Geografia italiana ed europea dei GIOVANI SENZA LAVORO – i preoccupanti dati SVIMEZ per il nostro SUD – la RIVOLTA MONDIALE DEGLI INDIGNADOS, giovani e non che chiedono una società del benessere diffuso (e non della finanza speculativa)

TASSO DI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE nelle varie regioni italiane (aggiornato al giugno 2011), riferito alla “prima fascia” di età giovanile lavorativa (tra i 15 e i 24 anni) (il dato riguarda i giovani che non studiano e che stanno cercando un lavoro) (dati ISTAT) - CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA

   La SVIMEZ (associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) è un’associazione nata nel 1946, che  studia le condizioni economiche del Mezzogiorno d’Italia, al fine di proporre concreti programmi di azione e di opere intesi a creare e a sviluppare le attività industriali. Il suo ultimo rapporto (pubblicizzato alla fine di settembre) sulle condizioni del Sud Italia, e in particolare sulla disoccupazione giovanile in crescita e l’emigrazione che è ripresa verso nord dei giovani meridionali, in particolare quelli che hanno studiato, ebbene questo rapporto ha suscitato (sta suscitando) molta preoccupazione.

   Pertanto ancor di più, in questo momento di forte crisi, il Mezzogiorno si allontana dall’Italia: riparte l’emigrazione, e inoltre sempre più giovani si ritirano dal mercato del lavoro e non lo cercano nemmeno più. L’emigrazione che è ripresa sta portando, in prospettiva dei prossimi anni, a un’inversione nella composizione della società, con il Centro-Nord che diventa più “giovane” del Mezzogiorno. Al sud se i padri vengono espulsi dal mondo del lavoro, i figli non riescono neppure ad entrarvi. Specialmente le città si svuotano di giovani laureati (in primis Napoli: nel decennio “2000-2009” delle 583mila persone che hanno abbandonato il Mezzogiorno ben 108 mila sono partite dalla città di Napoli).

   Ma in tutto il Paese, in Italia, non è che ci siano “aree felici”. Allarmante, poi è l`inattività dei giovani: in Italia un giovane su cinque non studia, né lavora: i ragazzi “Neet” cioè non più inseriti in un percorso scolastico-formativo, ma neppure impegnati in un`attività lavorativa, sono poco più di due milioni, il 21,2% tra i 15-29enni (anno 2009), la quota più elevata a livello europeo.

   Ma il disagio concreto giovanile di non trovare lavoro, il NON LAVORO che colpisce in particolare i giovani, pur con differenziazioni che vanno valutate, è un fenomeno globale di tutti questi paesi ricchi, di “antico sviluppo” che ora si trovano in crisi latente di progetto economico per il presente e il futuro.

   L’organizzazione internazionale dell’ONU chiamata con la sigla “ILO” (International labour organization) ha da poco reso pubblico un rapporto (“Global Employment Trends for Youth: 2011 Update“), dove si lancia l’allarme sulla possibile traumatizzazione di un’intera generazione di giovani lavoratoriche «Si confrontano con una pericolosa miscela di disoccupazione costantemente elevata, inattività e lavoro precario crescente nei Paesi sviluppati, così come con una moltiplicazione di lavoratori poveri nei Paesi in via di sviluppo». E si dice inoltre un po’ la stessa cosa che lo SVIMEZ dice per i giovani del nostro SUD: sempre più giovani si ritirano dal mercato del lavoro e non lo cercano nemmeno più… E si riconosce che questa frustrazione collettiva tra i giovani è uno dei motori dei movimenti di (giusta) protesta….

BRUXELLES, MANIFESTAZIONE DEGLI INDIGNADOS DEL 15 OTTOBRE SCORSO. Gli Indignados hanno manifestato in 952 CITTÀ SPARSE IN 82 PAESI DEL MONDO. Milioni di persone sono scese in piazza contro la crisi economica, il precariato, la totale assenza di prospettive, le ingiustizie dell’attuale sistema socio-economico (solo a Roma la violenza ha avuto il sopravvento sulla manifestazione pacifica)

   L’ILO fa notare poi che tra il 2007 e il 2010 il tasso di lavoro a tempo parziale tra i giovani è aumentato in tutti i Paesi sviluppati (lavori precari, temporanei, senza prospettive, malpagati, quasi sempre di sfruttamento…).

   Cose note a tutti, si dirà. E pure noto è il fatto che nei paesi poveri (come l’Africa sub-sahariana e l’Asia del Sud) i giovani “trovino lavoro”: e questo vuole semplicemente dire che questi giovani non hanno altra scelta che lavorare, in condizioni quasi sempre di povertà assoluta, di pura sussistenza, senza alcuna possibilità di emancipazione da uno stato di vita di semi-schiavitù (pertanto è bene sottolineare che, a livello mondiale, si hanno molti più giovani che sono intrappolati nella loro condizione di lavoratori poveri che giovani senza lavoro o che cercano un impiego).

   IN QUESTI GIORNI nei quali si parla molto (nel nostro contesto nazionale) di pensioni da riformare, per ritrovare situazioni di bilancio e debito dello Stato da riequilibrare, verrebbe da pensare che se risorse e sacrifici vanno chiesti alle generazioni più “anziane”, queste stesse nuove fonti finanziarie (l’aumento dell’età pensionabile oltre i sessant’anni libererebbe risorse monetarie enormi) sarebbe strategico indirizzarle scientificamente su progetti di ripresa del lavoro dei giovani, facendo una giusta pressione politica (potremmo dire “Keynesiana”) sulla legge della domanda e dell’offerta di lavoro ora statica, ferma: magari orientando le nuove attività giovanili, che si verrebbero ad avere le risorse per creare, su attività di incentivazione delle energie alternative da fonti rinnovabili, sul ripristino di territori ora in degrado o abbandono, sullo sviluppo dell’area mediterranea e delle sue potenzialità ambientali, agricole, turistiche, energetiche; sulle nuove tecnologie e sulla formazione giovanile nei paesi arabi liberatisi dalle dittature.

   Forse così l’accettazione di sacrifici su pensioni e tasse patrimoniali di chi ha un reddito, un lavoro, sarebbero ben più accetti intravedendo uno sviluppo collettivo che privilegi i giovani, la qualità ambientale, un nuovo sviluppo compatibile con le risorse naturali e paesaggistiche esistenti da conservare e ripristinare.

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IL SUD VERSO LO “TSUNAMI DEMOGRAFICO”
(nei prossimi anni emigrerà un giovane su 4)

di Flavio Bini, da la Repubblica, “Economia e Finanza”, del 27/9/2011

– L’allarme del Rapporto Svimez 2011: nel Mezzogiorno la disoccupazione reale al 25% alimenta le partenze e nel 2050 quasi un abitante su cinque avrà più di 75 anni. La fuga dalle città colpisce soprattutto Napoli, Palermo, Bari e Caserta. Il 45% di chi va via ha laurea o diploma –

   Il Mezzogiorno si allontana dall’Italia: riparte l’emigrazione, il tasso di disoccupazione reale è del 25%, meno di un giovane su tre ha un lavoro e tre donne su quattro stanno a casa. E’ questo il quadro drammatico che emerge dal rapporto Svimez 2011 sulle regioni del Sud; il ritratto di una fetta d’Italia a rischio “tsunami demografico”, come denuncia Svimez (associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno), che nel 2050 vedrà gli over 75 crescere di dieci punti percentuali e i giovani scendere da 7 a meno di 5 milioni e del 25% già entro i prossimi vent’anni.
Il fenomeno, rileva il rapporto, provocherà un’inversione nella composizione della società, con il Centro-Nord che diventa più “giovane” del Mezzogiorno. La scarsa natalità, l’assenza di lavoro che causa bassa attrazione di stranieri e massiccia emigrazione verso il Centro-Nord e l’estero, rischiano insomma di trasformare il Mezzogiorno da qui ai prossimi 40 anni in un’area spopolata, sempre più anziana e dipendente dal resto del paese.

Economia ferma. Il rapporto analizza l’andamento del Pil, rilevando una crescita dello 0,2% nel 2010 a fronte del tracollo (-4,5%) del 2009. La ripresa c’è stata, dunque, ma un punto e mezzo al di sotto delle regioni del Centro-Nord (+1,7%). Va anche peggio se si guarda al medio periodo: negli ultimi dieci anni (dal 2001 al 2010), il Mezzogiorno ha segnato una media annua negativa dello 0,3%, mentre il Centro-Nord è cresciuto del 3,5%, a riprova del perdurante divario di sviluppo tra le due aree.
Abruzzo la più ricca, Campania la più povera. In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno è passato dal 58,8% del valore del Centro-Nord nel 2009 al 58,5% del 2010. Tra le più ricche nell’area meridionale si posiziona l’Abruzzo, con un pil pro capite di 21.574 euro, inferiore comunque di circa 2.200 euro rispetto all’Umbria, la regione più “debole” del Centro-Nord. Seguono il Molise (19.804), la Sardegna (19.552), la Basilicata (18.021 euro), la Sicilia (17.488), la Calabria (16.657) e la Puglia (16.932). La regione più povera è la Campania, con 16.372 euro.
Due giovani su tre senza lavoro. I numeri della disoccupazione sono impietosi. Dei 533mila posti di lavoro persi in Italia tra il 2008 e il 2010, ben 281mila sono nel Mezzogiorno. Nel Sud, dunque, pur essendo presenti meno del 30% degli occupati italiani, si concentra il 60% delle perdite di lavoro causate dalla crisi. Incide in questa area, più che altrove, il crollo dell’occupazione industriale (-120mila addetti, che vuol dire quasi il 15% di calo, il 20% in Campania).
Se i padri vengono espulsi dal mondo del lavoro, i figli non riescono neppure ad entrarvi. Il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è sceso nel 2010 al 31,7% (nel 2009 era del 33,3%): praticamente, meno di un giovane su tre ha un impiego. Condizione drammatica anche per le giovani donne, il cui tasso di occupazione nel 2010 ha toccato quota 23,3%, 25 punti in meno rispetto al Nord del Paese (56,5%): di fatto, tre su quattro non hanno lavoro.
Il peso della manovra. Brutte notizie per il Meridione arrivano anche dalla manovra di bilancio. Secondo Svimez, l’effetto cumulato delle manovre 2010 e 2011 dovrebbe pesare in termini di quota sul pil 6,4 punti al Sud (di cui 1,1 punti nel 2011, ben 3,2 punti nel 2012, 2,1 nel 2013) e 4,8 punti sul Pil del Nord (1 nel 2011, 2,4 nel 2102, 1,4 nel 2013). Per quanto riguarda gli incrementi delle entrate, il 76% si realizzerebbe al Centro-Nord e il 24% al Sud, ricalcando così il peso delle diverse aree in termini di produzione della ricchezza.
La fuga dal deserto. Dal 2000 al 2009, segnala il Rapporto, quasi 600mila uomini e donne sono emigrati dal Meridione. Nel 2009 sono partiti in direzione del Centro-Nord circa 109mila abitanti delle regioni del Sud: in testa la Campania (33.800 partenze), seguita da Sicilia (23.700), Puglia (19.600) e Calabria (14.200). I protagonisti di questa fuga dal deserto del lavoro sono soprattutto uomini, il 21% è laureato (la percentuale sale al 54% se si considerano i diplomati) e la meta preferita (un migrante su 4 nel 2009) è stata la Lombardia. Il Lazio è invece ancora il polo d’attrazione principale per abruzzesi, molisani e campani.
Città svuotate, città in crescita. Tornando al dato decennale (2000-2009), delle 583mila persone che hanno abbandonato il Mezzogiorno ben 108 mila sono partite dalla città di Napoli. L’esodo è stato molto rilevante anche da Palermo (-29mila), Bari e Caserta (-15mila), Catania e Foggia (-10mila). Colpiti anche Torre del Greco (-19mila), Nola ed Aversa (-11mila) e Taranto (-13mila). Di riflesso sono cresciute Roma (+66mila), Milano (+50mila), Bologna (+31mila), Reggio Emilia, Parma e Modena (+13mila), Bergamo e Torino (+11mila), Firenze e Verona (+10mila).
La pausa della crisi. Nel biennio 2009-2010, quando la crisi ha colpito il tessuto industriale del Nord e provocato licenziamenti e ricorso massiccio alla cassa integrazione, le partenze di massa dal Sud hanno avuto una pausa. In quei due anni, i “pendolari di lungo raggio” da Sud a Nord si sono ridotti del 22,7%; circa 40mila in meno del 2008. Tra questi emigrati, pur diminuiti in valori assoluti, è cresciuta però la componente laureata (dal 2004 sono stati il 6% in più del totale), a testimonianza dell’incapacità del Mezzogiorno di assorbire personale qualificato. I laureati emigrano soprattutto da Molise (27,8% del totale), Abruzzo (26,6%) e Puglia (24,8%).
Uno su 4 in partenza. Nel dettaglio, secondo Svimez, nei prossimi venti anni il Mezzogiorno perderà quasi un giovane su quattro, mentre nel Centro-Nord oltre un giovane su cinque sarà straniero. Nel 2050 gli under 30 al Sud passeranno dagli attuali 7 milioni a meno di 5, mentre nel Centro-Nord saranno sopra gli 11 milioni. A quella data, inoltre, ci sarà il sorpasso: la quota di over 75 sulla popolazione complessiva passerà al Sud dall’attuale 8,3% al 18,4% nel 2050, superando il Centro-Nord dove raggiungerà il 16,5%.
Le proposte. Dai numeri, lo Svimez passa poi alle proposte. Per rilanciare il Mezzogiorno e il Paese è più che mai urgente – rileva il rapporto – la realizzazione di grandi infrastrutture di trasporto, per colmare i deficit infrastrutturali dello sviluppo logistico, potenziando i nodi di scambio e intermodali, e le iniziative di sviluppo produttivo collegate, per sfruttare le potenzialità del Mezzogiorno nel Mediterraneo.

   La Svimez stima un costo di 60,7 miliardi di euro, di cui 18 miliardi già disponibili e 42,3 da reperire, da dedicare al potenziamento dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria e della statale “Jonica”; la realizzazione di nuove tratte interne alla Sicilia; l’estensione dell’alta capacità (se non dell’alta velocità) nel tratto ferroviario Salerno- Reggio Calabria-Palermo-Catania; il nuovo asse ferroviario Napoli- Bari; infine, il ponte sullo Stretto.
Secondo Svimez, ci sono alcune aree che mostrano potenzialità di sviluppo come filiere territoriali logistiche rivolte “all’internazionalizzazione delle produzioni ed alla maggiore apertura ai mercati esteri”: area vasta dell’Abruzzo meridionale; area vasta del basso Lazio e dell’alto Casertano; area vasta Torrese-Stabiese; area vasta pugliese Bari-Taranto-Brindisi; area vasta della Piana di Sibari; area vasta Catanese (Sicilia orientale); area vasta della Sardegna settentrionale. (Flavio Bini)

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la sintesi del Rapporto Svimez 2011:

Rapporto Svimez 2011 – Sintesi.pdf

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RAPPORTO ILO/ONU: «UNA GENERAZIONE TRAUMATIZZATA DI GIOVANI LAVORATORI PRECARI E DISOCCUPATI»

da http://www.greenreport.it/ – quotidiano per un’economia ecologica [20 ottobre 2011]

   Nel suo rapporto “Global Employment Trends for Youth: 2011 Update”, l’International labour organization (Ilo) dell’Onu lancia l’allarme sulla possibile traumatizzazione di un’intera generazione di giovani lavoratori che «Si confrontano con una pericolosa miscela di disoccupazione costantemente elevata, inattività e lavoro precario crescente nei Paesi sviluppati, così come con una moltiplicazione di lavoratori poveri nei Paesi in via di sviluppo».

   Secondo il rapporto «La sfortuna della generazione che arriva sul mercato del lavoro in questo periodo di grande recessione non si traduce solo nel malessere attuale suscitato dalla disoccupazione, dal sotto-impiego e dagli stress dei rischi sociali legati alla disoccupazione e all’ozio prolungato, potrebbe anche avere delle conseguenze a lungo termine, sotto forma di rimunerazioni più basse in futuro e di sfiducia verso il sistema economico e politico».

   L’organizzazione del lavoro dell’Onu sottolinea che «Questa frustrazione collettiva tra i giovani è stata uno dei motori dei movimenti di protesta che hanno avuto luogo in tutto il mondo quest’anno, perché diventa sempre più difficile per i giovani trovare altro che un lavoro a tempo parziale o un impiego temporaneo».

   Il rapporto spiega da questo punto di vista cosa e perché è davvero successo in Medio Oriente ed Africa del Nord: «Nel corso degli ultimi 20 anni, circa un giovane su quattro si è ritrovato disoccupato, malgrado i progressi compiuti in materia di educazione dei ragazzi e delle ragazze». E’ qui che è scaturita la scintilla che ha infiammato le rivolte arabe.

   Il numero assoluto dei giovani disoccupati sarebbe però leggermente diminuito dopo il picco raggiunto nel 2009: da 75,8 à 75,1 milioni alla fine del 2010, cioè il 12,7%, e dovrebbe scendere a 74,6 milioni nel 2011, il 12,6%. Pero il rapporto attribuisce questo miglioramento al fatto che sempre più giovani si ritirano dal mercato del lavoro e non lo cercano nemmeno più: «Questo è particolarmente vero per le economie sviluppate e per l’Unione europea».

   Una tendenza particolarmente forte nell’ex tigre celtica del turbocapitalismo, l’Irlanda, dove il tasso di disoccupazione giovanile nel 2010 era del 27,5 % contro il 18,5 del 2007, ma che sarebbe in realtà del 46,8% perché un bel pezzo di disoccupazione è dissimulata nel sistema educativo.

   Durante la crisi, l’espansione della manodopera giovanile è stata ben inferiore alle attese del 2010: nei 56 Paesi che hanno dati credibili il mercato del lavoro ha accolto 2,6 milioni di giovani, molto meno del previsto dalle tendenze a lungo termine pre-crisi. La percentuale di coloro che cercano lavoro da oltre 12 mesi nei Paesi sviluppati è molto più elevata tra i giovani che tra gli “adulti”: in Italia, Grecia, Slovacchia e Gran Bretagna i giovani sono da due a tre volte più a rischio disoccupazione di lunga durata degli adulti.

   Tra il 2007 e il 2010 il tasso di lavoro a tempo parziale tra i giovani è aumentato in tutti i Paesi sviluppati, esclusa la Germania, con punte del 17% in più in Irlanda e dell’8,8% in Spagna, lasciando pensare che il lavoro precario sia l’unica opzione a disposizione dei giovani. Alla fine del 2010 praticamente tutti i giovani avevano un lavoro a tempo parziale in Canada, Danimarca, Olanda e Norvegia. Eppure la percentuale di giovani lavoratori che vorrebbe lavorare di più supera quella degli adulti in tutti i Paesi europei, escluse Germania ed Austria.

   I Paesi in via di sviluppo a basso reddito sono prigionieri di un circolo vizioso povertà-lavoro: «Se si studia la disoccupazione giovanile in maniera isolata – spiega l’Ilo – si potrebbe credere a torto che la gioventù dell’Asia del Sud o dell’Africa sub sahariana esca bene dal rapporto rispetto a quella delle economie sviluppate. Infatti il rapporto elevato occupazione-popolazione per i giovani delle regioni più diseredate vuole semplicemente dire che questi giovani non hanno altra scelta che lavorare. A livello mondiale, si hanno molti più giovani che sono intrappolati nella loro condizione di lavoratori poveri che giovani senza lavoro o che cercano un impiego».

   Il rapporto propone una serie di iniziative politiche per promuovere l’occupazione giovanile, quali: «Elaborare una strategia integrata di crescita e di creazione di posti di lavoro basata sui giovani; migliorare la qualità degli impieghi rafforzando le normative sul lavoro; investire nell’insegnamento e in una formazione di qualità e, forse ancora più importante, perseguire politiche finanziarie e macroeconomiche che puntino a togliere gli ostacoli alla ripresa economica».

   José Manuel Salazar-Xirinachs, direttore esecutivo del settore lavoro dell’Ilo, spiega che «Queste nuove statistiche riflettono la frustrazione e la collera che sentono milioni di giovani nel mondo. I governi si devono sforzare di trovare delle soluzioni innovative per intervenire sul mercato del lavoro, per esempio affrontando il divario di competenze tra l’offerta e la domanda, offrendo un accompagnamento alla ricerca di lavoro, una formazione al mestiere di imprenditore, delle sovvenzioni per le assunzioni, ecc.

   Queste misure possono veramente fare la differenza ma, alla fine dei conti, maggiori posti di lavoro dovranno essere creati grazie a delle misure esterne al mercato del lavoro per togliere gli ostacoli alla ripresa della crescita, soprattutto accelerando il recupero del sistema finanziario, la ristrutturazione e la ricapitalizzazione delle banche, al fine di rilanciare il credito alle
piccole e medie imprese
e realizzando dei veri progressi per riequilibrare la domanda mondiale».

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dal sito http://intermarketandmore.finanza.com/: LA SITUAZIONE DELLA DISOCCUPAZIONE IN EUROPA - MAPPA dell’ISTITUTO DI STATISTICA EUROPEO (EUROSTAT) con dati aggiornati al giugno 2011, che riguardano i giovani disoccupati con età compresa tra 15 e 24 anni. (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA: il colore verde segna la maggiore disoccupazione (nell’immagine ingrandita leggere la legenda in alto a sinistra). Nota: i dati riportati nei seguenti grafici e tabelle mostrano il dato più recente disponibile (compreso fra giugno e agosto 2011) del tasso di disoccupazione destagionalizzato nella fascia compresa fra 15 e 24 anni (alcuni dati sono previsionali). IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE VIENE DEFINITO COME NUMERO DI DISOCCUPATI IN PERCENTUALE DELLA FORZA LAVORO sulla base della definizione usata dall’UFFICIO INTERNAZIONALE DEL LAVORO (ILO). Comprende: - i senza lavoro; - chi è disponibile ad iniziare un lavoro entro le prossime due settimane; - chi era attivamente alla ricerca di un lavoro nelle ultime quattro settimane oppure ha trovato un lavoro che inizierà entro i prossimi tre mesi. RISULTA EVIDENTE COME I PAESI CHE SI AFFACCIANO SUL MEDITERRANEO SIANO QUELLI PIÙ COINVOLTI DALLA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE

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 INDIGNADOS NEL MONDO

da http://www.newnotizie.it/  del 16/10/2011

   Gli indignados hanno manifestato in tutto il mondo in maniera pacifica contro il sistema bancario e le speculazioni finanziarie che stanno distruggendo la vita di milioni di persone. In alcune città ci sono stati disordini e violenze, ma solo a Roma la violenza ha avuto il sopravvento sulla manifestazione pacifica.

   Gli Indignati hanno manifestato in 952 città sparse in 82 Paesi del mondo. Milioni di persone sono scese in piazza contro la crisi economica, il precariato, la totale assenza di prospettive, le ingiustizie dell’attuale sistema socio-economico.

   Da Sidney a Taiwan, da New York a Madrid si infiammano le piazze di tutto il mondo. A New York la protesta si è concentrata attorno al distretto finanziario di Manhattan, blindato dalla polizia. Gli Indignati si sono dati appuntamento al quartier generale di Zuccotti Park e davanti alla sede della Chase Bank, una delle grandi banche beneficiarie del salvataggio da parte dello Stato.

   «Le banche sono salve, noi no», urlavano i manifestanti. A Sydney circa duemila persone, tra cui rappresentanti degli aborigeni, partiti comunisti e organizzazioni sindacali, hanno protestato fuori dalla Banca Centrale. A Tokyo si è sentita a gran voce la protesta degli antinuclearisti, indignati dopo la strage di Fukushima. A Londra gli organizzatori della protesta avrebbero voluto allestire un campo davanti alla Borsa, ma agenti di polizia hanno impedito loro l’accesso.

indignados a Berlino il 15 ottobre

   Sugli striscioni dei manifestanti si legge: «Noi siamo il 99%’ e i banchieri vengono salvati, noi venduti». Julian Assange è sceso in piazza con gli “Indignati”; queste le parole del fondatore di Wilikeaks «Oggi è una combinazione di sogni che si avvera, che molti popoli in giro per il mondo, dal Cairo a Londra, hanno lavorato perché diventassero realtà. Quello a cui siamo stati sottoposti è una distruzione dello stato di diritto. Questo movimento non è per la distruzione della legge, ma per la costruzione della legge».

   A Torino alcune centinaia di manifestanti hanno presidiato il palazzo della Regione Piemonte; non potevano mancare gli esponenti del movimento No-Tav. A Manila un piccolo gruppo di manifestanti si è diretto verso l’ambasciata americana con slogan come «Abbasso l’imperialismo americano» e «Filippine non in vendita». A Francoforte circa 6mila manifestanti si sono dati appuntamento davanti alla sede della Banca centrale europea (BCE), dove si erge il grande simbolo blu e giallo dell’euro. «Non svendiamo la democrazia alla BCE», recita un cartellone, o «Rompiamo la dittatura del capitalismo» si legge su un altro.

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Indignados
UN CAMBIO DI REGIME GLOBALE

da “il manifesto del movimento” per le manifestazioni in tutto il mondo del 15 Ottobre scorso sottoscritto da Naomi Klein, Vandana Shiva, Michael Hardt, Noam Chomsky e Eduardo Galeano
   Il 15 ottobre 2011, uniti nella nostra diversità, uniti per il cambiamento globale, chiediamo una democrazia globale: governance globale del popolo e per il popolo.

manifestazione a Madrid

   Ispirati dalle nostre sorelle e fratelli in Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Bahrain, Palestina, Israele, Spagna e Grecia, anche noi chiediamo un cambio di regime: un cambio di regime globale. Nelle parole dell’attivista indiana Vandana Shiva, oggi chiediamo di sostituire il G8 con l’umanità intera, il G7.000.000.000.

   Le istituzioni non democratiche a livello internazionale sono il nostro Mubarak globale, il nostro Assad globale, il nostro Gheddafi globale. Queste includono il Fondo monetario internazionale (Fmi), l’organizzazione internazionale del commercio (Wto), i mercati globali, le banche multinazionali, il G8, il G20, la Banca centrale europea ed il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Come successo con Mubarak e Assad, a queste istituzioni non sarà permesso di continuare a gestire la vita delle persone senza il loro consenso.
Nasciamo tutti uguali, ricchi o poveri, donne o uomini. Ogni africano o asiatico è uguale ad ogni europeo o americano. Le nostre istituzioni globali devono riflettere questo, o altrimenti devono essere abbattute. Oggi, più che mai, forze globali influenzano la vita delle persone.

   Il nostro lavoro, la nostra salute, il nostro diritto alla casa, la nostra educazione e le nostre pensioni sono controllate da banche globali, paradisi fiscali, multinazionali e soggette a crisi finanziarie. Il nostro ambiente è distrutto da inquinamento in altri continenti. La nostra sicurezza è determinata da guerre internazionali e dal traffico internazionale di armi, droga e risorse naturali.

   Stiamo perdendo controllo sulle nostre vite.  Questo deve finire. Questo finirà. I cittadini del mondo devono prendere il controllo sulle decisioni che li influenzano a tutti i livelli – dal global al locale.
Questa è la democrazia globale. Questo è quello che chiediamo oggi. Come gli zapatisti del Messico, diciamo «Ya basta! Qui il popolo comanda e il governo ubbidisce».

   Ora Basta! Qui il popolo comanda e le istituzioni globali ubbidiscono. Come gli spagnoli di Tomalaplaza, diciamo Democracia Real Ya!: vera democrazia globale adesso! Oggi ci appelliamo ai cittadini del mondo: globalizziamo Tahrir Square! Globalizziamo Puerta del Sol.

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GLI INDIGNADOS NON SONO UNTORI: LA POLITICA RIPARTA DALL’EGUAGLIANZA

di MASSIMO MUCCHETTI, Da “il corriere della sera” del 20 ottobre 2011

   E dopo? Dopo la condanna, senza se e senza ma, delle distruzioni inflitte alla città di Roma, preso l’impegno a punire i responsabili dei reati e a migliorare per il futuro la prevenzione e il contrasto della violenza di piazza, dopo tutto questo che cosa diciamo agli indignati pacifici che restano i più? Ernesto Galli della Loggia dice: torniamo alla politica; l’indignazione di per sé non risolve.

   Giusto. Ma a quale politica? In Italia e all’estero i cortei scandiscono slogan marxisteggianti. Si critica il capitalismo finanziario. Si invoca il default come se questo elegante anglicismo fosse la modernizzazione vincente della lotta di classe e non l’ammissione cruda di un fallimento. Che pagheremmo tutti. Ma bastano questi segni a fare degli indignados un movimento rivoluzionario da affrontare con il manganello per gli eversori e le esortazioni a studiare di più e manifestare di meno per tutti gli altri?

   Temo che, fatta rispettare la legge, quanti oggi hanno l’età e il rango per esercitare il potere non abbiano il diritto di impartire troppe lezioni, ma abbiano di dovere di dialogare e capire. Anche quando gli indignados sembrano volere tutto e il contrario di tutto.
I movimenti allo stato nascente come questo, che dal Nord Africa è dilagato nel Primo Mondo, sono aperti a esiti differenti; accolgono e restituiscono gli stimoli più diversi. Se c’era un politico lontano dal ’68, questi era Aldo Moro. Eppure, Moro non si arroccò nella sua cultura.

   Si interrogò, invece, sui tempi nuovi, che quel movimento internazionale annunciava, e individuò un rimedio politico di un respiro così ampio che venne assassinato dalle Br: includere il Pci nella democrazia governante per togliere fiato alla sovversione. Il Psi craxiano considerava quel compromesso storico l’immeritata consacrazione dei comunisti senza che questi avessero fatto una loro Bad Godesberg. Lo osteggiò al punto di incrinare il fronte repubblicano durante la prigionia di Moro. Ma fu quello stesso Psi a guidare l’Italia nel referendum sulla scala mobile contro il radicalismo sindacale e berlingueriano.
La democrazia ha già perduto gli indignados? Non anticipiamo sentenze. Non abbiamo bisogno di trasformare tanti giovani in untori da condannare a prescindere, novelli giudici della Colonna Infame. D’altra parte, se si fossero già persi, dovremmo pur chiederci come mai non ci siamo accorti del loro smarrimento. Eravamo troppo presi a creare valore per gli azionisti per accorgerci che, nella meritocrazia del capitalismo finanziario, un medico ospedaliero di oltre 30 anni, con 5 di specialità, prende 1500 euro al mese, da precario?
Avere qualcosa di serio e di onesto da dire non è facile. Se i governi ne fossero stati capaci, il movimento non sarebbe esploso. Ma all’Italia almeno converrebbe non dimenticare come, negli anni Ottanta, domò il terrorismo che prese corpo e slancio dai movimenti giovanili del 1977, non tutti e immediatamente devoti alla lotta armata. Più o meno come potrebbe accadere agli indignados.
La battaglia fu vinta con la forza, l’intelligence e la legislazione premiale. Ma anche con tre decisioni politiche: ristrutturare le grandi fabbriche avendo buoni prodotti da costruire e da vendere; contrastare l’inflazione abolendo gli automatismi salariali; comprare consenso con la spesa pubblica, sociale e non, finanziata con sempre più debito pubblico, a tassi ben superiori all’inflazione. Un trasferimento di ricchezza reale, quest’ultimo, a favore dei ceti medi e alti. Pur inferiore a quella degli anni Settanta, la crescita continuò fino a quando l’ammontare del debito pubblico, in regime di libera circolazione dei capitali, espose l’Italia al rischio di insolvenza.
Avevamo alternative più virtuose? Certo, la coesione sociale si poteva avere anche senza pensioni baby; tenere in vita imprese decotte per disarmare qualche disperato è costato troppo. Ma oggi conta rilevare che quelle scelte, per quanto discutibili, erano comunque praticabili. I partiti di massa sapevano parlare a una parte rilevante del Paese.

   L’industria manifatturiera non aveva ancora subìto l’eclissi delle grandi imprese e i servizi erano in crescita, sia pur drogati dalla spesa pubblica; e questo significava lavoro, spesso qualificato. Ma soprattutto l’Italia poteva usare la leva del debito pubblico verso i ceti più poveri, con la spesa sociale, e verso i più ricchi, pagando interessi reali elevati, perché partiva da un debito pubblico basso in un Occidente in ripresa.
Nell’autunno caldo 2011, con la recessione che incombe di nuovo sull’Occidente, la crisi di fiducia nei debiti sovrani in Europa e la moneta unica che ci preclude la svalutazione, abbiamo le armi classiche tutte spuntate. Ma includere i ragazzi in un progetto condiviso resta l’imperativo.

   Per riuscirci, potremmo cominciare con l’ascoltare il motivo di fondo delle loro proteste: la critica della disuguaglianza. Ricordando che l’eccessiva concentrazione della ricchezza fa male all’economia, come diceva il marchese Cesare Beccaria, docente a Milano per conto dell’imperatrice Maria Teresa. (Massimo Mucchetti)

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la disoccupazione giovanile in Italia in rapporto agli altri paesi europei

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DRAGHI: «I GIOVANI? HANNO RAGIONE A PRENDERSELA CON LA FINANZA»

– Il governatore parla degli indignados. Poi, dopo gli scontri di Roma, commenta: «Un gran peccato» –

di Stefania Tamburello, da “il Corriere della Sera” del 15/10/2011

PARIGI – «Hanno ragione». «I giovani, hanno ragione a prendersela con la finanza come capro espiatorio». Mario Draghi governatore della Banca d’Italia e prossimo presidente della Bce, commenta così la manifestazione di Roma contro le banche degli Indignati.

   I «Draghi ribelli» si fanno chiamare e la definizione non dispiace al governatore. «La notizia oggi non è a Parigi, ma a Roma», dice prima di partecipare ai lavori del vertice dei ministri finanziari e dei governatori del G20 sulle strategie da attuare per arginare crisi che si svolgono nella capitale francese. «Siamo arrabbiati noi contro la crisi, figuriamoci loro che hanno venti, trenta anni. Hanno aspettato, aspettano tanto. Per noi non è stato così», aggiunge il governatori che sulle difficoltà dei giovani a trovare un lavoro ha dedicato gli interventi più recenti.

   È un movimento internazionale, il cui appello può essere ascoltato – fa capire il governatore – a patto che le manifestazioni restino pacifiche. Un desiderio, quello delle manifestazioni pacifiche, che il Governatore non ha visto esaudito: a Roma gli incidenti ci sono stati. «Un gran peccato», ha commentato Draghi quando lo ha saputo.

GEITHNER: CAPISCO PREOCCUPAZIONE, GOVERNO USA AL LAVORO – Anche il Segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner, ha affermato a Parigi di comprendere le preoccupazioni dei manifestanti del movimento Occupy Wall Street, assicurando che l’amministrazione americana sta adottando misure adeguate per affrontare gli squilibri economici. «Quello a cui stiamo assistendo è l’espressione del timore che l’economia Usa non stia crescendo in tempi rapidi, che il tasso di disoccupazione non stia calando più velocemente e che non ci sia un aumento dei salari – ha detto Geithner – la gente vuole che il governo, che Washington, agisca per migliorare subito la situazione».

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GLI INDIGNADOS ITALIANI: ECCO CHI SONO

7 set 2011 – da http://www.gqitalia.it/

   Hanno dai 16 ai 60 anni. Sono studenti, precari, cassaintegrati e pensionati. Tutti con gli stessi obiettivi, ma senza un leader.

   In principio fu un libro. Un pamphlet scritto da Stephané Hessel, partigiano francese, oggi 93enne, che sollecitava i giovani ad arrabbiarsi, recuperare le ambizioni e la voglia di cambiare la società. Poi c’è stata la crisi economica, che ha portato con sé aumento del precariato, della disoccupazione, dell’inflazione e un costo della vita proibitivo per i giovani che vedevano sfumare, sempre più velocemente, le speranze per il futuro.

DA INDIGNADOS A INDIGNATI

I primi a indignarsi, seguendo il monito di Hessel sono stati gli spagnoli che hanno dato vita al Movimento 15-M, 15 di maggio, data in cui hanno occupato 58 piazze del Paese. Da Madrid a Bilbao. Nel giro di pochi mesi gli indignados hanno cominciato a parlare anche italiano. (…)

   (…)Gli indignados all’italiana sono un movimento che raccoglie persone di tutte le età e le condizioni: studenti, precari, disoccupati e pensionati.Uniti dalla voglia di cambiare il paese e di creare una vera democrazia partecipativa, senza nessuna appartenenza politica specifica.

LA PROTESTA CORRE SU INTERNET

   Come in Spagna, il dissenso ha cominciato a serpeggiare su internet, versione aggiornata e “social” dei collettivi e delle assemblee sessantottine. Su Facebook e Twitter si è aperto lo spazio dove tutti possono sfogare, o meglio “postare” la propria indignazione. Gruppi di giovani scontenti si sono ritrovati in rete per condividere la rabbia di una classe politica sempre più disinteressata a loro. In poco tempo su Facebook sono nati decine e decine di gruppi che si rifanno a quegli spagnoli. Quello che conta più iscritti (quais 15.000) è, appunto, Indignados!!”.

   Ma l’unico movimento nazionale che si rifà a quello spagnolo è “Italian Revolution – Democrazia Reale Ora“, che è anche inserito nel movimento internazionale World Revolution e che organizza concretamente le proteste di piazza”, precisa Simone.”Fanno parte del movimento tutti i cittadini che hanno preparazione e voglia di rimboccarsi le maniche per cambiare questo paese e lavorare per il bene comune. Cosa che la politica degli ultimi anni non è riuscita a fare”. Tutti, dunque, possono indignarsi.

   Delusi dalla politica, giovani ribelli, lavoratori arrabbiati. Chi sono veramente gli Inidignados italiani? Cosa fanno e, soprattutto,cosa chiedono?

TANTE ANIME…

Tra gli Indignati ci sono studenti di liceo, come Mirko, che si è avvicinato al movimento per curiosità e ora si occupa della propaganda del gruppo Facebook. “Un popolo che sa indignarsi è un popolo che ragiona-racconta il 17enne- Ma non credo che i politici siano tutti uguali e tutti incompetenti. Ho ancora fiducia nella politica, quella fatta da gente onesta. Mi piacerebbe un sistema come quello islandese, dove sono i cittadini a votare le leggi”.

   Anche Simone 40 enne toscano, disoccupato dopo una esperienza di mobbing, non crede nell’antipolitica a prescindere, ma non accetta che “le caste ci credano tutti così imbecilli da prendere per buone le loro spiegazioni illogiche. Potrebbero migliorare la situazione e non fanno altro che peggiorarla. Non possiamo lasciare che siano loro a decidere per noi”. C’è poi Loredana, che ama definirsi “una bambina di 55 anni, che non ha mai smesso di sognare” e che vorrebbe “un ‘unità di popolo che in Italia non c’è mai stata e un’unione di partiti, sindacati e movimenti già famosi, per uno scopo comune. O ancora Federico, medico 57enne, padre di due figli, che crede nel potenziale di Facebook “come mezzo per sostenere la crescita della coscienza civile dei giovani italiani

E NESSUN LEADER
   Un movimento composito, in cui tutti possono trovare spazio e in cui, alla fine, nessuno comanda veramente. Una protesta democratica, come internet, il media che l’ha creata.Gli indignati italiani non hanno un leader, non hanno una Camila Valejo, la bella pasionaria 23enne che sta infiammando il Cile, o una Daphne Lee, la 25enne regista israeliana, che ieri ha portato per le strade di Tel Aviv 250.000 persone per protestare contro il governo di Bibi Nethanyau. “E nemmeno la cerchiamo”-precisa Chiara, rappresentante della piazza romana di International Revolution.

   “Nelle assemblee cittadine ci sono a turno moderatori, segretari, personale di commissione, portavoce, ma nessuno ha più importanza degli altri. Nemmeno tra le varie piazze c’è una direzione, ma solo un coordinamento. Quello nazionale trasmette poi a quello Internazionale le scelte nate dal basso. Nessuna modifica personale può essere fatta dal coordinamento. Solo una gestione del pensiero comune scaturito dalle assemblee settimanali”, spiega Simone, coordinatore di Catania. Forse l’assenza di un leader contribuisce a creare un po’ di confusione negli obbiettivi concreti. C’è chi parla di movimento di protesta pacifico, chi di rivoluzione, chi si rifà ad ideali politici, chi invece nega qualunque modello di partito e qualunque icona di riferimento.

   Sui “wall” del gruppo Facebook Indignados!! c’è anche chi lamenta la mancanza di un portavoce “che sappia parlare con i giornalisti, altrimenti sembriamo confusi e disorganizzati”.

GLI OBIETTIVI
   A tirare le fila ci hanno comunque pensato i coordinatori di piazza, che hanno stilato un lista obiettivi concreti. Svegliare gli italiani dal torpore del disinteresse verso la politica, combatter l’individualismo, aprirsi all’immigrazione, creare una vera democrazia rappresentativa e delle prospettive reali per il futuro dei giovani, ridurre il potere delle multinazionali e delle banche, a partire dalla Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale, superare l’attuale sistema partitico che non rappresenta il popolo, ma è autorefernziale. (da http://www.gqitalia.it/ )

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L’ISTAT RACCONTA DEI GIOVANI SENZA PRESENTE

02/06/2011 da http://www.sbilanciamoci.info/

Pubblichiamo la prima parte di uno studio di Armanda Cetrulo sulla generazione di precari di 15-30 anni che l’Italia sta bellamente sacrificando

   (A fine maggio) è stato presentato il Rapporto annuale dell’Istat sulla situazione economica del nostro paese. La sua pubblicazione ha scatenato numerosi dibattiti nei giorni immediatamente successivi per poi finire velocemente nel dimenticatoio, come spesso accade ormai sui temi d’economia. I dati più interessanti presenti nel Rapporto sono sicuramente quelli riguardanti il mercato del lavoro e la situazione occupazionale giovanile.

   Per l’Italia, la crisi ha infatti messo in evidenza i suoi nodi più problematici, dalle forti disparità territoriali alle difficoltà di inserimento dei giovani, dalla segmentazione tra italiani e stranieri, tra uomini e donne, alla crescita del tasso di inattività. Ciò nonostante, il nostro paese continua a caratterizzarsi per un tasso di disoccupazione inferiore alla media europea (al punto da spingere il ministro dell’Economia a dichiarare addirittura che l’Italia “offre molti posti di lavoro e il problema va rintracciato nell’offerta più che nella domanda”).

   Il dato della disoccupazione non può però essere letto da solo, ma va accompagnato da quello relativo all’inattività, considerevolmente più elevato rispetto alla media europea. Tale aspetto non va trascurato, poiché come vedremo la crescita esponenziale degli inattivi tra i più giovani rappresenta un dato allarmante che compromette il futuro dell’Italia.

Biennio della crisi: uno sguardo europeo

In Europa la crescita dell’occupazione si è interrotta nel secondo semestre del 2008, registrando complessivamente nel biennio 2009-2010 una riduzione di 5.2 milioni di unità (di cui 4 milioni solo nel 2009) e ha iniziato la sua ripresa nella metà del 2010. Il numero dei disoccupati è passato da 16,6 milioni nel 2008 a 22,9 milioni nel 2010 (di cui un quinto spagnoli).

   Senza dubbio in numerosi paesi europei, l’adozione di misure di sostegno (definite da molti teorici un ostacolo alla liberalizzazione del mercato e al suo naturale sviluppo) e di forme di flessibilità interna all’azienda (come la riduzione degli orari con l’intento di salvaguardare i posti di lavoro), ha svolto un ruolo chiave nel contenere ed evitare l’esplosione di acute crisi sociali (pur risultando comunque insoddisfacenti e incomplete).

Italia

In un contesto così difficile, superficialmente sembra quasi che l’Italia se la cavi meglio degli altri con un tasso di disoccupazione dell’8.4% inferiore a quello medio europeo del 9.3%. Ma a influenzare tale valore è un altro tasso, quello di inattività che raggiunge nel nostro paese il 37,8%, quasi 9 punti percentuali in più rispetto a quello medio europeo (29%).

   Ad allarmare maggiormente è la forte prevalenza dei più giovani tra gli inattivi, segno che un elevato senso di scoraggiamento si sta diffondendo tra chi si affaccia oggi sul mondo del lavoro. L’effetto della crisi è stato senza dubbio dirompente: nel biennio, trascurando il peso dell’economia sommersa, il numero degli occupati è diminuito di 532mila unità, in particolare nel Sud Italia 280mila persone hanno perso il posto di lavoro, al Nord 228mila. Nel complesso, i divari territoriali all’interno del paese si sono notevolmente aggravati, basti pensare che oggi il tasso di occupazione al Nord è di oltre 20 punti percentuali più elevato di quello al Sud.

   Ad essere colpiti sono stati sia gli uomini che le donne, anche se di fatto le possibilità lavorative per le donne risultano in costante peggioramento (per esempio, circa 800mila donne madri hanno dichiarato di essere state licenziate o costrette a dimettersi in occasione di una gravidanza).

   Ma a subire in assoluto la maggiore caduta in termini occupazionali sono stati proprio i giovani italiani nella fascia d’età tra i 15 e i 29 anni che in 501mila hanno perso il lavoro nel biennio 2009-2010. Tale valore appare incredibile se lo si confronta con il dato relativo all’intera popolazione e in effetti, come l’Istat sottolinea, in termini relativi la flessione dell’occupazione giovanile è stata, sia nel 2009 che nel 2010, oltre cinque volte più elevata di quella complessiva! Il peso della crisi si è riversato quasi completamente sulle giovani generazioni.

   In effetti, dopo una crescita sostenuta dell’occupazione, prevalentemente precaria, a partire dalla metà del 2008 le prospettive occupazionali offerte ai giovani sono man mano peggiorate al punto da raggiungere il picco massimo di disoccupazione giovanile del 28,9% nel novembre 2010, quando era occupato circa un giovane ogni 2 al Nord, meno di 3 ogni 10 nel Mezzogiorno.

   Vi sono in particolare alcuni aspetti che è necessario approfondire in merito al persistente calo dell’occupazione giovanile.

1) Composizione della disoccupazione: differenze di genere e distribuzione territoriale

In termini assoluti la caduta dell’occupazione giovanile sembra aver colpito maggiormente la componente maschile e le realtà del Nord Italia, ma se consideriamo il ritmo sostenuto della caduta occupazionale al Sud e il diverso livello di partecipazione al mondo del lavoro, possiamo concludere che la crisi ha senza dubbio acuito i divari territoriali e ha peggiorato la condizione femminile.
   Ancora oggi essere una giovane donna del Sud Italia significa avere meno della metà se non un quarto delle opportunità offerte a un giovane coetaneo maschio del Nord Italia.

2) Istruzione e contratti precari

Quando nel gennaio 2011 il ministro della gioventù Meloni presentò il suo “Piano per l’occupazione giovanile”, spiegò che una delle cause principali dell’elevato tasso di disoccupazione giovanile andava rintracciata in una certa “inattitudine all’umiltà” dei giovani italiani, disinteressati a svolgere quei lavori manuali così fortemente richiesti dalle imprese.

   Partendo dal presupposto, logico e razionale, che sia più che legittimo per un giovane aspirare a un elevato livello di formazione personale e professionale, al fine di raggiungere una migliore condizione di vita, è necessario però ammettere un dato. Il sistema economico italiano appare oggi più che mai incapace di dare spazio ai giovani laureati altamente qualificati.

   L’ultimo rapporto Alma Laurea parla di un forte aumento della disoccupazione tra i giovani laureati di I e II livello e sottolinea il paradosso per cui i laureati di II livello (laurea specialistica) risultano quasi svantaggiati dalla loro eccessiva preparazione.

   In effetti il grado di istruzione non sembra aver protetto i giovani dalla crisi. La partecipazione al mondo del lavoro è calata in misura maggiore per i laureati rispetto ai giovani diplomati e a essere colpite insieme alle professioni operaie e del settore industriale, sono state proprio le professioni tecniche più qualificate (ingegneri, architetti, medici, ricercatori); mentre a registrare un aumento dell’occupazione sono stati esclusivamente i settori della ristorazione e gli esercizi commerciali.

   Per comprendere come mai l’istruzione abbia progressivamente smesso di essere un mezzo capace di garantire migliori prospettive occupazionali, è necessario considerare le riforme del lavoro susseguitesi dal 1993 in poi.

   È ormai chiaro che l’introduzione della “flessibilità”, dopo aver generato un iniziale aumento dell’occupazione, ha determinato, tra gli altri effetti, un cambiamento nelle scelte imprenditoriali e produttive delle imprese italiane, le quali hanno deciso di abbattere i costi di produzione domandando lavoro meno qualificato e più conveniente e tagliando il più possibile gli investimenti in capitale e tecnologia.

   Va poi precisato che proprio quei contratti precari che avevano fatto registrare variazioni positive dell’occupazione, considerati da alcuni la prova evidente che la causa della disoccupazione stava nell’eccessiva regolamentazione del mercato del lavoro, sono stati i primi in assoluto a essere spazzati via dalla crisi, seguendo l’ effetto “luna di miele

   Le difficoltà incontrate dai giovani laureati indicano inoltre l’esistenza del rischio elevato di ricoprire posizioni occupazionali qualitativamente inferiori rispetto al proprio titolo di studio.

   In effetti analisi di diversi autori, hanno dimostrato che il lavoro precario comporta un rischio significativamente più elevato di sovraqualificazione rispetto a un lavoro a tempo indeterminato. È più probabile che un giovane al suo primo impiego si ritrovi a svolgere un lavoro dequalificato, al punto che in alcuni casi risulta razionalmente preferibile rifiutare un lavoro precario che potrebbe condizionare negativamente la propria carriera professionale e personale, e aspettare di trovare invece un lavoro a tempo indeterminato!

   Infatti, non è assolutamente detto che una volta ottenuto un lavoro precario, sia facile raggiungere con il tempo un’occupazione migliore: ci troviamo di fronte a una vera e propria trappola della precarietà, in un contesto in cui la possibilità per un giovane di passare da un lavoro atipico a uno standard diminuisce continuamente, nel 2009 per esempio ogni 100 giovani atipici solo 16 ottenevano un posto fisso l’anno successivo.

   L’Italia oggi ha l’obbligo di scegliere in che modo competere con le altre economie industrializzate: può decidere di perseguire la strada della compressione dei costi di produzione (a partire dai salari, già tra i più bassi d’Europa) e della scarsa innovazione in capitale fisico e sociale; oppure, investire in ricerca e sviluppo, avviare un nuovo piano industriale e adottare interventi strutturali di politica economica.

   Ma, considerate le dichiarazioni dei ministri Meloni e Sacconi, la strada intrapresa dal governo non appare esattamente quella economicamente e socialmente più giusta. (da http://www.sbilanciamoci.info/ )

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