La fine di GHEDDAFI apre la PRIMAVERA ARABA anche alla LIBIA – Nelle difficoltà e nelle diversità di ciascun paese, è un PROCESSO di LIBERTA’ e SVILUPPO che prosegue, e chiede la nostra collaborazione di europei

2011, Sirte, un ritratto del Raìs crivellato di colpi e imbrattato con la vernice rossa

   La primavera araba prosegue il suo corso. La fine di Gheddafi, pur nel modo così atroce che abbiamo visto (avremo preferito un processo internazionale: ma è difficile togliere un dittatore sanguinario alla folla; e ancor di più Gheddafi era assai scomodo ai poteri internazionali, politici ed economici, che con il dittatore libico in questi decenni si sono sempre accompagnati…), dicevamo che la fine di Gheddafi apre ad un altro paese arabo finora in dittatura, la Libia, nuove prospettive, che tutti dicono (lo potete leggere negli articoli di questo post) è tutt’altro che scontato avvenga, cioè che siano prospettive positive (ma su questo l’Occidente e l’Europa dovranno esercitare una politica proficua).

   E siamo al momento pure delle elezioni tunisine, che dovranno dirci quale potrà essere lo sviluppo politico della rivoluzione in Tunisia, la prima delle rivoluzioni arabe (quella dei “gelsomini” iniziata nel dicembre dello scorso anno), e che non sembra ancora completamente compiuta, con il pericolo che il partito islamista che probabilmente vincerà (Ennahdha) porti a integralismi islamici il paese (ma noi pensiamo che non sarà così, e che la Tunisia si avvierà piuttosto a seguire il modello islamico della Turchia che in questo momento rappresenta un ponte positivo tra occidente e mondo arabo). Ma ci sono anche state, in queste ultime settimane, gravi turbolenze nell`Egitto del dopo Mubarak.

Folla in festa a Tripoli

   Se la rivolta tunisina è esplosa per il pane e per l`insopportabile livello di corruzione; e se ragioni analoghe hanno segnato quella egiziana, diverso è quel che è accaduto (sta accadendo) in Libia, paese più benestante, sia per la popolazione assai ridotta –meno di 7milioni di abitanti, inclusi gli egiziani e tunisini che, prima della guerra insurrezionale erano lì per lavoro- che per le immense risorse di gas e petrolio che, seppur in mano a Gheddafi, in qualche modo sono state nei decenni parzialmente spalmate sulla popolazione che è non in stato di latente povertà. E in Libia il propulsore della ribellione è stato il desiderio di uscire dalla dittatura anacronistica, tribale, sanguinaria di Gheddafi, che negava ogni libertà.

   E tutti ora pensano alla Siriadel presidente-dittatore Bashar: 3.000 e più morti, secondo l’Onu in questi ultimi 5 mesi, sparando senza problema alcuno sulle folle di manifestanti.

un gruppo di ribelli in festa dopo l'uccisione di Gheddafi

   E, in misura più moderata si preoccupano pure i regni di Giordania e Marocco, attraversati da turbolenze (ma qui il potere dei sovrani nessuno lo contesta). Lo Yemen, uno dei Paesi più poveri ed esposti della regione (dove il presidente Saleh pare disposto a farsi da parte), rischia nel cambiamento però di dare il potere a tribù nomadi assai arcaiche sulla concezione dei diritti umani.

   E poi, a temere l’impatto della caduta di Gheddafi sono anche i due grandi rivali del Golfo, l’Iran e l’Arabia Saudita, paesi con regimi assoluti prima o poi destinati ad essere superati… E poi pure l’Alleanza atlantica esce dall’intervento in Libia rafforzata nel ruolo di garante della stabilità nel Mediterraneo (l’Europa, pur in questo contesto con il ruolo dominate di Francia e Inghilterra) e gli USA (Barack Obama) si trovano a poter contare in un secondo successo internazionale in breve tempo (oltre alla Libia, cinque mesi fa la capitolazione di Al Qaeda con l’eliminazione di Osama bin Laden).

   E su tutto questo emerge un “progetto islamico democratico”, una possibilità moderata modernizzatrice, e di libertà e democrazia: un modello rappresentato dalla Turchia (peccato che l’Europa non l’abbia voluta nell’Unione!), vero esempio che potrà essere per tanti paesi arabi (governati finora da dittatori sì islamici, ma spesso in conflitto con le gerarchie religiose più estreme).

   Potrà essere la Turchia un esempio di come si possa essere in una società islamica che guarda e copia certi pregi del mondo occidentale (ora purtroppo da noi in crisi): lo sviluppo economico, il benessere, la garanzia delle libertà individuali, un walfare dignitoso per i suoi cittadini…  Se la “primavera araba” (che speriamo possa finalmente affermarsi pure in Libia dopo la fine di Gheddafi) troverà il modo giusto di esprimersi con le sue popolazioni (specie giovanili) ne verrà un giovamento diffuso anche di altre parti del mondo, specie nel “nostro” Mediterraneo (cioè potremmo esserne positivamente coinvolti).

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I CARNEFICI CON IL TELEFONINO

Kalashnikov e telefonini lo scempio del branco che cancella la giustizia.

di ADRIANO SOFRI, da “la Repubblica” del 22/10/2011

   La guerra non è che la caccia all´uomo. E anche il più abominevole tiranno esce da se quando è ridotto a un animale braccato e denudato, e costringe chi guarda da lontano alla vergogna e alla pietà. Le scene finali di Sirte sono immagini di caccia antica, la preda sbigottita e insanguinata, il branco sfrenato e invasato. Non l´hanno divorato, Muammar Gheddafi: è la sola differenza. Gli umani non cacciano per nutrirsi.
Quando finalmente Ettore si vergogna di fuggire e affronta Achille, deciso a uccidere o morire, lo invita al rispetto reciproco del vinto. Gheddafi non è certo Ettore, al contrario, un torturatore della propria gente, né la brigata di Misurata somiglia ad Achille (se non, forse, per quella olimpica protezione della Nato). Se ne fa beffa il furioso Achille, “ti divorerei brano a brano”, dice, e lo finisce, e gli altri Achei accorrono e non ce n´è uno che non affondi il proprio colpo nel cadavere, e il vincitore gli fora i piedi e lo lega al carro e lo trascina di corsa facendone scempio.
Gli dei e gli eroi se ne sono andati da tempo, coprendosi il viso, ma la scena è ancora quella. Gli umani sono ancora feroci e fanatici come nell´Iliade, come nella Bibbia. Sono antichi quanto e più di allora, ma hanno i telefonini.

   A distanza di minuti, avreste visto sul vostro schermo Ettore atterrato, e i vigliacchi trafiggerne e insultarne il cadavere, e Achille bucarne i calcagni e attaccarlo al suo pick-up. L´uomo è rimasto antiquato, o è pronto a ridiventarlo: e meraviglioso e tremendo è il corto circuito fra la sua antichità e i droni che gli volano sulla testa e colpiscono con esattezza e buttano in un tubo da topi il cacciatore mutato in preda e glielo mandano in mano, mani di prestidigitatori di kalashnikov e telefonini.

   Ci sono le foto di Misurata, il cadavere disteso, a torso nudo, lavato, e circondato da maschi in posa ciascuno dei quali brandisce il telefonino: e qualche ispirato artista contemporaneo, come lo Jan Fabre che ha messo alla Vergine della prima Pietà di Michelangelo la faccia di un teschio, avrà già pensato di rifare una Deposizione in cui Maria e le pie donne e Giovanni e Nicodemo tengano in mano un telefonino.
Nel linciaggio della Sirte la combinazione fra l´antiquato animale umano e l´ipermodernità ha preso la forma degli aerei del cielo e degli indigeni sulla terra, arcangeli disabitati gli uni e creature imbelvite gli altri, la Nato e i fanti, ignari i primi del linciaggio, che devono fingere di non volere, responsabili e anzi fieri ed ebbri i secondi: e contenti tutti, perché il processo di un tiranno così longevo e intimo è sempre una minaccia micidiale per i piani alti.

   Nessuna cospirazione: non ce n´è bisogno. Solo una divisione del lavoro. Chi mette in fuga dall´alto, chi stana dal basso, come in una buona battuta di caccia. Alla muta non occorre suggerire niente, è fatta di uomini giovani ed eccitati, hanno avuto padri torturati, sorelle violate, compagni ammazzati, sentono l´odore della vendetta e della gloria.
L´odore della foto di gruppo è più forte dell´odore del sangue per il branco dei lupi. Non fanno il conto, in quel momento esaltante, esultante, dell´effetto che la scena farà più lontano, nel tempo o nello spazio. Il nemico giurato che ha ancora la forza di tirare su il braccio sinistro e pulirsi il sangue dal viso e guardarsi attonito la mano insanguinata e mostrarla anche a loro, sbigottito, come a dire “Guardate che cosa avete fatto” – pare che abbia detto cose simili, “Chi siete?”, e “Perché lo fate?”, istupidito dal corpo che cede e dalla vecchia abitudine a non capacitarsi.
Non esistono cadaveri vilipesi e martoriati che possano essere esposti a lungo a vantaggio dei giustizieri. C´è sempre un Cristo, un Hussein, nella memoria. Gli americani l´avevano capito, con Osama, e quel precedente modera oggi le loro deplorazioni.

   La differenza, più sottile di una carta velina, fra la barbarie e la civiltà sta nel processo; più esattamente fra il processo popolare, la gogna, i prigionieri neri legati alle canne delle mitragliatrici e trasportati in giro come trofei, e il processo regolare. Il quale, con tutte le ipocrisie che volete, ha intanto bandito la pena di morte, eppure si occupa dei crimini più feroci contro l´umanità, mentre certi Stati la tengono ancora per crimini di particolari. Per i ribelli terra terra, e per i grandi delle democrazie, il processo è ancora un lusso da donnette, o il peggiore degli imbarazzi.
Riguardate questi video, e chiudete gli occhi, perché l´audio è forse più terribile. Poi riguardate, e immaginate di leggere l´avvertenza: “Le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità”, prima di un canto dell´Iliade o di un passo della Bibbia. Deve tremare un mondo che tenga accanto così spaventosamente una tragedia arcaica – il tiranno e i suoi figli e la sua tribù e le fosse – con la sofisticazione di armi e comunicazioni e con la voglia di liberazione.

   Gheddafi era lui stesso al colmo di questa aberrazione, e l´ha passata di mano ai suoi sacrificatori, come l´orpello della pistola dorata. Naturalmente, bisogna andare avanti, provare ogni volta a ricucire gli strappi, capire. Ieri a Damasco si gridava già: “Ora tocca a te, Bashar”. (Adriano Sofri)

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PROSSIMA TAPPA DAMASCO

di MAURIZIO MOLINARI, da “la Stampa” del 21/10/2011

   Muammar Gheddafi è il primo dittatore ucciso dalle rivolte arabe in un evento spartiacque destinato ad avere profonde ripercussioni nel mondo musulmano, ed anche oltre. A svelarlo, con feroce rapidità, è Ahmed, il cittadino siriano che poco dopo l’annuncio della morte del rais invia alla tv Al Jazeera il messaggio «Congratulazioni al popolo libico, spero che lo stesso possa avvenire anche qui».

   «Il pensiero di tutti è rivolto verso Damasco» osserva Fuad Ajami, arabista della Stanford University, in ragione delle «somiglianze con la situazione libica». Bashar Assad guida una repressione più sanguinosa di quella di Gheddafi – le vittime per l’Onu sono oltre tremila – e a sentire Robert Ford, combattivo ambasciatore Usa a Damasco, «la gente nelle strade inizia a chiedersi perché non passare alla rivolta armata».

   Il fatto che ieri a Homs almeno sette militari siano stati uccisi a colpi di arma da fuoco lascia intendere quanto l’ombra di Gheddafi incomba su Assad. Damasco ha dimostrato di saper resistere a massicce rivolte non violente come quelle che hanno travolto Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto ma il successo di una sollevazione popolare armata cambia lo scenario.
A temere l’impatto della caduta di Gheddafi sono anche i due grandi rivali del Golfo, l’Iran di Mahmud Ahmadinejad e l’Arabia Saudita di re Abdallah, accomunati dall’essere avversari feroci dei moti di piazza mentre sul fronte opposto ci sono le nuove potenze emergenti, accomunate dal sostegno alle sollevazioni.

E adesso sarà il tempo della SIRIA? (nella foto del 2008, Gheddafi con Basar Assad, presidente siriano, -Photomasi- da http://www.corriere.it/reportage/ )

Anzitutto la Turchia di Recep Tayyp Erdogan che vuole costruire il nuovo Parlamento libico, ha accolto il generale Riad Assad intenzionato a creare un «Esercito di liberazione siriano» ed è volato al Cairo per promettere al dopo-Mubarak i sostegni economici che l’Europa esita a far arrivare.

   Se la credibilità di Erdogan viene dal guidare una nazione disposta ad elargire aiuti, con un potente esercito e l’eredità dell’ultimo impero musulmano, quella del più piccolo Qatar nasce dall’abilità dell’Emiro Hamad Bin Khalifa Al Thani di sfruttare la tv Al Jazeera, che ha sede a Doha, come vettore dei cambiamenti in atto, affiancandole mosse in sintonia con quanto sta avvenendo: dall’invio di aerei a fianco della Nato sulla Libia, alla proposta di dialogo Assad-manifestanti.

   Senza contare che sempre in Qatar il Pentagono ha l’avveniristica centrale di comando e controllo per le operazioni in Medio Oriente, che fino al 2003 si trovava in Arabia Saudita.
Ci troviamo di fronte ad un Islam dove Turchia e Qatar emergono, Iran e Arabia Saudita sono sulla difensiva, e Assad è sotto assedio.

   Ma anche in Occidente l’impatto della morte di Gheddafi si fa sentire. In primo luogo per la capacità della Nato di «aver dimostrato di saper vincere una guerra aerea a sostegno di una rivoluzione armata» come dice l’ex generale americano Mark Kimmitt, veterano dell’Iraq, sottolineando che «qualcosa del genere non era mai avvenuto».

   Pur segnata da dissidi interni e carenza di munizioni aeree, l’Alleanza esce dall’intervento in Libia rafforzata nel ruolo di garante della stabilità nel Mediterraneo. Essere riuscita in tale missione nonostante la coincidenza con la guerra in Afghanistan significa aver dimostrato di poter combattere su due fronti, come molti avevano dubitato possibile. Ma il successo Nato preannuncia delicati equilibri fra alleati perché Parigi e Londra, che più hanno voluto e guidato l’intervento, puntano ad ottenere un ruolo maggiore nella gestione degli ingenti giacimenti energetici in Libia a dispetto di altri partner, Italia inclusa.
Per Barack Obama si tratta della seconda eliminazione di un nemico dell’America in poco più di cinque mesi. Se nel caso di Osama bin Laden il merito fu di un blitz militare, in Libia il risultato è frutto della scelta di sostenere una coalizione «guidando dal di dietro» in una declinazione della leadership americana nel mondo che finora si pensava destinata al fallimento.

   «I fatti hanno dato ragione a Obama» commenta Leslie Gelb, presidente del «Council on Foreign Relations» di New York e sebbene sia presto per valutarne il possibile impatto sulle elezioni del 2012 non sembrano esserci dubbi sul fatto che la Casa Bianca sta cogliendo sulla sicurezza nazionale i risultati che ancora le mancano sull’economia.

   Obama è riuscito a far cadere Mubarak e a rovesciare Gheddafi con tattiche opposte ma ispirate dallo stesso approccio pro-rivolte, dando mostra di pragmatismo e capacità di rischiare che incombono ora sugli altri dittatori. Ma per Obama come per la Nato si tratta di risultati che potrebbero rivelarsi precari se la transizione in Libia dovesse fallire.

   Ecco perché la convergenza fra i partner della coalizione anti-Gheddafi è nel premere sul governo ad interim di Tripoli per risolvere le questioni più urgenti: unificare le milizie, trovare i 20 mila missili terra-aria mancanti, estendere la nuova amministrazione su tutto il territorio ed iniziare il cammino verso nuove elezioni. (Maurizio Molinari)

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Tunisia al voto

LA RIVOLUZIONE DEI GELSOMINI NELLA TRAPPOLA DELLA SHARIA

di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 22/10/2011

TUNISI – Guardatela: com`è alacre, inquieta e accaldata, nel pomeriggio che scivola verso l`ora della preghiera, la strada della moschea El Fatali. All`ingresso dell`edificio brulicano già esseri umani, fedeli in attesa del sacro richiamo.

   Per chi viene da continenti dove da tempo di Assoluto non se ne produce più, subito è chiaro: qui esistono ancora, o di nuovo, i Maestri, i Profeti. La fede attraverso una sillabazione elementare ma infallibile ha una temperatura da altiforni. Il vecchio che vende verdura a un angolo dietro il minareto, circondato da piccioni grassi e pigri, ricorda che fino a gennaio li contava con le mani, i pii, disposti a sfidare la laicità, obbligatoria, propagandistica e strumentale, del padrone di quel tempo, Ben Ali, tiranno dismesso dai furori della Strada.

   Poi è venuta la rivoluzione; e soprattutto è tornato «Ennahdha», il partito islamico, carico di quintali di voluttuose promesse, che spalanca nel cuore dei tunisini alti sgomenti e nuove speranze, che morde e sbriciola il consenso degli altri partiti, a destra e a sinistra, a furia di giurare moderazione democrazia sviluppo.

   Adesso ogni venerdì a El Fatali la preghiera dilaga sulla strada, incontenibile, si rotola si addensa si ammucchia si sdraia per centinaia di metri del Passage, una delle strade chiave della circolazione della capitale, fino ai primi bar che si acquattano ai piedi della moschea con una umiltà da lustrascarpe (a quattrocento metri, non meno, lo vuole la legge, dal luogo sacro); arriva fino alla sinagoga, sopravvivenza di antiche tolleranze, ora difesa da reticolati e garitte contro infiammati fanatismi.

   La moschea: come non cominciare di qui a capire il destino della Tunisia che ha aperto le rivoluzioni arabe e domani vota per scegliere l`assemblea costituente? E che potrebbe finirle, quelle rivoluzioni, scivolando nelle braccia di questo partito di Dio. Oggi la città ci sembra più dolorosa che lieta, piena com`è di crucci, di affanni, di timori cui è difficile rimediare.

   L`amore per la libertà conquistata che solo sei, cinque mesi fa ancora si sentiva pulsare per l`aria, animare la città, si è consumato come l`amore per le donne; una sorta di sfinimento dei sensi ha sopraffatto anch`esso.

   Ora tutto ruota attorno a questo nome, Ennahdha; vincerà? E con quale percentuale? Cancellerà davvero «l`eccezione araba», ovvero la dannazione che ha diviso democrazia e islam? Richiederà un altro spreco di vite eroiche per liberarsi stavolta della sharia o sarà il compimento di quello sforzo e di quei sogni? Una replica della Turchia di Erdogan a Cartagine?

   Attorno alla moschea si allungano i banchetti con la rigatteria del sacro, jellaba, barracani per maschi e femmine bianchi scuri violetti, il guardaroba del sant`uomo; e poi profumi, tappeti per la preghiera mescolati a più terrene beatitudini, dolcetti bigné crépes, in pace anch`esse con le regole di dio e della pasticceria. E soprattutto libri, a decine a centinaia, a biblioteche, tutti sacri tutti pii: corani tascabili o avvolti in copertine preziose, da viaggio o da mettere in salotto, umilmente domestici o da esibire nelle feste grandi.

   E poi testi di medicina islamica, pedagogia islamica, politica islamica, gastronomia islamica, biografie di infiammati apostoli, raccolte di fatwe memorabili, manuali da usare contro i demoni e per interpretare i sogni, sì, Freud versione musulmana. Resta, di una pila che s`immagina alta, un`ultima guida, islamica s`intende, a come far felice santamente la moglie a letto, duecento pagine di leciti e minuziosi godimenti, alla non modica cifra di sette dinari e mezzo.

   Marwen è nerboruto e allegro, il salafismo non rovina dunque l`appetito. Faceva il rapper, tanti anni fa. Se gli chiedi per chi voterà, ti sfida: «Voto per Dio!». Già, ma dov`è Dio, a quale partito si è iscritto? «Dio è nel cuore.

   Nel cuore. Un modo per dire che Ennahdha non gli piace, troppo accomodante e democratica: «Il salafismo non è Bin Laden. Ma per governare solo con l`islam sappiamo anche noi che occorrono uomini che siano d`accordo, non si può imporre per esempio la poligamia con la forza. Maometto ha impiegato 23 anni per vincere. Oggi qui non ci sono ancora le condizioni, siamo forse il dieci per cento, non di più. Ma progrediamo, sempre più persone si convincono di poter vivere applicando quello che ha detto Maometto alla lettera, anche se qualcuno pensa che i tempi siano cambiati. La fede è il nucleo della nostra vita, non ci sono tabù nell`islam, nel Corano si parla di tutto, ci sono regole anche per quando si esce dalla toilette. Una volta un bambino mi ha chiesto: ma perché porti questa barba? Gli ho risposto ridendo: perché sono un adepto di Che Guevara…! Il Che aveva la barba, era salafita? Marx era salafita? Allora chi è l`integralista? Quello che domenica è andato in corteo a Tunisi con il cartello: fuori, questo non è il Paese dei barbus`, o io?».

   Il dieci per cento di questi grandi semplificatori: e tra loro anche gli squadristi del Tahrir, salvezza, che Ennahdha ripudia, che vogliono il velo obbligatorio, la sharia, ma con il manganello e le molotov. Si alza il richiamo della preghiera, la strada si svuota. Tutto resta sui banchetti, libri tappeti profumi vestiti, incustodíto: nessuno, state certi, ruberà niente. Per spirito religioso? O per paura? Ennahdha è in testa, trenta per cento, dicono i sondaggi, che schiudono velari di vittoria per domenica. E già oppositori della dittatura dal pedigree insondabile, laici di fede sicura fino a ieri, ora si offrono come buoni alleati, si sberrettano, si propongono.

   Andiamo, per capire le ragioni di una ascesa così veloce, a el Kram, 50 mila abitanti, quartiere metà popolare e metà borghese. La sede del partito è fiammante, in un palazzo nuovo come il grande simbolo che dilaga sulla facciata, un`aquila che avvolge con le ali la stella della bandiera tunisina senza segni islamici. Capolista è una donna, Siade Abdelramìn, medico, ostentatamente senza velo sui manifesti e nella vita. Il velo lo porta invece, e con orgoglio, la responsabile del settore femminile.

   Posa la ramazza con cui ha appena finito di lustrare i locali e ci offre un sorriso mordente. «Siamo in testa perché la gente sa che abbiamo tanto sofferto, perché abbiamo resistito a Ben Ali, perché tra noi ci sono tanti insegnanti e medici che lavorano nel sociale. Siamo vicino al popolo, soprattutto a quelli che hanno bisogno. Hennahdha dà diritto di parola a ricchi e poveri come me, nel partito gli uomini ascoltano una donna come me. Siamo noi donne che domani faremo vincere il partito».

   È sulla strada che misuri la volontà fredda discreta e silenziosa di questa ascesa, è come un polline che viene leggero quasi volando nell`aria e attecchisce in tutta la Tunisia. Davanti al caffè Makoufi, presidiato di disoccupati in puntigliosa attesa di niente, sotto una tenda con una grande bandiera nazionale i militanti fermano i passanti, distribuiscono semplici schede esplicative agli anziani che non sanno leggere, ricordano i cinque morti di questo quartiere nei giorni della rivoluzione, parlano del programma: libertà giustizia sviluppo.

   Sono pagine e pagine su famiglia, politica estera, economia liberista, ecologia, lisciate e rilasciate fino a togliere qualsiasi asperità allarmante, qualsiasi accenno teocratico. Ma dov`è l`Islam in tutto questo? La regola numero uno che Dio governa il mondo? Lo andiamo a chiedere al fondatore, al Verbo di Ennahdha, Ghannouci, che molti già indicano come presidente della nuova Tunisia, vent`anni di esilio a Londra, avventure politiche entusiasmi, errori anche.

   La sede è un palazzo in vetro nella zona delle banche, fastoso, nuovo di zecca come i mobili e i computer ancora da sballare: il quartiere si chiama «Mon plaisir», mio piacere. E forse capiamo perché i giovani militanti, più radicali e spicci, hanno in uggia questi notabili che giudicano impigriti e sviliti dalla cosmopoli dell`esilio.

   Non abbiamo trovato mai tanti sorrisi come qui, strette di mano disponibilità ringraziamenti scuse.

E se davvero questi islamisti così poco islamici praticassero santamente l`ipocrisia? In quale sezione o reparto di una galleria dell`islam radicale metteremo Rached Ghannouci? Le future fortune gli si leggono a chiare lettere sul viso.

   Assorto, ma ogni tanto con pungenti elementi di arguzia. Non si fa prendere nemmeno con la punta del mignolo nelle tagliole, parla un arabo raffinato arcaico, con stile da profeta verrebbe da dire: «Tutti dicono che vinceremo. Ma c`è qualcuno che non pensa soltanto al voto, c`è gente che non ha fiducia solo nella propria popolarità». Accenno elegante a possibili brogli, o peggio. Assicura che un liberismo non germinale lo riscalda: «L`islam non si fa solo con le moschee e il velo, ma anche con la giustizia, la democrazia, i diritti dell`uomo. Vogliamo una repubblica parlamentare per rendere impossibile che lo Stato diventi proprietà di un`unica persona».

   Vuole il libero mercato da integrare con la solidarietà della tradizione sociale islamica, perché senza lo sviluppo economico la gente non accetta la rivoluzione: «Non ci basta il modello turco, vogliamo copiare la Norvegia. È il Welfare dei paesi nordici quello che funziona meglio. Questa è una nuova storia per i popoli arabi e può essere una nuova storia per il mondo». (Domenico Quirico)

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LE PIAZZE, IL PANE E LA LIBERTA’ L’ANNO DELLE RIVOLTE ARABE

di Antonio Ferrari, da “Il Corriere della Sera” del 21/10/2011

   E’ probabilmente la prima volta che i leader arabi, almeno quelli rimasti al timone dopo le spietate decapitazioni politiche delle varie «primavere», ormai tinte con i colori di un freddo autunno, hanno un moto di autentica commozione per Muammar Gheddafi. Nessuno, fra i fratelli che lo hanno conosciuto e frequentato, lo ha mai amato. Anzi, la maggioranza ne diffidava, e la minoranza lo odiava, ritenendolo un pericoloso provocatore.

   Tuttavia quelle immagini del leader colpito a morte, con il volto insanguinato, non soltanto hanno provocato vera compassione ma hanno riacceso tutte le teorie cospirative che il mondo arabo ha sempre seguito e alimentato con ostinata e immutata passione.

   Da Beirut al Cairo, da Damasco a Bagdad, da Dubai a Sana`a sono in tanti a sospettare che il leader libico sia stato ammazzato di proposito, per evitare che diffondesse i misteri e i retroscena di 42 anni di potere.

   Misteri e segreti, forse inconfessabili, che ora resteranno tali. Nell`immaginario di molti leader arabi, tuttora a rischio, si ricompongono gli sfocati fotogrammi dell`esecuzione del dittatore comunista romeno Nicolae Ceausescu. A Ramallah, in Cisgiordania, qualcuno accosta la morte del Raìs libico a quella di Yasser Arafat. Il presidente palestinese, secondo un`inchiesta giudiziaria, sarebbe stato avvelenato da alcuni suoi stessi collaboratori, o ex collaboratori.

   Ma la scomparsa di Gheddafi, dopo quasi un anno di rivolte arabe segna comunque una svolta. Perché tutto è accaduto all`improvviso, dopo le ultime gravi turbolenze nell`Egitto del dopo Mubarak e alla vigilia delle elezioni tunisine, che dovranno dirci, per la prima volta, quale potrà essere lo sviluppo politico di una «rivoluzione» che non sembra ancora completamente compiuta.

   È chiaro che ogni Paese della grande regione che dal Marocco va a lambire le Repubbliche centroasiatiche ha una storia, ed è sempre improprio semplificare, immaginando o costruendo denominatori comuni. La rivolta tunisina è esplosa per il pane e per l`insopportabile livello di corruzione; ragioni analoghe hanno segnato quella egiziana, ma lo stesso non si può dire della Libia, al confronto assai più benestante, dove il propulsore della ribellione è stato il desiderio di riconquistare libertà e dignità.

il cadavere di Muammar Gheddafi

   Adesso, ancor più di prima, tutti gli sguardi sono rivolti a Damasco, alla Siria del presidente Bashar el Assad, che sta affrontando oppositori e contestatori del suo regime liberticida con la forza bruta della violenza: 2.000 morti secondo stime minimaliste, 3.000 secondo altre. Con un corollario di atroci brutalità, come il tiro al bersaglio sui manifestanti, persino sui bambini, come è accaduto anche l`altro giorno. Assad, probabilmente ostaggio del suo stesso circolo familiare, cioè la setta alauita, non ascolta né suggerimenti né consigli. Gli Stati Uniti hanno reagito con prudenza, anche perché non hanno intenzione di impantanarsi in un nuovo conflitto.

   Però ora hanno alzato la voce e il volume delle sanzioni. Come ha fatto l`Unione Europea. La Turchia ha abbandonato Damasco al suo destino, e quasi tutti gli ambasciatori arabi nella capitale sono stati richiamati in patria. Il duro monito del segretario generale dell`Onu Ban Ki Moon e della stessa Lega araba, che potrebbe congelare le relazioni con la Siria, sono i segnali, anzi la prova che il regime si sta sgretolando.

   Ecco perché Assad sembra avvinto come l`edera a Russia e Cina, entrambi membri permanenti (con diritto di veto) del Consiglio di sicurezza dell`Onu: per la Cina, vi sono interessi commerciali ed energetici; Mosca è l`amico di sempre. Lo era ai tempi dell`Urss, quando Damasco era il satellite mediorientale dell`impero sovietico; lo è rimasta adesso, con Vladimir Putin.

   I regni di Giordania e Marocco, seppur attraversati da turbolenze, stanno reagendo per evitare il contagio. Mohammed VI, a Rabat, ha varato una nuova Costituzione; Abdallah II, ad Amman, la sta varando. Entrambi possono però contare su un indubbio vantaggio: nessuno mette davvero in discussione la legittimità del regno e dei due sovrani.

   I problemi, per marocchini e giordani, sono il carovita, la disoccupazione, la lotta alla corruzione, maggiore libertà e rispetto dei diritti umani. Ben più grave, anzi con poche vie d`uscita la situazione nello Yemen, uno dei Paesi più poveri ed esposti della regione. La guerra al presidente Saleh, non certo un convinto riformatore e ora pronto (sembra) a farsi da parte, rischia di vedere fra i protagonisti i leader di tribù nomadi che hanno idee assai discutibili sul rispetto dei diritti umani.

   E poi c`è il ricco gigante saudita. Riad, che gode dell`alleanza con gli Usa, ha compiuto qualche timidissimo passo verso la democrazia. Ma è ancora lontana anni luce dalle necessarie riforme che si ostina a rinviare.

   Non solo. Temendo come la peste il contagio sciita dell`odiato Iran di Mahmoud Ahmadinejad, ha mandato le sue forze di sicurezza nel Bahrein, per proteggere il re e la sua minoranza sunnita dalla stragrande maggioranza della popolazione, che è invece sciita e chiede democrazia e diritti.

   Ma anche in questo caso si dimostra che non tutti i Paesi sono uguali. Due pesi e due misure, appunto. Per questo è difficile immaginare quali saranno i nuovi vincitori, e se il mondo arabo di domani sarà davvero migliore di quello di ieri. (Antonio Ferrari)

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I SEGRETI DEL RAÌS

I dossier di Gheddafi che possono ribaltare gli equilibri

di Gea Scancarello da LETTERA 43 (quotidiano online indipendente) del 20/10/2011 – http://www.lettera43.it/

   “Cane pazzo” muore, ma non sparisce. O forse sparisce, ma non muore. Con Muammar Gheddafi, che un iracondo Ronald Reagan così ribattezzò dopo aver ordinato di radere al suolo Tripoli nel 1986, non si può mai sapere. (…)
La fine di ogni dittatura, e di ogni guerra, porta con se i propri segreti. Ma quello del raìs, già aspirante al trono di re d’Africa, poi padre della Jamahiriya, è un caso a se. Quand’anche ci saranno le foto del corpo, il luogo di sepoltura, i dettagli dell’epica operazione con cui i libici si sono ripresi la loro terra, molti in Occidente continueranno a tremare.
Perché la follia non ha tempi, né rispetto: miete le proprie vittime a distanza. Muammar Gheddafi era troppo scaltro, ed egocentrico, per non saperlo. E i suoi nemici, incluso i molti che negli ultimi anni si sono seduti nella sua tenda per omaggiarlo, sono troppo spaventati per non pensarci.

I DOSSIER ACCUMULATI IN 40 ANNI NELLE MANI DEI FIGLI. Da Washington a Roma, passando per Pretoria e Mosca, funzionari solerti hanno iniziato a scartabellare negli archivi. Il fruscio delle carte suona come il timer minaccioso di un ordigno di cui non si può prevedere la deflagrazione: in 42 anni, non c’è quasi nessuno che non si sia accorso alla corte del Colonnello. E a far paura sono tonnellate di dossier accumulati con maniacale consapevolezza dal regime. E oggi nelle mani di chissà chi.
I FIGLI E LA FUGA ALL’ESTERO. Tre dei figli del raìs si sono allontanati per tempo dalla polveriera domestica: Aisha, la primogenita, con entrature di peso sia alle Nazioni Unite, di cui fu ambasciatore, sia nel mondo arabo (fu tra i difensori di Saddam Hussein), è al sicuro in Tunisia. Saadi e Hannibal hanno trovato riparo in Niger e da lì forse si sono spostati in una delle dozzine di ville, sparse tra Londra, la Malesia e il Venezuela, dove possono contare su amici e protezione.
LA GEOGRAFIA DEL POTERE. A loro il raìs potrebbe aver fornito gli strumenti necessari per uscire da qualsiasi impiccio: le prove dei rapporti stretti tra la Libia e le cancellerie occidentali. Una bomba a orologeria che in qualsiasi momento può cambiare la geografia del potere di mezzo mondo. Specie se associata alla somma che l’intelligence valuta intorno a 100 miliardi di dollari e che, si dice, sia nascosta nei caveau delle più grandi banche del pianeta.

IRA, LOCKERBIE E ARMI CHIMICHE: GLI AFFARI SPORCHI CON L’OCCIDENTE 

   Nei quattro decenni dopo il golpe con cui depose l’anziano re Idriss al Senoussi, Gheddafi ha intrecciato le trame di terroristi, faccendieri e presidenti ai quattro angoli del globo. Ha finanziato l’Ira, il fronte Polisario, la banda Baader Meinhof, i palestinesi, gli indipendentisti del Darfur, i tuareg dell’Africa subsahariana. E, contemporaneamente, ha trattato con tutti i loro nemici.
Ha fatto da mediatore con i servizi segreti e torturato uomini per conto terzi, garantendo la sicurezza del mondo. Ha fatto esplodere aerei e discoteche e poi pattuito i risarcimenti, distribuendo prebende e incamerando perdono.
L’OCCIDENTE E IL PESO DEL PETROLIO. Ha comprato armi chimiche e forse anche nucleari, collezionato strumenti di guerra che l’Occidente prontamente serviva lontano dalle trattative ufficiali. Ha incamerato la proprietà di banche, aziende e fondi capaci di tirare le fila del capitalismo globale.
E ancora, in epoca recente, ha stretto patti e Trattati di amicizia, vendicato l’onta del colonialismo costringendo i suoi ospiti a umiliazioni proverbiali, e poi giocato con il petrolio, il gas e le preziosi concessioni.
IL CANE PAZZO E AUTOREVOLE. Non c’è leader, negli ultimi 40 anni, che non abbia avuto a che fare con lui: trattandolo con disprezzo (il cane pazzo di Ronald Reagan) o chinandosi a baciarne gli anelli. O, magari, facendo prima l’una poi l’altra cosa, redento dalle promesse e dai petrodollari che sempre sono fluiti copiosi fuori dalle tasche generose del raìs.

GLI INGLESI SULLA GRATICOLA, I SERVIZI PRONTI A INTERCETTARE GLI ARCHIVI. L’ex premier britannico Tony Blair è solo il primo della lunga lista di potenti ad aver iniziato già a pagare le spese dell’assalto agli archivi del Colonnello.
Sui 20 tir che hanno attraversato il deserto alla volta delle frontiere del Sud in un’infuocata alba di fine estate, qualcuno ha dimenticato di caricare preziosi faldoni che riguardavano i rapporti tra la “Stasi” libica e i servizi inglesi: lettere autografe che suggeriscono comportamenti, preparano incontri, rivelano una consuetudine profonda e radicata tra il dittatore più odiato del mondo e i gentleman britannici.
INTERCETTARE E DISTRUGGERE L’ARCHIVIO. Ma quelli ritrovati nella Tripoli frettolosamente abbandonata, sono solo una minima parte di tutti i documenti che oggi fanno tremare le scrivanie di mezzo mondo. E di certo qualcuno ha già mandato i propri agenti migliori in missioni esplorative, per capire quanto ha lasciato detto Muammar ai figli, e dove siano nascoste le prove di tanti traffici.
La vera missione ora è un’altra: intercettare quell’archivio e distruggerlo. E c’è da scommettere che gli Alleati, per quest’ultima operazione senza fanfare né conferenze stampa, non baderanno a spese.

……………………..

OTTO MESI PER CANCELLARE IL DITTATORE – ADESSO PER I RIBELLI LA SFIDA PIÙ DURA

– Dal giorno della rabbia alla caduta di Sirte, i 245 giorni che hanno spazzato via 41 anni di regime. Ora il Cnt si trova a gestire un paese liberato ma diviso, dove la violenza potrebbe nuovamente esplodere –

di VINCENZO NIGRO da “la Repubblica” del 20/10/2011

   Ha combattuto sino alla fine, ha manovrato gli ultimi suoi fedelissimi infilandoli in un vicolo cieco, portandoli a scegliere la morte insieme a se stesso. Ma dopo 41 anni di dittatura, 8 mesi di guerra violenta sono bastati per cancellare il più spietato fra i dittatori del Mediterraneo. Muhammar Gheddafi è finito: la Libia liberata è ancora tutta da costruire, ma il dittatore non c’è più.
Una cosa è certa: il paese che fu una colonia degli italiani da oggi, con la morte del Colonnello, esce da un tunnel buio di 41 anni di terrore e terrorismo. Potrebbe non trovare presto un assetto pacifico, anzi è quasi certo che le divisioni, gli scontri e le diversità esploderanno. I ribelli che hanno liberato prima Bengasi, poi Tripoli e adesso Sirte forse erano capaci di essere uniti su una cosa soltanto, la volontà di dare la caccia a Gheddafi, e magari ucciderlo come hanno fatto.
Dovranno costruire la nuova Libia, e non saranno rose e fiori. Il ruolo dei fondamentalisti islamici, le divisioni fra i clan, fra le varie “milizie cittadine”, le divisioni fra gente di Tripoli, Bengasi e del Fezzan sono tutti macigni sulla via di ricostruzione di una Libia decentemente democratica, come non è mai stata.
Ma quello che Gheddafi si è tirato addosso in questi mesi era il frutto inevitabile del suo delirio di onnipotenza, un delirio in cui per 40 anni aveva congelato il suo popolo. “E’ stato il terrore che ci ha paralizzato, ed è la volontà di sconfiggere il terrore che ci darà il coraggio di conquistare la nostra libertà” aveva detto Fethi Tarbel, il giovane avvocato che in Libia divenne la scintilla della protesta. Da anni, a Bengasi, Fethi Tarbel aveva iniziato a chiedere giustizia per le vittime del massacro di Abu Slim, duemila morti trucidati in 3 giorni in un carcere di Tripoli. Scrivendo della caduta di Tripoli, ricordavamo le parole di Tarbel a fine agosto, perché il suo nome è legato all’inizio della rivolta libica.
Il 15 febbraio la polizia libica va a casa di Fethi, lo arresta 1 alla vigilia del 17 febbraio che era stato proclamato “giorno della rabbia” contro il regime Gheddafi. Speravano così di fermare in anticipo
la rivolta. E invece così gli uomini di Gheddafi diedero un motivo in più alla rivolta per diventare insurrezione armata.
In poche ore le proteste, i disordini che seguirono all’arresto di Fethi si trasformano in una sommossa: a Bengasi, Tobruk, in tutta la Cirenaica i manifestanti assaltarono caserme e depositi di armi, si impossessano di Kalashnikov e artiglierie contraeree.
In poche ore, in pochi giorni, la rivolta divampa e si propaga come fuoco nella prateria. “Quella settimana abbiamo avuto davvero paura, terrore”, ci diceva la sera del 24 marzo Seif Gheddafi all’hotel Rixos di Tripoli. Solo un mese prima, il 24 febbraio, la rivolta era arrivata addirittura a Misurata 2, la terza città del paese. Diventerà uno dei simboli del martirio libico, città massacrata in un assedio spietato e sanguinario durato fino alla fine di maggio.
La reazione sanguinaria dell’esercito di Gheddafi convinse già il 26 febbraio l’Onu a votare le prime sanzioni 3 contro la famiglia Gheddafi, a bloccare beni ed esportazioni di petrolio. Ancora nessuna minaccia di uso della forza, perché nessuno immagina ancora cosa stia per ordinare Gheddafi. Il 5 marzo, quando a Bengasi i ribelli formano il Consiglio Nazionale Transitorio e si dichiarano unico rappresentante legale del popolo libico, loro sì che sanno cosa sta per scatenare Gheddafi. Una vera e propria pulizia etnica fatta contro il suo stesso popolo.
In quelle ore a cavallo fra il 4 e il 5 marzo, il filosofo Bernard-Henry Levy visita Bengasi, incontra i ribelli e dalla Libia telefona a Sarkozy. Il filosofo è l’unico che prende in mano la situazione concretamente, rientra in Francia, si precipita dal suo presidente.
Narciso, egocentrico ed eccentrico insieme, Bernard- Henry Levy però lucidamente avverte l’Eliseo: Gheddafi marcerà su Bengasi con i carri armati, sterminerà il suo stesso popolo pur di continuare a comandare. E lì Sarkozy sceglie l’azzardo, la scommessa che ha reso possibile al mondo di correre in sostegno ai ribelli di Libia: la Francia il 10 marzo, praticamente senza consultarsi con nessuno, riconosce il Cnt come unico rappresentante del popolo libico, e soprattutto avvia un forcing politico e diplomatico incredibile per far votare all’Onu una risoluzione che consenta l’uso delle armi contro il colonnello.
Sarà una corsa contro il tempo, il 16 marzo Seif Gheddafi dichiara anche a Repubblica e ai giornali italiani che “in 48 ore tutto sarà finito, i nostri carri armati libereranno Bengasi dai terroristi”. L’Onu esita ancora, Cina e Russia si oppongono, ma il colonnello in persona darà agli indecisi la spinta finale a votargli contro: il 17 marzo l’Onu autorizza l’uso della forza dopo un discorso in cui Gheddafi dice ai ribelli “vi verremo a prendere strada per strada, casa per casa, stanza per stanza, vi spazzeremo via come ratti”.
Ancora poche ore e il 19 marzo iniziano gli attacchi 4, dopo un summit internazionale convocato da Sarkozy a Parigi a cui Berlusconi è costretto a partecipare a forza da Gianni Letta, Franco Frattini e dalle pressioni del Quirinale. I primi raid aerei francesi e inglesi bloccano i carri armati libici che hanno già iniziato sparare sulle case di Bengasi.
In pochi giorni i raid danno tempo ai ribelli di radunarsi e riprendersi, alla coalizione si affiancano due stati arabi come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, mentre il 29 a Londra 40 governi convocano la prima conferenza 5 per iniziare a gestire la guerra e pensare anche al dopo-guerra.
Il primo a capire come sarebbe finita è Moussa Koussa: l’ex capo dei servizi segreti di Gheddafi, il principe del tagliagole di Tripoli, da un paio di anni era diventato il ministro degli Esteri del regime. Il 30 marzo, a poche ore dall’ultima apparizione in pubblico a Tripoli, Koussa scompare, defeziona, abbandona Gheddafi e si rifugia in Qatar.
Poche settimane ancora e il 30 maggio compare a Roma Shukry Ghanem, potente ministro del Petrolio di Gheddafi, amico dell’italiano Paolo Scaroni, grande conoscitore delle logiche del potere e del petrolio. Quando in marzo lo avevamo incontrato nella sede vetro e cemento della Noc, l’Eni libica, gli avevamo chiesto se sapeva che inevitabilmente sarebbe finito anche lui sulla lista nera dell’Onu, nell’elenco degli sconfitti. “Si, lo so, sono sicuro che lo faranno, vedremo cosa fare.”, aveva risposto sorridendo. Come lui, uno dopo l’altro, avevano abbandonato Tripoli i più intelligenti e accorti fra i ministri e i generali di Gheddafi.
Il tempo scorre, le battaglie si susseguono incessanti, sembra quasi che Gheddafi sia destinato a resistere per sempre nel suo ridotto di Tripoli, della Libia occidentale. Ma non è così: poco alla volta i governi alleati scongelano i fondi che servono ai ribelli per finanziare la guerra e mandare avanti il paese. Arrivano armi e istruttori, francesi, qatarini, anche italiani.
E’ il 27 giugno la data in cui l’Onu chiude un’altra porta alle spalle di Gheddafi: fino ad allora il mandato d’arresto della Corte penate internazionale era stato tenuto in sospeso, per permettere al colonnello e ai suoi una via di fuga che evitasse lo scontro finale. Da quel giorno Muhammar Gheddafi, Saif e il capo dei servizi Abdullah Senussi sono ricercati con l’accusa 6 di crimini di guerra.
Inizia un lungo periodo di stallo militare in cui però i ribelli avanzano poderosamente sul fronte politico e diplomatico: violando quasi le loro stesse leggi interne, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Turchia e perfino la piccola e terrorizzabile Tunisia (da parte di Gheddafi) uno alla volta riconoscono il Cnt di Bengasi come unico governo di Libia.
Il 16 luglio nell’isola di Djerba due diplomatici americani danno l’ultimo messaggio a Gheddafi: dimettiti, vattene entro tre giorni oppure aiuteremo i ribelli ad arrivare a Tripoli. Dicono che il capo di gabinetto di Gheddafi, il fedelissimo inviato a negoziare con gli americani, quel giorno fosse stato tentato di rimanersene in Tunisia: il colonnello però gli aveva già fatto arrestare la famiglia prima di partire.
I giorni finali di Gheddafi sono conosciuti: la trattativa diplomatica avanza disperata, tutti i governi della coalizione alleata ma anche Russia e Cina fidano che l’inviato dell’Onu, il giordano al Khatib, faccia il miracolo. Convinca il colonnello a mollare. Non ci riesce: e allora la Nato attacca ancora più a fondo, il 30 luglio vengono colpiti i ripetitori della tv libica, muoiono anche alcuni tecnici. Su Tripoli la valanga di fuoco non ha più ritegno.
I Mirage francesi e i Tornado britannici aprono la strada ai ribelli che arrivano da Ovest, da Sud e anche da Est, sbarcando dal mare. In marzo, attraversando Tripoli, avevamo visto che Gheddafi aveva fatto piazzare postazioni di artiglieria sul lungomare, proprio per evitare possibili sbarchi. Non è servito a nulla, la Nato ha colpito tutti i suoi cannoni, ha portato i ribelli fin dentro il cuore di Tripoli 7. Da allora, dalla conquista di Tripoli, la strada per i ribelli è stata in discesa, lunga e ancora complicata, ma in discesa fino a stanare Gheddafi nella buca in cui si era nascosto per credere di poter ancora continuare a fuggire. (Vincenzo Nigro)

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LE INSIDIE NELLA LIBIA DEL DOPO-GHEDDAFI

di Niccolò Locatelli, da LIMES, rivista italiana di geopolitica

   L’uccisione del Colonnello e la presa di Sirte avvicinano l’era dell’incertezza in Libia, più che quella della democrazia. Le implicazioni internazionali e le questioni interne da affrontare. Assad difficilmente sarà il prossimo. Usa via dall’Iraq entro fine anno. La crisi dell’Eurozona, i nuovi membri del Consiglio di Sicurezza Onu.

(…)  – In Libia l’uccisione di Gheddafi e la concomitante presa della sua città natale Sirte per il momento  avvicinano, più che l’era della democrazia, l’era dell’incertezza. Ecco le principali insidie ora che il Colonnello non c’è più.

– Guerra e suoi derivati: il Consiglio nazionale di transizione potrebbe annunciare la liberazione del paese sabato 22 ottobre. Qualche fedelissimo del defunto Qaid (o del figlio Saif, forse catturato) senza niente da perdere potrebbe rovinare la festa. Inoltre bisogna assicurarsi che l’immenso arsenale militare di Gheddafi, trafugato, non finisca in cattive mani. L’uccisione del leader libico elimina invece la prospettiva di un imbarazzante processo a un capo di Stato che fino a qualche mese fa godeva delle attenzioni politiche ed economiche di chi gli ha mosso guerra.
– Liberata la Libia, bisogna farla: Gheddafi aveva accentrato tutto il potere su di sè, sfruttando la debolezza di un apparato statale piuttosto giovane (l’indipendenza è del 1951) e incapace di prevalere sulle fedeltà tribali e religiose. Creare istituzioni solide è il compito politico più importante e difficile.
-Fatta la Libia, bisogna fare i libici democratici: l’esito democratico della vittoriosa rivolta contro Gheddafi non è affatto scontato. Il Cnt è composto da ex membri del regime, ex integralisti islamici e ignoti. Alle divisioni dell’esecutivo si affiancano quelle tra le varie bande armate che hanno liberato il paese.

-L’economia deve ripartire: garantire i bisogni essenziali della popolazione aumenterà la legittimità al Cnt. Idem per la ripresa dell’estrazione e dell’esportazione di petrolio. Leggere i nomi dei destinatari del greggio libico servirà anche a capire chi, tra gli Stati esteri, ha davvero “vinto” la guerra di Libia.

-Alcune implicazioni internazionali: è da vedere come la fine del conflitto e la vittoria dei ribelli influirà sulle elezioni presidenziali francesi; sulle relazioni tra Libia e paesi africani, in particolare Algeria e Niger, anche recentemente vicini a Gheddafi; sui rapporti con l’Italia, anche per la questione migratoria; sulla popolarità e replicabilità del concetto di leading from behind usato da Obama per relativizzare l’impiego di Forze armate Usa.

-Gheddafi è morto e anche Assad non si sente tanto bene. La questione tornerà d’attualità, almeno sui media: visto che in Libia è stato un successo, perchè non intervenire anche in Siria, dove il massacro è già in atto (più di 3 mila morti secondo l’Onu)? Per vari motivi: perchè Assad va bene a Israele, Stati Uniti e Iran; perchè Cina e Russia hanno preso nota di come una risoluzione Onu possa essere interpretata creativamente dall’Occidente per ottenere scopi non dichiarati, e difficilmente si asterranno di nuovo al Palazzo di Vetro. Insomma, perchè tutti sembrano avere altre priorità, purtroppo per l’opposizione siriana. (Niccolò Locatelli)

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DA TRIPOLI A BENGASI, LA LUNGA STRADA DELLA RIVOLTA

La rivolta libica non è nata dal nulla. È stata preparata sia dalle promesse di riforma del regime che dalle coraggiose iniziative di alcuni attivisti.

di RACHID KHECHANA (* Giornalista di Al Jazeera, responsabile del Maghreb), da LE MONDE DIPLOMATIQE dell’aprile 2011
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(ndr: l’articolo che qui vi proponiamo, da “le Monde Diplomatique”, rivista mensile di politica internazionale in Italia in vendita in edicola con il quotidiano “il Manifesto”, è un articolo (sulla Libia di Gheddafi) datato (dell’aprile 2011) e pertanto va letto considerando gli ultimi avvenimenti accaduti con la morte del dittatore e la fine della sua famiglia (dei figli ammazzati, altri fuggiti). Ma RACHID KHECHANA, giornalista di Al Jazeera inquadra molto bene i passaggi fonadementale del potere instaurato da Gheddafi, dalla sua tribù (Al-Kadhafa), e l’ascesa da lui voluta al potere dei suoi figli, al posto dei suoi compagni che con lui avevano soppiantato la monarchia il 1° settembre 1969 (i cosiddetti «ufficiali liberi»)

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   In un’intervista concessa al canale televisivo Al-Arabiya, il 19 febbraio, Saif Al-Islam, figlio di Muammar Gheddafi, ha dichiarato di stare progettando, con l’aiuto del padre, importanti riforme del sistema politico. Ha aggiunto che una settimana prima dello scatenarsi della rivolta, la «Guida» aveva incontrato alcuni oppositori ai quali aveva promesso riforme radicali riguardanti la Costituzione, la convocazione di libere elezioni e la promulgazione di nuove leggi. Dimenticava solo di ricordare che l’apertura da lui stesso tentata nel 2003 era fallita nel 2008 (1).

   Otto anni fa, infatti, Saif Al-Islam aveva proposto un progetto di riforma della costituzione da realizzarsi entro il 1° settembre 2008. Tra le tante misure, erano previste ventuno leggi fondamentali, una delle quali sugli investimenti e il codice penale e un’altra sulle procedure civili e commerciali. Erano riforme, a suo dire, che si inserivano nel quadro di un tentativo volto a far uscire la Libia dall’isolamento internazionale. Inoltre aveva auspicato l’edificazione di una società civile in cui sviluppare ogni tipo di organizzazione indipendente: sindacati, federazioni, leghe, associazioni giuridiche e professionali.

   L’obiettivo era quello di conferire al regime una legittimità costituzionale che sostituisse la legittimità rivoluzionaria e tribale su cui si era basato il colonnello fin dalla sua ascesa al potere. Tuttavia, queste leggi non sono mai state sottoposte all’approvazione del parlamento, il Congresso popolare generale. In realtà, sembra che l’iniziativa fosse solo una manovra con l’obiettivo di guadagnare tempo e offrire un’immagine migliore del regime alle capitali occidentali. Il giudice incaricato di redigere la costituzione ha dichiarato di essersi ispirato sostanzialmente al Libro verde – il piccolo manuale dei pensieri della Guida – e che la sua missione non era quella di cambiare la natura del regime…, ma di riorganizzare i testi ufficiali preesistenti. La scadenza fissata per l’organizzazione delle elezioni e l’istituzione di una Costituzione non è stata rispettata.

   Quando la «guida» si ispira a Jean-Jacques Rousseau Per capire il rinvio sine die, bisogna risalire nella storia e individuare le basi del pensiero del colonnello Gheddafi. Quando gli «ufficiali liberi» prendono il potere il 1° settembre 1969, la Libia – molto ricca di petrolio e gas – conta due milioni e mezzo di abitanti che formano una società tribale composta al 75% da beduini.

   Allora ci sono solo tre città importanti: Tripoli, Bengasi e Misurata. I cambiamenti più importanti operati dai nuovi governanti consistono nell’abolire la monarchia, instaurare la Repubblica araba e consacrare «il potere del popolo» nel corso di un congresso che si tiene nel marzo del 1973. Fin dal 1972, la legge n. 17 bandisce il pluralismo politico e proibisce la creazione di partiti politici, in linea con la parola d’ordine: «Chi aderisce a un partito è un traditore.»

   L’Unione socialista araba – poi trasformata nei comitati popolari – costituisce allora la spina dorsale del sistema e, paradossalmente, rinsalda il suo orientamento socialista, mentre il colonnello Gheddafi vuole esplorare «una terza via» tra capitalismo e comunismo. Il ricercatore tunisino Taoufik Mestieri sostiene che Gheddafi sarebbe stato influenzato dal filosofo francese Jean-Jacques Rousseau (2): ne avrebbe fatto il suo riferimento per instaurare in Libia una «beduinocrazia».

   Un sistema caratterizzato dall’assenza di uno stato, di un presidente (sostituito da una «guida») e dei partiti (sostituiti da comitati popolari che dirigono l’amministrazione) e, come contropartita, dalla creazione di comitati rivoluzionari (così come di comitati di controllo, a cui spetta il compito di regolare le controversie tra comitati popolari e comitati rivoluzionari). Il funzionamento di queste strutture è tutt’altro che trasparente, visto che nessuno sa come vengono nominati i membri.

   Gheddafi è stato costantemente protetto dalla sua tribù, Al-Kadhafa. Così, quando il colonnello pretendeva di viaggiare all’estero con la sua famosa tenda, era per ricordare alla tribù che, anche fuori dal paese, se ne sentiva parte. La questione sembra folcloristica, ma costituisce invece un messaggio forte per i beduini, i quali lo hanno scelto non come presidente, ma come leader, un status rivendicato da Gheddafi ogni volta che spiega di non poter essere destituito.

   Nel corso del suo mandato, il colonnello è passato dall’arabismo al nazionalismo e al tribalismo, contestando la civiltà urbana. Ha fatto della khaima (tenda) la sua casa ed escluso tutti i ministri cittadini. Nel 1977, ha abolito la direzione collegiale che caratterizzava il Consiglio del comando della rivoluzione (Ccr), l’organismo che nel 1969 aveva conquistato il potere. Non solo ha represso gli oppositori progressisti, islamisti e nazionalisti, ma ha anche allontanato uno a uno i suoi compagni d’armi, gli «ufficiali liberi».

   Il comandante Abdessalem Jallud, numero due nel putsch del 1969, si è rifugiato, dal 1993, presso la sua tribù, Al-Mhergua. I comandanti Mohamed Nejib e Mokhtar Karoui furono i primi a dare le dimissioni dal Ccr, nel 1972, in segno di protesta contro il rifiuto di riconsegnare il potere ai civili. Nel corso dello stesso anno, il colonnello Mohamed Al-Meguerief è stato processato in condizioni non chiare. Bechir Al-Huadi e Yaudh Hamza sono stati uccisi nel 1975; Omar Mehichi nel 1984.

   Da un quarto di secolo, Abdelmonem Al-Huni si è unito ai dissidenti, per riconciliarsi recentemente con il colonnello e rompere di nuovo a seguito della rivolta del febbraio 2011. I sei figli di Gheddafi hanno sostituito i collaboratori del padre Su dodici membri del Ccr, ne sono rimasti solo tre: Abu Baker Yunes Jaber, il comandante Khuildi Hamidi e il generale Mustapha Kharrubi. Tutti e tre sono confinati in incarichi marginali. Progressivamente, i figli di Gheddafi hanno sostituito i collaboratori del padre. Così, il ministro della difesa, Yunes Jaber – che oggi si è unito agli insorti –,
comandava solo unità marginali, mentre le forze meglio armate sono sotto la direzione di quattro dei figli di Gheddafi: Saadi, Moatissim, Mohammed e Khamis.

   Dopo il fallimento dell’«apertura», nell’ottobre 2010, il colonnello Gheddafi ha sorpreso tutti nominando il figlio Saif Al-Islam «coordinatore dei poteri popolari» – funzione che ne fa un capo di stato virtuale in quanto dirige le principali istanze del potere: il Congresso popolare generale (Parlamento), il Comitato popolare generale (governo) e le forze di sicurezza.

   La decisione ha coinciso con la demolizione, nell’aprile 2010, del complesso carcerario di Abu Salim, alla periferia di Tripoli. Lo scopo era quello di cancellare ogni traccia del massacro avvenuto nel 1996, quando, secondo le organizzazioni non governative (Ong), vi sarebbero stati assassinati milleduecento detenuti politici. Demolendolo, si faceva fallire ogni possibilità di inchiesta su questo crimine.

   In un clima politico così soffocante, la semplice idea di organizzare una manifestazione pacifica esponeva il suo autore a pesanti pene detentive. Il militante politico Jamel Al-Hajji e il suo compagno Frej Humid sono stati condannati dal tribunale di sicurezza dello stato rispettivamente a dodici e quindici anni di carcere per avere pianificato, con altri dieci accusati, una manifestazione pacifica a Tripoli, nel febbraio 2007, per commemorare la morte di alcuni manifestanti avvenuta un anno prima a Bengasi nel corso di violenti scontri con le forze di sicurezza.

   Lo stesso tribunale, nel 2007, aveva condannato a venticinque anni di carcere anche l’oppositore Idriss Bufayed, accusato di complotto contro il potere e spionaggio a favore di un paese straniero, per avere contattato un diplomatico americano accreditato a Tripoli. Esasperate dai soprusi e dall’assenza di libertà, le élite cominciano ad alzare la voce e a criticare apertamente il dittatore, i suoi sbirri e il controllo da parte del potere. Durante una conferenza tenuta nell’agosto 2010, a Bengasi, sul tema «La tribù e il tribalismo in Libia», Amel Laabidi, professoressa del dipartimento di scienze politiche all’università Gar Yunis (Tripoli), ha criticato il peso dell’appartenenza tribale in campo politico.

   Come testimonia la creazione, all’inizio degli anni ’90, della «direzione popolare sociale», con il compito di erigere la tribù a istituzione ufficiale e farne un partner politico. In assenza di istituzioni statali, l’arroccamento tribale ha provocato fenomeni di corruzione, mancato rispetto della legge e costituisce una minaccia per la sicurezza del paese. Il fermento della società civile annuncia la ribellione Da parte sua, l’ex presidente dell’ordine degli avvocati, Mohamed Ibrahim Al-Allagui, nel settembre 2010 ha criticato il potere assoluto in mano ai comitati popolari, auspicando la loro sottomissione alla legge e la realizzazione di un vero pluralismo politico.

   Nello stesso periodo, ha attaccato in pubblico il segretario incaricato delle questioni riguardanti le unioni, i sindacati e le leghe professionali al Congresso, Mohamed Jibril (vero ministro dell’interno), accusandolo di influenzare i risultati delle elezioni agli uffici delle associazioni civili. Lo stesso Jibril, la scorsa estate, ha proibito al sindacato degli avvocati di Bengasi di tenere l’assemblea ordinaria, che avrebbe dovuto rinnovare il consiglio dell’ordine degli avvocati, il cui mandato era scaduto da un anno.

   In un articolo comparso il 10 settembre 2010 sul quotidiano Oya, Ezzat Kamel Al-Makhur, figlia dell’ex ministro degli affari esteri, ha difeso il diritto dei cittadini di creare sindacati indipendenti. Ha criticato la legge del 2001 sulle associazioni civili, che le sottrae al controllo dei giudici per porle sotto la vigilanza del potere esecutivo, giudicandola «poco rispettosa dei diritti umani» e «più severa e dissuasiva delle precedenti».Di fronte a tanto fermento critico, il potere a volte è diviso, a volte, soprattutto se sono in gioco i suoi interessi, si mostra unito.

   L’aggressione contro il giornalista Mohamed Larbi Essarit, avvenuta a Bengasi a fine settembre 2010, ne è una prova. Noto per i suoi scritti critici, è stato gravemente ferito e quindi ricoverato, ma, nonostante il suo stato, la polizia lo ha portato via per interrogarlo. La Fondazione Gheddafi Internazionale per la Carità e lo Sviluppo, diretta da Saif Al-Islam, tramite la sua associazione per i diritti umani, si è affrettata a negare qualsiasi responsabilità da parte delle forze di sicurezza in questa vicenda.

   L’autismo del potere, l’appropriazione da parte della famiglia Gheddafi di tutti i centri decisionali e i posti strategici nell’istituzione militare, il ferreo controllo sulla popolazione e il bavaglio imposto alla stampa hanno chiuso la porta a qualsiasi cambiamento pacifico e spinto il popolo all’insurrezione. (Rachid Khechana) –   note:  (1) Leggere Helen De Guerlache, «La Libia riapre le frontiere del mondo», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2006.   (2) Cfr. «Mu’ammar Kadhafi», Encyclopædia Universalis, Parigi.

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i quarantennali "buoni" rapporti tra Italia e Gheddafi

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