Capire la CRISI per superarla, e trovare nuovi modi di equo sviluppo praticabile – il pensiero e l’analisi di DAVID HARVEY principale esponente della GEOGRAFIA RADICALE

QUESTA E’ LA PRIMA IMMAGINE di un fumetto animato (un’elaborazione grafica effettuata da Cognitive Media)) in cui il geografo e sociologo inglese DAVID HARVEY mostra il funzionamento geografico della crisi del capitalismo (messa su youtube ha avuto molto successo, un milione e duecentomila visualizzazioni), e che da qualche tempo è stata anche tradotta in lingua italiana

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  David Harvey è professore di geografia e antropologia all’università di New York. E’ tra i 20 autori più citati al mondo nel campo delle scienze umane, e il geografo più citato al mondo (fonte: Wikipedia). Epistemologicamente, David Harvey è il principale esponente della « radical geography » – o geografia marxista -, corrente originata dal suo primo lavoro: Explanations in Geography (1969), ma soprattutto dal successivo Social Justice and The City (1972) a cui hanno seguito una ventina di libri (secondo il parere del tutto personale di chi scrive, The Condition of Postmodernity, del 1989, è forse il più completo e più interessante), oltre che numerosi articoli in riviste scientifiche di prestigio come: Antipode, e Progress in Human Geography.

David Harvey

   Per David Harvey la situazione attuale della geografia e le proposizioni che mirano alla sua trasformazione devono essere fermamente radicate nella comprensione della storia. Ma soprattutto la geografia deve affrancarsi del suo statuto di disciplina subalterna, frammentata in analisi tecniche (cartografia, pianificazione del territorio, architettura, …) direttamente al servizio dei poteri politici, statali ed economici. In questo modo, Harvey si distingue da altri approcci marxisti come quelli che si ispirano alla scuola degli Annales e in particolare a Fernand Braudel, o ancora quelli di Immanuel Wallerstein, i quali analizzano il capitalismo in termini di sistema-mondo e mettono l’accento sull’opposizione tra centro/periferia.

   Come spiegare le disuguaglianze di sviluppo geografico in seno al capitalismo?
Per rispondere a questo problema le analisi di David Harvey mettono in avanti i meccanismi di accumulazione del capitale, della concorrenza e della necessità di riutilizzare il surplus di capitale.

   L’analisi di Harvey non sarà certo ben vista e accettata nella sua totalità (per molte persone ogni riferimento al marxismo ha oggi una connotazione negativa, mentre altri mettono in discussione l’analisi in termini di classi), ma resta il fatto che l’attualizzazione dell’analisi marxista delle lotte di classe alla scala planetaria o dell’imperialismo fornisce un quadro teorico solido, olistico ed efficace per pensare le problematiche poste dalla globalizzazione come la dialettica tra locale e globale, l’integrazione della Cina nei meccanismi della concorrenza mondiale, l’ecologia e le questioni di giustizia ambientale…

   Nel suo ultimo lavoro (The Enigma of Capital and the crisis of capitalism) David Harvey tratta di politica economica da un punto di vista geografico, focalizzandosi sul flusso del capitale e lo spostamento geografico delle crisi che questo genera e di cui ha bisogno per riprodursi, ricorrendo a forme ideologiche neoliberIste, all’innovazione tecnologica e se necessario anche col ricorso alla violenza della guerra.

   Egli afferma che se riusciamo a ottenere una comprensione migliore degli sconvolgimenti e della distruzione a cui siamo tutti esposti, potremmo iniziare a sapere come agire al riguardo. Basti considerare che durante la “crisi” che stiamo vivendo, i più grandi capitalisti del mondo hanno continuato ad accrescere le loro fortune rispetto all’anno scorso, chi di 8 miliardi di dollari (George Soros, il “padre degli hedge funds”), chi 5 (Bill Gates), altri “soltanto” 1 miliardo (come Ferrero, la cui fortuna è passata da 17 miliardi di dollari nel 2010 a 18 miliardi nel 2011) [Fonte: Forbes e Les Echos].

   Il contrasto balza agli occhi quando in Europa si organizzano vertici su vertici (costosi), nel tentativo difficile di trovare gli 8 miliardi per il “salvataggio” della Grecia… E quando la FAO sostiene che con 30 miliardi all’anno la fame sparirebbe dal pianeta. Se noi siamo d’accordo nel trovare tutto questo inaccettabile, dobbiamo pero’ capire: chi deve pagare il debito? Come si è formato? Come fare per uscire da questa situazione ed evitare che si riproduca?

   Per cercare di rispondere a queste domande qui di seguito riportiamo un’intervista data a Londra pochi mesi orsono, che riassume la sua spiegazione geografica della logica capitalista.

   “La crisi stavolta è più profonda ed è più chiaro che abbiamo un movimento geografico. Sono stato proprio affascinato a guardare la crisi, che è iniziata in maniera altamente localizzata nel mercato immobiliare della California del Sud, in Arizona, in Nevada e in Florida, per poi colpire improvvisamente Londra e New York e poi sei mesi dopo… Improvvisamente le esportazioni tedesche crollano, e sono coinvolti nella crisi… Poi le esportazioni dell’Asia orientale crollano, sono coinvolti nella crisi, che si estende al di fuori dell’Asia…

   Per esempio negli Stati Uniti tutti dicono che la crisi è finita [l’intervista risale a maggio-giugno 2011, quando certi dati lasciavano pensare a un miglioramento, n.d.a.] perché il mercato azionario è risorto, ma questa è una visione distorta data da un pregiudizio di classe nella definizione della “crisi”: in realtà significa che il capitale sta andando bene, la disoccupazione è un disastro e il numero di persone che non hanno un lavoro o hanno bisogno di un lavoro migliore è di 1/5 della popolazione statunitense.

Il movimento «OCCUPY WALL STREET» sul PONTE DI BROOKLYN. Da il Corriere.it :«Circa 700 persone sono state arrestate sabato sera, primo ottobre, a New York per aver bloccato il traffico sul Ponte di Brooklyn. Continua la protesta nella Grande Mela contro gli effetti della crisi economica»

   La mia analisi si basa sull’idea che il capitale sposta la crisi geograficamente in modo che la crisi si trasferisce da una manifestazione all’altra, cosicché in un particolare momento la crisi appare come una diminuzione dei profitti perchè il capitale è debole in confronto al lavoro. Nessuno attribuirebbe questa crisi all’idea che il lavoro ha troppo potere. Non ho sentito sindacati avidi venire accusati stavolta, è fantastico in realtà, contrariamente a quel che successe negli anni 70, quando tutti accusavano gli “avidi sindacati”.

   A quel tempo si poteva dire che la crisi riguardasse davvero il mercato del lavoro e la disciplina della classe operaia, ma a partire da quel momento, c’è poi stato il disciplinamento di massa della classe operaia, attraverso l’offshoring, attraverso le innovazioni tecnologiche… Se questi metodi non funzionavano si inventavano persone come Margaret Thatcher, Ronald Reagan, e il generale Pinochet per metterli in pratica in maniera violenta e brutale. Cosi è stata disciplinata la forza lavoro, ma poi che succede? C’è un deficit di domanda effettiva, e poi sorge la domanda: come si faranno a vendere i prodotti se i salari non aumentano? E la risposta è stata: diamo una carta di credito a tutti.

Manifestazione degli studenti a Roma del 7 ottobre (contro i tagli alla scuola). Ma in quasi tutti i paesi europei, e negli Stati Uniti, si sviluppa la protesta contro la crisi economica e i poteri finanziari visti come la principale causa della crisi (da “il Corriere della Sera”, foto “la Presse”)

   Cosi si è creata l’economia del debito, e le famiglie si sono indebitate sempre di più, ma per fare questo servono istituzioni finanziarie, che iniziano a manipolare il debito, cosi ora arriviamo a un effettivo problema della domanda che è anche rinforzato da un problema della finanza e del potere finanziario. Quindi la crisi questa volta si manifesta diversamente. La mia tesi è sempre stata che non è possibile giungere a una singola teoria ipodermica della crisi, ma che è sempre necessario guardare alle dinamiche che portano da una crisi all’altra.

   A volte la crisi puo’ manifestarsi come una crisi di sotto consumo, come d’altronde si potrebbe dire per questa crisi, altre volte è un problema di diminuzione dei profitti e altre ancora è la caduta del saggio di profitto, che ha un significato tecnico, ma il profitto puo’ cadere per tutta una serie di motivi, tra cui un calo della domanda effettiva, quindi io vedo la nozione di crisi come distribuita su tutto il sistema.

   Mi sono allora interessato molto a quelli che Marx ha definito i Grundrisse…  Si tratta di una nozione di limite, di barriera, che il capitalismo non puo’ rispettare; ma il capitale puo’ trasformare questi stessi limiti in barriere che trascende ed elude. Quindi analizzando la circolazione del capitale si possono identificare tutte queste barriere, inclusi i limiti naturali: molte persone oggi affermano che siamo in una fase di limite naturale della crescita, ma in verità si tratta di un discorso che veniva già fatto negli anni 70.

   Si può identificare un modello molto interessante: quando c’è una crisi, ci sono molte persone che affermano che è dovuta a limiti naturali e io penso che sia uno dei modi che hanno trovato i capitalisti per dire: “non ha nulla a che fare con me la crisi… E’ dovuta alla natura…” E’ una maniera molto carina per spostare il problema. Marx ha un fantastico commento al riguardo; parlando di Ricardo, dice che quando ha dovuto affrontare per la prima volta la crisi, ha cercato rifugio nella chimica organica ed è proprio cosi: i capitalisti dicono che il problema non sono loro, è la natura…

   Quindi io credo che la teoria della crisi vada riscritta attorno a quest’idea di crisi mobile… Credo sia sempre sbagliato parlare di stadi finali o declino perché il capitalismo è un sistema molto flessibile e inventivo, è stata una forza che ha ricoperto un ruolo storico, perennemente rivoluzionario, quindi le trasformazioni rivoluzionarie interne al capitalismo sono ancora in grado di riconfigurare il mondo in maniera radicalmente differente.

    Puo’ essere un mondo che a te e a me non piace e in cui non vorremmo vivere, ma la domanda è: puo’ il capitalismo sopravvivere? La risposta è si… Ma a che prezzo? Il cuore del capitale è il plusvalore che significa che si finisce sempre con più valore, che poi va venduto a qualcuno: ci dev’essere in giro più valore da portare dentro al sistema; è una forza espansiva.

   Siamo cosi abituati a questo che pensiamo automaticamente cha la crescita sia un bene, indipendentemente dal suo costo politico, sociale ed ambientale. La crescita è necessaria: quando c’è crescita zero c’è una crisi. Tutti dicono che dobbiamo tornare a crescere, il minimo di cui si parla è intorno al 3%. Storicamente il capitale è cresciuto dal 1750 a un tasso del 2,25% all’anno in media; ora quello di cui parliamo è una crescita del 3% e forse vi starete chiedendo cosa indichi in termini di opportunità di investimenti.

   Nel 1970, dato il volume totale di beni e servizi, si dovevano trovare nuove opportunità di guadagno per 0,4 trilioni di dollari all’anno; oggi ci vorrebbero 1,5 trilioni per nuove opportunità di investimento; nel 2030 diventerebbero 3 trilioni di dollari per nuove opportunità di investimento. Questa cifra continua a raddoppiare e appare sempre meno probabile che si trovino sbocchi redditizi per gli investimenti.

   Guardando indietro dagli anni 70 ad oggi si puo’ dire che il capitale abbia già iniziato ad incontrare questo tipo di difficoltà e barriere, infatti ha iniziato ad investire non nella produzione di cose “reali” che aiutano le persone, ma ha investito in azioni nei mercati immobiliari, nei mercati finanziari

   Questi sono mercati molto particolari: hanno un carattere si sistema di tipo Ponzi [cf. Ibrahim Warde: Madoff, il finanziere più fidato del mondo, Le Monde Diplomatique, settembre 2009] ovvero io investo nel mercato finanziario, il mercato finanziario sale, la gente dice “hey, questo è un buon modo per fare soldi, investo anch’io!”, e investendo nel mercato finanziario, questo sale ancora di più e cosi sale sale sale, e lo stesso vale per il mercato immobiliare. Quindi i mercati azionari non aggiustano i prezzi nello stesso modo dei mercati di beni, per esempio di automobili, che hanno un funzionamento molto diverso.

    Il punto è che penso che abbiamo raggiunto quello che nel mio ultimo libro chiamo “un punto di flesso” nella storia del capitalismo. Sostenere una crescita del 3% per sempre non è fattibile, anzi, è sempre meno fattibile. Questo significa che siamo di fronte ad una svolta storica: si stanno inventando nuovi mercati finanziari in cui le persone possono investire, come il mercato delle emissioni di carbonio, di cui si parla tanto al momento, si puo’ investire nel futuro del clima e cose simili… Quindi vivremo in un mondo dagli incredibili investimenti ipotetici immaginari, fittizi… Il capitale puo’ durare, la classe capitalista puo’ preservarsi e lo sta facendo, stanno diventando estremamente ricchi… Sempre più ricchi, grazie a questa crisi, mentre il resto del mondo sta soffrendo. Ad un certo punto credo pero’ che le persone guarderanno questa crescente polarizzazione di classe e diranno: “ne abbiamo avuto abbastanza, bisogna fare qualcosa!”.

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L’intervista originale è disponibile sul seguente link:

http://www.youtube.com/watch?v=OuwPurzSvas&feature=related

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E a questo link con i sottotitoli in italiano:

http://www.youtube.com/watch?v=fst26U14FIU

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Il link seguente propone un’elaborazione grafica effettuata da Cognitive Media, in cui una lezione di David Harvey sul funzionamento geografico delle crisi del capitalismo, è trasformata in un fumetto animato (!), rendendola molto istruttiva e straordinariamente pedagogica:

http://www.youtube.com/watch?v=qOP2V_np2c0

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   Proponiamo di seguito una traduzione di un testo apparso nel 2006 (titolo originale: “Les Horizons de la liberté”, dalla rivista Actuel Marx), in cui Harvey ha previsto la crisi economica attuale, interpretandola come una più generale crisi del neoliberalismo (diamo atto che Harvey non è il solo “profeta”, anche autori non radicali come Nouriel Roubini avevano previsto il disastro attuale).

   Il testo riprende la maggior parte del libro apparso nel 2005: A brief history of neoliberalism.  Si tratta di una traduzione inedita in Italia, che offriamo ai lettori del nostro blog geografico con l’intento di far conoscere un autore di spicco nella storia mondiale della disciplina geografica, ancora poco (per niente?) tradotto in Italia. Ma si tratta anche di fornire una chiave di lettura dei problemi economici attuali un po’ fuori dagli schemi, e dunque stimolante, un punto di vista differente che puo’ favorire riflessioni critiche e come d’altronde lo stesso Harvey avanza in conclusione, anche delle proposte per uscire da questa grave situazione.

   Per chi volesse approfondire l’analisi di Harvey, un ulteriore capitolo del libro citato (A brief history of neoliberalism) è disponibile in accesso libero: http://www.hu.mtu.edu/~rlstrick/rsvtxt/harvey6.pdf (un brano citato 3100 volte! – Fonte: GoogleScholar).

GLI ORIZZONTI DELLA LIBERTÀ

(di DAVID HARVEY, traduzione di Luca Piccin)

   Le contraddizioni politiche ed economiche interne al neoliberalismo sono impossibili da domare, se non attraverso delle crisi finanziarie. Fino ad oggi, queste ultime si sono avverate dannose localmente, ma gestibili globalmente. Naturalmente, gestire queste crisi suppone di allontanarsi sensibilmente dalla teoria neoliberale.

   Sicuramente, il semplice fatto che le due principali locomotive dell’economia mondiale – gli Stati Uniti e la Cina – conoscono dei deficit finanziari abissali è un segno incontestabile delle difficoltà del neoliberalismo, se non della sua morte ben reale in quanto guida teorica praticabile supposta assicurare l’avvenire dell’accumulazione del capitale. Cio’ non impedirà il neoliberalismo di continuare a dispiegare la sua retorica in favore della restaurazione/creazione del potere delle elites di classe.

   Ma quando le disuguaglianze di reddito e di classe raggiungono – come è il caso oggi – un livello prossimo di quello che precedette la crisi del 1929, gli squilibri prendono un carattere cronico talmente accentuato che essi rischiano di scatenare una crisi strutturale. Sfortunatamente, i regimi d’accumulazione si dissolvono raramente pacificamente, se non mai. Il liberalismo “contenuto” è uscito dalle ceneri della Seconda Guerra mondiale e della Grande Depressione degli anni 1930.

   La trasformazione neoliberale è nata nel cuore della crisi di accumulazione degli anni ‘70, emergendo dalla matrice del liberalismo precedente, giunto all’esaurimento, con una violenza sufficiente per confermare l’osservazione di Karl Marx, che vedeva nella violenza l’invariabile partoriente della storia. L’ottica “autoritaria” del neo-conservatorismo prevale attualmente negli USA.

   L’attacco violento contro l’Iraq, all’esterno, e la politica d’incarcerazione, all’interno [circa 1 persona su 30 è in carcere negli USA, pari al 5% della popolazione, il tasso più elevato al mondo, superiore anche a paesi come Cina e Russia, n.d.a.], sottolineano la determinazione ritrovata delle elites dirigenti statunitensi per riconfigurare l’ordine mondiale e nazionale a loro proprio vantaggio. Riviene a noi, per conseguenza, di esaminare molto attentivamente la possibilità e le modalità di un’eventuale crisi del neoliberalismo.

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   Le crisi finanziarie, che hanno cosi’ spesso preceduto l’intrusione dei poteri finanziari più grandi sull’insieme delle economie di diversi paesi, d’abitudine hanno corrisposto a degli squilibri economici cronici.

   I tratti emblematici sono: 1) deficit dei budget interni crescenti e incontrollabili, 2) crisi della bilancia dei pagamenti, 3) deprezzamento rapido della moneta, 4) instabilità del valore degli attivi interni (per esempio sui mercati finanziari e immobiliari), 5) inflazione in aumento, 6) disoccupazione crescente con salari in caduta e 7) fuga dei capitali.

   Gli Stati Uniti hanno la particolarità di raggiungere dei livelli record per i primi tre di questi sette indicatori principali e ci sono delle preoccupazioni serie da farsi per quel che riguarda il quarto, la valutazione degli attivi. La “ripresa economica senza ripresa dell’impiego” e la stagnazione dei salari suggeriscono l’apparizione di problemi circa il sesto indicatore.

   Ovunque altrove, una tale congiunzione di indici avrebbe quasi immancabilmente richiesto l’intervento del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Gli economisti del FMI – cosi’ come Volcker e Greenspan, presidenti successivi della Federal Reserve – si lamentano officialmente del fatto che gli squilibri economici degli Stati Uniti minacciano la stabilità mondiale [1]. Ma siccome questi ultimi sono in posizione dominante nel FMI, questo implica soltanto che tale paese dovrebbe disciplinarsi da solo, cio’ che sembra poco probabile. La domanda cruciale è la seguente: i mercati mondiali metteranno in opera questa disciplina (come dovrebbero farlo secondo la teoria neoliberale) e, in caso affermativo, come e con quali effetti?

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   La questione è innanzitutto di sapere quale sorta di crisi potrebbe essere la più utile agli Stati Uniti al fine di risolvere la loro situazione, dato che l’eventualità di una crisi fa concretamente parte del ventaglio delle opzioni politiche possibili. Nell’evocare tali opzioni, è importante ricordare che gli USA non sono stati risparmiati dalle difficoltà finanziarie nel corso degli ultimi vent’anni.

   Nel 1987, il crac della borsa ha annullato circa 30% dei valori degli attivi e, nel profondo della depressione che ha seguito l’esplosione della bolla della nuova economia alla fine degli anni 1990, più di 8 000 miliardi di dollari di titoli sono andati perduti, prima del ritorno ai livelli anteriori. Nel 1987, i fallimenti delle banche e delle Casse di risparmio [Saving and Loan Associations] hanno costato circa 200 miliardi di dollari e, in quello stesso anno, le cose sono andate cosi’ male che William Isaacs, presidente della Federal Deposit Insurance Corporation, avverte che “gli Stati Uniti potrebbero essere condotti a nazionalizzare il settore bancario”.

   Gli enormi fallimenti di Long Term Capital Management (Contea d’Orange, California) e di altri, che si erano lanciati nella speculazione e avevano perso, furono seguiti dal crollo di diverse grandi società nel 2001-2002, mentre si scoprivano sorprendenti insufficienze contabili. Questi fallimenti non soltanto hanno costato caro alla popolazione, ma hanno ugualmente dimostrato fino a che punto una grande parte della finanza neoliberale è diventata fragile e fittizia.

   E’ evidente che questa fragilità non è per niente limitata agli USA. La maggior parte dei paesi, compresa la Cina, sono confrontati alla volatilità e all’incetezza finanziaria. Il debito dei paesi in via di sviluppo, per esempio, è passato “da 580 miliardi di dollari nel 1980 a 2 400 miliardi nel 2002, e una grande parte di questo debito non è rimborsabile. Nel 2002, il servizio del debito ha rappresentato per questi paesi un’uscita netta di 340 miliardi di dollari, mentre essi ricevevano dall’estero un aiuto allo sviluppo di 37 miliardi” [2]. In certi casi, il servizio del debito è superiore ai redditi in provenienza dall’estero e, in modo molto comprensibile, certi paesi come l’Argentina manifestano verso i loro creditori un’attitudine chiaramente recalcitrante.

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   Esaminiamo allora i due peggiori scenari dal punto di vista degli USA. Una breve fiammata d’iperinflazione fornirebbe un mezzo per cancellare i debiti internazionali e quelle dei consumatori. Di fatto, gli USA solderebbero i loro debiti verso il Giappone, la Cina e altri paesi in dollari fortementi deprezzati. Una tale confiscazione inflazionista non sarebbe ben ricevuta nel resto del mondo (che non potrebbe tuttavia fare granché, dato che inviare delle cannoniere sul Potomac non è un’opzione auspicabile).

   L’iperinflazione distruggerebbe ugualmente il risparmio, le pensioni, e ben altri settori ancora all’interno degli USA. Essa rimetterebbe in questione la via monetarista che Volcker e Greenspan hanno generalmente seguito. Tuttavia, al minor indizio di una tale uscita dal monetarismo (che, nei fatti, significherebbe la morte del neoliberalismo), le banche centrali scatenerebbero quasi fatalmente una corsa generale contro il dollaro, precipitando cosi’ prematuramente una crisi di fuga dei capitali, che le istituzioni finanziarie degli USA sarebbero incapaci di gestire da sole. Il dollaro degli USA perderebbe ogni credibilità come riserva monetaria mondiale, cosi’ come tutti gli avvantaggi a venire legati alla posizione di potenza finanziaria dominante (per esempio, la “signoria” – il potere di battere moneta).

   L’Europa o l’Asia orientale, o i due, assumerebbero allora questa funzione (si constata già che i responsabili delle banche centrali mondiali preferiscono conservare un più grande numero dei loro conti  n euro). Un ritorno più modesto all’inflazione potrebbe essere auspicabile, poiché è più che evidente che questa non è per niente il male in se descritto dai monetaristi e che un modesto alleggerimento degli obbiettivi monetari puo’ essere realizzato (come Thatcher l’ha mostrato nelle fasi più pragmatiche della sua marcia verso il neoliberalismo).

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   L’altra opzione per gli USA è di accettare un periodo prolungato di deflazione, del tipo di quella che il Giappone conosce dal 1989. Questo creerebbe seri problemi sul piano internazionale, a meno che altre economie – in capo alle quali si troverebbe la Cina, eventualmente accompagnata dall’India – possano compensare la perdita corrispondente di dinamismo dell’economia mondiale.

   Ma l’opzione cinese è altamente problematica per delle ragioni economiche e politiche allo stesso tempo. Gli squilibri interni della Cina sono seri e si manifestano principalmente sotto la forma di eccessi di capacità di produzione: troppo di tutto, dagli aeroporti alle fabbriche di automobili. Questa sovracapacità diventerebbe ancora più concreta nel caso di una staganzione prolungata del mercato statunitense del consumo.

   La massa dei debiti in Cina (sotto forma di prestiti bancari in difficoltà di pagamento) è lontana dall’essere cosi monumentale che quella osservabile negli Stati Uniti. Nel caso cinese, i pericoli sono tanto politici che economici. E’ tuttavia possibile che il dinamismo straordinario del complesso economico asiatico basti per fare da propellente all’accumulazione di capitale futura. Ma, molto verosimilmente, gli effetti saranno deleteri, tanto sul piano della qualità dell’ambiente che dal punto di vista del mantenimento della leadership degli USA nell’ordine mondiale.

   Sapere se gli USA vanno, oppure no, abbandonare passivamente la loro posizione egemonica resta aperto. A non dubitarne, essi manterranno il loro dominio militare, anche se la loro posizione dominante nel quasi totalità dagli altri grandi campi del potere politico-economico diminuisce. Che gli Stati Uniti cerchino o no di utilizzare la loro superiorità militare per dei fini economici e politici, come l’hanno fatto in Iraq, dipenderà allora in modo cruciale dalla loro dinamica interna.

   Sarebbe molto difficile per gli USA di assorbire gli effetti interni di una deflazione prolungata. Se i problemi d’indebitamento del governo federale e delle istituzioni finanziarie devono es sere risolti senza minacciare la ricchezza delle elites di classe, allora una “deflazione di confiscazione” del tipo di quella che ha conosciuto l’Argentina (profondamente incompatibile con il neoliberalismo) sarà la sola e unica opzione (e la crisi degli istituti di risparmio negli USA alla fine degli anni 1980, quando numerosi depositari non poterono disporre dei loro fondi, da’ una certa idea di cosa si tratterebbe).

   Le prime vittime di un tale aggiustamento strutturale sarebbero probabilmente i pochi programmi pubblici sostanziali che esistono ancora (sanità pubblica e Medicare), i diritti in materia di pensioni e i patrimoni (immobiliare e risparmio finanziario). In tali condizioni, si puo’ anticipare un inizio di sgretolamento del consenso popolare. In questo caso, si poserebbero le grandi questioni
dell’estensione di questo malcontento, dei suoi gradi di espressione e dei suoi modi di gestione.

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   Il consolidarsi dell’autoritarismo neoconservatore si presenta allora come una soluzione potenziale. Il neoconservatorismo sostiene il programma neoliberale che punta all’istituzione di una libertà dai mercati fondata sulle assimmetrie, ma, per il suo ricorso a dei mezzi autoritari, gerarchici, ovvero militaristi nell’esercizio del mantenimento della legge e dell’ordine, esso rivela apertamente le tendanze antidemocratiche proprie al neoliberalismo.

   In The New Imerialism, ho studiato la tesi di Hannah Arendt secondo la quale le militarizzazioni all’esterno e all’interno del paese vanno necessariamente alla pari. Ne ho concluso che l’avventurismo internazionale dei neoconservatori – a lungo pianificato poi legittimato dopo gli attacchi dell’11 settembre – ha tanto a che vedere con la volontà d’imporre nel paese un controllo su un corpo politico perturbatore e largamente diviso che con una strategia geopolitica di mantenimento dell’egemonia mondiale degli USA grazie al controllo delle risorse petrolifere. All’interno come all’esterno, la paura e l’insicurezza sono state facilmente manipolate per fini politici – non senza successo quando si è trattato della rielezione di Bush [3].

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   In The New Imperialism, ho sostenuto che si possono identificare numerosi segni dello sgretolamento dell’egemonia statunitense. Gli USA hanno perso la loro posizione dominante nella produzione mondiale nel corso degli anni 1970 e il loro potere nella finanza internazionale ha cominciato a scemare negli anni 1990. La loro leadership tecnologica è rimessa in questione e la loro egemonia in materia di cultura e di autorità morale conosce un rapido declino; resta la loro forza militare come sola arma manifesta di dominazione mondiale. Ma anche questo potere militare si limita a cio’ che puo’ essere fatto a prtire da un potere di distruzione high-tech manipolato da 9 000 metri d’altitudine.

   L’Iraq ne ha dimostrato i limiti sul campo. La transizione verso una nuova struttura egemonica nel capitalismo mondiale confronta gli USA alla necessità di una scelta: gestire questa transizione pacificamente o attraverso la catastrofe [4]. L’attitudine attuale delle elites dirigenti degli USA tende piuttosto per la seconda opzione che per la prima. Il nazionalismo che prevale in questo paese potrebbe facilmente permettere un avvicinamento all’idea che le difficoltà economiche che causerebbe l’iperinflazione o una deflazione prolungata sarebbero attribuibili ad altri: alla Cina, all’Asia orientale o all’OPEP e agli stati arabi che rifiutano di rispondere adeguatamente alle esigenze stravaganti degli USA riguardo all’energia.

   La dottrina della guerra preventiva è già ben stabilita e le capacità di distruzione immediatamente disponibili. Lo stesso argomentario si prolunga nell’idea che uno stato, come quello degli USA, assediato e direttamente minacciato ha il dovere di difendere il suo terriotorio, i suoi valori e il suo modo di vita attraverso i mezzi militari qualora necessario. Per il governo attuale [il governo Bush, n.d.a.], un tale calcolo catastrofico, a mio avviso suicidario, non è dell’ordine dell’impossibile. Esso ha fatto prova della sua inclinazione a sopprimere ogni opposizione interna e, facendo questo, ha raccolto un sostegno popolare considerabile.

   Si consideri poi che una frazione sostanziale della popolazione degli Stati Uniti considera la Dichiarazione dei diritti (Bill of Rights) come un documento d’ispirazione comunista, mentre altri, certo minoritari, sono ricettivi a tutto cio’ che evoca i “sapori” della grande lotta finale tra il bene e il male (Armageddon). Le leggi antiterrorismo, l’abbandono delle Convenzioni di Ginevra nella Baia di Guantanamo e la prontezza a dipingere ogni forza d’opposizione come “terrorista” sono tanti segni precursori.

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   Fortunatamente, esiste negli USA un’opposizione sostanziale che puo’ essere mobilizzata, e che in una certa misura lo è già, contro tali tendenze catastrofiche e suicidarie. Allo stato attuale delle cose, questa opposizione è sfortuantamente frammentata, alla deriva e sprovvista di organizzazione coerente. In una certa misura, questa situazione è il risultato di un processo di automutilazione, che è il fatto del movimento operaio, dei movimenti globalmente impegnati nelle lotte identitarie e infine di coloro che, in seno alle correnti intellettuali postmoderne, sposano inconsciamente il punto di vista della Casa Bianca, riducendo la verità a una costruzione sociale e a un semplice effetto del discorso. Vala la pena di ricordare qui la critica che Terry Eagleton indirizzo’ a La Condition Postmoderne di Lyotard: “non puo’ esserci differenza tra la verità, l’autorità e la seduzione retorica; colui che esaudisce le attese dell’auditorio o che ha la storia più razzista ha il potere”. Io sosterrei anche che questa critica è ancora più pertinente nei nostri giorni che quando io l’avevo citata nel 1989.

   Se noi vogliamo trovare una qualche uscita dall’impasse nella quale siamo attualmente entrati, è necessario smentire le favole della Casa Bianca e le manipolazioni dei guaritori di Downing Street per metterci un termine. C’è un “mondo reale” quaggiù, e questa realtà ci ha raggiunti in velocità. Ma dove dovremmo tentare di andare? Se la libertà dona delle ali, verso quali territori essa puo’ trasportarci?

 ALTERNATIVE

   La questione delle alternative è frequentemente affrontata come se si trattasse di tracciare i piani di una società a venire e di suggerire l’itinerario che ci conduce. C’è molto da guadagnare con tali esercizi. Ma bisogna prima iniziare un processo politico suscettibile di portarci a un punto dove delle alternative praticabili, delle reali possibilità, diventano identificabili. Due vie principali sono aperte.

Noi possiamo entrare nella massa pletorica dei movimenti d’opposizione realmente esistenti e, a partire della loro attività e attraverso essa, tentare di far sorgere l’essenza di un programma di opposizione largamente consensuale.

   O allora, noi possiamo ricorrere a delle investigazioni, nei campi teorico e pratico, riguardanti le nostre condizioni di esistenza (del tipo che io ho intrapreso qui) e tentare di farne sorgere delle alternative tramite l’analisi critica. Seguire questa seconda via non suppone in alcun modo che i movimenti d’opposizione esitenti siano nell’errore o manchino di giudizio. Simmetricamente, i movimenti d’opposizione non possono pretendere che le conclusioni analitiche non hanno niente a che vedere con le cause che essi difendono. Quel che è all’ordine del giorno, è l’avvio di un dialogo tra coloro che prendono una via piuttosto che un’altra, in vista di raggiungere un miglioramento della comprensione collettiva e la definizione di linee d’azione più adeguate.

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   La trasformazione neoliberale ha generato, tanto all’interno che all’esterno della sua propria sfera, tutta una gamma di movimenti d’opposizione. Molti di questi movimenti sono radicalmente differenti da quelli di prima del 1980, la cui base era maggiormente operaia [5]. Io ho detto “molti” e non “tutti”, perché i movimenti a base operaia non sono in alcun modo morti, anche nei paesi capitalisti avanzati, dove sono stati largamente indeboliti dall’attacco col quale il neoliberalismo ha sottomesso i loro poteri. In Corea del Sud e in Africa del Sud, dei movimenti operai vigorosi si sono formati nel corso degli anni 1980 e, in una grande parte dell’America Latina, dei partiti della classe operaia conoscono una situazione fiorente, quando non sono al potere.

   In Indonesia, un movimento di lavoratori, ancora adolescente ma potenzialemente molto importante, lotta per farsi ascoltare. In Cina, il potenziale di agitazione dei lavoratori è immenso, benché imprevedibile. Nel corso dell’ultima generazione, negli USA, la massa della popolazione lavoratrice ha spesso votato deliberatamente contro i propri interessi materiali, per delle ragioni di nazionalismo culturale, di religione, e in nome di valori morali. Ma non è del tutto certo che essa resti definitivamente prigioniera di tali politiche imposte dalle manovre dei repubblicani come dei democratici. Essendo data la volatilità della situazione negli USA, non si puo’ escludere il ritorno, negli anni a venire, di politiche popolari social-democratiche, o perfino di politiche populiste anti-neoliberali.

……..

   Ma le lotte contro “l’accumulazione per depossessione” [concetto ricorrente nei lavori di Harvey, n.d.r.] sviluppano linee di lotta sociale e politica completamente distinte [6]. In parte a causa dell’eterogeneità delle situazioni che danno origine a tali movimenti, le loro orientazioni politiche e i loro modi di organizzazione si distinguono nettamente dell’azione politica caratteristica delle lotte social-democratiche.

   Cosi, la rivolta zapatista nel Chiapas (Messico) non ha avuto per obbiettivo la presa del potere o una rivoluzione politica; essa ha piuttosto puntato allo stabilimento di relazioni politiche più “inclusive”. L’idea è di lavorare, nell’insieme della società civile, a una ricerca di alternative, più aperta e più fluida, preoccupandosi dei bisogni specifici dei diversi gruppi sociali permettendo loro di migliorare la propria sorte.

   Sul piano organizzativo, questo movimento ha avuto tendenza a evitare l’avanguardismo e a rifiutare di prendere la forma di un partito politico. Esso ha, al contrario, preferito restare un movimento sociale all’interno dello stato e ha puntato alla costituzione di un “blocco” di potere politico dando alle culture indigene un ruolo centrale piuttosto che periferico. Numerosi movimenti ambientali – come quelli in favore della giustizia ambientale – procedono in egual maniera.

……..

   Tali movimenti hanno avuto per effetto di trasferire il campo dell’organizzazione politica dei partiti politici e delle organizzazioni del lavoro verso una dinamica politica d’azione sociale meno finalizzata, estendosi a tutto il ventaglio della società civile. Quel che tali movimenti perdono in concentrazione lo guadagnano in pertinenza rispetto a questioni particolari o a dei gruppi di base. Essi tirano la loro forza dal radicamento nel solco della vita quotidiana e delle lotte.

   Tuttavia, per questa stessa ragione, è per loro spesso difficile estrarsi dal locale e dal particolare per cogliere, sul piano macro-politico, cio’ che significava e cio’ che significa ancora l’accumulazione per depossessione e i suoi legami con la restaurazione del potere di classe.

…….

   La diversità di queste lotte è molto semplicemente sbalorditiva, a un punto tale che è talvolta difficile immaginare dei legami tra esse. Queste lotte sono gli elementi dell’onda instabile di movimenti di protesta che ha percorso il mondo dall’inizio degli anni 1980 e ha sempre più accaparrato i titoli dei giornali. Questi movimenti e rivolte sono talvolta stati schiacciati d alla violenza brutale, il più delle volte da poteri statali agenti nel nome “dell’ordine e della stabilità”.

   In altri luoghi, questi movimenti hanno degenerato in violenze interetniche e in guerre civili, sapendo che l’accumulazione per depossessione produce intense rivalità sociali e politiche. La tattica che punta a “dividere per regnare” portata dalle elites dirigenti e la concorrenza tra fazioni rivali (per esempio tra gli interessi della Francia e degli Stati Uniti in certi paesi africani) hanno frequentemente giocato un ruolo centrale in queste lotte.

   Gli stati sotto influenza prendono spesso la testa di un movimento di repressione e di liquidazione, che punta a mettre spietatamente in fallimento i movimenti militanti che si indirizzano contro l’accumulazione per depossessione in numerose parti del mondo. In questo compito, essi sono sostenuti militarmente o, in certi casi, utilizzano forze speciali allenate dagli apparati militari dominanti (in capo ai quali si trovano gli USA, e in minor misura, il Regno Unito e la Francia).

…….

   I movimenti di opposizione hanno generato una pletora di idee riguardanti le alternative. Alcuni cercano d’isolarsi completamente o parzialmente dai poteri schiaccianti della mondializzazione neoliberale. Altri (come il movimento “50 years is enough”) sono alla ricerca di una giustizia sociale e ambientale mondiale, tramite una riforma o una dissoluzione di potenti istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio e la Banca Mondiale (benché, fatto interessante, il potere centrale del Tesoro degli Stati Uniti non sia mai menzionato).

   Altri ancora (particolarmente i movimenti ecologisti come Greenpeace) mettono in avanti il tema del recupero dei “terreni comunali”, segnalando attraverso cio’ una continuità profonda, tanto con le lotte di un passato lontano che con quelle che hanno marcato il corso della storia dolorosa del colonialismo e dell’imperialismo.

   Certi (come Hardt e Negri) contemplano una “moltitudine” in marcia, o un movimento in seno alla società civile mondiale, facendo fronte ai poteri decentralizzati e dispersi dell’ordine neoliberale (interpretato come un “Impero”); più modestamente, altri prendono in conto le sperimentazioni locali in materia di nuovi sistemi di produzione e di consumo, per esempio i SRI (Sistemi di Reciprocità Indiretta), fondati su delle relazioni sociali e delle pratiche ecologiche di un tipo totalmente distinto.

   Si trovano ugualmente quelli che hanno fede nelle strutture più convenzionali dei partiti (per esempio del Partito dei Lavoratori in Brasile o il Partito del Congresso in India, alleato ai comunisti), aventi per obbiettivo la presa del potere statale, concepito come un primo passo verso una riforma globale dell’ordine economico. Molte di queste correnti diverse si ritrovano ormai al Forum Sociale Mondiale, tentando di definire i loro punti comuni e di costruire un potere organizzativo suscettibile di far fronte alle multiple varianti del neoliberalismo e del neoconservatorismo.

   Una letteratura abbondante è apparsa, suggerendo che “un altro mondo è possibile”. Essa ricapitola, e talvolta tenta di sintetizzare, le idee dei diversi movimenti sociali dei quattro orizzonti del mondo, che formano una materia degna di ammirazione e un’importante sorgente d’ispirazione.

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   Ma quali tipi di conclusioni si possono tirare da un esercizio analitico come quello che io ho appena fatto? In primo luogo, tutta la storia del liberalismo “contenuto” e del tornante neoliberale che l’ha seguito sottolinea il ruolo cruciale giocato dalla lotta delle classi rispetto al potere delle elites di classe, tanto nella sua messa in scacco che nel suo ristabilimento.

   Anche se, in maniera molto efficacemente mascherata, noi abbiamo vissuto un processo strategico completo e sofisticato, condotto dalle elites dirigenti, mirante alla restaurazione e all’allargamento di un potere di classe schiacciante o, in Russia e in Cina, alla sua instaurazione. Il passaggio ulteriore al neoconservatorismo illustra bene fino a dove le elites economiche sono pronte ad andare cosi come le loro strategie autoritarie a cui esse sono pronte a ricorrere per mantenere il loro potere.

   E tutto questo si è prodotto nel corso dei decenni durante i quali le istituzioni della classe operaia erano in declino, mentre numerosi progressisti erano sempre più persuasi che il concetto di classe era vuoto di senso o sepolto da lungo tempo.

   Su questo punto, i progressisti di ogni provenienza sebrano essersi arresi al pensiero neoliberale, poiché uno dei miti principali del neoliberalismo è che la categoria di classe è una finzione che non esiste che nell’immaginazione dei socialisti e dei criptocomunisti. Negli USA in particolare, l’espressione “guerra di classi” non è utilizzata che nei media di destra (per esempio il Wall Street Journal) per denigrare tutte le critiche suscettibili di stroncare cio’ che è presentato come un obbiettivo nazionale unificato e coerente (ovvero la restaurazione del potere delle classi superiori!).

   Di conseguenza, una prima lezione appare da tutto questo: se le apparenze sono quelle della lotta di classe e le pratiche quella della guerra di classe, non bisogna temere di chiamare le cose con il loro nome. L’alternativa per la massa della popolazione è di rassegnarsi alla traiettoria storica e geografica definita dal potere schiacciante e sempre crescente delle classi superiori o allora di rispondere in termini di classe.

   Esprimendosi cosi, non si tratta di compiacersi nella nostalgia di una qualsivoglia età dell’oro perduta, quando una categoria come quella del “proletariato”, di pura finzione, era all’opera. Questo non significa nemmeno necessariamente (se mai è stato il caso) che esiste un concetto semplice della classe, al quale noi potremmo fare appello in quanto agente principale (se non esclusivo) di trasformazione storica. Non esiste nessun campo immaginario dell’utopia marxiana dove noi potremmo ritirarci.

   Mettere l’accento sulla necessità e sul carattere inevitabile della lotta delle classi non equivale a affermare che la maniera in cui le classi si sono costituite è determinata, o anche determinabile, a priori. Le classi popolari come quelle delle elites si mettono in movimento per loro propria iniziativa, in condizioni che non rilevano mai tuttavia delle loro proprie scelte.

   E queste condizioni sono impregnate delle complessità imputabili alla razza, al sesso e a delle distinzioni etniche strettamente associate alle identità di classe. Le classi inferiori sono marcate da caratteri razziali profondi e la femminizzazione crescente della povertà è un tratto della trasformazione neoliberale.

   L’attacco contro i diritti delle donne e cio’ che tocca alla riproduzione è un elemento chiave della visione dei neoconservatori di un ordine morale “sano”, riposante su una concezione molto particolare della famiglia. In modo interessante, qesto attacco ha raggiunto un picco alla fine degli anni 1970, quando il neoliberalismo ha occupato per la prima volta il centro della scena.

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   L’analisi spiega ugualmente la dualità attuale dei movimenti popolari. Da un lato, si trovano dei movimenti che si organizzano attorno a cio’ che io chiamo la “riproduzione allargata”, di cui lo sfruttamento del lavoro salariato e le prestazioni sociali sono le questioni centrali. Dall’altro, si trovano i movimenti ch elottano contro l’accumulazione per depossessione.

   Questi includono la resistenza: alle forme classiche di accumulazione primitiva (come lo spostamento delle popolazioni agricole al di fuori delle loro terre), alla dismissione brutale dello stato di tutte le sue obbligazioni sociali (eccezion fatta per le funzioni di sorveglianza e di polizia), alle pratiche distruttrici delle culture, della storia e dell’ambiente e ai processi di “confiscazione”, operati attraverso deflazioni e inflazioni e messi in atto dal capitale finanziario, nelle sue forme contemporanee, con la complicità dello stato.

   Determinare il legame organico tra questi differenti movimenti è un compito teorico e pratico urgente. Ma la nostra analisi ha anche montrato che questo potrà essere fatto solo tramite l’identificazione del processo di accumulazione del capitale, le cui disuguaglianze di sviluppo geografico sono ad un tempo volatili e in via di approfondimento.

   Questa disuguglianza favorisce attivamente l’estensione del neoliberalismo attraverso la concorrenza tra stati. Uno dei compiti di questa politica di classe rinvigorita davanti al neoliberalismo consiste in parte a fare di questa disuguaglianza di sviluppo un vanataggio anziché un handicap. Alla politica delle elites della classe dirigente, che punta a “dividere per regnare”, deve far fronte, a sinistra, una politica di alleanza favorevole allo ristabilimento dei poteri locali di autodeterminazione.

……

   Ma l’analisi fa ugualmente emergere l’esistenza di contraddizioni sfruttabili in seno ai programmi neoliberale e neoconservatore. Lo scarto, che va allargandosi, tra la retorica (il benessere collettivo) e i fatti (il profitto di una piccola classe dirigente) oggi è lampante. L’idea che il mercato è affare di concorrenza e di giustizia, è resa sempre più inverosimile dalla monopolizzazione, la centralizzazione e l’internazionalizzazione straordinarie del potere delle società e della finanza.

   L’aumento sensibile delle disuguaglianze tra classi e regioni – sia all’interno stesso degli stati (come in Cina e in Russia, in India e in Africa del Sud) che sul piano internazionale tra stati – pone un serio problema politico che non ci si puo’ più accontentare di dissimualre discretamente come un fenomeno “transitorio” sulla strada che porta a un mondo neoliberale che ha raggiunto la perfezione.

   Più il neoliberalismo si svela come una retorica utopica che ha fallito, occultando un progetto riuscito di restaurazione del potere delle elites delle classi dirigenti, più si affermano le basi della riappropriazione di movimenti di massa, portatroi di esigenze politiche ugualitariste e alla ricerca della giustizia economica, di un commercio equo, e di una sicurezza economica accresciuta.

……..

   L’emergere dei discorsi che portano sui diritti apre tante opportunità che problemi. Si puo’ anche vedere nella nozione di diritti, nella sua interpretazione convenzionale e liberale, un’arma della critica dell’autoritarismo neoconservatore, soprattutto vista la maniera con cui la “guerra al terrorismo” ha ovunque servito da pretesto alla reduzione delle libertà civili e politiche (dagli USA alla Cina e alla Cecenia).

   L’appello crescente a ricnonoscere il diritto dell’Iraq all’autodeterminazione e alla sovranità è un’arma potente per mettere una battuta d’arresto ai disegni imperiali degli USA in questo paese. Ma si puo’ anche definire una concezione alternativa dei diritti. La critica dell’accumulazione senza limiti del capitale, in quanto processo dominante della formazione delle nostre esistenze, sfocia nella critica di questi diritti particolari – il diritto alla proprietà privata e alla redditività – che fondano il neoliberalismo, e che quest’ultimo rafforza.

   Io ho sostenuto altrove la necessità di un insieme completamente differente di diritti: all’uguaglianza delle opportunità, all’associazione politica e al “buon” governo, al controllo della produzione da parte dei produttori diretti, all’inviolabilità e all’integrità del corpo umano, all’esercizio della critica senza timore di rappresaglie, a un ambiente vitale decente e sano, al controllo collettivo dei beni comuni, alla produzione dello spazio, alla differenza, cosi come i diritti inerenti al nostro statuto di membri della specie umana [7]. Proporre dei diritti distinti da quelli che il neoliberalismo tiene per sacrosanti richiede comunque la definizione di un processo sociale alternativo al quale tali diritti potrebbero appartenere.

……

   Si puo’ avanzare un argomento simile contro l’affermazione propria al neoconservatorismo, che pretende che la sua autorità e la sua legittimità riposano su dei fondamenti altamenti morali. Le idee di comunità e di economia morali non sono estranee, storicamente, ai movimenti progressisti. Un gran numero di questi – come gli Zapatisti, che lottano oggi contro l’accumulazione per depossessione – formulano il loro desiderio di veder prevalere delle relazioni sociali alternative, in termini di economia morale.

   La definizione del campo della moralità non dev’essere l’appannaggio di un diritto religioso reazionario, mobilizzato sotto l’egemonia dei media e articolato tramite un processo politico dominato dal potere del denaro delle società. Bisogna far fronte alla ristrutturazione del loro potere operata dalle classi dirigenti nel nome di un guazzabuglio di argomenti morali ingannevoli. Non ci si pio’ disfare di quelle che si chiamano “guerre di culture” – per quanto mal fondate alcune di esse abbiano potuto esserlo – come se fosse una diversione malvenuta di fronte alle politiche di classe (come lo sostengono certe fazioni della sinsitra tradizionale).

   A non dubitarne, il ricorso crescente all’argomento morale nei neo conservatori testimonia della loro pprensione rispetto al potenziale di dissoluzione sociale che porta in se l’individualismo neoliberale. Ma esso rivela ugualmente la corrente di repulsione morale provocata dalle alienazioni, l’anomia, le esclusioni, le marginalizzazioni e le degradazioni dell’ambiente prodotte dall’affermazione del neoliberalismo.

…….

   La trasformazione di questo rigetto di un’etica di mercato pura e semplice in resistenza culturale poi politica è uno dei segni del nostro tempo, che dev’essere esaminato con cura e non ignorato. Si fa cosi sentire la necessità di esplorare, nei campi teorico e pratico, il legame organico tra queste lotte culturali e quella che punta a far indietreggiare il consolidamento schiacciante del potere delle classi dirigenti.

…….

   Ma in verità è la natura profondamente antidemocratica del neoliberalismo, sostenuto dall’autoritarismo dei neoconservatori, che dovrebbe costituire il bersaglio principale della lotta politica. Il deficit di democrazia nei paesi detti “democratici” come gli Stati Uniti è oramai enorme [8]. La rappresentazione politica è compromessa  e corrotta dal potere del denaro, per non dire nulla di un sistema elettorale troppo facile da manipolare e da corrompere.

   I dispositivi istituzionali fondamentali sono seriamente compromessi. I senatori di ventisei stait coprenti meno del 20 % della popolazione beneficiano di più della metà dei voti nella determinazione del calendario legislativo del Congresso.

   L’evidentissima manipolazione che presiede alla determinazione delle circoscrizioni elettorali del Congresso, in favore di chiunque sia al potere, si trova, in modo inaspettato, segnata dal timbro della costituzionalità da un sistema giudiziario i cui ranghi sono riempiti di agenti nominati politicamente e di obbedienza neoconservatrice.

   Delle istituzioni dotate di un potere enorme, come la Federal Reserve, sfuggono a ogni controllo democratico di qualunque natura esso sia. Sul piano internazionale, la situazione è ancora peggio, poiché delle istituzioni come il FMI, l’OMC e la Banca Mondiale non devono rendere conto a nessuno e sono slegate da ogni controllo democratico; parallelamente, e qualunque siano le loro buone intenzioni, le ONG possono operare al di fuori di ogni impulso o controllo democratico?

   Questo non significa che le istituzioni democratiche non pongono esse stesse nessun problema. L’influenza che possono esercitare dei gruppi d’interesse privati sui processi legislativi, oggetto di timori completamente teorici dei neoliberali, non è che troppo chiaramente illustrata dal lobbismo delle società e il va-e-vieni continuo tra lo stato e le società, che assicura che il Congresso degli Stati Uniti (come tutte le istanze legislative degli stati) agisce in favore degli interessi finanziari e di essi soltanto.

……

   Riaffermare le esigenze in materia di governo democratico, di uguaglianza, e di giustizia economica, politica e culturale non significa difendere un ritorno a un’ipotetica età dell’oro. In ciascuno dei casi, i contenuti devono essere reinventati, al fine di aggiustarli alle situazioni contemporanee e alle potenzialità che esse portano.

   In circostanze tanto varie come quelle di São Paulo, Johannesburg, Shanghai, Manila, San Francisco, Leeds, Stoccolma o Lagos, il senso che noi dobbiamo dare alla nozione di democrazia oggi ha poco a che vedere con quello che aveva nella democrazia atenea antica.

   Ma ciò che è qui sconvolgente, è che attraverso il mondo intero – dalla Cina, dal Brasile e dall’Argentina all’Iran, l’India e l’Egitto, passando per Taiwan, la Corea e l’Africa del Sud, e tanto nelle nazioni in lotta dell’Europa dell’Est che nei centri nevralgici del capitalismo contemporaneo -, ci siano dei gruppi e dei movimenti sociali che lottano per delle riforme, espressione di una certa concezione dei valori democratici [9].

……

    Con un sostegno considerevole da parte della popolazione del paese, i dirigenti degli USA hanno proiettato sul mondo l’idea che i valori statunitensi neoliberali di libertà hanno una portata universale e suprema e che tali valori meritano che si muoia per essi. Il mondo è in misura di rigettare una tale iniziativa imperialista e di rinviare fino al centro del capitalismo neoliberale e neoconservatore l’immagine di un insieme completamente differente di valori: quelli di una democrazia aperta, che si consacra alla realizzazione dell’uguaglianza sociale, coniugata alla giustizia economica, politica e culturale.

   Gli argomenti di Roosvelt sono un punto di partenza possibile. Negli Stati Uniti, bisogna costruire un’alleanza il cui obbiettivo sia il recupero del controllo popolare dell’apparato statale e, in seguito, arrivare a un approfondimento delle pratiche e dei valori democratici, in luogo di un loro appiattimento sotto il tacco del potere del mercato.

   I nuovi orizzonti che conviene aprire alla libertà sono più nobili, molto più nobili, di quel che i precetti neoliberali lasciano intendere. Si puo’ costruire un miglior sistema di governo, ben migliore che quello che autorizza il neoconservatorismo. (DAVID HARVEY)

tradotto da Luca PICCIN

(versione originale: Harvey David , « Les horizons de la liberté » Actuel Marx, 2006/2 n° 40,  p. 39-54)

…..

1. Su Volcker cf. P. Bond, “US and global economic volatility: theoretical, empirical and political considerations“  (www.yorku.ca/cnsconf/present/bond_cns1.doc, 2004); M. Muhleisen and C. Towe (eds.), US Fiscal Policies and Priorities for Long-Run Sustainability, Occasional Paper 227 (Washington DC, International Monetary Fund, 2004).

2. Cf. D. Harvey, Condition Of Postmodernity, Oxford, Basil Balckwell, 1989, p. 169.

3. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, con un saggio di Simona Forti, Einaudi, Torino, 2004, in particoalre il volume 2: l’Imperialismo.

4. G. Arrighi et B. Silver, Chaos and Governance in the Modern World System, Minneapolis, Minnesota University Press, 1999 ; vedere ugualmente la postfazione di D. Harvey, The New Imperialism, Oxford, Oxford University Press, 2005.

5. S. Amin, “Social Movements at the Periphery”, in Wignaraja (ed.), New Social Movements in the South, pp. 76-100.

6. W. Bello, Deglobalization : Ideas for a New World Economy, London, Zed Books, 2002 ; Bello, Lullard, & Alhotra (eds.), Global Finance: New Thinking on Regulating Capital Markets, Londres, Zedbooks, 2000 ; S. George, Another World is possible IF, Londres, Verso, 2003 ; W. Fischer et T. Ponniah (eds.), Another World is Possible: Popular Alternatives to Globalization at the World  Social  Forum, Londres,  Zed  Books, 2003  ;  P. Bond,  Talk  Left  Walk Right:  South  Africa’s Frustrated  Global  Reforms, Scottsville, South Africa, University of KwaZulu-Nata Press, 2004 ; T. Mertes (ed.), A Movement of Movements : Is Another World Really Possible?, New York/Londres, Verso, 2004 ; L. Gill, Teetering on the Rim, New York, Columbia University Press, 2000 ; Brecher, Costello, et Smith, Globalization from Below: The Power of Solidarity, Cambridge, MA, South End Press, 2000.

7. D. Harvey, Spaces of Hope, Berkeley/Los Angeles, University of California Press, 2000, pp. 248-252.

8. L’associazione “Task Force on Inequality and American Democracy” ne disegna un quadro scomodo, in American Democracy in an Age of Rising Inequality (http://www.apsanet.org/imgtest/taskforcereport.pdf, 2004).

9. È l’argomento al quale Wang Hui, in China’s New Order, New York, Harvard University Press, 2003, ritorna frequentemente nel caso della Cina per esempio.

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8 thoughts on “Capire la CRISI per superarla, e trovare nuovi modi di equo sviluppo praticabile – il pensiero e l’analisi di DAVID HARVEY principale esponente della GEOGRAFIA RADICALE

  1. Agata domenica 9 ottobre 2011 / 8:49

    Ma davvero la vita è tutta un quiz?
    “Errori o non errori” chiunque abbia lavorato SERIAMENTE dovrebbe anche capire che il ruolo di leadership deve andare a gente che realmennte desidera concretizzare il bene comune.
    A che serve implementare le miogliori strategie se poi non si cerca il bene comune?
    Meglio operare con serenità e serietà in qualunque ambito si operi(come umanamente si può)… le crisi si superano se dietro c’è questa mission, e non interessi dei “gruppi di interesse”, correct?
    E così leggiamo anche “la tua geografia”.

    Buona domenica

  2. alessiofara lunedì 31 ottobre 2011 / 19:02

    david harvey è stato intervistato nell’ultima puntata di Report, andata in onda ieri sera sul tema delle agenzie di rating e della crisi speculativa, dal titolo EFFETTO VALANGA.

    http://www.report.rai.it/

  3. lucapiccin domenica 13 novembre 2011 / 18:27

    Ho visto la puntata di Report, che spiega davvero molto bene i meccanismi in atto. Speriamo che il cambio di regime favorisca e supporti una televisione pubblica di questo tipo…
    Tuttavia se devo trovare il pelo nell’uovo, David Harvey è presentato come Economista Sociologo, pertanto, nonostante le questioni socio-economiche siano centrali nelle sue analisi, si tratta di un geografo e secondariamente di un antropologo.

    Tornando al post… La previsione di Harvey sulla Cina sembra confermarsi : gli ultimi dati (http://www.asianews.it/notizie-it/La-crisi-europea-colpisce-la-produzione-cinese-23070.html) parlano di un rallentamento della produzione industriale, anche se il paese continua a “crescere”, ovvero a costruire città e infrastrutture…

    Un reportage della TV australiana apparso nel mese di marzo documenta d’intere città fantasma, completamente vuote perché inaccessibili alla maggiornaza dei cittadini cinesi. Si tratta di 64 milioni di alloggi, una vera e propria bolla speculativa gigantesca, ancora più grande di quella americana…
    Ciliegia sulla torta : un centro commerciale di quindici piani, previsto per accogliere 70mila consumatori al giorno, ma vuoto da sei anni ! Vi si possono scorgere anche una replica del canal grande, con giro in gondola sotto il ponte di Rialto e un campanile di San Marco !
    Il regime “comunista” cerca di nascondere tutto, ma come si chiede giustamente Harvey, la questione porta sulle centinaia di milioni di persone che sono al di fuori del mercato : come si muoveranno ?
    Quale sarà il comportamento del regime ?

  4. lucapiccin giovedì 17 novembre 2011 / 7:26

    Geografia politica ed economica. Senza calcoli e modelli econometrici (che per ammissione dei novelli premi nobel non permettono di prevedere le vie di uscita dalla “crisi”) possiamo capire molte cose lo stesso. Ricordiamoci sempre che “il potere è nella relazione” (Raffestin) e analizziamo dunque la dialettica delle relazioni.
    Dalla Cina, torniamo allora in occidente per capire come evolve la “crisi”. Mi sembra che stiamo passando da un conflitto d’interessi a un altro, ancora più grande e più subdolo, o perlomeno, qualcosa che gli assomiglia e che (mi) fa (un po’) paura.

    Cominciamo da Mario Draghi. Diplomato in economia al Massachussetts Institute of Technology (MIT), è stato il padre delle privatizzazioni italiane dal 1993 al 2001. Governatore della Banca d’Italia nel 2006. Dal 1993 al 2006, ha seduto in diversi consigli d’amministrazione di banche. Dal 2002 al 2006 è stato vice-presidente per l’Europa di Goldman Sachs, la solforosa banca d’affari americana. Recentement è stato nominato presidente della Banca centrale europea (BCE).

    Il secondo si chiama Loukas Papadimos. Anche lui diplomato al Massachussetts Institute of Technology (MIT), è stato professore all’Università americana di Columbia prima di diventare consigliere economico della Banca della Federal Reserve di Boston. Dal 1994 al 2002, è stato governatore della Banca di Grecia: ruolo che occupava quando la Grecia si è “qualificata” per l’euro, grazie a dei conti falsificati da Goldman Sachs. Poi, è stato vice-presidente della Banca centrale europea (BCE). Recentemente è stato nominato, sotto pressione dell’Unione europea e del G20, primo ministro della Grecia con il sostegno dei due partiti dominanti.

    Il terzo si chiama Mario Monti. Diplomato dell’Università di Yale, ha studiato il comportamento delle banche in regime di monopolio. Poi è stato, durante un decennio, commissario europeo, dal 1994 al 2004. Prima “al mercato interno e ai diritti doganali” (o piuttosto alla loro soppressione) poi alla concorrenza. Membro della Trilaterale et del gruppo di Bilderberg, è stato nominato consigliere internazionale di Goldman Sachs nel 2005. In questi giorni è stato nominato senatore a vita e l’Unione europea e il G20 sono riusciti a imporlo come presidente del consiglio italiano.

    Questi tre personaggi sono delle figure chiave, benché non le uniche, nella gestione della “crisi” che stiamo vivendo tutti. Sono tre finanzieri europei, tre uomini della superclasse mondiale, formati nelle università americane e strettamente legati a Goldman Sachs.

    “Government Sachs”: al comando dell’Europa?

    La banca Goldman Sachs è soprannominata negli USA “government Sachs” tanto essa è influente sul governo americano. Il secretario al tesoro di Clinton, Robert Rubin, artefice della deregolamentazione finanziaria, veniva da Goldman Sachs. Esattamente come il secretario al tesoro di Bush, Hank Paulson, che trasferi agli stati americani i debiti marci (nel senso che erano insolvibili) delle banche, durante la crisi finanziaria. L’attuale presidente di Goldman Sachs, Llyod Blankfein, ama dire che “fa il mestiere di dio”. Nei fatti, Goldman Sachs è nel cuore della predazione finanziaria e essa è implicata in numerosi scandali finanziari: quello dei “subprimes”, quello della truffa dei suoi clienti (ai quali raccomandava di acquistare dei prodotti finanziari sui quali essa speculava al ribasso), quello del “maquillage” dei conti greci.

    Sono dunque gli uomini di Goldman Sachs che sono oggi spinti ai posti di comando. Per quali mezzi? Et per quali fini? Far prendere in carico ai popoli gli errori delle banche? Salvare l’America dagli europei?

    Da dove scrivo (Francia) tra sei mesi, salvo imprevisti, i francesi eleggeranno un nuovo presidente della repubblica: sarebbe prudente da parte loro di chiedere ai tre principali candidati (attualmente, François Hollande -socialista-, Marine Le Pen -estrema destra- e Nicolas Sarkozy) di impegnarsi a non farsi imporre come primo ministro un… Ex di Goldman Sachs.
    Intanto anche in Francia lo spread continua a salire ed è tornato a un livello storico, come nel 1997. Pur non essendo al livello stratosferico dell’Italia… A seguire, allora.

    • lucapiccin lunedì 19 marzo 2012 / 10:40

      A seguire, dicevo.

      E ho scoperto che oltre ai “super” Mario (aspettiamo “super” Luigi), e il Papa-demos, ci sono altri 5 GOLD MEN in circolo in Europa !

      Giudicate voi da questa cartografia:

      C’era una volta il conflitto d’interessi… E l’opposizione !

  5. lucapiccin venerdì 17 febbraio 2012 / 5:52

    Un documentario sta facendo furore in Grecia : esso spiega come il “debito odioso” è manipolato a piacimento dalle potenze più forti da almeno un centinaio d’anni sia per assoggettare che per creare alleanze con i paesi più deboli. Oltre ai meccanismi che permettono questa “debitocrazia”, si mostrano anche le modalità per uscirne (caso dell’Ecuador nel 2005).
    David Harvey compare più volte.
    Il documento dura 75 minuti. E’ sottotitolato in inglese, francese, spagnolo (attivare i sottotitoli).
    Da far girare !

  6. gianni pollastri domenica 26 febbraio 2012 / 14:02

    Non ho il tempo di leggere l’articolo, comunque, io penso che, dobbiamo imparare ad eleggere persone capaci ed oneste, per conoscere persone di questo tipo dobbiamo impegnare un po del nostro tempo libero poi, dobbiamo controllare che gli eletti mantengano gli impegni presi. In questa Europa NON UNITA ogni paese deve controllare il suo bilancio stando attenti a non spendere più di quanto si incassa ecc. ecc.. Insomma dobbiamo imparare ad essere e pretendere democrazia!

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