La GRECIA da salvare e l’EUROPA UNITA FEDERALISTA che la crisi sta accelerando (pur con le resistenze di molti) – riuscirà il SOGNO EUROPEO ad esprimersi e realizzarsi nelle “nuove economie” da inventare e nel trapasso dei vecchi nazionalismi oramai in crisi irreversibile?

il Partenone, simbolo della civiltà greca, ed europea, e le proteste nella crisi economica di questi mesi

   Non ce ne accorgiamo, o forse sì, ma stiamo vivendo cambiamenti epocali, globali, planetari, ma anche nel nostro microcosmo, nei nostri territori. Ma qui parliamo dell’Europa, che riteniamo importante quel che sta accadendo. In questi mesi, settimane, stiamo vivendo all’interno della “nostra Europa” l’integrazione economica più rapida dalla stipula del Trattato di Maastricht. E come spesso accade nei momenti di emergenza (adesso economica, di gran parte dei diciassette paesi dell’Eurozona, cioè quelli dove c’è come moneta l’euro) l’integrazione, seppur sofferta e da tanti non voluta, si fa più concreta.

   Il tentativo di “condurre il gioco” di Germania e Francia (i paesi ora più forti politicamente ed economicamente nell’ “area euro”, particolarmente la Germania) con un “tira e molla” incredibile che si protrae da più di un anno (che bene fanno a chiedere “serietà di spesa” agli stati in crisi, ma mostrano titubanze all’integrazione e desiderio di essere gli unici leader che decidono…), non fa che rendere più instabile e pericolosa la situazione. Perché, come sembrano dire concordemente i più avveduti studiosi, politici ed economisti internazionali (riportiamo vari pareri autorevoli in questo post) “o ci si salva tutti o non si salva nessuno”.

“O CE LA FATE TUTTI INSIEME, OPPURE TUTTI INSIEME FALLITE” - E’ stato assegnato il PREMIO NOBEL PER L’ECONOMIA. Il premio è andato a due americani, CHRISTOPHER SIMS E THOMAS J. SARGENT (entrambi NELLA FOTO QUI SOPRA), studiosi dei tassi d’interesse e delle influenze della macronometria applicata alle famiglie. Si tratta di due economisti molto influenti. CHRISTOPHER SIMS È UN PROFESSORE DELLA PRINCETON UNIVERSITY, mentre THOMAS SARGENT È UN PROFESSORE DELLA NEW YORK UNIVERSITY ed è uno degli economisti più importanti al mondo. – da “la Stampa” del 11/10/2011: L’EUROPA UNITA NON SOPRAVVIVE SE NON CREA UN’AUTORITÀ FINANZIARIA COMUNE, in grado di stabilire le politiche economiche e fiscali per l’intero continente, e soprattutto di emettere bond». Su questo punto parlano con una sola voce, Tom Sargent e Chris Sims, poche ore dopo l’annuncio che hanno vinto il Premio Nobel. E poi aggiungono: «ILLUSORIO PENSARE CHE POTETE SALVARE LA MONETA UNICA CACCIANDO I PAESI PIÙ DEBOLI: o ce la fate tutti insieme, oppure tutti insieme fallite» (Paolo Mastrolilli)

   Pertanto, ad esempio per parlare della Grecia, quel distinto ed elegante signore di nome Papandreu, primo ministro del governo greco (socialista) che passa da una capitale all’altra di quelle “che contano” in Europa (Berlino, Parigi, Bruxelles…) perché le tranche di finanziamenti periodici siano erogate per salvare il proprio paese dal disastro, ebbene pochi credono che riuscirà mai a pagare (la Grecia) quei debiti che adesso contrae.

   Ma la “piccola” Grecia (che tre anni fa aveva un prodotto interno lordo uguale a quello della provincia di Vicenza, ora forse meno…), della Grecia non si può farne a meno, perché è fondamentale nella geografia europea. Perché se “esce” lei dall’Europa (con le sua attuali contraddizioni, i conti truccati al momento di entrare nell’euro…), se esce lei fallisce ogni progetto politico, culturale, geografico di Europa. Questa cosa, della Grecia come “fondamenta dell’Europa”, è stata bene descritta nel suo modo positivamente farneticante, poetico, trascendente, da Guido Ceronetti sul “Corriere della Sera” nell’articolo che qui riportiamo come primo in questo post.

ALT AL FONDO SALVA STATI, LA SLOVACCHIA HA VOTATO NO - (Marika De Feo, da “il Corriere della Sera” del 12/10/2011) - Era l'ultimo Paese a votare l'allargamento del fondo salva Stati. L'altro ieri aveva detto sì perfino la «piccola» Malta. Ma ieri la Slovacchia, l'unico Stato dell'Eurozona - insieme all'Estonia (allora parte dell'Urss) - dal passato comunista e filosovietico, ha detto no. E, anche in questo, è stata unica: solo Bratislava - a differenza di tutti altri 16 Paesi della moneta unica - ha sbattuto la porta in faccia al nuovo piano per salvare la Grecia. La bocciatura è stata votata dal parlamento slovacco nonostante il governo - favorevole - avesse messo il voto di fiducia sul piano. Per passare erano necessari 76 «sì», ma ne sono arrivati solo 55. L'esecutivo, quindi, si avvia alla caduta. Ma per il piano voluto in Europa da «tutti tranne uno» non tutto è perduto. Anzi. Il governo è convinto che ci sarà un nuovo voto con esito positivo probabilmente entro la settimana

   E poi vi invitiamo a leggere, subito dopo, il parere di Joan Marc Simon, esponente dell’Unione Europea dei federalisti, sullo stato della trasformazione europea, delle sue contraddizioni (un’Europa cui i suoi cittadini credono poco, peccato…) dove prevale l’elemento economico-finanziario e manca quasi del tutto quello politico, dei primi visionari europeisti cui tanto si sente la mancanza (Adenauer, Schuman, De Gasperi, Churchill, Spinelli, Monnet….).

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IL CREDITO GRECO VERSO L’EUROPA

di Guido Ceronetti, da “il Corriere della Sera” del 8/10/2011

   Fa sorridere sentir parlare di debito greco! Tutto il genere umano è debitore verso la Grecia. L’Europa per prima, naturalmente, e la Germania prima dei primi: per il suo sistema nominale, per l’inaudita energia irradiata attraverso la sua filosofia e la ricostruzione del messaggio ellenico attraverso i suoi filologi.

   La Grecia va salvata in quanto madre: tutti siamo nati ad Atene, anche se quasi tutti lo ignorano, anche se oggi Atene è un tumore urbano che ospita come qualsiasi altra città disperazioni e malavita.

   Vuoi mettere in discussione tua madre, soltanto perché il suo comportamento non è stato virtuoso? Mi indigna veder dubbiose le nazioni: che cos’è il debito greco in titoli paragonato al nostro, in spirito, verità, civiltà?

   Linguisticamente, Ellade e Grecia coincidono, ma esclusivamente entro i confini greci. Divergono nel mondo: se alludi alla Grecia-nazione moderna diciamo Grecia, ma dire Ellade è sigillo materno, più fatto di natura di quelle che si dicono radici ebraico-cristiane.

   L’ interiorità ellenica è intangibile; si trascina, dicono malamente (non ho esperienza diretta: tutto è frode nel regno dell’opinione) l’aggregato esterno Grecia. Neppure i greci stessi, mi pare, sfuggono; potrei dire che, nonostante l’identità nominale, la Grecia ha rinnegato l’Ellade. Più che rinnegata esplicitamente, la Grecia ha dimenticato l’Ellade: può essere, un simile oblio, pagato carissimo all’esterno. Un po’ di Tucidide tonificherebbe i discorsi di Papandreou.

   E l’Europa come l’Euroamerica sono dentro a un’ossessione materialistica che è molto simile a una foresta stregata. Una conseguenza verificabile è la pandemia di depressioni, malattie mentali, tumori, alcolismo. Si levano voci isolate, ma tra strepiti in decibel da discoteca. L’ uomo come animale essenzialmente cittadino, creato dalla Città lontano dai covili (politikòn zòon) è scoperta e dogma aristotelico.

   La rivolta contro la città, che libera e rinchiude, comincia presto: da quando il culto dionisiaco ne fa esplodere le mura, e la Baccante fugge e Antigone disobbedisce alla legge scritta. Tutto esemplare: noi idolatriamo il vivere cittadino e nello stesso tempo lo fuggiamo e lo odiamo. Ma dappertutto ritroviamo, inesorabili, le sue mura. Perciò la città metropolitana, la megalopoli, è spaventosa.

   Nelle predicazioni per la crescita – sempre più questa sensazione si diffonde – tutto quel che contiene di distruttivo una simile degenerazione del pensiero politico, è sospinto implacabilmente avanti. È significativo che la Grecia per aver riluttato, tentennato, commesso errori di oblio, di fronte a questa degenerazione del pensare è punita per prima, minacciata di morte civile, di esclusione, di rigetto della banca che si era fidata della sua completa sottomissione, con trapianto arcicondizionato.

   Ricordarsi in tempo dell’Ellade sacra, dell’Ellade trascendente, sarebbe un risveglio salutare della pura e semplice ragione. Resta da vedere, in una situazione così indefinibile e viziosamente perversa dove si può intravederla, qualcuno, nel potere mondiale, sia in grado di guardare con diversità d’occhio. (Guido Ceronetti)

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I MERCATI NUOVO FEDERATORE DELL’EUROPA?

 di JOAN MARC SIMON – dell’Unione europea dei federalisti – dall’ultimo numero, il n. 4 del 2011, dell’ “Unità Europea”, rivista del MFE, Movimento Federalista Europeo)

   Durante le crisi, l’Unione europea compie i più importanti passi avanti verso l’integrazione. Questo fatto, da solo, smantella tutte le teorie che vedono nell’Unione un complotto o una cospirazione. Ancora una volta è provato che l’unificazione europea è spinta dalla necessità e non da bizzarria intellettuale.

   Stiamo vivendo l’integrazione economica più rapida dalla stipula del Trattato di Maastricht. Negli ultimi due anni l’Unione europea ha creato il “Semestre europeo”, il Fondo europeo di stabilità finanziaria (che sarà sostituito dal Meccanismo finanziario europeo, un vero e proprio Fondo monetario europeo) insieme alle Autorità di sorveglianza ed ai Comitati, per dare una risposta di breve termine alla crisi.

   A medio termine, si è aperta la porta all’istituzione di risorse proprie dell’Unione in forma di imposte sul capitale, sui consumi di combustibili fossili o sul valore aggiunto; alla possibilità che l’Unione contragga prestiti con l’emissione di eurobonds; ed alla creazione di un Tesoro europeo. I passi in questa direzione, specialmente dopo la riunione del Consiglio europeo del 21 luglio, sono stati l’unico modo di dimostrare alla gente e ai mercati che l’Unione europea ha il controllo della crisi e può far fronte al servizio del debito  accumulato.

   Prima della riunione del 21 luglio, la Germania e la Francia hanno fatto quanto in loro potere per rinviare l’adozione delle misure che dovevano essere adottate, col risultato di far continuamente aumentare il numero di avvoltoi desiderosi di approfittare dell’incerta condotta europea. Lo stesso Presidente Sarkozy ha riconosciuto il mese scorso che «non possiamo permetterci di avere una moneta senza una politica economica». La Cancelliera Merkel, con tutte le sue riserve, sembra ora d’accordo sulla necessità d’intraprendere il cammino verso una politica economica europea.

   Gli attuali leader europei, dopo aver tentato ogni altra possibilità, stanno finalmente realizzando, con un elevato costo di credibilità per l’Europa e per loro stessi, che la sola soluzione efficace è “più Europa”, la soluzione federalista. Questi nuovi leader hanno in comune di non aver vissuto una guerra e di avere pertanto una visione dell’Europa differente da quella dei padri fondatori, Adenauer, Schuman, Churchill, Spinelli, Monnet…., della cui eredità l’Unione europea è vissuta finora.

   Ora abbiamo la conferma, se ce n’era bisogno, che il “vecchio” federalismo è finito. Ci piaccia o no, il “federalismo pragmatico” di Merkel e Sarkozy è quello che guiderà il processo d’integrazione nei prossimi anni.

   I “vecchi” federalisti avevano una visione, sostenevano un’integrazione economica più stretta solo in quanto sarebbe stata seguita a breve da quella politica, legittimata dai cittadini europei. Propugnavano la condivisione della sovranità fra i livelli di governo locali, nazionali e sopranazionali, ma nessuna cessione di sovranità se non attraverso procedure democratiche.

   Istituzioni come il Parlamento europeo e strumenti come la Costituzione europea costituivano per questa ragione condizioni indispensabili per poter avanzare ulteriormente sul percorso dell’integrazione economica. Senza la corrispondente integrazione politica, si sarebbero emanate norme per regolare l’economia senza alcun controllo da parte dei cittadini, con una perdita di legittimità per il progetto europeo. Forse erano visionari, ma avevano ragione; la crisi di legittimità di cui oggi soffre l’Unione ha le sue radici nell’insufficiente identificazione popolare col progetto europeo.

   I “vecchi” federalisti avevano dichiarato, fin dall’inizio, che una politica monetaria comune non può sopravvivere senza una politica economica comune. Nel corso dell’ultimo decennio, greci e spagnoli hanno ottenuto finanziamenti a tassi d’interesse tedeschi, non congrui con la loro produttività; questo periodo di vita sopra le loro possibilità ha creato un indebitamento che ora non possono rimborsare.

   Con un Tesoro europeo, l’emissione di eurobonds ed un bilancio europeo adeguato, la crisi sarebbe stata gestita molto meglio e non si sarebbe verificata la necessità di interventi a sostegno dei debiti pubblici nazionali, poiché i casi di sovra indebitamento non sarebbero stati consentiti.

   Torniamo ora ai nostri “nuovi” federalisti: si tratta di realisti integrali, gli stessi realisti che quattro anni fa affermavano che non era necessaria più integrazione e che un Tesoro europeo non sarebbe mai esistito. Il problema con i “realisti” è che, a differenza dei visionari, procedono sempre per improvvisazione.

   Senza una visione non possono avere un piano. I leader europei hanno improvvisato alla grande dal 2008 ed i mercati finanziari ci stanno facendo pagar caro il caos derivante dall’improvvisazione a Ventisette.

   Inoltre c’è la questione della legittimità democratica; le misure adottate negli ultimi tre anni sono state decise a porte chiuse ed accolte con scetticismo dalla maggioranza degli europei. L’improvvisazione continua esclude qualsiasi partecipazione pubblica al processo di costruzione europea. Perfino al parlamento europeo, da molti considerato troppo avanzato, è stato impedito di partecipare alla decisione degli ultimi aggiustamenti istituzionali, come il Meccanismo finanziario europeo. I “nuovi” federalisti, quel che è peggio, non esprimono rincrescimento o preoccupazione per un deficit democratico così prolungato durante la ristrutturazione dell’Unione europea. Non può sorprendere che l’Unione abbia toccato il livello di popolarità più basso dalla sua creazione.

   Molti affermano che il tempo dei visionari è finito, che anche la prima chance di costruire un’Europa politica capace di controllare la sfera economica è andata persa, che i realisti hanno imposto la loro mancanza di visione e che, pertanto, l’integrazione economica è all’ordine del giorno dell’agenda politica per necessità, ma la sua natura democratica continua ad essere negata.

   C’è qualcosa di sbagliato se per salvare gli europei bisogna tenerli fuori dalla stanza delle decisioni. Vero è che abbiamo iniziato il percorso di una transfer union, che ci porterà all’unione fiscale, dunque al Tesoro europeo ed agli eurobonds. Alla fine, il fatto di avere l’unione fiscale e la politica monetaria comuni potrebbe forzare la creazione dell’unione politica. Dopotutto, l’integrazione politica in Europa dopo la seconda guerra mondiale ha seguito quella economica ed è importante sottolineare che l’unione politica è stata una conseguenza, e non la causa, di quella economica.

   Purtroppo si può anche sostenere che gli esiti dei referendum (sul Trattato costituzionale in Francia ed in Olanda e sul Trattato di Lisbona in Irlanda) provino che l’integrazione politica non può precedere l’integrazione economica; però la deve accompagnare, sia pure con qualche ritardo, quindi i recenti sviluppi nella creazione di strumenti di politica economica dovrebbero aprire la strada ad una partecipazione popolare nel processo decisionale europeo. Un fallimento su questo piano metterebbe a rischio la credibilità del progetto europeo.

   Molto meno romantico di come lo immaginavamo, il percorso verso la Federazione europea non è guidato dal popolo europeo e neanche da forti leader con una visione: è spinto soltanto dai mercati. Tuttavia abbiamo imparato dalla storia che la democrazia non viene da sola, ma bisogna battersi per ottenerla.

   Perseguire la visione della “democrazia europea” è quindi di grande importanza, non è un compito che i nostri “nuovi” federalisti adempiano di propria iniziativa. Contro tutti gli ostacoli, il popolo europeo deve riprendere il controllo del processo europeo, e per farcela c’è ancora molto bisogno di visionari!
(Joan Marc Simon – dell’Unione europea dei federalisti – dall’ultimo numero, il n. 4 del 2011, dell’ “Unità Europea”, rivista del MFE, Movimento Federalista Europeo)

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IL FIATO CORTO DELLE DEMOCRAZIE

– Quando i leader europei si basano soltanto sui sondaggi incoraggiano gli egoismi nazionali e minano la stabilità –

di TOMMASO PADOA-SCHIOPPA, da “il Corriere della Sera” del 22/9/2011 (brano tratto dal libro, del famoso economista scomparso il 18/12/2010, «Regole e finanza. Contemperare libertà e rischi» (Il Mulino, pagg. 286, euro 18,00)
   Ci illuderemmo se sostenessimo che le devastazioni di questa crisi siano state prodotte da fattori nuovi e misteriosi della natura umana. L’epidemia non è stata causata da un batterio sconosciuto; in larga misura, si sarebbe potuta evitare con una profilassi generica. Erano noti i pericoli che può generare l’avidità, che facilmente degenera nella manipolazione e nella frode. Era noto che il corretto funzionamento dell’economia di mercato si basa su una combinazione di azioni pubbliche e private e che la mano invisibile genera prosperità collettiva solo quando opera in un quadro di leggi, regolamentazione e vigilanza. Si sapeva anche, in generale, come costruire tale quadro e farlo funzionare.

Tommaso Padoa Schioppa, scomparso nello scorso dicembre

   Eppure i fallimenti di politica economica più importanti alla base di questa crisi derivano dal campo delle idee economiche; in particolare, dalla proposizione errata che i mercati siano in grado di autoregolarsi. Questa idea radicale, che può essere denominata «fondamentalismo di mercato», è sostenuta dall’ala estremista del movimento favorevole al mercato che ha guidato la conduzione della politica economica negli ultimi trent’anni. Il fondamentalismo di mercato ha assunto diverse forme e la deregulation è diventata il punto principale, a volte l’unico, nell’agenda di politica economica. L’unica «realtà» era la prospettiva del mercato; ogni tentativo di dare vita a una prospettiva di policy costituiva un’interferenza illegittima ed era considerato un indizio di eresia. Si può dire che i policy makers abbiano abdicato alle loro responsabilità istituzionali.

   Il secondo problema nel contesto in cui si è verificata la crisi è nelle istituzioni stesse: il divario tra lo spazio di azione dei mercati e quello delle politiche pubbliche non è stato colmato. Le istituzioni preposte alle politiche necessarie per sostenere i mercati continuano a fare capo esclusivamente agli Stati-nazione, che interpretano la sovranità in termini assoluti e rifiutano di riconoscere un’autorità superiore alla loro. È ovvio che in queste condizioni nessuna economia «domestica» ha i requisiti necessari per funzionare in modo corretto, in quanto manca l’elemento essenziale e insostituibile delle politiche pubbliche.

   L’economia domestica è diventata quella globale. Un marziano imparziale appena sbarcato sulla Terra vedrebbe subito che un mercato globale a cui manca la controparte di politica economica non può che essere instabile e mal funzionante. Il raggio d’azione di ciò che è «pubblico» dovrebbe – per definizione – essere uguale o più ampio di quello degli operatori di mercato «privati». I circa 200 Stati sovrani sono «pubblici» solo all’interno dei loro confini; nell’arena globale sono operatori «privati». L’assenza di un sistema di regole e disciplina internazionali è evidente. I timidi comunicati normalmente emessi dopo la conclusione dei summit internazionali, in cui si afferma che gli squilibri globali devono essere corretti, non sono stati seguiti da una vera pressione di policy e ancora meno da un’azione risoluta.

   Il Fondo monetario internazionale non ha il potere necessario per esercitare la sua supervisione e influenza sui maggiori Paesi. Le istituzioni finanziarie spesso aggirano le regole fissate a livello internazionale localizzando le proprie attività in centri offshore, in cui la vigilanza è meno severa. Il nazionalismo economico ha contribuito all’incubazione degli elementi di instabilità e ha ostacolato la gestione della crisi quando questa è scoppiata. Infine, la crisi ha le sue radici in un terzo limite del particolare tipo di sistema di mercato che è prevalso negli anni recenti: l’eccessivo restringimento dell’orizzonte temporale nella conduzione degli affari sia pubblici sia privati. L’ottica di breve periodo – un tratto del comportamento che appartiene più al campo delle abitudini sociali e delle attitudini psicologiche che a quello delle idee o delle istituzioni – mostra che non abbiamo imparato a padroneggiare il cambiamento rivoluzionario che la tecnologia moderna ha introdotto nella scala del tempo.

   L’ottica di breve periodo si è diffusa in tutta la società anglosassone, e non solo. Il segnale più chiaro è l’eliminazione del risparmio, che costituisce la vera essenza della dimensione temporale nelle decisioni economiche. Risparmiamo per il futuro, ma se il futuro non ha valore perché non guardiamo oltre il presente, per quale motivo dovremmo risparmiare? Il modello della «crescita senza risparmi» è sostenibile solo se qualcun altro risparmia e concede prestiti. Un’ulteriore prova della diffusione dell’ottica di breve periodo è il restringimento dell’orizzonte temporale della politica economica e del processo politico in generale. I governi eletti non hanno più il beneficio di un’intera legislatura; la loro legittimità di fatto, e quindi la loro forza, dura fintanto che sono sostenuti dai sondaggi di opinione, come se dovessero essere continuamente rieletti.  Pianificare una politica economica pluriennale è un investimento politico altamente rischioso, che pochi politici osano fare (e in effetti la politica come professione può non attirare persone con questa propensione).

   L’accorciamento della scala temporale ha altre manifestazioni, apparentemente meno fondamentali e meramente tecniche, che tuttavia hanno svolto un ruolo importante nel preparare la strada alla crisi. Le attività finanziarie sono oggetto di scambi continui, effettuati sulla base delle prospettive di cambiamento delle valutazioni di mercato nell’immediato futuro. Stimare il loro valore alla scadenza è molto meno importante che tentare di indovinare quale sarà il loro prezzo di mercato nei prossimi mesi, settimane o persino giorni. Questo fenomeno è paragonabile all’impatto dei sondaggi istantanei nel mondo della politica. Allo stesso modo, la remunerazione dei dirigenti e degli amministratori delegati è legata ai risultati di breve periodo. I principi contabili si basano sul principio del mark-to-market, come se il valore «vero» di un’impresa fosse il prezzo al quale può essere venduta oggi.

   La diffusione dell’ottica di breve periodo non è una tendenza passeggera. Deve essere considerata parte di una vera e propria trasformazione antropologica causata dall’improvvisa disgregazione delle scale spaziali e temporali con le quali viviamo. Nel breve arco di sei o sette generazioni, la tecnologia ha determinato una rapida trasformazione di una scala che è rimasta immutabile per millenni nella mentalità umana. Grazie alla tecnologia il tempo tradizionalmente necessario per produrre un bene, scavare un tunnel, trasportare merci e persone da un punto del pianeta a un altro, fornire informazioni e fare un calcolo è sensibilmente diminuito.

   Se ci riferiamo a un proverbio che esiste in tutte le lingue («Il tempo è denaro»), questa trasformazione costituisce l’apprezzamento di una particolare valuta, il tempo. Nei termini della quantità di tempo necessaria per la produzione, il trasporto o la comunicazione, il valore di un’ora in questo mondo è aumentato fino a quello che – nel vecchio mondo – era il valore di un mese, un anno o un decennio.

   L’ottica di breve periodo è insidiosa poiché non considera i molti aspetti della vita umana e della realtà economica per cui la scala temporale non è cambiata. Una prospettiva di breve periodo può prolungare una bolla e ritardare il momento in cui si impongono nuovamente i fondamentali economici; non può sostenere in modo permanente ciò che non è sostenibile. Se cerca di farlo, diventa una forma di illusione temporale destinata a terminare con un brusco risveglio. La velocità può aumentare da 20 a 160 chilometri l’ora, ma il tratto di strada illuminato dai fari anteriori rimane sempre lo stesso. Quando alla fine la luce dei fari evidenzia un ostacolo, potremmo scoprire che non c’è abbastanza tempo per frenare. (Tommaso Padoa-Schioppa)

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L’EUROPA SAPPIA RITROVARE LE VERE RAGIONI CHE UNISCONO

di Giuseppe Dalla Torre, da “Avvenire” del 21/9/2011

– L`EDIFICIO COMUNITARIO NON SI REGGE SULLA SOLA ECONOMIA –

   Riconosciamolo francamente: per troppo tempo ci siamo lasciati cullare dall`idea che l`economia potesse essere il legame adatto a tenere insieme le diversità che esistono in Europa.

   Più tardi, l`avvento della moneta unica ci ha rafforzati in tale convinzione, finendo quasi per pensare che l`euro fosse l`unità europea. Ora la cancelliera tedesca, Angela Merkel, lancia l`allarme: se salta l`euro, salta l`Europa. Forse si tratta di un allarme esagerato, ma che certamente spalanca scenari inediti ai quali non avevamo pensato e che ci inquietano.

   Ma l`allarme straccia il velo che troppo a lungo ha reso i nostri occhi incapaci di guardare più in là, di cogliere la complessità del reale. Le vicende economiche degli ultimi tempi hanno una dimensione planetaria, ma producono gli effetti più devastanti – almeno al momento – nelle aree economicamente più avanzate, con le pesantissime ripercussioni sull`Europa e sui singoli nostri Paesi, che abbiamo tutti sotto gli occhi.

   E ci si comincia a rendere conto che erano profeti inascoltati coloro che in un passato più o meno recente richiamavano l`attenzione sul fatto che l`economia può unire, ma può anche dividere; che una moneta condivisa può essere espressione di forte coesione, ma non necessariamente la produce.

   Insomma: cominciamo ad accorgerci che forse abbiamo perso del tempo nel non ricercare e promuovere, più a fondo, ragioni più forti dello stare insieme; ragioni tanto forti da superare i secoli di divisioni, di contrapposizioni, di incomprensioni reciproche.

   E la debolezza del legame dell`economia, su cui avevamo fondato il processo europeo, è venuta via via in evidenza, man mano che l`Unione si è allargata ad altre realtà statuali rispetto agli Stati originari, che possedevano almeno le radici nelle memorie fondative.

   Probabilmente la via intrapresa, quella economica, era pragmaticamente la più consona, per non dire l`unica da cui iniziare un processo chiamato alla difficile prova di armonizzare le diversità, di creare processi di unità dalla molteplicità. Ma questa via non è stata – o quantomeno non è stata sufficientemente, e dappertutto accompagnata da altri processi, diretti a gettare più profonde e solide fondamenta all`edificio comunitario; la casa comune è stata costruita su fondamenta troppo fragili e precarie.

   Certamente è mancato un adeguato sviluppo di pensiero politico; di istituzioni e di prassi capaci di favorire un pensare politico comune europeo; di processi diretti a far crescere l`Europa come realtà politica, al di là dei localismi e delle diversità nazionali; anche un maggior sforzo per superare il deficit di democrazia che, nonostante tutto, sembra ancora toccare le istituzioni europee.

   Ma soprattutto è mancata un`azione culturale diretta a instillare negli europei il senso di una comune appartenenza, l`entusiasmo per la partecipazione ad una storica e grandiosa impresa, le ragioni dello stare insieme, che significa anche accettare i sacrifici che questo può comportare. Le differenti tradizioni culturali non hanno trovato – o le hanno trovato solo in minima parte – prospettive significative di incarnazione in una sintesi culturale più ampia e più elevata.

   L`appartenenza all`Europa è stata percepita più nei termini dei vantaggi che ne potevano derivare, che in condivise ragioni più profonde. E a fronte di queste considerazioni, il pensiero non può non andare al vigoroso e appassionato invito, rimasto sostanzialmente inascoltato, di Giovanni Paolo II, perché l`Europa ritrovasse le proprie radici cristiane: non come fatto confessionale, ma come patrimonio culturale e di civiltà. Quel patrimonio per il quale soltanto, a ben vedere, ci possiamo dire europei. (Giuseppe Dalla Torre)

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SOROS: «UNA VERA RIFORMA PER IL TRATTATO UE»

di Eliana Di Caro, da “il Sole 4ore” del 12/10/2011

   «Non si può avere una moneta unica e poi 17 ministri dell’Economia e della Finanza che devono mettersi d’accordo dopo trattative infinite sulle misure da prendere»: Emma Bonino è partita, con la consueta chiarezza, dall’evidenza dei fatti per perorare la causa di un ministro del Tesoro all’interno di un’Europa federale, il primo punto dell’appello firmato da un centinaio di protagonisti della politica, dell’economia e della cultura per superare la crisi che opprime l’Eurozona.

   Un’iniziativa ispirata dal miliardario George Soros, ma discussa e messa in atto da 10 ex premier e presidenti, politici e personalità di rango, da Daniel Cohn-Bendit e Jean-Luc Dehaene a Timothy Garton Ash e Dominique Moïsi. «Non si può più aspettare. Come ha detto il presidente della Bce Jean-Claude Trichet, la crisi è sistemica, bisogna agire per fermare il contagio salvando la Grecia e scongiurando il credit crunch delle banche», ha aggiunto la Bonino, che ha risposto alle domande di 17 giornalisti degli altrettanti Paesi dell’Eurozona con Soros e Joschka Fischer. Quest’ultimo, ex ministro degli Esteri tedesco, ha confermato «la sconfitta dell’ala euroscettica» interna e il passo indietro della Germania che ha sempre frenato sulle soluzioni comunitarie e insistito sull’assunzione di responsabilità dei Governi nazionali, «una linea che si è rivelata inefficace, non ha giovato alla reputazione dell’Europa e avuto risultati modesti sui mercati».
L’obiettivo dell’appello è, appunto, un ministro del Tesoro unico, un rafforzamento delle regole finanziarie comunitarie, lo sviluppo di una strategia di crescita. Nel frattempo il fondo salva-Stati (l’Efsf) e la Bce devono agire di concerto per garantire il sistema bancario, perché se si riduce il credito si entra in un tunnel senza via d’uscita. Soros ha detto che il «primo passo per risolvere la crisi è riconoscere la necessità di un nuovo trattato, non di una versione ritoccata di quello di Lisbona» e ha avvertito che «un fallimento fuori controllo della Grecia è la minaccia di un’altra Grande Depressione»; ha inoltre ribadito che «prima di ricapitalizzare le banche, operazione che richiede del tempo, la priorità immediata è proteggerle dal default».

   La Bonino non ha mancato di sottolineare come dal punto di vista italiano la questione ‘riforme’ dell’Eurozona diventi «ancora più urgente con un debito pubblico del 120% e una maggiore fragilità dovuta alla situazione politica. Siamo più esposti». Anche la senatrice ha puntualizzato che «il progetto europeo va ripensato e riorganizzato», al di là del trattato di Lisbona, e anche dell’emergenza contingente: non si può, in altre parole, pensare a un ministro del Tesoro solo in chiave di eurobond, ma bisogna guardare avanti, alle infrastrutture, alla ricerca.

   Quanto alla Grecia, è toccato a Soros ricordare che «il suo debito è troppo elevato e che se non lo riduce almeno del 50% Atene non può rimanere nell’area euro: deve prendere ulteriori misure». E a
chi gli ha chiesto se il futuro super ministero del Tesoro dovrebbe nutrirsi di tasse corrisposte dai singoli Governi, Soros ha ipotizzato di portare al 2% il trasferimento dell’Iva dagli Stati membri al bilancio comunitario.

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Cosa c’è dietro la diffidenza del Paese modello della Nuova Europa

LA PAURA DI BRATISLAVA CHE FA TREMARE L’EURO

di Luigi Offeddu, da “il Corriere della Sera” del 12/10/2011

   In Slovacchia c’è un signore che si chiama Jan Slota e che guida un partito nazionalista dal successo sempre crescente. Una delle sue ultime idee è la seguente: bisogna costituire al più presto uno stato indipendente dove convogliare tutti i rom d’Europa perché «fra loro si capiscono bene». Proprio come qualcun’altro aveva pensato verso il 1940 per gli ebrei e per l’isola lontana del Madagascar.

   La Slovacchia non è certo un’incubatrice di stravaganze e c’è uno Slota in ogni Stato d’Europa, ci mancherebbe. Ma la loro non è solo una presenza folcloristica: dietro certi appelli sulfurei e certe paure ricorrenti (può fare paura tutto: i rom, ma anche le «grandi banche dell’occidente», e la Bce «rapace», e l’«avido» Fmi, fino appunto al principio della solidarietà comunitaria), c’è l’insicurezza di chi non riesce ancora a immaginare il suo posto in Europa, prima c’era lui, Baffone, cioè l’impero sovietico. Poi, caduto il muro, è venuto lo zio Sam, cioè l’atteso abbraccio con il capitalismo.

   Adesso, da qualche anno, per qualcuno c’è un grande vuoto: a destra o a sinistra? Con il liberismo anglosassone o con le socialdemocrazie scandinave? Con la locomotiva conservatrice Angela Merkel o con il nuovo centrosinistra danese? Con il fondo salva Stati e il rigorismo nei bilanci o con l’allegra illusione finanziaria di greci, irlandesi e portoghesi? Anche la Slovacchia come negli anni scorsi la Polonia, e tanti altri, starà ponendosi queste domande. E forse il no impaurito e diffidente che sembra emergere dal voto del suo parlamento, che pure potrebbe rivederlo nei prossimi giorni, ha anche questa radice: un’identità nazionale ancora fragile può non gradire richieste troppo perentorie di schieramento.

   Ma sono tutti tentativi di spiegazioni ideali che non cancellano altre ragioni, più terra terra e dunque più plausibili: quel no può essere motivato da normalissimo egoismo, dalla volontà di non rischiare (i pochi) soldi propri per coprire balordaggini altrui («Alla Germania o alla Francia magari non costa nulla, ma a noi…»). Tutto comprensibile.

   E però la malattia greca può essere contagiosa, le formiche di oggi possono diventare le cicale di domani, la crisi sta dimostrando di non voler risparmiare proprio nessuno: e stare dentro l’Unione Europea, usufruire dei suoi fondi strutturali, del suo appoggio sui mercati, del suo prestigio mondiale, non dovrebbe essere gratis. Neppure per Bratislava. Che in qualche modo ha schiaffeggiato Bruxelles proprio alla vigilia di quella che si annuncia come una delle mosse più rilevanti nella gestione di questa difficile crisi: la presentazione, finalmente, di un piano dell’Unione Europea, per la ricapitalizzazione del sistema bancario. Una carta che oggi José Manuel Barroso scoprirà. (Luigi Offeddu)

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“SOLTANTO GLI EUROBOND POSSONO SALVARE LA UE”

– I vincitori del Nobel 2011 per l’Economia Sims e Sargent: sperare di cavarsela senza la Grecia è un’illusione –

di Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 11/10/2011

NEW YORK – L’ Europa unita non sopravvive se non crea un’autorità finanziaria comune, in grado di stabilire le politiche economiche e fiscali per l’intero continente, e soprattutto di emettere bond». Su questo punto parlano con una sola voce, Tom Sargent e Chris Sims, poche ore dopo l’annuncio che hanno vinto il Premio Nobel. E poi aggiungono: «Illusorio pensare che potete salvare la moneta unica cacciando i Paesi più deboli: o ce la fate tutti insieme, oppure tutti insieme fallite». Parliamo con Sargent e Sims attraverso una conference call organizzata dall’università di Princeton, dove in questi mesi insegnano entrambi.
Come avete saputo di aver vinto il Nobel?
Sargent: «E’ arrivata una telefonata nel cuore della notte. Mia moglie è andata a rispondere ma non ha fatto in tempo. Abbiamo pensato che fosse un errore e siamo tornati a letto. Io però ho detto: questa è proprio l’ora in cui chiamerebbero dalla Svezia per il Nobel! Col mio smartphone ho cercato di capire da dove veniva la chiamata, ma è uscito fuori un prefisso del Texas. Pazienza, ho spiegato a mia moglie, era uno scherzo, torniamo a letto. A quel punto il telefono ha squillato di nuovo. Lei stavolta ha risposto e mi ha detto: se ti stanno facendo uno scherzo dal Texas sono proprio bravi, perché parlano con un pesante accento svedese».
Vi hanno premiati per i vostri studi su come le scelte di politica economica, tipo l’aumento dei tassi di interesse, condizionano il Pil e l’inflazione. L’America è in crisi: come se ne viene fuori?
Sims: «Non pensate che i nostri studi ci diano una risposta facile: servirebbero lunghe analisi dei dati per capire. In generale ritengo che le ricette giuste siano quelle proposte dal capo della Fed Bernanke: una politica monetaria accomodante, e interventi di lungo termine per risolvere i problemi di bilancio, senza creare shock nell’immediato».
Sargent: «Ma perché invece non mi chiedete dell’euro? Comunque, non è vero che la situazione economica americana è insostenibile, perché le regole del bilancio ci consentono di far fronte a tutto. Ciò che è insostenibile sono le promesse fatte dai politici sulla sanità, le pensioni, le tasse. Tutto sta a capire in quale ordine non verranno rispettate. Nel frattempo, però, questo ha un effetto sul comportamento delle persone, perché chi teme che salti per prima la social security fa scelte diverse da chi si aspetta una riduzione del Medicare o un aumento delle tasse».
L’America è scossa anche dalla protesta «Occupy Wall Street». I manifestanti hanno ragione o torto?
Sims: «Quando ero studente andai a Washington per marciare contro i test nucleari: sono ancora convinto che feci bene, e quindi non ho alcuna prevenzione contro le proteste. Il messaggio economico è un po’ contraddittorio e quindi consiglierei a quei ragazzi un po’ di prudenza, quando avanzano le loro teorie. Non c’è dubbio però che stanno esprimendo un disagio molto diffuso verso i politici, che non hanno ancora trovato soluzione alla crisi. Da questo punto di vista la loro azione è assolutamente legittima».
Parliamo dell’euro, allora: che fine farà?
Sims: «Uno degli studi che abbiamo fatto parlava proprio delle premesse precarie dell’unione monetaria. C’è un grave vizio d’origine: avete la banca centrale, ma non esiste un’autorità che possa decidere le politiche fiscali o emettere bond. Così, in situazioni di crisi come quella attuale, non si capisce chi abbia il potere di prendere le decisioni necessarie. Le prospettive dell’euro sono cupe, se non aggiungerete presto alla banca centrale un’autorità capace di emettere eurobond e coordinare le politiche fiscali».
Sargent: «Quando furono creati gli Stati Uniti, alla fine del Settecento, le condizioni dell’America di allora erano simili a quelle dell’Europa di oggi. C’erano tredici Stati che avevano tutti il potere di battere moneta, contrarre debito e decidere le loro politiche fiscali, a fronte di un governo federale estremamente debole. Questi Stati potevano addirittura decidere le proprie regole nel settore del commercio estero, esponendo l’America a forti penalizzazioni da parte di Londra. I padri fondatori, che in larga parte erano creditori dei vari Stati, scrissero la Costituzione proprio allo scopo di correggere questo vizio di fondo. Il governo centrale si fece carico dell’intero debito dei tredici Stati, che in cambio persero l’autonomia economica assoluta che avevano avuto fino a quel momento. Washington ed Hamilton alzarono le tasse fino all’85%, per saldare i debiti, e cominciarono ad emettere bond federali. Ecco, per salvarsi, l’Europa dovrebbe imparare la loro lezione».
Non sarebbe più facile seguire la strada del default e dell’uscita dei Paesi più deboli, dalla Grecia fino all’Italia?
Sargent: «Assolutamente no. Tra i tredici Stati che formarono gli Usa ce n’erano molti debolissimi, con debiti enormi. L’obiettivo dell’operazione di Washington ed Hamilton fu proprio quello di trasformare i creditori dei singoli tredici Stati negli investitori del nuovo e potente governo centrale federale. Quella scommessa pagò. Ma se voi europei non credete nel vostro progetto, non è spezzando gli anelli deboli che lo salverete».
Sims: «Chiaro. L’idea che l’euro possa sopravvivere cacciando gli Stati deboli è una pura illusione. Il progetto ha un senso solo se tiene insieme l’intero continente: o sopravvivete tutti insieme, oppure tutti insieme fallite». (Paolo Mastrolilli)

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