Il BELGIO: verso un nuovo governo

A seguito della sesta riforma costituzionale le regioni del Belgio hanno acquisito maggior autonomia. presseurop.eu

L’11 ottobre è stato siglato un accordo fra i partiti belgi (fiamminghi e francofoni) che hanno preso parte alla negoziazione guidata da Elio di Rupo, il leader del partito socialista francofono, per la riforma dello stato [1]. Questa è la sesta riforma costituzionale, e si inserisce in un processo avviato fin dagli anni sessanta, che ha portato alla formazione di tre comunità e di tre regioni.

Tale processo di devoluzione ha avuto molteplici concause, fra le quali sembra importante richiamare il sorpasso economico delle fiandre ai danni della vallonia negli anni sessanta del secolo scorso, che ha permesso di richiedere con maggiore insistenza nuovi diritti e autonomie per la popolazione di lingua fiamminga e per le stesse fiandre, storicamente in posizione subalterna nello stato belga rispetto alla borghesia francofona. Il movimento fiammingo ottenne la fissazione delle frontiere linguistiche (1962) fra comuni a maggioranza fiamminga, francofona e germanofona. In tal modo si intese contenere il processo di francesizzazione dei comuni di seconda e terza corona dell’area metropolitana di Bruxelles, dove si parlava ancora in prevalenza il fiammingo.

In seguito la prima riforma costituzionale (1970) definì tre Comunità linguistiche le quali assunsero competenza nei servizi alla persona (ad esempio l’istruzione e le attività culturali). La seconda riforma, voluta soprattutto dalla vallonia in difficoltà economica, istituì le regioni Fiandre e Vallonia (1980). I nuovi enti, in parte sovrapposti territorialmente alle Comunità, assunsero responsabilità in materia di economia, trasporti, lavori pubblici, pianificazione territoriale e ambientale. La terza riforma (1989) istituì la regione di Bruxelles-capitale, già prevista dalla precedente riforma ma osteggiata dalle Fiandre. Unica regione bilingue, è formata da diciannove comuni, un milione di abitanti circa, 161 km2. La quarta e la quinta riforma hanno dato maggiori competenze e possibilità di tassazione alle regioni trasformando il Belgio in uno stato federale.

I quasi 500 giorni di assenza di governo statale sono legati alla complessa struttura decisionale belga e alle nuove richieste di autonomia fiscale del partito nazionalista fiammingo (N-Va, il quale non ha partecipato ai negoziati). Le frequenti riforme dello stato sono il prezzo necessario a bilanciare la forza delle spinte centrifughe prevalentemente fiamminghe. Secondo alcuni [2] questa riforma, che dovrebbe dare finalmente il via libera alla formazione del nuovo governo, non sarà l’ultima, e il futuro del Belgio rimarrà incerto. L’eventuale settima riforma potrebbe diventare quella che ne sancisce la separazione.

Nel dibattito che ha preceduto l’accordo, l’attenzione è stata posta sulla città di Bruxelles.

Nel mese di settembre si è arrivati ad un compromesso riguardo il colleggio elettorale Bruxelles Halle Vilvoorde. Questo territorio interregionale è stato diviso in base alla delimitazione linguistica e adeguato così al federalismo del paese: da un lato il collegio bilingue di Bruxelles, dall’altro quello fiammingo di Halle Vilvoorde. Sistemata questa «anomalia», rimane però ben presente un processo radicato nelle pratiche sociali che disturba la struttura del belgio federalista. Infatti il pluridecennale spostamento di famiglie francofone dalla città alla «campagna» fiamminga mette in discussione l’unilinguismo nelle Fiandre ed è fonte di tensioni nella relazione fra le due Regioni. Capitale e territorio fiammingo, città compatta e città diffusa, nonostante siano profondamente connesse per ragioni insediative, economiche ed ambientali hanno costruito e rafforzato a livello politico-amministrativo una forte dicotomia. I sei comuni in territorio fiammingo, ai confini con la regione di Bruxelles-capitale, che godono di facilitazioni linguistiche per la schiacciante maggioranza francofona stanno lì a testimoniare le difficoltà dei tentativi di suddivisione semplificatoria del territorio.

Per la sua particolare storia la struttura istituzionale federalista del Belgio è difficilmente confrontabile con quella di altri paesi. Si tratta in primo luogo di un federalismo per devoluzione e non per unione (come sono gli Stati Uniti, o per certi versi l’UE). Come in ogni cambiamento, vi sono vincitori e vinti. Dal punto di vista finanziario, la strategia federalista tende a favorire le componenti territoriali (regioni in questo caso) più ricche. In questo senso vengono ridisegnati i meccanismi di redistribuzione del reddito: il livellamento fra enti territoriali «poveri» e «ricchi» non viene più compiuto a livello statale, ma a livello regionale. Portando il ragionamento all’estremo, le regioni diventano dei nuovi stati. Inoltre, un terzo livello di governo, quello comunale, gioca un ruolo importante. A differenza dell’Italia i comuni belgi dipendono per ben il 40% da entrate prelevate sul proprio territorio, ragion per cui si trovano a competere tra loro per attirare sul proprio suolo residenti di reddito medio-alto. Certamente il punto di vista finanziario non chiarisce da solo il quadro instabile della politica belga. Ragioni storiche, linguistiche e culturali, condizioni insediative, la scelta della sede dell’Unione Europea sono tutte eredità che hanno contribuito a forgiare e a modificare una complessa struttura istituzionale.

Aree soggette a modifica di destinazione d'uso nell'area fiamminga attorno alla regione di Bruxelles-Capitale (2011). Si persegue una sorta di urbanistica del contenimento rispetto alle attività in uscita da Bruxelles.

Come studiosi del territorio ci chiediamo come questa situazione istituzionale interagisca da un lato con le pratiche sociali, dall’altro con le ragioni dell’economia. Ad una prima indagine, ancora superficiale, sembra che le pratiche sociali non risentano delle frammentazioni politiche. Il mercato urbano segue le leggi della domanda e dell’offerta, e nonostante i piani regolatori nella parte fiamminga dell’area metropolitana di Bruxelles siano molto restrittivi, la mobilità insediativa rimane alta. Siamo certamente in un contesto liberale, completamente diverso da un caso estremo come quello di Israele [3]. In secondo luogo le ragioni dell’economia hanno prodotto degli accordi di cooperazione fra le regioni (in materia di telecomunicazioni, vie marittime e fluviali, autostrade) che permettono di gestire i sottosistemi tecnologici che oltrepassano gli areali regionali. Sembra evidente però una competizione fra le regioni per attirare e mantenere sul proprio territorio flussi di merci. In tal senso esse stanno moltiplicando i progetti lungo i propri confini (centri per contanier, multiplex commerciali) per trarre il massimo vantaggio dalle opportunità del mercato.

In conclusione, secondo una visione personale, il federalismo in Belgio sembra essere stato caricato di diversi valori e aspettative da parte delle tre regioni. Per le Fiandre è l’occasione per costruire un territorio unilingue, altamente competitivo; per Bruxelles-Capitale è l’opportunità di costruire una vera politica urbana come capitale a più livelli e mosaico d’Europa; per la Vallonia è l’opportunità di ricrescere, dopo la crisi industriale e mineraria, come una regione al centro dell’europa.

I progetti urbani e territoriali rischiano però di rimanere rinchiusi nelle strette griglie istituzionali del paese. In questo senso sembrano condivisibili le parole di Bernardo Secchi: «penso sia sbagliato pensare ad una politica europea, ad una politica degli stati nazione, a una politica dei comuni come politiche poste su tre piani diversi tra loro gerarchicamente ordinati. Più interessante è pensare politiche che scelgano ciascuna il proprio territorio, sia in senso fisico che in senso metaforico. Ciascuna delle quali stabilisca i propri limiti e confini» [4].

[1] Vedi articolo su Presseurop. 12 ottobre 2011.

[2] Kris Peeters, governatore della regione Fiandre, Le Soir, 12 ottobre 2011.

[3] Per un’attenta analisi del caso di Israele e Palestina si rimanda al libro di A. Petti, Arcipelaghi e enclave. Architettura dell’ordinamento spaziale contemporaneo, Bruno Mondadori, 2007.

[4] New Territories. Intervista a Bernardo Secchi e Paola Viganò, 2002.

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