La “nuova” TURCHIA e le PRIMAVERE ARABE rivoluzionano la geopolitica del MEDIO ORIENTE: ora lo STATO PALESTINESE non è più un miraggio – Tra Turchia e Palestina: ipotesi e scenari di cambiamento nel “nostro” MEDITERRANEO orientale

ABU MAZEN all’ONU il 23/9/2011: Il presidente palestinese presenta la richiesta ufficiale del riconoscimento dello stato palestinese

   Il nuovo corso turco appare particolarmente importante non solo per le misure di forza contro Israele (l’ambasciatore israeliano ad Ankara è stato di fatto invitato ad andarsene…) che il premier turco ha minacciato (e messo parzialmente in pratica), ma ancor di più perché il governo turco si è dichiarato disposto ad appoggiare anche finanziariamente il popolo palestinese e il nuovo stato che potrà essere riconosciuto, anche nell’eventualità che gli attuali fondi americani ai palestinesi vengano, su pressione israeliana, ritirati.

   E le primavere arabe hanno tolto dal potere quei dittatori (come Mubrarack) che avevano stabilito un patto stabile con Israele (anche, dobbiamo dire, in funzione del contenimento del fondamentalismo terrostico islamico, ora peraltro irrimediabilmente superato dalle rivolte arabe tendenzialmente pacifiche…); oppure quei crudeli dittatori (come Assad in Siria), ora messi alle corde, che garantivano a Israele un “blocco” del contesto mediorientale, e davano alle frange più estremiste palestinese (come Hamas) motivi di ritorsione terroristica contro Israele. Ora tutto questo “equilibrio” mediorientale, di “nemici” da una parte e “amici” dall’altra, tutto questo contesto, l’originaria situazione geopolitica, non esiste più.

il premier turco ERDOGAN

   E la TURCHIA sta sempre più diventando importante nel panorama geopolitico di quella regione del pianeta così delicata, pur, e questo sembra assurdo, acquisendo importanti inimicizie (Siria, Israele, Iran…). Anche con episodi spesso volutamente mediatici e che mettono quel Paese al centro dell’attenzione mondiale: come la recente sfida con la Cipro greca per le trivellazioni di petroli al largo dell`isola abitata anche dalla comunità turca; o appunto poi la cacciata dell`ambasciatore israeliano dopo il rifiuto di Gerusalemme di scusarsi per l`uccisione di nove cittadini sulla Mavi Marmara che portava aiuti verso Gaza; oppure con il successo del premier Erdogan nelle sue visite, dopo le primavere arabe, in Tunisia, Libia ed Egitto. E poi l’apertura ai “parametri” di democrazia chiesti per entrate nell’UE (ma che non son serviti a far accettare la Turchia); e un nuovo atteggiamento, almeno pare, ma non ne siamo per niente sicuri, verso le minoranze etniche in patria, come quella curda, o verso episodi tenebrosi finora duramente negati della propria storia (nei primi decenni del novecento l’olocausto portato avanti nei confronti del popolo armeno…).

   E la TURCHIA diventa pure strategica, con la sua economia galoppante e con l’apertura verso l’occidente (piaccia o meno all’Europa che non l’ha voluta, in primis alla Francia e Germania e ai partiti xenofobi in questo momento forti in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea), diventa la Turchia pure strategica nel dare risposte e vie di sviluppo e democrazia possibile anche a tutti i giovani delle rivoluzioni arabe, desiderosi di “occidente”, di libertà di muoversi e di benessere. Giovani delle rivoluzioni arabe che l’Europa ha di fatto in questi mesi mal tollerato, respinto, preoccupata di mantenere un sistema di per se decadente non solo in economia, ma anche di una politica, un tentativo, impossibile, di chiudersi in se (e di non avviare collaborazioni e interscambi con il “mondo nuovo” che cambia proprio sulle sponde del Mediterraneo e in tutto il vicino Oriente (pensiamo al desiderio di cambiamento in Iran, ancora così duramente represso da una casta politico-religiosa feudale).

   Perché la TURCHIA, respinta dall’Europa nel suo chiedere di entrare nell’Unione (pur avendo rispettato tutti i “parametri” di democrazia che le erano stati chiesti), ora è il paese EUROPEO più in progress, sia nello sviluppo economico che nella popolazione in crescita (79milioni sono i cittadini turchi), che nel saper agire verso i paesi del Medio Oriente, cambiando strategia di approccio geopolitico: come la crisi che adesso c’è nei rapporti con Israele e in appoggio ai palestinesi; ma anche con la Siria dove Assad massacra i suoi cittadini dissidenti; e con lo stesso Iran, dove la situazione di potere interno appare assai confusa e sperabile nella possibile dissoluzione del potere degli ayatollah (alla fine di questo post vi proponiamo un aritcolo assai interessante sull’Iran ripreso da “il Foglio”).

   Pertanto grave errore della “ferma e in crisi” Europa (dove peraltro si vive ancor meglio che in nessun altro continente del pianeta) nel non saper cogliere i mutamenti e le politiche di apertura (e qui ricadiamo sempre nel discorso delle nostre obsolete divisioni  che ci portano a contare sempre di meno nel mondo, ma che provocano anche ricadute inevitabilmente negative nel nostro benessere e modello di vita)

  E la TURCHIA è “europea quanto gli altri paesi europei”: le squadre di basket e di calcio partecipano a tornei internazionali ed europei; la Germania ha quasi 2 milioni e mezzo di immigrati turchi (1,7 milioni legalmente residenti e gli altri nati in Germania e in attesa di avere la nazionalità tedesca per nascita o naturalizzazione); tra le mete turistiche europee Istanbul e tutta la Turchia sono al top. In questo momento la Turchia è il Paese che cresce di più al mondo (l’11%… viene da qualcuno chiamata “la Cina d’Europa”). E l’89% delle merci dell’import-export viaggia per mare, e per questo nel Mediterraneo l’apertura del Mar Adriatico e dei nostri porti (Venezia, Trieste…) è già ma diventerà ancor di più strategica nel commercio verso quel paese, e in tutti gli interscambi, non solo economici, ma culturali, politici…

   E’ comunque e rimane la Turchia un paese profondamente islamico, e molti oppositori al “regime democratico” devono fare ancora i conti con la assai limitata libertà di stampa, di espressione delle proprie opinioni. Sembra comunque che la Turchia stia “provando” una “via islamista alla democrazia”, che appare interessante, positiva, riproducibile in tanti altri stati di religione musulmana…

   Ecco perché l’azione in Medio Oriente della Turchia, e in questo frangente nella politica di riconoscimento dello Stato palestinese, interessa più che mai anche l’Europa, e surroga quel che noi ora non siamo in grado di fare.

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Lo Stato Palestinese

DUE POPOLI DUE STATI E’ LA VIA DELLA PACE

di Romano Prodi, da “il Messaggero” del 25/9/2011

   Abu Mazen e Benjamin Netanyahu hanno pronunciato il loro atteso discorso di fronte all`assemblea dell`Onu, dando in tal modo inizio al confronto diretto fra l`Autorità palestinese e il governo israeliano sul possibile riconoscimento dello Stato palestinese.

   Questo problema, irrisolto da oltre sessant`anni, sta infiammando il dibattito politico mondiale da quando Abu Mazen ha deciso di portarlo di fronte al Consiglio di sicurezza, pur essendo pienamente cosciente che il veto americano renderà in ogni caso impossibile il riconoscimento dello Stato palestinese.

   L`esito di quest`ennesimo atto della tragedia mediorientale è quindi scontato e, soprattutto dopo i discorsi dei due leader, le prospettive di pace non sembrano certo essere ne imminenti né facili. Ci si deve perciò chiedere perché Abu Mazen, pur consapevole del veto americano, abbia giocato apertamente questa carta.

   La prima ragione deriva dall`indubbia popolarità che questa mossa esercita nei confronti della grande maggioranza dell`opinione pubblica mondiale e locale, come è apparso evidente sia nell`aula  dell`assemblea dell`Onu che nelle piazze palestinesi. Queste non sono tuttavia novità e non sono quindi eventi tali da spingere l`Autorità palestinese a un gesto così forte di fronte all`immutata politica americana.

   Se la politica americana non è cambiata è mutato tuttavia il contesto in cui essa si svolge, perché la nuova strategia turca e la «primavera araba» hanno profondamente mutato il teatro in cui questa grande tragedia si svolge. I due più fedeli alleati degli Stati Uniti in tutta l`area, cioè la Turchia e l`Egitto, hanno infatti radicalmente mutato il proprio rapporto con Israele, considerato ora un Paese nemico. Gli atti di ostilità sono ben noti.

   Essi hanno provocato un livello di tensione così forte per cui gli ambasciatori israeliani ad Ankara e al Cairo (oltre a quello ad Amman) hanno dovuto abbandonare le proprie sedi e tornare precipitosamente in patria.

   La sicurezza di Israele è quindi ora esclusivamente nelle mani del Stati Uniti, che non possono più giovarsi dell`aiuto dei governi amici che erano sempre stati in passato la garanzia di tale sicurezza. La«primavera araba» ha infatti provocato la conseguenza non secondaria di rendere impossibile per questi due grandi Paesi adottare una politica divergente rispetto all`ostilità popolare nei confronti di Israele.

   Il nuovo corso turco appare particolarmente importante non solo per le misure di forza che il premier turco ha minacciato ma anche perché il governo di Ankara si è perfino dichiarato disposto a sostituire con proprie risorse l`eventuale cessazione del flusso di denaro che da molti anni la Casa Bianca versa al popolo palestinese.

   Quest`atteggiamento turco è così rischioso per Israele che perfino i vertici dell`esercito israeliano hanno ripetutamente consigliato a Netanyahu di chiedere scusa alla Turchia per gli incidenti accaduti nel mare di fronte a Gaza. Anche perché la Turchia rimane un baluardo fondamentale della Nato ed ha proprio di recente accettato di installare nel suo territorio le batterie di missili che potrebbero anche costituire un`essenziale protezione per Israele in caso di conflitto con l`Iran.

   Riguardo all`Egitto, in qualsiasi modo si concluda l`attuale crisi politica, nessun futuro governo potrà mettere in secondo piano i sentimenti popolari di profonda ostilità nei confronti di Israele. La politica di Mubarak è in ogni caso irripetibile.

   Il dibattito nelle aule dell`Onu non porterà quindi a nessuna novità per l`immediato futuro: esso segna tuttavia una forte accelerazione nel processo di soluzione del conflitto palestinese.

   Di fronte alle 27 ovazioni che il Congresso americano ha tributato recentemente a Netanyahu e nella prospettiva di una difficile sfida elettorale, la politica americana non cambierà certamente, così
come la forza delle frange radicali nella coalizione di governo renderà impossibile a Netanyahu applicare quell`intelligente flessibilità che era propria del suo predecessore.

   Ehud Olmert aveva infatti sempre riconosciuto la necessità di arrivare sia alla costruzione di uno Stato palestinese con un territorio equivalente a quello del 1967 che alla definitiva partizione di Gerusalemme, in modo che divenisse capitale sia dello Stato di Israele che di quello palestinese, ma con uno statuto speciale per i luoghi santi, mantenuti fuori dalla sovranità di entrambi.

   In questo nuovo quadro politico si apre certamente uno spazio maggiore per l`Europa. Essa non può che operare per la creazione di due Stati autonomi, sovrani e garantiti nella loro reciproca sicurezza da forti accordi internazionali.

   Due Stati nei quali i due popoli possano vivere senza l`oppressione degli insediamenti e senza la paura del terrorismo. In questa situazione sono convinto che l`Europa debba aiutare l`amico americano proprio appoggiando la richiesta palestinese, pur sapendo che essa non darà per ora alcun frutto. L`accoglimento di questa richiesta servirà tuttavia per facilitare l`accordo indispensabile per la giustizia e la pace nel mondo. (Romano Prodi)

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La “nuova” Turchia

IL SULTANO ERDOGAN

di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 21/9/2011

– Prende a schiaffi l`ex alleato Israele, si erge a modello per i Paesi arabi e dice addio all`Europa. Così il premier turco ridisegna il ruolo di Ankara –

INSTANBUL – “Perché la Turchia è oggi uno dei Paesi più importanti? Semplice: perché si trova al centro di tutto”. Spiazzante e diretto. Può apparire arrogante la risposta data dal ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, l`altro giorno prima di partire per l`Assemblea delle Nazioni Unite, pronto ad affossare Israele e ad appoggiare il riconoscimento della Palestina.

   Eppure le parole dette dall’ “architetto della nuova politica estera di Ankara“, “il Kissinger turco” come è chiamato, già consigliere internazionale del premier Recep Tayyip Erdogan, rappresentano l`espressione muscolare di un Paese in palese stato d`euforia. Che si permette di prendere a schiaffi l`ex alleato Israele, si pone a modello dei Paesi arabi in preda alla crisi, calcola addirittura di sostituirsi all`America in Medio Oriente e che, proprio oggi, ha detto addio all`Europa.

   Istanbul è ancora solare e calda a metà settembre. Il traffico delle navi, sul Bosforo che solca la città dei due continenti, è tranquillo e ordinato. Ma mai come ora Europa e Asia sembrano tanto distanti. Perché la Turchia, stanca di aspettare alle porte d`Europa, è arrivata a dire ieri per la prima volta, con il suo capo dello Stato, l`islamico moderato Abdullah Gul, studi a Londra, economista in Arabia Saudita: «Accetteremo di non essere un membro dell`Unione Europea se la gente di uno solo dei Paesi d`Europa non ci vorrà e considererà la Turchia come un peso».

   «Una dichiarazione che è una bomba», ha rilanciato subito il giornale filogovernativo Sabah. Un`affermazione pronunciata da un esponente dello Stato, non a caso dall`istituzione più alta, solo in apparenza di resa.

   Nei locali di Besiktas, poco lontano dal palazzo dove morì Ataturk, difatti nessuno è rimasto scioccato. C`è, anzi, un contenuto entusiasmo. Perché mentre Ankara abbandona il sogno europeo, accarezzato a lungo, mostra in realtà di voler avere finalmente le mani libere, con la possibilità di esplorare orizzonti diversi. La nuova Turchia chiude con l`Europa e si apre al mondo. Tra i pericoli e i timori di molti.

   Il Vecchio continente assiste con moltiplicata diffidenza. Un Paese dalle istituzioni laiche, ma musulmano al 99 per cento, e che porta in dote un partito di ispirazione religiosa con addirittura il 50 per cento dei consensi, suscita preoccupazione in un club fondato anche sui valori della fede cristiana.

   La Turchia ha dalla sua numeri che non mentono. Oltre l`11 per cento di Pil nel trimestre gennaio marzo, superiore alla Cina. La seconda economia in crescita al mondo nel semestre corrente. Il terzo esercito più potente nella Nato, dopo Usa e Regno Unito. Uno fra i più alti tassi di presenza giovanile. Il sedicesimo Paese più ricco, «puntando presto a entrare nei primi dieci», ha confidato di recente Gul a Repubblica.

   «La Turchia oggi è dotata di una società molto dinamica commenta l`ex ministro dell`Economia, Kemal Dervish – perché tutti, tanto gli imprenditori quanto i semplici cittadini, sono grandi lavoratori. E abbiamo ottimi margini di miglioramento». Dervish fu l`economista capace di risollevare, nel 2001, il Paese da una crisi finanziaria che lo portò a un soffio dal collasso, con misure draconiane da molti considerate alla base della crescita odierna. «Non mi stupirei – continua – che questo diventi uno dei Paesi più prosperi nel 2023, quando la Repubblica celebrerà i 100 anni. Il futuro per noi è promettente».

   Una Turchia potenza regionale? Gli indicatori danno segni ambivalenti. I lusinghieri risultati economici rischiano di essere inficiati dallo spettro del deficit, visto che l`altro ieri lo stesso ministro delle Finanze, Mehmet Simsek, già economista alla Merrill Lynch, ha ammesso «una mancanza piuttosto alta di denaro liquido», con il rischio di far fronte a «shock esterni».

   Ma è soprattutto il protagonismo esibito in politica estera a rivelare il Paese come nuovo attore globale. La recente sfida con Cipro greca per le trivellazioni di petroli o al largo dell`isola abitata anche dalla comunità turca, la cacciata dell`ambasciatore israeliano dopo il rifiuto di Gerusalemme di scusarsi per l`uccisione di nove cittadini sulla Mavi Marmara con aiuti verso Gaza, il trionfo con cui il premier di Ankara è stato accolto in Tunisia, Libia ed Egitto («Dateci Erdogan per un mese!», ha scritto un editorialista sul quotidiano Al Wafd), sono tutti segnali di una strategia mirata.

   «Israele è il solo responsabile» della quasi rottura delle relazioni fra Ankara e Gerusalemme, tuona “l`architetto” Davutoglu. Gerusalemme, che non vuole abbassarsi a scuse che la indebolirebbero di fronte ai Paesi arabi e alla propria opinione pubblica, reagisce ancorandosi all`America. Ma il rischio è di isolarsi ancora di più in un Medio Oriente ora del tutto nemico, adesso che anche lo storico “asse di ferro ” militare con Ankara è saltato.

   Incontenibile, Davutoglu prima di partire per l`assemblea Onu ha fatto una significativa tappa in Egitto, inaugurando con il Cairo quello che ha definito «un nuovo asse di potere»: «Un asse di vera democrazia ha spiegato – fra le due maggiori nazioni nella regione, da nord a sud, dal Mar Nero alla Valle del Nilo in Sudan». E mentre l`Iran e gli Stati Uniti guardano con ansia alla repentina modifica degli equilibri in Medio Oriente, preoccupa molto l`Europa quell`«affinità psicologica» evocata da Davutoglu fra Turchia e mondo arabo, dominato difatti per secoli dall`Impero ottomano di cui Costantinopoli fu il centro.

   Una prospettiva che spaventa, ma ormai difficilmente controllabile. All`ombra delle moschee, gli uomini pii che si riconoscono nel partito conservatore, e di matrice religiosa, fondato dieci anni fa da Erdogan e Gul cavalcando l`onda delle riforme, sono stati capaci di sovvertire l`ordine controllato per decenni da laici e militari. E adesso, considerata inutile e persa la corsa all`Europa, hanno lanciato la sfida in tutta la regione circostante, spingendosi persino in Africa, dove la Turchia è considerata nella sua esuberanza imprenditoriale una piccola Cina.

   La disoccupazione è calata. E gli immigrati, dalla Germania, hanno cominciato a rientrare. Nei campus turchi le borse di studio assegnate ai migliori studenti di tutto il mondo competono direttamente con quelle assegnate dagli atenei americani. «Qui abbiamo tutto – dice un giovane con la barba appena accennata all`Università Bahceshehir – accademici fra i più preparati e la possibilità di trovare lavoro».

   Eppure, nonostante i cambiamenti, l`islamismo strisciante è percepibile. Per i divieti e le tasse altissime imposte a fumatori e consumatori di alcolici. Nelle redazioni dei giornali infarcite di
giovani redattori dai nomi che rivelano l`innegabile origine confessionale. Su metà delle donne con la testa fasciata da copricapi multicolori, magari truccate e con il tacco assassino, ma pur sempre velate.

   Nell`editoria in preda a timori e censure, con decine di giornalisti, scrittori, addirittura traduttori, minacciati oppure in carcere. Un Paese alle prese con una vera guerra al suo interno, come
rivelano i fulmini appena scagliati «contro i terroristi» dai militari ultra laici – ma ormai addomesticati dal pugno dell`islamico Erdogan – pronti a lanciare attacchi aerei nel Nord Iraq sui santuari che proteggono i guerriglieri del Pkk.

   Islam al governo significa una classe di cittadini anatolici, i cosiddetti “turchi neri” perché più scuri di pelle e soliti vestire di grigio, sostituire gradualmente nelle leve del potere i “turchi bianchi” espressione dei militari e dei laici socialdemocratici che si ispirano ad Ataturk, il padre della patria biondo e con gli occhi azzurri.

   «E’ ironico pensare spiega Murat Yetkin, commentatore dell`Hurriyet Daily News, quotidiano appartenente al gruppo Dogan, finanziariamente massacrato lo scorso anno da una colossale causa vinta dal governo – che Erdogan, l`oppositore giurato del laicismo in Turchia, stia portando una nuova aria laicista nella pesante atmosfera della “primavera araba”».

   L`Europa si trova così a fare i conti con un protagonista ingombrante, cresciuto sotto i suoi occhi, avendolo scientemente tenuto a distanza. Anche se c`è chi teme che il Vecchio continente rischi di affondare in un asfittico conservatorismo.

   Con un`Europa priva della capacità di incidere oltre le proprie frontiere. Quelle stesse agguantate con rapacità dalla nuova Turchia “ottomana”: Medio Oriente, Nord Africa, Asia centrale, Caucaso, Paesi arabi, Balcani. Una Turchia, come pretende Davutoglu, al centro di tutto.

   Ma rifiutare Ankara potrebbe anche voler dire ritrovarla un domani come diretta concorrente. «Forse un giorno saranno i turchi – ha concesso Gul- a non voler entrare. Per ora il nostro dovere è quello di onorare la decisione presa». Europa avvertita, insomma, mezza salvata. Anche se, per tanti ormai, la Turchia è un`occasione già finita. (Marco Ansaldo)

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Lo Stato Palestinese 

Usa, Russia, Ue e  Nazioni unite propongono una trattativa da concludere nel 2012

ABU MAZEN BOCCIA IL  PIANO DEL QUARTETTO

di Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 25/9/2011

– I palestinesi: no alla ripresa dei negoziati, l’Onu  esamini la richiesta di riconoscimento –

NEW YORK – Il leader palestinese Abu Mazen  prende le distanze dalla proposta del Quartetto di riavviare i negoziati,  mentre chiede che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu agisca nel giro di qualche  settimana sulla richiesta di riconoscimento.

   Ieri  Abu Mazen ha detto che sta studiando la dichiarazione di Usa, Ue, Onu e Russia,  che invita israeliani e palestinesi a riprendere i negoziati entro un mese, per  trovare l’accordo entro la fine del 2012. Poi però ha aggiunto che «noi non  discuteremo alcuna proposta che non domandi lo stop degli insediamenti e  l’avvio di trattative basate sui confini del 1967». Il testo pubblicato venerdì  dal Quartetto non contiene queste condizioni, e quindi al momento è difficile  che ci siano progressi.

   Un alto funzionario del dipartimento  di Stato ha dichiarato che la proposta di pace del Quartetto è stata modellata  sul piano avanzato a maggio dal presidente Obama, dopo che era divenuta chiara  l’impossibilità di convincere i palestinesi a rinunciare al riconoscimento. La  verità però è che Obama ha le mani legate dalle elezioni, che gli impediscono  di premere su Israele per non perdere il voto ebraico.

   L’accordo  entro il 2012 è una speranza, più che un obiettivo realistico, anche perché  coinciderebbe con il calendario elettorale americano. Fonti palestinesi all’Onu  dicono che la ripresa dei negoziati non contraddice la richiesta di  riconoscimento, che può andare avanti sul suo binario, anche se la scadenza di  un mese data dal Quartetto per ricominciare le trattative sembra fatta apposta  per coincidere con i tempi di cui avrà bisogno il Consiglio per avviare la  procedura.

   Domani il Consiglio, presieduto dal  Libano, comincerà le consultazioni, ma se nel frattempo il negoziato  riprendesse, la pratica potrebbe essere accantonata. Ieri, però, il dirigente di Fatah Azzam al Ahmad ha detto che i palestinesi aspetteranno al massimo due  settimane e poi si rivolgeranno all’Assemblea Generale per domandare di elevare  il loro status a quello di Stato  osservatore. Non membri a tutti gli effetti, ma la vittoria in Assemblea  sarebbe sicura e consentirebbe ai  palestinesi di accedere ad organismi come la Corte penale internazionale, dove  potrebbero denunciare l’occupazione israeliana.

   In queste ore, quindi, continua la corsa ai voti nel Consiglio.  E’ una corsa fittizia, perché se  anche i palestinesi ottenessero i nove sì necessari, gli Usa bloccherebbero tutto col veto: costringere Obama ad usarlo,  però, sarebbe una vittoria politica importante. Nove membri del Consiglio, Russia, Cina, India, Libano, Sudafrica,  Brasile, Gabon, Nigeria e Bosnia hanno già riconosciuto la Palestina, ma non  tutti sono sicuri di votare in favore della richiesta di Abu Mazen. Il  ministro degli Esteri Riad al-Maliki ha detto che gli sforzi ora si concentrano  soprattutto su Gabon, Nigeria e Bosnia(Paolo Mastrolilli)

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La “nuova” Turchia

“LA TURCHIA DI ERDOGAN VUOLE CRESCERE IN PACE ISRAELE SOLO CON LA FORZA”

di Roberto Romagnoli, da “il Messaggero” del 22/9/2011

   L`economia che vola, le tensioni con Israele dopo il caso Flotilla, e con la Cipro greca, la polveriera siriana a Sud, l`attivismo nella fascia della Primavera araba, l`Unione europea che non vuole aprirle le porte. La Turchia si è fatta largo sullo scenario internazionale.

   Ma non è sui toni, talvolta minacciosi, assicura l`ambasciatore a Roma, Hakki Akil, che la Turchia di Erdogan vuole passare alla storia. «Vogliamo avere buone relazioni con tutti, in particolare con i nostri vicini. Problemi zero è la meta finale della nostra politica estera».

Le crisi con Tel Aviv e Nicosia sembrano andare in senso opposto.

«Con il popolo di Israele c`è un`amicizia che ha profonde radici storiche ma il governo israeliano deve cambiare mentalità. Nel mondo tutto è cambiato o sta cambiando, solo loro restano immobili; non sono speciali, devono smetterla con la politica della forza e delle uccisioni. La Primavera araba sta offrendo a Israele un`opportunità d`oro per giocarsi la carta della pace».

E la guerra del gas che si profila con la Cipro greca?

«Nicosia non può agire come se l`isola fosse un`unica entità. Se loro trivellano, noi trivelliamo, anche se sarebbe stato meglio dialogare prima di trivellare».

La Turchia sono anni che trivella, senza successo, la porta dell`Unione europea.

«Il nostro primo obiettivo è l`adesione all`Unione europea. Nicosia, Parigi, e, un po` meno, Berlino frappongono tanti ostacoli. Noi aspettiamo, ma se qualcuno non ci vuole ce lo dica chiaramente. Rispettiamo i parametri di Maastricht più di tanti Paesi membri della Ue».

E la questione dei diritti umani?

«Niente tortura, niente violazioni dei diritti umani, libertà di religione e di espressione. Non mi sembra che la Ue ci possa dare lezione su questo visto il ripetersi in alcuni stati membri di persecuzioni verso le minoranze etniche. Ecco, all`Europa dico: prendete esempio dalla Turchia, dove l`accoglienza e la a convivenza sono di casa. La smetta di avere paura degli immigrati perché nel suo futuro ce ne saranno, inevitabilmente, sempre di più».

E chi teme l`islamizzazione dell`Europa dopo il vostro ingresso?

«La religione non deve spaventare nessuno. Gli Stati devono solamente pensare a garantire libertà di culto. Nella Ue risiedono già tanti musulmani che si svegliano, lavorano e vanno a dormire senza essere un problema. E non parlate più di radici cristiane perché non ha senso».

Il governo italiano è stato tra i paladini delle radici cristiane, eppure i rapporti tra Roma e Ankara sono ottimi.

«L `Italia è un ottimo partner commerciale e sostiene con forza il nostro ingresso nella Ue. Le siamo grati anche se, purtroppo, non sappiamo se i suoi sforzi basteranno per far cambiare idea a Francia e Germania. Forse, a questo punto, è più l`Unione europea ad avere bisogno di noi che non la Turchia di lei. Aspettiamo e nel frattempo andiamo avanti a costruire la nostra rete di rapporti. Come per esempio in Africa dove negli ultimi due anni abbiamo aperto 20 rappresentanze diplomatiche».

Allora fanno bene i giornali a parlare di rinascita dell`Impero ottomano?

E’ ridicolo. Nessun giornale turco, se il vostro Paese interviene nel Sud Mediterraneo, parla di rinascita dell`Impero romano».

Come ci si sente a essere ambasciatore di questa nuova Turchia dalle spalle grandi?

«Fa molto piacere ma non è una questione di orgoglio; è bello sapere di avere più responsabilità».

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Lo Stato Palestinese

SI AMPLIA IL FRONTE FAVOREVOLE AL «SÌ»

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 22/9/2011

   Anche con un miracolo negoziale alla dodicesima ora, anche spingendo Bibi Netanyahu e Abu Mazen a parlarsi di nuovo, anche convincendo i palestinesi a ritirare la loro richiesta, Barack Obama non potrà più far recedere un terremoto geopolitico.

   Comunque vada a finire la vicenda sul palcoscenico dell’Onu, al palazzo di Vetro è accaduto qualcosa di nuovo nel più antico conflitto dei nostri tempi. Per qualcuno è già il “nuovo parametro” dal quale non si potrà più prescindere nell’affrontare la questione palestinese.
Da che è nato Israele quel conflitto è sempre stato un pilastro di ogni stagione politica. Lo fu per tutta la Guerra fredda: l’America e i suoi alleati dalla parte dello Stato ebraico, il mondo comunista con i palestinesi.  E ha continuato ad essere così nei vent’anni successivi, con molti Paesi comunisti di meno.

   Ma se guardiamo come è diviso il mondo oggi al dibattito sulla Palestina, in una divisione ancora ufficiosa ma già abbastanza chiara, a favore della sua promozione a 194° Stato non ci sono solo i soliti cinesi e russi. Nel Consiglio di sicurezza e in Assemblea generale si contano il Brasile, l’Argentina, la Turchia, il Sudafrica, l’India, l’Indonesia.

   Il continente latino-americano, l’Africa, l’Asia. In mezzo c’è l’Europa incerta fra la convinzione del diritto palestinese alla sovranità e quella altrettanto forte di non poter lasciare l’America da sola. Nel campo del no convinto gli Stati Uniti, Israele e pochi altri.
In passato alcuni Paesi del “sì” erano già stati filo-palestinesi ma oggi contano molto più di ieri. I nuovi protagonisti economici e sempre più politici della scena mondiale non sono dalla parte di Stati Uniti e Israele. Bibi Netanyahu continua ad essere convinto che gli Usa bastino. Ormai è diventato un repubblicano americano. Rick Perry, il governatore del Texas candidato alle primarie di quel partito, parla come un radicale israeliano di destra. “Come un likudnik”, scrive il giornale Ha’aretz. Ieri il New York Times raccontava di quanto siano stretti i legami di Bibi con il partito repubblicano e di quanto forte sia la sua influenza. Perfino Obama si è rivolto a lui per avere qualche aiuto al Congresso.
Basterà questo a garantire la sicurezza d’Israele anche domani? Gli israeliani hanno sempre guardato alla Primavera araba come a un problema, ignorando che oltre alle minacce esistono anche delle opportunità. C’è una dicotomia fra l’apertura al mondo dell’economia israeliana e la chiusura dell’attuale governo e della sua diplomazia promossa da Avigdor Lieberman, il ministro degli Esteri che da due anni gira il mondo evitando la parte che conta. Per questo governo la questione palestinese è “gestione del conflitto”, convinto che il muro e la crescita economica della Cisgiordania siano anche la soluzione.

   C’è invece un mondo nuovo che sta accumulando potere e guarda invece ai “nuovi parametri”, a un modo diverso di affrontare la questione. Fra questi la preminenza delle ragioni d’Israele, non c’è. E’ un mondo nella cui narrativa storica non c’è l’Olocausto con tutte le sue comprensibili conseguenze politiche e morali, come per noi europei e solo da qualche decennio anche per gli americani. La sicurezza e la prosperità d’Israele restano una priorità, quegli obiettivi non sono stati ancora raggiunti del tutto. Ma anche Israele deve collaborare, usando strumenti più moderni per rafforzarli. (Ugo Tramballi)

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La “nuova” Turchia

LA LEZIONE DI ERDOĞAN ALL’EGITTO POST-MUBARAK

di Giovanni Mafodda, 21/9/2011, da LIMES, rivista di geopolitica italiana del (http://temi.repubblica.it/limes/ )

– RUBRICA GEOECONOMIE DELLA CRISI. La tappa cairota del tour diplomatico del primo ministro serviva a rafforzare le aspirazioni della Turchia alla leadership regionale. I generali al potere e i Fratelli musulmani non hanno gradito i riferimenti a Israele e all’islamismo politico –

Il primo ministro turco Erdoğan, con una perfetta scelta di tempi, forte della sempre più diffusa simpatia di cui gode tra le popolazioni arabe a seguito dell’escalation diplomatica innescata con Israele e dopo aver chiamato tutti all’“obbligo” del riconoscimento dello Stato palestinese e della sua adesione all’Onu, ha effettuato, partendo dal Cairo, un trionfale tour delle “primavere arabe” che lo ha portato anche in Tunisia e Libia.

La visita aggiunge nuovo vigore alla politica estera attuata ormai da tempo da Ankara nell’area medio-orientale. C’è chi parla di politica neo-ottomana. Il premier, con toni che alla stampa egiziana sono risultati in qualche caso troppo marcati, ha dispensato consigli e suggerimenti sui principali temi sul tavolo della delicatissima congiuntura politica del Cairo: da come trattare con Israele, alla necessità di una  contemperanza tra Stato laico e religione islamica nel futuro politico del nuovo Egitto.

Temi che, da una parte, hanno creato qualche imbarazzo alla giunta militare egiziana che ospitava, nelle stesse ore, una delegazione israeliana giunta al Cairo per trovare una soluzione alla crisi nelle relazioni tra i due paesi; dall’altra, hanno provocato la stizzita reazione della Fratellanza Musulmana.

Le prospettive dell’ambizione di Erdoğan alla leadership regionale si sono palesate chiaramente già lo scorso febbraio in occasione delle prime manifestazioni di piazza al Cairo. In quell’occasione non solo si rivolse al presidente Mubarak invitandolo a non favorire alcun spargimento di sangue: “Moriremo e ci chiederanno che cosa abbiamo fatto delle nostre vite…devi sentire le urla della gente e accogliere le loro richieste…” , ma aggiunse: “La Turchia sta giocando un ruolo che può far ‘ribaltare le pietre’ nella regione e può cambiare il corso della storia. Miei cari fratelli, stiamo perseguendo una politica estera assertiva.

La Turchia sta dicendo no agli oppressori. Sta sfidando quanto era ciecamente accettato fino ad ora. Sta chiamando assassini gli assassini. Sta abbattendo i tabù. La Turchia sta dicendo “fermatevi” a quanti condannano gli altri alla povertà ed agli embargo. In ogni occasione la Turchia sta urlando la verità e la giustizia. La Turchia sta opponendo una forte volontà per aiutare la pace, la stabilità, la tranquillità, la democrazia, la legge universale, perché il diritto e la libertà prevalgano in questa regione. Noi rappresentiamo una mentalità che cerca per i propri fratelli le stesse cose che chiede per sé stessa”.

Il discorso ebbe vasta eco, anche in considerazione del silenzio proveniente dall’Europa e dagli Stati Uniti, per non dire di Israele dove il cambio dello status quo fu da subito interpretato come contrario agli interessi di Tel Aviv; esso è sufficiente a dare spiegazione della calorosissima e molto partecipata accoglienza con cui le folle del Cairo hanno salutato l’arrivo del primo ministro turco. Scenario utile anche al non secondario obiettivo della visita di Erdoğan: quello di solleticare l’orgoglio ed il prestigio turco in patria.

Forte della sempre crescente rilevanza economica del suo paese, che viaggia su tassi di incremento superiori perfino a quelli della Cina – e che ha fatto superare, nel 2010, quota tre miliardi di dollari all’export turco in Egitto – Erdoğan si è fatto accompagnare da una rappresentanza di 200 imprenditori, portatori di proposte di investimento. È prevista la creazione di un Consiglio strategico turco-egiziano chiamato a trasformare nei fatti la collaborazione tra i due paesi in partnership strategica. Sebbene finanziamenti economici all’Egitto da Stati amici e orgasmi internazionali non siano mai scarseggiati, in considerazione della fase di estrema difficoltà che il paese continua a versare, quelli turchi si presentano come realmente legati alla ricerca di un profitto mutuamente conveniente e sono perciò percepiti come lontani da una finalità controrivoluzionaria, che invece grava sugli aiuti provenienti da Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar.

Il primo ministro egiziano, Essam Sharaf, ha dichiarato alla stampa egiziana che si attende che a seguito degli accordi presi nel corso degli incontri il valore del commercio tra i due paesi passi dai 3 ai 5 miliardi di dollari all’anno e che alla stessa cifra possano presto arrivare gli investimenti Turchi in Egitto, al momento pari a 1,5 miliardi di dollari. Sul versante più squisitamente politico Erdoğan, credente musulmano, fa leva su una discussione di fondo che vede fronteggiarsi le opposte fazioni dei liberali e degli islamisti dall’indomani dell’uscita di scena di Mubarak e porge alla richiesta di autodeterminazione delle “primavere” la best practice del suo attuale modello politico di governo laico.

Erdoğan nel 2003 è infatti riuscito nella titanica opera di salire al potere con un partito islamico, “Giustizia Islamica e sviluppo” e a governare poi il paese senza far soffrire le fondamenta democratiche dell’esercizio politico; successivamente ha sottratto all’esercito, dopo 80 anni, il ruolo di guardia pretoriana della Repubblica Turca. A poche ore dal suo arrivo al Cairo dal pulpito mediatico di “Ore 10”, il talk show più seguito nel paese, il premier ha detto: “Agli egiziani che vedono il secolarismo come escludente la religione dallo Stato, o come un modo infedele di gestire lo Stato, io dico vi state sbagliando…Il secolarismo turco rispetta gli atei perché in definitiva la Turchia è uno stato che crede nel governo della legge”.

Argomentazioni subito rigettate dalla Fratellanza musulmana, che attraverso il suo portavoce, Mahmoud Ghuzlan, ha parlato di ingerenza negli affari interni dell’Egitto e ha commentato che gli esperimenti di altri non possono essere clonati. Ma nell’orbita di quella stessa variegata compagine politica – che al momento ha concentrato le sue rivendicazioni su ambiti eminentemente economico-sociali – c’è anche Abdel Monem Aboul, candidato presidenziale, già personaggio di spicco della Fratellanza, che si è auto-definito “l’Erdogan d’Egitto”.

Per quanto riguarda Israele, l’Egitto resta comunque legato a Tel Aviv dal trattato di pace del 1979. L’imbarazzo dell’amministrazione egiziana a fronte dei continui aspri riferimenti alla politica israeliana fatti dal primo ministro nel corso della visita è tanto più comprensibile in considerazione del momento di grande fragilità dei rapporti tra i due paesi. L’impasse seguita all’uccisione di sei guardie di frontiera egiziane in un raid israeliano di reazione ad un attentato terroristico e il successivo assalto dell’ambasciata d’Israele al Cairo da parte dei manifestanti sono al centro della ripresa di delicati incontri diplomatici.

“Ci troviamo in una posizione strategicamente molto sensibile al momento”, ha detto al quotidiano egiziano Al Masry Al Youm, Gihad Ouda, professore di relazioni internazionali dell’Università Helwan, “Le relazioni con i nostri tradizionali alleati nella regione sono precarie e per questo l’Egitto non deve farsi strumento dei disegni turchi. Deve esserci cautela, non sregolatezza”. (Giovanni Mafodda)

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Il dilemmma Iran

DIVORZIO ALL’IRANIANA

di TATIANA BOUTOURLINE, da “IL FOGLIO” del 22/9/2011

– Ecco perché il presidente Ahmadinejad e la Guida Suprema Khamenei si stanno facendo la guerra

   A Teheran tutti sanno che la rivoluzione non perdona, quando serve divora i suoi figli e non si guarda indietro. Ma nessuna faida iraniana era mai degenerata più rapidamente e con maggiore virulenza di quella tra l`ayatollah Khamenei e il presidente Mahmoud Ahmadinejad.

   Come in una casa di cristallo si susseguono accuse e recriminazioni e il capo di un governo, fino a non molto tempo fa definito da Khamenei “il più popolare” nella storia della Repubblica islamica, viene minacciato di impeachment e costretto a scansare accuse di corruzione, abuso d`ufficio, stregoneria, sedizione e persino apostasia.

   Il suo nome gira di bocca in bocca come protagonista di una feroce battuta riciclata: “Khamenei sta pensando di costruire una nuova arteria cittadina si chiamerà viale Martire Ahmadinejad” (in Iran molte strade hanno nomi di martiri, “martiri” della tradizione sciita, “martiri” della rivoluzione khomeinista e “martiri” della guerra Iran-Iraq, la stessa barzelletta in passato ha già preso di mira altri esponenti della nomenclatura di regime).

   La stampa internazionale lo definisce un`anatra zoppa, un presidente a mezzo servizio ostaggio dei diktat di Khamenei come prima di lui Rafsanjani e soprattutto Khatami. Riuscirà probabilmente a portare a termine il mandato presidenziale che scade nel 2013 e non se andrà senza lottare, ma la sua parabola politica, al momento, pare destinata al tramonto.

   Di tutte le trasferte newyorkesi di Mahmoud Ahmadinejad questa è senz`altro la più complicata. Mentre i dissidenti iraniani organizzano manifestazioni contro di lui e i network se lo contendono ancora come una star, mentre gli studenti della Columbia lo invitano a cena e l`agenda resta fittissima, le voci sull`inarrestabile declino del suo potere esigerebbero un coup de théàtre dei suoi. E` probabile che oggi, nel suo discorso all`Onu, attacchi Stati Uniti e Gran Bretagna tirando in ballo il terna delle riparazioni di guerra per l`occupazione alleata durante il Secondo conflitto mondiale.

   Mille corposi tomi sull`argomento sono stati fatti stampare da Ahmadinejad come omaggio a leader e delegati dell`Assemblea generale. Non è un soggetto che faccia tremare i polsi e l`inanellarsi delle sue invettive negli anni fa presagire temi più caldi. Con il gradimento della Repubblica islamica in costante declino nelle simpatie regionali tra i postumi dell`Onda verde e le attese suscitate dalla primavera araba – in un recente sondaggio Zogby nei paesi musulmani della regione l`Iran attrae solo il 14 per cento dei consensi – difficile immaginare che Ahmadinejad sappia resistere all`occasione di lanciarsi in una filippica sul riconoscimento della Palestina.

   Potrebbe essere l`ennesimo azzardo, Emissari della Guida Suprema gli hanno ingiunto di moderare le provocazioni, che Ahmadinejad consideri quella all`Hotel Warwick una vacanza, lasci perdere
l`Olocausto e le invettive antioccidentali, varchi la soglia del Palazzo di Vetro senza grilli per la testa. Ma un Ahmadinejad pacato e riflessivo all`Onu non si è mai visto ed è più facile immaginare che rilanci il dado nel tentativo di sparigliare i giochi dei suoi nemici.

   La prima sfida nel frattempo se l`è giocata sulle teste dei due escursionisti americani detenuti dal 2009 in Iran con l`accusa di spionaggio. A una settimana dalla partenza Ahmadinejad ha annunciato a Nbc e Washington Post l`imminente rilascio dei due, frutto di un “un gesto umanitario unilaterale”. E` assodato che il gesto non potesse essere il risultato di un ordine emanato dal suo ufficio, ma la tempistica della comunicazione era stata un eccellente viatico per la missione americana. Poi però la magistratura iraniana si è messa di traverso: il presidente non ha l`autorità per liberare i condannati.

   Shane Bauer e Joshua Fattal restano in prigione, il “caso” vuole poi che uno dei giudici incaricati di siglare i documenti per la scarcerazione sia in vacanza. “E` stato umiliato, niente simboleggia meglio l`appannamento della sua fortuna politica”, scrive Geneive Abdo su Foreign Policy in un articolo intitolato “The impotence of Ahmadinejad”.

   Al suo posto, Khatami si sarebbe chiuso in un silenzio offeso e sofferto, Ahmadinejad invece, appena sbarcato, ha incontrato George Stephanopoulos di Abc. Il giornalista gli ha chiesto se stavolta era in grado di offrire delle garanzie in merito alla liberazione. Ahmadinejad ha risposto perentorio: “Noi agiamo in base a quello che diciamo. Se non vogliamo agire non lo diciamo”. Il giorno dopo il giudice è rientrato in servizio firmando i documenti per la liberazione di Bauer e Fattal e Ahmadinejad ha incassato un mezzo successo alla vigilia del suo intervento al Palazzo di Vetro.

   La mortificazione di Ahmadinejad, più o meno concordata nei tempi e nei modi tra la Guida Suprema e i giudici di Teheran, non era un obiettivo abbastanza rilevante da giustificare l`esposizione dei panni sporchi della Repubblica islamica allo sguardo rapace dei suoi nemici. Khamenei sa che le guerre fratricide che percorrono il suo establishment minano l`immagine del regime.

   Per vent`anni ha invocato unità e coesione ergendosi ad arbitro al di sopra delle parti. Nessuno ha mai creduto alla sua neutralità, ma a differenza di Rafsanjani, Khamenei è stato un kingmaker sui
generis che ha fatto della modestia la sua cifra distintiva.

   Privo di solide credenziali religiose e sprovvisto di un carisma evidente, Khamenei si è schermito del suo passato da “piccolo seminarista” e ha tessuto la sua tela, Divide et impera è stato il suo motto. Si è servito di Khatami e se ne è sbarazzato. Ha tenuto a distanza Rafsanjani e lo ha colpito.

   Snobbato dall`aristocrazia clericale, ha formato una nuova classe di mullah e, ayatollah di regime e benedetto l`ascesa prima dei pasdaran e poi dei bassiji. Nel corso della sua investitura presidenziale, quando Ahmadinejad è ancora un semi Carneade da cui l`opinione pubblica ancora non sa cosa aspettarsi, l`ex sindaco di Teheran bacia con deferenza la mano di Khamenei. E` il 2005 nessun presidente lo aveva mai fatto prima e il Rahbar coglie subito la portata simbolica di quel bacio. Khamenei risponde con un abbraccio di una spontaneità altrettanto inusuale.

   E` l`inizio di quella che sembra un`alleanza perfetta. Saladino spietato dai pulpiti dei media internazionali, moltiplicatore di sogni di riscatto terzomondista, eterno Godot delle minacce nucleari, il
presidente-pasdaran ha per un certo periodo stupito e superato le attese di Khamenei. Del resto le critiche alla gestione economica del suo protetto non lo hanno mai impensierito troppo, l`economia è un`importante scocciatura che però non è mai al centro delle considerazioni strategiche del Rahbar.

   Il nocciolo della questione per Khamenei è sempre e solo la rivoluzione, il futuro e la tenuta della Repubblica islamica un assetto nel quale finalmente uscito dal cono d`ombra, Khamenei aspira a rivestire i panni di un novello Re Sole. Se Ahmadinejad non fosse stato travolto dalla sindrome di Icaro, se solo non avesse preso il volo, lui che non aveva le ali, Khamenei non se ne sarebbe dovuto disfare. Fino all`estate del 2009 poche ombre avevano offuscato il rapporto tra il Rahbar e il suo presidente, ma le proteste, i proiettili e i morti hanno cambiato tutto.

   Per la prima volta Khamenei si è sporcato le mani, ha perso la sua aura polverosa e schiva e nelle piazze è rimbombato il grido “Khamenei dittatore”. Quattro anni dopo, alla seconda cerimonia d`investitura di Ahmadinejad, il presidente si è lanciato nuovamente verso il Rahbar per baciarlo, ha poggiato le labbra sulle sue spalle, ma Khamenei lo ha trattenuto infastidito, come a evitare che si avvicinasse troppo. Khamenei sa di aver perso molto, forse troppo nel giugno del 2009 e, di lì a poco, inizieranno le prime schermaglie tra il leader supremo e il suo presidente.

   Già nel 2005, appena insediato, Ahmadinejad non perde tempo a premiare il corpo dei pasdaran con 10 miliardi di dollari in contratti distribuiti a società di comodo. I pragmatici insorgono, alcuni
conservatori anche oltranzisti si indignano. Non succede nulla nemmeno quando il cosiddetto fondo per le emergenze viene prosciugato.

   A Khamenei non sfugge il costante e spericolato trasferimento di fondi dal presidente ai suoi alleati, ma più che a preoccuparsi per le traiettorie dei soldi si inquieta per quella delle persone. E` durante il secondo mandato di Ahmadinejad che l`inserimento dei suoi fedelissimi raggiunge l`acme.

   Nell`esecutivo del 2005 i mullah mantengono una presenza forte nel Consiglio dei ministri (più o meno un terzo) e detengono poltrone importanti come la Difesa, gli Interni, la Giustizia e la Cultura. Poi, gradualmente, Ahmadinejad inizia a sbarazzarsi della rappresentanza clericale nel suo esecutivo. Congeda protetti di Khamenei come il ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki, quello della Cultura Saffar Harandi e dell`Intelligente Gholam Hussein Ejehei. Ed è stato proprio il tentato siluramento del successore di Ejehei, Heydar Moslehi, l`affronto intollerabile.

   Ancora più decisivo nel deterioramento dell`intesa tra Khamenei e Ahmadinejad è stato il ruolo di Esfandiar Rahim Mashaei. Consuocero e amico storico di Ahmadinejad, Mashaei è diventato in un paio d`anni l`uomo più chiacchierato del paese. Dipinto di volta in volta come un imbroglione, un satanista, una spia, o un Rasputin che tiene Ahmadinejad sotto scacco, Mashaei è il più fidato tra i consiglieri del presidente. Gli sono stati affidati più di 13 incarichi.

   Quasi in ogni occasione Khamenei ha avuto da ridire e, quasi in ogni occasione, Ahmadinejad lo ha trattenuto finché ha potuto e poi destinato a una posizione di ancora maggior rilievo. Mashaei è stato capo di gabinetto e inviato speciale del presidente, suo plenipotenziario e, stando alle indiscrezioni, il suo successore designato. Scaltro secondo i detrattori, lungimirante per i fan, Mashaei possiede un`abilità che turba molto la nomenclatura clericale.

   Il migliore amico del presidente annusa l`aria e riposiziona di volta in volta Ahmadinejad a seconda della convenienza e dell`interlocutore. Liberale (per quanto lo possa essere un ex pasdaran iraniano) in tema di costumi femminili, Mashaei ama rappresentarsi come un uomo del dialogo che getta ponti verso gli iraniani all`estero e non ha paura dei gusti dei suoi contemporanei. Sta rinverdendo a forza di mostre e simposi il mito di Ciro il Grande e ha detto che in Iran si dovrebbe poter festeggiare il Nowruz, il nuovo anno zoroastriano, con tutti gli onori.

   Ha vagheggiato un Iran in cui ci sia libertà di ascoltare non tutta ma molta più musica, un Iran in cui per le strade ci si possa tutti vestire più colorati. Ha assicurato che gli iraniani sono amici di tutti i popoli del mondo persino degli israeliani.

   Le sue parole hanno fatto indignare Khamenei (“commenti privi di logica” ha sentenziato), ma mai quanto quelle sull`islam iraniano però. In un furbo mix tra nazionalismo e culto del Mahdi, Mashaei ha affermato che “visto che l`islam è una religione e non una cultura l`Iran dovrebbe tenersi stretta la propria e lasciare l`arabo agli arabi”.

   Ma l`ostilità di Khamenei è dovuta soprattutto alla rappresentazione di un islam iraniano in cui i mullah sono pressoché superflui perché il loro amato presidente è in “contatto diretto” con il dodicesimo imani e non necessita di particolari mediazioni.

   Mashaei è divenuto la bestia nera della dirigenza clericale e non è sfuggito il suo tentativo di strizzare l`occhio all`elettorato di Moussavi. “Ahmadinejad è sotto l`influenza di Satana”, è esploso l`ex mentore, Ayatollah Mesbah Yazdi, formalizzando la rottura con il suo presidente.

   La scommessa di Mashaei (e di Ahmadinejad) in un momento in cui sanno di dover giocare il tutto per tutto è quella di intercettare il consenso di una classe media la cui soglia del dolore è troppo bassa per tornare alla piazza. Per questi e altri motivi Mashaei e gli altri fedelissimi dell`entourage di Ahmadinejad sono stati ribattezzati i “deviazionisti”.

   Più di cinquanta collaboratori del presidente sono stati fermati, 25 arrestati e il governo che aveva giurato di far marcire la cosiddetta “tycoon mafia” di Rafsanjani si trova costretto a difendersi da accuse infamanti. I siti pasdaran Javan e Jahan on line infilzano ormai anche il presidente. Il fronte dei pasdaran si è spaccato in vista delle legislative del 2012, mentre crescono le ambizioni dei papabili per le presidenziali dell`anno successivo.

   Ma Ahmadinejad non può guardare troppo lontano. Il suo Mashaei è stato trascinato nel più grande scandalo finanziario della storia iraniana. La frode da 2,6 miliardi di dollari risale al 2007 e coinvolge prestiti estorti a più istituti di credito, inclusa la Banca Saderat e dirottati per acquistare società a loro volta sfruttate per ottenere prestiti ancora più onerosi.

   Ahmadinejad ha difeso i suoi sostenendo di essere stato lui a scoprire la frode grazie all`aiuto dei suoi collaboratori, Nel frattempo i beni dell`uomo d`affari Amir-Mansour Aria sono stati congelati
e Aria è, guarda caso, ritenuto vicino a Mashaei.

   Se la liberazione degli escursionisti americani arriva in tempo utile per l`annuale viaggio americano del presidente, le ripercussioni della frode iraniana del secolo rischiano di riverberarsi pericolosamente oltre. Nel frattempo mentre a Teheran si accusano i deviazionisti di aver stretto un patto con Khatami e Rafsanjani o addirittura con i leader dell`Onda verde, Moussavi e Karroubi, ad Ahmadinejad non resta che auspicarsi che il suo discorso all`Assemblea generale sia forte abbastanza da coprire il resto del frastuono. (TATIANA BOUTOURLINE)

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mappa del MODIORIENTE (cliccare sull'immagine per ingrandirla)

 

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