Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio

L’ITALIA SONO ANCH’IO – essere nati e cresciuti in Italia, parlare, pensare vivere come gli altri coetanei italiani ma non poterlo essere (italiani) – La raccolta di firme per UNA PROPOSTA DI LEGGE che riconosca lo “IUS SOLI”

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   Sono 572mila i minori “stranieri” finora nati nel nostro Paese, che non viene loro riconosciuta la cittadinanza (pur vivendo, giocando, andando a scuola con coetanei “italiani”), e la loro integrazione non può più essere affrontata in una logica di emergenza. Per questo 19 associazioni del mondo del volontariato hanno iniziato una raccolta firme per due proposte di legge per il riconoscimento dello IUS SOLI.

   Lo “ius soli” fa riferimento alla nascita sul “suolo”, sul territorio dello Stato e si contrappone, nel novero dei mezzi di acquisto del diritto di cittadinanza, allo “ius sanguinis”, imperniato invece sull’elemento della discendenza o della filiazione. Per i paesi che applicano lo ius soli, come il caso della Francia, è cittadino originario chi nasce sul territorio dello Stato, indipendentemente dalla cittadinanza posseduta dai genitori.

   La legge 91 del 1992 indica il principio dello ius sanguinis come unico mezzo di acquisto della cittadinanza a seguito della nascita, mentre l’acquisto automatico della cittadinanza per ius soli continua a rimanere limitato ai figli di ignoti, di apolidi, o ai figli che non hanno diritto alla cittadinanza dei genitori.

   E’ pur vero che in un provvedimento varato dal Consiglio dei ministri del 4 agosto 2006 si introduce una prima formulazione di “ius soli”, con la previsione dell’acquisto della cittadinanza italiana da parte di chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui uno almeno sia residente legalmente in Italia senza interruzioni da cinque anni al momento della nascita.

   Insomma una normativa complessa, ma su un diritto così importante come quello della cittadinanza, è giusto che le cose siano chiare e ben specificate, perché essere cittadini dà sì dei diritti ma anche dei doveri.

   Lo ius sanguinis, vigente ora nel sistema giuridico italiano, è proprio (storicamente naturale potremmo dire) di un paese tradizionalmente di emigranti: cioè l’Italia dà la cittadinanza ai figli di italiani, che siano nati a Roma o a Buenos Aires.

   Ora (dal 1990 circa in poi, con l’arrivo in Italia di immigrati) la legge 91 del 1992 ha stabilito che i figli di cittadini stranieri nati in Italia possono chiedere la cittadinanza tra il 18° e il 19° anno di età, purché dimostrino di aver risieduto in modo legale e continuativo in Italia. Superata questa finestra, la procedura per l’acquisizione diventa uguale a un immigrato appena arrivato. Pertanto anche la normativa attuale lascia dei margini importanti per ottenere la cittadinanza italiana ai ragazzi “stranieri” nati in Italia. In questo senso, l’ANCI ( l’associazione dei comuni), assieme a “Save the children” e a “Rete Generazione 2″, hanno lanciato pochi giorni fa, in ottobre, una campagna informativa denominata “18 ANNI… IN COMUNE!” rivolta proprio ai minori nati in Italia da genitori stranieri che, secondo l’attuale normativa, possono diventare italiani se, oltre a essere stati registrati all’anagrafe, hanno risieduto legalmente in Italia fino alla maggiore età e senza interruzioni. Ma per farlo occorre presentare una richiesta al Comune di residenza entro il diciannovesimo anno di età, sennò si perde il diritto.

   Altra casistica, ben più complicata, è per quei bambini o ragazzi (in ogni caso di minore età) che non sono nati in Italia, pur magari essendoci vissuti fin dalla primissima infanzia. Infatti la attuale legge 91 non fa differenza tra i minori non nati in Italia, anche se vi trascorrono la loro infanzia e la loro formazione, e gli adulti. I minori non nati in Italia sono stranieri a tutti gli effetti, sono sul suolo italiano con permesso di soggiorno e a 18 anni per diventare cittadini italiani debbono dimostrare 10 anni di residenza legale ininterrotta, con lavoro o studio regolari, come tutti gli altri stranieri. Insomma, non nati o nati in Italia, fino al diciottesimo anno per un ragazzo di provenienza extracomunitaria, non è possibile pensare alla cittadinanza italiana.

L’ITALIA SONO ANCH’IO è un’iniziativa popolare di raccolta firme (minimo 50mila entro fine febbraio prossimo) per due proposte di legge che portino, come accade in Francia e in altri paesi, al riconoscimento dello IUS SOLI, cioè il diritto naturale alla cittadinanza per i bambini “stranieri” che nascono in Italia (in questo POST spieghiamo i dettagli dell’iniziativa)

   Le due proposte di legge della campagna L’ITALIA SONO ANCH’IO riguardano innanzitutto il principio fondamentale dell’introduzione nel nostro paese dello ius soli: sono cittadini italiani i nati in Italia che abbiano almeno un genitore legalmente soggiornante (da almeno un anno).

Inoltre, se le due proposte di legge diventeranno ufficiali e saranno approvate dal Parlamento, e per questo le 19 associazioni promotrici (cui vi diamo i dettagli di seguito in questo post) stanno raccogliendo le 50mila firme necessarie (entro fine febbraio del 2012, vedi di seguito come fare se vuoi firmare e far firmare), se tutto l’iter si facesse concreto con l’approvazione legislativa per intero di tutta la proposta formulata, oltre allo “ius soli” per i bambini nati qui (è previsto anche per quelli nati in Italia da genitori privi di titolo di soggiorno ma poi regolarizzati), si verrebbe a riconoscere anche il diritto di cittadinanza per i tantissimi minori che non sono nati in Italia ma ci vivono (ci sono finora vissuti) stabilmente come i loro coetanei italiani.

Cioè ci sarebbe la cittadinanza anche per quei bambini “stranieri” che crescono e vivono in Italia “da normali italiani”, anche se non nati in Italia ma entrati nel nostro paese entro il 10° anno di età, e vi abbiano soggiornato legalmente. Ebbene a loro sarebbe riconosciuta la cittadinanza italiana con la maggiore età.

   Questa cosa del riconoscimento della CITTADINANZA ai “bambini – ragazzi – giovani” ora perfettamente integrati nel nostro paese (con le stesse positive e negative vicissitudini dei giovani italiani di famiglie qui da sempre residenti), questo riconoscimento rappresenterebbe la fine di un “incubo regressivo” vissuto troppo a lungo da noi; cioè della “paura dell’immigrato”, che ha impedito di vedere le cose nel verso giusto, di accorgersi che nessuno toglieva lavoro a nessuno; e anche di poter prevenire e colpire con decisione ogni illegalità da chiunque parte essa provenga, a prescindere.

   Tra le riforme urgenti e necessarie al nostro paese in crisi e declino profondo, quella di un riconoscimento “ovvio” di cittadinanza a chi nasce da noi, ci pare il minimo.

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una legge obsoleta nega la cittadinanza

QUELLI ALUNNI STRANIERI NATI E CRESCIUTI IN ITALIA

di Alessandra Coppola, da “il Corriere della Sera” del 25/10/2011

- Nell’ultimo anno scolastico il 42% degli studenti che non ha la cittadinanza italiana è nato in Italia. In Lombardia il dato sale al 48%. Lo dicono i dati del Ministero dell’Istruzione – La provenienza: romeni e albanesi sono sempre i più numerosi nelle classi, seguiti da marocchini e cinesi -

MILANO – Alla Casa del Sole, elementari e medie nel parco Trotter che a Milano è il ritrovo di molte nazionalità, lo sanno dai registri di classe: sono sempre di più gli alunni stranieri nati in Italia.

   «Un elemento decisivo – sottolinea lo storico, battagliero, preside Francesco Cappelli (appena andato in pensione) -: se i bambini parlano bene l’italiano e crescono in situazioni di stabilità familiare, crollano tutte le differenze che potevano creare difficoltà».

   Lo dicono adesso con il timbro dell’ufficialità anche i dati elaborati dalla Fondazione Ismu per il ministero dell’Istruzione: nell’ ultimo anno scolastico il 42,1 per cento degli studenti che non ha la cittadinanza italiana è nato qui. Un bel salto rispetto a tre anni fa, quando erano il 34,7.

   Nelle scuole dell’infanzia, poi, il numero quasi raddoppia: 78,3. «Diventa sempre più difficile usare la parola “stranieri” – osserva Vinicio Ongini, della Direzione generale dello studente al ministero, uno dei responsabili del rapporto -: in Lombardia il dato sale addirittura al 48 per cento».

   Sorridono i ragazzi della Rete G2-Seconde generazioni: un argomento in più a sostegno della campagna in corso per una legge sulla cittadinanza che riconosca come italiano chi è nato nei nostri confini, introducendo lo ius soli. Non si parla di boom di alunni stranieri, però, avverte Ongini. Al contrario, l’aumento complessivo frena, in modo anche più visibile di quanto si era già registrato per gli adulti.

   Gli studenti non italiani sono 711.064 (il 7,9 per cento del totale), dieci volte di più rispetto a 15 anni fa. Ma se fino al 2008 si sono moltiplicati al ritmo di 60-70 mila all’ anno, nell’ ultima tornata i nuovi ingressi sono stati «solo» 38 mila. Significa meno arrivi e più partenze: «Da una parte è effetto della crisi – continua il ricercatore – dall’altra alcuni nuclei familiari tornano ai Paesi d’origine, per esempio in Romania o in Albania, dove c’è una leggera ripresa».

   Romeni e albanesi restano comunque i più numerosi in classe, seguiti da marocchini e cinesi. A sorpresa, però, subito dopo arrivano i bambini moldavi, effetto dei ricongiungimenti chiesti da colf e badanti. Li tallonano al sesto posto gli indiani, che alle superiori vengono scavalcati dai ragazzini ucraini ed ecuadoriani (anche loro spesso hanno raggiunto le mamme al lavoro nelle case italiane).

   Gli ultimi iscritti, quelli che arrivano in Italia in fasi delicate come l’adolescenza, inseriti spesso in classi inferiori all’età anagrafica, sono il segmento più fragile – avvertono i ricercatori – quello che avrebbe bisogno di maggiore attenzione: ma sono solo il 5 per cento.

   Un dato assorbito nel conto degli alunni stranieri con ritardo scolastico: il 70 per cento alle superiori contro il 20 degli italiani. «Fenomeno spesso legato al percorso migratorio più che a una cattiva riuscita» spiega Mariagrazia Santagati, curatrice del rapporto per l’ Ismu. Certo, il divario con i figli di italiani è significativo, anche nelle promozioni: «I bocciati stranieri sono il doppio, il 30 per cento».

   La professoressa Santagati s’è dedicata soprattutto ai dati che riguardano la scuola secondaria di secondo grado, traendone due considerazioni essenziali. La prima: i figli dei migranti stanno crescendo, in un anno 10 mila si sono iscritti alle superiori, anche se sono ancora solo il 5,8 per cento del totale (restano quindi concentrati tra elementari e medie). La seconda: la grande maggioranza frequenta un istituto tecnico o professionale, solo il 18,7 per cento (soprattutto ragazze) va al liceo (contro il 43,9 degli italiani).

   Spesso su consiglio dei docenti, in molti casi nella speranza di un più rapido accesso al mondo del lavoro. Infine, qualche sorpresa dalla distribuzione geografica. Se il record nei numeri è della Lombardia (il 24,3 per cento degli studenti non ha la cittadinanza italiana), guardando alle province le incidenze maggiori (cioè le percentuali più alte sul totale) si registrano a Piacenza, Prato, Mantova, Asti e Reggio Emilia. «C’è una tendenza a parlare dei quartiere delle grandi città – riflette Ongini -: questo rapporto sposta l’attenzione su un’altra Italia, fatta di paesi anche piccoli. E aiuta a dare un quadro più equilibrato». (Alessandra Coppola)

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L’ITALIA SONO ANCH’IO

LA PROPOSTA DI RIFORMA DELLA LEGGE SULLA CITTADINANZA

   Il testo fondamentale per la Cittadinanza Italiana è la legge 5 febbraio 1992, n.91. Il quadro normativo sulla cittadinanza è completato dai due regolamenti di esecuzione della legge, che stabiliscono le norme attuative dei suoi principi generali, i Decreti del Presidente della Repubblica 12 ottobre 1993, n.572 e 18 aprile 1994, n. 362 .

   La legge italiana 91 prevede tre tipi di cittadinanza per chi è di origine straniera: la cittadinanza per nascita, per naturalizzazione, per matrimonio. La proposta di legge della campagna L’ITALIA SONO ANCH’IO propone sostanziali differenze sia per chi nasce in Italia da genitori stranieri, che per i minori nati altrove e arrivati al seguito dei genitori. Infine si prevedono importanti novità anche per chi intende diventare italiano da adulto, ossia per chi chiede la cosiddetta naturalizzazione. Viene proposta la competenza dei sindaci nella procedura di attribuzione della cittadinanza, per promuovere un federalismo che conferisca al territorio la responsabilità di verificare i presupposti per la cittadinanza, avvicinando in tal modo le decisioni alle persone e alle comunità coinvolte.

   Infine la proposta di legge cerca di definire un rapporto più trasparente tra cittadini e Stato, riducendo al minimo la discrezionalità sulla decisione definitiva che è basata quasi esclusivamente su presupposti definiti e verificabili.

LEGGE 91/92: PER NASCITA

E’ cittadino per nascita chi è nato da cittadini italiani. Se i genitori stranieri sono diventati cittadini italiani, anche il figlio diventa cittadino italiano. Per lo stesso principio dello jus sanguinis, se il minore è nato in Italia ma i genitori non sono cittadini italiani, il figlio all’Anagrafe viene iscritto come straniero. Può diventare cittadino italiano solo dopo il compimento del 18° anno, se lo richiede e se risulta ininterrottamente residente su suolo Italiano senza cancellazioni dall’anagrafe dalla residenza di 6 mesi e se, all’atto dell’acquisto, è residente e fa parte del nucleo famigliare di origine. Se non presenta questa richiesta entro l’anno previsto, può chiedere la naturalizzazione con il requisito di 3 anni di residenza legale e ininterrotta.

LA PROPOSTA: CHI NASCE IN ITALIA DA ALMENO UN GENITORE LEGALMENTE PRESENTE DA UN ANNO È ITALIANO

La proposta di legge della campagna L’ITALIA SONO ANCH’IO riguardo i nativi introduce lo ius soli: sono cittadini italiani i nati in Italia che abbiano almeno un genitore legalmente soggiornante, il quale ne faccia richiesta. In secondo luogo prevede che siano Italiani i nati da genitori nati in Italia, a prescindere dalla condizione giuridica di quest’ultimi: un principio che va a risolvere situazioni paradossali di bambini che nascono da adulti nati in Italia e non italiani e riproducono una condizione di limbo ingiustificata, una sorta di apolidia familiare che non può essere in alcun modo accettata.

LEGGE 91: LA NATURALIZZAZIONE NON DISTINGUE MINORI NON NATIVI E ADULTI

La attuale legge 91 non fa differenza tra i minori non nati in Italia, anche se vi trascorrono la loro infanzia e la loro formazione, e gli adulti. I minori non nati in Italia sono stranieri a tutti gli effetti, sono sul suolo Italiano con permesso di soggiorno e a 18 anni per diventare cittadini italiani debbono dimostrare 10 anni di residenza legale ininterrotta, con lavoro o studio regolari, come tutti gli altri stranieri.

   Sono i casi più ricorrenti, compresi molti nati in Italia che non hanno potuto per varie ragioni conservare il vantaggio della nascita e che si vedono equiparati ai tanti migranti stranieri regolari. In compenso la legge prevede la cittadinanza per chi, nato all’estero, può dimostrare la discendenza da cittadini italiani.

Decide il Viminale. La cittadinanza viene acquistata con domanda al prefetto, proposta dal Ministero dell’Interno e con decreto del Presidente della Repubblica.

LA PROPOSTA: JUS SOLI PER MINORI NON NATIVI E CHE VANNO A SCUOLA

La proposta di legge della campagna L’ITALIA SONO ANCH’IO riconosce un diritto per i tantissimi minori che crescono e vivono in Italia da italiani: i bambini e le bambine che, nati in Italia da genitori privi di titolo di soggiorno, o entrati in Italia entro il 10° anno di età, vi abbiano soggiornato legalmente, possono diventare italiani con la maggiore età se ne fanno richiesta entro due anni. Un percorso che dà una certezza ai bambini e alle bambine di poter diventare cittadini una volta maggiorenni. Inoltre, su richiesta dei genitori, diventano cittadini italiani i minori che hanno frequentato un corso di istruzione.

ADULTI: PER LA CITTADINANZA 5 ANNI E SU PROPOSTA DEL SINDACO

La proposta di legge della campagna L’ITALIA SONO ANCH’IO propone di impegnare i Sindaci, come vertici delle istituzioni più vicine ai cittadini e in un principio di territorialità, nel ruolo di presentazione al Presidente della repubblica della istanza di cittadinanza. La domanda inoltre può venire presentata da uno straniero legalmente soggiornante da 5 anni (e non da 10 anni).

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“L’ITALIA SONO ANCH’IO”: DIRITTO DI VOTO E CITTADINANZA

- Le due proposte di legge di iniziativa popolare per le quali è partita la raccolta di firme. I casi limite di chi ha dovuto fare 10 anni di battaglie legali dopo un diniego ingiusto. Il Viminale condannato a pagare le spese -

di Raffaella Cosentino, Redattore Sociale da http://corriereimmigrazione.blogspot.com/ del 28/9/2011

   Competenza dei sindaci nella procedura di attribuzione della cittadinanza, passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli e diritto di voto alle amministrative per gli stranieri. Sono queste le proposte della campagna di raccolta firme per due leggi di iniziativa popolare promossa da 19 associazioni e partita il oggi (il 28 settembre scorso, ndr) con il primo banchetto a Roma al Pantheon con lo slogan “L’Italia sono anch’io” (Pagina Facebook).

   Per quanto riguarda i cambiamenti alla normativa sulla concessione della cittadinanza italiana, la proposta di legge stabilisce che chi nasce in Italia da almeno un genitore legalmente presente sul territorio da un anno è italiano. Per le seconde generazioni si propone lo ius soli anche per chi non è nato in Italia ma va a scuola nel nostro paese. I bambini nati in Italia da genitori privi del titolo di soggiorno o entrati in Italia entro il decimo anno d’età possono diventare italiani se fanno richiesta entro due anni dalla maggiore età.

   Per gli adulti, si abbassa il requisito da 10 anni di soggiorno regolare, com’è oggi, a cinque anni per poter chiedere di diventare italiano. Infine, per il diritto di voto nelle comunità locali, la proposta è di concederlo per le elezioni in città, province e regioni agli stranieri in possesso del titolo di soggiorno da cinque anni.

   (….) A giustificare la necessità di cambiare passo sulla cittadinanza sono anche le storie di diritti negati raccolte dal comitato promotore. Hamid è un operaio metalmeccanico che vive a Trento da 22 anni con la famiglia e tre figli nati in Italia e nel 2000 si è visto respingere la richiesta per essere stato fermato cinque anni prima alla guida in stato d’ebbrezza. Era stato condannato a 5 giorni di carcere, poi sostituiti da un’ammenda. Da qui è partita una battaglia legale con ricorso al Tar del Trentino Alto Adige, inizialmente respinto. Hamid e il suo avvocato hanno fatto di nuovo ricorso nel 2006 al Consiglio di Stato che ha ribaltato la decisione precedente. Hamid ha diritto alla cittadinanza e il Ministero dell’Interno dovrà pagare le spese processuali.

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La strada però è ancora lunga: sono infatti cinquantamila i sottoscrittori che debbono appoggiare le due proposte di legge e le firme vanno raccolte entro la fine del febbraio 2012.

   Tutte le associazioni interessate sono invitate a contattare le organizzazioni regionali e dei capoluogo, oppure la segreteria nazionale per partecipare attivamente alla campagna, rendendosi disponibili a organizzare banchetti e calendari di raccolta firme da rendere pubbliche ai propri cittadini. Inviate le iniziative dei territori all’indirizzo info@litaliasonoanchio.it

   La campagna nazionale è promossa da 19 organizzazioni della società civile: Acli, Arci, Asgi-Associazione studi giuridici sull’immigrazione, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cnca-Coordinamento nazionale delle comunità d’accoglienza, Comitato 1° Marzo, Emmaus Italia, Fcei – Federazione Chiese Evangeliche In Italia, Fondazione Migrantes, Libera, Lunaria, Il Razzismo Brutta Storia, Rete G2 – Seconde Generazioni, Tavola della Pace e Coordinamento nazionale degli enti per la pace e i diritti umani, Terra del Fuoco, Ugl Sei e dall’editore Carlo Feltrinelli. Presidente del Comitato promotore è il Sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio.

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CHE FARE, CON LA NORMATIVA ATTUALE? UNA CAMPAGNA INFORMATIVA:

COMUNICATO STAMPA, (da http://www.secondegenerazioni.it/ ) – 13 ottobre 2011

ANCI, SAVE THE CHILDREN E RETE G2 LANCIANO LA CAMPAGNA “18 ANNI… IN COMUNE!”

   Presentata il 13 ottobre a Roma l’iniziativa di sensibilizzazione che coinvolge i Sindaci italiani, rivolta a 15.000 tra ragazzi e ragazze nati in Italia da genitori stranieri che possono richiedere la cittadinanza italiana al compimento della maggiore età.
Sono circa 15.000 i ragazzi e le ragazze tra i diciassette e i diciotto anni, nati in Italia e di origine straniera potenzialmente destinatari nel 2012 della campagna “18 anni ….in Comune!” di ANCI, Save the Children e Rete G2 – Seconde Generazioni.

   La Campagna viene lanciata oggi a Roma con l’obiettivo di sollecitare il maggior numero di Sindaci ad informare tempestivamente le seconde generazioni – cioè i minori nati in Italia da genitori stranieri – sulle modalità di acquisizione della cittadinanza al compimento della maggiore età.

   Questi ragazzi secondo l’attuale normativa, possono diventare italiani se, oltre a essere stati registrati all’anagrafe, hanno risieduto legalmente in Italia fino alla maggiore età e senza interruzioni. Per farlo occorre presentare una richiesta al Comune di residenza entro il diciannovesimo anno di età. Il problema è che gran parte di loro non è a conoscenza del fatto che per fare domanda hanno solo un anno di tempo a partire dalla maggiore età.
Proprio per questo è nata l’esigenza di una campagna informativa che, estendendo positive esperienze già avviate da alcuni Comuni italiani, si rivolge ai giovani di origine straniera prossimi alla maggiore età, per informarli, attraverso una lettera, della possibilità di esercitare il loro diritto a diventare cittadini.

   Grazie alla guida online “18 anni…in Comune!”, realizzata ANCI, Save the Children e Rete G2 – Seconde Generazioni, scaricabile sul sito dell’ANCI, i ragazzi e le ragazze potranno accedere alle informazioni relative al significato della cittadinanza e alle modalità per acquisirla, rivolgendosi direttamente al loro Comune di residenza.
L’iniziativa assume particolare rilevanza se ci si proietta nel futuro: nel 2010, sono nati circa 78.000 bambini figli di stranieri (Fonte Istat 1 gennaio 2011) – il 13,9% del totale dei nati da residenti in Italia, con un aumento dell’1,3% rispetto all’anno precedente.
   ‘’L’acquisto della cittadinanza, e con essa della completa titolarità di diritti e doveri, costituisce un passaggio chiave nel percorso verso la piena integrazione’’. E’ quanto dichiara Graziano Delrio, Sindaco di Reggio Emilia e Presidente dell’ANCI.Ciò – aggiunge – vale in particolare per i ragazzi nati e cresciuti in Italia, nostri concittadini di fatto ma non di diritto. Per questo come ANCI abbiamo “sposato” con convinzione questa campagna informativa, sulla scia delle positive iniziative già avviate dal mio Comune e da diversi altri Comuni italiani’’.

   ‘’I ragazzi nati da genitori stranieri che vivono la loro infanzia e adolescenza in Italia, contribuiranno in maniera significativa a definire il livello e la qualità futuri del capitale umano della nostra comunità nazionale’’. Così Flavio Zanonato, Sindaco di Padova e Vicepresidente ANCI con delega alle politiche dell’immigrazione. ‘’Per mettere a frutto la ricchezza che rappresentano – sottolinea – è indispensabile predisporre meccanismi efficaci di integrazione, a partire dal riconoscimento della cittadinanza italiana. Abbiamo l’obbligo di fare in modo che le seconde e le terze generazioni possano contribuire a tutti gli effetti alla crescita e allo sviluppo di quella che è, a pieno titolo, la loro patria. Il capitale umano – conclude Zanonato – è infatti la più grande risorsa di cui ogni Paese dispone’’.

   “Sono 572mila i minori di origine straniera nati nel nostro Paese e la loro integrazione non può più essere affrontata in una logica di emergenza. E’ indispensabile un intervento coordinato – normativo, educativo e sociale – per accompagnare stabilmente questo processo di integrazione, a partire dalle comunità locali, ed è per questo motivo particolarmente significativa l’adesione dell’ANCI a questa campagna informativa – ha dichiarato Raffaela Milano, Direttore Programma Italia – Europa di Save the Children ItaliaCon l’auspicio di
poter avere al più presto una modifica delle norme sulla cittadinanza che faccia sentire cittadini italiani a tutti gli effetti i ragazzi e le ragazze che nascono e crescono nel nostro Paese, padroneggiando la stessa lingua e condividendo le passioni e le aspettative dei loro coetanei.”

   “La Rete G2 – Seconde Generazioni promuove e sostiene fortemente questa iniziativa a favore dei figli di immigrati neo maggiorenni, è importante che le seconde generazioni nate in Italia esercitino il loro diritto di scelta secondo l’articolo 4 della L. 91 del 1992. Questo articolo si basa sul principio dello ius soli, principio fondamentale che noi pensiamo debba ispirare la riforma della legge 91 del 1992. Siamo fermamente convinti che è ora che l’Italia sia il Paese di tutti i suoi figli senza discriminazioni.”, ha commentato Mohamed Abdalla Tailmoun, esponente di Rete G2 – Seconde Generazioni.

Scarica qui la guida “18 anni…in Comune!”

Per ulteriori informazioni:

- Ufficio stampa Anci – tel. 06/68009217 – bombardi@anci.it – stampa@anci.it

- Ufficio Stampa Save the Children – tel. 06 48070071-023-081-001 – press@savethechildren.it

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CARITAS/MIGRANTES – DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE 2011 – 21° RAPPORTO

(Il Dossier è stato presentato a Roma e in contemporanea in tutte le regioni italiane giovedì 27 ottobre 2011) – (vedi http://www.caritasitaliana.it/ )

Scheda di sintesi:21° Rapporto: “Oltre la crisi, insieme”

MIGRAZIONI IN AUMENTO E SCENARI IN MUTAMENTO

   A livello mondiale, negli ultimi dieci anni i migranti sono aumentati di 64 milioni di unità e secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni sono attualmente 214 milioni (4,2 milioni dei quali sono italiani). I flussi di migranti hanno sfiorato i 6 milioni di unità l’anno e, seppure rallentati nell’attuale fase di recessione, secondo le previsioni dell’Ocse acquisteranno nuovo dinamismo con la ripresa economica.

   Notevole è anche il numero dei giovani che studiano in un paese estero (3,7 milioni), per ben un sesto cinesi. L’Unhcr attesta che nel 2010 sono state 43,7 milioni le persone in fuga; 15,4 milioni sono stati i rifugiati (4 su 10 nei Pvs) e 850mila i richiedenti asilo, con gli Stati Uniti (55.530 domande), la Francia (47.800) e la Germania (41.330) come primi paesi di accoglienza.

   In Italia le 10mila domande d’asilo del 2010 risultano dimezzate rispetto all’anno precedente a seguito dei respingimenti in mare previsti dall’accordo italo-libico del 2009. Tuttavia nel 2011, con la ripresa degli sbarchi (oltre 60mila fino al mese di settembre), si è riproposta la necessità di pervenire a un sistema in grado di accogliere i richiedenti asilo anche in caso di eventi straordinari.

   Nei paesi in via di sviluppo la forte crescita economica dell’ultimo decennio (+13,4% solo nel 2010) ha sottratto mezzo miliardo di persone alla povertà estrema, che tuttora ne coinvolge un altro miliardo e mezzo.  Permane l’enorme sproporzione territoriale del reddito pro capite: 33.400 dollari nel Nord del mondo e 6.200 nel Sud.

   In prospettiva, la diminuzione della popolazione in età lavorativa, che influisce sull’attrazione dei flussi migratori, continuerà in Europa e si farà sentire anche in Asia, un continente finora quasi esclusivamente fornitore di manodopera, dove, in particolare, le Filippine continueranno a essere un paese di emigrazione (così come lo sarà tutta l’Africa a seguito della forte espansione demografica) mentre la Cina diventerà il principale polo di attrazione dei flussi, seguita dal Giappone, dalla Corea del Sud e da altri paesi.

   L’Unione Europea, il cui tasso di fecondità è pressoché dimezzato rispetto al 1952 (quando era di 2,6 figli per donna), si conferma come una forte area di immigrazione, con il coinvolgimento anche dei nuovi paesi: ad esempio in Polonia, nel 2011, è stata decisa la regolarizzazione di circa 300mila non comunitari.

   Nell’UE a 27, a fine 2009, erano 32,5 milioni i residenti con cittadinanza straniera (incidenza del 6,5% sulla popolazione) e 14,8 milioni quelli nati all’estero ma diventati cittadini del paese in cui vivono, per cui quasi un decimo della popolazione non ha un’origine autoctona. I casi di acquisizione di cittadinanza nella UE sono stati 776mila nel 2009, più di 2mila al giorno. I lavoratori immigrati, funzionali alle esigenze produttive dei paesi di insediamento, al momento pagano più duramente gli effetti della crisi e vengono sottoposti a restrizioni normative che hanno ripercussioni anche sulla libera circolazione dei comunitari.

   In Italia nel 1861, anno dell’Unità, su 22.182.000 residenti gli stranieri erano 89mila, appena uno 1 ogni 250 (incidenza dello 0,4%) e rivestivano posizioni socio-occupazionali ragguardevoli. A differenza della Francia, interessata a contrastare il calo demografico con una decisa politica di insediamento e di naturalizzazione, e della Germania, bisognosa di sostenere il suo sviluppo con l’arrivo di polacchi e di italiani, per l’Italia iniziava il periodo della grande emigrazione, durata più di un secolo con ben 30 milioni di espatri.

   Nel 1951, anno del primo censimento del Dopoguerra, gli stranieri erano 130mila su 47.516.000 residenti, e superarono l’incidenza dell’1% solo nel 1991 (625 mila su 56.778.000 residenti). Da allora, in Italia è iniziata la fase della grande immigrazione, che ha superato 1 milione di unità solo nel 2001 (1.334.889).

   Al 31 dicembre 2010, su 60.626.442 residenti nel Paese, i 4.570.317 stranieri (per il 51,8% donne) incidono sulla popolazione per il 7,5% (52 volte di più rispetto al 1861) ed esercitano un ruolo rilevante nel supplire alle carenze strutturali a livello demografico e occupazionale. Nell’ultimo anno l’aumento, nonostante la crisi, è stato di 335.258 unità, al netto delle oltre 100mila cancellazioni dall’anagrafe (di cui 33mila per trasferimento all’estero e 74mila per irreperibilità) e dei 66mila casi di acquisizione di cittadinanza.

   Ai residenti, secondo la stima del Dossier, bisogna aggiungere oltre 400mila persone regolarmente presenti ma non ancora registrate in anagrafe, per una stima totale di 4.968.000 persone. Può sorprendere che il numero degli immigrati regolari sia quasi uguale a quello dello scorso anno, ma non deve sfuggire che le nuove presenze sono state oltre mezzo milione, tra regolarizzati e nuovi venuti, a fronte di altrettanti immigrati la cui autorizzazione al soggiorno è venuta a cessare, a prescindere dal fatto che siano rimpatriati o siano scivolati nell’irregolarità.

   Questa rotazione deve indurre a riflettere sugli effetti pesantemente negativi della precarietà dei titoli di soggiorno e sulle modifiche normative necessarie per porvi rimedio. La ripartizione territoriale degli immigrati in Italia è la seguente: Nord Ovest 35,0%; Nord Est 26,3%; Centro 25,2%; Sud e Isole 13,5%.

LA RELATIVITÀ DELLE FRONTIERE

   L’astronauta Paolo Nespoli dell’Agenzia Spaziale Europea ha ricordato che dall’alto la terra appare senza confini; questi ultimi però esistono e si fanno sentire, pur senza che ne consegua una chiusura ermetica,  tanto più impossibile in un mondo globalizzato. Nel 2010 sono stati rilasciati 1.543.253 visti per l’ingresso in Italia, ma sono ben più numerose (40 milioni) le persone venute per almeno un pernottamento; se ad esse si aggiungono i viaggiatori di un solo giorno, sono 200mila gli arrivi giornalieri dall’estero, che in un anno assicurano all’Italia entrate valutarie per oltre 29 miliardi di euro (Banca d’Italia).

   È in tale contesto che si inseriscono anche i flussi irregolari. Nel 2010 sono stati registrati 4.201 respingimenti alle frontiere e 16.086 rimpatri forzati, a fronte di 50.717 persone rintracciate in posizione irregolare; secondo stime, nell’insieme gli irregolari presenti in Italia sarebbero circa mezzo milione, 1 ogni 10 in posizione regolare. Nel 2010 le persone sbarcate sono state 4.406 (contro le 36.951 del 2008 e le 9.573 del 2009), ma gli sbarchi sono ripresi nel 2011 a seguito degli sconvolgimenti politici della Tunisia, dell’Egitto e della Libia.

   Nei costosi Centri di identificazione ed espulsione (Cie), anche a seguito del protrarsi del trattenimento, sono sempre più ricorrenti le proteste, da ultimo da parte delle persone in fuga dal Nord Africa. Nel 2010 vi sono transitati 7.039 immigrati, con una permanenza media di 51 giorni; ma la possibilità di trattenimento è stata portata a 18 mesi, la stessa durata della custodia cautelare in carcere prevista per gli indagati per associazione mafiosa, sequestro di persona, pornografia e violenza sessuale.

   Da un’interpellanza parlamentare alla Camera dei Deputati risulta che la retta giornaliera in un Centro costa 45 euro, mentre l’espulsione effettiva di un immigrato è valutabile, nel complesso, fino a 10mila euro.

   Nonostante gli accordi bilaterali in tema di riammissione, nemmeno la metà delle persone trattenute è stata effettivamente rimpatriata (3.339), mentre più di un sesto è stato dimesso per scadenza dei termini. La Corte di giustizia europea ha dichiarato contraria alla direttiva comunitaria sui rimpatri la norma italiana che considera l’immigrazione irregolare reato con la previsione del carcere per l’interessato che non ottemperi all’ordine di lasciare l’Italia.

   La cosiddetta “tolleranza zero” non assicura di per sé l’efficacia auspicata, per la quale vanno azionate anche altre leve. Con l’inasprimento delle norme si rischia di peggiorare la situazione delle carceri italiane, che lo studio del “Center for Prison Studies” del King’s College di Londra ritiene tra le più sovraffollate d’Europa, con una capienza regolamentare di 45.732 posti e una tollerabile di 67.707, peraltro quasi raggiunta (67.394 detenuti al 30 giugno 2011, di cui il 36% stranieri).

   Al sovraffollamento si aggiungono la carenza di personale penitenziario, la scarsità di posti di lavoro (ne usufruisce appena un quarto dei detenuti), la riduzione delle ore d’aria, il razionamento dell’acqua, l’indisponibilità dei prodotti per l’igiene e i ricorrenti casi di autolesionismo e di tentato suicidio dei detenuti, per cui si vanificano le finalità rieducative della detenzione.

ASPETTI DEMOGRAFICI

   In Italia l’immigrazione costituisce un rimedio, seppure parziale, al continuo processo di invecchiamento demografico e al basso tasso di fecondità (1,29 per le donne italiane rispetto a 2,13 per quelle straniere). Il bilancio demografico del 2000-2010 attesta un elevato aumento degli ultra65enni (+1.800.000) pari a quello congiunto della popolazione in età lavorativa (+1.465.000) e dei ragazzi fino a 14 anni (+348.000).

   In riferimento al numero ridotto delle nuove nascite si constata che, in Italia, la famiglia è sostenuta con l’1,4% del Pil (22 miliardi di euro nel 2007), mentre la media nell’UE è del 2%. Le risorse limitate consentono di accogliere negli asili nido solo 9 bambini su 100 e non 33 come raccomandato a livello europeo.

   Il Centro internazionale di studi sulla famiglia ha calcolato che per crescere un figlio servono 741 euro al mese e 160.140 euro nell’intero ciclo formativo, dall’asilo nido all’università, una somma pari al 35,3% della spesa familiare media. La diminuzione dei nuovi nati in Italia è in parte compensata dall’incidenza crescente dei figli degli immigrati (13,9% nel 2010, quota che sale al 18,4% considerando i nati da madre straniera e padre italiano).

   Gli stranieri, la cui età media è di 32 anni (contro 44 degli italiani) si caratterizzano per la forte incidenza dei minori (21,7%) e delle persone in età lavorativa (78,8%), mentre gli ultra65enni superano di poco il 2% (sono invece un quinto tra la popolazione italiana). In altri termini, gli stranieri sono appena 1 ogni 100 tra gli anziani, ma oltre un decimo dei minori e dei giovani adulti (18-39 anni).

   Il volto dell’Italia del prossimo futuro è già visibile nelle regioni dove l’incidenza degli immigrati ha raggiunto il 10% (Emilia Romagna, Umbria, Lombardia, Veneto) o si aggira sul 9% (Trentino Alto Adige, Toscana, Marche e Lazio). A metà secolo, secondo l’Istat, gli stranieri potranno essere 12,4 milioni, con una incidenza del 18% sui residenti.

   Per le famiglie italiane, dove le donne lavorano, e per i numerosi residenti in condizioni di non autosufficienza (un sesto delle persone tra i 70 e i 74 anni e quasi la metà degli ultra80enni), è molto utile l’apporto delle badanti e delle collaboratrici familiari (secondo stime sarebbero circa 1,5 milioni) le quali, però, risultano coperte dalla contribuzione previdenziale in meno della metà dei casi.

   Attualmente 23 milioni di occupati devono produrre la ricchezza per gli altri 37 milioni di residenti, inclusi quelli in età lavorativa ma inattivi, e il sistema pensionistico regge anche grazie agli oltre 7 miliardi annui di contributi pensionistici pagati dagli immigrati. Va considerato che nel futuro aumenterà il bisogno di assistenza, il livello delle pensioni risulterà inadeguato e potrebbe entrare in crisi il sistema del “welfare domestico all’italiana”, tanto più che anche gli immigrati diventeranno a loro volta anziani.

ASPETTI OCCUPAZIONALI ED ECONOMICI

   Nel periodo 2000-2009 il Pil dell’Italia è cresciuto solo dell’1,4%, contro il 10% dei paesi dell’euro. Notevole è stata la flessione durante la grande crisi del 2008-2009, con la perdita di 800mila posti di lavoro e di 6,5 punti del Pil, mentre la ripresa è più debole rispetto alle aspettative (+1,2% nel 2010 e, secondo la stima dell’Istat, +0,7% nel 2011). Più di un quarto dei giovani lavoratori è disoccupato e sono 2 milioni quelli scoraggiati che né studiano né cercano lavoro.

   I lavoratori immigrati (2.089.000 secondo l’Istat e circa 200mila in più includendo i non residenti) costituiscono un decimo della forza lavoro, sono determinanti in diversi comparti produttivi e rinforzano il mercato occupazionale per via di un tasso di attività più elevato, della disponibilità a ricoprire anche mansioni meno qualificate e della bassa competizione (almeno sul piano generale) con gli italiani, se non nel sommerso.

   Nell’ultimo decennio, l’aumento dell’occupazione di 2 milioni di unità è stato quasi esclusivamente dovuto all’inserimento dei nuovi arrivati. Attualmente, però, gli immigrati stanno pagando duramente gli effetti della crisi e sono arrivati a incidere per un quinto sui disoccupati. Il protrarsi dello stato di disoccupazione per i non comunitari pregiudica il rinnovo del permesso di soggiorno, costringendoli al rimpatrio o a trattenersi irregolarmente; comunque, la difficile fase attuale non blocca il dinamismo imprenditoriale, essendo il numero delle imprese gestite da immigrati aumentato nel 2010 di 20mila unità, arrivando nel complesso a 228.540.

   Le famiglie con almeno un membro straniero sono oltre 2milioni, quasi un decimo del totale. Efficaci protagoniste nel mercato occupazionale sono anche le donne, che hanno inciso per la metà sui nuovi assunti del 2010 ma si vedono discriminate nella possibilità di comporre gli impegni familiari con il lavoro.  Oltre tutto, diverse ordinanze dei sindaci, per l’accesso a prestazioni o servizi di welfare (come l’assegno per i figli), e diverse regioni, per concedere i benefici per la casa, richiedono un consistente periodo di residenza previa. Anche sull’accesso degli immigrati al Servizio Sanitario Nazionale persistono ancora carenze da superare.

   La precarietà del lavoro si riflette pesantemente sul piano abitativo, dove l’Istat ha accertato che si trova in condizione di disagio il 34% degli immigrati (contro il 14% degli italiani). Notevole è anche il divario tra i proprietari di abitazione: lo sono il 21,3% tra gli immigrati e il 71,6% tra gli italiani. Sono aumentati gli sfratti per morosità nel pagamento degli affitti e i pignoramenti degli immobili per chi non ha pagato con regolarità i ratei del mutuo. È in diminuzione e pressoché dimezzata l’incidenza degli immigrati sulle compravendite, passata dal 16,7% nel 2007 all’8,7% nel 2010 (53mila transazioni su un totale di 618.819).

   Purtroppo, in Italia continua a essere ridotta la quota delle case in affitto (4,4 milioni), mentre diventano più rari gli alloggi dell’Edilizia Residenziale Pubblica; è positivo che il Piano interministeriale per l’integrazione nella sicurezza (giugno 2010) abbia stanziato fondi agli immigrati per l’autocostruzione e l’autorecupero di edifici pubblici (8,7 milioni di euro).

   Il saldo tra i versamenti degli immigrati all’erario e le spese pubbliche sostenute a loro favore è ampiamente positivo (1,5 miliardi di euro secondo una stima del Dossier) e questa somma, secondo altri calcoli sarebbe ancora più elevata.

INDICATORI SOCIALI

   L’insediamento degli immigrati, oltre a crescere numericamente, diventa sempre più stabile e diffuso. Sono stati 257.762 i matrimoni misti tra il 1996 e il 2009, anno in cui ai 21.357 casi di unione con un italiano (1 ogni 10 celebrati) si aggiungono 10.702 matrimoni con entrambi i partner stranieri.

   Per evitare di subordinare una scelta esistenziale così importante al contrasto dei flussi non autorizzati, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’obbligo di esibire il permesso di soggiorno per potersi sposare in Italia, mentre per evitare abusi è entrata in vigore una norma che impone al partner straniero due anni d’attesa (tre se all’estero) prima di chiedere il riconoscimento della cittadinanza.

   Nel 2010 i casi di cittadinanza per residenza o matrimonio sono stati 40mila, ai quali vanno aggiunti 26mila casi di riconoscimento registrati nelle anagrafi dei comuni. Sono 600mila i casi di acquisizione stimati in totale dall’Istat, un numero significativo anche se inferiore alle acquisizioni di cittadinanza che si verificano in un solo anno nell’Unione Europea.

   I minori figli di stranieri sono quasi 1 milione e aumentano ogni anno di oltre 100mila unità, tra nati sul posto e figli ricongiunti. Le seconde generazioni hanno superato le 600milaunità e rappresentano oltre un decimo della popolazione straniera. L’Italia, essendo il loro paese di appartenenza, è chiamata a non considerare la cittadinanza come fattore di esclusione e a facilitarne l’acquisizione in tempi ragionevoli, esigenza su cui sta richiamando l’attenzione la campagna “L’Italia sono anch’io”, promossa dall’associazionismo di ispirazione laica e religiosa.

   Nell’anno scolastico 2010/2011 i 709.826 alunni stranieri sono aumentati del 5,4% e hanno inciso per il 7,9% sull’intera popolazione scolastica (ancora di più nelle scuole materne e in quelle elementari). Il 42,2% di essi è nato in Italia (circa 300mila). Gli universitari stranieri, invece, sono 61.777 (3,6% del totale), con prevalenza di albanesi, cinesi, romeni, greci, camerunesi e marocchini. I laureati nell’anno accademico 2010/2011 sono 6.764 (2,3% del totale).

   Come intuibile, sono esposti a maggiori rischi i minori soli, arrivati senza la propria famiglia: basti ricordare che è di circa un terzo l’incidenza dei minori stranieri negli istituti penali minorili e nei Centri di prima accoglienza (Cpa). I minori non accompagnati, titolari di permesso di soggiorno, a giugno 2011 sono risultati 5.806 (1.152 in più rispetto all’anno precedente), in prevalenza di 16-17 anni.

   Dall’Africa, a seguito degli sconvolgimenti politici, ne sono arrivati 2.466. Inoltre, quelli comunitari sono stimabili in almeno alcune migliaia. Deve ritenersi necessaria l’insistenza sull’apprendimento dell’italiano, che però rischia di trasformarsi in una minaccia alla stabilità del soggiorno se non accompagnata da un incremento delle risorse (a Roma, ad esempio, metà del fabbisogno di studio degli adulti immigrati è soddisfatto dal volontariato) che ne perfezioni l’operatività.

   Tra quanti hanno sostenuto il test di italiano per il rilascio del permesso di soggiorno CE per lungo soggiornanti i bocciati sono stati il 3,5% a Roma, il 14% a Milano e il 34% a Padova, con un andamento peggiore là dove i test sono stati svolti per iscritto, anche perchè molti immigrati hanno appreso la nostra lingua solo oralmente.

PROSPETTIVE DI INTEGRAZIONE

   Da varie indagini condotte nel 2010 risulta che la maggior parte degli immigrati si trova bene o abbastanza bene in Italia, ma questo sentimento si attenua nel tempo a seguito della delusione mano a mano maturata rispetto alle proprie aspettative.

   Un crescente numero di giovani immigrati, così come avviene tra gli italiani, finisce con l’essere incentivato a ipotizzare il proprio trasferimento all’estero. Gli aspetti che agli immigrati piacciono dell’Italia sono la generosità, la solidarietà, la qualità di alcuni servizi, la libertà, il clima e le opportunità formative. Pesano negativamente, invece, la burocrazia, i prezzi alti, le discriminazioni e il difficile riconoscimento dei titoli di studio.

   Gli immigrati sono propensi a frequentare gli italiani e hanno anche voluto festeggiare i 150 anni della nostra storia unitaria, mostrando un sincero interesse a sentirsi parte viva del Paese e ad essere riconosciuti come nuovi cittadini; tuttavia, con grande realismo sintetizzano in due termini ciò che li preoccupa: “permesso di soggiorno” e “razzismo”, cioè la mancata garanzia di un inserimento stabile e di una solida prospettiva interculturale basata sulle pari opportunità.

   Nel 2010 l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali ha registrato 766 segnalazioni, delle quali 540 sono state ritenute pertinenti. Il principale ambito di discriminazione è stato quello dei mass media, dove la rete internet, anziché accreditarsi come ambito di partecipazione democratica, spesso ha favorito la diffusione del razzismo. Le discriminazioni sono ricorrenti anche nella vita pubblica, nei servizi pubblici e nel lavoro. È ancora difficile per molti italiani ragionare in termini di pari opportunità e pensare che, nel futuro, una donna ucraina possa essere medico o un manovale romeno ingegnere.

   Sulla via dell’integrazione, la criminalità è stata sempre d’ostacolo, ma il Dossier, che più volte ha condotto ricerche statistiche il cui risultato dissuade dall’equiparare immigrazione e delinquenza, sottolinea l’importanza della prevenzione e mostra come la fruizione di dignitose condizioni abitative e il fatto di vivere con la famiglia siano fattori che attenuano l’esposizione al rischio di devianza.

   Le norme sul contrasto dei flussi irregolari (come si è visto, costose ma da sole non determinanti) devono essere completate, da una parte, con l’attenzione ai richiedenti asilo e alle persone bisognose di protezione internazionale e, dall’altra, con l’attenzione all’inserimento degli immigrati già residenti.

   Certamente, una premessa indispensabile per efficaci strategie migratorie è la promozione di condizioni di pace e di sviluppo interne ai singoli paesi: lo hanno ricordato Caritas e Migrantes nel volume Africa-Italia. Scenari migratori (2010). Lo scrittore bosniaco Pedrag Matvejevic ha detto suggestivamente che nel Mediterraneo vi sono tante funi sommerse che aspettano di essere ritrovate e riannodate.

   Nel primo semestre del 2011, i drammatici eventi del Nord Africa hanno evidenziato ancora una volta che è possibile favorire l’incontro tra musulmani e cristiani. Del resto, gli immigrati di questi due gruppi (1 milione e mezzo di musulmani e 2 milioni e mezzo di cristiani, rispettivamente il 32,9% e il 53,9% della popolazione immigrata) vivono, in Italia, fianco a fianco, insieme a fedeli di altre religioni.

   Secondo Thorbjorn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa, il tragico eccidio di giovani laburisti (luglio 2011) nell’isola di Utoja in Norvegia ha evidenziato che anche la pericolosità del fondamentalismo cristiano non va sottovalutata, per cui in ciascun paese, seppure diversi e con varie identità, ci dobbiamo riconoscere tutti uguali sul piano dei diritti e dei doveri.

   Perciò l’inquadramento emergenziale dell’immigrazione deve far posto ad una prospettiva di integrazione, cuore della politica migratoria: i 150 anni dell’Unità d’Italia ricordano un passato di esodo con tante sofferenze che potevano essere evitate, così come vanno evitate nell’attuale contesto.

   Per la Caritas e la Fondazione Migrantes, se si vuole essere cristiani autentici, le migrazioni vanno riconsciute come un segno dei tempi. Esse sono un’opportunità che la storia ci mette a disposizione per prepararci al futuro e anche per superare la crisi, insieme. (vedi http://www.caritasitaliana.it/ )

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150 anni dall’UNITA’ – parla Igiaba Scego, scrittrice e giornalista italiana di origine somala

CHI È STRANIERO NELLA PROPRIA NAZIONE

di Vera Mantengoli, da “il Mattino di Padova” del 6/4/2011

   «Non solo celebrazioni, ma anche riflessioni» afferma IGIABA SCEGO. La scrittrice e giornalista italiana di origini somale (ha) inaugura(to) il 14 aprile, insieme allo scrittore senegalese Pap Khouma, “Incroci di Civiltà”, con l’incontro intitolato Italia 150: verso una letteratura multiculturale.

   «Il 16 marzo io e un gruppo di figli di migranti abbiamo partecipato a una lettura pubblica sui Promessi Sposi per un motivo molto semplice: l’Unità d’Italia deve essere anche l’Unità dei Diritti e siccome in Italia c’è una legge sulla cittadinanza che crea stranieri nella propria nazione abbiamo sentito questo giorno come momento per promuovere valori che portino all’unità. Siamo ancora all’interno dell’anniversario: la seconda parte dell’anno dovrebbe essere dedicata anche a recuperare la memoria di certi avvenimenti “scomodi” per non ripetere gli stessi errori».

   Insomma, è tempo di liberare gli scheletri intrappolati nelle sacche della storia e avere uno sguardo critico sull’attualità, dato che gli eventi in corso sono conseguenze di una certa politica e non fatalità inspiegabili: «In questi giorni ho letto un libro, Non desiderare la terra degli altri. La colonizzazione italiana in Libia, di Federico Cresti. C’è un velo di omissione rispetto al periodo coloniale e a volte la storia viene rimossa. Nel passato si sono vendute armi per sostenere dittatori come Gheddafi, Mubarak o Ben Ali e, nel caso della Somalia, si sono pure versati rifiuti tossici (per questo Ilaria Alpi è morta) ed ecco le conseguenze. La gente cerca un futuro migliore e scappa perché la vita è una sola, mica te ne danno una di scorta. Molti dei tunisini che arrivano sono giovanissimi, come lo erano gli afgani o molti degli italiani che immigrarono alla ricerca di un futuro migliore, ad esempio a Ellis Island. Ora chi sbarca a Lampedusa viene chiamato clandestino, una parola che penalizza il soggetto e crea panico nella collettività. E’ chiaro che ogni persona ha uno stato giuridico, per esempio quello di rifugiato o sfollato e che si debba agire di conseguenza, ma io vedo anche una volontà di creare appunto panico».
E’ un’etichetta, quella di clandestino, che riduce la biografia di una persona a un momento specifico, quello dello sbarco, determinandone il destino, senza approfondire i motivi che l’hanno spinta a lasciare la propria patria e il futuro che l’aspetta. In questi giorni i riflettori sono puntati sui numeri e sull’emergenza immediata da risolvere, contribuendo a trasformare l’individuo in una parte di massa e aumentando la convinzione che l’Europa abbia abbandonato l’Italia: «Semmai è il contrario – afferma la Scego – è l’Italia che non si è allineata alle pratiche sull’immigrazione. L’Europa non è una cosa che chiami quando ti pare, deve essere un’abitudine».

   Il panico mette anche a tacere la necessità di riflettere sulla relazione tra Europa ed ex colonie, spazzando via dalla memoria pezzi di storia: a volte nomi e cognomi, come Rodolfo Graziani, altre territori, come l’Africa Orientale Italiana. In “La mia casa è dove sono la Scego racconta la sua storia, un intreccio indissolubile tra Mogadiscio e Roma, attraverso le memorie della sua famiglia e la vita attuale nella capitale. E’ come appoggiare due mappe una sull’altra e rimanere incantati dalla vista di un nuovo paesaggio geografico straripante di riferimenti, di incroci e di parole arabe, le sole in grado di esprimere le emozioni legate a certe vicende, come la tragedia dell’assassinio dello zio Osman, presagio dell’imminente dittatura di Siad
Barre.

   Sono storie che soltanto la Seconda Generazione ci può raccontare: «I figli dei migranti non sono un problema, ma una grande ricchezza perché sono persone con un doppio sguardo e possono connettere l’Italia con il mondo fuori». Igiaba Scego, classe 1974, esprime preoccupazione nei confronti del futuro, ma non si perde d’animo: «Io non sono una politica, ma sono per la politica. L’Italia è il mio Paese, ma molte cose mi spaventano, come per esempio i tagli alla cultura o mettere la cultura contro la popolazione dicendo “abbiamo integrato il Fus, ma aumentiamo la benzina”. Nel prossimo futuro, per reggere la competizione con India o Cina, l’unica cosa che potrà “mangiare” l’Italia è proprio la cultura dato che abbiamo un patrimonio a cielo aperto. I 150 anni devono essere anche una riflessione sulle pratiche politiche dei beni culturali. Bisogna rimboccarsi le maniche e fare un lavoro sulla memoria, tutti insieme. Solo in questo modo si
possono rimarginare le ferite». (Vera Mantengoli)

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“A SCUOLA CON IL VELO, MI CHIAMAVANO OSAMA”

di Francesco Furlan, da “la Tribuna di Treviso” del 12/9/2011

   La sera prima Amina non stava nella pelle: provava e riprovava il suo Hijab colorato davanti allo specchio, mentre la tv trasmetteva da ore la stessa sequenza di immagini.

   Amina la guardava senza prestarvi attenzione, era euforica e sorrideva: quel velo, che l’indomani avrebbe indossato per la prima volta, le stava bene. Fu papà ad accompagnarla al primo giorno di lezione alla scuola media Papa Giovanni XXIII di Montebelluna. Varcando il cancello Amina fece scivolare la mano tra la fronte e il velo, per sistemare una ciocca di capelli. “Poi cominciai a incrociare gli sguardi dei miei compagni delle elementari – ricorda – ma sembravano non riconoscermi, mentre alcune mamme, additandomi, si davano di gomito. A ogni passo mi sentivo sprofondare, avrei voluto essere invisibile”.

Amina Mourchid

   Era il 12 settembre del 2001. “In quei giorni il mondo mi crollava addosso”, racconta Amina Mourchid, arrivata in Italia da Settat, Casablanca, quando aveva 3 anni. Oggi ne ha 22, è al terzo anno di Psicologia all’Università di Padova, media esami 27, e continua a indossare con convinzione il suo hijab. Rievocando il primo giorno di scuola media, poche ore dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York, Amina può concedersi un sorriso, ma non è lo stesso di quando, quella sera, provava il velo allo specchio.

   “Fino ad allora non mi ero mai posta il problema della mia identità, del chi fossi, e non avevo considerato il fatto che indossare il hijab potesse creare dei problemi. Lo stavo sperimentando direttamente – ricorda – e giorno dopo giorno capivo che quell’attentato in cui avevo sentito per la prima volta parole come «terrorismo» mi riguardava da vicino, perché c’era chi mi metteva tra i terroristi fondamentalisti per via del velo”. Per i compagni di scuola è stata Bin Laden, la talebana, e persino Saddam. “I miei soprannomi avevano il ritmo delle notizie al telegiornale: gli anni della media sono stati terribili!”.

   Amina reagì chiudendosi a riccio: “Mi sentivo rifiutata come musulmana, le persone non volevano stare con me, non avevano voglia di conoscermi. La paura degli altri nei miei confronti per un certo periodo della mia vita è diventata paura di me stessa. Perché a un certo punto mi sono chiesta se ci fosse davvero qualcosa di sbagliato in me”. Poi capì che non era così.

   Al Primo Levi, liceo classico scelto perché “volevo essere lì dove nessuno voleva immaginare potesse stare uno straniero”, c’era “il gruppetto degli asociali”, come li chiama Amina, di cui lei iniziò a far parte. “E’ umano stabilire un legame di solidarietà con chi, in un certo senso, ti è simile. E quest’amicizia di gruppo mi ha aiutato a prendere coraggio”.

   La frattura della sua doppia identità, italiana e marocchina, accelerata dall’11 settembre, cominciava a ricomporsi. “Perché se c’è una cosa che ho capito è che, tutta quella paura che c’era e che ancora in parte c’è – riflette – è dovuta più alla mancanza di contatti che alla mancanza di conoscenza. I miei compagni hanno capito che ero come loro non quando glielo ho spiegato e rispiegato, ma quando hanno cominciato, un po’ alla volta, a frequentarmi. Ci sono persone farcite di stereotipi per non aver mai frequentato un musulmano”.

   Oggi che Amina non si sente più dalla parte sbagliata della storia vuole diventare educatrice e impegnarsi con i giovani: “Lavorare sull’educazione è la strada giusta per abbattere gli stereotipi”. E intanto è impegnata come volontaria nell’associazione Attawasol: “Aiuto le giovani musulmane a superare gli anni dell’adolescenza e il rapporto con il velo. Avere uno spazio per parlarne e confrontarsi è importante. Gli anni delle medie non sono una cosa che mi sono lasciata alla spalle. A volte mi chiedo ancora se le persone attivano, per così dire, delle precauzioni sociali nei miei confronti. Mi chiedo cioè se la signora che si alza quando io mi siedo vicina a lei alla fermata del bus lo fa perché ha voglia di sgranchirsi le gambe o perché non mi vuole stare accanto”.

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“GLI IMMIGRATI ALLA SECONDA UN PO´ ITALIANI E UN PO´ NO”

di GIANCARLO BOSETTI e VLADIMIRO POLCHI

28 settembre 2011, da “la Repubblica”

-Sono due le identità che le seconde generazioni di immigrati musulmani sentono come proprie, quella di origine e quella di destinazione, ma sono due anche le Italie che risultano da questa indagine sociologica di Abis: due Italie più lontane tra loro di quanto non siano lontane la nostra penisola dalla costa maghrebina. La prima Italia, quella dove arrivarono i padri di questi ragazzi e ragazze, era accogliente, ricca, e più che ricca, in crescita; la seconda, dove si trovano ora, è chiusa, un po´ razzista e, più che povera, in declino. Quando i genitori varcavano le nostre frontiere, magari negli aeroporti con il visto turistico, o in auto da Trieste, mescolati al ritorno vacanze, o avventurosamente via mare, noi eravamo comunque “Lamerica”, di cui al celebre film di Amelio, intravista nebulosamente nelle pubblicità di Rai Uno («e mia mamma – dice qui una ragazza – guardava la tv anche per imparare bene la lingua»), adesso l´Italian dream lascia il posto
a pensieri grigi, anche se i giovani cresciuti qui si sono intanto affezionati, si sentono italiani, ma non sono pienamente accettati, come tali, e la differenza pesa nella vita di tutti i giorni –

“I RAGAZZI DELLA MOSCHEA”

di VLADIMIRO POLCHI (“la Repubblica” del 28/9/2011)
   «Integrarmi è una parola che non mi piace, come se avessi qualcosa che mi manca. Semmai è il contrario: pur sentendomi italiana ho qualcosa in più rispetto agli italiani, visto che ho vissuto anche in Egitto».   «Integrare significa sommare, unire, mantenendo quello che sono e cercando di apprendere le novità positive: se per integrarmi devo togliere il velo non è integrazione».

   A parlare sono le seconde generazioni di musulmani in Italia, ragazzi e ragazze che si sentono «metà e metà»: mezzi italiani mezzi marocchini, o egiziani, o pachistani. La loro è un´identità bricolage, un mix di elementi presi a prestito dal Paese di origine e dall´Italia. Sono la generazione “50 e 50″, la doppia identità vissuta come ricchezza.

   Alla domanda «Cosa deve fare un immigrato nel Paese d´accoglienza?» la loro risposta è univoca: «Integrarsi, mantenendo le proprie tradizioni». Non mancano però i conflitti, specie nelle comunità più chiuse e impermeabili. Una per tutte: la pachistana.
Il contesto: oggi in Italia vive quasi un milione di minorenni stranieri e i figli di immigrati nati nel nostro Paese sono oltre mezzo milione. I musulmani sono un milione e 350mila, il 32 per cento dei migranti (un dato in calo: nel 2007 erano il 33,5 per cento).

   Cosa vogliono e cosa sognano i musulmani di seconda generazione? A rispondere è un´ampia ricerca realizzata da “Abis Analisi e Strategie” per conto dell´associazione Genemaghrebina, in collaborazione con il Cise della Luiss e la fondazione Italianieuropei, che verrà presentata domani a Roma nel corso di una tavola rotonda presieduta da Giuliano Amato. Al centro dell´indagine, due comunità di area mediterranea (marocchini ed egiziani) e una di area asiatica (pakistani).
Un passo indietro: chi sono i G2? «Coniata all´inizio del Novecento, l´espressione “immigrato di seconda generazione” è chiaramente un ossimoro – scrivono Marzio Barbagli e Camille Schmoll nel libro “La generazione dopo” in uscita il 13 ottobre per Il Mulino – per il buon motivo che una persona non può essere nata in un Paese e allo stesso tempo esservi immigrato».

   Stando comunque alle Raccomandazione del Consiglio d´Europa del ‘84 l´accezione di seconda generazione deve essere ristretta a quei figli d´immigrati che hanno compiuto nel Paese d´arrivo una parte della loro scolarizzazione o formazione professionale. Insomma ciò che determina il passaggio dalla prima alla seconda generazione è l´aver vissuto parte della “socializzazione primaria e secondaria” nel Paese di accoglienza.
«Sono 100 per cento egiziano quando sono in Italia, 100 per cento italiano quando sono in Egitto. Sento che le mie radici sono egiziane e sento il dovere di difenderle, poi però tifo per la nazionale italiana». I musulmani G2 rivendicano una doppia appartenenza, ai loro occhi la parola “integrazione” sembra una forma di impoverimento. Chiedono non assorbimento e omologazione, ma reciprocità.

   «Mi sento italiana per l´apertura mentale – racconta una ragazza intervistata nella ricerca dell´Abis – mi sento marocchina per il rispetto dei miei valori d´origine, una morale ben precisa che qui tende a volte a mancare». Dalle interviste emerge «una doppia identità – spiega Karima Moual, presidente di Genemaghrebina – un´integrazione come terza via, diversa dalle due esperienze principali, quella britannica e quella francese».

   Un risultato, questo, che trova conferma in altri studi: «L´identità trae spesso senso da un bricolage tra elementi presi dal Paese di origine e altri da quello di insediamento, in una combinazione di repertori culturali e pratiche sociali facenti riferimento a due mondi – scrive Elena Caneva che nel volume “La generazione dopo” in uscita per il Mulino analizza le diverse sfumature che l´identità assume – i confini dell´identità diventano più labili e meno definiti, si richiamano in modo interscambiabile al “qui” e al “là”, assumono un carattere transnazionale».

   Non è tutto. Il testo del Mulino riporta anche una ricerca dalla quale emerge che mentre l´86 per cento degli studenti italiani frequenta solo amici italiani, la metà dei giovani immigrati frequenta gruppi misti (composti cioè da italiani e stranieri).
Il rapporto dei giovani musulmani con il nostro Paese resta ambivalente: «Amano l´Italia che ha accolto le loro famiglie in anni ricchi (´80 e ‘90) – si legge nella ricerca Abis – ma vivono in un´Italia diversa, in declino, che da anni patisce una grave crisi economica. Un Paese che oggi tende a respingere, a fare sentire indesiderato lo straniero soprattutto se musulmano».

   I G2 dicono infatti di sentirsi doppiamente penalizzati dal loro essere stranieri e musulmani. Non si accontenteranno come i loro padri: «Desiderano buoni posti di lavoro e non immaginano di fare i lavori umili dei loro genitori. Hanno aspettative in linea con i loro diplomi e i loro sogni». Se l´Italia è vista come un Paese invecchiato, in crisi e un po´ razzista (anche per colpa dei media che diffondono «un´immagine stereotipata e sminuente di noi musulmani»), i Paesi arabi dai quali provengono le loro famiglie stanno vivendo invece una nuova epoca e molti sognano di tornarvi.

   «Noi diciamo che vogliamo tornare in patria perché la società ti fa sentire che non sei a casa, che non appartieni a questa società – sostiene un ragazzo egiziano – ti fanno sentire ingombrante, sei straniero, sei quello che porta via il lavoro, sei quello che non paga le tasse, invece non è vero».

   I giovani intervistati non negano le responsabilità delle proprie comunità e il ruolo negativo di alcuni imam: «La chiusura nei nostri confronti non si vede tanto a scuola ma per strada, nei supermercati, dove ti danno risposte sgarbate. È anche colpa nostra, però, che dopo 20 anni non ci siamo ancora aperti».  Tutti si definiscono musulmani credenti e l´islam resta il più forte riferimento culturale e morale che abbiano.

   Le ragazze sottolineano che indossare il velo è una scelta personale, che nessuno le ha costrette a fare. Non manca però (in particolare tra le pakistane) la forte influenza, se non la costrizione, da parte delle famiglie. Non solo. Si registrano anche forti rotture con la cultura d´origine e l´adesione a modelli culturali della società italiana, soprattutto negli aspetti secolarizzati. «Genitori e figli, ma soprattutto figlie, si trovano spesso a vivere un conflitto feroce – avverte Karima Moual – la trasformazione di nuove identità sconvolge equilibri tradizionali consolidati. Porta a rotture definitive».
Dell´Italia, molti lamentano che la libertà di culto affermata dalla Costituzione resti solo sulla carta: poche le moschee e i luoghi di preghiera, molte le discriminazioni verso le ragazze velate («Indosso il velo – dichiara una marocchina – ma se voglio lavorare da un commercialista non mi prendono, posso fare solo le pulizie»).
I G2 sono lontani dalla politica, mostrano un qualche interesse solo verso i partiti di sinistra e verso Fini quando parla di voto amministrativo agli immigrati. Forte invece è l´ostilità verso la Lega e verso le posizioni xenofobe che esprimono molti uomini del Carroccio.
La ricerca sottolinea infine la specificità della comunità pakistana, spesso impermeabile al mondo esterno, isolata e dove «risulta evidente una minore integrazione della donna» che vive quasi esclusivamente all´interno della comunità familiare: «Le donne pakistane – ammette un intervistato – sono libere solo secondo la nostra cultura asiatica, secondo la vostra cultura no». (Vladimiro Polchi)

……….

“L´ITALIAN DREAM E LE INCERTEZZE DELLA DOPPIA IDENTITÀ”

di GIANCARLO BOSETTI (“la Repubblica” del 28/9/2011)

  (…)   La doppia identità ha un valore aggiunto, per chi ce l´ha, ma se un tempo la forza di attrazione delle nostre città era irresistibile per ragioni economiche, oggi questa duplicità diventa incertezza sul proprio destino. Da una parte, qui, in Italia come in gran parte d´Europa, l´economia si sta arenando, dall´altra, nei paesi arabi ci sono le promesse di un risveglio di libertà, il che fa la prospettiva di un ritorno meno impensabile.

   E poi chi ha studiato qui ora somiglia ai suoi vicini di casa: ci sono nuove ambizioni, più alte di quelle dei genitori, e quanto maggiori sono le ambizioni tanto più cresce la frustrazione; molti non accetterebbero oggi gli stessi lavori fatti dai genitori e si sentono «doppiamente penalizzati» per essere trattati da stranieri e musulmani; il che apre una finestra sul baratro di ignoranza che spesso separa le famiglie di provenienza islamica dai nostri connazionali, con le ragazze che devono spiegare il perché e il per come del velo, che non necessariamente rappresenta una imposizione della famiglia, ma è una scelta di cui spesso sono fiere a Torino come al Cairo, e con le spinose discussioni sulle moschee e sui luoghi di preghiera, e tutti quei casi in cui scatta la reazione per cui, preghiera o non preghiera, chiedono rispetto per una cultura che è una parte del loro essere.
Su circa cinque milioni di immigrati in Italia, quasi un milione sono minorenni e, di questi, più della metà è nata qui. I musulmani sono circa un terzo. Si tratta di una porzione importante dell´Italia prossima ventura, che dovrebbe entrare a pieno titolo dentro un realistico e dinamico progetto di Italia. Non sono gast-arbeiter, lavoratori «ospiti» temporanei come molti italiani che andarono in Germania nel dopoguerra contribuendo al miracolo tedesco, sono residenti che attendono di diventare parte a pieno titolo dell´economia, della fiscalità e del discorso pubblico italiano.

   Avrebbero bisogno di una politica capace di tracciare con chiarezza il disegno di una cittadinanza inclusiva, con la stessa forza con cui il poco – per questo – citato John F. Kennedy affrontò e vinse la campagna elettorale del 1960 contro Nixon assumendo l´immigrazione come un punto di forza per la ricostruzione del primato americano, minacciato dall´Urss. La sua riforma dell´immigrazione, realizzata da Johnson, cambiò la faccia degli Stati Uniti. La destra, in America e dovunque, ha sempre usato l´immigrazione come perno delle sue retoriche minacciose.

   L´errore di molte forze politiche progressiste è quello di piegarsi sotto questa pressione e di non pronunciare discorsi chiari sul futuro che ci attende, sui compiti difficili di una politica di integrazione delle minoranze, sulle pratiche interculturali che devono diventare parte della nostra vita civile: la promozione della vita associativa delle minoranze, la sollecitazione di tutti i momenti della vita pubblica che aiutano il dialogo, gli incontri di cultura che promuovono la conoscenza reciproca, gli scambi da intensificare con i paesi di origine e in tutto il Mediterraneo.
Molta è l´ignoranza da diradare intorno alle differenze culturali che attraversano la nostra società. E lungo è il cammino che porta a diffondere un´idea della vita civile in cui la doppia identità di un cittadino, per cui si possa diventare marocchini-italiani o turchi-tedeschi a pieno titolo davanti all´anagrafe, non è una stranezza temporanea, ma un corredo permanente della modernità plurale nella quale ci troviamo a vivere. (Giancarlo Bosetti)

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Un pensiero su “L’ITALIA SONO ANCH’IO – essere nati e cresciuti in Italia, parlare, pensare vivere come gli altri coetanei italiani ma non poterlo essere (italiani) – La raccolta di firme per UNA PROPOSTA DI LEGGE che riconosca lo “IUS SOLI”

  1. Ho tanti alunni “stranieri” e sono tutti molto gioiosi e contenti.
    E’ quello che ho rilevato nel corso degli anni… E’ possibile che il team sia stato “illuminato” nell’implementare le risorse disponibili?
    E’ possibile che gli strumenti normativi che abbiamo, anche su palinsesto comunitario (ma non solo) non sia stato compreso/utilizzato per implementare le strategie che citate?
    E’ possibile ri-leggere ciò che è già stato scritto?
    Migliorare ciò che abbiamo è sempre possibile, basta un “saggio dialogo” tra le parti, correct?
    Anche i ragazzi possono aiutare TANTO (e.g. http://it.wikipedia.org/wiki/Statuto_delle_Studentesse_e_degli_Studenti e s.m.i)… Ma questo vale solo per le istituzioni educative?

    Ad maiora

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