11 settembre “2001 – 2011” – DIECI ANNI DOPO il massacro sulle “Torri Gemelle” il mondo osserva LA FINE DEL TERRORISMO ISLAMISTA, grazie anche alle RIVOLUZIONI ARABE: quando a liberare popoli oppressi sono i popoli stessi – resta l’irrisolto conflitto israelo-palestinese

La Freedom Tower, le gru sono arrivate al 90° dei 104 piani previsti (entro due anni la fine dei lavori). Il buco lasciato nel ventre di New York con la distruzione delle Torri Gemelle l'11 settembre 2001 è stato quasi del tutto riempito dalla leggendaria efficienza americana. Fra un paio d'anni i lavori per costruire il New World Trade Center termineranno e laddove sorgevano un tempo i palazzi abbattuti dagli attentati aerei si leverà un grattacielo nuovo di zecca, alto 541 metri (ossia 1776 piedi, misura evocativa dell'anno dell'indipendenza americana) e dotato di 108 piani più due sotterranei. La maestosa opera architettonica si chiamerà Freedom Tower e occuperà un'area di 65mila metri quadri (dal sito http://it.paperblog.com/ )

   Si possono proporre varie letture (adesso) di quel tragico 11 settembre del 2001 (che ha provocato 2763 vittime). La prima è che è stato da lì che son partite “le guerre di Bush” (Iraq, Afghanistan) e da lì è sorto il “che fare” comunque non semplice di quell’epoca nella quale il terrorismo islamista di “Al Qaeda” sembrava l’unico vero pericolo del mondo… Pertanto allora molti (anche noi) pensavamo che non si poteva lasciare padrone dell’Iraq (e di buona parte del terrorismo) un Sadam Hussein che gassificava la popolazione curda nel “suo territorio” (lì nativa da sempre), che svolgeva un ruolo attivo e minaccioso nel terrorismo internazionale… e neppure dopo, pensavamo era necessario dar risposte, per il pericolo afghano e dei talebani che consideravano (considerano) le donne schiave dell’uomo….

   Pertanto le ragioni di quella guerra e le responsabilità non possiamo addebitarle al solo George Bush junior… che poi l’Iraq si sia trasformato in una cruenta sanguinosissima guerra civile tra sciiti e sunniti è quel che purtroppo accade in molti paesi “liberati”: una volta andatosene il dittatore si scatena ancor di più il peggio tra i “liberati” (come risolvere questa incongruità tra un Sadam da combattere e il superamento della guerra civile è cosa che la diplomazia più attenta cerca di studiare e proporre soluzioni)….

11 settembre 2001. L’attacco al World Trade Center porta il terrorismo nel cuore di New York

   E la fine di Al Qaeda sembra venuta solo nove anni e mezzo dopo l’incendio delle Torri Gemelle con i Navy Seals americani che sono arrivati a scoprire dov’era Osama bin Laden nella sua casa di Abbottabad, in Pakistan, all’inizio di quest’anno (con l’epilogo cruento che conosciamo…): è stata lì la chiusura dell’epoca terroristica di Al Qaeda? (pare di sì).

   Ma qui noi vogliamo sottolineare che la vera fine del terrorismo islamico internazionale lo ha segnato la “primavera araba” che quest’anno ha interessato molti popoli arabi. Può ben darsi che a novembre, in Egitto, i Fratelli musulmani vincano le elezioni, come era accaduto con Hamas a Gaza, o che lo stesso accada in Tunisia o magari in Libia. Ma se ci saranno gruppi islamisti che andranno al potere, nulla avranno a che vedere con i terroristi islamici di Al Qaeda… Pertanto da questo punto di vista (della violenza terroristica) il mondo è cambiato in questi dieci anni. In meglio.

   C’è poi chi dice (lo riportiamo in questo post) che i dieci anni trascorsi, nelle conseguenze più importanti di “cambiamento del mondo”, oltre all’11 settembre 2011, la caduta delle Torri Gemelle, ci sia un’altra data da mettere bene sullo stesso piano (non cruenta per perdite di vite umane, ma non meno importante): il 15 settembre 2008, cioè il crollo della Lehman Brothers… La crisi del debito privato (le banche che stavano per fallire). E adesso è sopraggiunta, ben più pericolosa, la crisi del debito pubblico dei paesi “ricchi”, gli Stati Uniti, l’Europa.
Ma su tutto il decennio “settembre 2001- settembre 2011” emergono i nuovi paesi dalle economie in forte espansione (i cosiddetti Brics… Brasile, Russia, India, Cina, SudAfrica, ma non solo, pensiamo alla Turchia…); ma anche il pericolo che essi stessi, paesi emergenti, vengano trascinati nella “stagnazione mondiale dell’economia” per colpa dell’enorme debito pubblico (che loro hanno comprato, hanno investito) dei paesi anticamente ricchi e dove, pur con l’economia in crisi, ancora si vive molto meglio che da loro (per un welfare che “fa il debito”)…

   Insomma un decennio da brivido, con guerre globali localizzate nelle aree mediorientali, fallimenti di banche… Ma anche popoli che si affacciano a un nuovo benessere (seppur con sfruttamenti e difficoltà)… e su tutto l’imprevisto più imprevisto di quel che è accaduto (sta accadendo) nei paesi arabi con sommovimenti popolari… “primavere arabe” che finora l’Occidente (noi) ha dato risposte timide, non ha saputo cogliere appieno, trovare un progetto culturale, politico, economico da condividere assieme (e noi sul Mediterraneo, ne saremo protagonisti, dovremo già averlo iniziato questo virtuoso progetto comune).

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11 settembre 2001 – 11 settembre 2011

L’INIZIO DELLA FINE DELLA JIHAD

– La guerra civile islamica ha sconfitto la jihad – Le rivoluzioni arabe del 2011 stanno sottraendo terreno al terrorismo –

di Vittorio Emanuele Parsi, da “la Stampa” del 6/9/2011

   Pochi fatti come gli attentati dell’11 settembre e pochi personaggi come Osama Bin Laden sono stati in grado di conquistarsi una fama, per quanto sinistra, altrettanto planetaria da essere immediatamente associati da chiunque nel mondo all’idea stessa di jihadismo e al terrorismo di matrice islamista.
Un’associazione talmente stretta da averci fatto sovrapporre totalmente terrorismo e jihadismo al radicalismo islamista nel suo complesso. Difficile che potesse andare diversamente, d’altronde, se proprio in conseguenza dell’incubo che si materializzò in diretta tv, in una soleggiata mattina della costa atlantica degli Stati Uniti, abbiamo vissuto per quasi un decennio l’era della «war on terror», concretizzatasi nella decisione americana di combattere due guerre in terre musulmane. Di questi 10 anni di conflitto sono stati fatti tanti bilanci, tutti di necessità ancora provvisori, e però quasi tutti immancabilmente critici.
Troppe vite sono andate perdute e molti degli obiettivi politici che gli interventi militari si proponevano non sono stati raggiunti. È opinione diffusa che, almeno in parte, proprio la presenza militare occidentale in Afghanistan e Iraq abbia concorso ad alimentare il jihadismo e a rinfoltirne le file. Lo si è detto in particolare del conflitto iracheno, ingiustificabile rispetto ai fatti dell’11 settembre.
Eppure, proprio la guerra in Iraq, rapidamente degenerata in un’insorgenza di vaste proporzioni contro l’occupazione americana e in una feroce guerra civile tra sciiti e sunniti, ha contribuito ad alienare ai jihadisti molte delle simpatie di cui inizialmente godevano. Così è successo a mano a mano che gli adepti di Bin Laden ammazzavano un numero crescente di musulmani a fronte dei «crociati» uccisi.

   Parafrasando Gilles Kepel, «la fitna ha preso il posto della jihad», cioè il conflitto intra-islamico per la purificazione della società ha sostituito gradualmente la lotta contro gli infedeli. Se oggi ci chiediamo che cosa resti del jihadismo globale e soprattutto della sua manifestazione più inquietante per noi, il terrorismo globale di matrice islamista, la risposta è ben poco.
Per evitare di montarci la testa occorre subito precisare che un simile risultato non è stato raggiunto per merito nostro, ma semmai nonostante i nostri errori. Sono state le rivoluzioni arabe di quest’anno a sottrarre terreno al terrorismo jihadista, grazie alla loro capacità di ridare speranza alle fin qui disperate masse arabe e a borghesie politicamente alienate, conseguendo il risultato di rovesciare despoti corrotti o regimi privi di legittimazione attraverso la lotta politica pubblica: talvolta ricorrendo alla forza delle armi, ma rifiutando la logica della clandestinità e degli atti dimostrativi violentemente spettacolari.
Può ben darsi che a novembre, in Egitto, i Fratelli musulmani vincano le elezioni, come era accaduto con Hamas a Gaza, o che lo stesso accada in Tunisia o magari in Libia. Ma confondere le formazioni islamiste radicali con i gruppi terroristici jihadisti è un errore grossolano che a Washington è costato e sta costando carissimo in termini politici.
Diverso è il discorso sulla tenuta del jihadisno per quanto riguarda i fronti di guerra ancora aperti con l’Occidente (come l’Afghanistan) e i Paesi coinvolti in questi conflitti (come il Pakistan). Lì, proprio la presenza militare occidentale e l’elevato numero di «vittime collaterali» della nostra guerra tecnologica continua a produrre reclute per il jihadismo, che spesso è però la coloritura prevalente della lotta contro la presenza straniera, interpretata da molti come una occupazione militare.
Altra cosa ancora è quella legata all’irrisolto conflitto israelo-palestinese, dove lo jihadismo è solo l’ultima forma assunta da una lotta di liberazione nazionale andata sempre frustrata, nella sostanziale indifferenza della comunità internazionale. Evidentemente compiere strage di civili innocenti per uccidere alcuni «riservisti» di Tsahal (così come per assassinare un fedayn palestinese) è un atto criminale e inaccettabile. Ma definire tutto ciò jihadismo o persino terrorismo islamista non è di nessuna utilità e arreca solo confusione.
Un’avvertenza, quest’ultima, da tenere bene a mente nell’eventualità che movimenti politici di ispirazione islamista possano vincere le prossime elezioni in Egitto o Tunisia, per evitare di incorrere nello stesso errore che già abbiamo commesso in Algeria e a Gaza, di non riconoscere un risultato perché non era quello da noi auspicato. A meno che non si voglia contribuire a ridare linfa a una pianta che il vento della Primavera araba sta decisamente seccando. (Vittorio Emanuele Parsi)

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Jihad (ǧihād جهاد) è una parola araba che significa “esercitare il massimo sforzo” o “combattere”. La Jihad comprende tre concetti: la perseveranza dell’individuo musulmano nel suo sforzo di vivere secondo la legge, l’azione sociale al fine di realizzare gli ideali islamici, e, anche, l’azione militare finalizzata alla protezione e all’ingrandimento della comunità islamica. Oggi, la parola jihād è di fatto tuttavia usata, impropriamente, nel senso di terrorismo islamico, verso “l’Occidente”. Le primavere arabe, “rivoluzioni”, sollevazioni popolari connotate dai valori di democrazia, riconoscimento delle libertà individuali e cacciata dei tiranni, sono vissute e portate avanti da popoli che si riconoscono sì nella religione islamica, ma niente hanno a che vedere con Al Qaeda e un concetto assai opinabile di Jihad

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IL DECLINO AMERICANO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 8/9/2011  

   Il declino dell’ America non è un incidente della storia, un evento provocato dagli errori di questo o quel decisore di Washington, dalle follie della finanza di Wall Street, da guerre mal concepite e mal gestite. È figlio del suo troppo conclamato successo nella guerra fredda e dell’ ideologia che tale inebriamento ha codificato: il sogno americano come sogno universale.

   All’ apogeo della loro potenza, subìto dopo il suicidio dell’ Unione Sovietica (1991), nelle élite americane si era affermata la certezza di rappresentare il paradigma del mondo. Il resto del pianeta non aspirava ad altro che a diventare come l’ America. Molti in effetti vi aspiravano, e alcuni l’ agognano tuttora.

   Ma la storia non è mai finita, specialmente quando pensiamo lo sia. La reazione di Bush figlio all’ 11 settembre era centrata sull’ idea che gli Stati Uniti dovessero cogliervi l’ opportunità di affermarsi come impero globale.

   La “guerra al terrorismo” fu in realtà guerra per un impero, sia pure sui generis, come alcuni fra i meno ipocriti consiglieri del presidente vollero annunciare. Una nuova Roma, anzi di più. Poi venne l’ Iraq. E da lì a seguire l’ impantanamento in Afghanistan, l’avvitamento del debito pubblico, l’ evaporare delle illusioni circa le virtù della finanza facile e sregolata, la fine del Washington Consensus.

   Alla radice del fallimento dell’avventurismo militare, finanziario e fiscale della “iperpotenza” a stelle e strisce, stava (in buona misura resta) un’ ideologia eccezionalista, che ne identifica valori e interessi con valori e interessi del resto degli umani. Non accorgendosi – come scrissero due acuti critici dell’ amministrazione Bush, Anatol Lieven e John Hulsman – che è fallito «tutto un modo di guardare il mondo.

   Esso consiste nel credere che l’America sia insieme così potente e così ovviamente buona da poter diffondere la democrazia nel mondo; che, se necessario, questo scopo può essere raggiunto con la guerra; che questa missione può anche promuovere specifici interessi nazionali degli Stati Uniti; e che tale combinazione sarà naturalmente sostenuta della gente di buona volontà dovunque nel mondo.
Barack Obama era e resta consapevole di quanto intenibile e controproducente fosse questo approccio.  Finora però non ha trovato una ricetta alternativa. Perché rinunciare all’ ideologia americana – al sogno americano – significherebbe rinunciare all’ America. Forse è vero. Di sicuro, non sarà Obama a dichiarare decaduto quel sogno.

   Ma continuare sul piano inclinato della sovraesposizione strategica e dell’ incontinenza finanziaria in cui l’ America s’ è messa dopo il trionfo apparente nella guerra fredda significa accompagnare quel grande paese verso un tramonto poco invidiabile. Mediare tra quel sogno e la realtà di una decadenza fin troppo visibile, come Obama sembra inclinare a fare, è probabilmente un equilibrismo poco produttivo, destinato ad accelerare la crisi anziché a frenarla.

   Sul fronte opposto, il movimento del Tea Party è l’ estrema rappresentazione dell’ incapacità dell’ America a emanciparsi dalla sua ideologia. Un improbabile “ritorno alle origini” del sogno americano, in cui lo Stato è colpevole di ogni nefandezza, quasi che il disastro economico di questi ultimi tre anni non fosse maturato nel settore bancario privato. Ironia della storia: il paese che si voleva trionfatore sul comunismo rischia di soccombere a un’ altra ideologia. Il fatto che sia la propria invece dell’ altrui non dovrebbe rivelarsi fonte di consolazione. – (Lucio Caracciolo)

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Il discorso di Obama
( e i nuovi video di quell’evento di dieci anni fa):

http://video.corriere.it/11-settembre/11-settembre/index.shtml

http://www.lastampa.it/focus/11settembre2011/11settembre/11settembre.asp

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11 settembre 2001 -2011

LE TORRI E LEHMAN BROTHERS: DUE CROLLI CHE MARCHIANO UN’EPOCA

di Bill Emmott, da “la Stampa” del 5/9/2011

   Gli storici passano la vita a discutere se i grandi eventi, guerre, omicidi, cambi di regime, dovrebbero essere visti come riflessi di tendenze di lungo periodo, anche se a volte amplificano o rafforzano quelle tendenze, o veramente come cause del cambiamento, come punti di svolta. Nel caso delle atrocità dell’11 settembre 2001, il loro giudizio dipenderà da cosa accadrà nei prossimi decenni. Ma proprio ora, 10 anni dopo, la conclusione sembra metà e metà: l’11/9 in politica ha riflesso delle tendenze, ma in economia ne ha generato di nuove.
I due giudizi sono legati, ovviamente: la politica e l’economia non possono mai essere completamente separate. Ma forse la differenza può essere percepita se ci si pone questa domanda: quale data vi sembra sia stata la più importante e consequenziale, l’11 settembre, la caduta delle Torri Gemelle, o il crollo, il 15 settembre 2008, della Lehman Brothers?
La mia ex collega a «The Economist», Emma Duncan, ora vicedirettore, si è posta questa domanda in un editoriale del «Times» di Londra il 20 agosto, e la sua risposta è stata che il 15 settembre risulterebbe essere la data più importante. Questo nonostante il fatto che, nel 2001, quando gli aerei colpirono il World Trade Centre e il Pentagono, il titolo sulla copertina di «The Economist» fosse «Il giorno in cui il mondo è cambiato». Sì, è cambiato quel giorno, ma col senno di poi sono d’accordo con Emma: non tanto quanto l’ha cambiato il 15/9, che ha portato conseguenze economiche che potrebbero durare per decenni.
Eppure io ho un elemento di disaccordo, o forse è solo un pensiero aggiuntivo. E cioè che l’11/9, in effetti, ha portato al 15/9. Senza il trauma di quell’atrocità, e la sensazione diffusa in tutto il mondo che l’America fosse in guerra con nemici nascosti, la politica economica sia in America sia in Europa non sarebbe stata così lassista e espansionistica, e per così tanto tempo. Né ci sarebbero state la bolla del credito e il boom immobiliare che hanno portato, alla fine, al crollo di Lehman Brothers e alla stagnazione economica.
Questa idea ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Quando c’è stato l’11 settembre, naturalmente i pensieri di tutti sono andati subito alle conseguenze politiche. Questo è stato un evento sconvolgente, il primo attacco su suolo americano dopo l’incendio britannico della Casa Bianca nel 1814, il primo su un territorio appartenente all’America dai tempi di Pearl Harbor nel 1941. Il presidente George W. Bush aveva detto durante la sua campagna elettorale l’anno precedente che l’America avrebbe dovuto essere «umile ma forte». In effetti gli eventi successivi, in Afghanistan come in Iraq, l’hanno umiliata e resa sorprendentemente debole.
Il lascito di queste due guerre perse è ancora con noi, e ci rimarrà per molto tempo a venire. Ma uno storico, guardando indietro dal 2050 o dal 2100, non lo tratterà come una nuova rivelazione manifestatasi improvvisamente nel 2001.

   Quello storico dirà che la guerra del Vietnam aveva da tempo dimostrato che anche la più grande superpotenza del mondo non può vincere una guerra contro i guerriglieri, che nel 1992 la Somalia aveva già reso l’America riluttante a intervenire nei conflitti stranieri, una riluttanza che orientò le sue reazioni in Ruanda come nell’ex Jugoslavia durante quel decennio, che gli attacchi terroristici nello Yemen e in Africa orientale, e l’attentato contro il World Trade Center del 1993, avevano dimostrato che Al-Qaeda aveva da tempo preso di mira gli americani e, soprattutto, che il potere nel mondo era già diventato più diffuso, grazie alla globalizzazione, all’ascesa di Cina e India, e alla ripresa economica del Brasile e, in un modo piuttosto diverso, della Russia.
Le guerre gemelle dell’America, insieme alla caccia a Osama bin Laden in Pakistan, certamente hanno accelerato queste tendenze, rinnovando il fenomeno dell’«espansione imperialistica» che lo storico di Yale Paul Kennedy aveva già descritto nel 1987 nel suo bestseller «L’ascesa e la caduta delle grandi potenze». Nulla di ciò che è successo negli Stati Uniti dopo quel libro è uscito dal quadro che il professor Kennedy aveva tracciato in quello studio, anche se ha assunto nuove forme. Il vero grande cambiamento, tuttavia, è l’effetto economico di quello sforzo espansionistico. Queste due guerre hanno aggiunto qualcosa come un trilione o un trilione e mezzo di dollari al debito americano, che ha ormai superato i 14,3 trilioni di dollari. Il «dividendo di pace» degli Anni 90 si è trasformato in un «fardello di guerra».
Altrettanto importante, lo shock di dover combattere le guerre, e di doversi preoccupare di ulteriori attacchi terroristici, potenzialmente usando armi di distruzione di massa, ha prodotto altre due conseguenze economiche: in primo luogo, la trasformazione del presidente Bush in un «grande conservatore», disposto a spendere ingenti somme di denaro pubblico per la sicurezza nazionale, e desideroso di premiare i suoi elettori con tagli fiscali, in secondo luogo, la mancanza di volontà della Federal Reserve di rischiare che la recessione del 2000-01 post-bolla dotcom si trasformasse in una crisi prolungata proprio mentre stava iniziando una guerra.
Non possiamo essere sicuri di tutto questo, come non possiamo dire cosa sarebbe successo in assenza dell’11 settembre. Forse Alan Greenspan, presidente della Fed, avrebbe ancora proseguito una politica monetaria ultra-sciolta e avrebbe ancora ignorato i pericoli di una bolla immobiliare. Forse i repubblicani avrebbero ancora hanno aumentato il deficit, tagliando le tasse, opponendosi (insieme a influenti democratici) a una stretta regolamentazione di Wall Street.
Forse, quindi ci sarebbero comunque stati la stretta creditizia occidentale del 2007 e lo shock Lehman del 2008. Forse, ma dubito che la bolla del credito, che si è estesa a tutto il mondo occidentale, sarebbe stata così grande, né che lo sarebbe stato il deficit fiscale degli Stati Uniti. Senza il crollo dei mutui sub-prime, le banche europee sarebbero state più forti, i debiti sovrani europei più ridotti e per l’euro sarebbe stato più facile sopravvivere.
Le conseguenze economiche del 15 settembre, del collasso della Lehman, sono ancora in corso, ma promettono di essere gravi per i decenni a venire. Le conseguenze politiche dell’11 settembre non saranno dimenticate, ma si stempereranno nelle tendenze che sono in corso almeno dal 1970, e soprattutto dopo la fine della guerra fredda nel 1989-91. Senza l’11/9, tuttavia, l’America e l’Europa non sarebbero finite nella trappola economica in cui si trovano ora.
Quando i Navy Seals americani hanno ucciso Osama bin Laden nella sua casa di Abbottabad, in Pakistan, all’inizio di quest’anno, poco dopo hanno diffuso le immagini di Bin Laden seduto a guardare la televisione. E’ un pensiero cattivo, ma forse non stava guardando le notizie politiche, dopo tutto. Forse stava guardando Cnbc o Bloomberg. (Bill Emmott, traduzione di Carla Reschia)

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VERSO UN NUOVO DIRITTO INTERNAZIONALE

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 5/9/2011
   È forse casuale che la missione in Libia si stia concludendo nei giorni in cui il mondo ricorda l’11 Settembre. Ma è un fatto che – dopo un decennio dominato da teorie sullo scontro di civiltà, odio religioso e guerre che hanno prodotto più problemi che soluzioni – l’anniversario della tragedia coincida con una fase nuova del diritto internazionale.

   Certo, anche la guerra libica offre argomenti a colorò che ritengono sempre sbagliato il ricorso alle armi e a coloro che considerano la sovranità di uno Stato e la stabilità di un’area prioritarie rispetto al diritto dei popoli e al dovere d’ingerenza, applicati secondo svariate e discutibili ragioni: il diritto umanitario (Somalia), la legittima difesa (Afghanistan), il dovere d’ingerenza (Bosnia, Kosovo), le armi di distruzione di massa e l’esportazione della democrazia (Iraq), la sopravvivenza di una minoranza minacciata (Timor Est).

   Senza ripercorrerle caso per caso, finendo per rinfocolare polemiche sulla legittimità di una guerra e sulla manipolazione ideologica innescata per dichiararne un’altra, tutte insieme hanno contribuito a indebolire il sistema internazionale delle regole, con il risultato che il vuoto di legalità è stato riempito da altre logiche, da obiettivi militari con pretesa di fondamento etico, talvolta dalla legge del più forte, fino all’uso disinvolto di una definizione inquietante – il bombardamento umanitario – utilizzata anche per mettere fine alla dittatura di Gheddafi.

   Molte obiezioni valgono anche per l’intervento in Libia, deciso per proteggere la popolazione civile di Bengasi e modificato in corso d’opera fino all’annientamento del Raìs. Tuttavia qualche cosa di importante si è determinato: sia per dare legittimità alla decisione d’intervenire a Tripoli, sia nella fase successiva del riconoscimento politico e del futuro del Paese, nell’ambito del nuovo Maghreb che sta nascendo, come si è visto qualche giorno fa a Parigi, alla conferenza degli «amici della Libia».

   La guerra al «Nerone libico» è stata multilaterale: dichiarata dopo una risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu, con astensione di Cina e Russia. Con il sostegno di diversi Paesi europei, il semaforo verde della Lega Araba, il supporto della Nato. Gli Usa hanno avuto ruolo di partner indispensabile, non egemonico. Alla conferenza di Parigi, oltre al segretario generale dell’Onu, c’erano una sessantina di Paesi: americani, europei, africani, arabi, fra i quali una ventina che non hanno ancora riconosciuto il consiglio di transizione libico, oltre a Cina e Russia.

   C’erano tre Paesi arabi che hanno sostenuto l’intervento militare, il che ha sgomberato il raggio d’azione della coalizione occidentale da riserve di tipo politico. Tutto questo è cosa ben diversa dall’aggiramento delle Nazioni Unite per fare la guerra a Saddam Hussein, definita «illegale» proprio dall’ex segretario Kofi Annan.    Ed è cosa diversa dall’intervento in Kosovo, quando si fece ricorso al diritto all’autodifesa dei membri Nato per evitare il veto di Russia e Cina all’Onu.

   Si continuerà a discutere di limiti e assenze nello schieramento europeo, delle incognite della primavera araba, dell’effettiva condivisione di valori democratici conclamati a Parigi. E sarà bene non concludere che l’operazione in Libia sia riproducibile altrove.

   Ma, a dieci anni dall’11 Settembre, i popoli arabi fanno sapere che dignità, libertà, progresso e rivolta contro i satrapi nazionali sono gli obiettivi della maggioranza, più importanti della deriva fondamentalista o terroristica che li ha umiliati di fronte al mondo. La missione contro Gheddafi ha percepito queste attese e ha riaffermato che il consenso internazionale è insostituibile presupposto di legittimità giuridica e base etica di ogni scelta estrema. Anche se sarebbe sempre meglio non illudersi, come ammoniva Camus, che il sangue faccia avanzare la storia. (Massimo Nava)

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IL DECENNIO OPPOSTO DI PECHINO

di Marta Dassù, da “la Stampa” del 7/9/2011

– Ora la Cina ha paura dell’America debole –

   L’11 settembre ha aperto due decenni completamente diversi, se visti da Washington o da Pechino. Dal punto di vista americano, è stato il decennio della paura, prima geopolitica e poi finanziaria.
Dal punto di vista cinese, è stato quello della speranza, anzitutto economica. E del recupero di uno status di grande potenza: non ancora ritrovata del tutto ma più sicura di sé.
Questa distanza fra le percezioni o addirittura le emozioni fra le due sponde del Pacifico è confermata da un colloquio post 11 settembre fra George W. Bush e il presidente cinese Hu Jintao. Alla domanda del Presidente americano su cosa «lo tenesse sveglio la notte» – io, anticipò Bush, sono tenuto sveglio dalla preoccupazione di un secondo attacco terroristico – Hu Jintao rispose spostando il terreno: «Sono tenuto sveglio – replicò – dal problema di creare 25 milioni di posti di lavoro l’anno». Una risposta che, su scala diversa, oggi potrebbe dare Barack Obama. E che allora era indicativa delle vere priorità di una Cina «economy-first» e del distacco psicologico dall’America «security-first» dei due mandati di Bush.
Nel suo ultimo libro sulla Cina («On China», 2011) Henry Kissinger sostiene che l’appoggio diplomatico di Pechino alla guerra contro Al Qaeda fu più simbolico che altro. Mentre l’America concentrava forze ed energie in Afghanistan e in Iraq, la Cina pensava a garantirsi l’accesso al petrolio del Golfo e alle miniere di Aynak, vicino a Kabul. E restava tutta la sua ambivalenza sul Pakistan, retrovia di Al Qaeda e alleato di Pechino nel confronto con l’India. Non sorprende che dopo l’uccisione di Bin Laden, la sfiducia fra Pakistan e Usa abbia aperto nuovi spazi a Pechino.
In modo un po’ contorto – ma è andata così – si può perfino sostenere che la Cina ha finanziato le due spedizioni americane, da Baghdad ai confini dell’Indukush, perché le facevano comodo e perché un’America impantanata fino al collo nel Grande Medioriente si sarebbe distratta dalla competizione vera del nuovo secolo: quella con la nuova potenza confuciana, decisa a ritrovare la «shengshi», la prosperità perduta dopo l’età d’oro della dinastia Qing, nel 1700.
La conclusione è semplice: la Cina ha visto nell’11 settembre una finestra di opportunità strategica. Di cui cogliere i vantaggi. A sei mesi dall’attacco di Al Qaeda, la Cina entrava senza problemi nel Wto: la globalizzazione «made in China» era cominciata. Sul piano interno, Pechino ha utilizzato la minaccia qaedista per combattere con durezza il proprio «terrorismo», il separatismo uiguro nello Xinjiang.
Alla fine del decennio, il costo degli impegni in Iraq e in Afghanistan, più di mille miliardi di dollari, equivaleva al debito americano detenuto da Pechino, grazie alle sue enormi riserve finanziarie. Chi aveva vinto la guerra fra paura e speranza?
Questa tesi, tuttavia, non va spinta troppo oltre. I dietrologi professionali, ad esempio, sostengono che la leadership cinese non era arrivata impreparata all’11 settembre. Nel 1999, due anni prima dell’attentato, due alti colonnelli dell’Esercito popolare, Qiao Lang e Wang Xiangsui, avevano previsto in un loro studio la guerra «senza limiti» di Al Qaeda contro l’Occidente. E gran parte delle sue conseguenze economiche, fra cui i vantaggi per la Cina.
Su un piano più serio, è vero che la leadership cinese ha cominciato ad interrogarsi, dopo l’11 settembre, sulle teorie relative al declino e all’ascesa delle nazioni. Dopo una serie di seminari di studio, la tv di Stato cinese trasmise nel 2006 una serie di grande successo sulla sorte degli imperi passati. L’obiettivo politico era sostenere che l’ascesa della Cina sarebbe stata pacifica, a differenza dei precedenti di Germania e Giappone. Nessuna delle grandi potenze o aspiranti tali si era mai impegnata – come notato da David Shambaugh, uno dei principali sinologi americani – «in un simile esercizio di riflessione su di sé».
Tutto vero, ma senza esagerare. Tesi troppo lineari sul dopo 11 settembre – la lungimiranza di una Cina concentrata sulla propria ascesa; la miopia di un’America in relativo declino anche perché troppo «lunga» sul piano militare – fanno perdere di vista un punto decisivo: per la leadership comunista capitalista cinese un’America indebolita poteva essere un vantaggio; un’America troppo debole non lo è. Questa è tutta la differenza, in effetti, fra il settembre 2001 e il settembre 2008: quando, con la crisi finanziaria e le sue conseguenze, la Cina si è trovata esposta ai guai dei suoi vecchi «maestri» occidentali.
Il rischio, visto da Pechino, è che l’era post-americana arrivi troppo in fretta, costringendo una leadership ancora riluttante ad assumersi una quota di oneri globali, con i costi e le responsabilità che ne derivano.
L’epoca della Cina «free-rider» è finita. Il rischio è che la crisi del debito, negli Stati Uniti e in Europa, inceppi i meccanismi dell’economia globale, costringendo la Cina a una riconversione troppo rapida verso la domanda interna. E il rischio è che i problemi occidentali rafforzino a Pechino le correnti nazionaliste (per esempio, nei vertici militari) che una leadership pragmatica, oggi alle prese con la successione, era sempre riuscita a tenere sotto controllo. Le proiezioni sull’aumento del bilancio della Difesa e il rafforzamento della Blue Water Navy, combinati alle tensioni nel Mar Cinese Meridionale, mostrano un volto della Cina che preoccupa gli Usa. L’epoca della distrazione americana è finita a sua volta.
L’eredità del decennio della guerra al terrorismo – ma in realtà del decennio in cui si è concluso il secolo americano – è quindi meno scontata di quanto si pensi: un declino relativo degli Stati Uniti rende anche più contrastata, più difficile e più costosa l’ascesa della grande potenza confuciana. La finestra di opportunità che si era aperta l’11 settembre si è chiusa più rapidamente di quanto i due alti colonnelli cinesi avessero previsto. (Marta Dassù)

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11 settembre 2001 – 2011

LA GUERRA “GIUSTA” ORA E’ FINITA

di Gian Enrico Rusconi, da “la Stampa” del 10/9/2011

– in Iraq e Afghanistan serve una nuova strategia – La sfida da vincere è la conquista della fiducia delle popolazioni
   Doveva essere un colpo mortale alla potenza, al prestigio, alla tenuta morale dell’America, invece l’attacco dell’11 settembre 2001 ha prodotto un contraccolpo di orgoglio e condanna morale che ha confermato che l’America rimane una grande solida nazione. a i terroristi hanno mancato il loro obiettivo più per le riserve morali della popolazione americana che non per l’efficacia della reazione strategico-militare messa in atto dalla politica e dai militari.
L’intensa elaborazione mediatica e pubblica del lutto dell’11 settembre che osserviamo in questi giorni nasconde a mala pena la permanenza di un trauma profondo. Lo si è visto qualche settimana fa, in occasione del terremoto nell’area newyorkese che ha suscitato immediatamente in tutti l’associazione con l’attentato alle Torri Gemelle. Una reazione istintiva anche se controllata. Come se gli americani si sentissero pronti ad affrontare una nuova prova. È un segno straordinario ma insieme sintomatico del fatto che gli americani hanno interiorizzato la sfiducia che si possa prevenire il terrorismo con misure militari.
L’11 settembre ha alterato in modo irreversibile il tradizionale rapporto tra potenza e sicurezza – sul piano psicologico e morale prima ancora che sul quello materiale; nella percezione soggettiva collettiva prima ancora che sul piano della effettiva sicurezza militare. È stata ferita l’intimità della nazione americana. Non è stata una seconda Pearl Harbor. Quella del 1941 fu una brutale azione di guerra convenzionale, anche se proditoria, quella dell’11 settembre è stata un’azione di guerra contro la società civile, condotta nel cuore di una grande metropoli.

   È stato lo smascheramento del terrorismo come guerra che è «ascesa al suo estremo», per usare una espressione di Clausewitz, l’autore classico della guerra moderna di annientamento che pure non poteva immaginare questo tipo di «estremo». Il terrorismo coincide con l’annientamento degli inermi in quanto tali: non ci sono più inermi innocenti. Nella guerra del terrore nessuno più è innocente. Questa è la rivelazione dell’11 settembre.
Siamo davanti ad una alterazione radicale della razionalità e moralità della guerra, così come sono state intese dall’Occidente liberale e democratico – non solo dall’America. Ma proprio di fronte a questa alterazione l’Occidente è in difficoltà sia piano concettuale che soprattutto su quello strategico-operativo: nella fase iniziale che l’ha visto diviso sulle iniziative militari di Bush, ma anche nella fase solidale successiva.

   Al di là delle teorizzazioni filosofiche, ideologiche o politiche della lotta al terrorismo, l’unica idea che può godere pienamente del consenso dell’opinione pubblica è quella di «guerra giusta». Non una immediata reazione di vendetta o una risposta a muso duro al cosiddetto «scontro di civiltà».

   Ma il concetto di «guerra giusta» è tutt’altro che semplice perché essa deve «combattere un nemico» e contemporaneamente «punire un criminale». Come si conciliano i due aspetti? Ha tentato di spiegarlo il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, a pochi mesi della sua elezione, nel suo discorso pronunciato ad Oslo nel 2009 ricevendo il premio Nobel per la pace.
I toni del discorso erano nobilmente ispirati, ma molto controllati a proposito delle guerre in corso, ereditate da Bush. Obama infatti si è limitato a dire che mentre la guerra in Iraq «stava per finire», quella contro il terrorismo proseguiva, perché si tratta di «un conflitto nel quale a noi si sono uniti molti altri paesi nel tentativo di difendere la nostra nazione e tutte le altre da ulteriori attentati».

   Come si vede, il presidente americano senza incertezze definisce la lotta al terrorismo come una «guerra di difesa» che è la precondizione per qualificarla come «guerra giusta». Questo antico concetto sin dalla sua originaria formulazione «suggerisce che la guerra è giustificabile soltanto quando rispetta alcuni requisiti: se ad essa si ricorre per difendersi e in ultima istanza, se la forza utilizzata è proporzionale e se – ogniqualvolta è possibile – i civili sono risparmiati dalle violenze». In altre parole, non si risponde al terrore con altro terrore.
Alla «guerra santa» si risponde con la «guerra giusta» in particolare con azioni proporzionate che risparmiano civili e popolazioni inermi. Naturalmente ad Obama sta a cuore anche l’obiettivo della «pace giusta» che non comporta soltanto la restaurazione dei diritti politici e civili, ma include sicurezza economica e progresso sociale.

   Non è il caso qui di sottoporre ad un esame critico il discorso di Oslo che appartiene ancora al momento magico delle grandi aspettative sollevata dal neopresidente. Ma è significativo che esso non annunci alcuna discontinuità strategica. Così a dieci anni dall’attacco alle Torre Gemelle «la guerra al terrorismo» prosegue sanguinosamente senza risultati risolutivi (l’eliminazione di bin Laden nel maggio 2011 per quanto simbolicamente gratificante, non è stata certo decisiva).

   Ci sono stati recentemente cambiamenti ai vertici militari senza che ad essi abbia corrisposto un sostanziale mutamento di strategia, che non sia quello del graduale ritiro, presentato naturalmente come se la «missione di pacificazione» fosse compiuta.
Ma ha senso continuare a parlare di «guerra al terrorismo» tout court per giustificare la politica inconcludente, se non fallimentare, applicata in Afghanistan? Quando i soldati occidentali – americani ed europei, indistintamente – a dieci anni dall’attentato di New York cadono in Iraq o in Afghanistan vittime di agguati, di attacchi suicidi o di ordigni che esplodono sotto i loro mezzi, i giornali e i media sono tentati di qualificarli senz’altro come opera di «terroristi».

   Limitarsi a parlare di «guerriglia», di «ribelli», di «insorti» o di «talebani» (in Afghanistan) sembra sminuire in qualche modo il senso del sacrificio dei militari. All’opinione pubblica occidentale la guerra condotta dai suoi soldati viene così inerzialmente presentata come prosecuzione della lotta contro il terrorismo, quasi per godere della legittimazione che risale all’11 settembre. Invece la situazione è radicalmente mutata.
Le azioni terroristiche quali si esprimono oggi sul terreno in Afghanistan o in Iraq non sono omologhe a quello dell’11 settembre – e non si vincono con la strategia militare messa in campo. La vera sfida da vincere è la conquista della fiducia della popolazione. E ciò può avvenire non con un atteggiamento missionario (per quanto soggettivamente sincero e generoso) ma con il riconoscimento dei valori della cultura e della civiltà, oltre che degli interessi materiali della popolazione sulla quale – per convinzione o per coercizione – i terroristi locali esercitano la loro influenza.

   Parlare di «irrazionalità strategica» degli occidentali – come fanno gli analisti militari – è insufficiente. Siamo davanti ad una alterazione radicale della razionalità e moralità della guerra, aperta dall’11 settembre di dieci anni fa, che nessuna soluzione militare può ricomporre senza un profondo ripensamento politico, culturale e civile dell’Occidente. (Gian Enrico Rusconi)

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L’ANGOSCIA DEGLI ISRAELIANI “SIAMO RIMASTI SENZA AMICI”

di Aldo Baquis, da “la Stampa” del 7/9/2011
– Attriti con gli Usa e timori per la primavera araba: sarà un inverno islamista – 

   “Non inasprire gli animi con la Turchia”: questa la ferrea parola d’ordine che vincolava ieri i dirigenti israeliani, mentre da Ankara giungevano le eco della nuova sfuriata del premier Recep Tayyp Erdogan.
In mattinata era parso di comprendere che la Turchia volesse troncare – assieme con la cooperazione militare – anche i rapporti commerciali.

   Con un interscambio annuale di quasi quattro miliardi di dollari, la Borsa di Tel Aviv ha registrato un tonfo immediato. In seguito però il ministro turco del Commercio ha precisato che le parole di Erdogan erano state fraintese: gli affari fra privati cittadini, ha garantito, possono proseguire.

   E nella Associazione degli industriali israeliani si è sentito un profondo sospiro di sollievo. «La crisi politica con la Turchia era tangibile già nei mesi scorsi. Eppure i rapporti economici sono cresciuti del 25 per cento, rispetto al 2010», ha osservato Arye Zeid, presidente della Camera di commercio. «L’economia è più forte della politica».
Ma certo il futuro non appare roseo. «Non appena i furori saranno sbolliti, dovremo tornare a parlarci», ha stimato il ministro Dan Meridor (Likud) che nei mesi scorsi aveva cercato di concordare con la Turchia una dichiarazione israeliana di rammarico per la cruenta intercettazione della Marmara, la nave passeggeri diretta un anno fa verso Gaza. Ma Meridor si è trovato in minoranza nel suo
governo.
«Abbiamo fatto bene a non scusarci», ha replicato il ministro Israel Katz (Likud). «I turchi volevano solo vederci in ginocchio. Le scuse non avrebbero migliorato la situazione». E se adesso, gli è stato chiesto, le navi da guerra turche mettessero alla prova il blocco navale israeliano di Gaza? «Non ci facciamo intimidire – ha replicato Katz -. Proprio i governi israeliani deboli si sono lasciati trascinare a conflitti»: allusione, velenosa, al governo di Ehud Olmert che condusse due operazioni militari. Una in Libano (2006) e l’altra a Gaza (2008-9), con il sostegno esterno del Likud.
Oggi l’orizzonte strategico è, per Israele, più cupo che mai. Il comandante delle retrovie teme ora un conflitto in grande stile: nel suo binocolo non c’è alcuna «primavera dei popoli arabi»,
bensì un «inverno dell’Islam radicale». Israele è rimasto quasi senza alleati regionali: con la Turchia la rottura è pressoché totale, l’Egitto di Mubarak appartiene al passato.

   E gli Stati Uniti? Hanno una pessima opinione del premier Benyamin Netanyahu. (…) Gli Usa si sono prodigati molto per garantire le difese di Israele, ma il premier israeliano ha deluso. La partita con la Turchia è tutt’altro che chiusa. La prossima mina vagante è rappresentata dalle trivellazioni per la ricerca di gas naturale fra Israele e Cipro. Ankara ieri ha fatto notare che anche il settore turco di Cipro deve avere voce in capitolo. E la Marina militare turca è pronta a difendere, a spada tratta, gli interessi nazionali. Israele e Cipro sono avvertiti. (Aldo Baquis)

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CAIRO: ASSALTO AD AMBASCIATA ISRAELIANA
– Il governo: applicheremo legge marziale – Devastata la sede diplomatica. Tre morti, oltre mille feriti. -L’ambasciatore rientra a Gerusalemme –

10/9/2011,il Corriere della Sera.it, ore 21.00

Proteste dopo la morte di 5 agenti al confine con Israele

   «Incidente serio, evitato un disastro». È il commento del premier israeliano Benjamin Netanyahu all’assalto dell’ambasciata israeliana al Cairo. C’è stato anche un intervento delle forze speciali egiziane che hanno tratto in salvo sei israeliani dalla sede della missione. Lo ha reso noto un funzionario di Gerusalemme.

   «C’era viva preoccupazione per la loro sicurezza», ha detto parlando con la copertura dell’anonimato. «Alla fine sono stati salvati da commando egiziani». È stata convocata una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri egiziano con il Consiglio supremo delle forze armate e il governo ha assicurato che applicherà ogni articolo della legge d’emergenza (in vigore da 30 anni), che prevede anche il divieto di assembramento, per garantire l’ordine pubblico e proteggere le ambasciate.

TENSIONE – Tensione a livelli di guardia tra Egitto e Israele dopo la morte nelle scorse settimane di cinque poliziotti egiziani al confine con Israele, per un’azione dei militari di Tel Aviv dopo
una serie di attentati compiuti il 18 agosto a Eilat e nel sud di Israele. È di tre morti e 1.049 feriti il bilancio ufficiale degli scontri tra manifestanti e forze di polizia e sono state arrestate 19 persone.
L’ambasciatore israeliano e il personale sono stati evacuati e sono rientrati in Israele, nella missione è rimasto solo un console. Il presidente americano Barack Obama ha lanciato un appello all’Egitto a garantire la sicurezza dell’ambasciata israeliana.

SCONTRI – I manifestanti hanno demolito parzialmente un muro di protezione costruito due giorni prima dalle autorità egiziane davanti alla sede diplomatica e hanno invaso i locali della missione devastandola. Un manifestante ha rimosso la bandiera israeliana, come già avvenuto il 21 agosto. «Negli scontri ci sono stati centinaia di feriti e diverse vittime», ha detto un testimone all’Ansa.

UNIVERSITÀ – In mattinata è avvenuta una sparatoria davanti all’università, che si trova a circa 500 metri dall’ambasciata israeliana. Decine di mezzi blindati dell’esercito e della polizia sono confluiti nell’area. Intorno all’ambasciata le strade sono invase da pietre, auto bruciate ed è ancora forte il fumo dei lacrimogeni. (http://www.corriere.it/esteri/11_settembre_10/ )

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GLI STATI UNITI TRA DECLINO E DECLINISMO

di Enrico Beltramini, 7/9/2011, DA LIMES, rivista italiana di Geopolitica (http://temi.repubblica.it/limes/ )

RUBRICA UNITED STATES INSIDER. Oggi il dibattito in America verte sulle ricette per rimettere in sesto i conti pubblici e sulla nuova realtà geopolitica. L’America è in declino? Certamente, quella del declino è una possibilità. Ma non c’è niente di inevitabile nella storia. Il declino, se arriverà, arriverà inaspettato.

SAN FRANCISCO – Il primo decennio del XXI secolo è stato il tempo del declino. Il dibattito è stato centrato sul declino. Come possono gli Stati Uniti, l’unica superpotenza rimasta dopo il crollo dell’Unione Sovietica, mantenere il loro status di superpotenza in un mondo esplicitamente minaccioso e fintamente acquiescente?  A questa domanda la risposta è stata: con la forza. Ma questa risposta non è stata univoca e certamente non è stata l’unica. Anche se ha adottato la forza come risposta prima e fondamentale alla minaccia portata dai nemici esterni, il paese si è soprattutto chiuso in se stesso, come una fortezza assediata.

La sindrome dell’assedio ha liberato energie e riflessi condizionati che erano state – rispettivamente – represse e sopite. Le energie dei pacifisti erano state soffocate, salvo ‘esplodere’ nella campagna elettorale del 2008. Non era soltanto una questione di pacifismo, per la verità: era che per una quota crescente di americani, la guerra (cioè l’impiego della forza) non era la risposta adatta al terrorismo – dove per ‘terrorismo’ si intende una categoria politica, cioè i nemici dell’America, chiunque e ovunque essi siano.

Obama ha incarnato questa alternativa, quella del dialogo e della pacificazione dei rapporti internazionali; un’alternativa che non era nata nel 2008, ma nel 2003, al momento dell’estensione della guerra all’Iraq. Quello è il momento in cui si apre la frattura nel consenso – fino ad allora assoluto – dell’opinione pubblica americana sulla guerra al terrorismo.

I riflessi condizionati dell’isolazionismo erano rimasti sopiti per otto lunghi anni, dal 2001 al 2008, quando un bellicoso John McCain solennemente dichiarava in campagna elettorale che gli Stati Uniti sarebbero rimasti in Iraq “cento anni” se necessario. Ma se guardiamo oggi ai candidati repubblicani alla presidenza, non ce n’è uno che proponga l’estensione della occupazione dell’Iraq o spinga per espandere la guerra in Medio Oriente. In poco meno di tre anni, l’interventismo di McCain si è trasformato in isolazionismo. Parte di questa evoluzione in campo conservatore è una reazione alle leggi anti-terrorismo varate dall’amministrazione Bush: gli eccessi di Guantanamo hanno toccato un nervo scoperto dell’opinione pubblica americana, quella delle libertà individuali.

Sapere che oggi ci sono 135 mila dipendenti del governo federale che lavorano per progetti confidenziali e fuori dalle leggi ordinarie, che hanno un’identità segreta e non rilevabile dai data base ordinari, non soltanto spaventa i liberali ma soprattutto crea preoccupazione nei conservatori del Tea party. Non c’è ‘sicurezza nazionale che tenga quando sono in gioco l’equità del trattamento davanti alla legge e le libertà individuali in America. In questo senso, l’isolazionismo è certamente più una reazione al complesso militare-industriale cresciuto all’ombra dell’amministrazione Bush che alla paura della Cina.

Non per niente fu il generale – e presidente repubblicano – Dwight Eisenhower a coniare l’espressione ‘complesso militare-industriale’ e a indicarlo all’opinione pubblica americana come una minaccia ai diritti inviolabili della persona. Oggi esiste ampia convergenza dell’opinione pubblica sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo.

Pacificazione dei rapporti e isolazionismo si sostengono a vicenda, lasciando a una sparuta pattuglia di nostalgici neo-con e a una più consistente fazione di tradizionali conservatori la responsabilità di mantenere in vita la tradizione egemonica americana. Il ‘buonismo’ di Obama nasce dalla frattura nell’opinione pubblica causata dalla estensione all’Iraq della guerra al terrorismo; l’isolazionismo dei suoi oppositori repubblicani dalla volontà di restaurare la sovranità delle libertà individuali e della giustizia davanti alla legge.

La fase della ‘sicurezza nazionale’ che tutto giustifica e tutto legittima, è finita. Si torna alla normalità. E la normalità è ricostruire l’America. Oggi il tema non è più il declino, ma come ricostruire l’America. Non ‘come ricostruire l’America per evitare il declino’, ma piuttosto ‘come ricostruire l’America in modo da partecipare come primus inter pares nella comunità internazione del XXI’.

Un ruolo che è certamente superiore a quello che il paese ha esercitato dalla fine della seconda guerra mondiale al 1989, anche se certamente inferiore a quello immaginato dai neo-con nella breve primavera bushiana. Il dibattito è questione di ricette, e infatti di queste si parla nella conversazione pubblica. Con la consapevolezza che non è la prima volta che l’America si trova a doversi reinventare, e che le volte precedenti c’è riuscita abbastanza bene. Per esempio, negli anni Settanta, quando il problema era quello di ristabilire il principio di autorità, e fu eletto Richard Nixon. Negli anni Ottanta il problema era quello di rintuzzare la minaccia giapponese alla leadership economica americana e sconfiggere politicamente l’Unione Sovietica, e fu eletto Ronald Reagan. Il decennio successivo, il problema era quello del bilancio federale. E Bill Clinton lasciò Washington con il bilancio federale in surplus. Oggi il dibattito è di nuovo su come rimettere in riga i conti pubblici e riconoscere che ci sono almeno due economie che possono sfidare quella americana: quella cinese e quella indiana. Ma questo è tutto.

L’America, come si dice qui, may be down but is not out. Il pugile è stato contato ma il match continua. E allora, se questa è la situazione, ha senso parlare ancora di declino? E collegare il declino alla crisi economica e all’ascesa della Cina? Per rispondere a questa domanda è utile introdurre la differenza tra il declino, che è una categoria storica, e il ‘declinismo’ che è un’ideologia.

Dicesi ‘declinismo’ la categoria intellettuale – di stampo ottocentesco – che vede nei processi storici un certo determinismo implicito; il capostipite è certamente Edward Gibbon e il suo più illustre rappresentante Oswald Spengler. Secondo questa teoria, ogni impero declina. I seguaci del declinismo ne derivano che, per definizione, così farà anche quello americano: di conseguenza, ogni segno di crisi degli Stati Uniti è interpretato come l’inizio del declino. È successo alla fine degli anni Cinquanta, quando i sovietici mandarono Gagarin nello spazio: Eisenhower si inventò la Nasa e Kennedy la corsa alla Luna. È risuccesso nel 1968, e poi nel 1974, e poi nel 1980. Ogni volta era l’inizio della fine, per l’impero americano.

Ora, è ovvio che un giorno l’America declinerà, perché naturalmente il declinismo, alla lunga, ha sempre ragione. Il punto è quando. Se guardiamo alla dinamiche di lungo periodo, diciamo 10 o 20 anni, scorgiamo la possibilità di un’America enormemente diversa da quella attuale. La possibilità, abbiamo detto. Ma questa possibilità, così come le possibilità alternative – tra cui quella del
declino – è ciò che rende la storia, e at large gli affari delle nazioni e dei paesi, così interessanti: perché non c’è determinismo, non c’è inevitabilità nella storia. Se il declino arriverà, arriverà inaspettato.

Ecco perché creare un collegamento tra la presente crisi economica e il disimpegno internazionale americano (come se semplicemente si trattasse di un problema economico, non abbiamo i soldi per fare la guerra e allora facciamo la pace), o anche tra l’ascesa della Cina e il realismo minimalista di Obama (ok, game over, il nostro tempo è finito e allora facciamo i ‘piacioni’ perché non possiamo più battere il pugno sul tavolo), semplifica la vita ma non rende giustizia dell’intricato humus culturale della società americana.

Instaurare un rapporto di causa-effetto tra il presente stato degli affari americani e le sorti del paese nel lungo periodo equivale a raccontare una storia bella ma un po’ fragile. Significa non tanto partecipare al dibattito corrente in America sulle ricette per rimettere in ordine i conti pubblici quanto a un altro dibattito, più propriamente europeo, quello del declinismo.

Davvero qualcuno pensa che il popolo americano non sarebbe disposto ai sacrifici economici necessari per parare qualsiasi minaccia politica, economica o militare, se si sentisse veramente in pericolo? Davvero qualcuno crede che l’enorme orgoglio che si nasconde nelle città cosmopolite delle coste o nelle tranquille sonnacchiose cittadine del Midwest non si sveglierebbe d’incanto se il popolo americano pensasse che il primato americano è veramente in discussione?

Davvero qualcuno immagina che il corpo elettorale americano non garantirebbe il suo immediato consenso a una presidenza che aggredisse non tanto la minaccia quanto l’aggressore, di qualunque natura fosse la minaccia? Il gigante semplicemente dorme. E fanno bene i cinesi a non svegliarlo. (Enrico Beltramini, da LIMES – rivista italiana di Geopolitica http://temi.repubblica.it/limes/ )

la copertina di LIMES - i Classici

…………………..

Vi diamo conto della presentazione del volume LIMES “i Classici” in edicola:

LIMES – Perché un volume “i classici” in edicola nel settembre 2011? “Classico” è ciò che resiste al tempo. Ora che Limes comincia ad avere un suo passato, abbiamo volto lo sguardo indietro, a ripercorrere un cammino già lungo. Come in ogni rivista solidamente ancorata alle vicende dell’oggi, abbiamo ritrovato una quantità di articoli eccellenti, ma datati. Utili per ricostruire i passaggi dell’età contemporanea, ma erosi dai fatti successivi. Accanto ad essi, diversi contributi, per quanto connessi al flusso degli eventi, ci sono parsi tuttora incardinati nell’attualità. Anzi, suggestivi per illuminarne le radici profonde.

   Quelle che Braudel avrebbe scavato per scernere il grano della lunga durata dal loglio della cronaca occidua. Altri scritti, infine, hanno un valore documentale e restano quindi validi a prescindere dalla loro attualità. Dalle due ultime categorie abbiamo attinto per immaginare questa serie di Limes, a carattere antologico. L’idea è di selezionare per ognuno dei principali temi monografici ricorrenti nella nostra rivista un gruppo consistente di «classici» e di raccoglierli in volume, con un inedito introduttivo ed eventuali appendici per la sezione Limes in piu?. …

   Gli articoli del volume sono disponibili solo nella versione di Limes su carta, acquistabile in edicola e in libreria fino all’uscita del volume successivo (e dopo presso l’ufficio arretrati). Sul sito invece è possibile leggere articoli, commenti e (video)carte sul tema della rivista nelle settimane immediatamente successive, oltre poi ai normali contenuti su tutti gli argomenti geopolitici pubblicati quotidianamente su www.limesonline.com (5/09/2011)

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da LIMES: IL MONDO VISTO DAL PENTAGONO (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA

2 thoughts on “11 settembre “2001 – 2011” – DIECI ANNI DOPO il massacro sulle “Torri Gemelle” il mondo osserva LA FINE DEL TERRORISMO ISLAMISTA, grazie anche alle RIVOLUZIONI ARABE: quando a liberare popoli oppressi sono i popoli stessi – resta l’irrisolto conflitto israelo-palestinese

  1. lucapiccin venerdì 16 settembre 2011 / 14:16

    Molti spunti, tematiche complesse, multiple e articolate…

    Personalmente ritengo anche degne di attenzione le mobilitazioni storiche in Israele (più di 400 000 persone su 7 milioni di abitanti!): etichettate da Netanyau come di “estrema sinistra”, queste manifestazioni sono in realtà la reazione a una crescita economica accelerata che ha pero’ beneficiato a pochi.
    Un’accumulazione di ricchezze nascosta dagli imperativi della “guerra al terrore” di Sharon prima e Netanyau poi…

    Mi sembra che oggi la recessione e le rivolte arabe spostano la focale su questi processi economici, prima nascosti “con la scusa” del terrorismo e ora sempre più evidenti… E che poi sono gli stessi a livello mondiale !

    In effetti, tanto negli USA capofila della “guerra al terrore”, che in Israele o negli altri paesi più o meno ricchi, si registrano accumulazioni di ricchezze nelle mani di pochi e deteriorazione delle condizioni sociali.
    In Francia, – che malgrado tutto ha mantenuto un certo livello di servizi sociali e un debito pubblico “accettabile” – in dieci anni il quoziente tra più poveri e più ricchi è passato da 1/30 a 1/300.

    E’ abbastanza stupefacente che ancora le rivolte non si diffondono nei paesi occidentali… Probabilmente molto dipenderà dal caso greco, ovvero nelle ipotesi di un salvataggio o di una bancarotta, la quale avrebbe un catastrofico effetto valanga sul resto dell’Europa…

    In ogni caso c’è da aspettarsi un attacco ai diritti delle persone, in particolare nei campi delle pensioni e del lavoro. La cancellazione degli enti locali costituisce un ulteriore attacco della parte dei “mercati”. Detto altrimenti un tentativo orchestrato del capitalismo di mettere le mani su ulteriori accumulazioni di profitti a spese dei cittadini.

    Il legame tra accumulazione di capitali e guerra al terrore dovrebbe apparire evidente. Quest’ultima non è altro che una strategia geopolitica per favorire il controllo delle risorse, o meglio l’appropriazione delle altrui risorse. Le spese militari israeliane sono elvatissime, mentre lavoratori, pensionati e studenti (l’estrema sinistra!?!) devono fronteggiare spese crescenti, sia di qua che aldilà del muro di Gaza.

    Allo stesso modo la “guerra al terrore” americana, ma anche dei loro alleati, altro non è che il controllo militare sullo spazio iracheno o afghano (o in altre parti del mondo, come in Libia).
    Soltanto che pipelines e pozzi non riescono ad essere sotto un completo controllo, perché gli attentati, benché diminuiti, continuano a rendere insicuri gli investimenti delle grandi imprese USA. Notiamo in proposito che in Iraq la maggioranza di queste sono attive nei servizi logistici come Halliburton, Baker Hughes, Weatherford International and Schlumberger. Le imprese petrolifere sono invece più varie, come lo sono i paesi della coalizione (c’è anche l’Eni). Altre imprese americane sono KBR, Bechtel, Parsons, Fluor and Foster Wheeler, specializzate in ingegneria e costruzioni. Queste compagnie sono già presenti in Azerbaidjan o in Kazakistan e in numerose altre parti del mondo. Sono già in Iraq da diverso tempo, dove si parla già da un paio d’anni di passare da 2,5 milioni di barili a più di 10 (all’anno), ma in realtà la produzione petrolifera non decolla (nomi e cifre vengono dal New York Times) …
    Da un lato c’è la recessione e dall’altro l’insicurezza del territorio.
    Se le cose restano bloccate a tirarne profitto potrà essere la Cina negli anni a venire… Ma gli USA staranno allora a guardare lasciando che il declino si faccia strada?
    Queste riflessoni rapide spiegano in parte la carta geografica in cui si vedono produttori di oppio, di coca, pirati, covi di terroristi, spesso corrispondenti ai luoghi più poveri del pianeta (cf. corno d’Africa dove l’alternativa alla pirateria e al terrorismo è la fame).

    Tuttavia la Cina dovrà fronteggiare problemi simili esistenti al suo interno, dove i terroristi sono i tibetani o gli islamici del nord-ovest che non accettano di sottomettersi al controllo pekinese a cui si aggiungono più di 800 milioni di contadini che devono vedersela con la concorrenza dell’agroindustria (OGM e monoculture commerciali) che li spinge a riversarsi nelle città cantiere della costa o negli ateliers per giocattoli e vestiti (con salari non sono certo invidiabili). Senza parlare dei problemi finanziari come i tassi monetari, etc.
    Se la Cina è già il più grande consumatore di carbone del mondo (prima fonte energetica del paese), – che essa compra già dai vicini indonesiano e australiano -, c’è da aspettarsi che non tarderà a investire nel petrolio, assetata di consumi interni ancora deboli…

    L’Europa sta nel mezzo senza prendere un ruolo attivo, anzi adottando una posizione passiva. Le scelte politiche di questo decennio saranno quindi fondamentali per il vecchio continente. Le mobilizzazioni dei cittadini potranno rappresentare in questo senso una chiave di volta.

    In conclusione, le molte incognite dell’equazione globale rendono difficile la sua soluzione. L’onda rivoluzionaria partita dalla piazza Tahrir sembra aver travalicato i muri eretti nella striscia di Gaza… Bisogna ora vedere se essa si diffonderà nella parte nord del mediterraneo.

    Intanto, il mondo è diventato uno spazio di flussi che vanno da un capo all’altro in tempo reale, – mentre io scrivo e mentre voi leggerete -, grazie alla semplice pressione delle dita sui tasti dei computer, grazie ai fondi derivati, ai crediti swap e altre boiate che i capitalisti hanno ingegnosamente creato con l’approvazione dei governi e delle istituzioni neoliberiste (Banca Centrale Europea, Federal Reserve, Fondo Monetario, Banca Mondiale, e anche il World Trade Center). Ora il loro terreno di gioco non è più Wall Street o Nikkei, ma è il mondo intero. A noi di lasciarli fare o meno.

    E se quel che ho scritto non vi convince, prendetevela con David Harvey.

    (a seguire…)

  2. lucapiccin venerdì 16 settembre 2011 / 14:46

    Precisazione: il quoziente non è “tra più poveri e più ricchi”; volevo dire che rispetto al salario minimo, i più ricchi uomini di Francia guadagnavano 30 volte di più, mentre ora guadagnano 300 volte di più. In chiaro 1% dei francesi (133 000 persone) nel 2007 guadaganvano almeno 215 000 euro all’anno, mentre 13% della popolazionje viveva sotto la soglia della povertà (<908 euro/mese).
    Per esempio io, in quanto studente, ho "beneficiato" di 310 euro al mese di borsa di studio (11 mesi). Ai quali si aggiungono 500 euro per un premio internazionale sulle mie ricerche. Per dirla alla moda del Silvio: che culo!

    Già che ci sono, vorrei anche ricordare che 793 miliardari censiti nel mondo nel 2005 da Forbes possiedono insieme 2 600 miliardi di dollari, pari alla totalità del debito dei paesi in via di sviluppo.
    Ma diffidate da queste separazioni: oggi i ricchi sono dappertutto e i poveri… anche! Qualche volta salgono sul tetto del capannone, altre volte si nascondono dietro un paio di occhiali da sole pagati con una settimana di lavoro (!), molto spesso danno fastidio perché fanno l'elemosina o cadono nel mare ingrossando i tonni rossi (comunisti?) che gli ecologisti vogliono anche impedirci di mangiare!

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