranno il controllo dell’intero Paese» che così «sarà libero». In serata è stata annunciata la definitiva conquista di Ras Lanuf, 40 chilometri a ovest di Brega, impianto petrolifero strategico che, riferiscono i ribelli, non è stato danneggiato.

   Prossimo obiettivo Sirte, la città natale del rais, da dove la notte scorsa un missile Scud è stato lanciato in direzione di Misurata, da tempo in mano agli insorti. L’attenzione resta comunque focalizzata su Tripoli: stasera, mentre dalla cittadella-bunker si continuano a sentire colpi d’arma da fuoco, anche l’hotel Rixos (dove fanno base i giornalisti stranieri) è stato coinvolto negli scontri.
Un reporter della Cnn ha detto che nell’albergo si spara, che gli uomini di Gheddafi ne hanno il controllo, che i giornalisti temono di essere presi in ostaggio e si sono rifugiati nei piani più alti esponendo alle finestre bandiere bianche.

   Una situazione in divenire insomma, testimoniata anche dalle dichiarazioni della diplomazia internazionale che, se da un lato continua a ripetere che la fine di Gheddafi è imminente, dall’altra invita alla cautela, ipotizzando anche il possibile uso di armi chimiche da parte dei fedelissimi del rais. «I suoi uomini sono ancora pericolosi», ha dichiarato il Pentagono Usa.

   Dal canto suo, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha assicurato che l’Alleanza «continuerà le operazioni militari» fino a quando Gheddafi non avrà deposto le armi. Dichiarazioni che da sole sono una risposta alle accuse del presidente sudafricano Jacob Zuma che, difendendo l’atteggiamento dell’Unione Africana (Ua) nei confronti della crisi libica, ha senza mezzi termini affermato che «sono state le bombe della Nato a stroncare la mediazione» che l’Ua aveva cominciato per risolvere «senza spargimento di sangue» il problema della Libia. (la Stampa.it ore 23.30 del 23/8/2011)

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EURO E LIBIA, LE DUE GUERRE D’EUROPA

di Marta Dassù, da “la Stampa” del 22/8/2011

   Non è chiaro quali saranno i costi, in vite umane, dell’ultimo atto: la presa di Tripoli. La battaglia finale nella notte, aperta dai ribelli venuti da Ovest, è comunque una battaglia cruenta, se Gheddafi sceglierà di combatterla fino in fondo, nonostante abbandoni e defezioni dei suoi. Ma è infine giunto il momento della verità, per il dittatore di Libia e per il suo regime.

   Dopo mesi di una guerra dimenticata nel cortile di casa dell’Europa, la sconfitta di Gheddafi salverà la faccia alla Nato. In teoria. Nei fatti, non sarà semplice da gestire. Se la Libia verrà lasciata a se stessa, da un’Europa alle prese con la propria crisi finanziaria, vittoria e fallimento potrebbero saldarsi. In un «successo catastrofico», secondo l’espressione pessimistica e cinica che sta circolando a Bruxelles.
I precedenti – dai Balcani all’Afghanistan – indicano costi e rischi dei dopo-guerra. Nel caso della Libia, il primo rischio è che la caduta di Gheddafi prepari un nuovo ciclo di violenze, lasciando esposti i civili e risucchiando il vasto fronte dei «vincitori» in un pesante regolamento di conti (passati e presenti). Come verrà garantita la sicurezza?

   È già chiaro che l’America intende sfilarsi dal gioco, dopo avere partecipato controvoglia alle operazioni militari. Obama non intende fornire né uomini (né aiuti economici rilevanti, probabilmente) alla gestione di un problema che considera parte delle responsabilità europee. L’Europa, che con Parigi e Londra ha trainato l’intervento militare – ma esponendo così tutti i limiti delle proprie capacità – passerà a sua volta la mano.

   L’intenzione è di avallare le ipotesi, in discussione all’Onu, di una missione di monitoraggio iniziale affidata a contingenti arabi ed africani. Risultato: nel dopo-Gheddafi, il ruolo di Paesi come la Turchia e le monarchie del Golfo aumenterà. Sul piano formale, le responsabilità di sicurezza saranno dei libici stessi. Con esiti incerti, naturalmente. Anche per gli interessi europei.
Sul piano politico, il rischio è ancora più evidente. Italia, Europa e Stati Uniti hanno scommesso su una ipotesi precisa: che il Consiglio di Transizione Nazionale creato a Bengasi riesca a garantire un processo di riconciliazione, tenendo sotto controllo le rivalità tribali e avviando la costruzione di istituzioni nazionali in un Paese che ne è privo da sempre. Questa scommessa, già difficile, è complicata dal ruolo decisivo assunto dai ribelli occidentali, dai berberi di Nafusa, nella offensiva militare su Tripoli.

   Quanta della Libia anti-Gheddafi sarà disposta a riconoscere la leadership di Bengasi? Gli europei non avranno più la stessa influenza una volta che i ribelli saranno al potere. Il momento di trattare le condizioni per il dopo-Gheddafi è oggi (era ieri), prima del «catastrofico successo» di cui si dice a Bruxelles.
Gli accordi economici possono servire da leva. È scontato e legittimo che i Paesi europei, Italia inclusa, puntino a garantire i propri interessi energetici. D’altra parte, sarebbe assurdo che l’Europa, dopo essersi divisa sulla guerra a Tripoli, si dividesse anche sulla gestione del dopo-guerra: lo scongelamento degli assets libici in Europa deve essere utilizzato per ottenere garanzie sul futuro della Libia.
Negli ultimi mesi, l’Europa ha combattuto due guerre. Una guerra interna con altri mezzi sul destino dell’euro; una guerra esterna tradizionale, sui destini di un Paese chiave del fronte Mediterraneo. Le tensioni interne sulla gestione dell’economia non hanno certo favorito le performance europee in politica estera. La posizione del paese centrale, la Germania, è quanto mai indicativa: economicista, si potrebbe in fondo dire così, sia in casa che nel vicino estero, come ha indicato la posizione distaccata di Berlino sulla guerra in Libia.

   La realtà, tuttavia, è che l’Europa vincerà o perderà queste due guerre insieme. Se l’Euro-zona si spaccasse su una linea Nord-Sud, la frattura economica e monetaria dell’Ue diventerebbe parte dell’instabilità geopolitica del Mediterraneo. Uno scenario catastrofico per un paese come l’Italia ma che non si fermerebbe certo ai confini dell’Europa renana.

   Per chiunque ragioni sugli interessi a lungo termine del Vecchio Continente, fermare il crollo della Borsa e gestire il crollo del regime di Gheddafi sono solo apparentemente compiti contrastanti e lontani. La sicurezza degli europei dipende da entrambi. E dipende da noi: con la fine della guerra di Libia, l’era della tutela americana è giunta al suo termine. (Marta Dassù)

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BIOGRAFIA DEL CANE PAZZO

da “L’Unità” del 22/8/2011

   Dal golpe contro re Idris al bombardamento su Tripoli ordinato da Reagan, da Lockerbie al Trattato di amicizia con l’Italia, da un potere incontestato per 41 anni alla fine dettata dalla rivolta popolare. È da oltre quattro decenni che la storia della Libia coincide in tutto e per tutto con quella del suo Colonnello, Muammar Gheddafi, il leader più longevo del mondo arabo; militare e rivoluzionario; visionario e saggio d’Africa; il «cane pazzo del Medio Oriente» come lo l’aveva soprannominato l’ex presidente Usa Ronald Reagan.
Ecco alcuni degli eventi chiave della storia libica:

– 1969: il 27enne Gheddafi, insieme con altri ufficiali, guida un golpe incruento contro re Idris, giudicato troppo servile verso Usa e Francia. Il colpo di stato porta alla proclamazione della repubblica il 1 settembre dello stesso anno.

– 1972: le spoglie dei terroristi del Settembre Nero, che avevano compiuto un massacro della squadra israeliana alle Olimpiadi di Monaco, arrivano in Libia accolti con gli onori militari.

– 1977: Gheddafi istituisce la Grande Giamahiria, ovvero lo «stato delle masse». L’anno prima, con il Libro Verde che prendeva spunto dalla cromatura della bandiera libica, aveva esposto i principi della sua ‘terza via che coniugava panarabismo e socialdemocrazia.

– 1986: ad aprile gli Usa di Ronald Reagan attaccano Tripoli: nel massiccio bombardamento rimane ferita a morte la figlia di Gheddafi. Illeso il colonnello, avvisato dal governo italiano.

– 1988: il 21 dicembre esplode un aereo della Pan Am sopra la cittadina di Lockerbie: muoiono le 259 persone a bordo del veicolo e 11 abitanti della piccola cittadina scozzese. Dalle indagini emerge il coinvolgimento di due 007 libici. Dopo forti pressioni internazionali, nel 2003 Tripoli «accetterà» la sua responsabilità nella strage.

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LE DUE GUERRE DI LIBIA

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica del 23/8/2011

   La fine del regime di Gheddafi segna l´inizio della vera lotta per il potere in Libia. La liquidazione del despota era il punto di fusione delle molte anime della ribellione. Ora si tratta di stabilire chi e cosa succederà al duce libico. Operazione non rapida e certamente sanguinosa: pur privato delle leve del potere, Gheddafi non sembra disposto a sgombrare il campo senza incendiarlo, ricorrendo ovunque possibile all´arma estrema della guerriglia.
Il regime non può più governare la Libia, ma non rinuncia a distruggerla. Dalle macerie della dittatura fiorirà uno Stato unitario, più o meno assimilabile a una democrazia, con un leader eletto e riconosciuto da tutti i cittadini libici (pur se non sappiamo chi e quanti sono, in assenza di un censimento)? Oppure sarà guerra civile permanente? O il pendolo della storia si fermerà in qualche punto intermedio fra i due estremi?
Di sicuro, per ora, c´è che il vecchio regime sta sbriciolandosi e che milioni di libici festeggiano, liberi finalmente di immaginare una vita migliore. E mentre si dedicano a stroncare le sacche di resistenza degli ultrà gheddafisti – o dei disperati che non sanno a chi arrendersi senza rischiare la pelle – gli insorti già pensano a determinare i nuovi rapporti di forza. Chi fra loro comanderà, su quali territori e risorse, secondo quali regole o equilibri?
In attesa che la polvere delle opposte propagande si depositi per aprire lo sguardo sull´orizzonte futuro, qualche illuminazione possiamo forse trarla dal modo in cui l´edificio gheddafiano si sta schiantando. C´è un tratto comune nella fine di ogni tiranno: la perdita del senso della realtà.

   Come altri dittatori accecati dal potere, anche Gheddafi si era costruito un universo irreale. Quasi a immaginarsi eterno e invincibile. L´eco di tale paranoia risuona negli appelli lanciati durante la battaglia di Tripoli, a invocare una ad una brigate fantasma, tribù ormai convertite alla causa della vittoria, milizie popolari di questo o quel quartiere, che un tempo sarebbero scattate in massa all´appello del qaid, inconcussa guida della rivoluzione, ma che ora aspettavano solo la fine del massacro.
Gheddafi era da tempo un cadavere politico. La rapidità dell´avanzata finale su Tripoli, in cui non è peraltro difficile scorgere la mano professionale dell´intelligence e di forze speciali occidentali, conferma che il regime era marcio. Le sue architravi erano tarmate e usurate. In retrospettiva, i sei lunghi mesi di guerra – non i pochi giorni pronosticati in Occidente sull´entusiasmo dell´insurrezione di Bengasi – sono non tanto il prodotto della resistenza di Gheddafi, quanto delle divisioni tra chi ambiva ad abbatterlo per prenderne il posto.
Abbiamo assistito finora a due guerre parallele. Una calda e sanguinosa, tra i ribelli della Cirenaica e i loro alleati in Tripolitania e nel Fezzan, che con il sostegno delle potenze occidentali puntavano a finirla con il regime per aprire una nuova pagina nella storia della Libia. L´altra prevalentemente fredda e sotterranea, ma talvolta violenta (vedi il misterioso assassinio del generale Younes), fra le assai eterogenee componenti della coalizione anti-gheddafiana: islamisti e laici, conservatori e progressisti, esponenti tribali o di gruppi etnici particolarmente oppressi dal regime, berberi in testa. Unico fattore comune, la più o meno antica matrice gheddafista dei capi del Consiglio nazionale di transizione.
In questo senso, il crepuscolo del colonnello può essere descritto come la progressiva e sempre più rapida diserzione dei suoi accoliti. Quasi un prolungato, strisciante colpo di Stato – avviato ben prima della rivolta di Bengasi – di chi si rendeva conto di non aver più nulla da guadagnare dal regime e perciò lo abbandonava. Perdendo foglia dopo foglia, la pianta del regime si è spogliata fino a esibire la radice ormai esausta: il colonnello e i suoi figli.
Il pericolo non è solo che da quella pianta morente emanino ancora veleni mortali, sotto forma di guerriglia, attentati, colpi di mano dei nostalgici del vecchio regime, a Tripoli come nella Sirtica o nel Fezzan. È soprattutto che la coalizione prodotta dalla necessità di eliminare Gheddafi si scopra troppo incoerente, che gli interessi particolari – tribali, etnici, regionali – prevalgano sulla necessità di costruire finalmente istituzioni libere nella Libia riunita. Un avvitamento di tipo iracheno, se non somalo.

   D´altronde, le performance del gruppo di Bengasi non sono incoraggianti quanto a capacità politiche e di gestione. Né si deve dimenticare che l´assalto finale a Tripoli è venuto principalmente dall´Ovest e dalle montagne a prevalenza berbera, con il fronte orientale bloccato a Brega. Non
sarà facile ricucire le antiche rivalità e le diffidenze fra tripolitani e cirenaici, o fra arabi, berberi e neri (questi ultimi assai compromessi col regime)
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La speranza è che la fine della dittatura sia anche l´inizio della pacificazione fra le genti libiche e della costruzione di uno Stato unitario che non esiste, se mai è esistito. Per fortuna, la storia ha spesso più fantasia di chi prova a interpretarla. Le potenze europee ed atlantiche non possono comunque sottrarsi alle responsabilità che hanno voluto assumersi nel conflitto libico. Scesi in campo per un´improbabile “guerra umanitaria” – di fatto per cambiare il regime – la tentazione degli occidentali è di cantare vittoria, spartirsi le spoglie energetiche e tornare a occuparsi dei fatti propri. In tal caso la sconfitta è assicurata. Sconfitta dei libici che sperano in un futuro di pace, benessere e libertà. Ma anche di noi italiani ed altri europei che li avremo, come d´abitudine, usati e traditi. (Lucio Caracciolo)

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ECCO I NUOVI LEADER: MA SONO AFFIDABILI?

di Farid Adly e Guido Olimpo, da “Il Corriere della Sera” del 23/8/2011

– Dalle cellule islamiste alla frantumazione tribale e per bande Tutti i rischi sulla strada verso elezioni libere e democrazia –

   La legge del perdono contro la legge del taglione. Lo spirito della tolleranza contro la sete di vendetta. Cammina lungo questo stretto sentiero il futuro della nuova Libia. Più in salita che in discesa.

   Le rivoluzioni possono sbandare o deragliare. Ne è consapevole il capo del Consiglio di transizione, Mustafa Abdul Jalil. A Tripoli riecheggiavano ancora gli spari e lui ha avvertito i suoi connazionali. Non è finita, ci sono molti rischi all`orizzonte.

   Ed ha fatto riferimento diretto «agli estremisti» che, in queste ore, potrebbero regolare i loro conti. Prima dando la caccia ai reduci del regime, poi con i loro compagni di avventura. Le parole di Jalil richiamano la prima sfida. Quella dei radicali islamisti.

   Ve ne sono molti all`Est, ma anche all`Ovest. Alcuni sostengono che si sono rivelati tra i più tosti nei combattimenti e hanno dimostrato di essere ben inquadrati. Sono stati tirati in ballo anche per l`uccisione del generale Fattah Younis a Bengasi. Un caso irrisolto tra sospetti e accuse di tradimento – che mostra il lato oscuro della rivolta.

   I duri e puri non accettano i compromessi. A loro non piacciono le aperture del Consiglio verso gli ex del regime. Jalil – che è stato ministro di Gheddafi vuole evitare invece scenari iracheni, con epurazioni massicce. Ha ragione. Il paese non può permetterselo, serve la riconciliazione. In Libia ci sono poche istituzioni e tutti possono dare il contributo alla rinascita.

   Solo la famiglia della Guida va giudicata per i crimini compiuti durante il quarantennio gheddafiano. Una deriva islamista – anche se minoritaria – darebbe ragione alla profezia dei caos di Gheddafi e a quanti, anche in Occidente, erano contrari alla guerra.

   La seconda sfida viene dall`ala militare. I combattenti di Misurata hanno accusato quelli di Bengasi di aver fatto poco e non vogliono obbedire ciecamente al Consiglio. Anche i berberi, che hanno avuto un ruolo predominante nell`ultima fase, detteranno le loro condizioni. Difficile che il Consiglio possa ignorarle. È stato versato del sangue, ci sono dei martiri.

   La terza sfida è più politica. Le operazioni belliche, almeno nella prima parte, hanno nascosto le differenti visioni. Oltre agli islamisti, sono molto attivi i Fratelli musulmani. Un piccolo aneddoto rivela sensibilità diverse.

   Un capo della Fratellanza ha chiesto di sostituire il nome della strada intitolata al presidente egiziano Nasser con quello di un giovane che si è fatto saltare davanti alla caserma di Bengasi. Una proposta sommersa da un coro di no e da qualche polemica. «Non potete dare lezioni a nessuno – hanno rinfacciato alla Fratellanza – Siete stati in trattative con il figlio di Gheddafi».

   Ci sono poi i nazionalisti – presenza fissa nel panorama arabo -, i socialisti e gli esuli abituati alla regole delle democrazie europee. Personaggi che affiancano i volti noti della rivoluzione. Come il premier ombra Mahmoud Jibril, un altro ex con ottimi contatti all`estero, e Ali Tarhouni, un professore di economia tornato dagli Usa e molto rispettato. Il giornalista Mahnmoud Shaman o il portavoce del governo Gogha.  Figure che potrebbero essere solo dei traghettatori, sempre che riescano a superare l`ostacolo finale.

   Gli osservatori internazionali se erano scettici sulle capacità militari degli insorti sono molti cauti sulle prospettive politiche. E non da oggi. Dalla prima ora hanno avvertito sulle incognite del dopo. Tenere unito un fronte così variegato non è agevole. Qualcuno rimprovera la mancanza di trasparenza, altri i pericoli del trasformismo. Jalil manda segnali rassicuranti ma, nel contempo, minaccia di andarsene. Vuole che tutti si allineino per mantenere fede ad una mappa tracciata fin dalla primavera e racchiusa nella «Dichiarazione costituzionale».

   Trentasette articoli dove si spiegano le tappe e le linee quadro. Pluralismo, stato democratico, con la sharia (la legge islamica, ndr) «fonte principale di ispirazione per la Legge» dello stato. Un aspetto guardato con diffidenza dai laici.

   I nuovi dirigenti riconoscono il debito di riconoscenza verso la Nato, ma il loro rappresentante presso la Lega araba, Al Huweini, esclude che la Libia possa ospitare basi dell`alleanza. Il Consiglio dovrebbe lasciare il potere ad un governo ad interim e verrà eletta un`assemblea costituente.

   Quindi si passerà alle prime elezioni libere sotto la tutela dell`Onu. Una scadenza che dovrebbe essere raggiunta entro 12-20 mesi. La comunità internazionale ha già dimostrato, con gesti concreti, di fidarsi del piano: 32 Paesi hanno riconosciuto il Consiglio.

   Ora Jalil e quanti condividono il progetto hanno la missione di tirarsi dietro i propri connazionali. E assicurarsi il pieno controllo su Tripoli e dintorni, annullando definitivamente la minaccia Gheddafi. Perché ogni fessura può diventare una frattura. (Farid Adly e Guido Olimpo)

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L’INCUBO DEL DOPO-REGIME: USA E EUROPA SI SFILANO “DA NOI NESSUN SOLDATO”

– Dubbi sulla transizione: sarà nelle mani dei libici –

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 22/8/2011

   Nessun invio di truppe di pace internazionali, mantenimento della sicurezza affidato alle forze ribelli e risoluzione dell’Onu sulla ricostruzione civile, che vedrà gli europei assumersi le maggiori responsabilità: è questa la «road map» per il dopo-Gheddafi in Libia come si delinea dai contatti in corso fra le capitali della Nato e nei briefing del presidente americano Barack Obama in vacanza a Martha’s Vineyard.
L’accelerazione dell’offensiva dei ribelli contro Tripoli ha stravolto le brevi vacanze di Obama nell’enclave dei vip, obbligandolo a separarsi a più riprese da moglie e figlie per esaminare, con il consigliere sui temi della sicurezza John Brennan, lo scenario che sta maturando.
Se le preoccupazioni immediate riguardano il rischio di una carneficina a Tripoli, con i persistenti tentativi americani di indurre Gheddafi a lasciare volontariamente il potere, nei contatti con gli alleati la Casa Bianca è impegnata a concordare lo scenario del «dopo».
La convergenza che trapela, da fonti americane ed europee, è sulla scelta di non inviare una missione di peacekeeping internazionale, affidando al Consiglio di transizione nazionale libico (Cnt) il mantenimento della sicurezza. «Obama resta fedele alla scelta di non mandare soldati in Libia e gli europei non hanno voglia di farlo per evitarne i costi economici» spiega Daniel Serwer, ex diplomatico americano a Roma nonché autore del recente studio «L’instabilità nella Libia del dopo-Gheddafi» del «Council on Foreign Relations».
D’altra parte il leader della coalizione dei ribelli, Mahmoud Jibril, negli incontri avuti in più capitali Nato si è vantato di «guidare una rivoluzione» che «sarà in grado di assumere la guida del Paese», portando come prova la «stabilità delle aree finora liberate». Il primo ministro ad interim, Mahmud El-Warfally, durante una tappa a Washington ha illustrato un «piano di transizione» che prevede la formazione di un governo transitorio «con la presenza di tutte le componenti dell’opposizione» per preparare le elezioni al Parlamento, affiancato da «tre commissioni su ricostruzione, riconciliazione e istituzioni».
Quella sulla «riconciliazione» si ispira al precedente sudafricano nel dopo-apartheid per «evitare vendette», ma nella Nato serpeggiano timori in proposito, come osserva il ministro degli Esteri canadese John Baird, mettendo le mani avanti: «La transizione non sarà perfetta». Al fine di aiutare i ribelli, la «road map» prevede l’invio a Tripoli subito dopo la caduta di Gheddafi di una «missione di monitoraggio» composta da Paesi arabi – e forse guidata dagli Emirati – destinata a testimoniare il sostegno della comunità internazionale al governo ad interim. Questo dovrebbe poi essere sancito da una risoluzione Onu sulla ricostruzione, che aprirà la strada ai contributi dei singoli Paesi.
A conferma di quanto tale scenario sia avanzato c’è il fatto che l’Italia ha già iniziato a operare per riattivare i settori destinati a essere di sua competenza: sicurezza dei porti, dogane, sanità e indipendenza dei media. La principale preoccupazione resta tuttavia la sicurezza. Il generale canadese Vance ammonisce a «non accelerare il ritiro della Nato in assenza di una chiara composizione politica», mentre fonti militari britanniche temono di «andare incontro a una disastrosa vittoria», se la caduta di Gheddafi finirà per innescare una «resa dei conti tra le fazioni dei ribelli, a cominciare da berberi e cirenaici». (Maurizio Molinari)

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CAPITRIBÙ, JIHADISTI E VOLTAGABBANA: LA RISSOSA ARMATA DEI NUOVI PADRONI

– Opposizione divisa su tutto: a succedere al raiss sarà chi ha saputo tradire al momento giusto –

di Mimmo Candito, da “la Stampa” del 23/8/2011

DAL CONFINE TUNISINO – Scrutata nel buio di questo polveroso, e inquieto, posto di frontiera, con la Tunisia dolce e morbida che si allontana alle spalle, e di fronte lo spazio aperto della Libia, le montagne ruvide del Jebel Nafusa a destra e, poi, il pianoro, fin laggiù dove si allunga il deserto vuoto di Sebha perduto dentro l’oscurità della notte che scende rapida, la geografia di questa Libia sfasciata assomiglia drammaticamente alla storia politica che l’attende, ora che Gheddafi è una pagina amara del passato.

   Vallate aperte e verdi, pianure che occhieggiano il mare, il deserto infinito giù a Sud, e monti, alti e aspri come i berberi che li abitano, tutto segna l’orografia di una complessità e di una contraddizione che – nel dopo Gheddafi segnerà indecisa, e probabilmente caotica, la costruzione di un Paese, il Nation Building, nel quale si sono sempre affossati i progetti e le speranze dell’Occidente, quando hanno voluto ficcare il naso in faccende che spettavano ad altri popoli.
È un «naso» che questa volta non è arrivato fino a calpestare con gli stivali il terreno di combattimento, anche se i bombardamenti della Nato sono stati nettamente lo strumento con il quale si è squinternata la macchina repressiva del regime e la sua armata di giannizzeri e di mercenari. Tuttavia, ora che si tratta di fare i conti con il futuro, si accende l’inquietudine di come impedire che questo futuro sia un altro dei teatri di destabilizzazione nei quali pare inevitabilmente precipitare il mondo, dopo il crollo delle Torri, giusto dieci anni fa.
E la più forte delle inquietudini è certamente il ruolo che probabilmente giocherà nei nuovi equilibri il fondamentalismo islamico. Gheddafi aveva voluto una Libia laica, dove lo spazio della religione e gli ipersensibili processi di autoidentificazione che accompagnano l’Islam nella quotidianità delle società musulmane erano stati tenuti sotto rigido controllo, con quella stessa, feroce, indifferenza repressiva che il Colonnello riservava a tutte le forme di opposizione possibile.

   Era stato, il suo, un lavoro metodico, e niente affatto facile, ricordando che a Derna, nella Cirenaica che sta dall’altra parte di questa frontiera, sul confine egiziano, sorgeva uno dei centri religiosi più rigidamente integralisti dell’intero Maghreb (è da Derna che arrivavano quasi tutti i libici che Al Qaeda ha impegnato nelle sue operazioni in Afghanistan e nel Golfo, e anzi i terroristi libici costituivano – rispetto alle ridotte dimensioni demografiche della Libia – la componente nazionale più numerosa).
Molti di questi jihadisti sono stati ammazzati nelle guerre dove lavoravano, ma molti sono tuttora vivi e sono anche rientrati in patria. Quale sarà il loro ruolo nel Nation Building nessuno, tuttora, può dirlo: ma certamente conteranno, e anche molto, se la Cia fin dall’inizio della sollevazione di Bengasi, in un febbraio che oggi appare lontano quanto un anno luce, esortava il dipartimento di Stato e la signora Clinton, a usare molta, molta cautela nel riconoscere la legittimità politica del nuovo governo insorto, il Cnt.
E ai jihadisti si attribuisce anche, da qualcuno, la responsabilità dell’assassinio del generale Younis, comandante generale delle forze armate ribelli, fatto fuori più o meno misteriosamente qualche settimana fa, per via di una possibile vendetta consumata a causa del ruolo che egli aveva avuto nella repressione del fondamentalismo religioso, quando era ancora compagno di merenda di Gheddafi. Altri attribuiscono questa vendetta a uomini appartenenti a clan e tribù che furono duramente repressi da Younis, allora ministro degli Interni del Colonnello.
L’una spiegazione può valere l’altra. Ma ciò che è certo è che il Nation Building dovrà inevitabilmente misurarsi con una catena sanguinosa di vendette che la vittoria legittimerà contro quanti avevano goduto di potere e di forza, e di violenza, nel regime che è appena finito. Sarà difficile districarsi da questa catena, consapevoli tutti che più della metà dei componenti del Cnt trionfatore è fatto comunque di uomini che nel vecchio regime avevano onori e responsabilità ufficiali (lo stesso leader Jalil era ministro della Giustizia di Gheddafi, nel momento in cui ha abbandonato il Colonnello ed è passato con gli insorti).
Questi «disertori» si spalleggeranno a vicenda avendo tutti un passato comune poco commendevole. Ma tra di loro si incuneerà anche l’identità tribale, cioè l’appartenenza a famiglie e clan che hanno una lunga storia identitaria nella vita delle terre che hanno fatto la Libia (la Cirenaica a Est, la Tripolitania a Ovest il Fezzan a Sud). L’identità tribale comporta il riconoscimento e il forte valore connotativo dell’appartenenza che è un fattore che la realtà metropolitana tende a diluire ma che conserva tuttora una sua forte qualità solidaristica nella Libia allo sbando dell’oggi post-gheddafiano.
Terza incognita dunque di questo Nation Building assegnato ai vincitori è il valore dell’appartenenza, che è poi uno dei fattori che hanno deciso la sconfitta finale di Gheddafi, per il ruolo assunto dalle tribù ribelli del Jebel quando hanno deciso di rompere ogni relazione con il Colonnello e cedere alle sollecitazioni e agli impegni che arrivavano dagli emissari clandestini dell’Occidente. Resta infine la
componente liberale
di questo complesso, contraddittorio, confuso, e forse anche inquietante, nuovo governo libico. Sono, queste, figure che hanno vissuto all’interno del regime, in una condizione di quieta accettazione, senza identificarsi troppo e però anche senza mai prendere le distanze.
Questa componente è la più vicina alla cultura europea, ed è stata ampiamente influenzata dai ripetuti contatti con l’Occidente, soprattutto con l’Italia. Per tutti loro vale quanto mi diceva qualche mese fa a Bengasi il professor Gerber, costituzionalista dell’università di Tripoli e anche docente all’università di Tor Vergata a Roma: «Abbiamo preparato il progetto per la nuova carta costituzionale. Il primo punto riconosce l’eguaglianza di tutti, senza distinzioni di sesso, di razza, o di religione. C’è stato un lungo e aspro dibattito tra i 21 membri della mia commissione. Ho avuto qualche difficoltà a farlo approvare; spero che verrà mantenuto nel documento finale della nostra Costituzione».

   E guarda fuori dalla finestra, verso il verde delle terre della Cirenaica. Ma la Libia ha una orografia complessa, come vedo da questo confuso posto di frontiera perduto nel buio della notte. (Mimmo Candito)

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“MAL DI TRIPOLI”, MITO E AFFARI: LA PATRIA PERSA DEGLI ITALIANI D’AFRICA

di Sergio Romano, da “Il Corriere della Sera” del 23/8/2011

– Così petrolio e ideologia anticoloniale hanno «riscritto» la storia –

Negli ultimi decenni l`immagine corrente della Tripoli italiana e della nostra presenza coloniale in Libia fra il 1911 e la fine della Seconda guerra mondiale è stata influenzata da due fattori, solo apparentemente contraddittori. La critica del colonialismo rendeva impossibile qualsiasi analisi o rievocazione da cui potessero emergere giudizi troppo equanimi e riflessioni troppo nostalgiche. E il desiderio di fare affari con Gheddafi suggeriva prudenza.

   Se il pubblico dibattito investiva la Libia, quindi, l`ideologia anticolonialista e il petrolio producevano lo stesso effetto. I ricordi «giusti» erano soltanto le rappresaglie italiane dopo il massacro dei bersaglieri nell`oasi di Sciara Sciat, i prigionieri politici trasportati nelle isole Tremiti sin dall`epoca di Giolitti, la spietata repressione cirenaica del generale Graziani, i campi di concentramento, l`impiccagione di Omar el Mukhtar, le vittime delle mine disseminate dall`esercito italiano nel deserto libico durante la Seconda guerra mondiale.

   Tutto vero, naturalmente, anche se certe licenze concesse alle intemperanze di Gheddafi durante le sue visite romane furono un errore di stile politico. Ma quando una verità ne cancella un`altra, il quadro è necessariamente parziale e incompleto.

   Accanto alla verità anticolonialista esiste un «mal di Tripoli», una struggente nostalgia che ha colpito il cuore di molti italiani e non è ancora interamente scomparsa. Roberto Gaja, segretario generale della Farnesína e ambasciatore a Washington, fu uno dei migliori diplomatici della sua generazione.

   Ma prima di entrare a Palazzo Chigi, dove era allora il ministero degli Esteri, fu attratto dalla carriera militare, divenne tenente del Nizza Cavalleria e fu mandato a Tripoli per comandare un plotone di cavalleggeri libici. Quando la conversazione cadeva sulla Libia, ricordava con una punta di commozione le perlustrazioni nel deserto, il primo sole dell`alba sulle dune, la devota fedeltà delle truppe indigene, il sentimento di una missione da compiere. Gaja era troppo intelligente per non sapere che in quei ricordi vi era un po` di paternalismo colonialista.

   Ma quando tornò a Tripoli, negli anni Cinquanta, per organizzare il passaggio dell`amministrazione coloniale italiana al giovane regno del vecchio Idris, capo della Senussia, ebbe la sensazione di tornare in una patria perduta. Non so se avesse mai letto i grandi romanzi «coloniali» di Alessandro Spina, uno scrittore italiano di origini libico-siriane. Ma avrebbe potuto esserne il protagonista.

   Ho un altro ricordo legato a quel periodo. Nel 1954, tre anni dopo la nascita del regno voluto dal governo britannico, lavoravo a Palazzo Chigi in un ufficio che si occupava dei rapporti economici con l`ex colonia. Da un rapporto dell`ambasciata a Tripoli apprendemmo che re Idris chiedeva al governo italiano il progetto per il piano regolatore della capitale, approvato negli ultimi tempi dell`amministrazione coloniale.

   Quando mi detti da fare per trovare quel documento, appresi che l`ex podestà di Tripoli lavorava in una stanzuccia dell`ammezzato di Paverno di seconda classe comandato dal ministero dell`Africa italiana; conobbi un signore di piccola statura e di poche parole, simpatico e intelligente. Gli archivi, in buona parte, erano andati dispersi, ma Pagnutti ricordava bene il piano regolatore e promise che avrebbe fatto del suo meglio per trovarlo.

   Devo arrossire se confesso che la richiesta di re Idris mi sembrò un omaggio all`amministrazione coloniale di cui era lecito essere orgogliosi? Una buona parte delle nostre nostalgie coloniali, del resto, è legata alle trasformazioni urbanistiche di Tripoli durante gli anni Venti e Trenta. Quando divenne governatore della Tripolitana nel 1921, Giuseppe Volpi, il magnate dell`energia elettrica che aveva concepito con Vittorio Cin e Achille Gaggia il grande progetto di Porto Marghera, volle emulare Hubert Lyautey, residente-generale del Marocco francese dal 1912 al 1925. Volle anzitutto restaurare il castello di Tripoli, vecchio presidio di milizie spagnole, pirati saraceni e guarnigioni ottomane, una confusa e pasticciata acropoli di vecchie mura, baracche, caserme, magazzini, torri di guardia.

   Dai lavori di ricostruzione emerse una sorta di struttura medioevale, falsa ma nobile e marziale. Per gli altri grandi edifici, invece, scelse un pot-pourri di stili architettonici: una dose di neoclassico, un pizzico di bizantino, una spruzzata di moresco e qualche citazione di gotico veneziano. Nacquero così il Palazzo di giustizia, la Banca d`Italia, la cattedrale, il Grand Hotel municipale, il vicariato apostolico, la moschea di Sidi Hamuda, il monumento ai caduti.

   Le costruzioni coincisero con l`adozione di un piano regolatore che prevedeva la modernizzazione del porto, il lungomare, alcune piazze, e il quartiere arabo, congiunto alla città nuova dall`arco di Settimio Severo. Per dimostrare che la Libia era «nostra» da sempre, Volpi avviò i restauri di Sabratha (che qualche cortigiano cercò di battezzare «Sabratha Vulpia») e, più tardi, quelli molto più importanti e impegnativi di Leptis Magna.

   Per sè, quando non era al Palazzo di governo, volle comprare la «casa del Pascià», una splendida villa turca costruita all`ombra di grandi palme a pochi chilometri dalla capitale. La famiglia ne conservò la proprietà, e la figlia Marinavi passava qualche settimana ogni anno sino alla fine degli anni Sessanta.

   La visitai nel 1966, tre anni prima dell`avvento di Gheddafi al potere. Seppi più tardi che veniva usata dal ministero degli Esteri libico per i suoi
ricevimenti. Chissà se esiste ancora.

   L`altro grande costruttore fu Italo Balbo, governatore della Libia dal 1934 al 1940. Il suo stile architettonico, soprattutto nei numerosi villaggi agricoli edificati per le due grandi immigrazioni dall`Italia (20 mila nell`ottobre del 1938,10 mila nell`ottobre 1939), è quello razionale e un po` metafisico delle città del Littorio che il regime, negli anni precedenti, aveva costruito soprattutto nel Lazio e in Sardegna. Ma vi furono anche villaggi per gli arabi con nomi fiabeschi: la Coltivata, la Deliziosa, la Fiorita, l`Alba, la Nuova.

   Nella immaginazione degli italiani di Libia la Tripoli belle époque di Volpi e quella più razionale e austera di Balbo fanno parte degli stessi sogni e degli stessi ricordi. Fascisti o antifascisti, cristiani o ebrei, tutti coloro che furono cacciati dalla Libia nei diversi esodi del secolo scorso hanno conservato o trasmesso ai loro eredi il sentimento di una patria perduta.

   Basta dare un`occhiata ai bollettini dell`Airl (l`Associazione italiana dei rimpatriati dalla Libia, presieduta da Giovanna Ortu) per ritrovare i pezzi sparsi di quelle memorie: i battesimi, i matrimoni, le cresime, i Bar Mitzvah, le foto di gruppo alla fine dell`anno scolastico, i picnic nelle oasi, le tombe di famiglia.

   Oscurato dalla storiografia anticolonialista e dalla diplomazia economica dei governi italiani, questo «mal di Tripoli» non è mai scomparso e sopravvive tenacemente nelle tradizioni familiari di molti italiani. Credo che qualche rimpatriato, in questi giorni, si chieda se e quando potrà tornare nella città da cui la sua famiglia era partita dopo il provvedimento di espulsione del luglio 1970. (Sergio Romano)

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L’ULTIMA RECITA DEL TIRANNO

di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 23/8/2011

   Le agonie dei dittatori non sono tutte eguali. Ci sono quelli che fuggono, un attimo prima del disastro, con le saccocce piene, i conti già gonfi nei Paesi dove si sono creati nidi sicuri per la pensione, per il dopo.

   I fedelissimi, quelli che ci credevano davvero, nella lungimiranza del comandante, della guida, del presidente, del raiss, restano indietro, ingoiati dalla vendetta degli altri, i vincitori, i rivoluzionari? Non importa: si salvi chi può, questa è la regola, possibile che quegli ingenui non avessero compreso niente?

   Sono i piccoli satrapi voraci, come il tunisino Ben Ali, che ha ruminato, senescente, le parole d’ordine delle magnifiche e progressive sorti del suo mirabolante «miracolo economico» zeppo di miseria; e intanto comprava la villa mastodontica in Arabia Saudita, dove nessuno verrà a disturbarlo in saecula saeculorum.
E poi ci sono quelli che non si rassegnano, che hanno creduto alle parole che gridavano dai balconi e dalle logge, che giorno dopo giorno, per anni, si sono convinti parola dopo parola, slogan dopo slogan, di essere la salvezza del loro Paese, che senza di loro il futuro sono baratri spaventosi. È un destino, insomma, e contro il destino non si lotta.

   Anzi, bisogna battersi fino alla fine, accettare perfino di essere uccisi per conficcarsi degnamente, come un rimorso o un’accusa, nella storia del loro Paese. Eternamente i tiranni dovranno scegliere tra questi due modelli: Mussolini che fugge indegnamente camuffato o Hitler che apparecchia il suo privatissimo Walhalla nella Cancelleria; perché è certo che la Germania è destinata a perire con lui e merita una fine da quinto atto wagneriano a Bayreuth.
Per capire che Gheddafi era da incasellare nella seconda categoria bastava leggere la sua biografia. Dietro i contorcimenti clowneschi, dietro il palcoscenico di tabarri scintillanti, re africani, amazzoni e meditazioni nel deserto, le torrenziali diarree verbali, l’uomo, fin da quando scombinò con un golpe i grigi destini della monarchia senussa, ha sempre profondamente creduto alla serietà del proprio destino. Privato e pubblico.

   La terza via universale, gli aforismi del Libro verde non erano furfanterie di contorno: erano la sua sostanza politica e umana. Il suo potere si corrompeva nell’autocrazia e nel nepotismo, e lui continuava a esser certo di essere il destino della Libia. Ancora ieri, quando urlava ormai seppellito di macerie, con il potere ridotto ai metri quadri del suo posto di comando nel centro di Tripoli, che il colonialismo stava per impadronirsi della sua creatura politica, non mentiva.
Una follia, certo, ma lucida, degna di Macbeth. Il bunker, la tomba dei dittatori, il potere ridotto, un disperante caos di marciume, devastazione e sfinimento, era scritto come inevitabile nel suo conseguente destino. In questa conclusione si perde la vergogna di aver perduto. La scombinata commedia di un Ben Ali che sull’aereo della fuga scoppia a piangere e deve essere consolato dall’equipaggio non si addice alla Guida suprema. Alla sua fosca grandezza. L’ultima recita non sarà quella di un guitto ma quella di un attore tragico.

   Gheddafi ha, in questi cinque mesi, metodicamente fatto naufragare tutte le offerte per garantirgli una uscita di scena senza danni. Gli occidentali, ansiosi di far dimenticare i rapporti che hanno avuto con lui, per anni, e la rapida, troppo rapida, conversione alla guerra; i suoi alleati africani che ha pagato per anni per sentirsi chiamare Presidente, il suo ultimo delirio, in fondo non aspettavano altro: vederlo partire verso una delle ultime dittature disposte ad accoglierlo, o verso il Sudafrica dell’ospitalissimo Zuma, che fino all’ultimo lo ha tentato invano con la prospettiva di un esilio dignitoso. Ha sempre rifiutato.
Non credeva certo alla riconquista della Cirenaica. Gheddafi, dopo l’11 settembre 2001, ha dimostrato di essere ancora un realista capace di leggere (al contrario di Saddam Hussein) gli umori delle potenze e la porta stretta che gli restava per sopravvivere. Forse dovremo leggere tutti i suoi atti politici degli ultimi tre-quattro mesi come una volontaria marcia verso quel bunker nel centro di Tripoli.

   Gheddafi ricco esule in Venezuela o in Algeria, braccato dalle rivelazioni, dai mandati di cattura internazionali, denudato di 42 anni di potere assoluto con le sue vergogne e i suoi compromessi, non poteva ipotecare il futuro. Ucciso tra le rovine, con il mitra in mano diventa una sorta di terribile statua del Commendatore, ipoteca il futuro della nuova Libia, semina germi avvelenati, ruba agli avversari il piacere della vittoria. (Domenico Quirico)

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Tripoli liberata

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