I nuovi PARADIGMI geografici per uscire dalla crisi: GOVERNO EUROPEO, ENERGIE RINNOVABILI, NUOVE CITTÀ e macroregioni, SVILUPPO e DECRESCITA sostenibili, OCCUPAZIONE diffusa, difesa dei BENI COMUNI

le proteste al recente G20 di CANNES

   I meccanismi economici di diffusione di massa di beni di consumo (e spesso di prosperità) si stanno inceppando, si sono inceppati. Tutti gli economisti mondiali, di provenienza teorica diversa, dicono che questa che stiamo vivendo (con drammaticità crescente, specie in alcuni paesi: in Europa dopo Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna ora è la volta dell’Italia…) questa che stiamo vivendo non può essere considerata una crisi economica “classica” di tipo ciclico: cioè che a una fase di recessione seguirà “inevitabilmente” una di espansione.

   Da questo blog geografico cerchiamo di intravedere (con tutti i nostri evidenti limiti), nel micro e nel macro (singoli luoghi o questioni planetarie), quel che può essere una proposta di ridefinizione geografica positiva (pacifista, di benessere per tutti, di recupero del bene ambientale…) dei nostri territori. E in ogni campo (dell’economia, dell’ambiente, dei rapporti fra regioni, nazioni, continenti….) si capisce la necessità di rivedere i vecchi paradigmi (dello sviluppo legato solo al PIL, dello sfruttamento della natura…) che hanno caratterizzato le nostre società ora relativamente ricche (l’Europa, l’America…) ma in declino.

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l’alluvione a Genova, e prima nel Levante ligure e nella Lunigiana

Il capoluogo ligure devastato da pioggia e fango: sei vittime, tutte donne, tra cui due bambine – GENOVA. "Noi credenti abbiamo la Bibbia, ma la Bibbia fondamentale è la natura: bisogna rispettare la madre terra e contemplarla. Delle alluvioni che hanno colpito la Liguria e la mia Genova siamo responsabili un po' tutti". Lo sottolinea all'Adnkronos Don Andrea Gallo, fondatore della comunità di San Benedetto al Porto di Genova. "Quanto è accaduto è eccezionale ma diventa la normalità se non c'è alcuna difesa del territorio - accusa il sacerdote genovese - ora è il momento di piangere i morti e di pregare, ma la gente è esasperata, ed è fondamentale che ciascuno si assuma le proprie responsabilità'". RACCOLTA FONDI DEL CORRIERE E DEL TG LA7. Dopo l'alluvione che ha colpito Genova e le zone limitrofe, la raccolta fondi «UN AIUTO SUBITO» promossa dal Corriere della Sera e dal Tg La7 viene estesa al capoluogo ligure e ai paesi interessati dal nubifragio. A oggi la raccolta per il Levante ligure e la Lunigiana ha superato quota 3 milioni di euro. Fino al 28 novembre SI PUÒ DONARE TRAMITE SMS (DA DUE EURO CIASCUNO) DA TUTTI I CELLULARI O DA RETE FISSA TRAMITE IL «NUMERO SOLIDALE» 45500 fino al 28 novembre

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TORNANDO AL TEMA DEI NUOVI PARADIGMI DEL FUTURO: 

   La RIDEFINIZIONE DEI PARADIGMI originari pertanto è chiesta da molti (movimenti ecologisti e di volontariato sociale, economisti e studiosi dei meccanismi della società…). Tra questi PARADIGMI, finora con difficoltà messo in discussione dal sistema economico e finanziario, vi è appunto per primo quello del PIL (prodotto interno lordo) con il quale si misura il benessere collettivo di ciascun paese – e personale dei cittadini -. Ma c’è anche il paradigma della CRESCITA economica come “strumento operativo” dello stesso Pil, per impostare politiche concrete (azioni degli stati) al fine di raggiungere un ricchezza più o meno diffusa.

   Tutto questo sembra ora funzionare di meno (anzi, per niente); e sempre più economisti, anche ”attori protagonisti” di questo tipo di sviluppo (cioè membri autorevoli del Fondo Monetario Internazionale, della Federal Reserve americana, della Banca Centrale Europea a di altri grandi istituti economici e finanziari mondiali…) dicono chiaramente che ora “la situazione è cambiata, è più complessa”. Rivelano che molti grandi progetti di sviluppo sono costati alla “mano pubblica” molto ma molto di più di quello che alla fine hanno concretamente dato. E questi studiosi riconoscono la necessità di nuovi paradigmi che finora sono stati patrimonio di minoranze non al governo: lo SVILUPPO SOSTENIBILE, la DECRESCITA. E poi la difesa dei BENI COMUNI (acqua, piante, risorse energetiche da fonti rinnovabili, paesaggi…) a prescindere che questi beni comuni siano pubblici o privati (su questo tema vi invitiamo a leggere l’ultimo articolo di questo post, che è la relazione di Paolo Scroccaro tenuta a un convegno ad Abano Terme il 23 ottobre scorso sul tema della “decrescita”, organizzato dal Movimento Federalista Europeo).

   Su questa situazione di “un nuovo mondo” (pur nella crisi pericolosa, di chi perde il lavoro e pertanto ogni sicurezza, dell’ambiente martoriato e delle popolazioni in balìa di eventi atmosferici, come in questi giorni a Genova, e prima nel Levante ligure e nella Lunigiana…), noi vorremmo aggiungere la necessità di una concreta maggiore attenzione paesistica e geologica di ogni territorio, oltreché una ridefinizione delle attuali istituzioni di divisione istituzionale (comuni, province, regioni…) che sempre più si rivelano inadeguate per una corretta gestione dei servizi ai cittadini, delle risorse pubbliche e del bene “ambiente”.

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IL PIL NON BASTA PIU’ – L’ISTAT MISURERA’ IL TASSO DI BENESSERE

da “IL MESSAGGERO” del  5/11/2011

   Non solo Pil, conta anche il benessere dell`individuo. Ecco perché tra un anno l`Istat sarà chiamato a misurare l`indice della felicità. Si tratta di una iniziativa del nostro istituto di statistica e del Cnel che hanno deciso di inviare ai cittadini un questionario sul terna specifico del benessere in base ad indicatori del Benessere equo e sostenibile (Bes). Una iniziativa analoga è già stata adottata in Gran Bretagna dal premier, David Cameron.

   Dodici i parametri sui quali verrà misurato il tasso di benessere, dall`ambiente alla salute, dal benessere economico alla cultura. Le risposte al questionario confluiranno in un rapporto che sarà pronto per ottobre, dopo l`approvazione definitiva prevista per maggio.

   La conferma che la direzione sia quella giusta arriva da un sonadaggio, realizzato su 45 mila persone. L`omogeneità delle risposte è impressionante:  giovani e anziani, uomini e donne del Nord e del Sud concordano, al 79,9%, che la priorità sia la salute (riceve un punteggio di 9,7 punti su 10). Seguono la tranquillità sul futuro socio-economico dei propri figli (9,3 punti) e un lavoro dignitoso (9,2). Un reddito adeguato è al quarto posto, a pari merito con buone relazioni con parenti e amici (9,1). Mentre la felicità in amore arriva solo sesta, come la sicurezza nei confronti della criminalità (9,0).

   I dodici indicatori del benessere ricalcano, in parte, il risultato del sondaggio, e condividono con l`analisi della Commissione Stiglitz e dell`Ocse sette priorità (dall`ambiente alla salute, al benessere economico, all`istruzione, al lavoro, alle relazioni sociali, alla sicurezza). Altri punti sono specifici per l`Italia, come il patrimonio paesaggistico e culturale, la ricerca e la qualità dei servizi. Entro fine mese anche l`Eurostat diffonderà un suo rapporto sul tema, dopo le esperienza di Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Australia e tanti altri.

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PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO STIGLITZ

A cura del Comitato Scientifico della Fondazione Sviluppo Sostenibile

(http://www.comitatoscientifico.org/ )

Roma, 15 gennaio 2011 – L’INTRODUZIONE

   La crisi economica che stiamo attraversando pone fine all’ultimo dei cicli dell’economia capitalistica, il cui inizio può essere fatto risalire alla fine della guerra fredda e alla caduta del muro (1989), caratterizzato dai consumi ipertrofici, dalla globalizzazione dei mercati, dalla finanziarizzazione, dalla piena sregolazione liberista e dal rilassamento del controllo delle amministrazioni centrali sull’economia.

   Con sorpresa la imponente strumentazione econometrica dei paesi industrializzati non ha avuto la capacità di anticipare la crisi ed ha sopravvalutato i parametri di una crescita avvelenata dalla speculazione, dal degrado dell’ambiente e del’esaurimento tendenziale delle risorse naturali.

Fitoussi, Stiglitz, Sen

   Non ultimo tra i leader della nuova generazione per sensibilità storico-politica, il Presidente Nicolas Sarkozy, l’uomo della “Grenelle”, ha affidato ad una commissione di 25 grandi esperti come Arrow, Atkinson, Stern etc., governata da tre economisti di prima linea, Stiglitz, Sen e Fitoussi, la redazione di questo rapporto sul “Measurement of Economic Performance and Social Progress”. Non avremmo proposto alla lettura ed alla discussione della Fondazione questa opera di difficile lettura, se non avessimo constatato che si tratta di tutt’altro che di un rapporto specialistico, quanto piuttosto di una ripresa autorevole e promettente della concezione profonda dello sviluppo sostenibile.

   Questo importante concetto, ipostatizzato ed anche troppo santificato dal pensiero internazionale democratico ed ambientalista, tende a perdere la scena ed a scivolare in un conformismo di maniera, che un poco richiama la sorte del concetto della pace mondiale, trionfante nell’iconografia ufficiale di un mondo sempre afflitto da conflitti e guerre. Così lo sviluppo sostenibile alla fine del secolo XX pareva diventato una prerogativa dei paesi ricchi.

   Non vi è dubbio che i Principi di Rio e l’Agenda 21, veri documenti di transizione, abbiano implicitamente fatto perno sull’ipotesi di una espansione economica impetuosa e generalizzata per tutti, compatibile con livelli di consumo da taluni dichiarati “non negoziabili” (Bush a Rio, Powell a Johannesburg), capace di descrivere una perfetta curva di Kuznets e risolvere con la crescita tutti i problemi sociali ed ambientali. Le crisi economica e climatica sono contestualmente il punto di arrivo di quella illusione.

   La lettura del rapporto Stiglitz non potrà rispondere a tutti gli interrogativi. Tuttavia ci sembra importante il tentativo di (ri)stabilire quale sia la ricchezza del mondo che dobbiamo preservare e consegnare alle generazioni sopravvenienti.

   Il messaggio centrale del rapporto è che il tempo è maturo per spostare l’attenzione dalla produzione delle merci al benessere delle persone, posto in un contesto di sostenibilità. Sappiamo tutto sulla produzione, molto meno sul benessere.

   Abbiamo constatato che la crescita della produzione nei paesi affluenti, ad un certo punto, si è distaccata dalla percezione individuale e collettiva di benessere. Quest’ultimo ha realmente imboccato una fase di declino, come innumerevoli studi hanno ormai accertato.

   Si tratta, questa è una vera novità, di combinare una valutazione più realistica dei fattori economici del benessere con i fattori non market della qualità della vita individuale e sociale, sulla quale incidono gravemente le forti disparità di reddito e di accesso alle risorse, il degrado dell’ambiente con le insidie alla salute che esso determina, la perdita dei livelli dell’occupazione, l’insicurezza sociale, il distacco dalla politica, la grave compromissione dei rapporti interpersonali causata dall’abbandono di modelli storici solidaristici, per quanto imperfetti e localistici, in favore di modelli consumistici che abbisognano di culture basate sulla competizione.

   Il Rapporto dà un contributo importante alla definizione dei cespiti della ricchezza “estesa” ed ai percorsi della sostenibilità cui si chiede di sorvegliarne la qualità dello sviluppo, la conservazione nel tempo ed il trasferimento della ricchezza alle generazioni future.

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il file dell’intero Rapporto Stiglitz (pdf in lingua originale)
la traduzione in italiano della I e della II parte del Rapporto Stiglitz nel booklet elettronico preparato dalla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile (pdf in italiano)

http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/en/index.htm –

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LE TRE VERITÀ (CHE NESSUNO DICE) PER SPIEGARE LE RAGIONI DELLA CRISI

di Francesco Daveri da “il Corriere della Sera” del 4/11/2011

   Il mondo sperava di averla scampata. Il 2009 era stato un Anno Orribile, con crolli a due cifre dei fatturati aziendali. Ma poi nel 2010 è arrivata la cosiddetta ripresa. In realtà quasi tutti i Paesi hanno semplicemente ricominciato a fare quello che facevano in passato.

   La Cina e gli emergenti, e in Europa la Germania, hanno ripreso a crescere rapidamente, come prima della crisi. Chi come l’Italia arrancava da anni con crescita anemica tra lo zero e l’uno per cento l’anno ha continuato ad arrancare. È comunque sembrato che l’Anno Orribile fosse solo una drammatica parentesi.
Ma poi, durante l’estate 2011, la crisi ha presentato il conto. Il mondo e — in modo particolarmente drammatico — gli italiani si sono accorti che la luna di miele dei Paesi europei dentro all’Unione monetaria, se mai cominciata, era improvvisamente finita. Con l’esplodere dello spread tra Btp e Bund a 400 punti base, il costo dell’indebitamento a 10 anni per lo Stato italiano è salito fino al 6 per
cento, un livello raggiunto solo negli anni Novanta prima dell’euro. Le famiglie italiane si sono trovate a chiedersi con inquietudine inattesa come difendere il valore dei loro risparmi.
L’autunno non è stato finora meglio dell’estate. Lo spread Btp-Bund è arrivato fino a 450 punti. Soprattutto, l’indice delle vendite al dettaglio è ritornato al suo livello del 2005, un segno che a causa della crisi anche la grande distribuzione sta perdendo colpi, dopo decenni di crescita positiva.

   A svuotare le tasche dei consumatori sono l’inflazione e la disoccupazione. I prezzi al consumo, spinti dal petrolio e ora dall’aumento dell’Iva, sono tornati a crescere oltre il 3 per cento. Ma anche la disoccupazione non scende e rimane oltre l’8% in Italia, al 10% in Europa e al 9% in America.

   Di fronte a questi numeri, Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve americana, si è impegnato a mantenere le attuali condizioni di abbondanza (teorica) di credito fino a metà 2013. Ed è probabile che anche la Bce di Mario Draghi continui a seguirlo su questa strada.
Nessuno dei grandi potenti del mondo al G20 sa come venire fuori dalla crisi. Si deve però trovare almeno il coraggio di dire tre verità. La prima è che la crisi ha specificità locali — italiane ed europee — ma è essenzialmente una crisi globale. Ce lo ha ricordato pochi giorni fa il fallimento di MF Global, una società americana di brokeraggio.

   MF Global aveva il lato dell’attivo del suo bilancio pieno di titoli greci che hanno perso valore con l’ormai sicuro default della Grecia: la perdita di valore dei titoli greci si è mangiata il capitale della società. Ma MF Global è stata affossata anche dall’uso di pratiche contabili disinvolte e sofisticate che però in definitiva usavano un trucco molto artigianale: quello di attribuire le perdite al conto titoli dei clienti mentre gli eventuali profitti rimanevano sui conti della società.

   Tutto ciò è l’effetto collaterale di ciò che in gergo si chiama «proprietary trading» e che l’ex governatore della Fed Paul Volcker ha cercato di vietare alle banche commerciali, perdendo la sua battaglia contro le lobby congressuali delle banche di investimento. Quella di MF Global è una storia già sentita tante volte negli ultimi tre anni.

   Il crac di Lehman Brothers e i crac diventati salvataggi di AIG e di Bear Stearns contengono tutti la stessa combinazione di assunzione eccessiva di rischi e di scarso senso etico negli affari che porta a un’ingiustificabile inclinazione di alcuni operatori finanziari verso attività illegali. Un marchio di infamia per la finanza globale.

   Sulla finanza globale c’è però da ricordare una seconda verità. Oggi ci sembra che il mondo sia retto dal predominio dell’oligarchia finanziaria sugli sfortunati che compongono il parco buoi, quelli che pagano il conto in tanti modi: come contribuenti che non possono spostare i loro redditi nei paradisi fiscali, come lavoratori vessati da capi strapagati e anche come semplici sottoscrittori di prodotti finanziari e assicurativi.

   Eppure dovremmo ricordarci che la finanza globale dei derivati non è il diavolo. Negli anni precedenti al crac di Lehman, l’abbondanza di liquidità ha consentito i mutui sub prime, operazioni immobiliari che non avrebbero mai dovuto avere luogo. Ma ha anche consentito a milioni di famiglie di comprare casa grazie ai bassi tassi di interesse. E ha anche creato condizioni di credito facile che hanno certamente favorito gli investimenti.

   Non è solo colpa della finanza se il credito facile è stato sfruttato per fare fusioni e acquisizioni che solo occasionalmente hanno creato valore aziendale e più spesso si sono invece tradotte in benefici privati, cioè aumenti di stipendio e bonus, per i manager delle aziende coinvolte e per le società di intermediazione e di private equity.
La terza verità è che con la globalizzazione che abbiamo visto fino a oggi non si può andare avanti. «Occupy Wall Street» e gli indignati nelle varie lingue enfatizzano, sia pure con proposte demagogiche, l’insostenibilità sociale e umana dell’attuale processo di globalizzazione. E il G20 di Cannes cercherà di mettere una pezza a questi problemi giganteschi, di rattoppare una coperta che è diventata corta. Sarebbe già qualcosa se dal summit si uscisse con un comunicato veritiero, che per una volta ci racconti che la crescita globale non sarà «forte, sostenibile ed equilibrata».

   Se sarà forte (come ieri) non sarà equilibrata e sostenibile perché basata su una finanza non riformata. Per essere equilibrata e sostenibile, dovrà probabilmente essere meno forte. Purtroppo il mondo globale di domani non ha a disposizione facili scorciatoie.

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Italia

DISOCCUPAZIONE, NUOVO PICCO

– A settembre persi 86mila posti, il tasso sale dall’8% all’8,3%. Un giovane su tre senza lavoro. Inattive metà delle donne –

da “il Gazzettino” del 1/11/2011

   A settembre la disoccupazione in Italia torna a crescere, balzando all’8,3% dall’8,0% di agosto. Una percentuale dietro cui si trovano oltre due milioni di senza lavoro. Cifre che riportano l’Italia indietro di un anno, visto che per ritrovare un tasso così alto bisogna risalire al novembre 2010.
Il quadro peggiora se si guarda ai giovani, con quasi uno su tre in cerca di un posto. Gli under 25 che in Italia sono a caccia di un impiego sono, infatti, il 29,3%. Si tratta del livello più alto dal 2004, ovvero da quando sono iniziate le serie storiche. Insomma le stime provvisorie dell’Istat descrivono un mercato del lavoro in difficoltà.

   Ma non è solo l’Italia a soffrire, a settembre la disoccupazione rialza la testa in tutto il Vecchio continente, con l’Eurostat che registra un tasso di senza lavoro pari al 10,2% nell’Eurozona e al 9,7% nell’intera Ue. Quindi Roma riesce a mantenersi abbondantemente sotto la media europea. Il discorso cambia, però, se si fa riferimento ai giovani, con la Penisola che si piazza ai vertici della lista dei Paesi che scontano i più alti tassi di disoccupazione giovanile.
Un’altra piaga è rappresentata dagli inattivi. A settembre l’Istat, infatti, segna peggioramenti su tutti i fronti: crescono le persone alla ricerca di un impiego (+76 mila in un solo mese); calano gli occupati (-86 mila); e aumentano coloro che né hanno un posto né lo cercano, gli inattivi (+21 mila).
Inoltre, nonostante nell’ultimo mese il rialzo della disoccupazione e la diminuzione dell’occupazione abbiano interessato sia la componente femminile che quella maschile restano profonde differenze. Basti pensare che le donne che lavorano sono ferme a quota 46,1%; le disoccupate, invece, sono il 9,7%. Ma il divario maggiore sta nell’inattività, che colpisce quasi una donna su due (48,9%). D’altra parte la schiera degli inattivi conta oltre 15 milioni di persone. (….)

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“La crisi finirà solo quando cambieremo l’economia”

RIFKIN: LA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE? È GIÀ INIZIATA

di Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 3/10/2011

NEW YORK – Bisogna cambiare, ora. Anche se non volessimo, la «Terza rivoluzione industriale» è già cominciata, e la crisi economica in corso dovrebbe solo convincerci ad affrettare il passo verso un nuovo paradigma per la nostra società. Un modello che richiede di abbandonare la dipendenza energetica dal petrolio, ma anche di mutare radicalmente i rapporti economici, la politica, l’ambiente, l’istruzione.

   Così scrive Jeremy Rifkin nel suo ultimo libro, intitolato appunto «The Third Industrial Revolution: How Lateral Power Is Transforming Energy, the Economy, and the World».
Durante un’intervista fatta ad agosto, ci aveva anticipato i contenuti con queste parole: «Verso la fine degli Anni Settanta è terminata la Prima rivoluzione industriale, nel senso che abbiamo smesso di vivere grazie alla ricchezza che producevamo. Siamo entrati nella Seconda rivoluzione industriale, in cui poco alla volta abbiamo bruciato i nostri risparmi e cominciato a vivere di debito».

   Questo ci ha esposto a crisi ricorrenti: «Ogni volta che c’è una recessione, facciamo sempre la stessa cosa: pompiamo soldi nel mercato e diciamo che vogliamo tagliare le spese. Ma la ripresa si alimenta spendendo, le nostre spese fanno crescere la domanda, i Paesi emergenti ne approfittano aumentando la produzione per moltiplicare l’offerta, e questo fa salire i costi delle materie prime come il petrolio.

   Di conseguenza tutti i prezzi aumentano, compresi quelli del cibo, e quindi ci ritroviamo in breve in una nuova situazione insostenibile, tornando a fare affidamento sul debito per soddisfare le nostre esigenze. Così non ne verremo mai fuori».
Quindi aveva concluso: «La crisi finirà solo quando cambieremo il nostro paradigma economico. Dobbiamo passare dalla Seconda rivoluzione industriale alla Terza, per smettere di consumare le ricchezze del passato e tornare a produrre liberando la nostra creatività». Ora il libro è in uscita, le anticipazioni circolano in rete, e si può leggere cosa intende.
Energia nuova
«La gestione dell’energia – scrive Rifkin – forma la natura della civiltà. Come è organizzata, come i frutti del commercio sono distribuiti, come viene esercitato il potere politico e le relazioni sociali. Il controllo di produzione e distribuzione dell’energia si sta spostando dalle gigantesche compagnie centralizzate basate sui combustibili fossili, a milioni di piccoli produttori che generano le loro energie rinnovabili e commerciano i surplus».

   «La nuova era porterà una riorganizzazione dei rapporti di potere a tutti i livelli. Mentre la Prima e la Seconda rivoluzione favorivano centralizzazione e verticalizzazione, con strutture organizzative che operavano nei mercati dall’alto in basso, la Terza si muove per vie laterali, preferendo i modelli di business collaborativi che funzionano meglio nei network. La “democratizzazione dell’energia” ha profonde implicazioni su come orchestriamo l’intera vita umana. Stiamo entrando nell’era del “capitalismo distribuito”. Il rapporto da avversari tra venditore e compratore è sostituito dalla relazione collaborativa fra fornitore e utilizzatore».

Nuovi modelli
«Il capitalismo distribuito introduce modelli nuovi, inclusa la stampa tridimensionale nel settore manifatturiero, e le imprese che condividono i risparmi di scala nel campo dei servizi, capaci di ridurre enormemente i capitali, l’energia e i costi del lavoro, incrementando la produttività».
La politica
«La Terza rivoluzione cambia il business, ma anche la politica. C’è un nuovo atteggiamento mentale nelle generazioni di leader socializzati via Internet. La loro politica non riguarda più lo scontro fra destra e sinistra, ma tra il modello autoritario e centralizzato e quello distribuito e collaborativo».

   «Mentre Prima e Seconda rivoluzione erano accompagnate dalle economie nazionali e dalla governance della nazione-stato, la Terza, essendo distributiva e collaborativa per natura, progredisce lateralmente e favorisce le economie e le unioni governative continentali».
Geopolitica e biosfera
«L’era intercontinentale trasformerà le relazioni internazionali dalla geopolitica alla politica della biosfera. Nella Prima e Seconda rivoluzione, la Terra era concepita in maniera meccanica e utilitaristica. Era vista come contenitore di risorse utili, pronte per essere appropriate a fini economici, e gli stati nazione erano formati per competere e assicurarsi il loro controllo. Il passaggio verso le energie rinnovabili ridefinirà la nozione delle relazioni internazionali lungo le linee del pensiero ecologico… La biosfera ci porta da una visione coloniale della natura, come nemico da saccheggiare e schiavizzare, a una nuova visione della natura come comunità condivisa da proteggere. Il valore utilitaristico della natura sta facendo spazio al suo valore intrinseco. Questo è il significato profondo dello sviluppo sostenibile».
Addio Adam Smith
«Sui mercati, i vuoti scambi di proprietà sono stati parzialmente rovesciati dall’accesso condiviso ai servizi commerciali nei network open-source. Gran parte dell’economia, come viene insegnata oggi, è sempre più irrilevante per spiegare il passato, capire il presente e prevedere il futuro».
L’istruzione
«Preparare la forza lavoro e la cittadinanza per la nuova società richiederà di ripensare i modelli tradizionali di istruzione, con la loro enfasi sul rigido insegnamento e la memorizzazione dei fatti. Nella nuova era globalmente connessa la missione primaria dell’istruzione sarà preparare gli studenti a pensare e agire come parte di una biosfera condivisa.

   L’approccio dominante dell’insegnamento dall’alto al basso, che ha l’obiettivo di creare un essere competitivo e autonomo, sta dando spazio ad una istruzione “distribuita e collaborativa”. L’intelligenza non è qualcosa che si eredita o una risorsa da accumulare, ma piuttosto un’esperienza comune distribuita tra le persone».
La nuova qualità della vita
«La Terza rivoluzione cambia il nostro senso della relazione e la responsabilità verso gli altri esseri umani. Condividere le energie rinnovabili della Terra crea una nuova identità della specie. Questa coscienza di interconnettività sta facendo nascere un nuovo sogno di “qualità della vita”, soprattutto tra i giovani.

   Il sogno americano si colloca nella tradizione illuministica, con la sua enfasi nella ricerca del proprio interesse materiale. Qualità della vita, però, parla di una nuova visione del futuro, basata su interesse collaborativo, connettività e interdipendenza.

   La vera libertà non sta nell’essere slegato dagli altri, ma in profonda partecipazione con essi. Se la libertà è l’ottimizzazione di una vita, essa si misura con la ricchezza e la diversità delle esperienze di ciascuno, e la forza dei suoi legami sociali. Una vita vissuta meno di così è un’esistenza impoverita».

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“ECCO DIECI PROPOSTE PER SALVARE L’ITALIA”

dal Corriere della Sera del 24/10/2011

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, economisti, fanno dieci proposte di riforma “a costo zero” che rilancerebbero l’economia italiana, salvandola dalla crisi e dalla stagnazione. Eccole nel dettaglio:

1) Sbloccare il mercato del lavoro con una progressiva introduzione di contratti unici che eliminino al tempo stesso sia l’eccessiva precarietà sia la perfetta inamovibilità dei dipendenti di alcuni settori.
2) Sostituire la cassa integrazione con sussidi di disoccupazione temporanei, ispirandosi alla flex security dei Paesi nordici.
3) Tornare alla formulazione originale dell’articolo 8 della manovra finanziaria di agosto, quella inizialmente scritta dal ministro Sacconi e poi modificata su richiesta dei sindacati e con l’accordo di Confindustria: maggiore libertà per imprenditori e lavoratori di fare, se d’accordo, scelte a livello aziendale.
4) Permettere ai salari del settore pubblico di essere diversi da una regione all’altra a seconda del costo della vita. Al Sud il costo della vita è in media il 30 per cento inferiore rispetto a quello del Nord, ma i salari monetari dei dipendenti pubblici sono uguali. Questo permetterebbe un risparmio di spesa pubblica e faciliterebbe l’impiego nel settore privato al Sud dove oggi invece conviene lavorare per le amministrazioni pubbliche.
5) Favorire l’occupazione femminile con agevolazioni fiscali quali le aliquote rosa per le donne che lavorano. L’occupazione femminile in Italia è la più bassa d’Europa.
6) Riformare con equità le pensioni di anzianità (oltre all’aumento dell’età pensionabile annunciato da Berlusconi) e prevedere, con la dovuta gradualità, che si possa lasciare il lavoro solo quando si raggiungono i requisiti per una pensione di vecchiaia o i massimi contributivi. Lo scorso anno l’Inps ha liquidato 200 mila nuove pensioni di vecchiaia e un numero simile (175mila) di nuove pensioni di anzianità. Ma l’importo medio di un’anzianità è di 1.677 euro, contro 602 euro di una pensione di vecchiaia.
7) Riforma della giustizia civile che accorci i suoi tempi, oggi glaciali, uno dei maggiori ostacoli, soprattutto per i giovani imprenditori. In un articolo pubblicato su questo giornale il 5 giugno abbiamo fatto proposte concrete sull’organizzazione del lavoro dei giudici per raggiungere questo obiettivo a costo zero.
otto) Eliminare alcuni dei privilegi garantiti agli ordini professionali. Aprire ai privati la gestione dei servizi pubblici locali (per esempio gestione dei rifiuti). Liberalizzare i mercati, partendo da ferrovie, poste ed energia.
9) Allargare la base imponibile riducendo l’evasione per poter abbassare le aliquote: niente condoni, perché i condoni sono un invito a evadere il fisco. Vincolarsi per legge a destinare le maggiori entrate derivanti dal recupero dell’ evasione unicamente alla riduzione delle aliquote fiscali, in particolare sul lavoro, con una specifica attenzione a quello femminile.
10) Dimezzare i costi della politica, nel vero senso della parola, cioè una riduzione del cinquanta per cento. Ciò non avrebbe un effetto macroeconomico diretto ma darebbe un importante segnale politico di svolta.

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DIECI RIFORME A COSTO ZERO PER FAR RIPARTIRE L’ITALIA

da “la Repubblica” del 4/11/2011

   E´ in libreria il saggio di Tito Boeri e Pietro Garibaldi “Le riforme a costo zero” (Chiarelettere). Pubblichiamo uno stralcio del capitolo introduttivo
   «Non ci sono soldi». Sembra essere questo il motivo principale per cui in Italia non si fanno le riforme. Nonostante l´Italia cresca meno dell´Europa da oltre un decennio e la necessità di riforme sia sentita da tutti gli italiani e conclamata da tutti i politici, le riforme non si fanno.

   Quale che sia il colore politico dei governi, quale che sia la congiuntura. (…) Il ragionamento del «non ci sono i soldi per fare le riforme» è profondamente sbagliato per due motivi, che sono alla base della decisione di scrivere questo libro.

   Il primo motivo è interno al ragionamento stesso. In Italia il vento della crescita non tornerà mai a spirare in poppa senza un vero e proprio programma di riforme. (…)

   Il secondo errore nel ragionamento del «non ci sono i soldi» è che si tratta di un falso problema. Esistono moltissime e importantissime riforme che si possono fare «senza aumentare di un solo euro il debito pubblico». Sono le cosiddette «riforme a costo zero», il tema alla base di questo libro. (…) Ci limiteremo in questa introduzione a fornirvi i titoli delle riforme.

LE RIFORME A COSTO ZERO
1- La prima riguarda il governo dell´immigrazione, sin qui solo subita dal nostro Paese. Occorre investire nell´integrazione degli immigrati riducendo al contempo i costi per chi li accoglie.
2 – La seconda riforma affronta la transizione tra scuola e lavoro, cerca di prosciugare il bacino immenso di giovani che oggi in Italia non sono né al lavoro né impegnati in un corso di studi e si basa su due cardini fondamentali: il contratto unico a tutele progressive e l´apprendistato universitario.
3 – La terza riforma riguarda la contrattazione salariale e l´introduzione di un salario minimo. (…). Nel riformare la contrattazione è fondamentale affrontare il problema delle rappresentanze sindacali. Si può fare molto a partire dall´accordo raggiunto a fine giugno 2011 da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria.
4 – La quarta riforma riguarda la macchina dello Stato e gli incentivi dei dipendenti pubblici. Si tratta di installare un nuovo motore per la macchina dello Stato incentivando comportamenti virtuosi nel pubblico impiego, premiando le amministrazioni (piuttosto che i singoli), anziché introdurre nuove regole cervellotiche quanto inutili come fatto sin qui.
5 – La quinta riforma guarda al lavoro autonomo e, in particolare, agli ordini professionali. Si tratta di avere professionisti più liberi e ordini trasparenti. (…)
6 – La sesta riforma serve a incoraggiare il lavoro di più persone nella stessa famiglia, rendendole meno vulnerabili a eventi avversi e attivando il capitale umano oggi largamente inutilizzato
delle donne. È una miniriforma fiscale che trasforma le detrazioni per coniugi e gli altri familiari a carico in sussidi condizionati all´impiego. (…).
7 – La settima riforma si rivolge al sistema pensionistico e prevede l´estensione a tutti delle regole del metodo contributivo nel determinare l´età di pensionamento, nonché le riduzioni e gli incrementi delle pensioni associati a un ritiro dalla vita lavorativa prima o dopo aver raggiunto i 65 anni di età. (…)

8 – L´ottava riforma si colloca all´intersezione fra mercato del lavoro e mercati finanziari. Riguarda l´accesso al credito per chi vuole crescere, per le imprese che vogliono diventare più grandi, e richiede di procedere su piani diversi: la riforma della legge sull´usura, il superamento delle interconnessioni presenti a vari livelli nel nostro sistema di corporate governance, una authority per le fondazioni e la separazione fra banche e società di gestione del risparmio. (…)
9 – La nona riforma guarda alla selezione della classe politica. Proponiamo di avere meno politici sia a livello nazionale, sia locale, per sceglierli meglio. Riteniamo utile anche impedire ai politici di cumulare i compensi da parlamentari con quelli di altre attività e di modificare le regole di determinazione dei loro compensi indicizzandoli alla crescita del reddito pro capite degli italiani. (…)
10 – La decima riforma, infine, vuole costruire una costituency, un partito a favore delle riforme. Lo fa allargando il voto ai sedicenni e cambiando i criteri di calcolo delle quiescenze in modo tale da incentivare la fascia più consistente del nostro elettorato, i pensionati, a sostenere politiche per la crescita.

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FLEXSECURITY? SÌ, GRAZIE

di Andrea Telara, da http://businesspeople.it/ del 22/7/2011

– Il welfare secondo le ricette di Stoccolma e Copenhagen. I risultati? Il tasso di disoccupazione più basso d’Europa. Vediamo come funziona e come si sta muovendo il nostro Paese sul fronte degli
ammortizzatori soci –

(….)

LA FLEXSECURITY DANESE

Il “caso di scuola” più apprezzato da molti osservatori rimane quello della Danimarca, un paese che è riuscito a coniugare nel tempo un elevato grado di flessibilità del lavoro con un efficace impianto di protezioni sociali.

   È la cosiddetta flexsecurity, un modello di welfare dove lo stato eroga dei sussidi alla disoccupazione abbastanza generosi e, nello stesso tempo, permette alle imprese di licenziare i propri dipendenti con una libertà maggiore rispetto a quanto avviene in molte altre nazioni del Vecchio Continente.

   I dipendenti delle aziende, oltre a correre il rischio di subire un licenziamento collettivo a causa di una crisi o di una ristrutturazione dell’impresa, possono rimanere a casa anche in assenza di una giusta causa.

   I sussidi alla disoccupazione erogati dal governo di Copenhagen sono però molto generosi poiché hanno una durata di almeno tre o quattro anni e arrivano sino al 90% dell’ultimo salario (entro un “tetto” di circa 400 euro settimanali). Per gli ultra 55enni, l’assegno statale può essere erogato fino all’età di 60 anni (cioè per 60 mesi), nel caso in cui il lavoratore sia ormai prossimo alla data del pensionamento.

   Esiste però, anche l’altra faccia della medaglia: chi ha perso l’occupazione è infatti obbligato, pena la perdita dell’assistenza statale, a partecipare continuamente a dei programmi di reinserimento nel mercato del lavoro, pagati dalla stessa azienda che ha effettuato il licenziamento.

   Nello specifico, i corsi professionali vengono gestiti da agenzie di collocamento private, sottoposte comunque al controllo pubblico e finanziate dalle imprese che hanno lasciato a casa il dipendente. I datori di lavoro, dunque, hanno tutto l’interesse ad adoperarsi affinché il proprio ex-dipendente possa trovare un nuovo impiego il più presto possibile, per evitare un eccessivo dispendio di risorse.

PRIMI PASSI IN ITALIA

Proprio per questa caratteristica, il modello danese piace molto a Pietro Ichino, noto giuslavorista e senatore del PD, che ha presentato un disegno di legge (il n. 1481 del 25 marzo 2009) per creare nel mercato del lavoro italiano un sistema simile a quello di Copenhagen, seppur con alcune piccole distinzioni tra le aziende con meno di 16 dipendenti e quelle con un organico inferiore.

   In particolare, il progetto di Ichino prevede l’introduzione di minori vincoli ai licenziamenti, in cambio di alcune contropartite. Il lavoratore riceve infatti dallo stato un generoso sussidio pubblico alla disoccupazione che, proprio come in Danimarca, ha una durata sino a quattro anni e parte dal 90% del salario, per scendere progressivamente nel tempo fino a un minimo del 60%.

   Inoltre, la società che ha effettuato il licenziamento si deve impegnare a favorire il reintegro nel mercato del lavoro dell’ex-dipendente finanziando un’agenzia di formazione privata, che può essere un ente bilaterale partecipato dalle stesse imprese e dai sindacati, oppure può nascere sotto forma di consorzio di aziende.

   Il disegno di legge di Ichino prevede però che i costi dei corsi debbano basarsi su un sistema bonus/malus, cioè premiare le società che dimostrano di avere una gestione del personale finalizzata a limitare i licenziamenti. Benché abbia riscosso molti apprezzamenti politici bipartisan, il provvedimento proposto da Ichino incontra però non pochi ostacoli, soprattutto rispetto alla copertura finanziaria.

   A Copenhagen il governo spende ogni anno oltre il 3% del Pil per finanziare le proprie politiche di assistenza alla disoccupazione e alla povertà, quasi sei volte in più rispetto all’Italia. Certo, i risultati di questo impegno non mancano, visto che la Danimarca, nonostante un economia in affanno, mantiene un tasso di disoccupazione al di sotto della media europea (7,9% contro il 10% continentale) mentre tra i giovani senza lavoro la percentuale di disoccupati cronici (da più di 12 mesi) è di appena il 6%. (Andrea Telara)

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LONDRA: QUEI FIGLI UMILIATI DEL CONSUMO

di Zigmunt Bauman, da “il Corriere della Sera” del 16/8/2011

(ndr: in merito agli scontri di Londra dell’agosto scorso, dove bande di giovani, molti ragazzi, hanno messo a ferro e fuoco la City, devastando negozi e supermercati, portando via beni ora trendy –solo le librerie non sono state interessate-…)

   Queste non sono rivolte del pane o della fame. Queste sono rivolte di consumatori deprivati ed esclusi dal mercato. Le rivoluzioni non sono la conseguenza inevitabile delle ineguaglianze sociali, lo sono invece i terreni minati.

   I terreni minati sono quelle aree disseminate a caso di ordigni esplosivi: si può star certi che alcuni di essi, a un certo punto, salteranno in aria, ma nessuno è in grado di affermare esattamente quali e quando.

   Se le rivoluzioni sociali sono invece fenomeni mirati, ecco che è possibile intervenire per identificarle e disinnescarle in tempo. Ma non le esplosioni da terreno minato. Nel caso dei terreni minati per mano di soldati di un esercito, si possono inviare soldati di qualche altro esercito a rintracciare le mine per disarmarle.

   Un compito rischiosissimo, come dice l’adagio dei militari: «Lo sminatore può sbagliare una sola volta». Ma nel caso di terreni minati predisposti dalle diseguaglianze sociali persino un simile rimedio, per quanto pericoloso, è fuori della nostra portata: il compito di interrare le mine e quello di dissotterrarle deve essere eseguito dal medesimo esercito, che non può tuttavia smettere di aggiungere nuovi ordigni, né evitare di camminarci sopra – all’infinito. Disseminare le mine e cadere vittima delle esplosioni diventa allora un circolo inevitabile e inarrestabile.

   Le diseguaglianze sociali, di qualunque genere esse siano, derivano dalla divisione tra coloro che hanno e coloro che non hanno, come fece notare Miguel Cervantes de Saavedra cinquecento anni or sono. Ma a seconda delle epoche, l’avere o non avere certi oggetti rappresenta, rispettivamente, la condizione più ardentemente ambita o più ferocemente risentita.

   Due secoli fa in Europa, e ancora pochi decenni fa in molti luoghi lontani dall’Europa, e oggigiorno nei teatri bellici dove si combattono guerre tribali o dove dettano legge i tiranni, il principale oggetto del contendere tra i ricchi e i poveri era la pagnotta, o la ciotola di riso. Grazie a Dio, alla scienza, alla tecnologia e ad alcuni espedienti politici di buon senso, abbiamo superato queste emergenze. Il che non vuol dire, tuttavia, che l’antico divario sia morto e sepolto.

   Al contrario… Gli oggetti del desiderio, la cui assenza provoca una reazione scomposta e rabbiosa, sono oggi sempre più numerosi e variegati – il loro numero, anzi, aumenta di giorno in giorno, assieme alla tentazione di impadronirsene.

   Così crescono di pari passo il malumore, la rabbia, l’umiliazione, il risentimento rinfocolato dal non averli, come pure l’impulso di distruggere tutto ciò che non si può ottenere. Il saccheggio e l’incendio dei negozi sono la conseguenza di quello stesso impulso e soddisfano quello stesso desiderio.

   Oggi siamo tutti consumatori, innanzitutto e soprattutto consumatori, consumatori per diritto e per dovere. Il giorno dopo la tragedia dell’11 settembre, nel suo appello lanciato agli americani per incoraggiarli a superare il trauma e tornare alla normalità, il presidente Bush non trovò niente di meglio da dire che «ricominciate a comprare».

   È il livello della nostra attività di acquirenti e la facilità con cui ci sbarazziamo di un oggetto di consumo per sostituirlo con una versione più «nuova e aggiornata» a fissare i parametri fondamentali del nostro status sociale e il nostro punteggio nella corsa al successo. A tutti i problemi che incontriamo sul nostro cammino, noi cerchiamo la soluzione nei negozi.

   Dalla culla alla bara, siamo stati istruiti e addestrati a considerare i negozi come farmacie traboccanti di medicamenti per curare o almeno alleviare ogni malattia e afflizione della nostra vita individuale e collettiva. I negozi e lo shopping acquisiscono pertanto una vera e piena dimensione escatologica.

   I supermercati, nella celebre citazione di George Ritzer, sono diventati le nostre cattedrali; e di conseguenza, mi sia consentito di aggiungere, la lista della spesa è diventata il nostro breviario, le processioni nei centri commerciali i nostri pellegrinaggi. Nulla ci emoziona e ci riempie di entusiasmo come acquistare per impulso e scartare oggetti che non ci piacciono più per sostituirli con altri, più invitanti. La pienezza della gioia del consumo equivale alla pienezza della vita. Compro, ergo sono.

   Comprare o non comprare, questo è il problema. Per i consumatori senza accesso al mercato, i veri poveri di oggi, il non poter acquistare è lo stigma odioso e doloroso di una vita incompiuta, la conferma della propria nullità e incapacità.

   Non semplicemente l’assenza di ogni piacere, bensì l’assenza della dignità umana, l’impossibilità di dare un senso alla propria vita e, da ultimo, la privazione stessa di umanità, autostima e rispetto per gli altri.

   I supermercati saranno anche cattedrali aperte al culto per i fedeli, ma per gli esclusi, gli scomunicati, gli indegni, per tutti coloro che sono stati allontanati dalla Chiesa del Consumo, essi rappresentano le postazioni del nemico, erette nei deserti dell’esilio.

   Quei bastioni fortificati sbarrano l’accesso ai beni che tutelano altri da un così triste destino. Il presidente Bush sarebbe d’accordo nell’affermare che essi impediscono il ritorno alla «normalità» (e addirittura l’accesso alla normalità, per quei giovani che non hanno mai partecipato al culto).

   Griglie e saracinesche di ferro, telecamere di sorveglianza, guardie di sicurezza appostate all’ingresso e in borghese all’interno, non fanno altro che confermare l’atmosfera di campo di battaglia e di ostilità in corso.

   Queste cittadelle armate e sorvegliate, popolate di nemici asserragliati nel territorio di coloro che non hanno, ricordano agli abitanti, giorno dopo giorno, la loro miseria, la loro incapacità, la loro umiliazione. Insolenti nella loro presuntuosa e arrogante inaccessibilità, sembrano urlare parole di sfida e provocazione: ma a che cosa? (Zigmunt Bauman)

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Abano, 23/10 /2011 – convegno del Movimento Federalista Europeo sul tema della DECRESCITA

DALLO SVILUPPO SOSTENIBILE ALLA DECRESCITA –  VERSO UN NUOVO PARADIGMA DELLA PROSPERITA’ SENZA CRESCITA

Appunti dalla RELAZIONE di PAOLO SCROCCARO (Associazione Eco-Filosofica)

   “La crescita diventa antieconomica quando gli incrementi della produzione costano, in termini di risorse e benessere, più del valore dei beni prodotti… Una popolazione in crescita antieconomica arriva al limite di futilità, il punto in cui l’aumento dei consumi non aggiunge alcuna utilità… una crescita antieconomica produce più rapidamente mali che beni, e ci rende più poveri invece che più ricchi. Una volta superata la dimensione ottimale, la crescita diventa ottusa nel breve periodo e insostenibile nel lungo”

(Herman Daly, L’economia in un mondo pieno, in Le Scienze n. 447, novembre 2005).

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“La crescita, invece di rimanere un concetto economico, si è trasformata a poco a poco in un pilastro ideologico fondamentale per l’equilibrio sociale e politico delle società industrializzate…La crescita economica è passata dallo stadio di strumento a quello di fine, e ciò implica che è quindi superfluo interrogarsi sulla direzione da prendere” (Orio Giarini – Henry Loubergé, 1978).

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 “L’idea di una crescita infinita della produzione e del consumo senza cura della riproduzione delle loro basi materiali è un delirio di onnipotenza, una malattia mentale che gli uomini hanno contratto solo di recente… Occorre dunque riprendere e tornare a coltivare l’idea di una economia non come freccia che corre verso un vuoto infinito, ma come circolo che ritorna su se stesso, attività che si prende cura delle fonti stesse della ricchezza” (Piero Bevilacqua, Miseria dello sviluppo, Laterza, 2008, pag. 196)

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    “Durante la sessione conclusiva [della Settimana Verde europea, giugno 2010], il professor Tim Jackson, autore di Prosperity without Grouth?, ha parlato di un’alternativa e ha spiegato che la decrescita, o “décroissance” dovrà guidare le decisioni future” (L’Ambiente per gli Europei – Supplemento Settimana Verde 2010. Trimestrale a cura della Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea).

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Quale sviluppo? Che cosa occorre sviluppare?

   Nei materiali del Movimento Federalista Europeo, dedicati alle questioni ambientali, si auspica uno sviluppo che, a differenza di quello in vigore, non dovrebbe essere unilaterale, cioè solo economico, ma integrale, quindi in grado di contemperare vari altri fattori.

   Qualcuno propone di chiamarlo “sviluppo armonico”, altra espressione in sintonia con la precedente:  infatti si intende ipotizzare uno sviluppo che non genera squilibri, e quindi capace appunto di
armonizzare istanze diverse..

   Non possiamo che essere d’accordo su una concezione “mite” e polimorfa dello “sviluppo”, non eretto ad ideologia economicistica aggressiva e totalizzante: tra l’altro, ciò corrisponde (non nel linguaggio, ma nella sostanza) ad una posizione culturale che è parte essenziale della nostra tradizione occidentale (vedi Platone ed altri filosofi greci)…

   e siccome ho notato che anche voi vi ponete un problema molto serio: quello della ripresa e della riattualizzazione delle tradizioni, quanto sopra può costituire un’ottima esemplificazione. L’autorevole Platone ed altri tra i filosofi greci temevano che le energie economiche potessero espandersi a dismisura, squilibrando la polis e generando contraccolpi pericolosi: è quello che è avvenuto in Occidente, nella misura in cui il vecchio ideale dell’armonia e della  compostezza è stato soppiantato in nome di una visione unilaterale e “sviluppista”, i cui primi riferimenti moderni furono autori come F. Bacone e R. Cartesio. E proprio per questo noi oggi siamo qui riuniti: per riflettere su questo andamento unilaterale dello sviluppo, che non ci piace e ci inquieta.

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Dallo sviluppo alla decrescita

   Tutti noi vorremmo uno “sviluppo armonico”, ma il problema per l’idea di sviluppo consiste in questo: di fatto, e soprattutto negli ultimi decenni, per “sviluppo” quasi tutti hanno inteso principalmente la crescita economica, la crescita del PIL, ritenendo l’economia la struttura basilare su cui poi sviluppare tutto il resto…

….ma l’espansione della base economica e tecnologica, che è stata straordinaria, non ha affatto garantito lo sviluppo di tutto il resto, ed anzi quest’ultimo è stato penalizzato dagli effetti collaterali della crescita economica, che oggi si configurano come la principale emergenza del nostro tempo.

   Equiparando lo sviluppo alla crescita economica, peraltro inseparabile dai suoi contraccolpi ambientali, anche il termine “sviluppo” ha finito per assumere una connotazione negativa, specie negli ultimissimi anni; quando si parla di “sviluppare un’area”, non è solo Konrad Lorenz[1] a preoccuparsi: ormai il pensiero di molti corre alle grandi opere, al business per pochi affaristi, ai bulldozer, al cemento che avanza e soffoca quel poco di natura che ci è rimasto, facendo aumentare, parallelamente al PIL, anche l’inquinamento e le malattie.

   Allora più di qualcuno ha cominciato a dire: “sviluppo” è un termine inflazionato, che significa prima di tutto crescita economica e business, sviluppismo è l’ideologia trasversale degli affaristi di qualsiasi colore politico, delle multinazionali e dei politici asserviti; invece di cercare di addolcirlo in qualche modo (sviluppo umano, sostenibile ecc.), prendiamone le distanze anche sul piano del linguaggio: in questo contesto si è cominciato a parlare di décroissance (decrescita), già nei primi anni ’70 (vedi rivista La nef, 1973), all’inizio con scarso successo, ma, più recentemente, con crescente favore, specie ai giorni nostri…

…a questo proposito vi segnalo che proprio a Venezia, nel settembre 2012, si terrà un grande evento, e cioè il III CONVEGNO INTERNAZIONALE SULLA DECRESCITA.

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La società dell’eccesso ed i suoi squilibri

   L’ascesa della decrescita non è dovuta all’attivismo dei suoi membri, ma al fatto che nel frattempo si sono moltiplicati gli studi indipendenti che hanno denunciato “I limiti dello sviluppo”(ricordando il famoso rapporto del 1972, voluto dal Club di Roma)[2] e i contraccolpi dovuti alla crescita economica ed al consumismo: citerò alcuni studi  che non provengono dagli ambienti della decrescita.

   Qualche dato per riflettere ci viene suggerito da Christian Saint-Etienne (un economista che ha lavorato per il F.M.I.) : dall’antichità fino al 1600, il tenore di vita medio individuale è rimasto quasi invariato. Ma dal 1700 al 1900, è stato moltiplicato per 20![3] Aggiungete a questo dato il fatto che nel frattempo il numero degli individui umani è anch’esso cresciuto a dismisura: verso il 1750, eravamo circa 700 milioni, a fine 1900, già 6 miliardi! Verso il 2050, si prevede una popolazione di 10 miliardi. Questo comporta che, in un solo giorno, la popolazione mondiale consumerà quello che nel 1700 si consumava in un anno!!

   Secondo altre fonti, dal 1750 ad oggi la popolazione mondiale ha consumato più natura (più beni e servizi ecosistemici) rispetto a tutti gli umani messi assieme che hanno popolato il pianeta nei secoli precedenti ( vedi Dave Tilford/Sierra Club, Hawken e Lovins[4]).

Al di là dei dettagli numerici, per forza approssimativi e discutibili, un fatto è fuori discussione: gli ultimi secoli, e specialmente gli ultimi 50-60 anni (gli anni della “grande accelerazione”) sono anni terribili per la Terra, ed è evidente che non si può continuare così, e che dunque occorre cambiare direzione.

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La rivincita della Decrescita, oggi, in un mondo “troppo pieno”

   Alcuni ottimi studi scientifici hanno sintetizzato questi grandi cambiamenti epocali utilizzando l’elegante immagine del “mondo vuoto” e del  “mondo pieno” (Robert Costanza, Herman Daly…): con questa indovinata espressione metaforica si vuole rappresentare da una parte il mondo preindustriale (scarsi gli insediamenti umani e la pressione demografica, modesto lo spazio occupato dalla tecnologia, istituzioni meno complesse…); dall’altra il mondo dopo la rivoluzione industriale: un mutamento vertiginoso, ben riscontrabile ai nostri giorni (6 miliardi e ½ di umani, insediamenti diffusi, megalopoli, cementificazione, la natura calpestata dal mondo artificiale della tecnica, istituzioni di una complessità ingestibile, il pianeta soffocato dai rifiuti e da miliardi e miliardi di oggetti funzionali ai capricci di un’umanità degenerata…). In questo nuovo contesto, sono ancora appetibili le ideologie sviluppiste della crescita, sorte nel “mondo vuoto”?

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La Crescita, nel “mondo pieno”, fa male…

   Alcuni dicono di no, e sostengono che lee idee-forza della modernità, incentrate sulla crescita, hanno comunque fatto il loro tempo: continuare a seguirle oggi, anche solo per inerzia, avrebbe il sapore dell’irresponsabilità e dell’analfabetismo culturale.

   Chi lo dice? Non occorre scomodare Latouche o altri sostenitori della Decrescita, è sufficiente citare in modo cursorio alcuni studi particolarmente attenti alle tendenze di fondo del nostro tempo.

   Joseph Tainter, Il collasso delle società complesse (1988): oltre una certa soglia, la complessità non aiuta a risolvere i problemi e diventa inutilmente dispendiosa; aumentano estraneità e sfiducia, che segnalano la fragilità del sistema e il possibile collasso[5].

   Robert Costanza (e collaboratori): i fanatici del PIL, ragionando in modo antropocentrico, suppongono che solo o principalmente l’attivismo umano  produca valori economici. Le ricerche pionieristiche di Robert Costanza e collaboratori, risalenti al 1997, benché provvisorie e  parziali, dimostrarono  che in un anno gli ecosistemi forniscono servizi il cui valore, calcolato molto per difetto, è comunque quasi il doppio del PIL mondiale (vedi Nature, 15 maggio 1997).

   Si trattava di importi significativi, ma destinati ad essere incrementati: gli aggiornamenti successivi hanno moltiplicato di molto il valore dei servizi ecosistemici. Ciò significa che anche dal punto di vista strettamente economico la natura è molto più importante dell’attivismo umano, sia pur potenziato dalla tecnoscienza; a ciò si aggiunga il fatto che  la crescita erode progressivamente il capitale naturale costituito dagli ecosistemi, minacciando quindi la rete della vita….

   E’ stata aperta così una nuova via di ricerca, molto promettente, che ha contribuito a mettere in discussione le vecchie certezze delle ideologie sviluppiste.

   Herman Daly, Quando la crescita fa male (in Le Scienze, novembre 2005): volendo, noi possiamo incrementare ulteriormente la produzione, ma questi incrementi costano, in termini di risorse e benessere, più del valore dei beni prodotti. L’ulteriore crescita del PIL non fa aumentare il benessere, ma lo blocca o lo riduce. Nei paesi più sviluppati, ormai la crescita è diventata complessivamente antieconomica (vedi USA) o ha comunque raggiunto la soglia di criticità.

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La Commissione Europea ed il superamento del PIL

   L’economia degli ecosistemi e della biodiversità” (2008): è uno studio voluto dalla Commissione Europea (Stavros Dimas, all’epoca Commissario per l’Ambiente) ed affidato ad un nutrito gruppo di esperti di levatura internazionale, coordinati da Pavan Sukhdev.

   Lo studio recepisce molte idee simili a quelle sopra richiamate, e ne ricava testualmente che la bussola del PIL (cioè della Crescita) è “vecchia e difettosa”, quanto meno perché non considera in modo adeguato gli effetti collaterali della crescita, per esempio la perdita di biodiversità, il degrado degli ecosistemi, le catastrofi climatiche ed ambientali, il peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni legate ad economie di sussistenza e quindi direttamente a contatto con gli ecosistemi…

   Registrato in modo definitivo lo scollamento tra PIL e benessere, lo studio si propone  di individuare strategie alternative “che possono sostituire la vecchia e difettosa bussola economica della società con una nuova” (pag. 55)…[6]

   Ma non basta: più recentemente ancora, la rivista ufficiale della Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea, si è spinta a promuovere il recente saggio di Tim Jackson, il cui titolo è particolarmente significativo: Prosperità senza crescita. La rivista inoltre ha espressamente segnalato le simpatie dell’autore per la decrescita, considerata una scelta di buon senso e di moderazione.

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Prosperità senza crescita: verso un nuovo paradigma

   A seguito degli studi e delle considerazioni critiche che abbiamo sopra richiamato, e di molto altro ancora, negli ambienti più attenti è maturata la consapevolezza che la Crescita è ormai antiecologica ed antieconomica ad un tempo, improponibile nel “mondo pieno”.

   Di qui anche la ricerca di nuovi stili di vita, incentrati sulla sostenibilità, sui comportamenti virtuosi, sul risparmio energetico, sul riciclaggio, sull’agricoltura biologica, sulle energie alternative….Tutto questo va benissimo,  ma non basta assolutamente, ed è sbagliato alimentare facili entusiasmi ed aspettative sproporzionate. Ce lo insegna il paradosso di Jevons, l’effetto-rimbalzo, tornato di grande attualità.

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Breve nota sul risparmio energetico e sull’ecoefficienza: queste misure sono importanti ma non risolutive, ed anzi compatibili con il sistema, per via dell’effetto-rimbalzo (vedi paradosso di Jevons). L’economista Jevons già nel XIX secolo aveva scoperto che il miglioramento dell’efficienza nei processi industriali non comporta complessivamente una riduzione dei prelievi (di energia, di materia), ma un aumento…

   Semplificando con esempi attuali: se l’automobile è ecoefficiente e consuma meno, si tenderà ad utilizzarla molto più di prima, a percorrere più chilometri di prima (effetto rimbalzo)…  Una ricerca recente (2009) documenta l’attualità del paradosso di Jevons (The Myth of Resource Efficiency, di J. Polimeni, Kozo Mayumi, Mario Giampietro, Blake Alcott)[7].

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Un nuovo paradigma: perché è necessario, da dove scaturisce, come si elabora Il paradosso di Jevons insegna dunque che non si danno soluzioni meramente tecnologiche, e che occorre pertanto uscire dalla mentalità sviluppista-consumista predominante, per ottenere risultati decisivi in termini di sostenibilità…

…occorre quindi  un nuovo paradigma di civiltà, in grado di esercitare un’egemonia culturale (rispetto a quello precedente) e di promuovere un nuovo orizzonte di senso in cui i cittadini responsabili possano identificarsi: siamo solo agli inizi, c’è un lavoro enorme da svolgere, e per andare avanti occorre imparare a pensare in grande, senza limitarsi a obiettivi spiccioli e settoriali!

   Le tappe da percorrere sono ancora molte: esse non vanno pensate in modo lineare (non sono disposte una di seguito all’altra) ma si articolano in modo diverso, come fattori che si interconnettono, rinforzandosi a vicenda in funzione di una nuova visione del mondo e di un nuovo paradigma di civiltà.

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Aspetti rilevanti per un nuovo immaginario sociale

Una nuova etica:  il punto di vista sviluppista-consumista è necessariamente connesso ad un’etica antropocentrica, quindi limitata, che ne guida e giustifica i comportamenti; l’etica kantiana, per esempio, è antiquata perché è intimamente connessa ad una mentalità che trascura il mondo non-umano o lo considera solo strumentalmente (cioè come mezzo in funzione dell’uomo), esattamente come pretende il modello  dominante.

   Oggi invece abbiamo bisogno di un’etica diversa, rispettosa degli ecosistemi e di tutti gli esseri (anche non-umani, anche non-viventi): un’etica cosmocentrica rivolta alla compassione cosmica, incentrata sulla sobrietà, sulla moderazione (la prima virtù cardinale secondo gli antichi, vedi Platone).

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Una nuova scienza: abbiamo visto che la vecchia mentalità è connessa ad una scienza prepotente (vedi F. Bacone e Cartesio) funzionale al sezionamento e alla manipolazione degli enti, che non si prende cura degli effetti collaterali, di ciò che succede tutto intorno (dei contraccolpi del suo operato)[8]; noi invece abbiamo bisogno di una scienza non settoriale, aperta e prudente (vedi principio di precauzione), attenta alle interconnessioni ad ampio raggio con il mondo che ci circonda (vedi i lavori di R. Costanza e collaboratori[9]), rispettosa dei cicli e dei ritmi della natura  (una scienza olistica, ecosistemica, che pensa “sistematicamente, in termini di relazioni, modelli e contesti”, come dice Fritjof Capra[10]).

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Rendere più leggeri i consumi, a partire dall’alimentazione: il modello alimentare oggi prevalente, incentrato sulla carne e quindi sugli allevamenti industriali, è antiquato ed è uno dei principali fattori di impatto e di inquinamento ambientale; inoltre esso comporta una crudele organizzazione pianificata della sofferenza animale.

   Questo significa che l’attuale modello è insostenibile sia dal punto di vista ecologico, sia da quello etico (vedi Impatto del consumo alimentare sull’ambiente e Decrescita, di A. Fragano. Sta in Decrescita. Idee per una civiltà post-sviluppista, di AAVV., Sismondi Editore). In aggiunta, la dieta carnea è criticabile anche in un’ottica semplicemente salutistica (Veronesi, Berrino).

   Per tutti questi motivi, essa era detestata e a volte espressamente proibita già nelle principali scuole filosofiche dell’antichità occidentale (vedi Solone, Pitagora, Empedocle, Platone, Teofrasto, Plutarco, Porfirio, Giuliano imperatore…). Oggi abbiamo dei motivi supplementari per riconsiderare la saggezza degli antichi in questo ambito. Il ritorno ad uno stile alimentare sobrio e non carnivoro, a basso impatto ecologico, è alla portata di chiunque e subito, senza se e senza ma. Esso può mettere in moto un circolo virtuoso nell’ambito dei consumi. Cosa aspettiamo?[11]

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Dall’ecologia superficiale all’ecologia profonda: l’ecologia superficiale, praticata per decenni dal movimento ambientalista, è un’ecologia efficientistica e riparativa: di solito essa punta sull’efficienza tecnologica, per ridurre l’impatto ecologico; inoltre, essa rincorre di continuo i danni provocati dal sistema, cercando di porvi rimedio, senza però mettere in discussione la logica sviluppista di esso.

   Al massimo, essa può mitigarne alcuni effetti nocivi, lasciando inalterato l’insieme: l’effetto-rimbalzo insegna che in questo modo non si esce dal consumismo distruttivo. Occorre, come abbiamo già detto, un cambio di mentalità anche in campo ecologico: la deep ecology corrisponde a questa esigenza, perché richiede il superamento delle valutazioni antropocentriche-utilitaristiche e riconosce il valore intrinseco di qualsiasi ente (vedi Guido Dalla Casa, Ecologia profonda, Pangea ed.; ripubblicato in versione digitale ampliata da Arianna ed.).

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Decolonizzare l’immaginario, a partire dalla scuola: è indispensabile ripensare radicalmente gli attuali curricoli scolastici, liberandoli dall’impostazione sviluppista ed antiecologica, presente  nelle varie discipline. Non si tratta di inserire una nuova disciplina – l’ecologia – nell’istruzione, ma di rivedere l’impianto di base che la sorregge, intercettando per di più le gravi emergenze attuali.

   Lo sfondo ideologico comune alle varie materie curricolari è tale per cui si tende a presentare il modello culturale prevalente nel mondo moderno e contemporaneo come risultato di un’evoluzione che ne assicura la superiorità su tutti gli altri modelli preesistenti. Di conseguenza, nei libri di storia l’economia della crescita illimitata figura come superamento delle formazioni socio-economiche precedenti, ma considerazioni analoghe, mutatis mutandis, si possono svolgere anche nei confronti delle altre discipline, interpretate in base a parametri simili…

….di qui l’elogio unilaterale di ciò che è moderno e contemporaneo (modelli scientifici, tecnologici, politici, giuridici, religiosi, etici…) e la svalutazione di tutto il resto.  I docenti che insegnano così (la maggioranza)  continuano a trasmettere contenuti noiosi e obsolescenti, che non corrispondono alle emergenze ed ai compiti del nostro tempo.

   Anche qui occorre un cambio di rotta[12], in grado di aprire le istituzioni educative ad una prospettiva culturale pluralista e ad una dignitosa riconsiderazione di modelli culturali di tipo diverso, spesso orientati in senso ecologico e interculturale (e quindi meglio attrezzati per fronteggiare le emergenze del presente, anche se risultano limitati da altri punti di vista).

   Cominciamo perciò a valorizzare le esperienze didattiche dei docenti che tentano di muoversi in questa direzione! [Vedi il sito www.filosofiatv.org , settore “Scuola e Formazione”].

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Far uscire il martello economico dalla testa, per un diverso rapporto con il territorio: se il nostro immaginario è occupato principalmente dal “martello dell’economia”, per dirla con Latouche[13], siamo portati a vedere tutti i problemi come se fossero più che altro chiodi da piantare (problemi economici da risolvere, in funzione della crescita). Allora si cercherà di valorizzare il territorio in un’ottica economicistica, sacrificando tutto il resto.

   Alla luce di un paradigma diverso, non colonizzato dall’economicismo ed anzi incentrato sulla sostenibilità e sul senso del limite, cambia di molto anche il nostro rapporto con il territorio e la natura, che deve essere riorientato in modo radicale.

Alcuni esempi ed indicazioni: Le politiche territoriali non saranno per forza votate alla crescita del PIL, considerato un parametro inadeguato e ormai controproducente, per i motivi di cui si è già detto.

Qualsiasi attività economica deve essere valutata nei suoi aspetti positivi e negativi, senza occultare o sottostimare le cosiddette “esternalità negative”, che hanno favorito le iniziative antiecologiche.

Le politiche territoriali devono privilegiare la protezione e la valorizzazione degli ecosistemi e dei relativi servizi, in quanto costituiscono la base della rete della vita. In questo quadro, la Commissione Europea raccomanda la protezione anche delle aree quasi selvagge e incontaminate[14], la cui riduzione è preoccupante.

Occorre “produrre meglio, non di più” (Mario Giampietro), per impattare meno, a partire dall’agricoltura industriale, che deve essere ridimensionata e sostituita con un’agricoltura eco-compatibile[15]. Secondo vari autori, a partire dagli anni ’60 in poi c’è un eccesso di cibo in Europa, per cui vengono concessi incentivi assurdi alle aziende per non produrre[16].

Più in generale, devono essere aboliti tutti i sussidi antiecologici, per es. i sussidi alle industrie  inquinanti e agli allevamenti (J. Stiglitz[17]), che oltre a favorire l’inquinamento e il degrado
del territorio alterano fortemente i prezzi dei rispettivi prodotti.

Bisogna favorire la rivitalizzazione dei suoli, in declino in tutta Europa, a causa delle pratiche agricole errate… in questo contesto, bisogna valorizzare forme alternative di coltivazione biologica non intensiva, e lavorare  anche sull’ipotesi di “coltivare senza arare” (vedi Claude Bourguignon, in L’ambiente per gli Europei, supplemento speciale dedicato alla Settimana Verde 2010) .

Occorre difendere con determinazione il paesaggio europeo dall’ulteriore cementificazione e perdita di biodiversità; a questo fine, bisognerebbe cominciare ad applicare seriamente quanto prevede la Convenzione Europea per il Paesaggio, fino ad ora rimasta sulla carta e priva di effetti pratici, benché approvata dai vari stati, Italia compresa. (PAOLO SCROCCARO)

…….

NOTE:

[1] Nel saggio Il declino dell’uomo, K. Lorenz scriveva che l’espressione “sviluppare un’area” ormai significa spianare, cementificare e poi vendere al miglior offerente.

[2] “Dal 1972 diviene evidente che l’attività produttiva guidata dall’uomo è in conflitto con la persistenza dei cicli naturali e rappresenta un assalto alla struttura che sostiene la vita sul pianeta”: così Sandro Pignatti e Bruno Trezza in Assalto al pianeta (Bollati Boringhieri, 2000, pag. 17), un saggio brillante e documentato, che ha ricevuto il Premio Mazzotti per l’ecologia.

[3] John R. Mc Neill ci informa che nello stesso arco di tempo la produttività è aumentata molto di più: “Tra il 1750 e il 1990, la produttività del lavoro industriale è cresciuta di 200 volte, tanto che, in una settimana, l’operaio odierno produce più di quanto non producesse in quattro anni un suo collega del XVIII secolo” (Qualcosa di nuovo sotto il sole. Storia dell’ambiente nel XX secolo, Einaudi, 2002, pag. 401).

[4] Vedi in particolare P. Hawken, A. Lovins, L. Hunter Lovins, Capitalismo naturale, Edizioni Ambiente, 2001.

[5] Riprendendo Tainter (e in parte Immanuel Wallerstein) Mauro Bonaiuti osserva che “oltre una certa soglia, i benefici della complessità presentano incrementi decrescenti. Pertanto, superata una certa soglia di complessità, queste megamacchine (eserciti, burocrazie, corporazioni) cominciano a presentare costi che superano i benefici. Concentrati a superare i problemi che queste stesse strutture generano, coloro che le governano possono essere spinti a ignorare i segnali che preannunciano una crisi di sistema” (Decrescita o collasso: appunti per un’analisi sistemica della crisi, in AAVV, Biodiversità e beni comuni, volume a cura di Carlo Modonesi e Gianni Tamino, Jaca Book, 2009, pag. 224).

[6] La Commissione Europea, con una Comunicazione rivolta al Parlamento Europeo intitolata Non solo PIL. Misurare il progresso in un mondo in cambiamento (20-8-2009), prevede di introdurre entro il 2013 anche un indice di contabilità ambientale, che dovrebbe affiancare il vecchio indice di contabilità economica. In questo modo l’importanza del PIL verrebbe finalmente ridimensionata (anche se politici e amministratori non sembrano avere consapevolezza di questi cambiamenti in corso, e continuano con la vecchia retorica della crescita del PIL: d’altronde anche nelle istituzioni europee vi sono tendenze contrastanti al riguardo).

[7] Vedi anche l’articolo di Cédric Gossart, Alla scoperta dell’effetto rebound. Quando le tecnologie verdi spingono a maggiori consumi (in Le Monde Diplomatique).

[8] Criticando la scienza riduzionista, S. Pignatti (docente di Ecologia) e B. Trezza (docente di Economia) si esprimono in questi termini: “La nostra tesi è che la questione ambientale sia una conseguenza di questa visione riduzionistica, che ha permesso di risolvere mille problemi di dettaglio, ma ha causato un progressivo squilibrio dell’ambiente nel suo complesso. Secondo il paradigma sistemico i singoli fenomeni, anziché venire isolati, debbono necessariamente esser considerati come parti di un tutto” (Assalto al pianeta, Bollati Boringhieri, 2000, pag. 23).

[9] Gli autori citati hanno intrapreso un programma di ricerca di grande respiro, rivolto allo studio dell’interazione nelle varie epoche storiche tra mondo umano ed ecosistemi naturali,  giungendo a risultati molto promettenti. Merita ricordare che secondo alcuni autori Platone sarebbe un precursore in questo ambito di ricerca.

[10] Vedi l’intervista a Fritjof Capra su: ecologia profonda, scienza sistemica ed ecoalfabetizzazione (in AAVV: Decrescita. Idee per una civiltà post-sviluppista, Sismondi ed., 2009).

[11] “L’aumento della popolazione e la crescente domanda di carne e altri prodotti di origine animale come latte e uova hanno determinato l’espansione del settore dell’allevamento, principale responsabile della perdita di biodiversità a livello mondiale… cambiare le nostre abitudini alimentari potrebbe ridurre l’enorme impatto che il settore dell’allevamento esercita sulla biodiversità… iniziative popolari come il meat free day, la giornata senza carne, possono favorire la riduzione del consumo di carne e della produzione zootecnica e migliorare la sanità pubblica, riducendo al contempo i danni sulla biodiversità” (L’Ambiente per gli Europei – Supplemento Settimana Verde 2010, pag. 13).

[12] Un primo passo molto promettente era stato fatto con il documento ministeriale intitolato Alfabeti Ecologici (2007), presentato anche a Treviso. Il documento era stato elaborato da un “Comitato di saggi” costituito presso il Ministero dell’Ambiente, ma era rivolto alle scuole di ogni ordine e grado. Il testo del documento, ed alcuni commenti, si possono trovare in www.filosofiatv.org (sezione Ecofilosofia).

[13] Vedi in particolare Serge Latouche, Decolonizzare l’immaginario, EMI, 2004.

[14] Vedi L’Ambiente per gli Europei n. 35 (2009).

[15] Vedi Mario Giampietro, Lo sviluppo tecnologico dell’agricoltura in relazione ai limiti biofisici e socio-economici (in AAVV, Biotecnocrazia, Jaca Book, 2007. Il volume è curato da C. Modonesi, G. Tamino e I. Verga).

[16] “… le maggiori agricolture industriali del pianeta – quella europea e quella americana – sono eccedentarie sin dagli anni ’60. Per limitare le produzioni, il potere pubblico, cioè i cittadini europei e statunitensi, pagano gli agricoltori perché si astengano, a rotazione, dal coltivare le loro terre” (Piero Bevilacqua, Un sapere cooperante per il governo dell’agricoltura sostenibile, in AAVV, Biotecnocrazia, Jaca Book, 2007, pag. 282. Il volume è curato da C. Modonesi, G. Tamino e I. Verga).

[17] Vedi i dati riportati in Joseph Stiglitz, La globalizzazione che funziona, Einaudi, 2006. Secondo i calcoli di Stiglitz (già economista-capo della Banca Mondiale per lo Sviluppo) “in media la mucca europea riceve un sussidio di due dollari al giorno; più di metà della popolazione del mondo in via di sviluppo vive con meno di questa cifra. A quanto pare conviene essere una mucca in Europa anziché un povero in un paese in via di sviluppo” (pag. 90).  Norman Myers ha fatto un inventario mondiale dei “sussidi perversi”, pubblicati in un saggio che porta proprio questo titolo (in inglese).

One thought on “I nuovi PARADIGMI geografici per uscire dalla crisi: GOVERNO EUROPEO, ENERGIE RINNOVABILI, NUOVE CITTÀ e macroregioni, SVILUPPO e DECRESCITA sostenibili, OCCUPAZIONE diffusa, difesa dei BENI COMUNI

  1. lucapiccin lunedì 7 novembre 2011 / 20:05

    Bello, ricco di spunti e perle di saggezza.

    Se devo salvarne una, sta sotto alla triste fotografia dell’alluvione genovese.

    “Noi credenti abbiamo la Bibbia, ma la Bibbia fondamentale è la natura: bisogna rispettare la madre terra e contemplarla.”

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