Il necessario RIDISEGNO TERRITORIALE degli enti locali: di creazione di CITTA’ al posto dei comuni, di AREE METROPOLITANE (al posto delle province) e di MACROREGIONI (al posto delle regioni)

Il comune di POLINO, 266 abitanti, in Umbria (provincia di Terni)

   Allora non se ne farà niente, con la manovra finanziaria “di emergenza” di agosto/settembre: non si “accorperanno” i Comuni sotto i 1.000 abitanti; e probabilmente rimarranno anche le 29 province che dovevano scomparire (con popolazione sotto i 300.000 abitanti e con una superficie di meno di 3.000 Kmq).

   Fin da subito in questo blog avevamo proposto che TUTTE le province dovevano essere tolte (non 29, ma 110), lasciandole come enti di secondo livello (cioè senza rappresentanza politica da eleggere direttamente) per servizi di bacino territoriale vasto (acquedotti, raccolta e smaltimento rifiuti, consorzi di bonifica, erogazione del gas, tutela e conservazione del territorio, etc.).

   Diversa opinione avevamo espresso per la paventata eliminazione (ora pare del tutto superata) dei piccoli comuni (quelli con meno di mille abitanti, in tutto il territorio nazionale sono 1.970 su un totale di 8.092). La nostra proposta geografica, da sempre, è quella che non si devono togliere/accorpare le amministrazioni comunali “piccole”, ma TUTTE le amministrazione comunali devono sciogliersi in un unico progetto di creazione di CITTA’. Città che contengano sì al loro interno realtà comunali (municipi) con proprie specificità da salvaguardare, ma che si riconoscono (le nuove città) in un’omogeneità nelle loro caratteristiche geomorfologiche, culturali, storiche, economiche… in un “progetto unico condiviso” per il presente e il futuro.

   Questo non vuol dire che venga a sparire “l’identità municipale”, di paese, che un luogo può avere anche se costituito da poche anime: al contrario, la costituzione di CITTA’ al posto dei comuni “valorizza gli elementi particolari” di ogni singolo luogo.

   E se certi servizi vengono riuniti in una scala più grande (quei servizi comunali essenziali che si dice che vengono svolti in “back-office” cioè non c’è il contatto diretto con i cittadini, come la gestione del software dell’anagrafe, l’ufficio tributi, ragioneria, del personale, di progettazione, legale etc.), dall’altra la drastica riduzione dei costi e delle risorse del personale dei servizi “back-office” ora diffusi in modo antieconomico nei tantissimi comuni di soli 10-15.000 abitanti…), questa drastica riduzione permette l’estensione di servizi a contatto diretto con la popolazione (FRONT-OFFICE) anche là dove non arrivano adesso (borghi, colmelli, frazioni medio-piccole…).

   Questi servizi essenziali comunali distribuiti nel territorio (anagrafe, vigili urbani, urbanistica…), possono “mettersi assieme” anche con altri erogati da altre istituzioni pubbliche (ASL, INPS, Agenzia Entrate, Enel, Poste….) permettendo di avere operatori polivalenti a contatto diretto con la popolazione; anche utilizzando, come strutture logistiche di riferimento, i municipi di tutti i comuni “coinvolti” nel “ progetto CITTA’ ”. Comuni/Municipi che continuerebbero a eleggere propri rappresentanti (come i quartieri e le circoscrizioni nelle grandi città), eletti a TITOLO VOLONTARIO GRATUITO  (cioè senza percepire compensi). In una struttura burocratica unica della “ CITTA’ ” (esistono adesso comuni con un
solo vigile, un solo assistente sociale… cioè servizi difficilmente che possono essere efficienti…).

Una proposta di città friulana: la CARNIA

   La creazione di CITTA’ al posto dei COMUNI, per un’economia di scala efficiente dei servizi da erogare ai cittadini e per una valenza significativa autorevole verso l’esterno, non può che prevedere una media di 50 – 60.000 abitanti circa: ma con eccezioni credibili e di buon senso (ad esempio nelle aree di montagna, la “gestione territoriale” è assai vasta ma gli abitanti sono in minor densità, pertanto è evidente che lì, le CITTA’ al posto dei COMUNI, possono contare in una popolazione ben inferiore ai 60.000 residenti).

   Pertanto LA SOPPRESSIONE DEI PICCOLI COMUNI NON AVEVA ALCUN SENSO LOGICO. Appariva com’era un provvedimento anacronistico, antistorico e “antipatico” (spesso i piccoli centri sotto i mille abitanti sono quelli “antichi” con una piazza, un castello, belli da vedere e anche da visitare…. e per la maggior parte sono comuni di montagna). Quello che invece preoccupa sono i comuni medio-piccoli, dai 15.000 ai 2-3mila abitanti: quasi sempre “periferie urbane” diffuse lungo le strade, grigi e senza quei servizi che spesso le medio-grandi città ora stanno sempre più offrendo in modo efficiente (trasporto pubblico, istruzione avanzata per i giovani, impianti sportivi e culturali del tempo libero, strutture sanitarie altamente qualificate…).

   A noi non piace la parola “ACCORPAMENTO”, peggio ancora “ELIMINAZIONE”: l’idea di creare CITTA’ al posto dei comuni è un’idea legata a un’evoluzione culturale e politica di quei luoghi (i comuni medio-piccoli), che ora, volenti o meno, sono in uno stato marginale rispetto ad altri. E’ l’acquisizione di un DIRITTO DI CITTADINANZA uguale per tutti in tutto il territorio nazionale: opportunità per i giovani, apertura al mondo e scambi quotidiani qualificati, nell’ambito della scuola, delle strutture per il tempo libero, delle conoscenze… Salvaguardia dei beni ambientali, architettonici, riqualificazione dalle bruttezze urbanistiche sorte nei medi paesi dagli anni sessanta del secolo scorso ad adesso…

   E qui veniamo a un elemento “forte” di riflessione: MA VERAMENTE I COMUNI FINORA HANNO SALVAGUARDATO LE SPECIFICITA’ DEI PROPRI LUOGHI?  In Italia la cementificazione del territorio avanza ogni giorno, al ritmo di quasi 250 mila ettari all’anno. Dal 1950 ad oggi, un’area grande quanto tutto il nord Italia è stata seppellita sotto il cemento…

   Chi ha gestito in questi decenni l’urbanistica, l’edilizia, la salvaguardia del paesaggio? I COMUNI. Da sempre il “potere vero”, di controllo dell’amministrazione comunale, si gioca sulla questione del territorio e dell‘urbanizzazione: PRG (ora PAT, piani di assetto territoriale), varianti urbanistiche, sono le parole che si sentono spesso pronunciare all’insediamento di ogni nuova amministrazione. E l’urbanistica, l’edilizia, nei comuni è decisa da pochissimi (spesso, quasi sempre, da personaggi neanche eletti): persone che a cena o chiuse in una stanza decidono cosa fare del territorio, che interessi (speculativi) portare avanti. E il sindaco di turno, magari in buona fede, è ben contento di concedere ogni cosa, adesso ancor di più visto che ci son così pochi soldi nelle casse comunali, per una “perequazione” a vantaggio del comune (una sala di quartiere in cambio della concessione edilizia di 50 appartamenti di dubbia qualità…). LA MONETIZZAZIONE DEL TERRITORIO: ecco quello che finora è stato il “vero potere” dei comuni, e che si potrebbe superare con realtà più autorevoli e meno al soldo del costruttore di turno.

   Ma un nuovo tema rende del tutto “impossibile”, obsoleto, il ruolo attuale del medio-piccolo comune: il FEDERALISMO MUNICIPALE. In pratica da quest’anno (2011) inizia una fase transitoria che porterà dopo tre anni (dal 2014) a un’imposta municipale unica (IMU) che sostituirà per il cittadino tutte le imposte comunali, e che avvia definitivamente il principio base del federalismo fiscale: “la mano che tassa, che prende i soldi, è la stessa che spende, eroga i servizi”. Principio positivo e di buonsenso.

   Detto in modo sintetico (ma cerchiamo di dire qualcosa di più specifico, qui, nel terzo post, con degli appunti) ai comuni andranno le tasse relative alle case (un 30% del gettito delle imposte di registro, ipotecarie e catastali sulle compravendite sul proprio territorio, e un 21% delle tasse sugli affitti), un 3% dell’IVA sempre del territorio… e niente più trasferimenti dallo Stato (basati ora su un sistema assurdo di “riconoscimento” della spesa storica: in pratica chi spende di più, e male, per i suoi servizi prende di più da Roma, in base appunto alla sua spesa storica…). Inoltre gli accertamenti fiscali sugli affitti trovati in nero porteranno alle casse comunali il 50% dell’introito dell’accertamento… (il Comune ha interesse a darsi da fare nei controlli delle evasioni…)… VERAMENTE CREDIAMO CHE PICCOLI E MEDI COMUNI POSSANO GESTIRE EFFICACEMENTE QUESTE COSE?….

   L’imprescindibile necessità di creazione di CITTA’ su scala geografica (…demografica, organizzativa, territoriale…) confacente alle nuove necessità, al “futuro che è già presente”, è qualcosa che resta urgente più che mai, e quando sarà finalmente attuata sarà in ogni caso molto tardi.

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PROVINCE, SI RINVIA IL TAGLIO SALVI SETTEMILA ENTI COLLEGATI

di Diodato Pirone, da “il Messaggero” del 27/8/2011

– Verso lo stralcio del provvedimento. Il Pdl: serve un ddl costituzionale – Per ogni capoluogo anche altrettante sedi di Inps, Inail, ministeri –

   Alla fine arriva lo stralcio: il taglio delle 29 Province più piccole sarà escluso dalla manovra di Ferragosto e probabilmente, come sempre si dice in questi casi, finirà in un disegno di legge costituzionale poi si vedrà.  Anche questa volta una bolla di sapone si porterà via il progetto di ristrutturazione di questo pezzetto (manovra di appena 12 miliardi di euro sugli 815 di spesa pubblica complessiva) della pubblica amministrazione.

   Viene premiata così la linea di difesa adottata nei giorni scorsi dalle Province e plasmata sulla frase «muoia Sansone con tutti i filistei» pronunciata dal mitico gigante ebreo mentre faceva crollare il palazzo che lo ospitava. Il governo voleva chiudere 29 Palazzi della politica che ospitano altrettante amministrazioni provinciali? Per salvarsi le Province hanno rilanciato presentando un progetto per chiuderne ben 7.000 di Palazzi e Palazzetti legati alla politica: poltronifici chiamati Enti strumentali, Consorzi, Ato, Agenzie per la formazione o per l`energia, Bacini imbriferi e Società per azione.

   Il bello è che questi enti nella maggioranza dei casi sono figli proprio degli enti locali e ormai costano ben più delle misere 107 Province italiane (in realtà 110 con le tre, ricchissime invece, di Bolzano, Trento e Aosta superblindate dai rispettivi Statuti Speciali). Con lo stralcio si salveranno per ora sia le 29 Province in bilico che i 7 mila enti suddetti.

   «Noi siamo i primi a dire che un riordino complessivo delle Province è ineludibile – assicura il presidente della provincia di Catania, Giuseppe Castiglione, pidiellino, che presiede anche l`Unione delle Province d`Italia -, solo che dobbiamo fare le cose per bene. Intanto togliendo di mezzo tutti gli enti intermedi non legittimati dal voto e che secondo i nostri calcoli assorbono circa 2,5 miliardi, ben più del costo della classe politica delle Province».

   Cosa vuol dire enti intermedi? Per averne un`idea basta farsi un giretto su Internet. Ecco l`ex Seproter di Caserta: un presidente, due consiglieri d`amministrazione, un direttore generale, un presidente del Collegio dei revisori, due sindaci. Tutti ad occuparsi di edilizia popolare. Ecco l`Afop di Frosinone. Un presidente, due consiglieri, etc. etc. impegnati sul fronte della formazione professionale. Ecco l`Apevv di Vercelli, otto poltrone otto dedicate allo sviluppo energetico locale. Ecco il Coipn (Consorzio Industriale Provinciale di Nuoro) che di posti ne vale una mezza dozzina.

   Gran parte di questi enti fanno da braccio armato proprio delle Province che, spesso in condominio con i Comuni, li utilizzano per assicurare prebende a politici trombati o per oliare i meccanismi locali di raccolta dei voti. Il controprogetto di Castiglione però non si ferma ai tagli dei 7 mila enti intermedi, «Questa vicenda dell`abolizione di alcune Province – sottolinea- deve farci riflettere sull`organizzazione dell`intera amministrazione italiana che è tutt’ora basata sull`ambito territoriale provinciale».

   Traduzione: che senso ha abolire 29 amministrazioni provinciali e mantenere 110 uffici provinciali lnps; 110 uffici provinciali Inail; 110 soprintendenze provinciali; 110 uffici provinciali del lavoro; 110 direzioni provinciali delle Poste e così via cantando? La domanda è tutt`altro che peregrina e da giorni non fa dormire parecchie centinaia di boss della burocrazia locale. Dalla risposta infatti – se mai ce ne sarà una – dipenderanno anche le prospettive di carriera di buona parte degli impiegati pubblici italiani di livello più elevato.

   Non a caso i combattivi sindacati di Polizia hanno disseppellito la scure di guerra non appena hanno saputo che l`abolizione delle 29 Province più piccole comportava lo smantellamento di altrettante Prefetture.  Lo slogan dei sindacati dei poliziotti sarà pure corporativo ma ha il pregio della chiarezza: «Qualunque cosa succeda alle Province, le Questure non si toccano».

   Castiglione insomma ha più alleati che nemici. Per illustrare le sue ragioni ha preparato un agile dossier sui costi effettivi delle Province. Intanto è vero che sono leggerine: gestiscono ogni anno una manciata di miliardi che rappresenta appena l`1,5% del fatturato dello Stato, italiano. La classe politica delle Province poi non prende stipendi da favola. I presidenti delle amministrazioni più grandi guadagnano fra i 40 e i 50 mila euro netti all`anno. Tre mesi di un deputato qualunque. In tutto, i 4.000 politici eletti nelle Province ci costano 113 milioni.

   Più articolato il discorso sul costo del personale. I dipendenti sono 61 mila e circa un quarto delle Province (quasi tutte al Sud) spende per loro più del 40% dell`intera spesa corrente. Un`enormità figlia di un clientelismo pesante. Un`altra cifra assai discutibile è quella dei 200 milioni all`anno spesi per sponsorizzazioni culturali e sportive.

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I PICCOLI COMUNI MARCIANO SU ROMA E LETTA PROMETTE: NON SARETE ACCORPATI

di Nino Bertoloni Meli, da “il Massaggero” del 27/8/2011

   Sfidando i 40 gradi all`ombra ma soprattutto le ire di Tremonti, i piccoli Comuni han marciato fin sotto l`obelisco di Montecitorio in orario canicolare, hanno protestato contro la loro soppressione, hanno gridato ma nel Palazzo non c`era un deputato uno, hanno rischiato l`insolazione, alla fine sono stati ricevuti da Gianni Letta a palazzo Chigi e ne sono usciti rinfrancati e speranzosi.

   «Non sparirete», ha promesso il sottosegretario alla accaldata delegazione. All`uscita, la capodelegazione dell`associazione dei piccoli comuni (Anpci), bottiglietta d`acqua in mano, barcollante, stanca in viso ma soddisfatta, Franca Biglio all`anagrafe, sindaca essa stessa di un micro Comune del cuneese di 302 anime, Marsaglia, a tutti quelli che la chiamano all`auricolare risponde come un libro stampato: «Il dottor Letta ci ha assicurato, Letta è uno serio, di lui dobbiamo fidarci, mica è Calderoli».

   Ma che cosa ha detto ai mini comuni il sottosegretario di Berlusconi? Secondo Biglio, «ci ha spiegato che lui l`impegno per stralciare l`articolo 16 sugli enti locali con annessa norma sulla soppressione dei piccoli Comuni non può prenderlo, ma ci ha anche detto che non verremo accorpati, quindi continueremo a esistere». Letta avrebbe anche annunciato che è allo studio un emendamento ad hoc per salvare i piccoli Comuni, «non verremo soppressi, non c`è più l`obbligo per l`associazionismo, non c`è più il limite dei 5 mila abitanti», le parole di Biglio.

   Sono 1.900 i micro municipi interessati alla propria sopravvivenza. Su di loro, come su tanti altri enti o persone, dovrebbe abbattersi la mannaia dei tagli tremontiana, ma la protesta è partita, è di fatto una rivolta e chissà che i piccoli comuni non riescano sul serio a spuntarla.

   «Abolirebbero sì e no qualche migliaio di poltrone per l`ammontare di cinque milioni di euro, e che ci vuole, basta tagliare una decina di parlamentari e ottengono lo stesso risultato», scandisce l`aiutante della presidente Anpci che ha capito dove soffia il vento.

   «Quando andiamo a mangiare?», chiede, quasi supplica, uno dei partecipanti mentre gli altri arrotolano i gonfaloni e altri ancora le bandiere italiane che hanno sventolato fino ad allora. Sono un centinaio, al presidio di Montecitorio, accorsi da varie parti del Paese, «noi veniamo dalla Calabria», informano quattro ` ragazzine della provincia di Reggio Calabria. Per qualche minuto i marciatori si mischiano con il tendone di alcuni cittadini all`ottantaquattresimo giorno di sciopero della fame, lì proprio all`uscita della Camera, chiedono il dimezzamento dei parlamentari con annessi stipendi, ma intanto si son decurtati loro cibi e bevande.

   Sul tema, dicono la loro anche dall`opposizione. Per Roberto Della Seta del Pd, l`accorpamento dei Comuni sotto i mille abitanti «non farebbe risparmiare un euro, ma sarebbe un`offesa alla democrazia». Il motivo? «Affiderebbe tutto il potere amministrativo dei piccoli comuni a sindaci-podestà, togliendo ogni voce alle minoranze».

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tema già trattato in questo blog su:

« TERRITORI CHE SI STANNO DISGREGANDO E SEPARATISMO – Comunità che vogliono cambiare regione; unità d’Italia in crisi; questioni, settentrionale e meridionale, che si accentuano – la proposta di un FEDERALISMO A VELOCITA’ VARIABILE che incominci a premiare le  comunità virtuose

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FEDERALISMO MUNICIPALE, MA CHE COS’È? (nostri appunti, presi qua e là, da varie fonti)

      Ma che così questa legge che i giornali chiamano “federalismo municipale” sulla quale sembrano decidersi le sorti della legislatura? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, perché il caos mediatico in proposito è notevole.
Per capire di che cosa si tratta bisogna tornare al 2001, quando la riforma del titolo V della Costituzione (fatta dal governo di centro-sinistra) introdusse il principio della proporzionalità diretta, che prevede che le imposte vadano a beneficio dell’area in cui sono riscosse: se pago le tasse a Milano, Cagliari, Napoli, che almeno una parte di queste tasse vadano direttamente a Milano, Cagliari, Napoli – e non tutte al governo centrale. E’ il principio del federalismo fiscale.

   Questo principio andava tuttavia concretizzato con una legge ordinaria, sennò restava campato per aria. Così prima di tutto è arrivata la legge delega del governo Berlusconi-Bossi (la 42 del 2009), che introduceva l’idea di premiare gli enti locali “virtuosi”, quelli che non spendono più di quanto incassano, e si è fissata per il 21 maggio di quest’anno la data di attuazione vera e propria della riforma.
In vista dell’appuntamento è stata istituita una Commissione bicamerale di trenta parlamentari (la cosiddetta “Bicameralina”) con il compito di approvare i decreti attuativi, i provvedimenti che stabiliscono i dettagli su come realizzare questo federalismo fiscale.
Fino ad oggi ne sono stati approvati quanttro: quello sul federalismo demaniale (votato da Lega, PdL e Italia dei Valori) che attribuisce parte del patrimonio dello Stato (soprattutto edifici e aree pubbliche) a comuni, province e regioni; quello sull’ordinamento di Roma Capitale, dotata provvisoriamente di autonomie speciali; e quello sui “fabbisogni standard”, cioè una norma che nelle intenzioni dovrebbe modificare il criterio seguito finora in base al quale lo Stato finanziava gli enti locali sulla base della loro “spesa storica”, cioè in pratica dava più soldi agli enti locali che in passato avevano speso di più. E infine quello cosiddetto del “federalismo municipale”, un decreto che cancella 11,3 miliardi di trasferimenti statali ai comuni, ma permette ai sindaci di rifarsi attribuendo loro il potere di tornare a usare la leva fiscale, su vari fronti.
AFFITTO (le imposte sul reddito da affitto vanno al comune dove si trova l’immobile, o come cedolare secca o sull’IRPEF da redditi fondiari)) – I proprietari posso optare per una cedolare secca sugli affitti. Sono previste infatti due aliquote, una al 21 per cento per il canone libero e una al 19 per cento per il canone concordato. La tassa non varierà in base al reddito, ma la percentuale sarà uguale per tutti i proprietari; oggi invece vengono detratte spese forfettarie del 15%, gli affitti entrano a far parte del reddito, su cui poi si pagano le tasse.
Scompare il bonus di 400 milioni previsto come fondo di sostegno per le famiglie numerose in affitto, ma i proprietari che sceglieranno di pagare le tasse con un’aliquota secca non potranno chiedere un aumento del canone agli inquilini e nemmeno adeguarlo all’indice Istat.
Di fatto la cedolare secca sugli affitti sicuramente avvantaggerà i comuni in cui ci sono più case affittate, per gli altri c’è il rischio che sopravvivano solo grazie al fondo perequativo. Secondo la Cigl le entrate attuali per i redditi da locazione «sono 3,635 miliardi a fronte di circa 5,100 miliardi dovuti, con un’evasione di quasi 1,5 miliardi di euro. Le entrate stimate se il decreto entrasse in vigore sarebbero di circa 2,700 miliardi»: con una perdita di gettito di 500 milioni di euro rispetto ad adesso. (fonte: l’espresso)

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…ancora sul FEDERALISMO MUNICIPALE – Prima del federalismo municipale tutte le tasse pagate dai cittadini per la vendita di immobili (case, capannoni, negozi, uffici ecc) finivano a Roma; con il federalismo il 30% di queste tasse rimane al comune. Prima del federalismo tutte le tasse pagate per gli affitti degli immobili (case,negozi, capannoni ecc) finivano a Roma: con il federalismo restano per il 21,7% al comune, se il proprietario adotta la cedolare secca del 19 o 21% (l’IRPEF incassata unvece dagli affitti va al comune di competenza). Prima tutta l’IVA pagata nel comune andava a Roma, con il federalismo il 3% resta al comune.

   L’IMU (l’imposta unica municipale, che entra in vigore dal 2014) non è una nuova tasse perché sostituisce l’ICI e l’IRPEF, l’aliquota fissata pari al 7,6 per mille garantisce sostanzialmente un peso tributario simile alle tasse precedenti. Per il cittadino che affitta il proprio immobile viene dimezzata l’IMU (dal 7,6 per mille al 3,8 per mille): questo favorirà il mercato degli affitti. E’ previsto che l’addizionale comunale IRPEF (introdotta anni fa dal governo Prodi) possa essere al massimo dello 0,4 per mille (oggi ci sono comuni che applicano addizionali anche dello 0,8 per mille).

   Per concludere l’analisi tecnica non posso dimenticare la tassa di scopo sulle infrastrutture e la tassa di soggiorno che hanno in comune lo stesso principio: gravano su chi usufruisce di un certo servizio. Per la tassa di soggiorno si afferma il principio che chi decide di usufruire per un periodo di vacanza dei servizi offerti da un territorio debba contribuire almeno in misura minima al pagamento di detto servizio. Ricordo che una parte delle entrate dovranno andare a sostegno degli operatori turistici. La tassa di scopo potrà essere introdotta dai sindaci per realizzare opere particolari e ovviamente si assumeranno la responsabilità di fronte ai loro elettori in un confronto di totale trasparenza.

   Il decreto sul federalismo municipale prevede per i primi tre anni un fondo provvisorio di riequilibrio che poi a regime diverrà un vero e proprio fondo perequativo per favorire la crescita e l’adesione al percorso virtuoso dei territori più in difficoltà.

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Riepilogando, e integrando, per quanto concerne la fiscalità immobiliare, dal 2011 vengono attribuiti ai Comuni: a) l’intero gettito dell’Irpef sui redditi fondiari (escluso il reddito agrario) e quello relativo alle imposte di registro e bollo sui contratti di locazione immobiliare; b) una quota, pari al 30%, del gettito delle imposte di registro, ipotecarie e catastali sugli atti di trasferimento immobiliare ed una quota, pari al 21,7% nel 2011 ed al 21,6% dal 2012, del gettito della cedolare secca sugli affitti. I gettiti in questione affluiscono ad un Fondo sperimentale di riequilibrio, di durata triennale, finalizzato a realizzare in forma progressiva e territorialmente equilibrata la devoluzione dei gettiti medesimi ai Comuni; il Fondo verrà ripartito sulla base di un accordo in sede di Conferenza Stato-città, nell’osservanza, comunque, di due specifici criteri: una quota del 30% del Fondo andrà ripartita in base al numero dei residenti e, al netto di tale quota, una ulteriore percentuale del 20% dovrà essere destinata ai piccoli comuni.

   L’articolo 13 del decreto sul “federalismo municipale”, istituisce inoltre, per il finanziamento delle spese dei comuni e delle province successivo alla determinazione dei fabbisogni standard per le funzioni fondamentali, un Fondo perequativo a titolo di concorso per il finanziamento delle funzioni svolte dai predetti enti, articolato in due componenti con riferimento alle funzioni fondamentali e non fondamentali. Ai Comuni viene inoltre attribuita una compartecipazione al gettito IVA, che dovrà essere determinata con apposito DPCM in misura finanziariamente equivalente alla compartecipazione del 2% al gettito dell’IRPEF.

I criteri di attribuzione del gettito ai singoli Comuni dovranno essere stabiliti con apposito DPCM, che dovrà assumere a riferimento il territorio su cui si è determinato il consumo che ha dato luogo al versamento dell’imposta; in prima applicazione l’assegnazione ai Comuni avverrà sulla base del gettito IVA per provincia, suddiviso per il numero degli abitanti di ciascun ente locale.

   Al potenziamento dell’attività di contrasto all’evasione sono finalizzate le disposizioni che inaspriscono le sanzioni amministrative per l’inadempimento degli obblighi di dichiarazione concernenti gli immobili – ivi comprese quelle in materia di canone di locazione nell’ambito della nuova disciplina sulla cedolare secca – nonché che ampliano l’interscambio informativo sui dati catastali. Nella medesima finalità viene incentivato il ruolo dei Comuni, prevedendosi che ad essi sia assegnata una quota pari al 50% del gettito derivante dalla loro attività di accertamento, e che tale quota sia assegnata, anche in via provvisoria, sulle somme riscosse a titolo non definitivo.

   E’ inoltre istituita, come sopra accennato, la cedolare secca sugli affitti, vale a dire la possibilità per i proprietari di immobili concessi in locazione di optare dal 2011, in luogo dell’ordinaria tassazione Irpef sui redditi dalla locazione, per un regime sostitutivo, che assorbe anche le imposte di registro e bollo sui contratti, le cu aliquote sono pari al 21% per i contratti a canone libero ed al 19% per quelli a canone concordato. Oltre a severe sanzioni in case di omessa od irregolare registrazione (in cui si prevede automaticamente un durata del contratto pari a quattro anni e l’applicazione di un canone ridotto che fa riferimento al triplo della rendita catastale) si prevede che in caso di contratto a canone concordato il locatore, se opta per la cedolare secca, non potrà richiedere aggiornamenti del canone per tutta la durata del contratto. Vengono inoltre modificate le aliquote di tassazione delle transazioni immobiliari, che sono individuate al 2% nel caso di prima casa di abitazione ed al 9% nelle restanti ipotesi (le attuali aliquote sono stabilite rispettivamente al 3 ed al 10%, comprese alcune imposte indirette che vengono eliminate).

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L’IRRAZIONALE CONTINUITÀ DEL DISEGNO GEOGRAFICO DELLE UNITÀ POLITICO-AMMINISTRATIVE (1995)

Data di pubblicazione: 24.09.2006 – Da LUCIO GAMBI, lo scomparso maestro della geografia italiana, un contributo su un tema vicino alla pianificazione territoriale. Ripreso da Amministrazioni pubbliche e territorio in Italia, a cura di Lucio Gambi e Francesco Merloni, Il Mulino

(…) Le istituzioni territoriali italiane con valore giuridico e funzioni politiche sono di tre ordini: i comuni, veri e propri enti di base anche agli effetti statistici; le province che sono state formate in ogni epoca da un assemblaggio di comuni; le regioni (istituite come enti politici autonomi nel ‘48 ) che risultano dalle associazioni di due o più province. E di queste istituzioni i comuni sono sicuramente – per quanto con funzione geopolitica ristretta ad ambiti locali – quelli di origine più remota.
Il loro spazio territoriale, sia per i comuni urbani che per quelli rurali, era già disegnato con discreta esattezza e stabilità fino dagli ultimi secoli medioevali: però in termini topograficamente e iconograficamente precisi i loro confini verranno concordati e, con la partecipazione di periti e di notari, definiti con atti giuridici solo in epoca rinascimentale.

   In ogni modo da cinque o sei secoli, per il maggior numero di casi quel disegno ha ricevuto rare modificazioni. E per quanto negli anni della unificazione nazionale sia stato più volte sostenuto e documentato che le configurazioni comunali in molte regioni non erano più adeguate alle condizioni e ai bisogni della società, si è persistito a coltivare una nozione territoriale dei comuni come di qualcosa di inesorabilmente stabile e immutabile al pari dei monti (non dico dei fiumi, perché anche questi nelle pianure mutano di corso).

   Inoltre, data la loro funzione di pietre elementari dello Stato, si è continuato ad usare i loro ambiti territoriali per ogni rilevazione di censimento, anche quando e dove le realtà da censire sono diventate molto diverse per ciò che riguarda la distribuzione e repertori azione dei fenomeni rilevati.

   Simbolo di questa conservatività e continuità potremmo indicare il comune di Roma, che è il più vasto comune italiano (1507 kmq prima della recente costituzione e avulsione del comune di Fiumicino ), e supera o eguaglia in ampiezza una decina di province. Questo non per il motivo che Roma fu il centro politico per una decina di secoli dello Stato del papa e dal 1870 del regno d’Italia, ma perché la città è stata circondata fino agli inizi del nostro secolo da una enorme area in parte malsana di pascoli, boschi ed acquitrini, ove venivano ad ibernare le mandrie ovine e bovine dai monti degli Abruzzi.

   Quest’area – l’Agro romano – è stata bonificata nel nostro secolo e su una parte di essa dilàta la gran macchia urbana di Roma: i suoi quadri paesistici e i suoi usi economici sono ora radicalmente mutati, ma ad eccezione di qualche estrema ala trasferita dopo il 1920 ai prossimi comuni disseminati lungo i rilievi vulcanici, essa rimane – tranne sul delta del Tevere – disegnata dagli stessi confini che figurano nelle geoiconografie di qualche secolo fa.
In realtà solo in pochissime zone si è avuta negli ultimi secoli una vera ristrutturazione, cioè un ridisegno energico delle maglie comunali che si erano costituite fra il XIII e il XV secolo: come ad esempio è stato in Toscana fra il 1774 e il 1776 ad opera del granduca Pietro Leopoldo. E come pure è stato per le ridimensioni, a volte risolute, che furono studiate e intraprese in alcune zone dalla amministrazione napoleonica nel regno del Nord e anche in quello del Mezzogiorno, ma che poi in parte svanirono dopo la restaurazione del 1815.

   In altre parole l’evoluzione storica è stata raramente seguita, dopo l’epoca dei principati rinascimentali, da una congrua adeguazione del comune, sul piano topografico, alle funzioni che l’istituto comunale svolge.  Che sono le funzioni legate ai bisogni primari e correnti di una comunità locale: i bisogni che non diversificano solamente con il defluire dei secoli ma anche da regione a regione, secondo l’organizzazione economica e sociale, le forme di insediamento, la densità demografica ecc.
Ho detto ristrutturazione e ridisegno: che ha poco o niente ha a che vedere con le iniziative di riassetto delle maglie comunali spinte avanti soprattutto fra le due guerre, con l‘intenzione dichiarata di rispondere meglio al carico degli aumentati servizi richiesti dalla gestione comunale. Le soluzioni con cui esse si espressero furono in molti casi di pura conglomerazione di due o più comuni, e specialmente di fusione di uno o più comuni in un comune di maggior ampiezza.

   Operazione in se per larghissima parte giustificata con valide motivazioni economiche (ma a volte anche ispirata da ambizioni egemoniche): che però non compì una vera riconfigurazione ex novo, ma compose i nuovi corpi unendo fra loro, così come erano, i vecchi e quindi lasciando inalterati i loro profili complessivi. A volte ci si limitò ad una operazione di aggiustamento, e in tale caso la più frequente fu quella di spostare il capoluogo comunale, entro gli immutati limiti territoriali, da un centro in fase di estinzione ad uno più vitale.

   Ci furono anche altre soluzioni: ad esempio quella, usata in modo peculiare nelle fasce litorali in via di forte popolamento, di dividere in due parti un comune di cospicue dimensioni (in tale caso i confini fra le due parti furono stabiliti ex novo). O quella – che può considerarsi come una risposta alla prima fioritura industriale e ai congiunti processi di incremento edilizio – per cui i maggiori centri del Nord, i cui limiti comunali coincidevano fino al risorgimento con le mura bastionate (o poco più) si ampliarono con l’incamerazione di molti comun i minori della cintura.

   Ma pure con gli emendamenti ora ricordati, il non avere aggiornato in modo sistematico le nostre configurazioni comunali con il mutare delle situazioni reali, fa sì che un elevato numero dei nostri comuni conservi oggi topograficamente le forme più strane e singolari, o per lo meno anomale.

   Sono rimaste in gran numero le compenetrazioni e gli incastri, le digitazioni e le contorsioni che alcuni secoli fa servivano a congiungere il centro comunale con aree o luoghi un po’ lontani, di cui esso aveva bisogno – ad es. un ponte o un guado o uno scalo fluviale o una cala marina – risparmiandosi le servitù di transito in casa d’altri.

   Sono rimasti anche, con particolare frequenza sui monti della penisola, gli scavalcamenti di alte dorsali o il travalico del Comune dalla valle ove si trova il suo centro ad una valle adiacente. Ed anche sono rimaste le linee di delimitazione stabilite molti secoli fa su di un alveo fluviale ora morto, e di cui in certi casi si è quasi perduta la memoria (neanche il Po, nel suo medio corso dal Pavese al Mantovano, fa da confine comunale – in conseguenza degli spostamenti del suo alveo – e una trentina almeno di comuni che lo fiancheggiano si estendono pure su qualche zona della riva opposta, non congiunta da ponti).

   Sono rimaste infine le isole amministrative, cioè le zone territorialmente isolate, a qualche km di distanza dal corpo del comune e incluse in altri comuni: una soluzione sentita come funzionale fino al secolo XVIII, quando un comune posto in una piana di fondo valle ricoperta da coltivazioni, aveva di frequente in un’area a parte, posta di regola sui monti vicini, i pascoli e i boschi indispensabili per la sussistenza della sua popolazione.

   A parte le sagome stravaganti, l’irrazionalità di molti comuni è riconoscibile nella circostanza che – a prescindere dagli ammassi urbani con una popolazione sopra le 300mila unità – le zone industriali, commerciali e turistiche il cui quadro insediativo ha avuto radicali modificazioni negli ultimi cinquant’anni, mostrano una discordanza fra il disegno comunale e le proiezioni espansive o il modo di organizzarsi dei centri (sono intorno a 700 i centri ritagliati in due o tre spicchi da confini comunali): fenomeni che creano ostacoli, equivoci, confusioni a qualunque genere di gestione. E che in modo particolare inibiscono la razionale formulazione di piani urbanistici e di progetti economici.
Gli stralci delle ripartizioni comunali che ora inserisco, e che si riferiscono agli anni ‘70 – quando cioè i problemi relativi al disegno della maglia comunale, in applicazione di una disposizione costituzionale furono assegnati alle regioni – esemplificano in larga misura le situazioni dianzi richiamate.

   La prima considerazione che se ne può agevolmente ricavare è che l’impianto delle ripartizioni comunali, anche nelle zone che negli ultimi cent’anni sono state campo di notevole industrializzazione, rimane legato alle forme impresse dalle strutture rurali che vi si stabilirono fra XV e XVIII secolo.

   Per di più in alcune zone ove l’agricoltura conserva una posizione di rilievo, la carta delle ripartizioni comunali riflette pochissimo le difformità che fino dal secolo scorso si colgono nei rapporti di produzione o nella ampiezza media delle aziende rurali o nelle coltivazioni che contraddistinguono intere plaghe: e in ciò è la prova che la costituzione delle ripartizioni comunali oggi in uso risale a prima di quelle differenziazioni.

   Ad esempio la configurazione e la dimensione dei comuni del Monferrato, formati da aziende familiari di mediocre entità, coltivate a vigneto da proprietari o da conducenti in affitto, divergono di poco -meno in qualche caso- dai comuni della pianura fra Vercelli, Novara e Mortara, dominati da grandi o medie aziende capitalistiche coltivate a riso con mano d’opera salariata; e quasi inavvertibile è la disparità delle loro dimensioni da quelle dei comuni a seminato irriguo (le marcite) della pianura lodigiana, fondate su imprese con salariati, di notevole superficie.

   Totalmente diversi per misure medie e ordito della maglia appaiono i comuni di molte regioni del Mezzogiorno, ove l’insediamento rurale si esprime con grandi e rade concentrazioni che lasciano vuoti gli agri, e ove l’agricoltura (meno che in una fascia di pochi chilometri che circonda i centri) ha per lo più forme estensive. In queste aree, governate fino al nostro secolo – in qualche caso fino ai nostri giorni – da poteri feudali, il comune è grande e ha le sagome più strane, a volte un corteggio di isole amministrative, e in qualche caso (es. Trapani, Monreale, Bronte in Sicilia) fino ad anni recenti ha inglobato per intero altri comuni.
Invece abbastanza uniforme con corpi per lo più di media estensione – in special modo ove si è avuta negli ultimi secoli una riforma, come in Toscana – è il ritaglio comunale nelle regioni di insediamento rurale sparpagliato in case isolate su poderi o in minuscoli casali, come è cosa abituale e caratterizzante nella sezione settentrionale della penisola. Insediamento che s’associa ad una agricoltura promiscua di alta qualità, che fino a qualche lustro fa veniva per lo più gestita (meno che nei comuni tipicamente montani) col sistema a mezzadria.
Solo i comuni i cui capoluoghi sono centri con una vivace personalità urbana fino da epoca comunale (si vedano ad es. per la zona umbra Perugia, Gubbio, Foligno, Spoleto, Todi, Orvieto ) risultano qui più grandi, ma in modo non esagerato. Ed egualmente di maggior superficie sono quelli che si estendono nelle aree di maggior altitudine, dominate da aziende in gestione familiare: aree ove – a parte il rilievo – influiscono probabilmente sopra le dimensioni del comune (e su una discreta frequenza di isole amministrative) i boschi e i pascoli demaniali o delle associazioni agrarie.

   Per completare la panoramica, un caso a parte presentano le pianure litorali, soprattutto delle regioni settentrionali, che erano fino a qualche secolo fa intersecate da resti di lagune o largamente pantanose – quindi pochissimo popolate – e furono conquistate poi con opere di bonificazione. In tali zone (fasce litorali venete, romagnole e toscane) che pure sono state oggetto negli ultimi cent’anni di enormi investimenti agricoli e turistici e in alcuni casi anche industriali, e che di conseguenza risultano energicamente ridimensionate nelle strutture economiche ed urbanistiche, i comuni conservano in genere le amplissime forme originali; documentate per lo meno fino dal diciassettesimo secolo.
   Le rapide riflessioni fino a qui allineate mi pare che dimostrino la inderogabilità di un ridisegno ex novo dei comuni. E l’occasione giusta per risolvere operativamente il problema può essere la applicazione della legge 142/90. In tale evenienza è da augurarsi che riceva una concreta spinta la formulazione dei criteri in base a cui riformare in modo razionale i procedimenti di individuazione e di configurazione dei comuni.

   Criteri che sarà conveniente ormeggiare ad alcuni punti fermi, come ad esempio: a) la polarità a scala locale del centro comunale – una polarità in ogni caso economica e in particolari casi anche sociale o culturale; b) l’omogeneità economica a scala locale del corpo territoriale previsto; c) la coerente composizione topografica a scala locale del corpo territoriale previsto; d) una popolazione che sia quantitativamente al di sopra di una soglia minima (logicamente diversa a seconda delle grandi aree regionali); e) l’adozione di confini stabiliti su elementi chiari e sicuri, di agevole percezione e oculatamente condotti.

   Poiché il comune è la base dell’edificio dello Stato, una razionale definizione territoriale del comune consentirà un disegno più ordinato delle province ed una nuova, funzionale strutturazione territoriale delle regioni.

   Con la Costituzione del 1948 le regioni non sono state disegnate ex novo in base ad una analisi delle reali situazioni del dopoguerra. Sono state chiamate «regioni» delle ripartizioni territoriali di valore non giuridico, che già esistevano dal 1864 col nome di «compartimenti»: erano destinate cioè ad inquadrare territorialmente le elaborazioni e i risultati delle inchieste e delle rilevazioni statistiche nazionali.

   Ma neanche questi «compartimenti» potevano fregiarsi di una nascita ex novo, perché in realtà erano stati per lo più costituiti con l’aggruppamento di un certo numero di province fra loro finitime, che prima dell’unificazione nazionale avevano fatto parte del medesimo Stato, e in quest’ultimo avevano ricoperto insieme uno spazio che nei secoli della romanità imperiale o in epoca comunale aveva ricevuto un nome regionale.

   I «compartimenti» del 1864 risultano quindi da uno sforzo di identificazione di quelle vecchissime regioni, la cui fama era stata ribadita e divulgata nel rinascimento da una rigogliosa tradizione di studi. Però è irrefutabile che le identificazioni regionali da cui erano nati i «compartimenti» statistici del 1864, in molte zone della penisola non avevano più alcuna presa nel 1948 quando la nuova costituzione entrò in funzione.

   E da quest’ultima data ad oggi il valore di quella ripartizione si è rivelato via via anche più insoddisfacente e vulnerabile. Uno dei nodi più gravi nella gestione dello Stato italiano ai nostri giorni sta precisamente nella istanza, non più rimandabile, di adeguare la irrazionale e quindi inceppante – diciamo antistorica – rete della sua organizzazione territoriale, agli effetti delle trasmutazioni che il paese ha sperimentato dopo l’ultima guerra. (Lucio Gambi)

……………………..

Cuneense… da Barolo a Gallodoro…

LA RIVOLTA DEI COMUNI CANCELLATI

– Un quarto degli ottomila centri italiani, quelli con meno di mille abitanti, rischia di essere soppresso. Insieme al loro patrimonio di storia locale, I sindaci pronti ad invadere Roma con una carovana di 600 bus –

di MAURIZIO CROSETTI, da “la Repubblica” del 23/8/2011
BAROLO – (Cuneo) – Forse il borgo farà la fine di un grappolo d’uva, lo vendemmieranno e addio, un colpo di forbice e zac. Il numero magico, che invece magari è malefico, è 728: rappresenta gli abitanti di Barolo, il paese col nome del vino, anche se poi è il vino ad avere preso il nome dal paese per poi portarlo a spasso nel mondo. Chiedete a un ghiottone giapponese, domandate a un mangione svizzero, interrogate un santo bevitore tedesco.

   Barolo? Tutti avranno le pupille accese, come quando si guarda il bicchiere nel controluce di una candela, dentro il bel fresco di una cantinotta. La scure dell’articolo 16 della manovra sta per abbattersi su un comune piemontese su due: tu sì, tu no, è una tremenda roulette. In Piemonte, i piccoli borghi sono 597 su 1.206, così i sindaci hanno deciso di portare simbolicamente le chiavi del municipio in prefettura. Tenetele voi, qui non servono più.
Oppure, hanno pensato di noleggiare un torpedone, uno per cittadina, e così raggiungere Roma per dare voce ai villaggi di Asterix, in una colonna di quasi seicento bus. Li ascolteranno? Chissà. Ma la lezione “no Tav” della Val Susa dovrebbe insegnare che non si scherza con la gente di collina e montagna, con gli abitanti dei paesaggi d’uva e di pietra.
“Il nostro paese è un nome che significa storia, geografia, turismo, cultura, ottimo cibo e grandi vini, mica si può cancellare per decreto”. Walter Mazzocchi, come si dice ancora da queste parti, è il primo cittadino di Barolo. Con la sua larga e rassicurante cadenza piemontese, racconta perché a Roma stanno prendendo “ciò per bròca”, cioè lucciole per lanterne. “Il numero degli abitanti non può essere l’unico criterio per accorpare o meno i comuni. A Barolo arrivano persone da ogni angolo del pianeta, abbiamo il Museo del vino nel castello acquistato nel 1970 con una sottoscrizione popolare. Il municipio rappresenta un punto di riferimento, riflette una partecipazione che è civica, non politica, non partitica”. E che alla collettività non costa nulla: “Perché tutti abbiamo rinunciato a indennità e gettoni di presenza: sindaco, assessori e consiglieri. Siamo un comune a costo zero, e come noi quasi tutti i borghi della provincia di Cuneo. Istituire una specie di sindaco podestà sarebbe un grave colpo per l’intero sistema democratico”.
La via d’uscita non è l’accorpamento, ma l’unità d’intenti. “Da dieci anni ci siamo consorziati in 14 paesi, creando l’Unione dei comuni della collina di Langa. Questa forma associata ci permette di gestire servizi come il trasporto degli scolari, le mense, la polizia locale, i tributi e la difesa del suolo, senza che nessuno abbia perso la propria identità, né le prerogative amministrative”.
Ci sono comuni che rischiano di essere tagliati per poche decine di abitanti, altri che si sentono più tranquilli ma fino a un certo punto, perché in collina si fa in fretta a perdere gente e certezze. A Roddi, 1.500 abitanti, c’è la sede dell’Università dei cani da tartufo: un centro di addestramento che è una miniera d’oro per la gastronomia nazionale. E il Comune ha stabilito, con delibera ufficiale, che Roddi ora diventa “il paese della poesia”. Versi in bacheca di grandi autori, da Leopardi ad Alcmane, accompagnano il turista lungo le mura che salgono al castello.

   L’iniziativa verrà inaugurata domenica prossima, all’interno di un giorno dedicato interamente alla poesia. “Idee simili sono possibili nei borghi più piccoli”, spiega il sindaco Roberto Giacosa. “Perché il turismo è fatto di tante cose, non è solo stare a tavola. La cultura è un tassello fondamentale della nostra proposta. Chi vuole tagliare i piccoli comuni, non si rende conto che così elimina un tessuto sociale fatto di operosità, volontariato e passione”. Ed è bello salire nel borgo, leggendo sui mattoni l’attacco dell’Infinito, con gli occhi che si perdono oltre il parapetto, e il venticello che fa vibrare ogni lettera stampata sui fogli trasparenti. “Pensiamo che dare valore alla poesia, in questi tempi di prevalenza economica, sia un segno importante”, dice il professor Giovanni Tesio, presidente del Premio Roddi.
La strada che taglia le colline di Pavese e Fenoglio, in un saliscendi da vertigine, lambisce vigne dove tra poco si comincerà a vendemmiare. Prima i moscati, poi gli altri bianchi. È stata una primavera caldissima, quindi le piogge inattese e di nuovo l’aria che bolle e il sole che cuoce: sarà una grande annata anche per i rossi, per i Nebbioli che rappresentano il petrolio di Langa.

   La realtà della provincia di Cuneo, chiamata Granda (è la terza più estesa d’Italia dopo Bolzano e Foggia, ha quasi 600 mila abitanti, però frazionati in decine e decine di sparuti borghi), racconta un paesaggio di enorme bellezza, ma anche di solitudine. Da qualche anno, grazie al vino è arrivata la ricchezza, ma sempre al prezzo di un lavoro durissimo, “perché la terra è bassa e la schiena si deve piegare”, come dicono i contadini di qui. Non è più la Langa dei disperati, niente più malora ma Slow Food, eppure il segno della precarietà non è poi molto diverso dai tempi di Beppe Fenoglio e dei suoi giorni di fuoco.
“Perché camminiamo sulle uova, e il governo non ci aiuta”. Gianni Galli, giornalista, è il sindaco di Murazzano, Alta Langa, 873 abitanti, dove alle viti si sostituiscono i noccioleti e il frutto più prelibato si chiama, appunto, “nocciola tonda e gentile”: finisce anche dentro la Nutella, ed è detto tutto. Murazzano è inoltre il paese della robiola, da cui il famoso Murazzano Dop, uno dei nove a denominazione di origine protetta del Piemonte. Sono tesori grandi e fragili, succulenti e delicatissimi: basterà un decreto per farli soffrire?
“Ha ragione chi dice che Tremonti dovrebbe fare l’assessore in un piccolo comune per qualche settimana, così capirebbe. Qui non facciamo politica, ma cerchiamo di risolvere i problemi. Qui il sindaco si occupa anche di rifiuti e dei buchi nelle strade, fa promozione turistica e organizza gli scuolabus, senza trascurare i lampioni rotti. La gente mi ferma per la via e mi parla di cose pratiche, di questioni che possono sembrare minime e invece sono lo scheletro, l’ossatura di ogni comunità. Perdere il municipio, per un comune come Murazzano, significherebbe sentirsi isolati, senza punti di riferimento.

   Anche l’accorpamento è un’operazione azzardata, perché ci sono frazioni con poco o niente da spartire, esclusi, magari, i confini. Noi non siamo le zavorre d’Italia, e nessun amministratore pubblico percepisce un soldo. Io, come sindaco ho rinunciato a circa 1.300 euro lordi al mese, e nessun consigliere incassa il gettone di presenza”. A parte che non si tratterebbe di un gettone d’oro da antico telequiz, semmai di un minuscolo rimborso pari all’inaudita cifra di 17 euro a seduta. Sono questi i numeri che rischiano di affossare l’Italia?
“Abbiamo calcolato che il costo delle amministrazioni dei piccoli comuni valga meno di 5 milioni di euro all’anno, cioè quanto undici deputati”. Franca Biglio, sindaco di Marsaglia e presidente dell’Associazione piccoli comuni d’Italia, è colei che vuole organizzare il viaggio dei 597 pullman a Roma. E, si badi, non c’è neppure una spinta localista, questo non è il becero leghismo dei “padroni a casa nostra”. Qui, semmai, si chiede che la casa non venga chiusa, e che il paese non faccia la fine di un grappolo a fine estate, dopo i giorni di fuoco che certamente verranno. (Maurizio Crosetti)

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2 thoughts on “Il necessario RIDISEGNO TERRITORIALE degli enti locali: di creazione di CITTA’ al posto dei comuni, di AREE METROPOLITANE (al posto delle province) e di MACROREGIONI (al posto delle regioni)

  1. lucapiccin lunedì 29 agosto 2011 / 8:33

    Bello il concetto di “federalismo municipale”: mi sembra un termine appropriato. Sicuramente c’è un lavoro da fare, delle riflessioni da portare avanti…
    E bello l’ultimo post, specie per chi come me si occupa di sviluppo rurale e agricoltura; c’è dentro tutto, dal locale (la terra dei vini e delle nocciole e del formaggio DOP) al globale (i clienti tedeschi, giapponesi, e il mondo intero nel caso della nutella, che è fatta di 13 % di nocciole, ma anche di zucchero e olio di palma)… La soluzione si gioca senza dubbio a livello locale, a livello del MUNICIPIO; ma servirà anche mettere in RETE tutte queste iniziative (il “federalismo”)… E non è un po’ quello che Slow Food fa concretamente, con la rete di presidi e condotte? Mi fermo qui per non andare fuori tema…
    Vorrei in fine segnalare un altro termine su cui meditare e che potrebbere essere un possibile “collante” della galassia di comunità locali, il PATRIMONIO (materiale e immateriale).

    E come è stato ben detto ricordiamoci che “non si scherza con la gente di collina e montagna, con gli abitanti dei paesaggi d’uva e di pietra”. Già Fernand Braudel aveva dedicato un passaggio ai montanari nel suo lavoro sul Mediterraneo… Che sia a partire da questi paesaggi che si potranno costruire le trasformazioni virtuose?

  2. mirco martedì 30 agosto 2011 / 13:07

    non mi convince l’idea di CITTA’. La grande emergenza , come dite, è quella del consumo di suolo ed è vero che fino ad oggi chi ha deturpato il paesaggio sono stati i comuni ma le nuove CITTA’ sarebbero strutturate esattamente come gli attuali grandi comuni (municipi, consigli di quartieri). E sono questi grandi comuni, (CITTA’) che hanno periferie degradate, che hanno “mangiato” suolo senza limiti allargando periferie invivibili su suoli agricoli (Expo è un esempio). Come sarà possibile gestire la cementificazione con città di 50 mila abitanti?

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