SOMALIA nella CARESTIA – la FAME come strumento politico per il controllo del Paese – SICCITA’ e PROFUGHI AMBIENTALI dati dalla guerra e da ragioni di controllo del potere in un’area geografica per troppi anni in balia di se stessa

Sarura Ali con i suoi sei figli nel campo di DADAAB, Kenya. Sarura è arrivata al campo profughi insieme a suo marito e ai suoi figli dopo aver abbandonato la sua casa a Sakow, in Somalia. (foto di Roberto Schmidt/AFP/Getty Images; ripresa dal sito http://www.ilpost.it/ ) - Migliaia di somali hanno cominciato ad occupare una nuova parte del campo, chiamata Ifo-2 Ormai sono 400mila gli sfollati ammassati nell`area. Un rapporto delle ambasciate di Norvegia e Danimarca rivela: un afflusso di simili proporzioni ha inevitabili ripercussiuoni pure sull`ambiente. Il Kenya teme per la sicurezza - Allarme delle Nazioni Unite: la situazione è sempre più grave - La crisi nel Sud della Somalia continuerà a peggiorare per tutto il 2011

   Anche il sud degli Stati Uniti è stato colpito in quest’ultimo anno dalla siccità. Ma gli americani non muoiono di fame: ci sono forse problemi per cambiare l’acqua alle piscine (e forse neanche quelli). Pertanto “una stessa siccità” è vissuta in modo ben diverso, a seconda della situazione politica, sociale ed economica di un Paese.

   In Somalia assistiamo oggi a un esodo di massa, allo svuotamento di una metà del paese, un evento senza precedenti, di dimensioni bibliche. Che cosa lo ha scatenato? La causa più immediata è stata appunto la siccità. Non è piovuto a sufficienza lo scorso ottobre nell’Africa orientale, le piogge sono mancate di nuovo ad aprile, ed entro i primi mesi di agosto le Nazioni Unite avevano stimato che 12,4 milioni di persone rischiavano di morire di fame nella regione compresa tra Gibuti, Etiopia, Eritrea, Kenya, Somalia e Uganda.

   La non prevenzione del fenomeno, la causa diretta di questa catastrofe umanitaria è (secondo molto osservatori) stata causata dalla guerra tra le milizie islamiche e gli Stati Uniti e i suoi alleati. E inoltre qui siamo di fronte a cambiamenti climatici gravi ed epocali (le siccità sono sempre più frequenti rispetto al passato).

   I somali sono in lotta gli uni contro gli altri e vivono in un paese senza governo da vent’anni. L’ascesa degli islamisti, la pirateria… La lotta tra i signori della guerra e militanti islamici che vogliono imporre la stretta osservanza della Sharia. L’ala più estremista degli islamici si è poi raccolta nel gruppo di al-Shabab, “la gioventù” (così significa la parola). Da quattro anni al-Shabab combatte contro il governo federale di transizione. Ora al-Shabab, il 6 agosto scorso, si è ritirato da Mogadiscio ed è in crisi: si dice per il blocco degli aiuti umanitari americani che l’organizzazione integralista estremista riusciva a intercettare e controllare nella distribuzione alla popolazione. Pertanto le sanzioni americane (per combattere il potere di al-Shabab) hanno portato al blocco nella distribuzione degli aiuti a tutta la popolazione, specie proprio nella Somalia del sud, dove la siccità e la carestia sono più catastrofiche. Se pertanto (il blocco degli aiuti americani) da una parte ha indebolito il potere di al-Shabab mettendola in crisi, dall’altra ha tolto a milioni di somali una fonte minima di sopravvivenza, di sostentamento di cibo nel pieno della siccità e carestia… (come colpire un bersaglio – al Shabab – non con una freccia, ma con un cannone distruggendo tutto quel che c’è).

la MAPPA della crisi di carestia e siccità del Corno d'Africa (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA): le parti più scure, a colore più intenso, individuano i luoghi di maggior catastrofe umanitaria (in particolare nel sud della Somalia)

   Se volete avere, almeno a nostro avviso, un’informazione esauriente e chiara sul tragico contesto somalo; da cosa è in primis originata la situazione di fame e di degenerazione di vita di gran parte della popolazione, nel primo articolo di questo post (di Alex Perry, ripreso dal “Corriere della Sera”) troverete una risposta lucidamente e chiaramente tracciata. E a seguire, in questo post, gli altri approfondimenti, nei successivi articoli.

   Che fare individualmente (noi)? Aiutare sì in primis gli organismi umanitari; chi si impegna direttamente ad alleviare le sofferenza, a fermare le morti per fame e sete. Poi viene spontaneo pensare che l’attenzione internazionale deve trovare strade praticabili per far cessare la lotta tra fazioni per il controllo di quel territorio del Corno d’Africa. La crisi che sta avvenendo dei gruppi integralisti islamici più violenti, che in particolare le “primavere arabe” hanno ben messo all’angolo, richiede un approccio politico verso tutte quelle forze che possono svolgere un’azione di “ponte” tra la politica occidentale (americana, europea…), quella ex sovietica (ora russa) da sempre assai influente in Africa, e quella dei paesi emergenti (non più secondari nella politica internazionale: la Cina, il Brasile, l’India…). Un ponte di tutto questi paesi rivolto al “mondo povero” dove i popoli vengona massacrati sì dalle avversità climatiche, ma che questi contesti difficili moltiplicano i loro danni, le morti e le sofferenze, perché si sviluppano in situazione di guerra, di conflitto spesso prolungato in decine d’anni.

   E tutti i paesi del mondo “che contano” hanno ora il compito di sopperire alla mancanza di un vero governo mondiale che riesca a superare i conflitti nelle aree geografiche “locali”: che le persone non debbano sopportare guerre e sofferenze, fame, siccità e abbandono forzato della propria terra. Ecco un altro fra i tanti motivi di un superamento in Europa dei particolarismi nazionalistici oramai fuori dalla storia, dagli eventi… E la creazione di un’Europa federale unita non solo dalla moneta, se si vuole (e si spera) anche dall’economia, ma anche con un’unica condivisa politica mondiale portatrice di pace e sviluppo in ogni luogo del pianeta.

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IN MARCIA VERSO LA MORTE NEL DESERTO

di Alex Perry, da “il Corriere della Sera” del 8/9/2011

   Per la fine di giugno e l’inizio di luglio, quando le capre erano ormai sparite e le ultime mucche si erano accasciate sulle zampe per morire, gli uomini avevano detto alle famiglie che era ora di
partire. A Daynunay, Haji Hassan e i figli hanno raccolto tutti i loro averi – qualche straccio, bottiglie di plastica, un paio di vecchie pentole – e si sono diretti a Mogadiscio, a 250 km verso Est.

   Ad ogni villaggio attraversato, il gruppetto cresceva, trasformandosi dapprima in una colonna di centinaia, poi di migliaia, e infine di decine di migliaia di profughi, via via che milioni di uomini, da un capo all’altro della Somalia del sud, abbandonavano le loro abitazioni. Con poca acqua a disposizione e solo foglie da mangiare, i bambini e gli anziani sono stati i primi a soccombere: un nipote di Hassan è stato seppellito nel punto in cui è crollato a terra. Bagey Ali, 50 anni, che ha percorso a piedi 300 km da Qansax Dheere, riferisce di aver visto sette persone che «si sono sedute a terra e sono morte». Quando i suoi figli hanno cominciato a barcollare, lungo i 500 km di cammino da Baoli, Bishar Abdi Shaith, 60 anni, se li è caricati sulle spalle. «Quando mi sono accorto che erano morti, li ho seppelliti lungo la strada». Gli sono spirati tra le braccia due ragazzi e tre bambine.

   In Somalia assistiamo oggi a un esodo di massa, allo svuotamento di una metà del paese, un evento senza precedenti, di dimensioni bibliche. Che cosa lo ha scatenato? La causa più immediata è stata la siccità. Non è piovuto a sufficienza lo scorso ottobre nell’Africa orientale, le piogge sono mancate di nuovo ad aprile ed entro i primi di agosto le Nazioni Unite avevano stimato che 12,4 milioni di persone rischiavano di morire di fame nella regione compresa tra Gibuti, Etiopia, Eritrea, Kenya, Somalia e Uganda.

   Ma com’è accaduta una simile tragedia? Perché non si è fatto nulla per prevenirla? E come mai milioni di somali erano così sicuri di non ricevere alcun aiuto che si sono messi in marcia con le loro famiglie attraverso il deserto, una marcia della morte? Le risposte svelano che è stata la guerra tra le milizie islamiche e gli Stati Uniti e i suoi alleati la causa diretta di questa catastrofe umanitaria.

   Chiedo a Bagey Ali quando è stata l’ultima volta che è piovuto a Qansax Dheere, e lui si mette a ridere e si stringe nelle spalle, cercando di ricordare. «Due anni fa – dice – forse quattro». La Somalia del sud si estende nel Sahel, quella fascia di terra arida che attraversa tutta l’Africa a sud del Sahara. Mezzo secolo fa, la pioggia era scarsa, ma le siccità si ripresentavano ogni decina d’anni. Oggi invece si manifestano ogni due anni, e nelle aree dove El Niño e La Niña influiscono sulle stagioni, non ci sono state piogge a sufficienza per un decennio.

   Qui siamo di fronte a cambiamenti climatici gravi e micidiali. L’organizzazione per l’agricoltura e l’alimentazione delle Nazioni Unite afferma che la siccità di quest’anno è la peggiore dagli anni 1950-51 e l’effetto combinato di stagioni successive senza pioggia significa che un’area geografica, delle dimensioni della Francia, nell’arco di soli 50 anni è stata completamente desertificata.

   Ma la siccità si limita a impostare le condizioni della fame: solo l’intervento umano può scatenarla. Anche il sud degli Stati Uniti è stato colpito dalla siccità, ma gli americani non muoiono di fame. Perché? Perché gli americani vivono in un paese ricco e ben governato. Allo stesso modo, il motivo per cui non si è visto il ripetersi della carestia del 1984 in Etiopia, che causò la morte di un milione di persone, si spiega con i progressi fatti da allora in gran parte dell’Africa orientale.

   La grande differenza tra la Somalia e il resto dell’Africa orientale è la guerra. I somali sono in lotta gli uni contro gli altri e vivono in un paese senza governo da vent’anni. Forse un milione di persone sono morte in questo interminabile conflitto. Tra i sintomi della mancanza totale di legalità c’è ovviamente la pirateria. Un altro è l’ascesa degli islamisti.

   Quella che era iniziata come una guerra tra i signori di clan rivali si è trasformata, nella seconda decade, in una lotta tra signori della guerra e militanti islamici che vogliono imporre la stretta osservanza della Sharia. L’ala più estremista degli islamici si è poi raccolta nel gruppo di al-Shabab, «la gioventù». Da quattro anni, al-Shabab combatte contro il governo federale di transizione (Tfg).

   Gli Stati Uniti rappresentano il principale protagonista internazionale in questa vicenda. Dalla battaglia del 1993, conosciuta con il nome di Black Hawk Down, quando diciotto soldati americani perirono nel tentativo di prestare soccorso a una missione statunitense impegnata a distribuire aiuti umanitari alle vittime di una precedente carestia, e i corpi di due militari furono trascinati per le strade di Mogadiscio, ben pochi cittadini Usa hanno rimesso piede in quella città. Ma Washington tiene d’occhio la situazione. E quando al-Shabab si alleò con Al Qaeda, anche questa organizzazione si ritrovò nel mirino degli americani.

   Ancora fino a un anno fa al-Shabab era in fase di ascesa. Sembrava pronta a impadronirsi di Mogadiscio e aveva annunciato il suo debutto internazionale nel luglio del 2010 inviando due attentatori suicidi a Kampala, in Uganda, che fecero 76 vittime.

   A quel punto, una nuova iniziativa americana aveva preso piede. Nel 2008 il ministero degli esteri americano aveva dichiarato al-Shabab un’organizzazione terroristica, e ogni intervento in suo aiuto si trasformava nel reato di favoreggiamento. Al-Shabab ha cominciato così a impadronirsi degli aiuti umanitari per sfamarsi e per rivenderli.

   Il furto delle derrate alimentari è assai diffuso, ma quando al-Shabab è stato definito gruppo terroristico, ecco che sono stati penalizzati tutti gli operatori umanitari e i funzionari americani che aiutavano, anche involontariamente, al-Shabab.

   Sul finire del 2009 gli Stati Uniti avevano bloccato circa 50 milioni di dollari di derrate alimentari dal territorio di al-Shabab nella Somalia del sud, dichiarando di non avere altra alternativa legale. Ai primi del 2010 gli Stati Uniti hanno imposto agli operatori umanitari di rifiutarsi di pagare i pedaggi introdotti da al-Shabab, se volevano continuare a ricevere finanziamenti americani.

   Da parte sua, nel gennaio del 2010 al-Shabab ha espulso gli operatori del World Food Programme (Wfp), dicendo che gli aiuti alimentari creavano dipendenza e che l’organizzazione agiva su mandato americano: il 60 percento degli alimenti distribuiti dal Wfp proviene infatti dagli Stati Uniti. Al-Shabab inoltre sosteneva che gli operatori del Wfp erano corrotti e gli investigatori occidentali inviati a controllare le operazioni del Wfp nella Somalia del sud confermarono per l’appunto che dal 25 al 65 percento degli aiuti venivano scremati dagli addetti ai lavori e rivenduti nei marcati.

   In realtà la Somalia del sud non godeva di alcun aiuto esterno e di nessuna rete di distribuzione affidabile attraverso la quale smistare i rifornimenti di emergenza in caso di catastrofe. Mark Bowden, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per la Somalia, aveva già fiutato la crisi imminente e oggi accusa gli Stati Uniti di combattere la sua guerra con gli aiuti umanitari. «Non stiamo più parlando degli aspetti pratici di distribuire i soccorsi con le dovute tutele», ha riferito Bowden ai giornalisti nel febbraio del 2010. «Ormai si presta assistenza solo se c’è un ritorno politico».

   Nel breve periodo, la strategia americana ha avuto successo. Al-Shabab si è ritrovato gravemente indebolito sia per la mancanza di cibo che per la perdita dei finanziamenti dal Medio Oriente, a causa degli sconvolgimenti politici in quelle aree. Il gruppo è stato lacerato da diserzioni e da sanguinose divisioni interne sull’opportunità o meno di accettare gli aiuti umanitari. Il 6 agosto, al-Shabab si è ritirato da Mogadiscio.

   Ma le difficoltà che avevano impoverito le poche migliaia di combattenti di al-Shabab hanno spinto milioni di somali nel baratro della fame. Le stesse regioni dominate da al-Shabab sono quelle oggi devastate dalla carestia. Qui sono scesi in campo il Comitato internazionale della Croce Rossa, diverse organizzazioni benefiche islamiche, un manipolo di Medici senza Frontiere e gli operatori locali dell’Unicef. Tutto qui. Le Nazioni Unite stimano che si riesce a raggiungere solo il 20 percento dei 2,8 milioni di somali del sud in attesa dei soccorsi. Il Wfp, il gigante degli aiuti umanitari il cui slogan proclama «vogliamo sconfiggere la fame in tutto il mondo», è assente.

   Quando gli è stato chiesto se gli Stati Uniti hanno involontariamente contribuito a scatenare la catastrofe umanitaria, Bruce Wharton, il vice segretario di stato americano per gli affari africani, ha scelto con cautela le sue parole. «Le sanzioni americane contro al-Shabab non impediscono e non hanno mai impedito la distribuzione dei soccorsi in Somalia, compreso in quelle regioni che sono sotto il controllo di al-Shabab».

   Anche se corretto sotto il profilo tecnico, Wharton non dice che l’effetto pratico delle sanzioni americane è stato precisamente quello di bloccare la distribuzione degli aiuti nella Somalia del sud. Gli alleati di Washington nel governo di transizione non esitano a esultare per i vantaggi strategici che la fame ha messo a loro disposizione. La fame è «l’occasione per arrivare in tutto il paese», ha detto il primo ministro del governo di transizione, Abdiweli Mohamed Ali.

   Il giorno in cui visito il reparto infantile dell’ospedale di Banadir, 35 letti, è appena morto un bambino di 7 anni, di nome Umar. Il giorno dopo due bambini di un anno lo seguono, un piccino di 18 mesi si spegne pochi minuti dopo il nostro arrivo e Abshir, un bambino di 9 anni che ne dimostra 4, muore quella sera stessa. Nelle visite successive, imparo a riconoscere i bambini degli accampamenti, e mi sembrano molto più sofferenti, tormentati da vomito, diarrea, crisi respiratorie, gli occhi rovesciati all’insù.

   Banadir non ha più il suo cimitero. I profughi hanno costruito capanne e una scuola di fortuna sulle tombe. Mentre i parenti setacciano Mogadiscio per reperire un fazzoletto di terra grande abbastanza per accogliere il corpicino di Umar, resto accanto alla madre, Khalima, 38 anni, mentre osserva l’infermiere che lava il corpo emaciato del figlio e lo avvolge in un sudario bianco. Sulle nostre teste, invisibile, ronza un drone Predator. Poi, nella scuola costruita sul cimitero qui accanto, i bambini si mettono a cantare. (Alex Perry)

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Il video di “abc news” del 13 settembre scorso sulla stuazione in Somalia

http://abcnews.go.com/WNT/video/somalia-deepening-humanitarian-crisis-14513081

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CONTINUA AD AGGRAVARSI LA CARESTIA IN SOMALIA E NEL CORNO D’AFRICA

di Joseph Zarlingo, da “IL FATTO QUOTIDIANO” del 5/9/2011

   Secondo l’Onu, sono almeno 12 milioni le persone esposte al rischio di gravissima denutrizione. Per il momento sono stati raccolti 1,46 miliardi di dollari, almeno un miliardo di meno di quanto stimato per un intervento efficace    Nell’indifferenza generale la situazione in Somalia e nel resto del Corno d’Africa diventa più grave di settimana in settimana. L’Onu ha aggiunto una sesta regione, quella di Bay, nel sud del Paese, all’elenco delle aree ufficialmente dichiarate in stato di carestia, che adesso comprende praticamente tutta la porzione meridionale della Somalia, inclusa la capitale Mogadiscio. È la zona controllata dalle milizie islamiste degli al-Shabab, considerate vicine al al Qaida. Meno drammatica, ma solo un po’, la situazione nelle altre aree del paese. Nella parte meridionale della semiautonoma regione del Puntland, non è ancora carestia ma solo “emergenza”, mentre nel nord, nel Somaliland (altra regione autonoma) siamo al livello di “crisi”.
Gli aiuti internazionali sono largamente insufficienti a coprire i bisogni della popolazione e ci sono enormi difficoltà nella consegna degli aiuti, a causa della mancanza di un governo centrale e della situazione caotica in molte province. Finora, le agenzie Onu e le Ong impegnate nell’assistenza umanitaria hanno raccolto 1,46 miliardi di dollari, almeno un miliardo di meno di quanto stimato per un intervento efficace.
La distribuzione degli aiuti nelle aree interne della zona controllata dagli Shabab è molto difficile. I pochi convogli che si muovono, viaggiano con forti scorte armate, per evitare assalti di bande armate e milizie locali. Secondo le Nazioni unite, sono almeno 12 milioni le persone esposte al rischio di gravissima denutrizione a causa della peggiore carestia degli ultimi sessanta anni.
Di questi, almeno 4 milioni sono in Somalia, e secondo l’Agenzia Onu per l’Analisi della sicurezza alimentare (Fsnau), ci sono almeno 750 mila persone in Somalia che potrebbero morire di fame nelle prossime settimane se non arrivano più aiuti. Nei paesi confinanti, Kenya, Uganda ed Etiopia, si sente l’effetto della mancanza di piogge ma la situazione è relativamente sotto controllo. Anche se in Kenya, in alcune regioni del nord, gli effetti della siccità vengono amplificati dall’alto prezzo dei generi alimentari e della benzina. Migliaia di somali, ogni giorno, cercano comunque di raggiungere, spesso a piedi, i paesi vicini per avere soccorso.
Nel campo profughi di Dadaab, in Kenya, a ottanta chilometri dal confine somalo, secondo l’Irin, l’agenzia di stampa dell’Ufficio per il coordinamento degli aiuti umanitari dell’Onu, almeno 150 mila persone sono arrivate negli ultimi tre mesi.
Diverso, invece, il caso dell’Eritrea. La dittatura di Isaias Afwerki non fornisce dati ufficiali sulla situazione nel paese, anzi sostiene che il raccolto quest’anno sia stato particolarmente abbondante e dunque che non c’è rischio di carestia. Secondo la Bbc, però, la realtà è diversa. Almeno 900 persone stanno passando ogni giorno il confine, militarizzato, tra l’Eritrea e l’Etiopia e molte di questi profughi portano segni di malnutrizione. I dati satellitari raccolti dai sistemi meteo internazionali dimostrerebbero che le precipitazioni da giugno a oggi sono state sotto la media annuale e fonti dell’opposizione eritrea in esilio raccontano di penuria di generi alimentari e bambini maltruniti.
Il governo eritreo negli ultimi anni ha espulso dal paese le principali agenzie internazionali e non consente l’accesso alle Ong straniere, per cui è molto difficile verificare in modo indipendente quale sia la situazione reale. Il sospetto fondato, però, è che anche in Eritrea si stia consumando una tragedia umanitaria, che la dittatura non vuole far conoscere per evitare di essere messa sotto pressione dalla comunità internazionale. Alcune fonti dell’opposizione eritrea in Italia – che preferiscono non essere identificate per ragioni di sicurezza personale – confermano che almeno in certe regioni del paese, verso il confine con l’Etiopia, la situazione è molto grave.
   Susan Rice, ambasciatrice statunitense all’Onu ha detto che “molto probabilmente gli eritrei stanno soffrendo per la stessa mancanza di cibo che colpisce altre aree della regione, ma non ricevono aiuto per la chiara opposizione del governo alla presenza di organizzazioni straniere”. (Joseph Zarlingo)

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OSLO, IL MEETING DELLA DIASPORA SOMALA CHE PROMUOVE IL RITORNO DELL’EX PRIMO MINISTRO

– La convention organizzata dall’Associazione “Daryeel Relief And Development Organization” nella capitale norvegese – Hanno partecipato oltre tremila persone, tutti profughi somali residenti nell’Unione Europea – Il discorso appassionato e applauditissimo di Mohamed Abdullahi Mohamed, ex presidente provvisorio costretto alle dimissioni dall’attuale leadership sostenuta dalla comunità internazionale –

di SHUKRI SAID*, da “la Repubblica” del 12/9/2011 (Shukri Said è fondatrice dell’Associazione Migrare 1)

   A Mogadiscio, all’inizio della settimana scorsa, l’ennesima conferenza per la pacificazione del Paese organizzata dall’incaricato delle Nazioni Unite per la Somalia, Agostino Mahiga e dai “due Sceicchi”, vale a dire il presidente provvisorio della Somalia, Sheik Sharif Sheik Ahmed e lo speaker del Parlamento, Sharif Hassan Sheikh Ahmed, ha avuto un esito deludente, ribadendo una raod map già nota e non da tutti condivisa.

   Si assiste così alla saga della disorganizzazione, di cui la comunità internazionale ha la responsabilità tramite le Nazioni Unite alle quali si è sin qui inutilmente affidato il compito della pacificazione e ricostruzione del Paese. Se questi sono i risultati dell’impegno internazionale, dopo oltre vent’anni da quando il dittatore Siad Barre ha lasciato il potere, sarebbe comprensibile farsi prendere dallo sconforto.
Da Oslo la svolta? Ma quando il massimo dell’avvilimento potrebbe legittimamente impadronirsi di chi ha a cuore le sorti della Somalia, preda di una carestia senza precedenti e nelle mani di “due Sceicchi” invisi al popolo e sostenuti solo dalla collettività internazionale, incapaci di indirizzare il Paese verso un qualunque traguardo democratico, la diaspora somala alza la testa e si riunisce ad Oslo attorno al suo nuovo leader: quel Mohamed Abdullahi Mohamed, che l’accordo di Kampala del 9 giugno, stretto fra i “due Sceicchi”, Mahiga, il Presidente ugandese Museveni e il Primo Ministro etiope Meles Zenawi – presente in videoconferenza – scalzarono dalla carica di Primo Ministro, nonostante la manifestazione a suo favore nelle strade di Mogadiscio, da parte della popolazione di tutti i clan presenti in Somalia durata ininterrottamente dieci giorni e dieci notti.
Tremila somali rifugiati in Europa. Sabato scorso sono convenuti nella sala dell’Oslo Congres Center oltre tremila somali rifugiati in Europa sostenendo viaggi lunghi e costosi. Ne erano attesi
la metà dall’Associazione Daryeel Relief And Development Organization che ha organizzato l’incontro, la quale ha avuto l’orgoglio di rifiutare i fondi offerti dal governo norvegese per riaffermare l’indipendenza dell’iniziativa, che aveva l’obiettivo di far conoscere meglio l’ex presidente provvisorio, Mohamed Abdullahi Mohamed, per coalizzare intorno a lui la speranza di far uscire la Somalia dal pozzo di umiliazioni in cui l’hanno cacciata vent’anni di aiuti internazionali inconcludenti.
In tanti alla convention da tutta l’UE. Il Presidente dell’Associazione è Karar Shukri Dhoomey. E’ un giovane di 29 anni che studia ingegneria all’ultimo anno e lavora part time. Risiede da oltre nove anni in Norvegia ed ha espresso la piena soddisfazione per la riuscita dell’evento che ha suscitato entusiasmo in tutti i partecipanti. Al suo fianco Ismail Dheere, originario di Mogadiscio e ad Oslo da molti anni.

   Nel ripercorrere i momenti fondamentali della manifestazione, Ismail ricorda che in tanti – donne, giovani e anziani – sono venuti da ogni parte dell’Europa. Ha spiegato che la convention è stata organizzata con l’autotassazione per permettere ai somali di parlarsi finalmente intorno ai destini della Somalia. “Noi non conoscevamo l’ex presidente” dice Ismail “ma siamo rimasti stupiti per come la gente di Mogadiscio ha reagito a suo favore dopo l’accordo di Kampala.

   Per la prima volta un politico suscitava l’entusiasmo della popolazione – ha aggiunto – da lì abbiamo cercato di capire come mai e abbiamo scoperto quello che ha fatto. Così, per la prima vota da decenni, ci siamo sentiti orgogliosi di essere somali. Mohamed è un uomo giovane e moderno, paziente, che sa ascoltare. E’ l’uomo giusto per i somali e per cambiare il Paese”.
La macchina impantanata. Il discorso di Ismail è stato preceduto dal vignettista e giornalista Amiin Amir, che ha rivelato si essere stato compagno di scuola di Mohamed Abdullahi Mohamed, accomunati entrambi dalla passione per il disegno e di esserselo trovato all’improvviso Primo Ministro. Gustosa la metafora della Somalia come una macchina impantanata nel fango, con tutti i somali sopra e ogni conducente chiamato a farla ripartire che, invece, ne ruba un pezzo finché arriva Abdullahi che ripara la macchina e la rende capace di ripartire. A quel punto il conducente è stato fatto scendere e allontanato. Amiin ha concluso il suo intervento dichiarando a Mohamed: “Siamo tutti con te per far ripartire la macchina”, accolto da applausi fragorosi.

Il discorso dell’ex primo ministro. L’ex primo ministro estromesso dai “due Sceicchi” si è presentato rilassato e felice dell’accoglienza, consapevole di avere i somali dalla sua parte ed ha avuto parole forti per la necessità di pacificazione della Somalia, accompagnate da aneddoti esilaranti. Ha affermato che le divisioni claniche rendono la Somalia primitiva, mentre siamo tutti fratelli e dobbiamo scegliere e premiare i migliori affinché ci accompagnino verso un società più evoluta rispedendo nella boscaglia chi preferisce le regole dei clan.

   “I clan non ci hanno dato le case, le scuole, le strade, gli ospedali”, ha detto. “Solo l’unione può ricostruire maggiori opportunità per ciascun somalo. Divisi siamo deboli. Solo uniti raggiungeremo il nostro traguardo. Dobbiamo imparare la gestione della cosa pubblica dai paesi che ci ospitano. Dobbiamo ricercare, riconquistare e rifondare la nostra nazione perché la Somalia è in un punto strategico, è ricca e può dare molte opportunità. Dobbiamo organizzarci e rispettarci perché organizzazione e rispetto sono la base di una società moderna ed evoluta”. (* Shukri Said – Associazione Migrare 1)

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Per essere informato quotidianamente sulla Somalia e approfondire la problematica, vedi il sito dell’Associazione “MIGRARE – Osservatorio sul fenomeno dell’immigrazione”:

http://www.migrare.eu/index.php?option=com_content&view=section&layout=blog&id=20&Itemid=154

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EMERGENZA SOMALIA

LA FAME, UN’ARMA PER RICATTARE IL NEMICO

di Massimo A. Alberizzi, da “il Corriere della Sera” del 7/9/2011

– Sugli aiuti umanitari le mani delle milizie Shabàb –

   Invece di regredire, la crisi alimentare, che ha colpito il Corno d’Africa, si acuisce sempre più. Ora le Nazioni Unite hanno esteso a una sesta regione della Somalia l’allarme fame; il numero di persone che rischiano di morire per mancanza di cibo è salito a 750 mila. Tra i Paesi colpiti dalla carestia la Somalia è nella situazione più drammatica. L’anno scorso il raccolto è stato il migliore degli ultimi 10 anni. Questa stagione il tempo inclemente ci ha messo del suo ma è stata la guerra a far precipitare le cose. E come sempre nel caso di conflitti, la fame viene usata come un’arma contro le popolazioni civili e per ricattare il nemico.

GLI INTEGRALISTI ISLAMICI – Gli Shabàb , gli integralisti islamici, filiale somala di Al Qaeda ( Shabàb vuol dire «gioventù» in arabo), controllano un buon 70 per cento del Paese. Prima hanno confermato la crisi, concedendo alle organizzazioni umanitarie di rientrare in Somalia dopo 5 anni dalla loro espulsione, poi hanno ritirato l’«invito». Sono loro a distribuire il cibo nelle zone che controllano. Così si ingraziano i favori delle popolazioni, alle quali vietano di entrare nelle zone presidiate dai governativi. Gli aiuti a disposizione dei radicali sono pochi e non sufficienti. Ma a loro importa solo il risultato: la gratitudine di gente che, per altro, se potesse li lincerebbe tutti.

RACKET – Nelle zone controllate dal governo, invece, è il racket dei campi e della distribuzione a minacciare la sopravvivenza degli sfollati. A Mogadiscio persone senza scrupoli hanno «ospitato» sui loro campi famiglie in fuga dalle aree Shabàb e dalla fame. «Ospitate» gratis, fino al momento in cui non sono arrivati gli aiuti che a quel punto, una volta consegnati, devono essere divisi con il proprietario del fondo che li rivende tranquillamente al mercato. Così c’è gente che si è arricchita a dismisura sulla pelle dei poveracci. E poi c’è il taglieggiamento sulla distribuzione. I proprietari dei camion trasportano il cibo, ma una parte rimane nelle loro mani e finisce così, anche in questo caso, al mercato.

COMBATTIMENTI – Da mesi si assiste a un’offensiva dei governativi e dei loro alleati, soldati ugandesi e burundesi del contingente militare dell’Unione Africana AMISOM) e miliziani sufi, cioè islamici moderati, di Ahlu-Sunnah wal-Jama^ah. Gli Shabàb sono stati costretti a ritirarsi da Mogadiscio e si sono asserragliati nella Somalia centrale. A causa dei combattimenti, aspri e cruenti e tuttora in corso, i contadini sono stati costretti a scappare ed a abbandonare i già miseri raccolti. Ecco la causa della carestia e della fame ed ecco perché accanto agli aiuti doverosi è sacrosanti, c’è bisogno di una lotta incisiva e tenace che porti a una pace stabile e duratura. (Massimo A. Alberizzi)

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REPORTAGE

SOMALIA, L’ODISSEA INFINITA DEI PROFUGHI

di Nello Scavo, da “AVVENIRE” del 1/9/2011

   Amina è sfinita, arranca come una bestia agonizzante. Da lontano due operatori dell’Unicef le corrono incontro. Alla loro vista lei inaspettatamente accelera il passo sollevando la sabbia rossastra su cui dardeggia un sole spietato. Avvolto in un cencio c’è Osman, un mucchio di ossicini che non si muovono più. Il piccolo profugo ha sei mesi. Forse gli ultimi della sua vita.
A Dollow ogni mattina è così. I rifugiati arrivano a piedi dopo giorni di marcia, in fuga da villaggi senza un domani. Alcuni si fermano da questa parte del fiumiciattolo che segna il confine con l’Etiopia. Altri proseguono ancora per tre chilometri, entrando nei campi etiope di Dollo Ado.
Dollow era una roccaforte dei miliziani fondamentalisti, quasi 500 chilometri a ovest di Mogadiscio. Negli ultimi giorni, però, al-Shabaab ha lasciato in pace profughi e convogli umanitari. Tanto a torturarli ci pensano il deserto somalo e le sue sadiche insidie. Per la verità gli shabaab, o ciò che resta di alcune loro fazioni, si stanno riciclando. A Dollow fanno finta di non riconoscerli quando a bordo dei fuoristrada attraversano la via del mercato. Sanno tutti che quando una pista polverosa viene bloccata da un tronco d’albero, è perché gli shabaab, “i giovani”, pretendono un “pedaggio”.
Hamed Hassan ha 20 anni e nessuna speranza. «La Somalia non cambierà mai. I politici mentono, non c’è futuro». Per alcuni mesi era stato arruolato forzatamente in una milizia fondamentalista. «Non ho mai sparato – assicura – né ucciso nessuno. Loro mi ripetevano che la Somalia ci appartiene, e che il governo di Mogadiscio non conta nulla, perché a comandare sono gli infedeli, gli americani e i loro amici sauditi».

   Hamed, che l’inglese lo parla proprio perché un giorno vorrebbe vivere in America, non ha mai ceduto ai lavaggi del cervello. Fino a quando un giorno è riuscito a disertare. «Dal mio villaggio – racconta – siamo partiti in venti. Siamo arrivati in dodici. Alcuni vecchi sono morti di caldo e di sete». Una madre aveva quattro bambini piccoli, due gli si sono spenti tra le braccia. «Non abbiamo avuto tempo per seppellirli bene. Troppa la paura che gli shabaab potessero raggiungerci. Mentre ci allontanavamo abbiamo visto un branco di iene lanciarsi verso i corpicini».
Come molte altre, anche Amina era in compagnia di sole donne. A casa hanno lasciato i mariti e i figli adolescenti, impegnati a salvare il bestiame o arruolati in una qualche milizia. I signori della guerra sono l’unico ufficio di collocamento che a Mogadiscio non ha mai chiuso. Alcune fuggiasche hanno spiegato che il bestiame può salvare la famiglia. I ribelli filo-qaedisti impongono ai somali di contribuire in qualche modo alla causa antigovernativa. Regalare agli shabaab il bestiame può bastare a evitare l’arruolamento forzato.
Il numero dei rifugiati nei quattro campi di Dollo Ado ha ormai superato i 120 mila. Quasi 80 mila somali sono arrivati solo quest’anno, in gran parte tra giugno e luglio. Il nuovo esodo ha indotto l’Acnur e il governo etiopico ad aprire altri due insediamenti da ventimila posti. Eppure nell’ultima settimana vi è stato un significativo calo degli afflussi: dai 2 mila si è scesi ai circa 300 al giorno.

   E non è una buona notizia. Gli accessi alla regione sono presidiati dalla milizie fondamentaliste che stanno costringendo le colonne di fuggiaschi a ritornare nelle loro case, dove ad attenderli c’è la carestia e altre minacce dei militanti. Chiuse le vie di terra, non resta che tentare la traversata del golfo di Aden, verso le coste dello Yemen. I contrabbandieri hanno fiutato l’affare, così hanno messo in moto una flotta di barcacce: con il viaggio di andata scaricano carne umana, con quello di ritorno merce di contrabbando.
L’Etiopia ospita complessivamente oltre 260 mila rifugiati, di cui circa 180 mila somali, 50 mila eritrei e 26 mila sudanesi. Lo stato di salute di quanti arrivano a Dollow e Dollo Ado continua a essere precario. Una micidiale combinazione di denutrizione e morbillo sta falcidiando i bimbi dei campi. Adrian Edwards, portavoce dell’Acnur, spiega che il morbillo è il principale sospettato per la morte di 11 bambini. D’accordo con i genitori, tutti coloro che hanno meno di 15 anni di età vengono vaccinati per scongiurare una epidemia letale.
Non lontano da Dollow passano le piste che si dirigono verso l’estremo sud somalo. L’addio alla propria terra i profughi diretti in Kenia solitamente lo sospirano da Dobley, ultima cittadina somala prima del confine. Da qui Mogadiscio è un incubo, il Kenya un miraggio. Adnan Dassir Hassen è un po’ il sindaco e un po’ il capotribù. Amministra il remoto villaggio di case basse e scalcinate. Toccherebbe a lui smistare in qualche modo le dozzine di carovane stipate su camion, oppure in arrivo dopo giorni di marcia.
L’afflusso di esseri umani sopravvissuti alla fame e ai perigli dell’avventuroso tragitto per Hassan e la sua gente è però impossibile da governare. «Sono nostri connazionali, hanno bisogno di cibo e medicine, ma non ne abbiamo neanche per noi». Più che a riacquistare energie, raggiungere Dobley serve a ritrovare la speranza.

   Il villaggio, che gli shabaab hanno salutato quasi demolendolo a colpi di mortaio poco prima della tutt’altro che rassicurante “ritirata strategica”, è perlustrato notte e giorno dai militari del governo transitorio.  Quanto basta per potersi fermare almeno una notte senza temere la rincorsa di banditi, di predoni o di bande di miliziani allo sbando. Poi la colonna di assetati scenderà per almeno tre giorni nel girone infernale che solo ai più forti e ai più fortunati permetterà di vederlo davvero il confine keniota, le casacche azzurre dell’Onu e una scodella finalmente piena.
«Facciamo il possibile per dar loro qualcosa da mangiare e da bere – va ripetendo il sindaco Adnan Dassir Hassen. – Non mi piace vedere somali andar via così, proprio adesso che gli shabaab sono
fuggiti. Ma restare vuol dire solo morire».
Anche dentro alle tende di Dadaab c’è chi è scappato non per fame, ma per non finire costretto a unirsi ad al-Shabaab, insieme a chi dalle colonne di fondamentalisti invece è riuscito a fuggire. Dadaab è da vent’anni la terra promessa dell’esodo somalo. Nei tre campi di Dagahaley, Hagadera e Ifo, si contano quasi mezzo milione di rifugiati. Entro la fine dell’anno potrebbero raddoppiare. La tendopoli si estende per un’area vasta quanto Milano. La vita non è facile e non c’è posto per tutti. Si calcola che oltre 50 mila persone vivano sparpagliate fuori dal perimetro.

   Esiliati due volte: cacciati dalla propria terra e fuoriusciti dalla giurisdizione delle agenzie Onu. Alla mercé di qualunque balordo. Quando varcano il confine, i profughi vengono accolti da operatori Onu o dai volontari delle Ong. Ricevono le prime cure, un paio di ciabatte, qualche indumento, un sorso d’acqua, biscotti energetici e un pasto caldo.
Ogni volta la stessa domanda: «Quando potremo tornare?». La risposta è sempre uguale, da vent’anni: «Insciallah», quando Dio vorrà. (Nello Scavo)

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Una mobilitazione di solidarietà (da Avvenire, il quotidiano italiano che più si è interessato della Somalia in questi mesi)

DOMENICA 18 SETTEMBRE LA COLLETTA NAZIONALE

CARESTIA NEL CORNO D’AFRICA

   Un invito “a dividere il pane con i bisognosi”: Così Benedetto XVI ha richiamato l’attenzione sui «tanti fratelli e sorelle che nel Corno d’Africa patiscono le drammatiche conseguenze della carestia, aggravate dalla guerra e dalla mancanza di solide istituzioni». Unendosi alle parole del Santo Padre, la presidenza della Cei, a nome dei vescovi italiani, ha disposto l’immediato stanziamento di un milione di euro dai fondi dell’8 per mille, a cui Caritas italiana ha aggiunto un ulteriore contributo di 300.000 euro, e ha lanciato una colletta nazionale con una raccolta straordinaria per domenica 18 settembre 2011, al fine di sollecitare le comunità cristiane a esprimere solidarietà alle popolazioni colpite.

   Le offerte raccolte nelle comunità saranno inviate a Caritas Italiana, Via Aurelia 796 – 00165 Roma, utilizzando il conto corrente postale n. 347013 o mediante bonifico bancario su UniCredit Banca di Roma SpA, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 50 H 03002 05206 000011063119 specificando nella causale “Carestia Corno d’Africa 2011”. Per altre offerte, è anche possibile utilizzare i seguenti canali: Intesa Sanpaolo, via Aurelia 796, Roma – Iban IT 19 W 03069 05092 100000000012; Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma – Iban IT 29 U 05018 03200 000000011113; Carte di credito, telefonando a Caritas Italiana tel. 06.66177001, in orario d’ufficio.

LE CRONACHE, I COMMENTI, LE INTERVISTE: VAI AL DOSSIER DI AVVENIRE:

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/Dossier-Somalia.aspx

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Emergenza Somalia (come aiutare):

http://www.sositalia.it/landing/cornoafrica2/index.htm?jwppid=4w-google

http://www.unicef.it/tag/emergenza-somalia

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LA SOMALIA TRA CAMBI DI STRATEGIE E SPERANZE

di Matteo Guglielmo, da LIMES (rivista di geopolitica italiana) 9-9-2011

RUBRICA GEES, CORNO D’AFRICA. In Somalia il conflitto cambia pelle. L’uscita di al-Shabaab da Mogadiscio e la nuova strategia del movimento islamista. Il ritorno dei signori della guerra e le scarse speranze dopo laconferenza consultiva di Mogadiscio.
   Le dinamiche del conflitto somalo dell’ultimo mese hanno registrato cambiamenti importanti. All’inizio di agosto, Sheikh Ali Mohamud Raghe “Ali Dhere”, portavoce degli Shabaab, causare la ritirata da Mogadiscio sarebbe stato un mutamento di strategia nella lotta armata contro Amisom e le forze fedeli alle Istituzioni federali di transizione (Ift).

   Una decisione che potrebbe testimoniare un momento di difficoltà del movimento, ma che tuttavia né i governativi né Amisom sembrano ancora essere riusciti a capitalizzare. I mezzi corazzati e il materiale bellico in dotazione ai caschi verdi dell’Unione africana ha da sempre ridotto le possibilità di vittoria militare degli Shabaab nell’ambito di una guerra quasi convenzionale, dove la linea del fronte – tutta interna alla capitale – si estendeva principalmente nei quartieri di Shingani, Bondhere e Hodan.

   Trasformando il conflitto aperto in una guerriglia casa per casa, come già sperimentato durante i due anni di presenza etiopica, gli Shabaab sperano dunque di infliggere danni più consistenti al nemico. Le brigate Shabaab sono già da tempo strutturate per questo tipo di guerriglia, non solo per l’esperienza acquisita durante l’occupazione etiopica, ma anche per la loro organizzazione.
   L’apparato militare e securitario si compone infatti di tre gruppi: il jabhada, che comprende degli squadroni preposti al combattimento in prima linea, l’amniyaadka, composto da forze speciali e particolarmente addestrate per infiltrarsi tra le linee nemiche, e l’xisba, ovvero un corpo di polizia i cui membri sono reclutati localmente tra i clan dove operano i vari gruppi.
   Mentre le prime due formazioni restano – per esigenza tattica e politica – a composizione clanica mista, le forze xisba, essendo preposte al controllo del territorio, necessitano di un’appartenenza territoriale specifica. Le manovre di ritiro dalla capitale sono state effettuate a seguito di un dibattito interno al movimento, già intuibile nel giugno scorso nell’ambito della presunta apertura alle agenzie di aiuto internazionale – e in particolare al World food programme (Wfp) – poi smentite dallo stesso “Ali Dhere”.
   Si era dimostrato favorevole al ritiro dei suoi uomini da tutti i territori della capitale Sheikh Mukhtar “Robow”, il cui comportamento all’interno degli Shabaab è da molto tempo messo in discussione a causa delle sue spiccate propensioni claniste.
   Con lui si era schierato in un primo momento Sheikh Hassan Dahir Aweys, ex leader della Shura delle Corti islamiche e di Hizbul Islam, formazione nata dallo smembramento della coalizione antietiopica e confluita all’interno degli Shabaab lo scorso dicembre.
   Secondo fonti somale, il cambio di strategia nelle operazioni all’interno della capitale sarebbe stato deciso in una riunione tenutosi ad Afgooye all’inizio di agosto. Al vertice erano presenti delegati da tutte le provincie amministrate dal movimento, tra cui il governatore del Basso Shabelle Sheikh Mohammed Abu Abdullah, del clan Hawadle (Hawiye), e Sheikh Mohamed Omar “Abu Abdirahman”, del clan Abgal (Hawiye), attuale governatore della regione del Benadir.
   Le manovre di ripiegamento di al-Shabaab si spiegano anche con alcune dinamiche legate all’economia della capitale, e in particolare allo stallo in cui si trovava il mercato di Bakaara, tutt’oggi ancora chiuso. Ripetutamente bombardato dall’artiglieria di Amisom perché ritenuto uno snodo nevralgico della presenza degli islamisti a Mogadiscio, negli ultimi sette mesi Bakaara aveva registrato un blocco delle attività commerciali dovuto al grave stato di insicurezza.
   Il vertice di Afgooye non ha portato solo un cambio di strategia degli insorti, ma avrebbe segnato anche dei mutamenti importanti nella struttura di potere Shabaab. Mukhtar “Robow”, grande assente all’incontro, sarebbe stato estromesso dalla carica di numero due del movimento, insieme all’altro vice dell’Emiro, Ibrahim Haji Jama Mee’aad “al-Afghani”, del clan Isaaq.
   Mentre l’estromissione di “Robow” è da interpretare come un atto puramente punitivo, quella di “al-Afghani”, uno dei leader più influenti, sarebbe dovuta ai delicati equilibri di compensazione clanica che reggono l’architettura dell’organizzazione.
   Come nuovo numero due degli Shabaab è stato nominato Mahad Warsame “Qarataay”, del sottoclan Ayr (Habar Gedir/Hawiye). Ibrahim “al-Afghani” continuerà comunque ad avere influenza su diversi maktabada (ministeri), e all’interno del cosiddetto culumaa’udiin, l’assemblea di personalità religiose di cui fanno parte, oltre allo stesso Dahir Aweys, importanti guide spirituali come Sheikh Nuur Macalin e Sheikh Macalin Burhaan.
   Cercare di definire la filiera decisionale Shabaab è particolarmente complicato. Accanto alle strutture più ufficiali e identificabili, come la shura, i maktabada e le diverse amministrazioni locali, vi sono alcune personalità che agiscono al di sopra di tali strutture, tra cui lo stesso Emiro, Sheikh Mukhtar Abu-Zubeyr, del clan Isaaq e originario del nord.
   Uomo colto ma schivo, con forti basi di teologia maturate in Pakistan, presso l’università di Islamabad, Abu-Zubeyr nei suoi messaggi trasmessi dalle radio al-Andalus e Qur’anka Kariimka, cerca di fondere letture coraniche con l’importante tradizione della poesia orale somala.
   Altri leader influenti, oltre al già citato Ibrahim “al-Afghani”, sono Fuaad Mohamed Qalaf Shongole, Sheikh Hussein Ali Fidow, e Sheikh Gacamey. Mentre Shongole è a capo dell’importante Maktabka Da’wa, la struttura che si occupa dell’orientamento religioso ed ideologico, a cui è inoltre affidato il compito di emettere fatwa (sentenze), Fidow è incaricato del coordinamento degli affari regionali e politici.
   Particolarmente centrale è infine il ruolo di Gacamey, a capo dell’apparato giudiziario degli Shabaab (maktabka garsoorka), dedito a vigilare sulla condotta dei componenti del movimento, mentre la giustizia ordinaria è esercitata localmente dai tribunali islamici.
Le strutture di potere degli Shabaab, soprattutto quelle volte al controllo e all’amministrazione dei territori, sono nate nel 2009, in un momento in cui la conquista dei principali centri urbani del centro-sud, lasciati sguarniti dall’esercito etiopico in ritirata, necessitava di organi amministrativi locali.
Il ritiro da Mogadiscio ha tuttavia influito poco negli assetti del movimento, dato che la presenza Shabaab nella capitale consisteva più che altro in semplici avamposti militari. Il ritiro inoltre non ha ancora determinato un’estensione del controllo da parte di Amisom e delle milizie governative.
Come dimostrano alcuni video diffusi da al-Jazeera e dall’emittente degli Shabaab al-Kataib TV durante le celebrazioni di fine Ramadan, gruppi di mujaheddin sarebbero presenti ancora in diversi quartieri e sobborghi di Mogadiscio, come Dayniile, una parte di Qaraan e Yaqshid, e Huriwaa, dove si trova il suuqa Xoolaha, uno dei mercati di bestiame più importanti della capitale.
   In altre zone della città diversi capi milizia avrebbero approfittato del ritiro degli Shabaab per imbastire alcuni checkpoint. Yusuf Mohamed “Indhadde”, ex signore di Merca, avrebbe iniziato a radunare delle proprie milizie Ayr nel quartiere di Hodan, mentre a Medina e Wadajiir si sarebbero imposte le milizie Abgal di Abdullahi Sheikh Hassan e Ahmed Daaci. Quest’ultimo in particolare sarebbe stato appoggiato da Musa Sudi Yalahow, altra vecchia conoscenza tra i warlord della capitale sconfitti dalle Corti islamiche nel giugno 2006.
   A mettere in guardia la comunità internazionale sul ritorno dei signori della guerra era stato del resto lo stesso rappresentante speciale dell’Onu Augustine Mahiga. Sul fronte governativo questi sono giorni decisivi. Dopo l’ottimismo per la visita del primo ministro turco Tayyip Erdogan a Mogadiscio, il quale ha promesso consistenti aiuti umanitari per contrastare la grave carestia, permangono forti interrogativi nell’ambito della politica interna.
   Il 29 agosto, il presidente delle Ift Sheikh Sharif Sheikh Ahmed incontrava a Garowe il presidente del Puntland Abdirahman Mohamud Farole. La visita di Sheikh Sharif, preceduta alcuni giorni prima da quella del primo ministro Abdiweli Ali Mohamed, e fortemente voluta da Mahiga, intendeva gettare le basi per la partecipazione dello stato autonomo alla conferenza consultiva prevista dagli accordi di Kampala del 9 giugno.
   Al vertice di Garowe è infatti stato approvato un memorandum d’intesa volto ad implementare degli accordi di cooperazione militare ed economici già siglati nell’aprile del 2010 e nell’agosto del 2009, ma mai entrati in vigore. La conferenza, svoltasi a Mogadiscio tra il 4 e il 6 settembre, e per la quale è previsto un secondo – e ultimo – round a Garowe, rappresenta un ulteriore banco di prova per le Ift, che dovranno misurare le loro effettive capacità di attuare le riforme richieste a gran voce dalla comunità internazionale in vista della scadenza di mandato dell’agosto prossimo.
   Il documento approvato al termine della conferenza consultiva, che definisce una roadmap volta a concludere il periodo di transizione istituzionale, si basa su quattro pilastri: sicurezza, riassetto costituzionale, riconciliazione politica e good governance.
Riguardo il primo pilastro, molto ruota intorno all’applicazione del National security and stabilization plan (Nssp), il quale prevede – tra le altre cose – la cooptazione e l’integrazione delle milizie locali all’interno delle forze armate delle Ift. Tuttavia, se le nuove forze armate non diventeranno espressione di altrettante entità politiche locali rappresentate nei quadri istituzionali, difficilmente si potrà evitare l’implementazione di un piano di sicurezza totalmente top-down, e dunque destinato al fallimento.
   È quindi probabile che la chiave di volta per il termine della transizione risieda proprio negli ultimi tre pilastri, e in particolare nella riconciliazione politica. Senza una spinta decisa in questa direzione, sia la sicurezza che il riassetto costituzionale rischieranno di tradursi nell’ennesima alchimia istituzionale.
   Purtroppo i rischi che ciò accada sono ancora di molto superiori alle speranze di successo, viste soprattutto le defezioni (e le esclusioni) che hanno contraddistinto la conferenza di Mogadiscio. Oltre al Somaliland, che ha da poco siglato un accordo con la Cina e l’Etiopia per l’ampliamento del porto di Berbera, anche diverse personalità claniche e amministrazioni vicine al governo avrebbero già espresso il loro disaccordo verso la conferenza.
   Resta inoltre da valutare la posizione di Ahlu Sunna Wal Jama’a (Aswj), le cui evidenti fratture sono emerse nuovamente. Mentre tra i partecipanti alla conferenza consultiva era presente una delegazione di Aswj molto vicina al presidente Sheikh Sharif, e guidata da Khalif Abdulkadir Moalin Noor, i vertici del comitato consultivo e di quello esecutivo del movimento sufi hanno negato qualsiasi tipo di coinvolgimento.
   È innegabile come a spingere per l’organizzazione della conferenza sia stato Augustine Mahiga, che a metà settembre è atteso a New York per la discussione del rapporto sulla Somalia. Sullo United nations political office for Somalia (Unpos) pesano inoltre molte delle responsabilità della proroga delle Ift accordate il 9 giugno scorso a Kampala, ed un fallimento in questo senso renderebbe ancora una volta evidenti le lacune dell’Onu nella gestione della crisi somala.
Ad oggi i costi di gestione erogati dai donors internazionali per far fronte alle esigenze delle istituzioni transitorie somale si aggirano tra i 50 e i 100 milioni di dollari all’anno, mentre quelli relativi al mantenimento di Amisom sono di circa 400.
L’impressione è che Unpos abbia voluto impostare un percorso a tappe forzate non solo debole nella sostanza politica, ma in cui gli stessi obiettivi appaiono ancora vaghi e di difficile portata, specie per istituzioni troppo fragili e frammentate. (Matteo Guglielmo è dottore in Sistemi Politici dell’Africa all’Università degli studi “L’Orientale” di Napoli, autore del volume Somalia, le ragioni storiche del conflitto, ed. Altravista, 2008)

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SOMALIA, MUOIONO 10 BAMBINI AL GIORNO

(Ma intanto aumentano i militari in campo)

– E’ l’allarme dell’UNHCR da Mogadiscio. Dove arrivano i rifugiati “ad ogni angolo si sente il pianti dei bambini e forti, persistenti colpi di tosse e poi nelle tendopoli non ci sono materassi o letti; si incontrano piccoli in terra senza aiuto, con la febbre alta, malati di morbillo”. Nel frattempo il contingente di soldati dell’Amison si infoltisce sempre di più e la guerra alle milizie islamiche non
finisce mai. Le domande da porsi –

di CARLO CIAVONI da “la Repubblica” del 16/8/2011

   Di bambini con meno di 5 anni ne muoiono 10 al giorno nel campo profughi di Kobe, che fa parte del complesso di campi per rifugiati di Dolo Ado, nell’Etiopia sud orientale. Hanno così raggiunto livelli allarmanti i decessi tra le persone in fuga dalla Somalia, il 95% delle quali donne e bambini. E’ quanto risulta da una valutazione dell’UNHCR 1, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. La malnutrizione resta la causa principale, ma l’insorgenza del morbillo sta aggravando ulteriormente la situazione. Nel complesso di Dolo Ado, l’Alto Commissariato ha appreso di 150 casi di sospetto morbillo e di 11 decessi molto probabilmente provocati dal morbo. Terribili e disperate – così vengono definite dai funzionari dell’UNHCR – le condizioni del sito di Al Adala, dove “ad ogni angolo si sentono i pianti di bambini e forti colpi di tosse. In più, nella tendopoli non ci sono materassi e letti; si vedono diversi bambini in terra senza aiuto, con la febbre alta malati di morbillo, che sta dilagando nell’insediamento sovraffollato”.
La “passerella” di Mogadiscio. Mentre tutto questo accade, la “passerella” delle autorità internazionali in visita a Mogadiscio sembra più affollata che mai. Ieri è arrivato a Mogadiscio il presidenti della repubblica di Gibuti, Ysmail Omar Geele, il quale è andato a visitare i campi dei rifugiati a Mogadiscio e subito dopo ha annunciato l’invio di nuovi contingenti militari. Nel frattempo, il provvisorio presidente somalo, Sharif Ahmed è volato a Bujumbura, capitale della Repubblica del Burundi, a colloquio con il presidente Pierre Nkurunziza, per chiedere un incremento di forze armate in Somalia, in aggiunta ai 3.000 soldati burundesi già presenti nelle fila dell’Amison, il contingente dell’Unione Africana, finanziata dall’Onu, con funzione di peacekeeping. Contingente che in tutto, al momento, non dovrebbe contare un numero di militari inferiore a 10 mila unità, compresi gli 8.000 provenienti dall’Uganda, paese “maggiore azionista” della forza di contrasto alle milizie islamiche di Al Shabaab. Giovedì è infine prevista la visita del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan.
Più aiuti o più militari? Il gioco al rialzo nella richiesta di militari in territorio somalo, somiglia sempre più ad un arrembaggio alle risorse finanziarie delle Nazioni Unite. Infatti, tanti più soldati s’inviano sotto il comando Amison, quante più risorse si è legittimati a chiedere all’Onu. E, considerato che le condizioni di vita nei campi dei rifugiati – nonostante gli sforzi che vengono resi noti – non appaiono migliorate, anzi, la domanda che molti si pongono – nel mondo della cooperazione iternazionale, e non solo – è questa: quante sono le risorse mobilitate per gli aiuti umanitari direttamente destinate alle popolazioni colpite dalla carestia e quante sono quelle necessarie per coprire i costi dei militari, che nonostante aumentino, da anni e anni non riescono a sconfiggere le milizie islamiche di Al Shabaab?
La capitale sotto pressione. Mogadiscio ormai ospita circa 400 mila sfollati e, solo tra giugno e luglio, ne ha accolti 100.000 in cerca di cibo, acqua, alloggio e assistenza medica. La maggior parte proviene dalle regioni meridionali del paese. Sono contadini e allevatori, che possedevano bestiame e coltivavano cereali, ma hanno perso tutto e premono alle porte della capitale nell’illusione di ricominciare una nuova vita. Molti fra loro – come hanno raccontato al team dell’UNHCR – sono stati costretti a lasciarsi alle spalle parenti anziani o disabili, sapendo che non sarebbero sopravvissuti al viaggio. Hanno camminato per giorni senza cibo o acqua e hanno dovuto affrontare i posti di blocco dei miliziani di Al Shabaab, che scoraggiano (nella migliore delle ipotesi) le persone dal fuggire dalla Somalia.
Il ponte aereo continua. A Mogadiscio, intanto, è atterrato sabato mattina l’ultimo dei tre voli in programma nell’ambito del ponte aereo umanitario dell’UNHCR. Con quest’ultimo volo è stato completato il trasporto di circa 100 tonnellate di aiuti d’emergenza. Il cargo conteneva 45.000 scatole di biscotti ad alto contenuto energetico, teli di plastica per alloggi, materassi, coperte, taniche per l’acqua e utensili da cucina per contenere e cucinare cibo. Lo stesso giorno l’Agenzia ha distribuito circa 500 kit d’assistenza d’emergenza (Emergency Assistance Packages, EAP) nel campo di Al Adala, che ospita circa 2.000 famiglie di sfollati – per un totale di circa 13.000 persone. Il campo si trova vicino all’aeroporto di Mogadiscio e – secondo quanto riportato dal team UNHCR – le strade che vi conducono erano tranquille, ma nell’area è palese la presenza di uomini armati.
Quei bambini dai 6 mesi ai 15 anni. Assieme alle agenzie partner, l’UNHCR è impegnato a rispondere all’emergenza, tanto che nel campo di Kobe si è conclusa ieri una massiccia campagna attraverso la quale tutti i bambini tra i 6 mesi e 15 anni sono stati vaccinati contro il morbillo. Nei prossimi giorni l’operazione proseguirà negli altri campi, tra i rifugiati che arrivano dalla Somalia, proviene dalle aree rurali. Per loro, nei campi per rifugiati dell’Etiopia, potrebbe trattarsi della prima volta che entrano in contatto con centri medici strutturati. Una delle priorità di tutti le agenzie partner attive nei campi è pertanto quella di sensibilizzare le persone sui programmi medici e nutrizionali in favore dei rifugiati, molti dei quali non accedono a questi servizi. È necessario incoraggiare i genitori a portare i propri bambini nei centri medici per ricevere cure continuative contro la malnutrizione e per identificare attivamente i bambini malati e garantire loro immediata assistenza medica.
(Per sostenere la campagna “EMERGENZA SOMALIA”: è possibile donare con carta di credito o bonifico bancario chiamando il numero verde 800 298 000)

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DABAAB, L’INFERNO SI DILATA – ONU: UN ANNO DI CARESTIA

di Matteo Franceschini Koffi, da “AVVENIRE” del 30/7/2011

   Migliaia di rifugiati somali hanno iniziato a occupare Ifo-2, l`estensione di uno dei tre campi profughi chiamato Ifo che si trova nell`area della cittadina keniota di Dadaab. I campi di rifugiati Hagadera, Dagahaley, Ifo, e ora Ifo-2, tutti a qualche chilometro di distanza da Dadaab, vicino al confine con la Somalia, costituiscono il più grande agglomerato di profughi al mondo: oltre 400mila.

   Ma il numero rischia di crescere a dismisura, dato che l`Onu ha lanciato un nuovo allarme: la carestia peggiorerà per tutto il 2011. Secondo gli analisti, un tale ammasso di gente sta mutando le dinamiche di vari settori della società kenyota, oltre ad aver stravolto l`ambiente.

   «L’area di Dadaab ha registrato un vertiginoso aumento d`insediamenti umani – recita un rapporto promosso dalle ambasciate di Norvegia e Danimarca insieme al governo kenyota-. Questo sta avendo un impatto negativo sulle condizioni riguardanti la mobilità e il pascolo. Per esempio, un programma gestito da un`agenzia umanitaria diretto all`approvvigionamento di legna per cucinare e costruire ha permesso un`alta commercializzazione del prodotto. Molti residenti kenyoti protestano che dei contratti beneficiano solo l`agenzia e una stretta cerchia di individui».

   Un altro punto controverso sono, poi, gli abusi che si sono verificati o si verificano nel campo. Il rapporto accerta che: «durante il 2010, almeno il 18 per cento del cibo distribuito gratuitamente dal Programma alimentare mondiale (Pam) è stato rivenduto dai rifugiati». Questa è una delle ragioni per cui i prezzi degli alimenti a Dadaab sono minori rispetto a quelli venduti nelle zone circostanti. Ciò, a sua volta, ha prodotto diverse manifestazioni di dissenso da parte della comunità ospitante kenyota che si sente trattata peggio dei profughi.

   Un ulteriore aspetto forse quello più importante per le autorità riguarda il fattore sicurezza. I ribelli somali shabaab, di stampo qaedista, hanno proclamato da tempo che lottano per una grande Somalia, un`area che comprende anche il Nord-Est del Kenya e il Sud-Est dell`Etiopia.

   In queste aree, sono infatti frequenti gli scontri, spesso fatali, provocati dalle incursioni di ribelli o criminali somali che usano tale giustificazione. Quest`ultimo, è uno dei principali motivi per cui il Kenya, all`inizio, era indeciso riguardo all`apertura di Ifo-2, gestito, come per gli altri campi profughi, dall`Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur).

   «Le nostre intenzioni sono buone – afferma ad Avvenire un`operatrice umanitaria che chiede di restare anonima – ma stiamo promuovendo una pericolosa mentalità della dipendenza che, a lungo termine, potrebbe creare più problemi che soluzioni per la gente che vogliamo aiutare».

   L’emergenza del Corno d`Africa sembra comunque aggravarsi. «Ci si aspetta che la crisi nel Sud della Somalia continui a peggiorare per tutto il 2011», ha dichiarato ieri da Ginevra l`Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), facendo appello per altri 1,4 miliardi di dollari. «Tutte le aree del Sud della Somalia precipiteranno nella carestia».

    Invece, nonostante gli scontri a Mogadiscio tra i soldati governativi e l`al Shabaab, il Pam è riuscito a effettuare ieri un`altra operazione destinata a distribuire cibo energetico sia in Somalia sia al confine tra Etiopia e Kenya. «La protezione dei civili a Mogadiscio rappresenta la nostra principale preoccupazione», ha dichiarato ieri l`Acnur, a seguito dei nuovi combattimenti nella capitale. Tuttavia, quella delle agenzie umanitarie è una protezione che non può essere garantita.

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altro POST sulla crisi umanitaria in Somalia pubblicato in questo blog (il 15 luglio 2011):

https://geograficamente.wordpress.com/2011/07/15/fame-e-siccita%e2%80%99-in-somalia-e-in-tutto-il-corno-d%e2%80%99africa-%e2%80%93-la-crisi-finanziaria-ed-economica-europea-ed-americana-dimentica-i-%e2%80%9cgrandi-poveri%e2%80%9d-e-le-loro-tragedie/

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Clan somali (da LIMES, carta di Laura Canali) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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3 thoughts on “SOMALIA nella CARESTIA – la FAME come strumento politico per il controllo del Paese – SICCITA’ e PROFUGHI AMBIENTALI dati dalla guerra e da ragioni di controllo del potere in un’area geografica per troppi anni in balia di se stessa

  1. Maria Concetta Soriano giovedì 22 settembre 2011 / 18:34

    La TV non ne parla quasi per niente e pure la fame sta facendo più morti della guerra. Purtroppo il petrolio Somalo non ha la stessa qualità di quello Libico perché i potenti della terra possano intervenire contro l’organizzazione integralista estremista che ostacola i rifornimenti di cibo alla popolazione e l’ingresso agli ospedali. Probabilmente aspetteranno di finire prima la guerra in Libia e poi ricominciare in Somalia mascherando la guerra per il petrolio, ancora una volta, come Aiuto Umanitario, il problema è che i Somali, saranno gia morti a migliaia.
    Io mi sento Impotente!

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