La DECRESCITA tra i paradigmi geografici ed economici del nostro presente e futuro: il mondo cambiato e la RICONVERSIONE ECOLOGICA delle nostre Comunità nell’ERA GLOBALE

I MOAI DELL’ISOLA DI PASQUA – simbolo di come una nobile civiltà possa sparire - In molti mappamondi e atlanti geografici non compare affatto l'Isola di Pasqua, Rapa Nui, appartenente al Cile. Una piccola isola di appena 162 kmq. E’ noto che gli indigeni già dalla fine del ‘600 (quando arrivarono gli “europei”) disprezzavano e distruggevano queste misteriose statue antiche di pietra chiamate “i MOAI”: metafora della distruzione che noi indigeni della Terra stiamo distruggendo il nostro pianeta

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   “La DECRESCITA è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.” MAURIZIO PALLANTE, MOVIMENTO DECRESCITA FELICE (http://decrescitafelice.it/ )

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   E’ un bel dire, come sentiamo tutti i giorni, che per uscire dalla crisi economica (e del grave debito pubblico) dell’Italia, dei vari paesi europei a rischio fallimento (la Grecia oramai sulla soglia, ma anche Italia e Spagna stanno lì lì per cadere nel pericoloso vortice…), per uscire dalla crisi ci vuole in primis la CRESCITA, cioè la ripresa economica. I paradigmi che ci sono stati insegnati dagli economisti classici, che a un periodo di depressione ne segue un altro di espansione, sembrano del tutto cambiati, improponibili, in questa epoca, in questi anni, mesi, settimane…

   E se da questo blog appaiono proposte di RINNOVAMENTO DEL SISTEMA AGRICOLO (la proposta di valorizzazione delle agricolture locali e i prodotti originali tipici, nei loro equilibri sociali e ambientali), di NUOVE ENERGIE autoprodotte da fonti rinnovabili, di NUOVE GEOGRAFIE ISTITUZIONALI nel “stare assieme” (le città ai posto dei troppi comuni, la aree metropolitane al posto delle superate provincie, le macroregioni al posto delle attuali parassitarie regioni…), di nuovi SVILUPPI ECONOMICI incentrati in collaborazioni SULL’AREA MEDITERRANEA (con i paesi delle rivoluzioni arabe di primavera e con le realtà balcaniche così vicine a noi)… ebbene, tutto fa pensare che non può bastare rispetto alla svolta epocale che stiamo vivendo; e che solo questi cambiamenti (di eliminazione degli sprechi della politica, di rilancio economico, di nuova sensibilità ambientale, di sviluppo e pace nel Mediterraneo…) sono sì strategici ed importanti, ma da soli non possono bastare per il ritorno alla CRESCITA, a un benessere che possa garantire risorse per ciascun individuo (con un lavoro e un reddito sicuro), e alla società di avere disponibilità finanziarie sufficienti per le politiche sociali essenziali (la sanità, la scuola, le pensioni, la sicurezza, la mobilità… e tutto il resto).

   La crisi pertanto parte proprio dal concetto e dalla parola CRESCITA: nell’era del consumo “estremo”, dei centri commerciali nuovi luoghi di vita e svago, accumulare beni di consumo (paia di scarpe, vestiti, nuovi elettrodomestici…) non solo sta diventando (è) pura paranoia, ma la crisi del lavoro fa sì che non si abbia neanche più i soldi per farlo.

Il Movimento per la Decrescita Felice muove i suoi primi passi il 12 gennaio del 2007 quando Maurizio Pallante (nella foto) riunisce nell’abbazia di Maguzzano (a Lonato, Brescia) un gruppo di persone che ha incontrato in decine di incontri organizzati in tutta Italia per parlare del suo libro “La decrescita felice”. La proposta era quella di fondare un Movimento che mettesse in rete le esperienze di persone, associazioni, comitati, per incamminarsi insieme verso la messa in pratica dei dettami della descrescita. Il 15 dicembre 2007 a Rimini il Movimento per la Decrescita Felice si costituisce ufficialmente come Associazione

   E il pensiero filosofico, globale, economico, che qui tentiamo un po’ di illustrare, quello della DECRESCITA, offre risposte interessanti per uscire dalla crisi. Parla, il pensiero della DECRESCITA, di una “CONVERSIONE ALLA SOBRIETÀ” che, nella riduzione dei consumi, e nel privilegiare la qualità al posto della quantità, ne viene un aspetto positivo di RIAPPROPRIAZIONE DEL SENSO CRITICO (ora in parte perduto) di ciascuna persona. Ecco, su questo pensiamo possano esserci degli spunti magari interessanti in questo post.

   Sia chiaro: NON COLPEVOLIZZIAMO LA CRESCITA di questi ultimi anni. L’impetuoso sviluppo economico di paesi prima marginali e assai poveri (Cina, India, Brasile, SudAfrica… ), ha fatto sì che, tra il 2005 e il 2010, mezzo miliardo di persone sia uscito dalla soglia della povertà assoluta (vale a dire un reddito di 1,25 dollari al giorno): tre quarti di questi ex “poveri assoluti” sono cinesi o indiani, ma per la prima volta il tasso di povertà dell’Africa sub sahariana è sceso sotto il 50%, riducendo il numero di poveri nel mondo a 878 milioni (questi dati li trovate nell’intervento in questo post di Lucio Perosin, del Movimento Federalista Europeo).

   Ma qui ci interessa sottolineare che la proposta “DECRESCITA” non è un “tornare indietro” rispetto ai nostri parametri di benessere e qualità di vita: ma invece è un modo di superare forme parassitarie e consumistiche di vita, per riacquistare valore individuale e collettivo della comunità. E’ UNA PROPOSTA POLITICA, GEOGRAFICA, ECONOMICA. E contiene in se tutti quelli elementi di “nuovo sviluppo ambientale e sociale” che in questo blog cerchiamo fin dall’inizio di descrivere e razionalizzare. E il primo articolo che qui Vi proponiamo espone alcune idee del fondatore e leader del movimento italiano per la “decrescita felice”, MAURIZIO PALLANTE, sull’attuale crisi “economica estrema” che stiamo vivendo. E che ancora del tutto non è scoppiata nei suoi
possibili effetti dannosi nel nostro vivere. E la proposta della “DECRESCITA” diventa assai interessante.

PALLANTE: DEBITO CREATO SOLO PER DROGARE LA CRESCITA SUICIDA

da http://www.libreidee.org/ del 21/9/2011

   Meno e meglio: è l’unica soluzione, per uscire dalla spirale del debito. Che non è un incidente di percorso, tutt’altro: il debito è stato incoraggiato a tavolino per indurre i consumatori a comprare merci che non si sarebbero potuti permettere. Obiettivo: smaltire la marea di nuove merci prodotte a ritmo vorticoso da tecnologie industriali sempre più avanzate e diffuse in tutto il mondo grazie alla globalizzazione.

   Il debito serviva a questo: ad assorbire l’enorme valanga planetaria di merci, evitando una “crisi di sovrapproduzione”. Il peccato originale ha un nome sulla bocca di tutti: crescita. Non è la soluzione, è il problema: la crescita è cieca, perché si basa solo sulla quantità, trascurando di selezionare beni e servizi realmente utili. La crescita vive di sprechi e genera Pil inutile, gonfiato dalla droga pericolosa del debito.

   Ne è convinto Maurizio Pallante, teorico italiano della decrescita: «Il debito pubblico non è un problema di cui è stata sottovalutata la gravità», sostiene in un intervento sul blog di Mdf, il Movimento per la Decrescita Felice. Il debito, spiega Pallante, è addirittura «il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica», perché il ricorso al credito «è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci».

   Si tratta di una scelta «consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati: non a caso – continua Pallante – la crescita dei debiti pubblici ha avuto una forte accelerazione in seguito alle misure di politica economica adottate dai governi dopo la crisi del 2008 per rilanciare la domanda attraverso le opere pubbliche e il sostegno ai consumi privati».

   Diversamente, osserva Pallante, non si capirebbe come mai negli ultimi anni tutti i paesi industrializzati hanno accumulato debiti pubblici sempre più consistenti, fino a raggiungere i valori record del 2010: dall’80% del Pil nel caso del Regno Unito, fino al 225% del Giappone. Se negli Usa il debito pubblico sfiora il tetto del prodotto interno lordo, Francia e Germania superano di poco l’80% mentre il debito dell’Italia rappresenta il 119% del Pil: peggio di noi c’è solo la Grecia, col suo drammatico 142%. A fine anno, il debito italiano raggiungerà i 2.000 miliardi di euro, a fronte di un Pil 2010 fermo a 1.500 miliardi. Il nostro debito pubblico è pari alla somma di quelli di Grecia, Spagna, Portogallo e Islanda.

   Per capirci: il deficit greco, su cui si è scatenata la speculazione finanziaria, è di soli 340 miliardi di euro. Ben diversi i volumi di casa nostra: «Per pagare gli interessi sul debito, ogni anno l’Italia emette nuovi titoli per un valore di 75 miliardi di euro, pari al 10% della spesa pubblica e al 5% per cento del Pil». Per contro, aggiunge Pallante, il quadro completo lo si ottiene solo sommando il debito pubblico a quello privato, delle famiglie e delle aziende. Sulla base di questo mix realistico, col 218% del rapporto debito-Pil, l’Italia non sfigura rispetto al 286% dell’Irlanda, al 250 del Portogallo, al 230 di Spagna e Olanda e persino al potente Regno Unito, il cui debito aggregato raggiunge il 245% del Pil.

   A fronte di queste cifre, conclude Pallante, non si può escludere la possibilità che gli Stati più indebitati decidano di troncare la spirale degli interessi passivi decidendo di fallire, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli e alla rovina i risparmiatori che hanno depositato il loro denaro nelle banche.

   Ma perché gli Stati e le amministrazioni locali spendono sistematicamente cifre superiori ai loro introiti? Perché il sistema bancario induce le famiglie a spendere cifre superiori ai loro redditi, magari con consigli interessati e specifiche linee di credito al consumo?

   «La risposta è intuitiva: perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute e si scatenerebbe una crisi di sovrapproduzione in grado di distruggere il sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci».

   Secondo gli economisti, per ridurre il debito pubblico occorre stimolare la crescita del Pil, perché se cresce la produzione di merci aumenta anche il gettito fiscale. Per favorire la crescita, lo Stato ha due strade: ridurre le tasse, per incoraggiare i consumi, o incrementare la spesa pubblica. «Ma in entrambi i casi, il debito pubblico aumenta: per ridurlo, attraverso la crescita, bisogna aumentarlo!».

   In realtà l’Europa punta su un’altra strada, quella che avrà un impatto durissimo sulla società: il taglio della spesa pubblica, fino alla prospettiva dell’inserimento nelle Costituzioni dell’obbligo del pareggio di bilancio. Problema: tartassando i consumatori, il Pil non potrà certo crescere.

   Secondo Pallante, neppure il Fondo Monetario Internazionale ha più soluzioni: basti pensare che la direttrice, Cristine Lagarde, ha appena proposto di schiacciare contemporaneamente il pedale del freno e quello dell’acceleratore: ridurre la spesa pubblica e/o aumentare le tasse, e al tempo stesso favorire l’aumento della domanda mediante l’aumento della spesa pubblica e/o la diminuzione delle tasse. «Il fatto è che la crisi in corso non è congiunturale, ma di sistema, e gli strumenti tradizionali di politica economica non funzionano più».

   In virtù della recente globalizzazione dei mercati e della concorrenza internazionale, lo sviluppo tecnologico ha determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno: «Macchinari sempre più potenti producono in tempi sempre più brevi quantità sempre maggiori di merci, con un’incidenza sempre minore di lavoro umano per unità di prodotto».

   Si tratta di tecnologie che richiedono costi d’investimento molto alti, alla portata solo di grandi società in grado di operare sul mercato mondiale: multinazionali che non possono rimanere ferme perché subirebbero forti danni economici in termini di ammortamento dei capitali e di mancati guadagni: per cui «devono lavorare a pieno regime, e tutto ciò che producono deve essere acquistato anche se non ce n’è bisogno».

   Se l’offerta in crescita esplosiva supera di gran lunga la domanda, la prima conseguenza è la disoccupazione, che a sua volta riduce ulteriormente la domanda. Oltre a gonfiare i debiti pubblici, continua Pallante, proprio la crescita ha seminato il panico sul fronte occupazionale: in Spagna, dove dal 2007 al 2010 la percentuale dei disoccupati è cresciuta dall’8,3 al 20% e quasi un giovane su due è senza lavoro, secondo calcoli prudenziali ci sono 765.000 immobili invenduti. E nella piccola Irlanda, dove negli stessi anni la disoccupazione è galoppata dal 4,6 al 13,7%, gli immobili invenduti sono 300.000. Se le nuove tecnologie tagliano i posti di lavoro e i redditi non bastano ad acquistare le merci, ecco che «l’unico modo per incrementare la domanda è l’indebitamento».

   La scienza del debito, dunque, per tenere in piedi ancora per un po’ una economia totalmente drogata, dal destino ormai segnato. Da una parte gli incentivi alle famiglie verso carte di credito, rate e mutui, e dell’altra il via libera al deficit pubblico truffaldino: in cima alla lista le cosiddette grandi opere, faraoniche e devastanti, per lo più inutili o comunque bocciate da qualsiasi rapporto costi-benefici, ma comodissime per spartire denari all’interno della casta di potere che accomuna politici, imprenditori e banchieri.

   Prima grandi cantieri, e poi grandi cattedrali nel deserto finanziate a spese dei cittadini e poi magari cedute a società “amiche”. Nasce anche da lì la privatizzazione selvaggia delle aziende pubbliche preposte alla gestione dei servizi sociali come acqua, energia e trasporti, si svendono i “gioielli di famiglia” proprio per ridurre l’entità colossale dei debiti contratti per realizzare le grandi opere.

   Altra voce decisiva nel debito iniquo: la spesa militare. Già abnorme, si è gonfiata a dismisura dopo il crollo del Muro di Berlino con la nuova strategia “imperiale” statunitense che ha sparso eserciti e seminato guerre in tutto il mondo. Strategia ulteriormente accelerata dalla propaganda securitaria dopo l’attentato dell’11 Settembre. Un pretesto, per mettere le mani sulle regioni-chiave del pianeta, come quelle petrolifere.

   Peccato che l’aumento esponenziale delle spese per gli armamenti abbia progressivamente ridotto i vantaggi economici iniziali apportati dal controllo dei flussi di petrolio. Secondo Pallante, si comincia a delineare «una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’Impero Romano, quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono ad essere superiori al valore delle risorse che se ne ricavavano».

   Come bloccare la spirale dei debiti pubblici? «Bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica».

   In realtà sono tre aspetti dello stesso problema, insiste Pallante: «Non bisogna essere particolarmente intuitivi per capire che il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra partiti politici otto-novecenteschi e grandi imprese non prenderà queste decisioni perché ne verrebbe travolto e nessun potere si fa da parte se non è costretto da una forza maggiore alla sua».

   Problema: ancora non esiste un blocco di potere alternativo in grado di scalzare l’alleanza che ha prodotto la catastrofe della crescita, «quindi, non c’è possibilità di superare la crisi in corso, che è destinata ad aggravarsi progressivamente e a concludersi con un crollo rovinoso».

   Sempre secondo Pallante, tutto lascia credere che questo esito sia ormai inevitabile: ormai sembra solo una questione di tempo. «Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o dalla crisi energetica, coloro che non si sono lasciati abbindolare dalla gigantesca opera di disinformazione e propaganda svolta dai mass media, e sono più di quanti si creda, possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie».

   La via d’uscita? «Occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori in cui insistono».

   La chiave? Lavoro utile. «La decrescita abbatte il Pil ma produce occupazione qualificata, per produrre beni e servizi selezionati, realmente necessari». Ristrutturazione energetica dell’edilizia, energie rinnovabili, riduzione dei rifiuti, filiere corte alimentari e industriali, in un’ottica territoriale, distrettuale. Meno trasporti, meno costi, meno sprechi. Diminuirà il Pil? Ne saremo felici. E lavoreremo tutti. (da http://www.libreidee.org/ )

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IL PROGRAMMA DELLE OTTO R

(Serge Latouche, da http://www.decrescita.it/ )

La “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vivere. Questo processo comporta otto obiettivi interdipendenti, le 8 R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.

da una proposta di Osvaldo Pieroni al Forum delle ONG di Rio

Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.

Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.

Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.

Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).

Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”.

Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.

Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.

Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività. (Serge Latouche)

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L’OCCASIONE DELLA CRISI

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 30/9/2011

   Da Ippocrate in poi, la crisi annuncia la rovina, o la convalescenza. Risuona un´unica invocazione: La Crescita!  Però non occorre essere adepti della Decrescita per sentire che “la crescita” può voler dire cose diverse, e se ne volesse dire una sola, riprendere come se niente fosse dal punto cui eravamo arrivati, sarebbe impossibile e cieca.

   Eppure la crisi è la migliore, forse la sola, occasione per proporsi seriamente una conversione del modo di produrre e di consumare, e dei modi di vivere. Al contrario, i più sembrano pensare (ammesso che ci pensino) che il cambiamento di abitudini sia un lusso da tempi grassi, e che la crisi confischi le scelte alternative, o le riduca tutt´al più a divergenze sugli espedienti per passare la nottata: due scuole di chirurgia rivali, una che predilige l´operazione azzardata e riuscita (e il paziente morto), l´altra che prova a combinare bisturi e rianimazione.

   La chiamo conversione, perché di questo si tratta, di un cambiamento di vita, e non della sola riconversione da una produzione e una merce a un´altra produzione e un´altra merce. Che la conversione abbia un senso religioso non nuoce affatto, perché la posta è qualcosa di sacro, come il rapporto fra gli umani, le altre creature, e il pianeta.

   Se si leggono queste frasi del Papa, appena citate da Bagnasco: «Talvolta quando si parla di conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso, di distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è anche e soprattutto fonte di gioia, speranza e amore», si può laicamente trasferirle ai rapporti sociali: la cui conversione alla sobrietà, al disgusto per privilegi e disuguaglianze, alla solidarietà e alla cura delle generazioni future non è affatto votata al sacrificio e alla mortificazione – al contrario.

   Viene un momento, nella esistenza personale e in quella del genere umano, in cui scelte e fatti compiuti accumulati sono così pesanti da impedire di “cominciare daccapo”, e anche soltanto di cambiare significativamente strada. Si vede che lo si deve fare, ma non lo si può più fare. Né per propria scelta razionale (la cosa più improbabile) né perché la situazione di necessità costringe.

   Siamo a questo punto? Il feticcio della crescita indiscriminata ha, lui sì, portato già a una decrescita forzosa e mortificata, e tutt´altro che provvisoria. Molto prima del 2007 o del 2011 eravamo avvisati che stavamo vivendo ben al di là delle nostre possibilità.

   La Crescita – la scrivo maiuscola, in omaggio alla stranezza per cui tutti la pronunciano come se sapessero davvero che cos´è – è come la carota che penzola davanti al muso del somaro bastonato dal carrettiere. Il somaro sta per stramazzare, e il carrettiere lo bastona più di prima. Questa “decrescita”, recessione e impoverimento, si misura già sul metro di famiglie e individui che riducono i propri consumi, per necessità o paura del futuro.

   Vedremo come la restrizione si tradurrà in una modificazione nella scala dei desideri e dei valori. Che cosa, cioè, venga sentito come “superfluo”. (Mi viene in mente quella “riduzione dei consumi” che sperimentano città assediate decimate e affamate, come Sarajevo: e la commovente combinazione che in quegli stremi molte donne cercavano fra il pane e le rose).
La nostra civilizzazione è questo, la scelta di qualcosa di preziosamente superfluo che, una volta che esista, diventa indispensabile, e preclude il rientro in altre possibilità – se non altro per l´energia che ha dissipato e per lo scarto ingombrante e inquinante che lascia. Fin dalle collezioni delle caverne preistoriche, gli umani sono stati affascinati dalle cose rare. Le cose rare sono diventate semplicemente le merci più costose. Si compra qualcosa non perché “ce l´hanno tutti”, ma perché non ce l´hanno ancora tutti.

   Per i giovani la promozione sociale non è più disponibile se non nel consumo, e il consumo spesso non è disponibile se non nella rivolta e nel black-out, nel saccheggio: nonostante le lamentele di grandi magazzini e assicuratori, le merci scelte dagli scassatori di Londra erano una specie di grandiosa campagna promozionale – salve le librerie, illese. (Deve averci pensato Bruce Weber per la nuova campagna pubblicitaria che dice “Don´t steal the Jacket”).

   Il Bagnasco che insiste sulla necessità di “correggere abitudini e stili di vita” sta parlando di Berlusconi, il cui peculiare consumismo è un caso clinico. Ma si tratta anche del consumismo, sessuale e no, di tutti, della universale patologia. Nemmeno i governanti (l´eccezione sono i nostri, mutazione in Capi non-governanti) si attentano più a sostenere che “indietro non si torna”. Proclamano la ritirata sulla via del nucleare. Lo fanno dopo che anche la commovente intenzione giapponese di riparare a Hiroshima col suo apparente contraltare pacifico gli si è ritorta contro a Fukushima.
La crisi non è se non la velocità bruscamente vertiginosa che ha preso il guazzabuglio ingovernato che chiamiamo, ormai pigramente, capitalismo. Non si sa se ridere o piangere a sentire che “il sistema mondiale” andrà a fondo o no nel giro del prossimo mese, delle prossime settimane, delle prossime ore.

   Ma la crisi è la sfilata in cui il re col suo codazzo di cortigiani esce finalmente a mostrare ai sudditi la meraviglia del suo abito, e il bambino screanzato che non tiene gli occhi a terra esclama: “Ma è nudo!”  Permette di guardare come un bambino – dopo essersi sfregati bene gli occhi, dopo una lunga pesante dormita – le cifre degli armamenti, o l´ingaggio daghestano di Eto´o, o le automobili ferme che abitano le città e ne sfrattano gli umani, e di esclamare che è una cosa da pazzi.

   Occorre coraggio per affrontare dentro la crisi l´idea di un altro modo di muoversi, di abitare, di impiegare il vento e la monnezza e il tempo, di imparare e insegnare. Ma è difficile che un paese come l´Italia (o come la Grecia, cui bisogna intanto volere bene) ne esca se non puntando a fare, meglio che sa, le scelte che la terra intera ha bisogno di fare – e qualcuno ha cominciato. Martedì, si è simbolicamente calcolato, il fabbisogno umano ha superato le risorse del pianeta: notizia (Cianciullo e Spielberg a parte) scivolata via.
Ma questo è un discorso lungo, e i tempi sono stretti, e intanto Berlusconi è sempre lì, e di questioni simili lui e i suoi se ne fregano del tutto… Infatti, e bisognerebbe mettere assieme sgombero e costruzione. In Parlamento, dove bisogna che succeda, non succede, perché c´è il voto di fiducia e il dettaglio del vitalizio.

   Quei Greci avevano inventato l´ostracismo. Non era una sanzione penale, ma civile: si premuniva da chi sembrasse costituire un pericolo per Atene. Era un esilio provvisorio, e non confiscava i beni del bandito. Noi non ce l´abbiamo, ma qualcosa di simile è avvenuto con le elezioni amministrative e poi, soprattutto, coi referendum. Non basta a far cadere il governo, ma basta e avanza a motivare un effettivo governo ombra e una dissociazione da un gioco parlamentare degradato. L´opposizione parlamentare è forse troppo ipnotizzata, oltre che da un astratto senso di responsabilità, dalla suggestione del nome di Aventino, in un contesto che lo rende del tutto incomparabile.

   Si sente comunque il bisogno di qualcosa che somigli a uno sciopero alla rovescia, un governo alla rovescia. Chiedere le dimissioni, poi chiederle subito, poi chiederle ad horas, è giusto, e le chiedono gli industriali e i vescovi e i coristi di montagna: ma le ore passano, e i giorni e i mesi. Chiedere “la crescita” va forte, finché quelli tagliano e basta, ma non sarà granché quando si presenteranno con qualche foglietto di fregnacce da rilancio. L´opposizione, cui si deve spesso essere grati, è forse tentata sotto sotto di lasciare che sia questo non-governo a cavare dal fuoco castagne che scottano troppo.

   Ma una forza politica che raddrizzi la deriva indecente di ricchezza e povertà (anche la patrimoniale è ormai slogan universale, benché, nella versione confindustriale, “piccola”, eh!) può affrontare le sfide più impegnative del passato – pensioni e demografia comprese – e del futuro. E restituire alla politica, in Italia e in Europa, i suoi diritti. (Adriano Sofri)

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APPROFONDIMENTO

PER UNO SVILUPPO INTEGRALE DELL’UOMO – PER UNO SVILUPPO INTEGRATO DEL TERRITORIO

a cura di Lucio Perosin (Movimento Federalista Europeo)

1. Un approccio multidimensionale

   Pensare allo sviluppo significa pensare a una crescita armonica di tutte le dimensioni che una persona istituisce con le altre persone (la società) e con l’ambiente e che si definiscono come una complessa rete di relazioni.

   Per sviluppo oggi invece s’intende essenzialmente sviluppo economico, cioè l’aver sempre maggiori risorse materiali e finanziarie per poter soddisfare bisogni reali o indotti. E per territorio sviluppato s’intende prevalentemente un territorio ricco soprattutto di attività economiche in grado di offrire ai propri abitanti molteplici possibilità di accaparramento e possesso di beni e capace di garantire, soprattutto di questi tempi, un’esistenza in sicurezza, una bella abitazione lontana dai rumori, molti servizi a buon mercato a disposizione, ecc.

   Bisognerebbe invece pensare a uno sviluppo sia della persona sia del territorio in termini complessi e armonici. Uno sviluppo capace di coinvolgere tutte le dimensioni personali e tutte le risorse presenti in un territorio. Solo in  questo modo si eviterebbero le sacche di sottosviluppo sia personale che  territoriale.

   Ma lo sviluppo armonico e integrato non  esiste come fatto acquisito perché lo  sviluppo è una dinamica che prende avvio, s’incentra e cresce attorno ad una  determinata e specifica risorsa (personale e/o territoriale) che si  manifesta e che si evidenzia in modo prevalente rispetto alle altre. C’è sempre  una risorsa prevalente che fa da traino alle altre: e questo fatto determina  l’originalità e la specificità non solo delle persone ma anche dei singoli  territori. Accade in questo modo che una persona possa essere maggiormente  dotata nell’arte piuttosto che nella scienza o invero che un territorio si  sviluppi e si organizzi a partire da un determinato tipo di produzione (si  pensi solamente alla varietà dei cosiddetti distretti) piuttosto che da un  altro, ecc.

   Allorché questa dimensione prevalente in  ciascuno di noi diventa autosufficiente e non più in grado di mettere in moto  tutte le altre dimensioni meno manifeste, allora si crea uno sviluppo  squilibrato e disarmonico. Allora la specificità personale anziché essere  originale modalità di interpretare il mondo e di creare rapporti arricchenti  con gli altri, si trasforma in chiusura e in sterile specialismo che dà luogo a  uno sviluppo distorto e autoreferenziale, prima nella persona e  conseguentemente nel territorio in cui opera.

   E le dinamiche prima descritte per le  persone si ripropongono, fatte le debite differenze, sia per il territorio  locale che per quello mondiale. Perché è oggi del tutto evidente che non esiste  uno sviluppo integrato e armonico né a livello locale né a livello globale,  come dimostra oggi la preminenza brutale della dimensione economica e  finanziaria su tutte le altre dimensioni. Gli effetti distorti sono sotto gli  occhi di tutti: inquinamento,  surriscaldamento del pianeta, migrazioni drammatiche, impoverimenti repentini  della popolazione, diseguaglianza e ingiustizie, ecc.

   Ma proprio perché siamo consapevoli dei  comportamenti squilibrati presenti nelle persone come pure dei disastri e delle  distorsioni che ci sono nel mondo, riteniamo importante aver chiare le  dinamiche dello sviluppo e la direzione verso cui puntare. Perché lo sviluppo  può marciare verso l’integrazione e l’armonia, come può indirizzarsi invece in  tutt’altra direzione. Dipende dalla scelta, dalla volontà e dalla  consapevolezza di ciascuno di noi o della classe politica dirigente.

   A livello personale infatti lo sviluppo può  essere connotato dalla chiusura o dall’apertura verso le altre dimensioni meno  manifeste. Perché la mia qualità prevalente diventa risorsa solo aprendosi
all’integrazione con le altre qualità. E siccome le dimensioni in me più  latenti le posso incontrare sviluppate al meglio nelle altre persone, diventa  dirimente la qualità del rapporto che decido di instaurare con l’altro. Nel  senso che posso avviare con l’altro un rapporto di riconoscimento e di  valorizzazione reciproca (integrazione) oppure di utilizzo puramente  strumentale, ecc.

   Perciò le dinamiche e i fattori dello  sviluppo non vanno solo realisticamente analizzati per come sono e si  manifestano, ma vanno scelti e indirizzati, voluti e progettati, riconosciuti e  scambiati (integrati) con l’altro. Proprio per questo motivo assume  un’importanza strategica individuare chi è il soggetto motore di questo  sviluppo complesso che è necessario avviare.

   E il primo soggetto portatore della  complessità e delle diverse dimensioni che si possono sviluppare è l’uomo  stesso: è l’uomo che impronta di sé, caratterizzandole, le dinamiche dello  sviluppo. Innanzitutto, come abbiamo prima accennato, con un atteggiamento che  può essere di chiusura piuttosto che di apertura, inquinante o sostenibile  anche nei rapporti con gli altri, non solo con l’ambiente naturale.

   Avere  un atteggiamento piuttosto che un altro, fa la differenza. Uno per esempio  può trovare la globalizzazione come una straordinaria opportunità, un altro una  maledizione che ci condanna e opprime. E’ vero che l’atteggiamento che si  addotta non è sufficiente a risolvere tutti i problemi. Ci mancherebbe! Ma è un  approccio discriminante che prefigura in qualche modo gli esiti finali. Un  atteggiamento positivo che se non hai, per quante occasioni propizie ti possano  passare davanti, non sarai mai in grado di coglierle come opportunità!

   Però per uno sviluppo armonico è  fondamentale che oltre all’atteggiamento positivo concorrano anche altri  molteplici e indispensabili componenti: sono innanzitutto dei valori e delle  finalità personali esplicite, e una volontà decisa e capace di darsi un  progetto personale e comune all’altezza dei problemi del presente. E poi la  capacità di riconoscere l’altro come risorsa in una dinamica progressiva di  integrazione. Solo così accompagnato, l’atteggiamento positivo potrà  trasformarsi in strumentazione efficace per la realizzazione di un progetto  personale. Perché se lasciato privo di questi componenti, il solo atteggiamento  positivo assomiglierebbe molto a un atteggiamento new age, un po’ alla moda e molto psicologistico.

   Anche a livello territoriale, locale o  globale, è possibile leggere lo sviluppo fin qui intrapreso, ancorché  unilaterale e distorto, in termini positivi e di speranza, cercando di cogliere  tutti quegli elementi che sono recuperabili in una prospettiva di sviluppo  armonico. Per non gettare via con l’acqua sporca anche il bambino. E senza  cadere in un semplicistico ottimismo.

   Nella  consapevolezza però che sta unicamente all’uomo votarsi al suicidio collettivo  oppure uscirne vivo in una prospettiva di convivenza più giusta per tutti. Si può infatti convenire che, accanto a tanti disastri provocati dall’uomo, si  sono realizzate e si presentano tuttora come realizzabili innumerevoli buone  occasioni e opportunità. Si pensi solamente a quanti milioni di persone oggi  possono sfamarsi rispetto solamente a 20 anni fa’. Tra il 2005 e il 2010, mezzo miliardo di persone è uscito dalla soglia  della povertà assoluta (vale a dire un reddito di 1,25 dollari al giorno). Tre quarti di questi poveri sono cinesi o  indiani, ma per la prima volta il tasso di povertà dell’Africa sub sahariana è  sceso sotto il 50%, riducendo il numero di poveri nel mondo a 878 milioni. …

   Uno  dei più importanti obiettivi del  Millennio fissati dall’ONU per il 2015 è già stato raggiunto intorno al  2007 con otto anni di anticipo… E non è un merito da attribuire ai governi e  nemmeno alle organizzazioni internazionali, ma piuttosto alla globalizzazione  (dati ripresi da Lucio Levi, Movimento Federalista Europeo, congresso di  Gorizia).

 Si pensi ancora a quanta informazione e conseguente democrazia oggi può circolare tra la  gente rispetto a qualche decennio fa. Si pensi a quali e quanti spostamenti (senza dimenticare che  sono spesso drammatici) gli uomini possono effettuare muovendosi da un capo  all’altro del globo per migliorare la propria vita. Si pensi anche a quante  forme di buona e civile convivenza, senza guerre, sono diffuse in regioni  estese del mondo. Si pensi infine anche ai tentativi,  seppur timidi, di dare vita a forme di governance  mondiale.

   Ed è altrettanto chiaro che andare in una direzione  piuttosto che in un’altra dipende da come e se sapremo raccogliere la sfida per  un mondo migliore. Dunque, come sopra argomentato, lo sviluppo è tale solo se integrale e armonico, se cioè prevede la  valorizzazione di tutte le dimensioni personali e territoriali, evitando i  riduzionismi e lo sviluppo a una sola dimensione, per esempio quella economica.

   Proviamo a questo punto a indicare le  principali dimensioni che possono caratterizzare il territorio e le persone che  in quel territorio ci vivono, anche se queste dimensioni non sono tutte  armonicamente espresse. Perché spesso in un territorio, come in una persona,  prevale una risorsa o una caratteristica piuttosto che un’altra. Una dimensione  prevalente che dovrebbe essere capace di trainare con se le altre meno  manifeste ed evidenti. Provocando così a volte, se questo non accade, uno  sviluppo squilibrato e riduttivo.

1.1. La dimensione  etico-valoriale

   Quello che tiene insieme un popolo sono  sempre dei valori forti e condivisi. E’difficile per noi occidentali parlare  dei valori degli altri popoli. Nel senso che ne parleremmo sempre dal punto di  vista dei nostri valori di riferimento. Ad ogni modo penso che i valori fondanti la nostra civiltà  occidentale siano innanzitutto quelli della centralità della persona.

   Di una persona che non è mai una monade,  senza né porte né finestre, ma una realtà relazionata da subito alla comunità,  alla società. E di questo continuo e inesausto rimando tra la persona e la  comunità è fatta la storia dell’Occidente. La  civiltà occidentale è costitutivamente questo rapporto inesaurito e  inesauribile tra persona e comunità, tra l’uno e il diverso.

   Una caratteristica questa che informa di se  il pensiero greco e il cristianesimo sin dalle sue origini giudaiche. Una  caratteristica che è sfociata in furori rivoluzionari piuttosto che in solitari  isolamenti dalla società: modalità diverse ma sempre però aperte,  sorprendentemente e al di là delle apparenze, al dialogo tra la dimensione  personale e quella comune. Libertà e  giustizia, unità e diversità sono i corollari di questa impostazione.  Un’impostazione, quella della persona e della comunità, che per sua propria  natura non può risolversi all’interno di ristretti confini territoriali e non  può non proiettarsi sull’umanità intera e non interpellare ciascun uomo sulla  terra.

   Anche  gli altri popoli, le altre civiltà importanti come o più di quella europea,  sono portatori di valori forti e universali. Ed è abbastanza chiaro che  generalmente i valori etico-morali di riferimento per un popolo sono  rappresentati dalle religioni e dalle relative chiese di riferimento. Ed è  perciò conseguentemente chiaro che non sul potenziamento delle chiese come  istituzioni- organizzazioni c’è da puntare se si vuole pervenire a dei valori comuni  a tutta l’umanità, oggi che per certi aspetti viviamo in una società globale,  ma invece sui valori di fondo che ogni uomo e popolo può e deve condividere,  rispetto ai quali le chiese devono proporsi come semplici strumenti e non come  fine.

   In questa prospettiva è urgente che l’umanità s’incontri su alcuni valori di  fondo condivisi quali la pace, la libertà, la giustizia sociale, la sobrietà,  la dignità della persona e una convivenza civile dignitosa per tutti. E su  questi grandi valori condivisi dovrebbero convergere tutti i popoli superando  le guerre di religione oramai anacronistiche, ancorché vive e coinvolgenti  grandi masse.

1.2. La dimensione  culturale e vocazionale

   Ogni  uomo è un “luogo” originale/originario di relazioni che comprende in nuce tutte le dimensioni presenti in  tutti gli altri uomini, nell’umanità intera. Allo stesso modo il territorio si definisce come luogo delle  relazioni che a partire da una sua originalità e specificità è in grado di  far emergere e di trainare tutte le altre dimensioni di un territorio non adeguatamente sviluppate.

   Facendo coesistere in questo modo sia  un’originalità e una specificità sua propria sia la totalità e la complessità  delle dimensioni e delle espressioni umane. Facendo in questo modo intravvedere  la possibilità di una convivenza pacifica tra gli uomini perché radicata in  un’antropologia comune.

   In altre parole è pensabile e augurabile che  tutte le singole originalità territoriali (il genius loci o la vocazione del territorio) siano riconducibili a un  genius, a una vocazione e una prospettiva comune a tutta l’umanità. Oserei dire comune a tutta la biosfera, partecipando di questa tutte le specie viventi.

   Il fatto che oggi questa partecipazione globale sia già storicamente sperimentata, almeno per certi versi, ci dovrebbe spingere a una maggiore consapevolezza circa l’urgenza di porci da questo punto di vista: in altre parole non è questa una pura e semplice petizione di principio o un bel sentimento ma un’urgenza storica.

   Dunque, come prima accennato, tutti gli uomini più o meno esplicitamente si danno una visione prospettica, si prefigurano un mondo possibile in cui vorrebbero poter vivere. La cultura di un uomo e di un popolo è appunto la capacità di produrre scenari e prospettive future.  E ogni uomo e ogni popolo sono portatori di una cultura e di una civiltà diversa e originale. Che si è sedimentata nella storia nella quale noi, uomini del nostro tempo, siamo imbevuti e immersi, spesso fino a non esserne consapevoli.

   Queste sedimentazioni si chiamano anche tradizioni sulle quali noi innerviamo la storia che continuamente costruiamo nel presente. Tradizioni con le quali non possiamo non fare i conti. Che possono essere superficialmente rifiutate in nome di cambiamenti che si vorrebbero rivoluzionari e radicali o che invece possono essere criticamente reinterpretate e innovate.

   E questa visione del mondo, questa cultura che gli uomini si sono dati e continuano a darsi, si concretizza non solo nella produzione del pensiero, ma anche nelle opere d’arte, nella produzione di manufatti, nella trasformazione dell’ambiente, nel paesaggio, nelle forme  sociali e istituzionali, ecc.

   Il problema cruciale oggi è questo: che vanno mantenute e valorizzate tutte le diverse culture presenti sulla terra (è come il problema della biodiversità) e nello stesso tempo va individuata una cultura condivisa a livello globale che, con riferimento ai tratti essenziali delle diverse culture locali, sia in grado di delineare una prospettiva comune per tutta l’umanità. Dovrebbe cadere la contrapposizione locale-globale in nome di una concezione del territorio condivisa e valida indipendentemente dalla sua posizione geografica.

1.3. La dimensione sociale o partecipativa

   Anche la dimensione partecipativa è importante. I luoghi della partecipazione sono i luoghi dove si formano le decisioni, dove maturano i progetti di trasformazione e miglioramento, dove si dibattono e si confrontano idee e decisioni da prendere. Sono importanti dunque le associazioni, i partiti, i movimenti: tutti luoghi in cui prendono forma i progetti di cambiamento. Sono momenti vitali in quanto le persone possono parlare, discutere e farsi un’opinione sia su problemi locali sia su problemi generali. Fino ad arrivare ad un progetto il più largamente condiviso.

   I progetti che le persone devono prendere in considerazione sono contemporaneamente quelli legati alla comunità locale, alla regione e alla nazione di appartenenza su su fino ai progetti che coinvolgono l’umanità intera. Sono progetti che oggi sono all’ordine del giorno e che hanno a che fare con la sopravvivenza di ciascuno e contemporaneamente di tutti. Si chiamano: sostenibilità ambientale, approvvigionamento energetico rinnovabile, flussi migratori, abbattimento della fame nel mondo, diritti minimi garantiti, ecc.

1.4. La dimensione economica: lavoro, ambiente, servizi e qualità della vita

   La produzione di un territorio va intesa sia nel senso di patrimonio ereditato dal passato (architettonico, artistico, manifatturiero, ecc.) sia nel senso della produzione agricola, artigianale e industriale che continua nel presente. Va perciò preservato il patrimonio di tecniche e di saperi che ci sono stati tramandati, ma perché questo patrimonio non si isterilisca e muoia, va continuamente aggiornato e riqualificato non solo in termini di conoscenza che è incorporata nel prodotto (innovazione di prodotto) cioè a dire il design, i materiali, ecc., ma anche in termini di processo (le tecnologie, ecc.).

   In questa prospettiva è fondamentale la formazione permanente (la scuola) che è il luogo in cui la ricerca viene trasmessa e insegnata per essere applicata. E’ fondamentale che vadano individuate per ogni territorio le eccellenze su cui incentrare la ricerca e la formazione.

   E’anche importante per una collettività che lavora avere a disposizione un ambiente naturale vivibile. Non solo per coloro che già ci abitano e lavorano, ma anche per coloro che sono chiamati a vivere e a lavorare da fuori. Solo così un territorio potrà essere attrattivo per le forze innovatrici di tipo imprenditoriale e lavorativo. Naturalmente si tratterà di un ambiente che dovrà essere debitamente “attrezzato” per poter essere pienamente fruito. Ciò significa lavorare non solo sul versante della tutela ambientale ma anche sul versante del miglioramento continuo della qualità dell’acqua e dell’aria e delle energie non inquinanti e rinnovabili, ecc.

   Tutte le risorse di un territorio vanno mobilitate. Risorse che riguardano le qualità umane, intellettuali e professionali degli uomini, fino alle risorse ambientali per la produzione di energia che deve diventare sempre più rinnovabile e sostenibile. Sono risorse che vanno impiegate il più possibile in progetti autogestiti i cui effetti ricadono su quei cittadini stessi che in quel territorio ci vivono.

   Progetti che possono avere effetti e dimensioni più o meno ampie a seconda della portata e dell’ampiezza dei problemi e delle questioni che vengono affrontate. Con l’attenzione fondamentale che, se i problemi possono essere affrontati direttamente dai cittadini (autogestione), a questa scala devono essere gestiti e non a una superiore. Ci deve essere cioè una proporzionalità precisa che va rispettata tra la portata dei problemi e la loro gestione che deve essere la più diretta possibile.

   Quello dell’autogestione è un concetto dirimente e cruciale. Autogestione di un bene o di un servizio su un dato  territorio significa che il progetto di utilizzo di quel bene o servizio non deve dipendere dalla decisione di soggetti estranei a quel territorio, ma deve essere deciso e controllato direttamente dagli utenti di quel territorio medesimo, i quali utilizzeranno il più possibile tutte le risorse di quel territorio.

   Autogestione non significa autosufficienza. Significa controllo di tutto il processo di gestione messo in atto. Rientrano in questo ambito per esempio sia la gestione dal punto di vista energetico di un qualsiasi edificio pubblico come per esempio una scuola o un palazzo comunale, sia la raccolta dei rifiuti, la gestione dei presidi ospedalieri, ecc. L’autogestione va praticata a tutti i livelli dove è possibile e in riferimento a qualsiasi questione da affrontare, sia essa produttiva, energetica, formativa, informativa, ecc.

   Autogestione significa che il modello di gestione dei diversi fattori dello sviluppo non deve essere di tipo piramidale e gerarchico ma di tipo reticolare, per snodi successivi e sempre più
allargati a seconda della portata dei progetti da affrontare.

    Quando i problemi da affrontare riguardano un’area territoriale più vasta, nazionale o continentale, come nel caso di progetti di portata europea che richiedono investimenti consistenti, essi vanno
appunto assegnati a una gestione adeguata a quel livello territoriale. La gestione di progetti riguardanti grandi aree (per es. i progetti di produzione di energia rinnovabile in deserti, mari, ecc.),  e che dunque richiede soggetti istituzionali conseguenti (per es. diversi stati della terra interessati) e risorse finanziarie ed energetiche enormi, deve essere adeguata a quel dato livello, in modo da non andare a creare interferenze e dipendenze ai livelli sottostanti.

   E questa gestione mano a mano che il livello territoriale si amplia, andrebbe affidata ad organismi rappresentativi di secondo livello e oltre, definendo competenze e ambiti adeguati ma diversi da quelli sottostanti e muniti di potere vincolante e diretto sui cittadini. Su su dal livello locale fino a livello globale.

1.5. La dimensione giuridica: le istituzioni di riferimento per la convivenza civile

   Per assicurare uno sviluppo armonico è fondamentale che le persone possano partecipare attivamente alle decisioni riguardanti la comunità di appartenenza. E’ chiaro che le decisioni si articoleranno a diversi livelli territoriali: ci saranno delle decisioni a livello locale (Enti locali, Associazioni varie, ecc.) in cui le persone possono esprimersi e partecipare direttamente ai processi decisionali, mentre per problemi riguardanti un livello territoriale più ampio si dovrà pensare a delle forme di partecipazione delegate. Fino ad arrivare a livello mondiale, nel senso che problemi globali richiedono organismi decisionali globali: si pensi ad esempio al problema del surriscaldamento della terra, al problema della regolamentazione della finanza globale, ecc. In questo senso il federalismo offre tutta una serie di indicazioni che possono essere preziose.

2. Un approccio  multilivello o a scala diversificata

   Oltre a un approccio multidimensionale in grado di assicurare uno sviluppo armonico ed equilibrato del territorio, a me pare a questo punto abbastanza chiaro come sia necessario muoversi contemporaneamente su livelli territoriali diversificati: da quello globale a quello locale.

   A diversi livelli, che provo così ad elencare: quello interpersonale, quello locale o di prossimità, quello nazionale, quello europeo o continentale ed infine quello globale o dell’umanità intera. Sono questi diversi livelli che sono tra loro complementari: uno evidentemente non esclude l’altro. Possono presentare certamente problematiche diverse e specifiche, ma andrebbero considerati in modo unitario ancorché distinto.

   Perché oggi lo impone la dimensione globale dell’economia e dell’informazione ecc. e in secondo luogo lo impone la varietà, la specificità e la ricchezza delle diverse aree geografiche nelle quali gli uomini operano. Particolarità e ricchezze dei diversi territori che sono sinonimo di varietà e originalità di espressione a fronte, se venissero meno, di una grigia omologazione di espressione, di pensiero e di soluzioni univoche dei problemi.

   Questo approccio multilivello, quando si parla di sviluppo, sembra a me essere di stampo squisitamente federalista, se per federalismo intendiamo anche la capacità di impostare i problemi a scala
diversa e in maniera armonica a seconda della natura dei problemi che si intendono affrontare.

  In modo molto sintetico a me sembrerebbe utile elencare ciascun livello territoriale, magari indugiando un po’ di più su quelli che possono sembrare maggiormente inconsueti.

2.1. I territori del quotidiano: famiglia, amicizia, lavoro, quartiere, ecc.

   Se è vero che non si può identificare tout court la persona col territorio, è però vero che è la persona, attraverso le relazioni che instaura, che definisce il territorio. Nel senso che lo sguardo della persona sul mondo (gli altri e l’ambiente) può essere di chiusura o di apertura, di paura o di coraggio, di annichilimento o di creatività.

   Il territorio è uno sguardo (più o meno ampio) sul mondo, è creazione di un rapporto più o meno complesso e vasto tra me e il mondo, è produzione di rapporti con gli altri uomini e l’ambiente. Il territorio in definitiva è essenzialmente relazione. Il territorio si può definire dunque come spazio di relazioni che gli uomini intessono tra di loro e tra di loro e l’ambiente che li circonda. Perciò il territorio è sempre originale, non è mai piatto e anonimo, proprio perché creazione dinamica e continua che ciascun uomo, con la propria originalità e irripetibilità, costruisce attorno a sé. L’ambiente in sé non esiste. L’ambiente è lo sguardo vivificante che l’uomo rivolge all’ambiente: l’ambiente è essenzialmente rapporto, relazione. Del medesimo spazio, se siamo in due, coglieremmo sicuramente aspetti diversi, rappresenteremmo sicuramente due territori diversi.

   Se poi aggiungiamo a questo anche la dimensione storica e temporale, allora i territori in quanto luoghi che hanno conservato i segni delle generazioni passate, diventano luoghi in cui si intersecano presente e passato in un dialogo straordinariamente vivo e arricchente con l’umanità d’oggi. Luoghi in cui s’intrecciano relazioni presenti e passate per costruire – si spera – sempre migliori e più accoglienti condizioni di vita.

   Dunque proprio perché il territorio è relazione, potremmo dire a geometria variabile nel senso che l’uomo può disegnare diversi territori a diversi livelli di ampiezza, è importante mettere a fuoco gli ambiti relazionali primari o per meglio dire più stretti, quelli caratterizzati da un forte e continuativo scambio interpersonale. Appartiene a questo livello per esempio l’ambito familiare sia nel senso della famiglia di provenienza sia nel senso della famiglia che ognuno tende a crearsi, pur in presenza di tutte le varianti che storicamente si sono manifestate (famiglia patriarcale o mononucleare, eterosessuale o omosessuale, ecc.).

   Proviamo solo a immaginare quali e quante dinamiche positive o negative, arricchenti o castranti, di apertura o di chiusura, di scambio o di sopraffazione, si sono venute e si vengono tuttora a creare a questo livello. E quanto siano influenti e significative determinate esperienze all’interno di ciascuno di noi e conseguentemente anche nei diversi altri livelli territoriali in cui ci troviamo a operare.

   E poi ci sono i territori interpersonali che si creano oltre la famiglia. Che vanno dai rapporti elettivi (amorosi e amicali) a quelli di lavoro, dai rapporti di militanza in un gruppo o movimento a quelli di condominio piuttosto che a quelli di contrada o di quartiere, ecc.

   Si potrebbe dire che tutti questi diversi “territori” denotano un progressivo passaggio da quello che si suol definire ambito privato a quello che chiamiamo ambito pubblico. La famiglia non è il quartiere per intenderci, né tanto meno la città, considerata il simbolo della dimensione pubblica.

   Infatti nel cosiddetto privato possono trovare spazio diverse e molteplici dimensioni costitutive della persona, da quelle più manifeste e controllate a quelle meno espresse e perciò meno formalizzate (noi chiamiamo intimità questa possibilità di manifestare con l’altro non solo la razionalità e la competenza in determinati campi, ma l’idealità, i desideri, la curiosità intellettuale, il sentimento, la corporeità, l’emotività, ecc.); invece mano a mano che si passa dal privato al pubblico ciascuno di noi si manifesta ed è riconosciuto per un numero sempre più ridotto di dimensioni, generalmente quelle più forti e manifeste, e dunque meglio formalizzate e controllate.

   L’ambito privato in altre parole privilegia l’espressione della complessità delle dimensioni della persona, anche di quelle di cui noi abbiamo un minor controllo e padronanza, ma non per questo meno importanti delle altre di cui abbiamo competenza; quello pubblico invece privilegia la dimensione più formalizzata e che meglio sappiamo adoperare, per l’evidente necessità di doverci rapportare con persone anonime e casuali, con l’obiettivo di esprimere attraverso lo specialismo una ricchezza di significati altri di cui siamo portatori.

   Ma la sfida fondamentale sia per l’ambito privato che per quello pubblico è quella, a partire dal mettere in gioco la propria dimensione specifica e originale, di riconoscere nell’altro e di scambiare con l’altro le dimensioni originali e specifiche di ciascuno in modo da creare un rapporto integrato di valorizzazione reciproca.

   Proprio in questo consiste l’integrazione: nel riconoscere l’altro ed essere noi stessi riconosciuti dall’altro per le reciproche originalità avviando in questo modo uno scambio virtuoso e un utilizzo vicendevole capace di portare a evidenza storica dimensioni dell’uomo via via sempre più molteplici e diverse.

   E’ un percorso difficile che tutti sono chiamati a intraprendere. Se non si va in questa direzione, il cosiddetto privato si trasforma in un inferno di prevaricazioni a cui ogni tanto qualche elemento si ribella (e non occorre dire di più perché le cronache di quello che può capitare all’interno, per esempio, della famiglia sono arcinote); mentre il pubblico diventa semplicemente un palcoscenico su cui si recita una parte, si interpreta un ruolo di fronte a degli spettatori più o meno convinti: conta cioè il successo, la moda, il potere fine a se stesso, ecc.

   In conclusione voglio qui dire che i rapporti interpersonali, quando scelti ed esercitati negli ambiti su indicati, possono segnare la qualità di uno sviluppo armonico possibile sulla terra; che i rapporti non scelti ma casuali possono essere trasformati in rapporti di qualità se si opera nella direzione dell’integrazione; che i rapporti all’interno dell’ambito cosiddetto privato e all’interno di quello cosiddetto pubblico (o globale che dir si voglia) si presentano con la medesima sfida: quella di poter essere trasformati sempre di più in rapporti di integrazione a dimensioni sempre più complesse e arricchenti.

2.2. Il livello locale: comunale, distrettuale, regionale

   Ancora si discute, e molto si è discusso soprattutto nel recente passato, in merito allo sviluppo locale. C’è chi lo vede come sviluppo semplicemente indotto dalle logiche dello sviluppo capitalistico globale, lo condanna come dannoso e lo vede incapace di suscitare prospettive significative. Chi bolla la predilezione della dimensione locale come localismo tout court, cioè come una dimensione antistorica, regressiva. Un localismo caratterizzato dall’autosufficienza e dall’autarchia, incapace di prospettiva e involuto anziché prospettico.

   Chi invece lo vede come capace di innescare logiche altre, alternative, rispetto allo sviluppo dominante perché in grado di mettere in moto risorse e capitale sociale per niente presi in considerazione dallo sviluppo capitalistico in atto.

   Addirittura, per mettere in evidenza le logiche totalmente altre che lo sviluppo locale dovrebbe avere rispetto allo sviluppo capitalistico, alcuni economisti come Latouche, affermano che parlare di sviluppo locale è improprio, è un ossimoro in quanto “sviluppo” è radicalmente in contrasto con “locale”.

   Ad ogni modo noi crediamo che per uscire da queste secche, sia fondamentale considerare il territorio come “luogo” della relazione: che vuol dire la negazione del limite, del confine, della separatezza. Perché la relazione apre e non chiude, costruisce ponti e non muri, è potenzialmente infinita. Essa dipende dalla capacità che gli uomini hanno di proiettarsi in avanti, di immaginarsi e di creare rapporti.

   Se il territorio è così inteso, lo sviluppo a livello locale è dato dalle relazioni di prossimità che ciascuno di noi avvia in un dato ambiente e in una data società (famiglia, gruppo sociale, ecc.) per costruire appunto rapporti soddisfacenti e a misura d’uomo, una società dove si possa vivere bene. Una società locale che sappia cioè prendere in considerazione le risorse del territorio circostante, quelle materiali e ambientali, quelle umane e sociali, quelle morali e culturali per innescare un processo consapevole di liberazione, capace di proporsi alle istanze territoriali più ampie come contributo originale alla soluzione dei problemi.

   E’ evidente che lo sviluppo locale improntato a questo atteggiamento di esemplarità e di apertura verso il territorio più ampio, taglia alla radice la possibilità di esistenza di territori separati e autosufficienti rispetto ad altri: il territorio a scala più grande include quello a scala più piccola e non lo esclude; e viceversa quello a scala più piccola prefigura esemplarmente il territorio più grande, ma non è chiuso e autosufficiente.

   L’alternativa allo sviluppo globale non è  dunque il localismo e l’autosufficienza territoriale, ma un modo di pensare lo sviluppo in una prospettiva globale agendo localmente per attivare risorse  integrate ed ecocompatibili per il benessere e una qualità migliore della vita.

   A titolo di esempio basti ricordare le numerose città e località europee dove si sperimentano forme di convivenza di intere comunità basate sulla produzione diretta di energia rinnovabile o sulla bioedilizia e all’autosufficienza energetica magari con l’utilizzo di monete e  di servizi locali.

2.3. Il livello nazionale e continentale

   Non si possono a questo punto non prendere  in considerazione le altre dimensioni territoriali intermedie comprese tra il livello locale e quello globale che si possono definire, ricorrendo a definizioni convenzionali, come territorio nazionale e continentale.

   Nella consapevolezza che il livello nazionale si identifica da secoli, e continua anche oggi nonostante la crisi irreversibile in cui versa, con lo stato nazionale. Per definire questo territorio si può far riferimento alla dimensione politico-statuale nazionale, dimensione che storicamente è prevalsa e che attraverso i suoi apparati ha connotato unitariamente quel dato territorio soprattutto dal punto di vista economico, linguistico e culturale.

   Anche se con molti squilibri e distinguo, soprattutto in Italia. Si sarebbe potuto invece lasciar maggior spazio alle autonomie e allo sviluppo locale al fine di riuscire a valorizzare tutte le altre dimensioni che caratterizzano un territorio (quelle economiche, culturali, linguistiche, politiche, ecc.) e che corrispondono ai tanti e diversi punti di vista che gli abitanti esprimono, per esempio a livello regionale.

   In questa prospettiva che noi definiremo di sviluppo multilivello, è importante che lo stato nazionale evolva in una logica federale dallo stato in giù (che comprenda cioè anche le istanze subnazionali); ma anche dallo stato in su, definendo quale ruolo dovrebbe ricoprire l’Italia rispetto all’Europa e il mondo (logistica, turismo, ecc.) e conseguentemente quale strategia di sviluppo si potrebbe privilegiare e incentivare all’interno del nostro paese.

   Il territorio continentale ha invece più che altro una connotazione geo-politica e non politico- statuale, essendo lo stato europeo ancora da completarsi. E in questo senso la dimensione continentale (nel nostro caso quella europea) deve essere in grado di progettare urgentemente un proprio ruolo sia politico che economico all’interno dello scacchiere mondiale. C’è bisogno di più Europa per risolvere alcune urgenti questioni che solo a quel livello sono gestibili come per esempio il problema energetico e della conversione verso l’energia rinnovabile, il problema della stabilità economico-finanziaria, il problema della pace in Medio Oriente e nei Balcani, il problema di una politica di sviluppo nel Nord Africa, il problema dei flussi migratori, ecc.

   Entrambe queste dimensioni territoriali, quella nazionale e continentale, sono oggi messe sotto scacco e rese obsolete sia dalla dimensione transnazionale delle società multinazionali sia dai mezzi di comunicazione e d’informazione, che sono globali.

   Nello stesso tempo queste dimensioni nazionali e continentali, vanno tenute in debito conto non solo in quanto sottosistemi di un’economia impostata globalmente, ma anche in quanto rappresentano un quadro di riferimento imprescindibile allorquando si parla di uno sviluppo di un territorio a scala ridotta che deve appunto tener conto e coordinarsi con un livello territoriale più ampio. Si pensi solo agli stati europei e all’UE i cui governi hanno comunque un peso e un ruolo importante nell’impostare le diverse politiche economiche e di sviluppo di queste aree.

2.4. Il livello mondiale

   Il livello globale è quello oggi dominato per intero e in maniera incontrastata dall’economia, dalla finanza e dalla comunicazione. Queste sono principalmente le dimensioni che lo caratterizzano in maniera forte e incontrastata: le merci, le transazioni finanziarie, televisione e internet la fanno da padroni. Anche le popolazioni si spostano, a stento trattenute dagli stati nazionali.

   La dimensione politico-statuale è invece drammaticamente del tutto assente dallo scenario globale. Anche quella culturale è assente. La dimensione culturale non va confusa con quella informativo-comunicativa. La dimensione culturale è la capacità di elaborare prospettive e scenari comuni tra i popoli: non siamo all’altezza della sfida.

   E mentre la dimensione politico-statuale sta ancora arrancando nel darsi almeno dei livelli continentali o di macroarea, l’economia e la comunicazione supportata da tecnologie pervasive sono già padrone del globo. Il ritardo è drammatico.

   C’è in primo luogo un estremo bisogno di riequilibrare le dimensioni più sviluppate a livello globale, completandole con altre (etica, politica, statuale, ecc.) pena la riduzione dell’uomo e del mondo a una o due dimensioni: quella economica e quella della tecnologia della comunicazione. L’umanità e l’ambiente verranno asserviti a quelle logiche riduttivistiche. Non ci sarà uno sviluppo armonico.

   In secondo luogo però c’è un altrettanto urgente bisogno di interconnettere tutti i diversi livelli territoriali tra loro (interpersonale, locale, nazionale, continentale, ecc.) per evitare che vinca o la logica del localismo o la logica del globalismo. Se prevale la logica del globalismo, oltre ad essere a una sola dimensione (quella economico-tecnologica) e dunque riduttiva, sarà una logica che omologherà la pluralità delle altre dimensioni territoriali locali a quella oggi prevalente sul piano globale (una sola lingua, ecc.).

   Questa riduzione delle diversità è una riduzione di ricchezza, un impoverimento delle espressioni dell’uomo. E’ come se ci fosse un solo cibo, un solo alimento coltivato, una sola lingua, una produzione standardizzata, ecc. Non va contrastata la dimensione globale. Va invece armonizzata non solo con le altre dimensioni mancanti, ma contemporaneamente accompagnata dalla compresenza viva di tutti gli altri livelli territoriali, da quello interpersonale e di prossimità su su fino a quello globale. In questo senso preservando anche la ricchezza delle tradizioni e delle sedimentazioni storiche.

   Solo in questa prospettiva – multilivello e multidimensionale – è pensabile uno sviluppo armonico: questa è la sfida federalista.

Conclusioni

   Potremmo in conclusione definire il rapporto che intercorre tra sviluppo locale e sviluppo globale, comprese tutte le gradazioni intermedie tra le due polarità, come uno sviluppo multilivello e multidimensionale.

   Il territorio locale o di prossimità generalmente funziona (è più facile, ma non è detto che automaticamente lo sia) a molte dimensioni, e perciò più ricco e stimolante. Sono in gioco cioè capitale sociale e umano, risorse e azioni trasformative controllabili, una partecipazione viva alla definizione dei progetti da intraprendere, delle decisioni prese direttamente o attraverso organismi delegati abbastanza controllabili, ecc.

   Ma anche questa è una potenzialità: non è detto che se si agisce sul territorio di prossimità automaticamente siano in atto tutte le dimensioni e per tutte le persone di quel territorio. Ci sono sempre di mezzo l’intenzionalità, la consapevolezza, la decisione politica. Certo si potrebbe dire che le molteplici dimensioni che compongono il territorio locale sono più a portata di mano, più direttamente sperimentabili.

   Invece il territorio più ampio (regionale, nazionale, continentale e globale) funziona a dimensioni meno complesse e meno ricche: funziona sempre più a dimensioni ridotte mano a mano che il territorio di riferimento diventa più vasto.

   Le persone instaurano tra loro e con l’ambiente rapporti via via sempre più semplificati e meno arricchenti mano a mano che ci si allontana dal livello di prossimità per approdare al livello globale che funziona spesso a una o a poche dimensioni: quella finanziaria o economica o solamente informativa ecc. E solo per un numero ristretto di persone, mentre la più parte, a livello globale, vive una relazione solamente incentrata sulla dimensione informativa (televisione, internet, ecc.) che spesso non è neanche attiva ma subita. Solo un’élite ristretta di persone pratica rapporti multidimensionali a livello di territorio globale.

   In ogni caso è comunque importante considerare il livello globale come un tentativo apprezzabile e continuo del mercato (ethos del mercato?) di offrire a tutti gli uomini delle possibilità di sviluppo anche se per ora giocate a dimensioni ridotte (e perciò “inquinanti”se non si complessificano). Lo sforzo da fare è quello di far funzionare anche tutte le altre dimensioni che oggi sono deboli o addirittura del tutto assenti (di governo, di partecipazione, ecc.).

   Questo è il punto cruciale quando si affronta il tema dello sviluppo globale. Un punto cruciale che però è lo stesso per lo sviluppo locale, solamente ad un’altra scala, quella globale appunto cioè del
mondo intero e dell’umanità intera. Perché ci sono problemi che oggi richiedono quel livello di intervento e niente di meno.

   Il livello locale dunque in cui è possibile sperimentare direttamente uno sviluppo multidimensionale, non deve essere chiuso e autosufficiente, ma deve essere aperto a un livello via via sempre più esteso di territorio e di umanità, mano a mano che si presentano problemi che hanno una scala più ampia. Dunque uno sviluppo assolutamente non in competizione ma integrabile con gli altri livelli territoriali, su su fino al livello globale.

   Uno sviluppo locale che deve essere autogestito, cioè non dipendente dall’esterno, ma non autosufficiente, chiuso e bastante a se stesso, bensì integrabile con altri sistemi territoriali. Perché se non si imposta così la questione, se non si include potenzialmente il mondo intero nel modello che si propone localmente, lo scontro con “l’esterno” è alle porte. In altre parole sviluppo locale e sviluppo globale devono avere la stessa qualità anche se punti diversi di partenza: e la qualità è lo sviluppo integrale della singola persona e insieme dell’umanità intera. Non è possibile l’una senza l’altra.

   Il problema allora è non tanto quello di contrapporre lo sviluppo locale e quello globale. Ma quello, sia operando a livello locale sia operando a livello globale, di andare verso una molteplicità di dimensioni da gestire in modo integrato a tutti i livelli territoriali. In altre parole chi opera a livello locale deve aver ben presente i problemi globali, pena la caduta in un localismo asfittico, e chi opera globalmente deve aver ben presente che ogni genere di questione deve avere una sua autonomia gestionale diretta che non interferisce e non si sovrappone ma si integra con l’autonomia gestionale di tutti i livelli inferiori. Deve essere in altre parole uno sviluppo integrale dell’uomo in un territorio integrato e politicamente federato. (LUCIO PEROSIN, Movimento Federalista Europeo)

……

LO SVILUPPO DEL TERRITORIO NEL DIBATTITO ODIERNO (di Lucio Perosin)

NB Riporto qui di seguito per stimolare la discussione e un confronto alcuni stimolanti esempi di come viene inteso lo sviluppo e il territorio nel dibattito corrente.

SVILUPPO  E COMPETITIVITÀ DEI SISTEMI TERRITORIALI

– a cura  dello Studio Ambrosetti –

Globalizzazione vuol dire competizione tra sistemi territoriali a tutti i livelli. La caduta di barriere e distanze ha reso potenzialmente accessibile tutto il mondo, moltiplicando la mobilità dei fattori produttivi. Ogni sistema territoriale (paese, regione, provincia, ecc.) – al pari di ogni organizzazione – si trova a competere con le omologhe realtà del mondo intero per attrarre le risorse umane e finanziarie che si fanno sempre più scarse.

Per ogni territorio diventa dunque imperativo dare risposte concrete alle domande chiave della competizione territoriale:

Perché un’impresa dovrebbe insediarsi qui?

Perché un’impresa già presente sul territorio dovrebbe decidere di rimanervi?

Perché un contribuente, una famiglia, dovrebbero decidere di risiedere e contribuire qui?

Perché un turista dovrebbe scegliere di venire qui?

Perché un talento dovrebbe decidere di lavorare qui?

Perché uno studente dovrebbe decidere di studiare qui?

   La sfida lanciata ai sistemi territoriali è dunque massima. Lo sviluppo di un sistema territoriale (paese, regione, provincia, ecc.) non si improvvisa: lo sviluppo si costruisce sulla base di una precisa strategia competitiva.

   A partire dalla definizione di una visione – ovvero la prefigurazione di una situazione ottimale – si declinano obiettivi misurabili e azioni realizzative coerenti (Piano d’Azione) finalizzate a creare tutte le condizioni per insediare sul territorio competenze di eccellenza, competitive sul medio-lungo periodo.

   Per far questo occorre capire il territorio e mettere parallelamente in campo interventi sulle 3 dimensioni della competizione territoriale:

sociale – economica – urbanistica 

È necessario considerare ed interpretare tutti gli aspetti hardsoft del contesto di riferimento e le loro interrelazioni. Tra tutti gli aspetti, avere a disposizione un capitale umano qualificato ha un ruolo centrale.   Poter contare su di un bacino di creativi – intendendo con questo termine persone capaci di risolvere brillantemente problemi complessi – è un elemento chiave per assicurare la capacità di generare innovazione continua e duratura ed essere sempre un passo avanti a tutti i concorrenti.

CRISI, ECONOMIA SOSTENIBILE, FINANZA ETICA

di Giorgio Osti, docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università di Trieste. È coordinatore dei soci di Banca Etica della provincia di Rovigo

   Inevitabile partire dall’attuale crisi economica. Rispetto a questa è doveroso distinguere, per quanto possibile, le cause (eminentemente finanziarie), le manifestazioni (ciò che vediamo e leggiamo nei mass media) e le conseguenze, di cui sappiamo poco. Comunque, si parla di maggiore disoccupazione, alta mortalità delle imprese e contrazione dei consumi.

   A questo livello bisogna capire chi paga di più lo scotto, perché la stratificazione dell’economia è molto forte. Qualcuno di sicuro con la crisi ci guadagna. Anche se le conseguenze non sono chiare, le
misure dei governi sono già partite. In primo luogo, si è voluto mitigare la crisi finanziaria, aiutando le banche in bilico e rassicurando i risparmiatori.

   Si parla poi di aiuti ai consumi (sgravi fiscali per l’acquisto di certi prodotti) e di incremento degli ammortizzatori sociali per i lavoratori che perderanno il lavoro. Aiuti diretti alle imprese industriali sembrano meno abbordabili per gli alti costi per le casse pubbliche. Non manca chi insiste sul mantenere un profilo molto selettivo: aiuti solo alle imprese che innovano o che attuano misure ecocompatibili.

   Tutte queste iniziative lasciano inalterate due questioni: l’organizzazione gerarchica del lavoro e la libertà di produrre e consumare quanto e cosa piace. Si potrà dire che non è il caso di mettersi a giocare al piccolo rivoluzionario e pensare di intaccare processi ormai assodati. Tuttavia, le ricette più avanzate, anche sul versante delle Obamanomics, puntano su un keynesismo ecologico; dice Susan George: «Riconvertiamo tutta l’economia, come fecero gli americani durante la guerra, ma in senso verde».

   Temo che il potenziamento dell’industria verde, se non intacca il tabù della moltiplicazione delle merci, possa fare ben poco. Il problema consiste nel produrre meno in assoluto e produrre merci che abbiano un valore d’uso. Non porre mano a questo problema, significa solo razionalizzare l’esistente: far girare l’economia di mercato con qualche risparmio di energia e materia per unità di prodotto.

   A fronte di risposte parziali, si guarda con interesse alle economie dal basso. Esse non sono esperienze nuovissime: ricordo le (ex) imprese municipali, i distretti industriali, il part-time agricolo e il
bricolage domestico. Un’esperienza molto interessante sono state le cooperative di lavoro e di consumo, prima, e quelle sociali, dopo. Molte di queste sono diventate grandi imprese con un radicamento territoriale relativo. Si guarda ora con maggiore speranza alle reti di economia solidale, laddove piccole imprese, consumatori consapevoli e organismi non profit, solitamente appoggiati
da qualche municipalità illuminata, creano circuiti virtuosi di beni e servizi.

   L’obiettivo di queste esperienze è triplice: risparmiare soldi, far circolare beni ecocompatibili, promuovere rapporti di lavoro equi e solidali. Il dubbio che le circonda riguarda la scala territoriale: in America (sempre Susan George) si registra scetticismo sull’abbinamento piccolo e bello. I problemi sono tali da richiedere grandi organizzazioni che lavorano su grandi numeri. Forse qualche prodotto alimentare potrà mantenere un circuito locale, ma per il resto servono collegamenti lunghi e aree di azione vaste.

Se questo è vero, c’è poco da aspettare o dibattere: nelle economie dal basso bisogna selezionare e incoraggiare quelli che pensano in grande e sanno organizzare il lavoro altrui. Ad essi bisogna dare compiti precisi, a noi resta il dovere della vigilanza e la passione per il cambiamento.

…….

Incontro del MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO:

IL TERRITORIO TRA SVILUPPO LOCALE E SVILUPPO GLOBALE

Domenica 23 ottobre 2011, Abano Terme  (PD), Sala Kursaal del Gran Caffè delle Terme (dalle 9.30 alle 17.00) Relatori:

– Paolo Scroccaro, Associazione per la decrescita felice: “Tra localismo eterodiretto e sviluppo locale: proposte per una decrescita serena”

–  Mario Fadda, ISPES: “Le politiche di sviluppo: pensare mondiale e agire locale”

–  Franco Spoltore, segretario nazionale MFE:Il federalismo, l’ordine urbano, il territorio e le istituzioni”

PRESENTAZIONE

I punti preliminari e cruciali da chiarire per affrontare questo dibattito sono essenzialmente due: il concetto di sviluppo e il concetto di territorio. Due termini imprescindibili e interrelati.

  1. 1.     Lo sviluppo 

Quando si pensa di definire lo sviluppo non  si può prescindere dalla constatazione degli effetti che questo tipo di  sviluppo ha provocato e continua a provocare oggi nel mondo.

   E  non si può non porsi la domanda su quale altro tipo di sviluppo sia possibile  per evitare le conseguenze disastrose che abbiamo di fronte (finanziarizzazione  dell’economia, inquinamento, innalzamento della temperatura media del pianeta,  rifiuti, esaurimento delle risorse energetiche tradizionali, corsa  all’accaparramento dei beni comuni come l’acqua, fame ancora diffusa nel mondo,  nuove povertà, ecc.).

   In  primo luogo bisogna riprendere un desueto concetto che un tempo accompagnava e si contrapponeva allo sviluppo: quello di sottosviluppo. Riferito a buona parte dei paesi che allora si chiamavano del Terzo Mondo e visto come diretta conseguenza del modello di sviluppo capitalistico. Strutturalmente connessi l’uno all’altro. Anche se adesso alcuni di quelli che un tempo erano considerati paesi sottosviluppati (molti, per esempio in Africa, ne restano ancora) oggi si propongono come locomotive dell’economia mondiale (vedi il BRICS), essendo già riusciti in relativamente pochi anni a portare fuori dalla soglia della povertà milioni di persone.

   E non si può neanche passare sotto silenzio la stagione in cui hanno tenuto banco nel dibattito internazionale il tema e la prospettiva dello sviluppo locale visto come alternativa allo sviluppo capitalista. Molto si è discusso negli anni ‘70 e ‘80 di questo tema. E molti si sono spesi in diverse parti del mondo per tentare di innescare prospettive di sviluppo alternative.

   E poi a proposito di sviluppo e del dibattito che si è creato attorno ad esso, bisogna capire se abbiano senso le diverse altre qualificazioni (oltre a quella di “locale”) che si è tentato di attribuire allo sviluppo nel tentativo di guidarlo: sviluppo sostenibile, sviluppo armonico, ecc.

   E poi ci sono coloro che teorizzano l’inesportabilità dello sviluppo. Cioè a dire che per quanto ci si dia da fare, i modelli di sviluppo e le dinamiche ad esso sottese non si possono esportare né si possono programmare.

   E ancora non si può non far riferimento a tutti coloro che invece sono convinti (vedi Latouche) che per uscire dalla logica ferrea di questo tipo di sviluppo oggi imperante che porta a inquinamento, consumismo sfrenato, spreco di risorse energetiche, disoccupazione ricorrente, sia necessario ripartire da altri riferimenti, da impostazioni che siano radicalmente fuori dalle logiche dell’attuale modello di sviluppo. E’ necessario uscire dal mito della crescita (sviluppismo), dicono, ripartendo da logiche locali altre che siano in grado di contemperare qualità della vita, rispetto dell’ambiente, partecipazione diretta, ecc.

   Oppure, sostengono altri ancora (vedi ad es. Luigino Bruni), è meglio cercare di modificare e cambiare le logiche di mercato dando voce e spazio, inserendole nel mercato stesso, a iniziative che potremmo definire di economia civile, del terzo settore, del non profit, della cooperazione, ecc.

   E subito, quando si parla di influenzare e correggere alcuni effetti dello sviluppo o di non poter intervenire su queste dinamiche, ci si pone il problema di chi siano i soggetti deputati a compiere queste azioni. Cioè chi siano i soggetti dello sviluppo, chi siano i deputati allo sviluppo: lo stato, una categoria speciale di persone che si chiamano imprenditori, il cosiddetto terzo settore, ciascuno di noi tutti?

   Noi siamo dell’avviso che in ogni caso sia necessario ripensare a fondo il concetto di sviluppo (oltre che di economia e di impresa), rilanciando con forza la concezione di uno sviluppo integrale
dell’uomo e di uno sviluppo integrato del territorio
: uno sviluppo cioè di tutte le dimensioni e potenzialità umane in integrazione con la comunità e in armonia con l’ambiente naturale. Rimettendo al centro l’uomo come soggetto e oggetto dello sviluppo in armonia con l’ambiente naturale per superare definitivamente la tradizionale concezione unilaterale e perciò “inquinante” di
sviluppo.

  1. Il territorio

2.1 Difficoltà a definire il territorio

  Per  quanto mi sforzi, non riesco a definire i confini di un territorio rispetto a  un altro. Cioè non riesco a stabilire quali siano i criteri “oggettivi” che individuano un territorio e i diversi territori in maniera omogenea e valida. Quali siano le caratteristiche cioè che tutti i territori devono avere per definirsi tali. Si adoperano in definitiva, mi pare, dei criteri artificiali e convenzionali che hanno validità in quanto definiti ex post in un dato contesto storico in base alle contingenze, alle necessità o a obiettivi politici. Una volta possono essere criteri geomorfologici, altre volte di tipo politico.amministrativo, altre volte di tipo demografico, ecc.

   Esiste dunque un’impossibilità/difficoltà a stabilire dei criteri universali per definire il territorio.

   Perché?
Perché il territorio è percepito da ciascun individuo sempre in maniera diversa, originale, specifica rispetto ad un altro individuo. Nel senso che il territorio è sempre il territorio che io percepisco. Diverso dal territorio che percepisci tu. Non solo in termini spaziali, ma anche riguardo alle caratteristiche e alle particolarità che io colgo, diverse da quelle che cogli tu. Il territorio è il “mio territorio”, non è il tuo: nel senso che le caratteristiche che io colgo del medesimo spazio fisico che pur condivido con te, sono diverse da quelle che cogli tu.

   Allora ne deriva, per esempio, che per me il territorio può coincidere con l’intero globo terrestre mentre per un altro con la vallata in cui abita. Anche se tutti e due abbiamo fatto le stesse esperienze dello stesso territorio, ad esempio i medesimi viaggi, ecc. .

   Tutto questo sta a significare che i tentativi di stabilire dei criteri comuni, condivisi e validi per l’individuazione di un territorio, si configurano sempre come delle convenzioni, spesso e volentieri imposte da chi gestisce il potere e ha quindi interesse a far passare  una determinata idea di territorio piuttosto che un’altra. E che comunque, al di là delle convenzioni esistenti e storicamente determinatesi, vanno rispettati i territori che ciascuno di noi riesce a sperimentare e a concepire, da quello globale fino a quello particolare.

   Per il semplice motivo che ci sono, che esistono tanti territori quanti sono gli uomini sulla terra. Non solo. Ma che ci sono tanti territori che coesistono a diversi livelli, da quello globale a quello locale, nella stessa persona.  A seconda del tipo di relazioni più o meno complesse che riusciamo a instaurare con persone e ambienti diversi.

2.2  Territori soggettivi e territori convenzionali

   Certo è che il territorio “vicino” o di prossimità di cui si fa esperienza diretta e continua può essere molto più ricco di stimoli e di potenzialità relazionali (oltre che umane, fisiche, emotive, sociali, ecc.) rispetto ad altri territori dei quali si ha sì un’esperienza diretta, ma spesso riduttiva o addirittura unidimensionale. E per questo motivo questi territori risultano essere spesso astratti, riduttivi e semplificati.

   Perché col territorio, infatti, posso instaurare delle relazioni più o meno complesse, a una o a molteplici dimensioni. Per esempio posso avere un rapporto col territorio-mondo solamente a dimensione finanziaria se sono un operatore finanziario: in questo caso le relazioni che instauro con questo territorio sono molto semplificate rispetto a quelle che posso instaurare col mio territorio di prossimità.

   Persino il “territorio” di cui non si è fatto alcuna esperienza diretta viene in qualche modo prefigurato dalla persona: un tempo attraverso la costruzione del mito delle proprie origini o dello straniero, del diverso, oppure come divinità ultramondana, come paura del limite invalicabile; oggi attraverso l’informazione di massa che, essendo globale, crea nell’immaginario delle persone territori indotti e spesso manipolati.

  Immaginari e miti che possono essere o potenziali aperture (il limite come inizio e non come fine) oppure potenziali rifiuti di sperimentare direttamente e concretamente altri territori, altri popoli…

   Che possono dunque, a seconda di come vengono interpretati e vissuti, tradursi in scontro o in pacifica convivenza. Specie ai nostri giorni quando il villaggio si fa sempre più globale, nel senso che il mondo è sempre più interamente sperimentabile da tutti in ogni sua parte: sia dal punto di vista degli spostamenti continui di popolazioni sia dal punto di vista dello spazio che è sempre più da tutti indagato e trasformato e che per certi tratti si sta omologando sempre più.

   Ma anche in presenza della globalizzazione possiamo sfuggire alla minaccia di omologazione culturale in quanto ogni uomo o comunità umana particolare, potrà interpretare il territorio con cui avrà a che fare in modo originale e irripetibile.

   Potrà costruire relazioni con gli altri uomini e l’ambiente in maniera del tutto originale e non omologata, lasciando anche in questo campo libero spazio alla creatività e alla fantasia. Pur in presenza di un territorio che si globalizza sempre di più (e che va accettato positivamente con tutte le conseguenze che ne derivano in termini, almeno  per alcuni aspetti, di omologazione), il territorio non solo sarà vario e diversificato perché rispondente agli originali punti di vista degli uomini, ma anche perché siamo dentro un processo storico che ha lasciato tracce quasi indelebili nel corso del tempo nelle diverse aree geografiche abitate dall’uomo, segnandole in modo particolare e specifico.

   Proprio pensando all’evoluzione storica del rapporto tra gli uomini e il territorio da loro abitato (un territorio segnato indelebilmente dalla natura particolare e originale di questo rapporto), trova giustificazione l’uso dell’espressione “genius loci” che sta appunto a significare l’anima di un territorio, un’entità specifica che vive quasi di vita propria e che si percepisce indipendentemente dal processo storico. Ma che verosimilmente non è altro che la sedimentazione lungo la storia delle relazioni che quella particolare comunità ha intrattenuto con quel determinato ambiente, segnandolo a tal punto da conferirgli quasi un’anima astorica, indipendente dal suo processo di costituzione.

   Proprio per indicare lo specifico di quel territorio si parla anche di “vocazione del territorio”.

Ma se uno mi chiedesse di fare una mappa dei diversi territori, ciascuno con la sua vocazione o il suo genius loci, l’impresa risulterebbe impossibile: nel senso che gli unici titolati ad esprimersi sono solo coloro che instaurano delle relazioni vive e dinamiche con quel territorio o con diversi altri territori. In altre parole, la definizione del territorio è totalmente soggettiva, può essere fatta solo da coloro che interagiscono con quel dato territorio, non ha consistenza oggettiva …

   Oppure, se si esce da questo schema, si compie un’operazione da studiosi (una posizione legittima e di interesse storico-accademico) o un’operazione di potere e di strumentalizzazione politica con l’obiettivo di imporre falsi schemi universalistici e scientifici a una realtà che non è oggettivabile. Si fa semplicemente un tentativo di imbrigliare il mondo, di imporre un modello razionalistico ad una multiversa realtà. Nel senso che si vuole imporre e programmare per il resto del mondo un modello di rapporti con l’ambiente controllato da un gruppo di tecnocrati o da un gruppo di potere.

   E però non si può impedire, soprattutto oggi che il mondo è un villaggio, a delle persone che sempre più sono multi-territoriali (nel senso che hanno più identità, basti pensare, solo per fare un piccolo esempio, ai migranti che lavorano in occidente e ritornano nei loro paesi d’origine ogni anno) di pensare a diversi livelli territoriali; oppure a persone, il cui territorio per motivi di lavoro o per altri diversi motivi  è il mondo, di pensare a livello globale.

   Oggi, in altre parole, tutti possono fare sempre di più e meglio esperienza di un territorio globale o quanto meno allargato: viaggiare costa sempre meno, popolazioni prima relegate in terre lontane invadono e si spostano in tutto il pianeta mescolando culture e razze, ecc.

   Cioè ognuno di noi può conoscere il mondo spostandosi direttamente nello spazio oppure  può venire a contatto, pur senza spostarsi minimamente dal proprio territorio, con altri territori sotto forma di migranti e merci che provengono da ogni parte del mondo, oppure attraverso internet, ecc.

   Correrebbe dunque l’obbligo per ciascuno di noi, visto che sempre di più le possibilità ci sono, di conoscere nei modi prima richiamati (turismo, lavoro, internet, contatto con gente diversa, ecc.) il territorio mondo e nello stesso tempo di mantenere e coltivare altre relazioni più strette e ricche di significati con il territorio locale dove ognuno vive o trascorre una buona parte del proprio tempo e della propria vita. Solo in questo modo non si compirebbero delle azioni di potere e di sopraffazione.

2.3  Un tentativo di definizione di territorio

   A trarre delle conclusioni dalle considerazioni precedentemente fatte, il territorio si potrebbe dunque definire formalmente come il “luogo delle relazioni a geometria variabile”. Relazioni degli uomini tra di loro e degli uomini con l’ambiente. Che devono essere sempre e costantemente relazioni multilivello, locale e globale.

   In conclusione, si potrebbe dire che se da una parte non esistono criteri oggettivi per definire il territorio perché il territorio è il luogo delle relazioni possibili che l’uomo riesce a intrecciare e che devono essere relazioni sempre più vive e diversificate perché esse si costruiscono in continuazione e non son date una volta per tutte, dall’altra si dovrebbe essere consapevoli che quando si tenta una definizione di territorio, cosa peraltro legittima, non ci si può che riferire a dei criteri astratti e strumentali, ad un’operazione o ad un progetto che si intende perseguire.

   Criteri che, in quanto frutto anche di sedimentazioni storiche, sono stati strumentali ad altre operazioni e progetti che nel passato si sono voluti perseguire. In altre parole, voglio qui legittimare un approccio al territorio che vorrebbe essere adeguato alle sfide del nostro tempo, sfide globali ma che si sostanziano anche di  interessi e dinamiche locali e di prossimità. Il territorio va pensato dunque contemporaneamente come globale e come locale: lasciando a una valutazione politica (o di opportunità) quali dimensioni intermedie abbiano o no una valenza strategica rispetto ai problemi del nostro tempo. (LUCIO PEROSIN)

Domenica 23 ottobre 2011 – Abano Terme  (PD) – Sala Kursaal del Gran Caffè delle  Terme

IL TERRITORIO TRA SVILUPPO LOCALE E SVILUPPO GLOBALE (dalle 9.30 alle 17.00)

Programma

Ore 9,30: Inizio lavori

 – Lucio Perosin, Coordinatore Uff. Dibattito Veneto, Introduzione ai lavori

Relazioni introduttive di:

Franco Spoltore, Movimento Federalista Europeo:Il federalismo, l’ordine urbano, il territorio e le istituzioni”

Paolo Scroccaro, Associazione eco-filosofica, “Dallo sviluppo sostenibile alla decrescita: per un nuovo paradigma della prosperità senza crescita”

Mario Fadda, ISPES, “Le politiche di sviluppo: pensare mondiale e agire locale”

Ore 13:  buffet

Ore 14,30 Ripresa dei lavori

Eventuali altre comunicazioni e  dibattito

Ore 17: fine dei lavori

Informazioni utili:

per raggiungere la sede dell’incontro:

Gran Caffè delle Terme, via Pietro d’Abano 18, tel. 049 667189

(nei Giardini Centrali, di fianco Hotel Orologio: si veda la cartina a pagina seguente: è indicato con la B)

Costo del pranzo a buffet: € 10 a persona

Info:     Lucio Perosin, 3486712631; Matteo oncarà, 3495341936

N. B. Per questioni organizzative abbiamo bisogno di conoscere per tempo il numero dei partecipanti all’Ufficio del Dibattito. Siete pregati di comunicare le adesioni ai segretari delle diverse sezioni che poi si attiveranno a comunicarle a Lucio Perosin (perosin@tiscali.it)  o a Matteo Roncarà (m.roncara@gmail.com )

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Il testo che segue, seppur datato (è del 2006) traccia molto bene le tematiche del “doposviluppo”, scritto e analizzato da uno dei maggiori studiosi della società e tra i più importanti economisti francesi contemporanei, Serge Latouche (fautore, fondatore, aderente al “Movimento per la decrescita”)

MANIFESTO DEL DOPOSVILUPPO

di Serge Latouche,tratto da www.decrescita.it

   La corrente di pensiero che si riferisce alla decrescita ha conservato fino a oggi un carattere quasi confidenziale. Nel corso di una storia già lunga ha prodotto, ciò nonostante, una letteratura non disprezzabile che si trova rappresentata in numerosi campi di ricerca e d’azione nel mondo.
Nata negli anni sessanta, il decennio dello sviluppo, da una riflessione critica sui presupposti dell’economia e sul fallimento delle politiche di sviluppo, questa corrente riunisce ricercatori, attori sociali del Nord come del Sud portatori di analisi e di esperienze innovatrici sul piano economico, sociale e culturale.

   Nel corso degli anni si sono intrecciati dei legami spesso informali tra le sue diverse componenti e le esperienze e le riflessioni si sono mutuamente alimentate. Il movimento per la decrescita s’inscrive dunque nel più amppio movimento dell’International Network for Cultural Alternatives to Development (INCAD) e si riconosce pienamente nella dichiarazione del 4 maggio 1992.

   Intende proseguire e ampliare il lavoro così cominciato.Il movimento mette al centro della sua analisi la critica radicale della nozione di sviluppo che, nonostante le evoluzioni formali conosciute, resta il punto di rottura decisivo in seno al movimento di critica al capitalismo e della globalizzazione.

   Ci sono da un lato quelli che, come noi, vogliono uscire dallo sviluppo e dall’economicismo e, dall’altro, quelli che militano per un problematico “altro” sviluppo (o una non meno problematica “altra” globalizzazione). A partire da questa critica, la corrente procede a una vera e propria “decostruzione” del pensiero economico. Sono pertanto rimesse in discussione le nozioni di crescita, povertà, bisogno, aiuto ecc.

   Le associazioni e i membri della presente rete si riconoscono in tale impresa. Dopo il fallimento del socialismo reale e il vergognoso scivolamento della socialdemocrazia verso il social-liberalismo, noi pensiamo che solo queste analisi possano contribuire a un rinnovamento del pensiero e alla costruzione di una società veramente alternativa alla società di mercato.

Serge Latouche

   Rimettere radicalmente in questione il concetto di sviluppo è fare della sovversione cognitiva, e questa è la condizione preliminare del sovvertimento politico, sociale e culturale.Il momento ci sembra favorevole per uscire dalla semiclandestinità dove siamo stati relegati finora e il grande successo del colloquio di La ligne d’horizon, “Défaire le développement, refaire le monde”, che si è tenuto presso l’UNESCO dal 28 febbraio al 3 marzo 2002, rafforza le nostre convinzioni e le nostre speranze.Rompere l’immaginario dello sviluppo e decolonizzare le menti.

   Di fronte alla globalizzazione, che non è altro che il trionfo planetario del mercato, bisogna concepire e volere una società nella quale i valori economici non siano più centrali (o unici). L’economia dev’essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa folle corsa verso un consumo sempre maggiore. Ciò non è solo necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra ma anche e soprattutto per fare uscire l’umanità dalla miseria psichica e morale.

   Si tratta di una vera decolonizzazione del nostro immaginario e di una diseconomicizzazione delle menti indispensabili per cambiare davvero il mondo prima che il cambiamento del mondo ce lo imponga nel dolore. Bisogna cominciare con il vedere le cose in altro modo perché possano diventare altre, perché sia possibile concepire soluzioni veramente originali e innovatrici.

   Si tratta di mettere al centro della vita umana altri significati e altre ragioni d’essere che l’espansione della produzione e del consumo. La parola d’ordine della rete è dunque “resistenza e dissidenza”. Resistenza e dissidenza con la testa ma anche con i piedi. Resistenza e dissidenza come atteggiamento mentale di rifiuto, come igiene di vita. Resistenza e dissidenza come atteggiamento concreto mediante tutte le forme di autorganizzazione alternativa.

   Ciò significa anche il rifiuto della complicità e della collaborazione con quella impresa dissennata e distruttiva che costituisce l’ideologia dello sviluppo.Illusioni e rovine dello sviluppoLa attuale globalizzazione ci mostra quel che lo sviluppo è stato e che non abbiamo mai voluto vedere. Essa è lo stadio supremo dello sviluppo realmente esistente e nello stesso tempo la negazione della sua concezione mitica. Se lo sviluppo, effettivamente, non è stato altro che il seguito della colonizzazione con altri mezzi, la nuova mondializzazione, a sua volta, non è altro che il seguito dello sviluppo con altri mezzi. Conviene dunque distinguere lo sviluppo come mito dallo sviluppo come realtà storica.
Si può definire lo sviluppo realmente esistente come una impresa che mira a trasformare in merci le relazioni degli uomini tra loro e con la natura. Si tratta di sfruttare, di valorizzare, di trarre profitto dalle risorse naturali e umane. Progetto aggressivo verso la natura e verso i popoli, è -come la colonizzazione che la precede e la mondializzazione che la segue- un’opera al tempo stesso economica e militare di dominazione e di conquista.

   È lo sviluppo realmente esistente, quello che domina il pianeta da tre secoli, che causa i problemi sociali e ambientali attuali: esclusione, sovrappopolazione, povertà, inquinamenti diversi ecc.Quanto al concetto mitico di sviluppo, è nascosto in un dilemma: da una parte, esso designa tutto e il suo contrario, in particolare l’insieme delle esperienze storiche e culturali dell’umanità, dalla Cina degli Han all’impero degli Inca. In questo caso non designa nulla in particolare, non ha alcun significato utile per promuovere una politica, ed è meglio sbarazzarsene.

   Dall’altra parte, esso ha un contenuto proprio, il quale designa allora necessariamente ciò che possiede in comune con l’avventura occidentale del decollo dell’economia così come si è organizzata dalla rivoluzione industriale in Inghilterra negli anni 1750-1800. In questo caso, quale che sia l’aggettivo che gli si affianca, il contenuto implicito o esplicito dello sviluppo è la crescita economica, l’accumulazione del capitale con tutti gli effetti positivi e negativi che si conoscono.

   Ora, questo nucleo centrale che tutti gli sviluppi hanno in comune con tale esperienza, è legato a rapporti sociali ben particolari che sono quelli del modo di produzione capitalistico. Gli antagonisti di “classe” sono ampiamente occultati dalla pregnanza di “valori” comuni ampiamente condivisi: il progresso, l’universalismo, il dominio della natura, la razionalità quantificante. Questi valori sui quali si basa lo sviluppo, e in particolare il progresso, non corrispondono affatto ad aspirazioni universali profonde. Sono legati alla storia dell’Occidente e trovano scarsa eco nelle altre società.

   Al di fuori dei miti che la fondano, l’idea di sviluppo è totalmente sprovvista di senso e le pratiche che le sono legate sono rigorosamente impossibili perché impensabili e proibite. Oggi questi valori occidentali sono precisamente quelli che bisogna rimettere in discussione per trovare una soluzione ai problemi del mondo contemporaneo ed evitare le catastrofi verso le quali l’economia mondiale
ci trascina. Il doposviluppo è al contempo postcapitalismo e postmodernità.I nuovi aspetti dello sviluppoPer tentare di scongiurare magicamente gli effetti negativi dello sviluppo, siamo entrati nell’era dello sviluppo aggettivato.

   Si è assistito alla nascita di nuovi sviluppi autocentranti, endogeni, partecipativi, comunitari, integrati, autentici, autonomi e popolari, equi… senza parlare dello sviluppo locale, del microsviluppo, dell’endosviluppo, dell’etnosviluppo!

   Affiancando un aggettivo al concetto di sviluppo, non si tratta veramente di rimettere in discussione l’accumulazione capitalistica; tutt’al più si pensa di aggiungere un risvolto sociale o una componente ecologica alla crescita economica come un tempo si è potuto aggiungerle una dimensione culturale. Questo lavoro di ridefinizione dello sviluppo riguarda, in effetti, sempre più o meno la cultura, la natura e la giustizia sociale. In tutto ciò si tratta di guarire un male che colpirebbe lo sviluppo in modo accidentale e non congenito.

   Per l’occasione è stato addirittura creato uno spauracchio, il malsviluppo. Questo mostro è solo una chimera, poiché il male non può colpire lo sviluppo per la buona ragione che lo sviluppo immaginario è per definizione l’incarnazione stessa del bene. Il buon sviluppo è un pleonasmo perché lo sviluppo significa buona crescita, perché anche la crescita è un bene contro il quale nessuna
forza del male può prevalere.È l’eccesso stesso delle prove del suo carattere benefico che meglio rivela la frode dello sviluppo.
Lo sviluppo sociale, lo sviluppo umano, lo sviluppo locale e lo sviluppo durevole non sono altro che gli ultimi nati di una lunga serie di innovazioni concettuali tendenti a far entrare una parte di sogno nella dura realtà della crescita economica. Se lo sviluppo sopravvive ancora lo deve soprattutto ai suoi critici! Inaugurando l’era dello sviluppo aggettivato (umano, sociale ecc.), gli umanisti canalizzano le aspirazioni delle vittime dello sviluppo del Nord e del Sud strumentalizzandoli. Lo sviluppo durevole è il più bel successo di quest’arte di ringiovanimento di vecchie cose.

   Esso illustra perfettamente il procedimento di eufemizzazione mediante aggettivo. Lo sviluppo durevole, sostenibile o sopportabile (sustainable), portato alla ribalta alla Conferenza di Rio del giugno 1992, è un tale “fai da te” concettuale, che cambia le parole invece di cambiare le cose, una mostruosità verbale con la sua antinomia mistificatrice. Ma nello stesso tempo, con il suo successo universale, attesta la dominazione della ideologia dello sviluppo. Ormai la questione dello sviluppo non riguarda soltanto i paesi del Sud, ma anche quelli del Nord.
Se la retorica pura dello sviluppo con la pratica legata dell’espertocrazia volontarista non ha più successo, il complesso delle credenze escatologiche in una prosperità materiale possibile per tutti e rispettosa dell’ambiente resta intatto. L’ideologia dello sviluppo manifesta la logica economica in tutto il suo rigore. Non c’è posto in questo paradigma per il rispetto della natura reclamato dagli ecologisti né per il rispetto dell’uomo reclamato dagli umanisti.

   Lo sviluppo realmente esistente appare allora nella sua verità. E lo sviluppo alternativo come un miraggio.Oltre lo sviluppoParlare di doposviluppo non è soltanto lasciar correre l’immaginazione su ciò che potrebbe accadere in caso di implosione del sistema, fare della fantapolitica o esaminare un problema accademico. È parlare della situazione di coloro che attualmente al Nord come al Sud sono esclusi o sono in procinto di diventarlo, di tutti coloro, dunque, per i quali il progresso è un’ingiuria e una ingiustizia, e che sono indubbiamente i più numerosi sulla faccia della Terra.

   Il doposviluppo si delinea già tra noi e si annuncia nella diversità.Il doposviluppo, in effetti, è necessariamente plurale. Si tratta della ricerca di modalità di espansione collettiva nelle quali non sarebbe privilegiato un benessere materiale distruttore dell’ambiente e del legame sociale. L’obiettivo della buona vita si declina in molti modi a seconda dei contesti. In altre parole, si tratta di ricostruire nuove culture. Questo obiettivo può essere chiamato l’humran (crescita/rigoglio) come in Ibn Khald?n, swadeshi-sarvo-daya (miglioramento delle condizioni sociali di tutti) come in Gandhi, o bamtaare (stare bene assieme) come dicono i toucouleurs, o in altro modo.

   L’importante è esprimere la rottura con l’impresa di distruzione che si perpetua sotto il nome di sviluppo oppure, oggi, di mondializzazione. Per gli esclusi, per i naufraghi dello sviluppo, può trattarsi soltanto di una sorta di sintesi tra la tradizione perduta e la modernità inaccessibile. Queste creazioni originali di cui si possono trovare qua e là degli inizi di realizzazione aprono la speranza
di un doposviluppo. Bisogna al tempo stesso pensare e agire globalmente e localmente.

   È solo nella mutua fecondazione dei due approcci che si può tentare di sormontare l’ostacolo della mancanza di prospettive immediate. Il doposviluppo e la costruzione di una società alternativa non si declinano necessariamente nello stesso modo al Nord e al Sud. Proporre la decrescita conviviale come uno degli obiettivi globali urgenti e identificabili attualmente e mettere in opera alternative concrete localmente sono prospettive complementari.

   Decrescere e abbellire. La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l’ambiente ma anche per ripristinare il minimo di giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all’esplosione. Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano dunque strettamente legate. I limiti del patrimonio naturale non pongono soltanto un problema di equità intergenerazionale nel condividere le disponibilità, ma anche un problema di giusta ripartizione tra gli esseri attualmente viventi dell’umanità.
La decrescita non significa un immobilismo conservatore. La saggezza tradizionale considerava che la felicità si realizzasse nel soddisfare un numero ragionevolmente limitato di bisogni. L’evoluzione e la crescita lenta delle società antiche si integravano in una riproduzione allargata ben temperata, sempre adattata ai vincoli naturali.Organizzare la decrescita significa, in altre parole, rinunciare all’immaginario economico, vale a dire alla credenza che di più è uguale a meglio. Il bene e la felicità possono realizzarsi con costi minori.

   Riscoprire la vera ricchezza nel fiorire di rapporti sociali conviviali in un mondo sano può ottenersi con serenità nella frugalità, nella sobrietà e addirittura con una certa austerità nel consumo materiale.
La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto come fine il segnare con fermezza l’abbandono dell’obiettivo insensato della crescita per la crescita, obiettivo il cui movente non è altro che la ricerca sfrenata del profitto per i detentori del capitale.

   Evidentemente, non si prefigge un rovesciamento caricaturale che consisterebbe nel raccomandare la decrescita per la decrescita. In particolare, la decrescita non è la crescita negativa. Si sa che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nel disordine con riferimento alla disoccupazione e all’abbandono dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può immaginare quale catastrofe sarebbe un tasso di crescita negativa!

   Allo stesso modo non c’è cosa peggiore di una società lavoristica senza lavoro e, peggio ancora, di una società della crescita senza crescita. La decrescita è dunque auspicabile soltanto in una “società di decrescita”. Ciò presuppone tutt’altra organizzazione in cui il tempo libero è valorizzato al posto del lavoro, dove le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e sul consumo dei prodotti inutili o nocivi. La riduzione drastica del tempo dedicato al lavoro, imposta per assicurare a tutti un impiego soddisfacente, è una condizione preliminare.

   Ispirandosi alla carta su “consumi e stili di vita” proposta al Forum delle ONG di Rio, è possibile sintetizzare il tutto in un programma di sei “R”: rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Questi sono i sei obiettivi interdipendenti un circolo virtuoso di decrescita conviviale e sostenibile. Rivalutare significa rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, nonché cambiare i valori che devono essere cambiati. Ristrutturare significa adattare la produzione e i rapporti sociali in funzione del cambiamento dei valori. Per ridistribuire s’intende la ridistribuzione delle ricchezze e dell’accesso al patrimonio naturale. Ridurre vuol dire diminuire l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e di consumare.

   Per fare ciò bisogna riutilizzare gli oggetti e i beni d’uso invece di gettarli e sicuramente riciclare i rifiuti non compressibili che produciamo. Tutto ciò non è necessariamente antiprogressista e antiscientifico. Si potrebbe, nello stesso tempo, parlare di un’altra crescita in vista del bene comune, se il termine non fosse troppo alternativo.
Noi non rinneghiamo la nostra appartenenza all’Occidente, di cui condividiamo il sogno progressista, sogno che ci ossessiona. Tuttavia, aspiriamo a un miglioramento della qualità della vita e non a una crescita illimitata del PIL. Reclamiamo la bellezza delle città e dei paesaggi, la purezza delle falde freatiche e l’accesso all’acqua potabile, la trasparenza dei fiumi e la salute degli oceani. Esigiamo un miglioramento dell’aria che respiriamo, del sapore degli alimenti che mangiamo.

   C’è ancora molta strada da fare per lottare contro l’invasione del rumore, per ampliare gli spazi verdi, per preservare la fauna e la flora selvatiche, per salvare il patrimonio naturale e culturale dell’umanità, senza parlare dei progressi da fare nella democrazia.

   La realizzazione di questo programma è parte integrante dell’ideologia del progresso e presuppone il ricorso a tecniche sofisticate alcune delle quali sono ancora da inventare. Sarebbe ingiusto tacciarci come tecnofobi e antiprogressisti con il solo pretesto che reclamiamo un “diritto di inventario” sul progresso e sulla tecnica. Questa rivendicazione è un minimo per l’esercizio della cittadinanza.
Semplicemente, per i paesi del Sud, colpiti in pieno dalle conseguenze negative della crescita del Nord, non si tratta tanto di decrescere (o di crescere, d’altra parte), quanto di riannodare il filo della loro storia rotto dalla colonizzazione, dall’imperialismo e dal neoimperialismo militare, politico, economico e culturale. La riappropriazione delle loro identità è preliminare per dare ai loro problemi le soluzioni appropriate.

   Può essere sensato ridurre la produzione di certe colture destinate all’esportazione (caffè, cacao, arachidi, cotone ecc., ma anche fiori recisi, gamberi di allevamento, frutta e verdure come primizie ecc.), come può risultare necessario aumentare la produzione delle colture per uso alimentare. Si può pensare inoltre a rinunciare all’agricoltura produttivista come al Nord per ricostituire i suoli e le qualità nutrizionali, ma anche, senza dubbio, fare delle riforme agrarie, riabilitare l’artigianato che si è rifugiato nell’informale ecc.

   Spetta ai nostri amici del Sud precisare quale senso può assumere per loro la costruzione del doposviluppo.In nessun caso, la rimessa in discussione dello sviluppo può ne deve apparire come una impresa paternalista e universalista che la assimilerebbe a una nuova forma di colonizzazione (ecologista, umanitaria…).

   Il rischio è tanto più forte in quanto gli ex colonizzati hanno interiorizzato i valori del colonizzatore. L’immaginario economico, e in particolare l’immaginario dello sviluppo, è senza dubbio ancora più pregnante al Sud che al Nord. Le vittime dello sviluppo hanno la tendenza a non vedere altro rimedio alle loro disgrazie che un aggravarsi del male. Penano che l’economia sia il solo mezzo per risolvere la povertà quando è proprio lei che la genera. Lo sviluppo e l’economia sono il problema e non la soluzione; continuare a pretendere e volere il contrario fa parte del problema.

   Una decrescita accettata e ben meditata non impone alcuna limitazione nel dispendio di sentimenti e nella produzione di una vita festosa o addirittura dionisiaca.Sopravvivere localmenteSi tratta di essere attenti al reperimento delle innovazioni alternative: imprese cooperative in autogestione, comunità neorurali, LETS e SEL, autorganizzazione degli esclusi del Sud.

   Queste esperienze che noi intendiamo sostenere o promuovere ci interessano non tanto per se stesse, quanto come forme di resistenza e di dissidenza al processo di aumento della mercificazione totale del mondo. Senza cercare di proporre un modello unico, noi ci sforziamo di realizzare in teoria e in pratica una coerenza globale dell’insieme di queste iniziative.Il pericolo della maggior parte delle iniziative alternative è, in effetti, di chiudersi nella nicchia che hanno trovato all’inizio invece di lavorare alla costruzione e al rafforzamento di un insieme più vasto.

   L’impresa alternativa vive o sopravvive in un ambiente che è e dev’essere diverso dal mercato mondializzato. È questo ambiente dissidente che bisogna definire, proteggere, conservare, rinforzare sviluppare attraverso la resistenza. Piuttosto che battersi disperatamente per conservare la propria nicchia nell’ambito del mercato mondiale, bisogna militare per allargare e approfondire una vera società autonoma ai margini dell’economia dominante.

   Il mercato mondializzato con la sua concorrenza accanita e spesso sleale non è l’universo dove di muove e deve muoversi l’organizzazione alternativa. Essa deve cercare una vera democrazia associativa per sfociare in una società autonoma. Una catena di complicità deve legare tutte le parti. Come nell’informale africano, nutrire la rete dei “collegati” è la base del successo. L’allargamento e l’approfondimento del tessuto di base è il segreto del successo e deve essere il primo pensiero delle sue iniziative. È questa coerenza che rappresenta una vera alternativa al sistema.

   Al Nord, si pensa prima ai progetti volontari e volontaristici di costruzione di mondi differenti. Alcuni individui, rifiutando in tutto o in parte il mondo in cui vivono, tentano di mettere in atto qualcos’altro, di vivere altrimenti: di lavorare o di produrre altrimenti in seno a imprese diverse, di riappropriarsi della moneta anche per servirsene per un uso diverso, secondo una logica altra rispetto a quella dell’accumulazione illimitata e dell’esclusione massiccia dei perdenti.

   Al Sud, dove l’economia mondiale, con l’aiuto delle istituzioni di Bretton Woods, ha cacciato dalle campagne milioni e milioni di persone, ha distrutto il loro modo di vita ancestrale, soppresso i loro mezzi di sussistenza, per gettarli e stiparli nelle bidonvilles e nelle periferie Terzo mondo, l’alternativa è spesso una condizione di sopravvivenza. I “naufraghi dello sviluppo”, abbandonati a loro stessi, condannati nella logica dominante a scomparire, non hanno scelta per restare a galla che organizzarsi secondo un’altra logica. Devono inventare, e almeno alcuni inventano effettivamente, un altro sistema, un’altra vita.
Questa seconda forma dell’altra società non è totalmente separata dalla prima, e ciò per due ragioni. Innanzitutto, perché l’autorganizzazione spontanea degli esclusi del Sud non è mai totalmente spontanea. Ci sono aspirazioni, progetti, modelli, o anche utopie che informano più o meno questi “fai da te” della sopravvivenza informale. Poi, perché, simmetricamente, gli “alternativi” del Nord non sempre hanno possibilità di scegliere.

   Anch’essi sono spesso degli esclusi, degli abbandonati, dei disoccupati o candidati potenziali alla disoccupazione, o semplicemente degli esclusi per disgusto… Ci sono dunque possibilità di contatto tra le due forme che possono e devono fecondarsi reciprocamente. Questa coerenza d’insieme realizza un certo modo, certi aspetti che François Partant attribuiva alla sua proposta centrale:dare a dei disoccupati, a dei contadini rovinati e a tutti coloro che lo desiderano la possibilità di vivere del loro lavoro, producendo, al di fuori dell’economia di mercato e nelle condizioni da loro stessi determinate, ciò di cui ritengono di aver bisogno.

   Rafforzare la costruzione di tali altri mondi possibili passa per la presa di coscienza del significato storico di queste iniziative. Numerose sono già state le riconquiste da parte delle forze dello sviluppo delle imprese alternative isolate, e sarebbe pericoloso sottovalutare le capacità di recupero del sistema. Per contrastare la manipolazione e il lavaggio del cervello permanente a cui siamo sottoposti, la costruzione di una vasta rete sembra essenziale per condurre la battaglia del buon senso. (Serge Latouche)  (tratto da www.decrescita.it)

…………………………..

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2 thoughts on “La DECRESCITA tra i paradigmi geografici ed economici del nostro presente e futuro: il mondo cambiato e la RICONVERSIONE ECOLOGICA delle nostre Comunità nell’ERA GLOBALE

  1. Agata mercoledì 5 ottobre 2011 / 7:28

    Da che parte stiamo?

    Solo 2 frasi:

    “GIUSTE FORME DI COLLABORAZIONE…” (Benedetto XVI)

    “FATE VALERE IL VOSTRO ANELITO” (Napolitano)

    http://www.tracce.it

  2. lucapiccin mercoledì 5 ottobre 2011 / 10:39

    Grazie per questo post molto bello e per avermi fatto conoscere Lucio Perosin, che merita diverse riletture.

    Relativamente a Pallante segnalo questo breve video, in cui si parla di rifiuti, riuso e inceneritori… e TERRITORIALIZZAZIONE.

    Pallante dice bene: “nessun potere si fa da parte se non è costretto da una forza maggiore alla sua”, e io che ho studiato Claude Raffestin, so che “il potere è nella relazione”…
    Quindi io penso che la crisi ci permette una volta per tutte di pensare globalmente (dato che in crisi sono le borse e le multinazionali e i loro dipendenti e i flussi finanziari a cui si intrecciano i debiti sovrani) ma soprattutto di AGIRE localmente.

    Io che sono disoccupato dopo la laurea specialistica, sebbene speranzoso di proseguire in dottorato, ho scelto di non stare a guardare e neanche di sperare che votando per questo o quello le cose cambieranno. Non basta.
    Allora oggi io ho tendenza ad esprimermi con un linguaggio colto, che non è più quello cha avevo alla maturità.
    Cosi sento la distanza con “l’uomo comune”, con i miei “vecchi”.
    Voglio qui provare a fare il contrario, partendo da una situazione comune a ciascuno di noi…

    Quando noi siamo a tavola, ci chiediamo mai da dove viene l’insalata o i pomodori che mangiamo? E se mangiamo gli spaghetti, sappiamo se sono di grano duro piuttosto che tenero? E da dove viene questo grano? Ci sono grani migliori di altri?
    Se mangiamo il salame, sappiamo davvero distinguere un buon salame da uno che non lo é? Cosa dare da mangiare a un porco per ottenere una carne migliore? Queste domande, che possono essere poste anche per latri beni, come per esempio un maglione, possono sembrare inutili, ma una risposta esaustiva non puo’ che rivelare le diverse RELAZIONI e dunque il POTERE che c’é dietro ognuno di questi oggetti del nostro QUOTIDIANO.

    Noi possiamo evitare di porci queste e altre domande, e di trovare le relative risposte, oppure noi possiamo fare questo sforzo, tenendo conto di quanto detto in questo post, e:
    a) prendere atto della situazione attuale
    b) stabilire delle relazioni localmente con coloro che condividono questo stato delle cose
    c) agire in modo semplice e concreto, facendo ricorso alla fantasia e alla creatività
    d) provare infine di far confluire queste iniziative in una forma progettuale, in una RETE di attori (magari utlizzando il WEB)…

    A me piace pensare al CIBO, da buon nipote di contadini, ma a volte penso anche ai vestiti o ad altri beni… Solo cosi, io credo, sarà “preservato il patrimonio di tecniche e di saperi che ci sono stati tramandati, ma perché questo patrimonio non si isterilisca e muoia, va continuamente aggiornato e riqualificato non solo in termini di conoscenza che è incorporata nel prodotto (innovazione di prodotto) cioè a dire il design, i materiali, ecc., ma anche in termini di processo (le tecnologie, ecc.)”.

    Noi possiamo anche considerare tutte queste come sciocchezze, e lasciarci andare alla rassegnazione, rimanendo in silenzio e aspettando che il disastro ci travolga, ma allora io non potro’ dirvi come agisco già nel luogo in cui vivo, da disoccupato, e per il “dopo”, vivendo tutto sommato felice della mia condizione di “diversamente occupato”.

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