PRIGIONI MALATE: il RAPPORTO dell’Associazione ANTIGONE sulla condizione della detenzione, e l’iniziativa “LE CARCERI SONO FUORILEGGE” – proposte e soluzioni per uscire dall’emergenza (le migliorìe alle strutture, l’istituzione in ogni regione del GARANTE DEI DETENUTI, le pene alternative al carcere…)

CARCERE FEMMINILE DELLA GIUDECCA, Venezia – GIULIANA, madre detenuta: “I BAMBINI sono sottoposti allo stesso regolamento delle madri. Il ‘nido’ di Venezia è strutturato anche bene: c’è una grande sala, dove i bambini ‘potrebbero’ giocare, la cucina dove le mamme cucinano i pasti per loro. Le celle sono fatte per due persone, ma ci sono stati periodi in cui ci stavano tre madri, più tre figli. I bambini possono stare all’aria come le madri, cioè quattro ore al giorno. L’aria di Venezia è grande, ci sono delle aiuole, ma cosa vedono questi bambini, che stimoli hanno? Sempre gli stessi muri.” (dal sito RISTRETTI ORIZZONTI http://www.ristretti.it/ )

   In Italia ci sono 208 carceri, per la metà su edifici costruiti dal 1200 all’800, pertanto in condizioni quasi sempre fatiscenti. E su queste poco più di duecento carceri i posti a disposizione, secondo regole di vivibilità (sanitaria, sociale…) sono 42mila. Ma i detenuti presenti superano i 67.000…(è un dato riferito alla fine di aprile di quest’anno). Pertanto ci sono in queste 208 carceri circa 25mila detenuti in più di quel che si dovrebbe (25.000: un paese di medie dimensioni).

   E del totale, i detenuti condannati in via definitiva sono 37mila, mentre gli altri circa 30mila sono detenuti “imputati”, cioè sottoposti a misura cautelare (tra questi 15mila attendono un primo giudizio, cioè “presunti non colpevoli”). Nel corso degli anni la tipologia di detenuti è poi notevolmente cambiata per l’altissima percentuale di tossicodipendenti, circa il 30 per cento.

   Poi, non bastasse, in queste 208 carceri, oltre ai 67.000 detenuti, ci sono 90 mila persone che ogni anno entrano in carcere per qualche giorno e poi escono (per reati quasi sempre minimi, dovuti spesso a consumo e spaccio di droghe leggere, legali in molti paesi europei ma non da noi; oppure per immigrazione clandestina…).

   La maggior parte di questi (primi) dati li abbiamo ricavati da un articolo di Riccardo Arena apparso su il sito “il Post.it” (di cui di seguito poi riprendiamo la versione integrale). Riccardo Arena è da
anni l’autore-conduttore di una imperdibile (per chi volesse capire il pianeta-carceri in Italia) importante trasmissione radiofonica, “radio carcere”, che va in onda su Radio Radicale ogni martedì alle 21.00. Un osservatorio visto in primis dal di dentro, con le lettere di detenuti/e di tutte le carceri italiane, inviate alla radio, ad Arena, e dalle quali si percepiscono i livelli di sofferenza personale dati non solo dalla detenzione, ma da uno stato di totale inadeguatezza delle strutture carcerarie: condizioni tra l’altro che portano a un livello di mortalità, e suicidi, ben oltre ogni media nazionale (il giorno dopo la trasmissione di Arena, il quotidiano “il Riformista” dedica una pagina del giornale ai temi trattati da “radio carcere” la sera precedente).

   Ma in questo post vi proponiamo anche l’ottavo rapporto sulla condizione della detenzione, intitolato “Prigioni malate”, presentato il 31 ottobre scorso dall’associazione Antigone: moltissimi dati dai quali emerge che l’Italia è il Paese con il maggior tasso di sovraffollamento carcerario in Europa (dopo la Serbia); mentre i nostri tassi di criminalità sono però più bassi di Francia e Spagna (cioè in altri paesi si adottano forme detentive “alternative”, fuori dal carcere). Antigone (- http://www.osservatorioantigone.it/ ) cita i dati comparativi rilevati dal Consiglio d’Europa e da Eurostat. E’ così che ne esce che attualmente per ogni 100 posti disponibili in strutture carcerarie, ci sono 47 detenuti eccedenti.

   Ma in questo Post proviamo a tracciare anche alcuni (assai parziali) esempi di tematiche legate alla condizione carceraria: come quella dei “bambini in carcere”, cioè minori che rimangono con le loro madri detenute in prigione (quasi sempre madri straniere che non hanno nessun appoggio esterno). E va dato atto che nel marzo scorso il Parlamento ha approvata la legge che proibisce la custodia cautelare per donne incinte o con bimbi fino a 6 anni, e aumenta le possibilità di detenzione domiciliare per le condannate con figli sotto i 10 anni. Ma tutto questo con varie eccezioni, a discrezione del giudice, e solo dopo la realizzazione del piano carceri. E, in ogni caso, questa legge, entrerà in vigore solo nel 2014. In questo momento negli istituti di detenzione ci sono 55 bambini al di sotto dei tre anni e 45 madri più 4 donne in attesa, di cui una decina italiane e la maggior parte extracomunitarie (specie a Rebibbia -Roma-, san Vittore -Milano- e le Vallette -Torino-).

   Nel contesto delle misure per alleviare le sofferenze di una popolazione carceraria che spesso si trova in carcere per reati minori, è da capire come non si possano estendere misure alternative, sempre costrittive ma diverse dal carcere, per chi non è pericoloso (lavori socialmente utili, ad esempio). E se la soluzione delle malsane condizioni igieniche, sanitarie e strutturali delle carceri possa diventare una priorità nell’ambito dei (seppur ridotti dalla crisi economica) investimenti pubblici.

Lettere a Radiocarcere – “Carissima Radiocarcere, / io come tanti altri ragazzi mi trovo detenuto nella parte più abbandonata del carcere Sollicciano di Firenze ovvero nel reparto di transito. / Qui in pratica viviamo ammucchiati in decine e decine dentro stanzoni fatiscenti dove tutto è sporco e rovinato. Ci danno da mangiare sempre riso e minestra con acqua…ma sempre più acqua che riso ed inoltre le nostre celle sono invase da scarafaggi che ci camminano ovunque. In poche parole qui dentro rischiamo sul serio di prenderci qualche infezione perché l’igiene davvero non c’è. / Restiamo in queste condizioni sempre chiusi nelle celle e per noi non ce nessuno che possa fare qualcosa, non a caso qui ogni giorno c’è chi perde la testa e dà di matto. Ma in questo inferno c’è chi sta peggio. Si tratta di un detenuto transessuale che da circa 8 mesi vive nella cella di isolamento e neanche un semplice caffè può farsi. / Leggi questa mia breve lettera perché qui siamo disperati e abbiamo bisogno di aiuto. / Grazie / VINCENZO dal carcere Sollicciano di Firenze” (da di sito di “radiocarcere” http://www.radiocarcere.com/ )

   E interessante ci pare inoltre l’istituzione del GARANTE DEI DETENUTI (regionale, con nomina del Consiglio Regionale, o di un singolo carcere cittadino, con nomina del consiglio comunale): figura che può diventare importante (lo è crediamo già nelle città e nelle regioni dove esiste) per rilevare stati di illegalità palese, di condizioni sanitarie e sociali fuori di ogni contesto civile, di necessità particolari di detenuti magari gravemente ammalati, o completamente soli, o con altri gravi problemi): ne parliamo, della figura del “Garante dei detenuti”, in questo post, di come in certe regioni non ci sia alcuna figura di questo tipo (ad esempio in Veneto), e che la sua istituzione possa essere utile a trovare soluzioni di vita civile (almeno negli standard igienici, sanitari, sociali…) anche in prospettiva di reintegro positivo del detenuto nella comunità.

   Nel pensiero geografico conta allo stesso modo (di più) la condizione di vita di ciascuna persona, quanto la conservazione e trasformazione virtuosa dei territori e dei luoghi dove questa persona si trova a vivere.

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VI RACCONTO LA VERGOGNA DEL PIANETA CARCERE

di Valentina Ascione, pubblicato su GLI ALTRI, il 11/11/11

   «Quasi tutti i desideri del povero sono puniti con la prigione». Rimbombano nella testa queste parole di Louis-Ferdinand Céline – nel suo Viaggio al termine della notte – come nei corridoi i passi svelti dell’agente di turno che ci fa strada, staccandoci di un paio di metri: quelli necessari a evitare che la nostra visita sorprenda qualche detenuto in atteggiamento o in abiti sconvenienti.

   Preoccupazione tutt’altro che peregrina, specialmente a Sassari, dove c’è solo un muretto a separare il gabinetto dal resto della cella, dalle brande, dal tavolo e dagli armadietti in cui ciascuno conserva i pochi indumenti consentiti dal regolamento. O a Messina, dove non c’è neanche quello e i detenuti hanno dovuto ingegnarsi per trovare un po’ di privacy dietro un vecchio lenzuolo che avvolge il cesso come fosse una tenda; per non cedere anche quell’ultimo briciolo di dignità senza il quale si ridurrebbero ad animali in uno zoo.

   Per molti, tuttavia, è già così; per qualcuno è addirittura peggio. E i paragoni con bestie da macello e polli in batteria si sprecano nelle invocazioni che in italiano per lo più malfermo si levano al nostro passaggio, mentre volti di tutte le età e di colori diversi si affacciano curiosi sulla soglia di celle anguste o affollatissime, divorate dall’umidità e dal fumo acre di innumerevoli sigarette.

   Circondati da pareti sporche e scrostate, tappezzate con immagini di modelle, calciatori e auto sportive a coprire i buchi, o con decine di pacchetti vuoti di Marlboro ovunque riciclati come saponiere e portaspazzolini. Attraverso le sbarre lanciano sguardi interrogativi, molti si rivolgono alla telecamera gesticolando o sorridendo, qualcuno si copre il viso. Sguardi diffidenti o pieni di speranza. E poi mani, per fermare il nostro cammino. Chiedere una sosta e qualche minuto appena di attenzione per storie, vite, tutte differenti eppure segnate da un destino comune.

   E’ sempre difficile scegliere in quale cella entrare. Doloroso, quasi, poiché è impossibile restare sordi alle grida di chi ci invita anche nella propria, per mostrarci, ad esempio, i materassi sbrindellati della casa circondariale di Canton Mombello a Brescia dove regolarmente si dorme per terra perché 500 persone devono dividersi spazi sufficienti solo per 206; o per chiederci di riprendere gli scarichi che all’Ucciardone non funzionano o lo scroscio d’acqua che allaga il pavimento ogni volta che si apre un rubinetto. O i rubinetti secchi della casa di reclusione di Favignana, dove d’estate l’acqua manca per gran parte della giornata e quando c’è sa di sale.

   Quando con Simone Sapienza, collega di Radio Radicale, abbiamo deciso di realizzare una video-inchiesta nelle carceri italiane eravamo ovviamente già a conoscenza del grave stato di crisi del nostro sistema penitenziario; della situazione drammatica denunciata da direttori, poliziotti, educatori e altri operatori che ne sono vittime e prigionieri come i detenuti, che a migliaia riversano il proprio disagio nelle lettere che in quantità arrivano in redazione o al Partito radicale.

   Eravamo certamente aggiornati sulla serie interminabile di suicidi e atti di autolesionismo, sul tasso crescente di sovraffollamento e sulla scarsità cronica di risorse economiche che ostacola la promozione di attività di trattamento, impedisce la rieducazione dei reclusi e ne compromette la sicurezza.

   Tuttavia, ogni volta che abbiamo messo piede in una cella degli otto istituti a cui il Dap (ndr: Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) ci ha dato accesso tra agosto e ottobre, ci si è presentato davanti uno scenario ben al di là delle nostre aspettative. Un mondo governato dalla miseria.

   Le mura di un carcere trasudano miseria. Ogni aspetto, ogni angolo, ne racconta la povertà: il degrado delle strutture, la sporcizia, l’odore del vitto nelle narici sembra resistere, sempre uguale, all’alternarsi delle pietanze, da Giarre a Brescia, passando per Messina, Palermo, Perugia. Ma a colpire è soprattutto l’indigenza della popolazione detenuta. «San Sebastiano è un istituto di persone molto povere, alcuni non hanno nemmeno il conto corrente», racconta Teresa Mascolo, direttrice della struttura sassarese, tra le più problematiche sul territorio nazionale, dove dei circa 1130 detenuti presenti lo scorso settembre meno di quaranta avevano possibilità di lavorare, come portavitto, “scopini” o addetti alla manutenzione ordinaria.

   Chi non ha un lavoro né una famiglia all’esterno su cui poter contare – come la maggior parte dei detenuti stranieri che in Italia superano un terzo del totale e in istituti come quello di Canton Mombello toccano punte del 70 per cento – finisce per non avere neanche i soldi per acquistare l’acqua minerale, laddove quella del rubinetto non è potabile al di là di ogni ragionevole dubbio; un bagnoschiuma, uno shampoo o altri prodotti per l’igiene personale.

   Ed è dunque costretto a vivere, o meglio, sopravvivere con quel poco che le finanze disastrate delle strutture riescono a fornire ai detenuti: tre pasti al giorno, per i quali l’amministrazione penitenziaria spende meno di 4 euro a persona – e che qualche istituto non riesce ad assicurare a tutti – lenzuola monouso e un rotolo di carta igienica al mese per ciascun detenuto; uno ogni due settimane nel migliore dei casi.

   La disparità di risorse, oltre a negare una detenzione dignitosa per i più indigenti, in qualche caso è fonte di tensioni tra compagni che non contribuiscono allo stesso modo, ad esempio, all’approvvigionamento di quanto necessario per la pulizia della cella.

   Ma a prevalere è in genere la solidarietà e quindi una sorta di “welfare autonomo” in base al quale i più fortunati danno una mano a chi non ha i mezzi per soddisfare perfino i bisogni più elementari. Come nel piccolo carcere di Giarre, dove gli ospiti della sezione a custodia attenuata per tossicodipendenti cedono parte del proprio vitto a quelli della sezione “comuni”.

   Nel corso degli anni la tipologia di detenuti è notevolmente cambiata per l’altissima percentuale di tossicodipendenti, circa il 30 per cento, raggiunta nel giro di un decennio. E per quella ancora maggiore di stranieri, frutto della «mancanza di occasioni legali di ingresso nel nostro Paese che determina una fascia molto consistente di clandestinità» – osserva Fulvio Vassallo, docente di Diritto di asilo all’Università di Palermo – all’interno della quale «è facile restare coinvolti nel traffico di stupefacenti» e in altri reati.

   Si accredita sempre di più, dunque, la definizione del carcere come una «discarica sociale». Popolata di persone per le quali la galera è una condizione quasi inevitabile.

   «Prive di punti di riferimento sociali, culturali e lavorativi», secondo Eugenio De Martino che da anni presta servizio come educatore a Favignana, nella fortezza risalente al XII secolo, dove alcune tra le immagini più suggestive della “cinematografia carceraria” si materializzano nella dura realtà dei “cubicoli”, celle scavate sette metri sotto terra, con poca aria e senza luce naturale.

   Ed è tra queste vecchie mura che per anni restano confinati gli internati della Casa di lavoro; persone spesso con problemi di tossicodipendenza o provenienti dalla marginalità sociale che hanno già espiato la propria pena, ma che per riacquistare la libertà devono dimostrare di non essere più socialmente pericolose in base a criteri poco trasparenti perfino per i magistrati di sorveglianza, che quando si trovano davanti ai loro fascicoli preferiscono passare oltre. Così, proroga dopo proroga l’internamento diventa una sorta di “ergastolo bianco”.

   L’incertezza normativa è uno degli aspetti più critici della vita penitenziaria. E fa il paio con l’enorme potere discrezionale di direttori che hanno strettissimi margini di manovra nella gestione delle risorse economiche, distribuite dall’alto su capitoli di spesa rigidi e predefiniti. Ma che possono invece intervenire su quasi tutto ciò che scandisce la vita quotidiana dei reclusi.

   L’orario delle docce, ad esempio, le telefonate, o il contenuto dei pacchi che possono entrare in carcere.  Fino alle cose più piccole, come il numero di caramelle che un papà detenuto può portare al
colloquio con i propri figli. Concessioni e divieti, piccoli o grandi, di cui molto spesso i detenuti ignorano la ragione. E che tuttavia possono fare la differenza in un sistema disumano, oltre che illegale sotto il profilo costituzionale.

   «Una monarchia. Perché tutto quello che succede si risolve qua dentro, non esce mai fuori niente», chiosa in barese stretto Giuseppe Cassano, detenuto a Messina Gazzi. Una sintesi che forse vale più di mille parole. (Valentina Ascione)

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in onda le immagini di “Giustamente”, la video-inchiesta a cura di Valentina Ascione, Simone Sapienza e Pasquale Anselmi, prodotta da Radio Radicale per il sito FaiNotizia.it.

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DENUNCIAMO IL CARCERE FUORILEGGE

http://www.osservatorioantigone.it/

   È partita dallo scorso maggio con l’appello Le carceri sono fuorilegge l’omonima iniziativa promossa da Antigone insieme all’associazione A buon diritto e in collaborazione con il settimanale
Carta: una verifica del rispetto della legalità negli istituti di pena italiani dal punto di vista socio-sanitario.

   A dare concretezza all’iniziativa quindici visite, organizzate dal 21 giugno al 2 luglio, insieme a parlamentari e consiglieri regionali, in altrettante carceri, dove si dovevano valutare le condizioni delle stesse in base a sette indicatori: numero dei detenuti presenti; reparto più sovraffollato e descrizione dettagliata della cella tipo; luminosità della cella e possibilità di apertura del blindato durante la notte per favorire la ventilazione nel periodo estivo; frequenza di accesso alle docce in comune e condizioni igieniche delle stesse; numero di ore trascorse al di fuori della cella; presenza di una cucina ogni duecento detenuti.

   Quindi la stesura di esposti, nei casi di accertamento di violazione di almeno uno di questi parametri utilizzati, da indirizzarsi alle autorità competenti in materia, ossia ai sindaci, agli assessori regionali alla sanità e ai dirigenti delle aziende sanitarie.

   La richiesta è quella di provvedere immediatamente a superare, per quanto di competenza, con ogni provvedimento opportuno o con ogni adempimento relativo al caso di specie, le situazioni di violazione delle disposizioni in materia al fine di ripristinare con immediatezza condizioni sanitarie conformi al dettato normativo nel termine di giorni trenta dal ricevimento dello stesso esposto, indicando comunque le eventuali ragioni del ritardo nonché i nominativi dei funzionari responsabili del procedimento.
Senza eccezioni, tutti gli istituti visitati sono risultati fuorilegge in base ad almeno una delle cinque norme premesse nel testo dell’esposto. Queste, fino ad ora, le risposte ricevute.

Le carceri sono fuorileggeDenunciamo il carcere fuorilegge – Gli istituti visitati Griglia raccolta dati – Copia Esposto IstitutivisitatiRisposte ricevute

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COSA SONO LE CARCERI IN ITALIA

di RICCARDO ARENA, 12/5/2011, da  http://www.ilpost.it/

208. Sono le carceri italiane. La metà costruite nel 1200, nel 1500 o nell’800.

42mila. Sono i posti a disposizione.

67.510. Sono le persone detenute alla data del 30 aprile. Ovvero circa 25mila persone in più.

37 mila. Sono condannati in via definitiva. 29 mila. Sono i detenuti imputati, ovvero sottoposti a misura cautelare.

15 mila. Sono le persone che in carcere attendono un primo giudizio. Presunti non colpevoli.

90 mila ogni anno, sono coloro che entrano in carcere per qualche giorno e poi escono.

173. Sono i detenuti morti nel 2010.

61. Sono le persone detenute morte dall’inizio del 2011. Una media di 12 decessi al mese. 22 si sono suicidati. 39 sono morti per malattia.

42. Sono i bambini di età inferiore ai tre anni che stanno in carcere con le loro madri.

   Questi i dati, i numeri, che dimostrano il collasso del sistema penitenziario. Un collasso determinato dalla crisi del processo penale e del sistema delle pene. Ma se è facile snocciolare le cifre, più difficile è capire come tale collasso si traduca nel quotidiano vissuto all’interno di una cella delle patrie galere. Ecco una fotografia.

   6 persone detenute sono rinchiuse in una cella grande appena 10 mq. 6 persone detenute che restano chiuse in quella piccola cella per 22 ore al giorno. Una cella buia e fredda, come una caverna. I letti a castello sono accatastati alle pareti. Letti che non bastano per tutti e 6 quei detenuti. Così uno di loro dorme per terra, su materasso vecchio e rovinato. In un angolo di quella cella c’è il bagno. Una tazza alla turca, senza bidè, e un piccolo lavandino. Un lavandino da cui spesso l’acqua non esce.

RICCARDO ARENA che conduce RADIO CARCERE tutti i martedì dalle 21.00 su Radio Radicale

   Quelle 6 persone detenute vivono nella sporcizia e nel degrado. Non hanno nulla per tenere pulita la loro cella. Non a caso ogni tanto spunta uno scarafaggio o un topo a tenergli compagnia. I muri  sono scrostati, pieni di muffa e quando fuori piove l’acqua inonda quella cella sovraffollata.

   Tra quelle 6 persone detenute c’è chi è malato e non viene curato. C’è chi è tossicodipendente e, non ricevendo il metadone, si droga in carcere magari usando una penna bic a mò di siringa. Già, perché in carcere la droga c’è, è solo più cara, mentre mancano le siringhe.

   Tra quelle 6 persone detenute c’è chi è straniero e si taglia le braccia per disperazione perché non riesce ad avere l’espulsione. C’è chi è malato e non viene curato, c’è chi si imbottisce di tranquillanti (in gergo le gocce) pur di non vivere quel degrado. C’è chi in un angolo si dispera perché da mesi attende di essere processato.

   Ed infine, c’è chi non ce la fa più a sopportare quel degrado. Così, aspetta che i suoi compagni di cella sono all’ora d’aria e decide di farla finita. Si impicca e muore. È questa la fotografia di una tra le tante celle che compongono le 208 carceri italiane. Per non essere generico, indico qualche esempio.

   È questa la realtà presente nel carcere di Trieste, Venezia, Padova, nel carcere San Vittore di Milano, Torino, Genova, nel carcere Sollicciano di Firenze, Regina Coeli di Roma, nel carcere Poggioreale di Napoli, Lecce, e nel carcere l’Ucciardone di Palermo, per non parlare del carcere dell’isola di Favignana, dove le celle sono situate a 10 metri sotto il livello del mare.

   Una fotografia drammatica delle carceri italiane che, oltre alle statistiche, ci aiuta a immaginare il collasso in cui versa oggi il sistema penitenziario. Un collasso che determina innumerevoli sofferenze in più, non previste in nessuna sentenza di condanna, patite dalla singola persona detenuta. Un collasso del sistema penitenziario che si manifesta in quotidiana violazione della legge e nel conseguente trattamento disumano e degradante patito dalla singola persona detenuta.

   La legge sull’ordinamento penitenziario, contenuta nel Decreto del Presidente della Repubblica del 30 giugno 2000 n. 230, stabilisce come deve essere tratta una persona detenuta e come devono essere strutturati gli istituti penitenziari. Leggendo tale normativa, sembra davvero che nelle carceri tutto funzioni bene. Peccato che la realtà sia assai diversa rispetto a quanto previsto dalla legge. Ecco tre casi, tre esempi, del divario esistente tra legge e realtà.

   L’art. 6 dell’ordinamento penitenziario afferma che “i locali in cui si svolge la vita dei detenuti devono essere igienicamente adeguati”. Ebbene nella maggior parte delle carceri italiane le celle sono, non solo sovraffollate, ma anche sporche e igienicamente inadeguate. Penso al carcere di Sassari, dove il bagno altro non è che un buco posto al centro della cella. Penso al carcere dell’Ucciardone di Palermo, dove topi e scarafaggi girano liberamente. Penso agli innumerevoli casi di detenuti colpiti da malattie, per noi ormai sconosciute, come la scabbia. Ma non solo.

   L’articolo 6 dell’ordinamento penitenziario afferma anche che : “Le finestre delle camere devono consentire il passaggio diretto di luce e aria naturali. Non sono consentite schermature che impediscano tale passaggio”.

   Altra norma inosservata. Spesso nelle patrie galere, fuori dalle finestrelle delle celle ci sono schermature che impediscono l’ingresso di luce e aria. A volte si tratta di fitte reti metalliche (dette in gergo gelosie), in altri casi ci sono vere e proprie schermature di ferro dette bocche di lupo. Non a caso, sono frequenti i casi di persone detenute che, dopo la detenzione, hanno seri problemi con la vista.

   Infine, l’articolo 37 dell’ordinamento penitenziario che è dedicato ai colloqui, ovvero ai luoghi dove il detenuto incontra i propri familiari. Nell’art. 37 vi è scritto: “I colloqui avvengono in locali interni senza mezzi divisori o in spazi all’aperto a ciò destinati”.

   Ora, gli spazi all’aperto sono una rarità, mentre in moltissime carceri ci sono mezzi divisori, come vetri o muretti. L’ultimo caso lo ha segnalato Laura Longo, che è Presidente del Tribunale di Sorveglianza de L’Aquila. Il presidente Longo, dopo aver ispezionato le sale colloqui del carcere di Sulmona, ha scritto al Ministro affermando: “All’esito dei vari sopralluoghi effettuati presso il carcere di Sulmona, questa Presidenza formula l’auspicio che venga disposta la rimozione dei muretti divisori nelle tre sale destinate ai colloqui con i familiari”.

   Un capitolo a parte merita infine il rispetto del diritto alla salute riconosciuto dalla legge alle persone detenute. La legge 230 del 1999 ha trasferito la sanità penitenziaria dal Ministero della Giustizia al Servizio pubblico Nazionale, ovvero alle Asl. Una legge definita epocale che però poco o nulla ha cambiato sul fronte della tutela del rispetto del diritto alla salute dei detenuti. Una legge che recita solennemente: “I detenuti hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, alla erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione,
efficaci ed appropriate”. Bene, bravi, bis!

   Strano però che negli ultimi 10 anni nelle carceri italiane sono morte 1.797 persone, la maggior parte delle quali morte per malattia. Direte: ma saranno stati tutti incurabili! Beh, non è proprio così.

   Un caso emblematico di come oggi in carcere si muoia perché non curati, è quello di Graziano Scialpi.

Graziano era detenuto nel carcere Due Palazzi di Padova. Graziano da un anno stava male. Da un anno chiedeva ai medici del carcere di essere visitato. Da un anno accusava dei terribili dolori. Nulla è stato fatto. Nessuna cura. Nessuna analisi. Anzi, i medici del carcere ritenevano che Graziano fingesse, pensavano che simulasse una malattia! E infatti.
A fine agosto del 2010 Graziano è paralizzato nel letto della sua cella. Sta talmente male che non riesce neanche a urinare. Solo allora i “medici” del carcere di Padova, si decidono a portare Graziano in ospedale. Ospedale dove si scopre che Graziano ha un tumore ai polmoni e alla spina dorsale. Giovedì 14 ottobre, verso mezzanotte, Graziano muore.

   Questo, a grandi tratti, è il collasso dei sistema detentivo. (…..) (Riccardo Arena)

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QUEL GARANTE CHE NON C’È

di Patrizio Gonnella, presidente di ANTIGONE  http://www.osservatorioantigone.it/ 
Pochi sanno cos’è il National preventive mechanism. Nel linguaggio specialistico dei cultori del diritto internazionale dei diritti umani è l’organismo che deve essere istituito da ogni paese che ratifica il Protocollo addizionale alla Convenzione Onu contro la tortura.

   Al pari di istituzioni sopranazionali deve trattarsi di un organismo indipendente nazionale a cui è assegnato il compito di ispezionare, monitorare tutti i luoghi di detenzione. L’Italia, a fine agosto di sette anni fa – era in campo un altro governo Berlusconi – per mano della sottosegretaria agli esteri Margherita Boniver, provvide a firmare il Protocollo. Poi né il primo Berlusconi, né l’esecutivo di Romano Prodi, né il secondo governo Berlusconi lo hanno ratificato. Per cui il Protocollo non è attualmente in vigore per il nostro Paese.

   Antigone due anni fa ha deciso di istituire un suo difensore civico proprio perché le istituzioni glissavano intorno alla richiesta di introdurre figure di garanzia istituzionali. Talune regioni hanno introdotto organismi di tutela su base territoriale: i garanti delle persone private della libertà. Operativi sono al momento quattro garanti: il laziale, il siciliano, il campano, il marchigiano (ndr: in fase di costituzione quelli della Puglia e dell’Emilia Romagna).

   Le loro competenze sono però limitate. Possono esercitare i poteri cogenti solo nei confronti dell’istituzione regionale da cui dipendono e da cui sono nominati, non certo verso l’amministrazione penitenziaria contro cui può essere usata solo la classica moral suasion.

   Una moral suasion tutto sommato paragonabile a quella che noi di Antigone con il nostro difensore civico abbiamo esercitato in questi due anni, puntando sulla autorevolezza e la storia personale del nostro difensore civico, sulla competenza, la qualità e la dedizione dei nostri operatori. Pertanto è decisiva la forza morale del Garante.
Detto questo risulta chiaro che non può essere la costellazione dei garanti regionali, come vorrebbe il Governo, a rappresentare ufficialmente il National preventive mechanism italiano. I garanti regionali sono privi di poteri effettivi di contrasto con lo Stato. Possono interloquire solo con le regioni, che però si occupano di sanità e poche altre cose. A breve il Governo italiano dovrà rispondere al Comitato sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite, istituito dall’omonimo Patto del 1966, sullo stato dei diritti umani nel nostro Paese.
Noi presenteremo all’Onu le nostre osservazioni supportate dal racconto di due anni di lavoro che costituiscono una prova inconfutabile della necessità di occuparsi nazionalmente, istituzionalmente e quotidianamente dei diritti delle persone detenute. (Patrizio Gonnella)

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Che cos’è il GARANTE

   La figura del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale ha trovato riconoscimento legislativo con la L. 27 febbraio 2009, n. 14, che ha modificato L. 26 luglio 1975, n. 354. Si è così previsto che il garante possa avere colloqui con i detenuti e gli internati, anche al fine di compiere atti giuridici (art. 18) e che il garante possa visitare senza necessità di preventiva autorizzazione gli istituti penitenziari che insistono sul territorio di competenza (art. 67).

   Dev’essere nominato dalla Regione (per i carceri territorialmente presenti nella regione), oppure previsto dallo statuto di una città dove ci sia il carcere (se solo per quel carcere). Il garante è un organo che svolge la sua attività in piena libertà ed indipendenza e non è sottoposto ad alcuna forma di controllo gerarchico e funzionale. Il garante si attiva per il rispetto della dignità delle persone private della libertà personale.

   Si rivolge a tutte le persone (anche straniere) private della libertà personale che siano residenti, domiciliate o anche solo dimoranti sul territorio comunale.

Che cosa fa il garante

Si attiva quando viene segnalata una situazione che comporti la compressione di un diritto o il suo mancato esercizio, intervenendo presso le istituzioni competenti al fine di sollecitare ogni utile intervento.
Svolge attività di sensibilizzazione pubblica sul tema dei diritti umani e sulla finalità rieducativa della pena, avvicinando la comunità locale al carcere. (a livello regionale Operativi sono al momento sei garanti: il laziale, il siciliano, il campano, il marchigiano, dell’Emilia Romagna, della Puglia; ma ci sono anche in grandi città come Firenze, Bologna, Torino).

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LE CARCERI SCOPPIANO, SOVRAFFOLLAMENTO RECORD

da http://www.avoicomunicare.it/
La torrida estate 2011. Carceri nella illegalità è il titolo di un dossier che fotografa la realtà degradata delle carceri italiane. L’ha pubblicato il 23 giugno l’associazione Antigone, una delle poche realtà che in Italia si occupano della questione carceri, vera cartina tornasole della qualità della democrazia in un paese.

   Antigone, che da pochi giorni ha festeggiato i vent’anni di attività, stila un rapporto dettagliato dello stato drammatico delle patrie galere. A partire dai numeri dell’affollamento delle celle dove per legge in Italia non potrebbero viverci più di 45.551 detenuti.

   E quanti sono al 31 maggio scorso? Più di ventimila in eccesso, ovvero 67.174 con le inevitabili conseguenze sull’igiene, sulla qualità dei rapporti tra le persone e in generale sulla qualità della vita. Quel numero è più che raddoppiato dal 1990 a oggi.

   Tra gli istituti più affollati ci sono quello di Busto Arsizio, di Vicenza ma anche Catania e San Vittore a Milano dove per ogni 100 posti regolari ci sono 232,9 reclusi. Il 21 per cento dei detenuti stranieri nelle carceri del nostro paese (24.954, ossia più di un terzo del totale della popolazione carceraria italiana) proviene dal Marocco, il 14 per cento dalla Romania, il 12,5 dalla Tunisia. Tra le donne, il 22,4 dalla Romania e il 16,4 dalla Nigeria.

   In venti anni, l’Italia è divenuta fanalino di coda delle carceri nell’Europa occidentale. Come spiega Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, «i tassi di detenzione (numero dei detenuti per numero degli abitanti) e di sovraffollamento (numero di detenuti per numero di posti letto) erano tra i meno preoccupanti d’Europa.».

   Il dramma delle carceri italiane è ancor più evidente se si confrontano i numeri europei con i nostri. Ogni 100 posti letto negli istituti di pena, la media europea dice che ci sono 96,6 detenuti, in Italia ce ne sono 148,2. All’11,5 per cento di stranieri corrisponde il 37 nelle carceri italiane. Anche l’uso della custodia cautelare è superiore (42,2 rispetto al 24,8) rispetto agli altri paesi. Analoghe differenze anche tra la proporzione tra detenuti, personale di polizia e non nel nostro paese e altrove.
   E pure il numero dei suicidi in carcere in Italia è superiore alla media continentale: 8,2 su 10mila da noi, 6,1 in Europa.

   In conclusione al dossier, Antigone pone alcuni punti decisivi e irrinunciabili per migliorare la qualità di vita all’interno delle carceri. Tra i più significativi ci sono:

– Almeno 12 ore quotidiane da trascorrere fuori dalla cella.

– Aumento delle ore da trascorrere all’aria aperta.

– Colloqui con i parenti anche il sabato e la domenica.

– Ingresso senza ritardi dei medici di fiducia dei detenuti.

– Sistemi di ventilazione.

– Incremento della presenza di volontariato, associazioni e cooperative.

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APPELLI (da http://www.fuoriluogo.it/blog/ )

LE CARCERI SCOPPIANO. POTENZIAMO LE MISURE ALTERNATIVE, LIBERIAMO I TOSSICODIPENDENTI!

   Le carceri italiane hanno rotto il muro del silenzio. I detenuti ammassati nelle celle hanno protestato contro la loro condizione. Oggi quasi 65.000 uomini e donne sono reclusi oltre ogni limite di capienza, per cui anche il Ministro della giustizia lamenta la situazione delle galere come fuori dalla Costituzione.
Il sovraffollamento non avviene per caso, ma a causa di leggi che hanno un nome (la legge Fini-Giovanardi sulle droghe, quella sull’immigrazione e la legge Cirielli sulla recidiva) e per reati di irrilevante offensività sociale, come quello recentemente reintrodotto di oltraggio a pubblico ufficiale.
Da sola la legge sulle droghe riempie per la metà le carceri italiane. Anche gli autori della legge più punitiva dell’Europa unita si sono affannati in questi anni a sostenere che le persone tossicodipendenti non devono stare in carcere; invece accade il contrario. L’affidamento speciale previsto per i tossicodipendenti può essere concesso quando la pena detentiva inflitta o residua non sia superiore a sei anni.
Sono oggi almeno diecimila i detenuti che si trovano in questa situazione ossia che stanno in carcere ma potrebbero usufruire di questa misura alternativa sulla base di un programma da intraprendere in comunità o presso il servizio pubblico.

   Un detenuto affidato in comunità costa più o meno 18 mila euro annui (all’amministrazione penitenziaria costa il triplo). Con 180 milioni di euro a disposizione le regioni italiane potrebbero pagare le rette in comunità per diecimila detenuti tossicodipendenti oggi inspiegabilmente in carcere.

   Con la stessa cifra si costruirebbero al massimo tre carceri che darebbero spazio a circa 600 detenuti nel 2019 (dieci anni è la media italiana di tempo per la costruzione di un nuovo istituto). Se usati invece per liberare i tossicodipendenti si darebbe l’avvio a un processo di vera decongestione del sistema penitenziario.
Chiediamo ai responsabili del Governo e delle Regioni di predisporre un piano immediato di risorse, a partire da quelle inutilmente congelate da troppi anni nella Cassa delle ammende, per garantire l’applicazione delle norme previste per l’affidamento speciale dei detenuti tossicodipendenti e ogni altra misura idonea a potenziare il circuito delle misure alternative alla detenzione.
Chiediamo una applicazione estesa delle misure alternative, dal lavoro esterno alla semilibertà, attraverso un piano di lavori socialmente utili, impegnando le persone nella tutela dell’ambiente, del verde pubblico, nell’agricoltura, nelle zone di montagna abbandonate.
La risposta non può essere affidata all’edilizia penitenziaria, alla costruzione di nuove carceri, alla faraonica pretesa di costruire per il 2012 quindicimila nuovi posti nelle carceri italiane, dissipando ingenti risorse economiche per un risultato che già oggi sarebbe insufficiente a ricondurre nella legalità le carceri italiane.
Pretendiamo piuttosto la ristrutturazione del patrimonio esistente per renderlo coerente con i principi definiti con chiarezza assoluta dalla Costituzione per definire il senso della pena e per garantire la risocializzazione, nel rispetto dei diritti previsti dalla Riforma penitenziaria del 1975 e dal regolamento del 2000, affinchè la pena sia scontata in condizioni di umanità e dignità come previsto dalle Convenzioni internazionali.
Questo non vuole essere un generico appello, ma il primo anello di una catena di azioni pubbliche e collettive per rivendicare l’urgenza di impegni concreti e credibili.
Il Governo, le Regioni e gli enti locali possono e devono costruire una manovra coordinata per predisporre un calendario operativo di dimissioni di tutti i detenuti che, a vario titolo, hanno diritto alle misure alternative coinvolgendo associazioni, volontariato, comunità disponibili al cambiamento possibile.

Promosso da:
Forum Droghe, Antigone, Gruppo Abele, Arci, La Società della Ragione, Ristretti Orizzonti, Comunità San Benedetto al Porto, Coordinamento nazionale dei Garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà personale, Conferenza nazionale volontariato giustizia, Cnca nazionale, Seac (Coordinamento enti e associazioni volontariato penitenziario), Fondazione Basaglia, Cooperativa Cat (Firenze)

Vedi: http://www.fuoriluogo.it/blog/appelli/le-carceri-scoppiano/

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ANTIGONE

GIUSTIZIA, “LE PRIGIONI MALATE” – IL RAPPORTO SULLE CARCERI ITALIANE

da “la Repubblica” del 29/10/2011

   Il quadro disperato di una situazione che diventa di giorno in giorno sempre meno gestibile dal governo. Le condizioni di vita indecenti dei detenuti, in celle destinate a quattro persone, ma dove si vive in otto. La maglia nera al carcere di Lamezia Terme. Meno gravi le situazioni in Sardegna e Basilicata.

   Il quadro complessivo e aggiornato della situazione delle carceri italiane è diffuso da Antigone 1 attraverso il Redattore Sociale 2 e rilanciato da Ristretti Orizzonti 3. Ecco, dunque, qui di seguito tutti i dettagli del Rapporto che porta la data del 28 ottobre.
Il quadro generale. Detenuti a quota 67.428, un terzo stranieri. Nel corso dell’anno 84.641 gli ingressi totali. Le donne recluse sono 2.877. Tempi duri per i lavoranti. Oltre 18 mila in misura alternativa. È un sistema penitenziario in affanno, stretto tra il sovraffollamento e le difficoltà finanziarie, quello descritto dall’ottavo rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione redatto dall’Osservatorio Antigone, dall’emblematico titolo “Le prigioni malate” (Edizioni dell’asino), presentato questa mattina.
La popolazione detenuta. Al 30 settembre 2011 erano 67.428 i detenuti reclusi nei 206 istituti di pena italiani, a fronte di una capienza regolamentare di 45.817 posti. Nel corso del 2010 sono stati 84.641 gli ingressi totali, di cui 6.426 di donne e 37.298 di stranieri. La componente femminile resta minima rispetto al totale della popolazione reclusa (2.877, di cui 1.182 straniere).

   Per 53 donne detenute e i loro figli (54 bambini) hanno funzionato 17 asili. Nel complesso, i detenuti non italiani sono poco meno di un terzo (24.401). Di questi, il 20,2% viene dal Marocco, il 14,8% dalla Romania, il 13,1% dalla Tunisia, l’11,2% dalla Albania. Delle detenute straniere presenti il 22,6% viene dalla Romania, il 15,9% dalla Nigeria. Al 30 giugno 2011 la fascia d’età più rappresentata era quella compresa tra i 30 e i 35 anni (11.594), seguita da quella compresa tra i 35 e 39 (10.835), 547 gli ultrasettantenni. Inoltre, 1.647 erano i detenuti in possesso di una laurea, 22.117 quelli con la licenza di scuola media inferiore, 789 gli analfabeti.
Tipo e durata delle condanne. I detenuti con condanna definitiva sono in tutto 37.213. Nella precedente rilevazione di giugno 2011 erano 37.376, di cui il 6,7% in carcere per condanne fino a un anno e il 28,5% fino a tre anni. Inoltre, tra i definitivi il 26,9% aveva un residuo di pena fino a un anno, il 61,5% fino a tre anni. Nel mese di settembre le persone recluse in attesa di primo giudizio erano 14.639 e i detenuti imputati 28.564. Gli internati 1.572. Al 30 giugno erano 32.991 le persone ristrette per reati contro il patrimonio, 28.092 per reati previsti dalla legge sulle droghe, 6.438 per associazione di stampo mafioso, 1.149 per reati legati alla prostituzione.
Svuota carceri e misure alternative. La cosiddetta legge “svuota carceri” (ex l. 199/2010) al 31 maggio aveva aperto le porte del carcere a 3.446 persone. Per quanto riguarda le misure alternative, al 30 settembre 2011 ne beneficiavano in 18.391, di cui 9.449 in affidamento in prova ai servizi sociali, 887 in semilibertà e 8.055 in detenzione domiciliare. La rilevazione di giugno dimostra che lo 0,46% delle persone in misura alternativa ha commesso reato nel frattempo.
Carcere e lavoro. In base ai dati di fine giugno lavoravano in carcere 13.765 persone, il 20,4% della popolazione detenuta. Tra questi, 11.508 erano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e 2.257 per datori di lavoro esterni.

   Antigone registra il brusco calo del budget per la remunerazione dei lavoranti: dal 2006 al 2011 è sceso di 21.735.793 euro. Per il 2011 lo stanziamento è stato di 49.664.207, nonostante i detenuti siano aumentati di oltre 15 mila unità.

   Altre brutte notizie, nel frattempo, sono arrivate: gli incentivi alle assunzioni di detenuti in esecuzione penale all’interno degli istituti, previsti dalla legge “Smuraglia” (n. 193/2000), per l’anno in corso non sono operativi da giugno per esaurimento del budget a disposizione per la copertura dei benefici fiscali. Una notizia, questa, che ha suscitato forti reazioni e polemiche, tanto da spingere il Dap a impegnarsi a trovare la copertura almeno fino alla fine dell’anno. Ma è ancora tutto in forse.
La mappa del sovraffollamento. Maglia nera al carcere di Lamezia Terme (303%). La Puglia è la regione più sovraffollata (183%), mentre in Trentino Alto Adige i detenuti sono meno dei posti disponibili. Sotto controllo la situazione in Sardegna e Basilicata.
Non migliora la situazione del sovraffollamento nelle carceri italiane. Le stime di Antigone parlano ancora di detenuti in eccesso rispetto alla capienza regolamentare (67.428 persone, 45.817 posti). Il carcere in assoluto più sovraffollato è quello di Lamezia Terme, il cui indice di affollamento raggiunge quota 303% (rilevazione al 30 giugno). A fronte di una capienza di 30 posti, sono 91 i reclusi, di cui 39 stranieri.
   Brescia “Canton Monello” è al secondo posto, con un indice del 258% (206 posti, 532 detenuti), seguito dal 253% di Busto Arsizio (167 posti, 423 reclusi). Valori di poco inferiori sono quelli del carcere di Varese (247%, con 131 detenuti per una capienza di 53) e di Piazza Armerina (240 (108 reclusi, 45 posti). Non va meglio a Pozzuoli (236%) e Bologna (235%), così come a Vicenza (234%) e San Vittore (230%). Ma la lista del disagio penitenziario è lunga e non fa sconti.
Le regioni più affollate. Parallelamente, Antigone fa anche il punto sulle regioni più sovraffollate. Il primo posto va alla Puglia, con un indice di sovraffollamento del 183% (11 istituti, una capienza di 2.458 posti e una popolazione reclusa che arriva a quota 4.486). Segue l’Emilia Romagna con un 171%: 13 carceri, 2.394 posti, 4.089 reclusi. La Lombardia guadagna un 169% (19 istituti, capienza di 5.652 e 9.559 detenuti.  Al quarto posto la Calabria (165%), al quinto il Friuli Venezia Giulia (164%) e in sesta posizione il Veneto (162%). In Trentino Alto Adige invece il sovraffollamento non è arrivato: con il suo indice del 65% la provincia autonoma si posiziona all’ultimo posto della lista: nei due istituti ci sono 520 posti disponibili, ma sono 340 i detenuti.
Le meno gravi. La situazione non è grave in Sardegna, dove in 12 istituti sono garantiti 1.981 posti e i detenuti sono 2.012 (102%). Anche la Basilicata tiene: nei suoi tre istituti ci sono 482 detenuti, mentre i posti sono 440 (110%).
Il confronto con l’estero. Record sovraffollamento e ritardo nelle misure alternative: impietoso confronto europeo. Buoni i dati sul tasso di criminalità, ma va male per quota di detenuti senza sentenza definitiva e per la percentuale di stranieri.

   Il sovraffollamento italiano non ha pari in Europa, a eccezione della Serbia. Lo dice l’ultima rilevazione di “Space I”: al 1° settembre 2009 il tasso di sovraffollamento in Italia era del 148,2% e rappresentava un record assoluto in Europa, superato solo dalla Serbia (157,9%). In Francia il tasso era del 123,3%, in Germania del 92%, in Spagna 141%, nel Regno Unito del 98,6%, mentre la media europea era del 98,4%.
Tassi di criminalità. Va meglio per quanto riguarda i tassi di criminalità registrati da Eurostat: l’Italia, con 4.545 reati registrati ogni 100 mila abitanti, precede Spagna e Francia, rispettivamente a quota 5.147 e 5.559. Germania e Regno Unito presentano tassi di criminalità più elevati, rispettivamente 8.481 e 7.436.
Stranieri nelle celle. L’Italia si colloca sopra la media anche per presenze straniere negli istituti penitenziari: sempre secondo “Space I” gli stranieri nelle carceri francesi erano il 18,1%, in quelle tedesche il 26,4%, in quelle spagnole il 34,6%, in quelle britanniche il 12,6%, mentre in Italia erano il 37%.
Senza sentenza definitiva. Duro anche il confronto per il numero di detenuti senza sentenza definitiva: in Francia erano il 23,5% dei reclusi, in Germania il 16,2%, in Spagna il 20,8%, nel Regno Unito il 16,7%, mentre la percentuale italiana era del 50,7%.
Reati legati alla droga. Il nostro Paese spicca anche per la quota di persone condannate per reati previsti dalla legge sulle droghe. Al 1° settembre 2009 tra i definitivi in Francia il dato era del 14,5%, in Germania del 15,1%, in Spagna del 26,2%, nel Regno Unito del 15,4%. Alla stessa data la percentuale in Italia era del 36,9%.
Le alternative al carcere. Grande distacco anche in materia di misure alternative: i beneficiari sono stati in Francia 123.349, in Germania quasi 120 mila, in Spagna 111.994, in Inghilterra e Galles 197.101, in Italia 13.383.
A macchia di leopardo: Tribunale che vai… C’è unanimità solo per gli affidamenti in prova ai servizi sociali. Basse percentuali per i domiciliari, a eccezione di Venezia. Irrigidimento sul fronte semilibertà. In ordine sparso, così procedono i tribunali di sorveglianza italiani nella concessione o meno delle misure alternative.

   Nel suo ottavo rapporto Antigone mette i luce la diversa propensione all’autorizzazione di misure quali l’affidamento in prova, la semilibertà, la detenzione domiciliare nelle diverse sedi di giustizia italiane.
La forbice delle disponibilità. Secondo quanto emerso dall’indagine esplorativa, per l’affidamento in prova ai servizi la forbice nelle percentuali di accoglimento delle istanze è ampia: va dal minimo dell’11,58% di Napoli al massimo del 39,43% di Milano. Tra i tribunali con gli indici meno elevati Antigone segnala Venezia (14,5%) e Torino (14,43%), mentre tra quelli con gli indici più elevati evidenzia Perugia (31,6%).
Affidamento terapeutico. La misura alternativa con le maggiori possibilità di successo è in generale l’affidamento terapeutico: 7 dei 9 tribunali indagati presentano tassi di accoglimento superiori al 30%. A Milano e a Venezia la percentuale arriva quasi al 50%. All’ultimo posto invece si piazza Napoli, con l’8,4%, ma non spicca neanche L’Aquila (16,04%).
Detenzione domiciliare. Meno disomogenea è la concessione della detenzione domiciliare, che incontra una generale tendenza alla prudenza, con percentuali di accoglimenti che non superano mai il 25%. Si va dal 14,96% di Napoli e al 25,7% di Roma. In controtendenza solo Venezia, con il 49,63%.
La semilibertà. Intanto, sul fronte della semilibertà si deve fare i conti con un irrigidimento: il tribunale con la percentuale più elevata è Perugia con il 20,75%. Tra gli altri, Venezia raggiunge quota 18,44% e ancor più bassi sono i valori di Milano (5,67%), Napoli (8,25%), Roma (8,76%) e Torino (8,82%).
Come interpretare i dati. Due le interpretazioni possibili di fronte a questi dati: “In primo luogo – scrive Antigone nel rapporto – ad eccezione degli affidamenti terapeutici, c’è una tendenza a un atteggiamento prudente da parte della magistratura di sorveglianza che merita un momento di riflessione e di ulteriore analisi”.

   In secondo luogo, i risultati parlano di una “giurisprudenza a macchia di leopardo”. Se in alcuni tribunali si riesce a “limitare l’impatto delle famigerate leggi Ammazza – Gozzini”, altrove si tenta di “aggravarne gli effetti in senso restrittivo”. A determinare le differenze territoriali sembra essere soprattutto “l’elemento culturale locale”.
“Non riusciamo a pagare le bollette”. Ad inizio anno giudiziario la relazione ministeriale ammetteva tutte le difficoltà. Antigone: “Sicuri che non ci sia destinazione migliore per i 600 milioni di euro del piano carceri?” La vera emergenza per le carceri italiane è la scarsità di risorse.

   Solo il 27 ottobre, il provveditore dell’amministrazione penitenziaria in Toscana, Maria Pia Giuffrida, avvisava che “non abbiamo più nemmeno i soldi per pagare il riscaldamento: per ora stiamo chiedendo aiuto alle ditte fornitrici. Qualcuna però ha già tagliato il servizio”. È quanto mai attuale, quindi, il quadro della situazione tratteggiato nell’ottavo rapporto Antigone, nel quale si descrive un sistema in affanno, a un passo dal collasso.
Debiti per 120 milioni. D’altro canto lo aveva annunciato la relazione del ministero sull’amministrazione della giustizia, pronunciata a inizio anno giudiziario 2011 e citata da Antigone. Già in quella sede si parlava di un’esposizione finanziaria “di oltre 120 milioni di euro nei confronti delle aziende e dei fornitori di beni e servizi essenziali al mantenimento e all’assistenza delle persone detenute”.

   Per far fronte a tutti i costi l’unica soluzione è “l’artificioso rinvio delle liquidazioni da un esercizio all’altro.  Non senza il ricorrente rischio di interruzione delle forniture da parte delle aziende erogatrici”. In particolare, per il capitolo di bilancio relativo alle spese di mantenimento e di pulizia sono stati stanziati 30 milioni di euro nel 2010, “valore ben inferiore rispetto a un fabbisogno stimato in circa 90 – 100 milioni di euro” come si indicava ella relazione. Per il 2011 le risorse previste erano di 42 milioni e 600 mila euro. “In questo modo oltre al resto sul bilancio gravano anche gli interessi moratori sempre più cospicui”.
L’endemica carenza di personale. Il sistema, intanto, deve fare i conti anche con un personale in numero insufficiente: i magistrati di sorveglianza sono 193 anziché 208. La pianta organica della polizia penitenziaria prevede 45.109 unità, mentre l’attuale organico è fermo a quota 39.232. Dovrebbero esserci 1.331 educatori e 1.507 assistenti sociali, mentre nel 2010 ne risultavano in servizio rispettivamente 1.031 e 1.105.
La Cassa (vuota) delle ammende: il tesoretto scippato. La cassa svuotata per l’emergenza carceraria: 100 milioni tolti al recupero dei detenuti e convogliati in nuove carceri, per costruire le quali – secondo il Piano – si dovrebbero spendere 600 milioni. Costruire altre carceri non è la soluzione, dice il nuovo rapporto Antigone, che denuncia un uso distorto delle risorse a disposizione.

   Oggetto di attenzione e preoccupazione è la “Cassa delle ammende”, originariamente nata per finanziare i progetti di riabilitazione dei detenuti, ma di cui oggi si fa un uso ben diverso. Sui due conti che la compongono, quello depositi e quello patrimoniale, si trovavano fino a poco tempo fa oltre 150 milioni di euro. Soldi che arrivano dalle ammende, da sanzioni pecuniarie che il giudice impone al condannato, ma anche dai proventi delle manifatture realizzate dai detenuti o da versamenti cauzionali.
Solo scelte arbitrarie. La scelta dei progetti da finanziare, in capo al Dap e a un delegato del ministero del Tesoro, “avviene nel più completo arbitrio, denuncia Antigone. Se ciò è accettabile qualora i richiedenti siano soggetti pubblici è invece inaccettabile qualora siano soggetti privati”. Oltre all’arbitrarietà della gestione, il problema è che di soldi, oggi, in quella cassa ce ne sono pochi.

   È colpa dell’emergenza sovraffollamento: il decreto “mille proroghe” ha stabilito che per affrontare la situazione “i fondi disponibili nella Casa delle ammende possono venire utilizzati anche progetti di edilizia penitenziaria”.

   E così il “tesoretto” scivola via: 100 milioni sono stati vincolati all’edilizia carceraria, mentre gli altri 500 milioni necessari al piano carceri sono stati previsti dalla finanziaria 2010. Tra questo e la liquidazione di alcuni progetti approvati, oggi la cassa dispone di 22 milioni. Togliendo altri 10 milioni di euro per la manutenzione degli istituti da gennaio a settembre 2011, rimane ben poco per i progetti di recupero sociale.
Il sovraffollamento però rimarrà. Il problema, tra l’altro, è che anche con le nuove carceri il sovraffollamento non cesserà. Entro la fine del 2012 arriveranno 11 nuovi istituti e 20 padiglioni per un totale di 9.150 posti e un importo di 661 milioni di euro. Ma i posti mancanti sono molti di più, per l’esattezza 21.600.
Le carceri fantasma. A tutto questo Antigone aggiunge “un’altra perplessità”, relativa alle carceri fantasma, “ossia a tutti quegli istituti penitenziari che negli ultimi 20 anni e più (circa 40) sono stati costruiti, spesso ultimati, a volte anche arredati e vigilati, ma inutilizzati, sotto – utilizzati o in totale d’abbandono”. Quindi l’amarezza: “Anziché varare un nuovo piano carceri non poteva essere più utile e meno costoso, a seconda dei casi, ultimare, mandare a pieno regime questi istituti o adattarli alle nuove necessità?”.

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CARCERI, INTERVISTA A RICCARDO ARENA: EMERGENZA AL FEMMINILE, DONNE SENZA CURA E BIMBI DETENUTI

di VINCENZA FOCERI,

da http://www.clandestinoweb.com/ del 8/11/2011

   L’emergenza carceri ha anche una declinazione al femminile. Le donne che finiscono nelle prigioni italiane convivono con problemi alle volte insopportabili, che calpestano la loro femminilità, che non rispettano nemmeno l’aspetto della salute. Riccardo Arena , direttore di Radio Carcere, che ha raccolto nel suo programma una serie di storie che la dicono lunga sulla situazione…

Come vivono le donne nei penitenziari italiani?

Anche se le donne sono una minoranza nelle carceri italiane, purtroppo il sovraffollamento ha invaso anche le sezioni femminili. Qui, non diversamente da quanto accade nelle sezioni maschili, si convive con spazi carenti e igiene scarsissima.

Si può parlare, quindi, di un’emergenza al femminile?

Assolutamente si e le storie di vita quotidiana ne danno conferma. Nel corso della mia trasmissione ho raccolto la testimonianza di Silvia che racconta come nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, la piu’ grande d’Italia, ci sono anche 7 /8 detenute per cella. Per colpa del sovraffollamento e dell’assenza di spazi le detenute non possono fare nessuna attività, vivono le loro giornate nell’ozio. E poi ci sono altri racconti che la dicono lunga su come viene denigrata la femminilità in carcere. Nell’Istituto di Sollicciano, a Firenze, non hanno il ginecologo, mentre a Catania non si possono avere assorbenti e ci sono difficoltà nel reperire saponi specifici per l’igiene intima. E non è un caso che qui le infezioni vaginali siano diffusissime.

E cosa succede quando queste detenute hanno un bisogno urgente di cure o prodotti?

Si arrangiano. Se hai i soldi e puoi comprarti gli assorbenti, con tempi molto lunghi, ti arrivano se no resti senza. Quanto al ginecologo nulla, aspetti di uscire per farti visitare. Una ragazza detenuta a
Catania, di 23 anni, ad esempio, non ha avuto il ciclo per diversi mesi. Lo ha detto al medico generico del carcere il quale le ha detto che era colpa dello stress da detenzione. Tuttavia, quando e’ uscita si e’ fatta una visita e le è stata diagnosticata una menopausa precoce. E’ assurdo che questa ragazza, così giovane, per trascuratezza rischia di non avere più figli. E poi non dimentichiamo che nelle sezioni femminili delle carceri italiane vivono anche i bambini, fino ai tre anni.

I nidi nei penitenziari son un problema ancora irrisolto, perché?

I bambini detenuti con le mamme, al momento, sono 70 in Italia. Vivono in prigione con le madri fino ai tre anni. Vengono perquisiti come gli adulti, patiscono le puzze e la cattiva igiene del carcere. E’ veramente drammatico vedere questi bambini, quando si chiude il blindato della cella, che battono sulle sbarre. Inoltre, una volta usciti parlano il linguaggio del carcere. Quando devono andare in un parco dicono, ad esempio, “Andiamo all’aria”, oppure quando vedono un vigile urbano lo apostrofano con la parola “guardia”. Il carcere per loro e’ un trauma ed e’ una vergogna per tutto il paese. La cosa peggiore non e’ tanto la detenzione dei bambini quanto l’allontanamento al terzo anno di età dalla mamma, strappati letteralmente dalle loro braccia.

Come si è tentato di risolvere il problema?

Si e’ tentato di risolvere il problema con la Legge Finocchiario, che prevedeva misure alternative per le madri ma è servita a poco. Poi è arrivato Alfano che ha ripetuto come una nenia “Mai più bimbi in carcere”. Alla fine, nel marzo del 2011, il Parlamento ha approvato una legge sulle mamme detenute che non soltanto convince poco ma entrerà in vigore solo a partire da gennaio del 2014. E nel frattempo che facciamo? Niente ce ne freghiamo e i bambini restano in carcere.

Qual è la soluzione definitiva secondo te?

Non serve una legge del Parlamento. Basta un accordo amministrativo, come e’ successo a Milano. Nel carcere di San Vittore il problema è stato risolto con un semplice accordo tra Dap, carcere e comune. Le detenute con bambini vengono mandate in un appartamento di Milano nel quale è stata creata una sezione femminile speciale. Le porte delle stanze vengono chiuse la sera e riaperte la mattina. I bambini vanno all’asilo e gli agenti vestono in borghese. Tutto funziona alla perfezione e non è servito nient’altro se non un po’ di buona volontà. Il punto e’ questo: se questa politica –di destra e di sinistra senza distinzione – non e’ in grado di risolvere il problema di 70 bambini detenuti come pensiamo possa riuscire a risolvere il problema di 68 mila detenuti e 4 milioni di processi pendenti?

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MA COSA VEDONO QUESTI BAMBINI, CHE STIMOLI HANNO? SEMPRE GLI STESSI MURI

GIULIANA, dal carcere femminile della Giudecca a Venezia (1/4/2011) ripreso dal sito RISTRETTI ORIZZONTI  http://www.ristretti.it/

   “Sono rientrata in carcere, da definitiva, l’anno scorso a gennaio, lasciando fuori quattro figli di dieci, nove, due e un anno. Ero molto combattuta sulla scelta se portarmi appresso i due più piccoli, mi dicevo: “Li tengo vicini, li proteggo, l’ultimo lo allatto ancora, come faccio a separarmi da loro?”.

   Mia madre me lo ha proibito, per fortuna, a parte che non sapevo che ero tra l’altro destinata all’Alta Sicurezza (questa è stata un’ulteriore sorpresa). Ma credo che, anche se li avesse portati con me,
li avrei subito fatti uscire: io ho la fortuna, che ad esempio non hanno le straniere, di poter contare su una famiglia vicina.

   I bambini sono sottoposti allo stesso regolamento delle madri. Il “nido” di Venezia è strutturato anche bene: c’è una grande sala, dove i bambini “potrebbero” giocare, la cucina dove le mamme cucinano i pasti per loro. Le celle sono fatte per due persone, ma ci sono stati periodi in cui ci stavano tre madri, più tre figli. I bambini possono stare all’aria come le madri, cioè quattro ore al giorno. L’aria di Venezia è grande, ci sono delle aiuole, ma cosa vedono questi bambini, che stimoli hanno? Sempre gli stessi muri.

   (…) In occasione dell’otto marzo, leggevo sul Gazzettino un riferimento alla presenza dei bambini in carcere, dove dicevano che c’è un giardino con dei giochi per loro. Quello, in realtà, è il giardino dei colloqui speciali, i colloqui delle madri con i bambini che le vengono a trovare da fuori. I bambini del nido di solito non ci vanno a giocare, ma poi chi dovrebbe portarli? Al nido c’è la puericultrice, è vero, forse potrebbe farlo lei?

   Ciò che più mi turba sono i rumori e “le voci alte” che ci sono in questo reparto (io sono isolata al nido): non mi riferisco al vociare dei bambini, ma alle discussioni che ci sono spesso tra madri, tra le madri e la puericultrice, tra le madri e le agenti. Questi bambini sono dentro questa vita “ristretta”, e la cosa peggiore, per loro, io ritengo sia il vedere lo stato di impotenza delle loro madri, la loro costretta sottomissione. Che effetto avrà in un bambino, per il quale la madre, oltre che l’oggetto affettivo principale, è anche l’unico punto di riferimento?

   Guardando, però, queste donne e i loro figli, a volte mi chiedo: è tutto male? Qui fanno pasti regolari, hanno vestiti puliti, riscaldamento, acqua calda, cure mediche. Entrano non sempre in buono stato, dopo qualche settimana rifioriscono. Sono bambini belli, intelligentissimi e sani, vorrei sperare che non sia proprio il carcere a costituire un miglioramento alla loro condizione di vita.

   La nuova legge difficilmente risolverà il problema dei bambini in carcere. Fortunatamente non è un problema di ampie dimensioni, ma coinvolge oltre 50 bambini, in tutta Italia. Questo non significa, però, che ci siano solamente cinquanta donne con figli piccoli, su un totale di 2.326 donne detenute (dati del 31 dicembre 2000). Ad esempio, a Venezia, su un totale di circa 100 donne, sono presenti “solo” sette bambini, ma di madri con figli sotto i tre anni ce ne sono altre quattro e con figli di età inferiore ai dieci anni ce ne sono altre undici.

   Nel carcere di Venezia esiste la sezione nido, ovvero il reparto dove sono alloggiate le mamme con i bambini, ma a causa del sovraffollamento e della struttura edilizia dell’istituto nel “nido” vengono effettuati pure gli isolamenti giudiziari, quelli punitivi e sanitari.

   Attualmente ci sono rinchiuse otto mamme, con sette bambini: cinque di etnia Rom, una Sinta e una straniera. Usciranno queste mamme? Ipoteticamente potrebbero uscire libere, ma l’applicazione dei benefici, nella realtà del “nido” di Venezia, sarà difficile.

   Tre delle madri presenti avevano ottenuto il beneficio della detenzione domiciliare, concesso grazie alla legge Simeone, ma sono nuovamente rinchiuse perché non hanno rispettato l’obbligo e sono evase. Un’altra detenuta non è ancora definitiva, per cui non può ottenere al momento nessun beneficio e la richiesta degli arresti domiciliari le è stata respinta.

   Un’altra, con una figlia che compirà tre anni tra due mesi e che praticamente è cresciuta in carcere (è dentro, con la madre, da quando aveva venti giorni), non ha beneficiato neppure della legge Simeone in quanto dichiarata estremamente pericolosa (cioè con troppi precedenti penali). Infine due detenute madri sono qui da poco e aspettano la Camera di Consiglio, il cui esito dipenderà da quanti precedenti penali hanno. Una sola, con un bambino di sette mesi, ha la certezza di uscire, ma la Camera di Consiglio per ottenere la sospensione della pena le è stata fissata per la fine di aprile.

   Da rilevare anche un nuovo, recente ingresso di una mamma Rom con un bambino di 40 giorni. È molto delicato parlare della condizione delle donne Rom, sarebbe importante riuscire a farlo con loro, e discutere dell’accusa che viene loro mossa, di utilizzare a volte la loro maternità come una sorta di precondizione per avere l’impunità.

   I mass media hanno dato la notizia del varo della nuova legge con i soliti titoli ad effetto, del tipo “Mai più bambini in carcere”: speriamo che ciò non provochi invece nuove entrate di bambini. Da quando c’è la legge a Venezia ne sono già entrati quattro…” – (Giuliana)

…………………………..

“CATTIVI E BUONI RAGAZZI”: È USCITO UN NUOVO LIBRO DELLA COLLANA DI RISTRETTI

da  http://www.ristretti.it/ sito dell’Associazione “Granello di Senape Padova” 

   Il Progetto “Il carcere entra a scuola. La scuola entra in carcere” coinvolge ormai diverse città del Veneto: Padova, Verona, Vicenza. Volontari, detenuti e operatori penitenziari hanno incontrato alcune migliaia di studenti.

   Tre le Associazioni di volontariato coinvolte, ciascuna con un proprio “modello” di intervento, ma con un unico filo conduttore: l’educazione alla legalità.

   Un libro molto utile per insegnanti, educatori e per tutti coloro che vogliono conoscere il pensiero dei giovani rispetto ai temi della devianza, del carcere, del reinserimento sociale dei detenuti.

   Per ritirare personalmente il libro:

– Presso la nostra sede, a Padova, il Via Citolo da Perugia 35, tel. 049.654233 (orari di ufficio).

Per ricevere il libro via posta:

– fate l’ordine nel nostro negozio on-line cliccate qui (con PostaPay, Banco Posta o Carta di credito).

oppure

– fate un versamento di 15 euro sul C.C. postale 67716852 (Associazione “Granello di Senape Padova”, specificando il titolo del libro nelle causali di versamento).

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Attività svolte dall’Associazione “Granello di Senape Padova”

   L’Associazione di Volontariato “Granello di Senape Padova” si costituisce quale soggetto autonomo nel 2004, rifacendosi all’esperienza dell’Associazione-madre, “Il granello di senape”, che ha sede a Venezia.

   Ha tra i suoi principali obiettivi: la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulle tematiche della pena e del carcere; la promozione di progetti finalizzati all’inserimento dei condannati nel mondo del lavoro, potenziando le misure alternative alla detenzione; l’organizzazione dentro e fuori del carcere di attività culturali, ricreative e lavorative; la realizzazione di programmi, anche sperimentali, mirati a sviluppare la solidarietà a favore dei detenuti, il loro reinserimento sociale e il sostegno alle loro famiglie; la prevenzione della devianza e l’educazione alla legalità tra i giovani.

   L’Associazione “Granello di Senape Padova” promuove varie attività (sia all’interno degli Istituti di Pena, sia sul territorio):

gestisce il “Centro di Documentazione Due Palazzi”, attivo nella Casa di Reclusione di Padova, che offre servizi d’informazione (attraverso la rivista “Ristretti Orizzonti” e i siti internet www.ristretti.it e www.ristretti.org) e al quale cooperano oltre sessanta persone, tra detenuti e volontari esterni. Al suo interno ci sono il Gruppo Rassegna Stampa, il TG 2Palazzi e la redazione della rivista “Ristretti Orizzonti”.

– ha aperto all’esterno del carcere una sede, dove lavorano a diversi progetti alcuni detenuti in misura alternativa. Le attività riguardano in particolare la gestione dei siti internet, il lavoro esterno della rivista “Ristretti Orizzonti”, il Progetto “Il Carcere entra a Scuola”, che prevede incontri tra detenuti e studenti e il Progetto “Avvocato di strada”, che fornisce un servizio di tutela legale alle persone senza dimora, con una particolare attenzione agli ex detenuti e internati.

– ha sviluppato programmi di educazione alla legalità rivolte agli studenti nelle scuole medie inferiori e superiori di Padova, in collaborazione con il Comune di Padova, il Centro di Servizio per il Volontariato di Padova e il CSA (ex Provveditorato agli Studi);

– gestisce una trasmissione radiofonica settimanale sull’emittente “Radio Cooperativa”, nella quale gli ascoltatori possono intervenire in diretta per discutere su temi inerenti la giustizia, il carcere e il reinserimento dei detenuti;

– promuove le iniziative del “Coordinamento Carcere-Città” e della Federazione Nazionale dell’Informazione dal carcere.

– ha contribuito all’organizzazione di numerosi eventi pubblici volti a sensibilizzare la cittadinanza verso le problematiche dell’esclusione sociale: Giornata mondiale contro la povertà; Giornata delle Città contro la pena di morte; Festa dei Popoli, etc., etc.

– ha curato in maniera particolare il reclutamento e la formazione dei volontari, tanto da arrivare a coinvolgere nelle proprie attività circa 100 persone, tra le quali avvocati, insegnanti, educatori, ma anche molti detenuti della Casa di Reclusione di Padova.

– si avvale del lavoro (con contratto di collaborazione) di detenuti in misura alternativa e ex detenuti, che svolgono compiti di segretariato sociale e operatore informatico.

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Alcune LETTERE DI DETENUTI, riprese da http://www.radiocarcere.com/ :
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DA TRAPANI

Caro Riccardo (Arena, ndr),

qui nel carcere di Trapani ogni giorno siamo costretti a subire umiliazioni di ogni genere e a volte anche le botte. Ma la cosa che mi preme di più dirti è altro. Infatti non solo siamo costretti a vivere in 5 persone dentro una piccola cella, ma dobbiamo anche subire la mancanza di acqua. Infatti dal rubinetto della nostra cella l’acqua non esce dalle 11 e 30 alle 13 e dalle 15 e 30 fino alle 17 e trenta, e ti assicuro che con il caldo che fa è davvero terribile stare in cella e pure senza acqua.

Inoltre qui nella nostra cella siamo tutti di Napoli e la distanza con le nostre famiglie ci crea non pochi problemi. Pensa che i nostri familiari sono costretti a partire un giorno prima per venire a fare il colloquio con noi, poi finalmente quando arrivano fino al carcere di Trapani devono attendere ancora ore e ore prima di poterci incontrare. Noi abbiamo più volte chiesto di essere avvicinati in un carcere in Campania ma è stato inutile.

La verità è che vorremo scontare la nostra pena con dignità cosa che oggi sembra impossibile.

Con me ti salutano i miei compagni di cella che sono: Ciro, Bruno, Antonio e Francesco Alla prossima e grazie Dario dal carcere di Trapani 

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DA FIRENZE

Carissima Radiocarcere,

io come tanti altri ragazzi mi trovo detenuto nella parte più abbandonata del carcere Sollicciano di Firenze ovvero nel reparto di transito.

Qui in pratica viviamo ammucchiati in decine e decine dentro stanzoni fatiscenti dove tutto è sporco e rovinato. Ci danno da mangiare sempre riso e minestra con acqua…ma sempre più acqua che riso ed inoltre le nostre celle sono invase da scarafaggi che ci camminano ovunque. In poche parole qui dentro rischiamo sul serio di prenderci qualche infezione perché l’igiene davvero non c’è.

Restiamo in queste condizioni sempre chiusi nelle celle e per noi non ce nessuno che possa fare qualcosa, non a caso qui ogni giorno c’è chi perde la testa e dà di matto. Ma in questo inferno c’è chi sta peggio. Si tratta di un detenuto transessuale che da circa 8 mesi vive nella cella di isolamento e neanche un semplice caffè può farsi.

Leggi questa mia breve lettera perché qui siamo disperati e abbiamo bisogno di auiuto. Grazie

Vincenzo dal carcere Sollicciano di Firenze

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Dal carcere Badu e Carros di Nuoro

Carissimo Riccardo,

ti scriviamo perché anche noi dalla Sardegna vogliamo far sentire la nostra voce.

Pensa che siamo costretti a vivere in 5 persone all’interno di una cella non più grande di 12 mq, cella dove ci manca anche l’aria per poter respirare e la nostra non è una condizione isolata. Infatti tutte le celle del nostro piano sono ridotte alla stessa maniera.

Di conseguenza gli spazi dentro le nostre celle sono molto ridotti e facciamo una gran fatica a spostarci.

Anche l’igiene qui è assente, e il bangnio altro non è che una tazza alla turca messa al centro della stanza, senza nessuna divisione dalla stanza, con la conseguenza che siamo costretti a fare i nostri bisogno come se li facessimo per strada…ti rendi conto??

Non abbiamo nulla dentro questa cella, né un posto per cucinare né un armadietto per mettere le nostre poche cose.

I letti a castello occupano tutta la nostra cella e ci impediscono di aprire la finestra ed è facile immaginare il caldo che dobbiamo patire.

Ecco noi detenuti nel carcere di Nuoro viviamo in queste condizioni per tutto il giorno, visto che ci lasciano chiusi in cella 24 ore su 24.

Ti scriveremo ancora e grazie per quello che fai per noi detenuti. Con tanta stima

Un gruppo di persone detenute nel carcere Badu e Carros di Nuoro

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Dal carcere di Piacenza:

Cara Radiocarcere,

vi scrivo ancora per denunciare la gravissima situazione presente nel carcere di Piacenza, un carcere dove al di là del sovraffollamento i detenuti subiscono ritorsioni se scrivono ai giornali o ad associazioni e dove vengono anche umiliati, maltrattati, e a volte indotti al suicidio.

Dico questo perché se qui entra un ragazzo tossicodipendente o che ha problemi psicologici non viene ascoltato e non viene seguito, ma resta abbamndonato a se stesso. Non a caso qualche giorno fa un ragazzo si è tagliato la gola durante la notte. Dopo i soccorso tardivi è stato salvato appena in tempo, è stato portato in ospedale per poi essere rimesso in cella. Il tutto senza che qualcuno si sia preoccupato di farlo parlare con uno psicologo o un educatore. Ecco…così si muore in carcere …per indifferenza.

Anche il magistrato di sorveglianza di Piacenza ha le sue responsabilità. Infatti, non solo non si preoccupa di casi come questo, ma non cocede misure alternative a chi è nei termini per otterele. Possibile mai che a Piacenza nessuno va in misura alternativa? Non credo sia normale…di questo passo altro che sovraffollamento! Grazie per avermi dato voce

Una persona detenuta che chiede l’anonimato dal carcere di Piacenza

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Dal carcere Petrusa di Agrigento

Carissimo Arena,

siamo 65 detenuti nel reparto di alta sicurezza del carcere di Agrigento e ti scriviamo per diffondere tramite Radiocarcere le lamentele principali che abbiamo già segnalato alle autorità competenti.

Prima di tutto il sovraffollamento che ci costringe a vivere in tre o in 4 persone all’interno di celle minuscole fatte per ospitare un solo detenuto. Celle non solo piccolissime, e dove ci dobbiamo passare tutto il giorno, ma dove spesso manca anche l’acqua corrente, tanto che non possiamo lavarci per giorni e giorni e rimaniamo senza poter scaricare il bagno per lunghi periodi.

Inoltre le nostre celle sono invase da scarafaggi, ovvero da blatte che sono grandi come il dito di una mano, la direzione del carcere sa benissimo tutto questo eppure qui nessuno fa nulla per provvedere ad una disinfestazione.

Poi con il caldo di agosto nelle nostre celle non si riesce a respirare e si raggiungono anche i 40 gradi, ma la direzione del carcere, invece di venirci incontro, ha anticipato di sera la chiusura dei blindati delle celle, così che qui di notte non riusciamo neanche a dormire per il caldo che fa.

Senza parlare delle cure mediche che qui nel carcere di Agrigento sono perssocchè inesistenti.

Un capitolo a parte poi merita il trattamento che devono subire i nostri familiari quando vengono a fare il colloquio con noi.

Tutti loro vengono accuratamente perquisiti, compresi i bambini a cui vengono tolti anche i pannolini. Poi ai nostri familiari gli vengono addirittura tolte le scarpe e vengono lasciati senza scarpe ad aspettare in una stanza per ore e ore. E questo trattamento viene fatto a tutti, comprese donne e anziani.

Insomma noi detenuti del carcere di Agrigento chiediamo solo il rispetto dell’art. 27 della costituzione e nient’altro ma sappiamo che ad ascoltarci sarete solo voi. Con stima

65 persone detenute nel carcere Petrusa di Agrigento

 …….

Dal carcere di Macomer in Sardegna

Caro Riccardo,

ti scriviamo dal dimenticato carcere di Macomer per farti sapere come siamo costretti a vivere qui dentro.

Prima di tutto devi sapere che viviamo in cella di appena 5 mq in due o in tre persone. Celle non solo minuscole ma dove rimaniamo chiusi per circa 20 ore al giorno. Qui a Macomer infatti, oltre all’ora d’aria non c’è nessuna attività lavorativa per noi detenuti, tanto che su circa 700 detenuti che siamo lavorano solo in 8, ovvero 4 in cucina, uno al magazzino , 2 alla manutenzione e uno in lavanderia.

Una cosa assurda perché invece qui ci sarebbero tante possibilità per far lavorare i detenuti ed invece nulla…veniamo trattati anche peggio delle bestie.

Insomma la nostra vita in cella è un vero è proprio incubo quotidiano. Il blindato della cella, ovvero la porta di ferro, ci viene lasciata chiusa a metà durante il giorno e non riusciamo a respirare ma di sera le cose peggiorano perché il blindato alle 8 di sera ci viene chiuso del tutto e riuscire ad addormentarsi è una vera impresa. Il cibo che ci danno è spesso scaduto, la frutta è marcia e il resto fa vomitare solo a metterlo in bocca, per non parlare del medico che anche in casi di urgenza non si vede mai.

Infine gli agenti, alcuni dei quali sono bravi, mentre altri arrivano qui che sono ubriachi e spesso qualcuno di noi prende le botte.

Aiutateci per favore perché qui nel carcere di Macomer siamo disperati. Chiediamo l’anonimato perché abbiamo paura. A presto

Due persone detenute dal carcere di Macomer in Sardegna

 ……..

Dal padiglione Napoli del carcere Poggioreale di Napoli:

Caro amico Arena,

sappi che per noi detenuti di Poggioreale è un rischio scriverti perché se per caso ci prendono una di queste lettere inviate a voi ci rovinano la vita dopo. Ti diciamo questo non certo per smettere di scriverti ma per farti capire in che clima siamo costretti a vivere qui a Poggioreale.

Ti raccontiamo tre episodi che la dicono lunga sul come veniamo trattati.

Alla fine di luglio un detenuto è stato massacrato di botte solo perché , avendo aml di denti, chiedeva ripetutamente aiuto all’agente di turno. Il fatto grave è che è stato pestato sotto i nostri occhi…come a volerci far capire che non contiamo nulla.

Noi abbiamo urlato “Lasciatelo stae!!” ma non è servito a niente e loro si sono fermati sono quando il nostro compagno stava steso a terra.

Ed ancora qualche settimana fa un detenuto che era stato appena arrestato e che era in cella di sicurezza, si lamentava perché non riusciva a respiarare in quanto gli mancava l’aria, bè alla fine sono arrivati 6 o 7 agenti e lo hanno riempito di botte. Il bello che anche in questo caso abbiamo visto tutto e abbiamo visto che c’era anche un ispettore…solo un’infermiera di turno è interventa dicendo: “ Ma che siete impazziti? Io vi denuncio alla procura!” ma l’sipettore ha risposto molto tranquillamente: “chiama chi cazzo vuoi, questo è un carcere mica un convento” Ma non solo. Qui a Poggioreale anche le cure mediche ci vengono negate , tanto che qualcuno ci lascia le penne. E’ successo un mese fa, quando un nostro compagno si è sentito male con il cuore, noi vedendolo abbiamo chiamato l’agente di turno il quale, dopo un po’, gli ha dato la solita pasticca che qui usano per tutti i mali. Bè dopo cira un ora hano portato via il nostro compagno detenuto, ma non per portarlo in ospedale ma perché era morto.

Questi solo solo alcuni episodi che accadono qui nel carcere di Poggioreale e vi chiediamo aiuto affinchè possiamo scontare la nostra pena in modo più umano. Grazie

Un gruppo di persone detenute nel padiglione Napoli del carcere Poggioreale di Napoli

 ……..

Dal carcere di Tolmezzo (Ud):

Caro Riccardo,

essere detenuto nel carcere di Tomezzo è un vero è proprio inferno, o meglio è un posto dove il detenuto smette di essere persona.

Pensa che a me, siccome stavo male, mi hanno messo per 20 giorni in infermeria. Ma sai come ero costretto a vivere? Eravamo in 3 detenuti in una cella non più grande di 8 mq, una cellla dove tuttto era rovinato e sporco…tanto che se c’entravi sano ne uscivi malato…altro che infermeria!

Come se non bastasse ero in cella con due ragazzi sieropositivi e per l’aggiunta anche accaniti fumatori…circostanza questa incompatibile con la mia malattia.

Ma , la di là dell’ifermeria, qui a Tolmezzo è la disperazione nelle cella al cosa più importante. Una disperazione che induce al suicidio. Non a caso di recente due ragazzi si sono impicccati o meglio sono stati ammazzati. Il motivo? Il fatto di non aver ricevuto nessun ascolto in quanto su un totale di 300 detenuti qui c’è solo un’educatrice.

Il fattto è che nel carcere di Tolmezzo per non avere problemi ci impotttiscono di tranquillanti e di bromuro così stiamo rincoglioniti per tutto il giorno e non diamo problemi…ti rendi conto?

E poi devi sapere Riccardo che il magistrato di sorveglianza non concede benefici a chi manca un anno di pena…figurati agli altri!

Il risultato è che restiamo chiusi nelle nostre celle per tutto il giorno e la nostra vera condanna diventa l’ozio e la disperazione.

Se il Ministro Alfano, stanto in ufficio, in macchina o a casa, ci sta ascoltando gli chiedo di interessarsi alla nostra grave situazione carceraria.

Ti mando un forte abbraccio anche da parte del mio compagno di cella che si chiama Yassinne. Ciao e a presto

Giovanni dal carcere di Tolmezzo (Ud)

 ……..

Dal carcere di Lecce:

Carissima Radiocarcere,

anche se ci troviamo nel carcere di Lecce noi tre siamo tutti di Napoli e non capiamo perché, pur avendo le famigli a Napoli e pur essendo stati condannati lì ci dobbiamo trovare in un carcere così lontano.

E’ una cosa terribile essere detenti lontani dai propri parenti …è una galera nella galera…eppure, nonostante le nostre numerose istanze da più di 2 anni ci troviamo qui.

Per il resto devi sapere che nel carcere di Lecce siamo costretti a vivere in tre detenuti all’interno di una cella piccolissima…fatta appunto per ospitare una sola persona. Spesso manca l’acqua per 5 o 6 ore al giorno, il mangiare è cattivissimo e da 12 giorni abbiamo anche la lampadina del bagno fulminata, tanto che siamo costretti a fare i bisogni con la porta aperta perché altrimenti faremo i nostri bisogni al buio.

Continua così perché noi ti ascoltiamo sempre.

Michele , Salvatore e Luigi dal carcere di Lecce

…….

…… vedi http://www.radiocarcere.com/ ….

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2 thoughts on “PRIGIONI MALATE: il RAPPORTO dell’Associazione ANTIGONE sulla condizione della detenzione, e l’iniziativa “LE CARCERI SONO FUORILEGGE” – proposte e soluzioni per uscire dall’emergenza (le migliorìe alle strutture, l’istituzione in ogni regione del GARANTE DEI DETENUTI, le pene alternative al carcere…)

  1. Agata domenica 13 novembre 2011 / 21:03

    C’è chi fa caritativa nelle carceri: un grandissimo atto d’amore verso i fratelli che possono ritrovare la giusta via.
    L’unione può fare la differenza oltre che la forza?

  2. carmen sabato 26 novembre 2011 / 17:48

    che si può fare per aiutarli?son disperata ho mio fratello nelle stesse condizioni nel carcere di sassari.dio mio non son animali e tanti di loro non han ammazzato nessuno!

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