VIVISEZIONE e ALLEVAMENTI INTENSIVI – l’ineludibile cambio di direzione che ci viene chiesto nel rapporto con il mondo animale – il caso GREEN HILL nel bresciano

COMITATO MONTICHIARI CONTRO GREEN HILL: “siamo un gruppo di semplici cittadini. Persone comuni che nonostante le età, gli ideali e le scelte di vita differenti, scelgono di alzare la voce e farsi sentire. Dissentire, protestare. Insomma noi non ammettiamo la presenza di questi capannoni lager sul nostro territorio, come non la ammetteremmo se anche fossero in un qualsivoglia altro luogo. All'opera nelle zone circostanti la cittadina di Montichiari, tra volantinaggi e raccolte firme. NO a Green Hill, NO alla vivisezione” (nella foto la manifestazione del 19/11/2011)

   Il 19 novembre scorso circa duemila persone hanno manifestato a Montichiari, in provincia di Brescia, per chiedere la chiusura di Green Hill, il centro che alleva e vende cani destinati alla sperimentazione in laboratorio. Il centro di Green Hill alleva cani di razza “beagle” per i laboratori di vivisezione di tutto il mondo. Si stima che dentro i cinque capannoni del centro siano rinchiusi circa 2500 cani adulti più varie cucciolate.

   Ecco. E’ l’atto più visibile di un mondo sommerso, quello della vivisezione (chiamata sempre di più “sperimentazione”, che fa meno peggio); pratica antica e ben lungi dal cessare. Ma che sempre più trova “sensibilità contrarie” all’uso degli animali come macchine, e, queste sensibilità, si scontrano con problemi seri da risolvere: l’uso finora “normale” nelle sperimentazioni mediche (farmacologiche e medico-didattiche) degli animali, che indubbiamente sono servite a certi progressi della medicina (pur ora con l’estensione della vivisezione a necessità molto meno serie: l’impegno degli animali nella ricerca si è da tempo esteso oltre la fisiologia e la farmacologia, sconfinando in campi quali la psicologia, le verifiche sugli additivi alimentari, i cosmetici…).
In questo senso l’opposizione alla pratica della vivisezione condotto dagli animalisti e dalle varie associazioni antivivisezioniste è orientata in due modi differenti: una di negazione della validità scientifica della sperimentazioni sugli animali e la possibilità di trasferire i dati ottenuti con tale metodo all’uomo (posizione condivisa da sempre più ricercatori e scienziati, pur essendo comunque questi ancora in minoranza…). La seconda posizione antivivisezionista è di tipo etico: gli animali non sono “macchine”, provano dolore come tutti gli “umani”, ed esistono precisi doveri morali nei loro confronti.

   La Lav (http://www.lav.it/) a nostro avviso connette bene queste due impostazioni. Tant’è che, nella battaglia per cambiare la normativa europea approvata nel settembre 2010, una direttiva nella quale si afferma in pratica che con gli animali si può sperimentare “di tutto di più” (ve ne diamo conto qui di seguito in questo post), la Lav dicevamo si è concentrata con un certo senso di realismo strategico, in questa contesto negativo: se infatti la direttiva europea concede spazi di autonomia alle normative nazionali in materie di vivisezione, la Lav è riuscita a mettere all’attenzione politica proposte costruttive di mitigazione fattuale delle sofferenze animali.

   Attraverso un piano che, secon la Lav, prevede sette punti da perseguire, e cioè 1-implementare i metodi alternativi alla vivisezione; 2-vietare l’allevamento di primati, cani e gatti destinati alla sperimentazione; 3-vietare l’utilizzo di animali negli ambiti sperimentali di esercitazioni didattiche (ad eccezione dell’alta formazione dei medici e dei veterinari) ed esperimenti bellici; 4-vietare gli esperimenti che non prevedono anestesia o analgesia, qualora provochino dolore all’animale; 5-assicurare un sistema ispettivo che garantisca il benessere degli animali da laboratorio, 6-predisporre una banca dati telematica per la raccolta di tutti i dati relativi all’utilizzo degli animali in progetti per fini scientifici o tecnologici e dei metodi alternativi; 7-definire un quadro sanzionatorio appropriato per chi non rispettasse la normativa.

   Il primo punto, l’implementazione dei metodi alternativi (sostituzione degli animali con metodi in vitro, anche tramite corsi di approfondimento all’interno di Centri di ricerca e Universitàintegrandone il piano di studi) ci sembra cosa perseguibile da subito; se è vero che la rapida evoluzione tecnologica e scientifica, se investita della “necessità di ricercare”, potrà sicuramente fare molto. Aggiungendo altresì metodi non cruenti, non dolorosi per qualsiasi animale, con seri controlli ispettivi, sulle sperimentazioni che ora ci sono e che, speriamo, potranno essere sostitutive di quelle attuali vivisezionistiche, lasciando in pace gli animali (ma non sarà una battaglia facile).

mucche al pascolo in un prato eolico

   C’è poi il problema della sofferenza degli animali negli ALLEVAMENTI INTENSIVI… questa cosa, della “produzione industriale” associata alla (non)vita degli animali, ci coinvolge ancora di più tutti: abituati come siamo (non tutti) a consumare carne, sempre non chiedendoci come e da dove proviene, e se esistono alternative alimentari (come esistono) in grado di stabilire un diverso rapporto con il mondo animale.

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BRESCIA, IN DUEMILA CONTRO GREEN HILL

da “IL FATTO QUOTIDIANO” del 20/11/2011

– “Da lì 2500 beagle all’anno per vivisezione” –  Manifestazione contro l’allevamento di cani destinati alla sperimentazione. Di proprietà di una multinazionale americana, diventerà il centro più grande d’Europa. In corteo anche l’ex ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla, che si dichiara “animalista convinta”, ma è stata accusata di essere solo “in cerca di voti” –

   In duemila hanno manifestato per oltre cinque ore a Montichiari, in provincia di Brescia, per chiedere la chiusura di Green Hill, il centro che alleva e vende cani destinati alla sperimentazione in laboratorio. Il centro di Green Hill alleva cani di razza “beagle” per i laboratori di vivisezione di tutto il mondo. Si stima che dentro i cinque capannoni del centro siano rinchiusi circa 2500 cani adulti, più varie cucciolate.

   Si tratta dell’ultimo capitolo di una battaglia che nel bresciano va avanti ormai da anni. Non sono mancati i momenti di tensione durante la manifestazione. Anche perché nel corteo c’era l’ex ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla, non nuova a iniziative animaliste, ma accusata da qualche manifestante di “essere titolare di un salumificio” e di “adottare la causa animalista solo per raccogliere voti”.
Il centro di Green Hill alleva cani di razza “beagle” per i laboratori di vivisezione di tutto il mondo. Si stima che dentro i cinque capannoni del centro siano rinchiusi circa 2500 cani adulti più varie cucciolate. Dopo il tracollo dell’altro allevamento italiano, la Stefano Morini di San Polo d’Enza, Green Hill è diventato il principale fornitore di cani sul mercato europeo, con circa 250 esemplari venduti ogni mese.

   Tra i suoi clienti figurano laboratori universitari, aziende farmaceutiche e centri di sperimentazione come l’Huntingdon Life Sciences in Inghilterra, il più grande laboratorio europeo. Da alcuni anni Green Hill è stata acquisita da un’azienda americana, la Marshall Farm Inc. la più grande “fabbrica di cani” da laboratorio al mondo.
Dal centro della piccola Montichiari partono stock di animali verso i laboratori di tutto il mondo, dall’America alla Cina. Ma il grosso delle spedizioni resta in Europa, ad esempio in Francia. Nel febbraio 2011, un cagnolino di un anno di età è stato acquistato dalla Cea, il Commissariato per l’energia atomica e le energie alternative francesi.

   Ma non mancano i compratori italiani, tra cui il Research Toxicology Centre di Pomezia che si trova nel cosiddetto ‘Campus Menarini’ insieme alle due divisioni del colosso farmaceutico italiano, Menarini Ricerche Spa e Menarini Biotech Spa. Sempre a Pomezia figura la Sigma Tau, una società per azioni che dichiara, oltre alla produzione di prodotti farmacologici, anche cosmetici e dietetici.

   Poi un paio di divisioni, ad Aprilia in provincia di Latina e a Catania, della Wyeth Lederle, multinazionale americana con sede nel New Jersey specializzata in prodotti per la zootecnia e cura di animali domestici e di allevamento. Infine l’Aptuit con sede a Verona, una multinazionale americana con sede nel Connecticut.
“File e file di gabbie con luci artificiali e un sistema di areazione sono l’ambiente in cui crescono questi cani, prima di essere caricati su un furgone e spediti nell’inferno dei laboratori”. Così descrivono quel luogo i membri del coordinamento Fermare Green Hill attivi da anni ed organizzatori di numerose azioni dimostrative contro il canile-lager. Gli animalisti, oltre a contestare la vivisezione in sé, denunciano maltrattamenti e violenze ai cani allevati nel centro, che tiene rigorosamente chiuse le porte al pubblico. Recentemente l’Organizzazione internazionale protezione animali (Oipa) ha denunciato anche una serie di inadempienze di natura amministrativa per il basso numero di microchip inoculati ai cani e obbligatori per legge.
Ma l’allevamento di cani da laboratorio rappresenta un ottimo business economico, tanto che la Marshall ha previsto un allargamento del centro di Montichiari con l’obiettivo di arrivare a “produrre” 5.000 cani e farne così il più grande allevamento di cani beagle d’Europa.

   Per un prezzo compreso dai 450 ai 900 euro si possono infatti comprare cani di tutte le età, e aggiungendo qualcosa in più si può comprare una femmina gravida. Green Hill e Marshall Farm inoltre “offrono” ai propri clienti trattamenti chirurgici su richiesta, tra cui il taglio delle corde vocali o l’asportazione di alcune ghiandole.
La manifestazione di ieri è stato l’ennesimo tentativo degli animalisti di chiudere quello che viene chiamato “lager dei cani”. “Vogliamo salvare i cani rinchiusi dentro Green Hill e quelli prigionieri di tutti i laboratori e i lager del mondo, ma non vogliamo certamente salvare solo loro”, recita il manifesto.
In Europa però la vivisezione è una pratica permessa. Nel settembre 2010 è stata approvata in via definitiva dal Parlamento europeo la nuova direttiva Ue sulla vivisezione in mezzo a non poche critiche da parte delle associazioni animaliste internazionali. In quell’occasione gli animalisti accusarono la direttiva di livellare gli standard di tutela al ribasso. Sotto accusa erano finiti proprio gli scarsi incentivi a quei “metodi alternativi” di sperimentazione che non prevedono l’utilizzo di cavie da laboratorio.

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SALIRE SUL TETTO PER SALVARE MIGLIAIA DI CUCCIOLI

18 ottobre 2011  (la Repubblica.it)

Gianna Cipolla Brescia – “A MONTICHIARI (Brescia), dove abito, ho visto cinque ragazzi saliti sul tetto di un capannone dell’ allevamento Green Hill. Protestavano per liberare 2500 cani di razza beagle allevati solo per essere spediti ai vari laboratori di vivisezione nel mondo. È l’ allevamento più grande d’ Europa. I cani vivono in gabbie asettiche, senza luce del sole e con aria condizionata, non sanno cosa voglia dire giocare con i propri simili, avere affetto e correre sull’ erba. Subiranno interventi chirurgici invasivi senza anestesia e senza antidolorifici, per testare su di loro vari prodotti per la casa, cosmetici, mangimie farmaci. Non lo sapevo e appena l’ ho saputo mi sono indignata. Sono su quel tetto da stamattina alle 6, per dare voce a chi non ne ha”.

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ANIMALI

VIVISEZIONE, DIRETTIVA UE: “SÌ AI RANDAGI COME CAVIE”

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 8/9/2010

– Il provvedimento approvato il 8/9/2010 prevede che cani e gatti “vaganti” possano essere usati per la sperimentazione se non è possibile raggiungere altrimenti lo “scopo della procedura” di ricerca. Protestano gli animalisti, 40 eurodeputati abbandonano l’aula –

   Se avete un cane o un gatto, sarà meglio comprare un collarino identificativo. Con la direttiva europea sulla sperimentazione animale approvata, gli animali randagi rischiano di finire sotto il bisturi: l’articolo 11 prevede che possano essere sacrificati sull’altare della scienza se non è possibile raggiungere altrimenti lo “scopo della procedura” di ricerca.

   È stata questa deroga, assieme a quella sulla vivisezione delle grandi scimmie come lo scimpanzè che condivide con la specie umana oltre il 98 per cento del Dna, a suscitare le maggiori proteste, spingendo 40 eurodeputati ad alzarsi abbandonando l’aula in segno di protesta.
Dopo due anni di dibattito e un’infinità di correzioni, della nuova normativa europea che avrebbe dovuto rafforzare i metodi di ricerca alternativi alla sperimentazione sugli animali resta poco: dichiarazioni di principio sulla necessità di ridurre la sofferenza delle cavie, un rafforzamento dei controlli e molte scappatoie.

   Da una parte si afferma la volontà di applicare solo le procedure di sperimentazione farmacologica e didattica che provocano il minimo di dolore, sofferenza e angoscia, dall’altra – nota Michela Kuan, della Lega antivivisezione – “si lascia la porta aperta all’uso di animali in via di estinzione, alla cattura di scimmie allo stato selvatico, alla possibilità di effettuare in deroga procedure che comportino alti e prolungati livelli di dolore, all’uso di cani e gatti randagi, all’utilizzo delle cavie per più esperimenti”.

   La decisione del Parlamento europeo è stata presa tenendo conto della normativa poco rigorosa in vigore in molti Stati della Ue e punta ad aumentare il livello di trasparenza delle procedure. Ma cosa succederà in Italia, dove due leggi vietano l’uso di cani e gatti randagi per la sperimentazione? La direttiva verrà recepita così come è uscita dall’aula di Strasburgo o sarà interpretata in forma più restrittiva mantenendo i paletti attualmente in vigore?
“Credo che l’Europa potrà dichiararsi un luogo civile quando saremo riusciti ad evitare la sofferenza di animali senzienti nei laboratori di ricerca”, risponde il sottosegretario alla Salute Francesca Martini. “E da questo punto di vista la direttiva è assai poco incisiva. In Italia comunque siamo un passo avanti e non intendiamo certo tornare indietro: non consentiremo la sperimentazione su cani e gatti”. Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, ha invece commentato osservando che in mancanza di test sugli animali, ancora oggi tutti i bambini colpiti da leucemia non avrebbero più di sei mesi di vita.
Senza tener conto delle ricerche condotte per lanciare nuovi cosmetici e delle cavie non censite (i non vertebrati), nell’Unione europea vengono utilizzati per le sperimentazioni 12 milioni di animali l’anno. Con la nuova direttiva si andrà verso un aumento o una diminuzione? Per il presidente di Farmindustria Sergio Dompè si andrà verso una riduzione perché il testo spinge in direzione dell’uso di sistemi alternativi. Per la deputata Pdl Gabriella Giammanco, invece, “la direttiva va a favore degli interessi delle industrie farmaceutiche e amplia la soglia di dolore per gli animali, in particolare cani, gatti e primati. Mi auguro che il nostro Paese recepisca in modo restrittivo quest’assurda direttiva”.

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DALLE PAROLE AI FATTI (DA CONFERMARE) SULLA VIVISEZIONE

(dal sito della lega antivivisezione http://www.lav.it/)

di Gianluca Felicetti, presidente LAV, 21/10/2011

   Se non sarà confermato dalla Commissione politiche comunitarie, dall’Aula di Montecitorio e poi dal Senato, l’emendamento approvato l’altro ieri dalla Commissione Affari Sociali della Camera che rappresenta un primo importante passo per ribaltare i nefasti effetti della direttiva europea 2010/63 sulla vivisezione, sarà servito a nulla.
La sua difesa, tanto più ora, è un atto dovuto dopo che, poco più di un anno fa,il voto di Bruxelles aveva visto gran parte della politica italiana schierarsi a favore di un recepimento restrittivo della normativa comunitaria.

   Un emendamento che salverà la vita a decine di migliaia di animali e finalmente garantirà l’implementazione dei metodi alternativi alla sperimentazione animale, a tutto vantaggio di una ricerca utile ed eticamente accettabile. Altro che “cambierà poco” o “equilibrio”. Qui si tratta di vite salvate, ricerca pulita incentivata.

   In un settore di utilizzo di animali che, a differenza di altri, non aveva visto passi in avanti dalla nostra parte da troppi anni e ancora circa 900mila animali utilizzati ogni anno in centri pubblici e privati.
Il nostro plauso per il positivo lavoro svolto va quindi a chi ha mantenuto le promesse di tredici mesi fa, al Ministro Brambilla e ai deputati della Pdl del Gruppo Animali con la prima firma di Fiorella Ceccacci Rubino, che ha visto poi unirsi le altre parti e il Ministro della Salute Fazio, ora primo garante di questo accordo certificato dalla Commissione parlamentare di merito.
Cosa è successo in questi tredici mesi? Chi ha manifestato nelle piazze è in gran parte tornato a casa mentre alcuni hanno tenuto alta l’attenzione sull’allevamento, non solo di cani, “Green Hill” in provincia di Brescia. Altri hanno istituito un Centro di referenza nazionale sui metodi alternativi a cui è stata posta a capo una responsabile che non crede alla sostituzione degli animali nella sperimentazione. Altri hanno lavorato affinchè nei principi e nei criteri vincolanti di recepimento della direttiva europea venissero inserite effettive norme più restrittive e di divieto.

   E questo si è tramutato all’interno di una Legge Comunitaria (dopo un primo tentativo effettuato ad aprile scorso) in una proposta di emendamento scritta dalla nostra associazione, riprendendo i punti qualificanti delle proposte di legge presentate sul tema da tutti gli schieramenti e sottoscritti da favorevoli e detrattori alla sperimentazione animale. Questo visto che, purtroppo, all’ordine del giorno non vi era l’abolizione o meno della sperimentazione sugli animali.
Certo, non tutti i nove punti dell’emendamento modificato in parte in peggio e in parte in meglio, e poi approvato, sono positivi ma per gli interessi in campo, anche i punti non positivi non sono un passo indietro rispetto alla attuale legislazione.
Conformemente all’articolo 2 della direttiva europea che permette di mantenere “misure nazionali più rigorose”, i cani randagi continueranno a non poter essere utilizzati negli esperimenti come è in Italia dal 1991, a differenza di tanti altri Paesi. Ma se, come chiedevano diversi manifestanti lo scorso anno, ci fossimo fermati qui, non avremmo operato quel salto in avanti potenziale che sarà realizzato in particolare grazie a:
“-implementare i metodi alternativi destinando congrui finanziamenti; formare personale esperto nella sostituzione degli animali con metodi in vitro, anche tramite corsi di approfondimento all’interno di Centri di ricerca e Università integrandone il piano di studi”
vietare l’allevamento di primati, cani e gatti destinati alla sperimentazione di cui alla lettera b) su tutto il territorio nazionale;
vietare l’utilizzo di animali negli ambiti sperimentali di esercitazioni didattiche, ad eccezione dell’alta formazione dei medici e dei veterinari, ed esperimenti bellici;
vietare gli esperimenti che non prevedono anestesia o analgesia, qualora provochino dolore all’animale;
assicurare un sistema ispettivo che garantisca il benessere degli animali da laboratorio, adeguatamente documentato e verificabile, al fine di promuovere la trasparenza, con un numero minimo di due ispezioni all’anno di cui una effettuata senza preavviso;
predisporre una banca dati telematica per la raccolta di tutti i dati relativi all’utilizzo degli animali in progetti per fini scientifici o tecnologici e dei metodi alternativi;
definire un quadro sanzionatorio appropriato in modo da risultare effettivo, proporzionato e dissuasivo.

   A chi dirà che questo crea disequilibrio per la ricerca italiana rispondo che già il Decreto Legislativo 116 del 1992, in vigore, da quasi vent’anni prevede norme più restrittive rispetto a quelle europee. A chi minaccerà partenze dall’Italia rispondo che già con la precedente normativa non si sono verificate.

   Anzi, grazie alle innovazioni previste si potranno creare nuovi e duraturi posti di lavoro dato che sempre più le normative regolatorie chiedono il ricorso ai test alternativi, dimostratisi peraltro economici, attendibili ed etici.
Piuttosto quanto approvato l’altro ieri servirà a controbilanciare il grave aumento secondo i dati ufficiali del Ministero della Salute relativi al biennio 2008-2009, delle sperimentazioni effettuate in deroga:
• le autorizzazioni per gli esperimenti “in deroga” – ovvero l’impiego di cani, gatti e primati non umani, l’utilizzo a fini didattici o il non ricorso ad anestesia – sono aumentate da una media di 141 per il biennio del 2007-2009 a 204 per il 2008-2009: numeri quasi raddoppiati per procedure che invece, per legge (Decreto Legislativo 116/92), dovrebbero rappresentare l’eccezione in quanto regolamentate in modo restrittivo. Nell’anno 2000 erano 98.
• Nel merito dei test “in deroga” autorizzati dal Ministero della Salute nel biennio 2008-2009, continuano a essere svolti anacronistici e fallimentari studi relativi all’uso di droghe, alcol e fumo che tolgono fondi per ricerche incruente e a indispensabili campagne d’informazione sulla prevenzione.
• Le sperimentazioni senza ricorso ad anestesia sono le più dolorose per gli animali, eppure nel 2008-2009 sono state effettuate ben 350 procedure senza il ricorso ad alcuna forma di lenizione: esperimenti che hanno inflitto agli animali intensi e prolungati livelli di dolore.
• Le regioni con il maggior numero di procedure autorizzate rimangono: Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia e Veneto.
• Sono 11 i nuovi stabilimenti utilizzatori autorizzati dal Ministero della Salute nel 2008-2009 a fare ricerca su animali, per un totale che supera i 600 stabilimenti.
• Sensibile aumento dell’uso sperimentale di alcune specie nel triennio 2007-2009 rispetto al 2004-2006, in particolare: suini, caprini, scimmie uccelli, rettili, pesci e altri mammiferi.
• Fino ad oggi il principio per il quale il metodo alternativo deve essere preferito all’impiego di animali, viene del tutto ignorato sia dall’utilizzatore di animali che dal Ministero della Salute:
• Nell’Unione Europea la situazione è non meno allarmante: infatti il numero degli animali utilizzati e soppressi nei laboratori non tende a diminuire, anzi raggiunge la stratosferica cifra di 12 milioni di animali, con incrementi del 50% di tali sperimentazioni, in alcuni Paesi. Un triste primato che vede in testa Francia, Inghilterra e Germania.

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Ogni nuova sostanza chimica lascia dietro di sé decine di migliaia di animali torturati e uccisi nei laboratori, tra indicibili sofferenze. Qualcuno la chiama sperimentazione sugli animali, altri vivisezione. Chi la pratica sostiene che sia insostituibile per la ricerca, e che in fondo “il fine giustifica i mezzi”. È proprio vero? Pare proprio di no: sempre più scienziati sostengono che ormai le prove si fanno meglio e più economicamente al computer. E per coloro ai quali importa poco degli animali, c’è una importante motivazione che invece riguarda tutti: ci sono amplissime prove del fatto che le differenze fisiologiche fra noi e gli animali possono causare gravi errori. Non ci credete? Ecco le ragioni di chi sostiene che sia una inutile barbarie della quale tutti dovremmo vergognarci, e contro la quale tutti dovremmo far qualcosa. (DA http://www.xmx.it/vivisezione.htm )

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ALLEVAMENTI INTENSIVI DA CAMBIARE

   Dietro un hamburgher, o un piatto di pesce, si nascondono atroci sofferenze: gli animali d’allevamento, comprese le galline ovaiole e le mucche da latte, trascorrono tutta la loro breve vita in allevamenti intensivi, veri e propri lager per animali.
Vivono stipati in spazi angusti, la loro dieta viene snaturata e le loro esigenze completamente ignorate. In uno stato di malessere continuo, diventano apatici, oppure aggressivi e nervosi, e soffrono di acuti dolori a causa delle innaturali dimensioni che sono forzati a raggiungere (tramite cibi per loro innaturali, manipolazioni genetiche, farmaci).
Per produrre il latte, la mucca deve partorire un vitello l’anno, che le viene portato via appena nato. La mucca viene sfruttata per alcuni anni, e alla fine macellata, mentre i vitelli vengono allevati per pochi mesi o anni per finire poi al macello.
Le galline ovaiole vengono allevate in gabbie piccole e affollate, oppure a terra in capannoni altrettanto affollati, sfruttate per ottenere la massima produzione di uova. Quando non producono più abbastanza, vengono macellate.
La destinazione finale per tutti questi animali è la stessa: il macello. Luogo in cui vengono uccisi senza pietà lungo una “catena di smontaggio” che li vede sgozzati, dissanguati e tagliati a pezzi.
I pesci ed i crostacei muoiono di una morte ancora più atroce, per lenta asfissia, che a volte continua tra il ghiaccio dei banchi di vendita, dopo essere stati pescati nei mari o allevati in vasche sovraffollate. Oppure vengono bolliti vivi, come le aragoste.
PER L’AMBIENTE E PER COMBATTERE LA FAME NEL MONDO
   In tutto il mondo un miliardo di persone non ha abbastanza da mangiare. Allo stesso tempo, sulla Terra ci sono 17 miliardi di animali allevati dall’uomo, nutriti coi 2/3 della produzione mondiale di cereali e soia.   Questo cibo, se consumato direttamente dagli esseri umani, potrebbe nutrire tutta la popolazione mondiale, e anche di più.
Si è calcolato che, ad esempio nel 1979, bovini, suini e polli, allevati intensivamente hanno consumato, solo negli USA, 15 milioni di tonnellate di cereali e soia (nel 2000, 157 milioni). Di questi, solo 21 milioni si trasformano in cibo, ovvero in uova, latte e bistecche, mentre i 124 milioni rimanenti servono semplicemente come “carburante” di consumo, in quanto l’animale per crescere e svolgere le proprie funzioni vitali deve mangiare e “bruciare” calorie, ovvero cibo (un vitello ha bisogno di 13 chilogrammi di mangime per crescere di un chilo!). Quei 12 milioni di tonnellate di cereali in più, sottratti al consumo umano diretto, equivalgono ad un pasto quotidiano, per un anno, per ogni essere umano. La produzione di alimenti animali è scarsamente efficente ed altamente inquinante: per ottenere 1 Kg di carne bovina bisogna impiegare circa 11 Kg di cereali, 1,6 litri di benzina e 3000 litri di acqua!
Negli USA, l’80% degli erbicidi sono usati nelle coltivazioni per uso animale: andranno ad inquinare il suolo, le falde acquifere, l’aria, i mari ed i fiumi, assieme agli escrementi degli animali stessi. Gli allevamenti estensivi, in cui gli animali sono nutriti con erba anziché cereali, hanno causato l’abbattimento di milioni di ettari di foreste tropicali per far posto a nuovi pascoli.
PER VIVERE MEGLIO E PIÙ A LUNGO
   E’ ormai comprovato da numerosi studi scientifici che esiste una stretta correlazione tra consumo di grassi saturi (contenuti nella carne e nei cibi di origine animale) ed alcune malattie cardiovascolari oltre che alcuni tipi di tumori (in particolare al colon e al retto). Una dieta vegana, ricca di fibre e vegetali, può ridurre drasticamente l’incidenza di malattie cardiache, e numerosi studi hanno evidenziato, nei vegetariani e vegani, una minor incidenza di tumori.
Una dieta varia ed equilibrata a base di cereali, frutta, noci e semi oleaginosi, verdura (cruda e cotta) e legumi consente al nostro organismo un giusto apporto di proteine, vitamine, grassi, sali minerali e carboidrati. Non è assolutamente vero che eliminando dalla propria dieta la carne si rischia di incorrere in carenze proteiche, così come non è vero che la carne contiene proteine “nobili”, considerate erroneamente indispensabili. I cereali, i legumi e la frutta secca apportano adeguate quantità di calcio, ferro, proteine formate da tutti gli aminoacidi essenziali. Un piatto di lenticchie e pasta, ad esempio, contiene più proteine di un hamburgher! (da http://www.lidasicilia.it/ )

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LA SPERIMENTAZIONE ANIMALE E IL DIRITTO A NON SUBIRE TORTURE

DAL SITO http://www.italica.it/
   Con il termine “vivisezione” di intende quella attività che consiste nel sezionare a scopo di studio un organismo vivente.
Questa pratica può essere fatta risalire all’antichità greca quando il medico Alcmeone di Crotone studiando fisiologia tagliò un nervo ottico di un animale e ne notò la sopravvenuta cecità. I medici alessandrini Erofilo e Erasistrato fecero ancora maggiore affidamento sull’osservazione fatta sugli animali vivi nel formulare le loro teorie fisiologiche. Ma il primo che portò la vivisezione nell’ambito della sperimentazione metodica fu il famoso medico romano, Galieno .
Fino al 1800 la sperimentazione sugli animali rimase uno dei tanti metodi per spiegare determinati fenomeni fisiologici. Tale orientamento è stato modificato per la prima volta da Francois Magendie e poi successivamente dal suo allievo Bernard, che utilizzarono con successo il metodo sperimentale.

   In particolare Bernard diede anche un contributo filosofico a tale questione scrivendo un trattato, Introduzione allo studio della medicina sperimentale, sulla necessità della sperimentazione animale. In quest’opera egli sostiene che la sperimentazione sugli esseri umani è immorale, se tali esperimenti possono, anche solo leggermente danneggiare i soggetti sottopostivi.

   L’utilità per gli esseri umani può invece giustificare l’utilizzo di animali nelle sperimentazioni, anche se dolorose e dannose. Se infatti molte vite umane possono essere salvate con il sacrificio di pochi animali, ciò non solo è assolutamente giusto, ma diviene per Bernard addirittura un diritto .
Nel 1885 Pasteur ottenne il vaccino contro la rabbia eseguendo decine di sperimentazioni su cani e conigli, mentre la ricerca che portò all’utilizzo della tossina antidifterica avvenne grazie ad esperimenti su cavie. Questi ed altri successi fecero sviluppare ulteriormente la medicina sperimentale.

   Nel corso del ventesimo secolo l’impegno degli animali nella ricerca si estese oltre la fisiologia e la farmacologia sconfinando in campi quali la psicologia, le verifiche sugli addittivi alimentari, i cosmetici e così via.
L’assenza di una significativa contestazione contro la vivisezione nel corso del XVII secolo è stata attribuita spesso alla grande influenza delle teorie cartesiane secondo cui gli animali sono macchine incapaci di provare dolore.

   Tuttavia gli stessi sperimentatori riconoscevano che gli animali soffrivano, solo che non consideravano la sofferenza, che infliggevano alle proprie cavie, una crudeltà. In qualità di scienziati inoltre ritenevano la sperimentazione una nobile attività in quanto apportatrice di sempre nuove conoscenze sulla natura.

   Del resto fino ad oggi la ricerca sugli animali è sempre stata giustificata in base al principio che è un bene pratico che è utile all’uomo e nello stesso tempo è un bene intellettuale in quanto aumenta il nostro sapere.  Nella seconda metà del diciottesimo secolo queste giustificazioni iniziarono ad essere attaccate in modo forte.

   Il cambiamento di mentalità generato dall’Illuminismo comprendeva una sensibilizzazione verso la sofferenza dell’uomo, ma anche, in una certa misura, degli altri animali. Ma fu soltanto nel diciannovesimo secolo, soprattutto in Inghilterra, che le argomentazioni filosofiche contro la sperimentazione animale si tradussero in azione politica, tanto che nel 1875 Cobbe fondò la Società per la protezione degli animali esposti alla vivisezione, la prima organizzazione dedicata all’abolizione della sperimentazione animale .

   Le argomentazioni contro la vivisezione non erano nuove come era già accaduto nel secolo precedente si negava l’utilità della sperimentazione e cosa più importante si negava, come assolutamente immorale, il sacrificio dell’animale per il bene dell’uomo. La sperimentazione assunse così un carattere fondamentale per la formulazione di una filosofia dei diritti degli animali.

   È infatti un caso lampante dell’utilizzo dei non umani da parte dell’uomo per un suo fine personale e d’altra parte i presunti scopi della vivisezione, salvare vite umane, sono di gran lunga più nobili dei fini perseguiti da altre attività umane che sfruttano anch’esse gli animali, quali la caccia, l’allevamento, le corse dei cavalli etc. Per cui se si riusciva a dimostrare il principio di uguaglianza dei diritti fra uomini e animali, nei laboratori, cioè di fronte ad una grande utilità per l’uomo, sarebbe conseguito necessariamente che questo è valido anche altrove dove il bene per l’uomo era di gran lunga inferiore.
Tuttavia con il novecento la sperimentazione animale, grazie ai notevoli successi avuti in campo medico, ebbe un impulso ancora maggiore rispetto ai secoli precedenti, soprattutto nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Cosicché negli anni settanta, sotto la spinta della critica allo specismo e della filosofia della liberazione animale la sorte degli animali da laboratorio tornò ad essere al centro degli interessi degli attivisti per i diritti animali.
Oggigiorno si preferisce parlare di sperimentazione animale anziché di vivisezione dato che la dissezione vera e propria non è che una piccola parte rispetto all’enorme quantità di esperimenti di ogni genere che viene effettuata su milioni di animali.

   Per questi motivi si preferisce la dizione più precisa di “sperimentazione animale” che starebbe ad indicare ogni tipo di ricerca in cui vengono utilizzati gli animali. Del resto, probabilmente, le pratiche di laboratorio più cruente non sono quelle della vivisezione, ma quelle delle innumerevoli sperimentazioni (vedi galleria fotografica). Basta ricordare tutti quegli esperimenti di cui è piena la letteratura scientifica, soprattutto nel campo della psicologia, dove si procura agli animali una violenza sia fisica che psicologica di molto superiore a quella provata da un animale anestetizzato e sezionato da vivo.
Non bisogna inoltre dimenticare che la sofferenza patita dagli animali da esperimento inizia molto prima della prova cui verranno sottoposti. Comincia quando sono catturati, o al momento della nascita qualora provengano da allevamenti. Prosegue con la stabulazione in piccole gabbie, a volte in condizioni igeniche precarie, sempre e comunque privati della libertà, del movimento, della socializzazione, della gratificazione affettiva di cui anche gli animali hanno estremo bisogno.
Solitamente l’unica possibilità che abbiamo per capire cos’è la vivisezione è quella di leggere le riviste “scientifiche” che pubblicano i lavori di ricerca. In esse finalmente vengono fornite le modalità con cui si compiono gli esperimenti. È importante precisare che la vivisezione viene praticata in tutte le nazioni poiché in nessun paese è stata abolita. Il primato per quanto riguarda il numero di animali impiegati e di esperimenti compiuti spetta alle nazioni maggiormente industrializzate e soprattutto a quelle con la maggior presenza di industrie farmaceutiche.
L’attacco alla pratica della vivisezione condotto dagli animalisti e dalle varie associazioni antivivisezioniste persegue due strategie differenti. La prima consiste nel negare la validità scientifica della sperimentazioni su animali e la possibilità di trasferire i dati ottenuti con tale metodo all’uomo. Tale posizioni è condivisa da un sempre maggior numero di scienziati e ricercatori, ma trova ancora fortissime resistenze all’interno dell’ambiente medico e dell’opinione pubblica.
La seconda linea di attacco si articola invece sul discorso etico: gli animali non sono affatto dei soggetti morali neutrali, come sostengono i vivisettori, ma esistono precisi doveri morali nei loro confronti, di conseguenza, del tutto indipendentemente dal fatto che la vivisezione sia utile o necessaria, l’etica ci impone di non sottoporre gli animali a tale strazio.
Hans Ruesch, linguista, zoologo, sociologo e scrittore di fama mondiale nel suo testo Imperatrice nuda, sostiene che l’immoralità delle posizioni vivisezioniste sia determinabile e data a priori dato che l’uomo è un essere morale e “soltanto gli adepti della scuola pseudoscientifica moderna considerano che moralità e immoralità, giustizia ed ingiustizia, bene e male, siano parole prive di significato, concetti antiscientifici, dato che non sono riproducibili in laboratorio” .

   In sostanza gli antivivisezionisti sostengono che se i vivisezionisti possono convincersi del fatto che gli animali non soffrono, è solo perché si sono resi insensibili alle sofferenze altrui.
Secondo Ruesch i ragionamenti, i discorsi e le pratiche dei vivisettori sono antiscientifici proprio perché non tengono conto delle realtà intangibili della vita. L’etica è una di queste. Non si può ridurre o estendere l’etica secondo una “morale dell’utile”, perché altrimenti si cessa di essere umani.

   I vivisezionisti sostengono la similarità tra l’uomo e l’animale sul piano biologico, questo anzi fonda per loro la concretezza della sperimentazione stessa, ma la negano sul piano morale, e questa è una contraddizione inaccettabile.

   Non si può infatti sostenere la somiglianza con gli animali quando li torturiamo come cavie e fondare proprio attraverso tale somiglianza il diritto a tali pratiche per poi sostenere la diversità da noi dal punto di vista etico , per eludere i nostri doveri. Si può anzi affermare che tanto più la somiglianza filogenetica rende gli esperimenti validi dal punto di vista scientifico, tanto più li rende problematici dal punto di vista etico.

   I vivisezionisti sostengono che la “superiorità” dell’uomo ci dà il diritto di fare ciò che ci pare delle creature non umane, ma se tale superiorità costituisse un diritto, sarebbe, come sottolinea Ruesch, anche lecito vivisezionare i ritardati mentali, gli analfabeti, gli zingari, i neri e tutti coloro che ognuno, secondo la propria opinione personale, considera inferiori sul piano intellettivo, morale, nazionale, razziale etc.

   “E se fosse giusto torturare animali da laboratorio per il bene degli uomini, allora sarebbe giusto torturare un uomo da laboratorio per il bene di mille uomini. Difatti qualsiasi argomento che giustifica la tortura di animali è valevole anche per la tortura di esseri umani” .
Anche secondo Silvana Castiglione “dal punto di vista morale, sperimentare su di un cane o una scimmia pone dei problemi analoghi a quelli che deriverebbero dall’adoperare neonati o dei deficienti” . Ciò ovviamente non significa che bisogna incoraggiare la sperimentazione sugli umani marginali, ma che anche la sperimentazione su animali implica una dimensione morale molto profonda, e che l’unico modo per trovare una soluzione consiste nel cercare di abolire qualsiasi tipo di sperimentazione in vivo, cioè su esseri viventi e sensibili che provochi sofferenza.
Riguardo alla sperimentazione animale Singer arriva ad affermare che “ogniqualvolta uno sperimentatore sostiene che il proprio esperimento è abbastanza importante per giustificare l’uso di un animale, dovremmo chiedergli se sarebbe disposto a usare un umano ritardato dal livello mentale simile a quello dell’animale che lui vuole usare. Se risponde di no, siamo autorizzati a ritenere che vuole usare un animale non umano solo perché dà minore valore agli interessi dei membri delle altre specie rispetto ai membri della propria, inclinazione che non può essere ammessa più di quanto non possa esserlo il razzismo o qualsiasi altra forma di discriminazione arbitraria” .

   Singer è dunque profondamente convinto che se la sperimentazione animale è accettata nella nostra società come pratica lecita, anzi a volte addirittura auspicabile per il bene dell’umanità, è solo perché si considera la cosa da un punto di vista “specistico” in cui gli unici interessi che sono tenuti in considerazione sono quelli dell’uomo.

   Inoltre Singer individua una preoccupate connessione fra lo specismo ed il razzismo e si chiede: “Ma se la sperimentazione sugli umani ritardati e orfani non è giusta, perché è giusta quella sugli animali non umani? Che differenza c’è fra i due, eccetto il puro fatto che, biologicamente gli uni sono membri della nostra specie e gli altri no? Questa non è, da un punto di vista morale, una differenza rilevante, così come non lo è il fatto che un essere non è membro della nostra stessa razza.

   Effettivamente l’analogia fra specismo e razzismo è valida sia in pratica che in teoria nel campo della sperimentazione. Lo spiccato specismo porta a dolorosi esperimenti su altre specie, con la scusa dei loro contributi alla conoscenza e della possibile utilità alla nostra specie. Lo spiccato razzismo ha portato a dolorosi esperimenti su altre razze, con la scusa dei loro contributi alla conoscenza e della possibile utilità per la razza di chi compie esperimenti. Sotto il regime nazista in Germania, quasi 200 dottori, alcuni dei quali eminenti nel mondo della medicina, presero parte ad esperimenti su prigionieri ebrei, russi e polacchi” .
Il concetto di sofferenza dunque, secondo il filosofo australiano, non cambia in base alla specie o alla razza, al massimo cambia in base all’intensità: pertanto l’interesse ad evitare la sofferenza accomuna gli esseri umani e gli animali e deve essere valutato in maniera uguale .
Tuttavia le idee morali possono essere vincenti sul piano concreto solo se sono sostenute da una forte movimento d’opinione. Per il momento infatti le considerazioni etiche sono superate da preoccupazioni di altro tipo, quali la paura per la propria salute e il timore che venga rallentata l’attività di ricerca. Ne è riprova il fatto che i vari referendum per l’abolizione della vivisezione che sono stati tenuti in alcuni paesi, tra cui la Svizzera, hanno dato tutti risultati negativi. Esiste però una concreta possibilità di trovare una via d’uscita, incentivando il più possibile l’uso dei cosidetti “metodi alternativi”: metodi matematici e meccanici, epidemiologia e statistica, banche dati, simulazioni al computer, utilizzo di procarioti, frazioni subcellulari, colture cellulari ed impiego di tessuti ed organi isolati.
Per cui l’ostinazione da parte di molti scienziati nel considerare insostituibile la sperimentazione animale appare sempre più legata ad ignoranza e pigrizia mentale. (dal sito http://www.italica.it/)

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ALLEVAMENTI INTENSIVI

dal sito http://www.italica.it/
   Un’altra pratica umana che si scontra con l’etica animalista è sicuramente quella degli allevamenti intensivi (vedi galleria fotografica ), in cui, fra gli altri, vengono meno diritti fondamentali quali quello della vita e quello del non essere sottoposti a torture.
Per la maggior parte degli esseri umani il maggior contatto con gli altri esseri non umani avviene al momento dei pasti, quando si ritrova nel piatto una bistecca o nel panino del prosciutto. L’abitudine a questo fatto ci porta a tralasciare del tutto l’abuso di creature viventi che sta dietro a ciò che mangiamo.
Negli ultimi cinquant’anni l’ingresso nel settore dell’allevamento, di grandi società e l’introduzione del concetto di catena di montaggio, trasferito dal mondo dell’industria meccanica a quello dell’allevamento, ha avuto risultati per gli animali a dir poco disastrosi: nei capannoni di allevamento, gli animali sono diventati macchine che riproducono se stesse, in un ciclo infinito di prigionia, di nutrizione innaturale, e di morte prematura.
Il processo ha avuto inizio quando le grosse imprese acquistarono il controllo del mercato del pollame, sostituendo di fatto i piccoli produttori. Coloro che gestiscono grandi società non hanno alcun interesse per l’armonia fra piante, animali e natura, ma sono volti soltanto alla ricerca del maggior profitto possibile.

   Per rendere la propria attività competitiva utilizzano metodi che riducono al massimo i costi ed aumentano la produzione. Così gli allevamenti sono divenuti “industriali” e gli animali sono macchine che trasformano l’economico foraggio di cui si nutrono, in costosa carne (quella dei loro stessi corpi) che sarà venduta e produrrà guadagno economico. La tecnologia moderna ci ha portato ad un livello di sfruttamento senza eguali, mentre sono venuti a mancare tutti gli elementi che un tempo favorivano l’animale nel suo rapporto (seppur di sudditanza) con l’uomo, come per esempio la protezione e l’allevamento in un habitat rurale consono alla sua morfologia.

   Roberto Marchesini, medico veterinario, nel suo Oltre il Muro: viaggio all’interno degli allevamenti intensivi, scrive così: “Gli allevamenti intensivi inquinano pesantemente il nostro territorio, intossicano coi loro prodotti il nostro fisico, ma quello che maggiormente fuorviano è la nostra sensibilità, abituando la nostra coscienza a tollerare e legittimare la tortura. L’attività zootecnica, per il numero di animali che coinvolge, per le sevizie a cui li sottopone, per la poca considerazione che l’opinione corrente vi spende, deve ritenersi la piaga più grave e pertanto rappresenta della nostra società l’aspetto più aberrante” .
Un caso emblematico delle sevizie subite dagli animali, negli allevamenti intensivi, è quello del pollo (vedi galleria fotografica ). Primo animale ad essere sottratto alle condizioni quasi naturali della fattoria tradizionale, passò dalla sua condizione di animale da cortile a prodotto industriale. Rinchiuso in un capannone senza finestre, in cui ogni elemento dell’ambiente è organizzato per farlo crescere il più possibile e nel minor tempo, riceve l’acqua e il cibo automaticamente.

   Vede la luce a seconda delle disposizioni degli esperti di agronomia, luci che vengono quasi del tutto spente, con lo scopo di evitare fenomeni di aggressività, quando con tutti gli altri polli è cresciuto e il capannone diviene un luogo incredibilmente piccolo. Infatti in situazioni di stress causati dal sovraffollamento e dalla prigionia, si è visto che i polli reagiscono strappandosi le penne e attaccando i propri simili sino ad arrivare a divorarli.

   Questo naturalmente porta dei danni economici all’allevatore che quindi tenta di porvi rimedio, ma anziché eliminare la causa di tali comportamenti fra i polli, ovvero il sovraffollamento, preferisce attuare un rimedio che gli consenta di non aumentare i costi di gestione dei capannoni. La soluzione più diffusa è quella dello “sbeccamento”. Il becco del pulcino appena nato viene inserito in una specie di piccola ghigliottina dalle lame roventi che ne taglia l’estremità. Questa tecnica causa spesso agli animali ustioni alle narici, gravi mutilazioni che provocano un dolore acuto e cronico.

   Gli allevatori di un tempo, che tenevano i propri polli in uno spazio abbondante, di relativa libertà, non avevano bisogno di tagliare loro il becco, in quanto erano del tutto assenti, fra di loro, fenomeni di cannibalismo . I polli di allevamento intensivo non vedono mai la luce del giorno, non respirano mai aria che non sia impregnata dell’odore dei loro escrementi, sono sempre nervosi ed aggressivi, vivono in spazi angusti schiacciati l’uno contro l’altro e sono sottoposti a numerose, nuove malattie, sconosciute nella loro vita naturale.

   Non conducono una vita migliore neanche le galline ovaiole, le cui sofferenze iniziano sin dalla nascita, quando i pulcini vengono separati tra maschi e femmine. I pulcini maschi, inutili nella produzione di uova, sono così scartati e, il più delle volte, macinati, ancora vivi, per produrre mangime per le proprie sorelle e madri.

   La vita delle femmine è più lunga, ma questo difficilmente può essere definito un vantaggio. Esse vengono tenute in gabbie, dove non hanno neanche lo spazio di allargare le ali, che consentono di alloggiare, sfamare, riscaldare ed alimentare in un solo edificio un enorme numero di galline. Nella maggior parte degli stabilimenti le gabbie sono tenute in fila con una certa pendenza del fondo, che rende difficile ai volatili star comodi, ma che permette di far rotolare le uova, prodotte senza tregua, in modo da essere facilmente raccolte.
E quello del pollo e della gallina è solo uno dei tanti casi di allevamento che rasenta la tortura, infatti suini, bovini e ovini vivono in condizioni di prigionia e sofferenza molto simili, a volte, se è possibile, persino peggiori.
Da sottolineare è la quasi totale segretezza che circonda le tecniche moderne di zootecnica. Gli allevamenti sono tenuti lontano dallo sguardo del grande pubblico allo stesso modo dei laboratori di vivisezione.
L’inibizione degli istinti naturali è la prima forma di sofferenza generata dalla stabulazione degli animali. A monte di essa c’è però il maltrattamento genetico che produce esseri menomati fin dalla nascita: vitelli anemici, scrofe che non riescono a stare erette sulle proprie zampe tanto sono enormi, mucche dalle mammelle enormi, animali che ingrossano a tal punto da strapparsi i tendini. Inoltre l’adozione dell’allevamento in luoghi chiusi ha portato una nuova classe di malattie, note come “malattie da produzione”, causate appunto dai metodi di allevamento impegnati.
L’animale viene reificato ed in quanto tale non ha diritti, non ha un habitat ed un’etologia da rivendicare, non è una specie in via d’estinzione, non ha più nemmeno una fisiologia che gli appartiene, è un mero oggetto che deve la sua vita all’artefice uomo.
Questi animali “standardizzati ed omologati” soffrono nella loro breve vita in allevamento di “patologie metaboliche, alte frequenze di teratogenesi, turbe nervose, difficoltà organiche e via dicendo” e tutto ciò procura loro un “reiterato stato di sofferenza”.
Spesso si sostiene che le ovaiole nate ed allevate in batteria non soffrano la “mancanza d’aia” in quanto l’aia non l’hanno mai conosciuta. Ma chi di noi si sognerebbe di sostenere che un uomo che non ha mai conosciuto la libertà, non soffra a vivere rinchiuso in una gabbia dove non può nemmeno voltarsi?
A tal proposito Marchesini continua: “Se le galline si beccano tra loro fino a morire, se nei conigli sono frequenti i fenomeni di cannibalismo della madre verso i piccoli, se i suini si divorano la coda, se molti animali arrivano nelle loro nevrosi ad autolesionarsi è conseguente che, per quanto ignari della condizione di benessere, tuttavia soffrano frustrazioni, alterazioni del comportamento, patologie organiche”.
Gli zootecnici accusano di antropomorfismo chi chiede per gli animali uno spazio vivibile, chiedendo anche che si tengano in considerazione i loro bisogni etologici e affettivi o anche solo che non vengano mutilati.  Tutto negli allevamenti viene forzato, le mungiture, le gravidanze, l’ingrasso, i ritmi biologici degli animali.

   Le epidemie a carico delle popolazioni zootecniche quasi non si contano, e molte di esse non sono affatto malattie specie-specifiche, come la sindrome della “mucca pazza” ci sta oggi drammaticamente insegnando. In conseguenza della continua violazione dei loro bisogni sia biologici che psicologici, gli animali soffrono anche mentalmente oltre che fisicamente. La maggior parte di questi animali mostrano segni di grave stress che a lungo termine causa delle forti turbe comportamentali.
Per gli esponenti del movimento animalista mondiale, oltre che per grandi umanisti quali M.K.Gandhi e George Bernard Shaw, lo sterminio di miliardi di animali ogni anno è una delle più grandi aberrazioni della civiltà occidentale del XX secolo.
Questo “genocidio” avviene con la complicità delle grandi masse: gli addetti del settore zootecnico non sono poi così tanti, ma possono contare sulla domanda di carne che permette loro di continuare ad operare.
Si sostiene che per nutrirci sia lecito uccidere. Ma non essendo necessario nutrirsi di carne per avere una salute ottimale non appare neanche lecito uccidere (in quanto perfettamente evitabile). In ogni caso dovremmo chiederci, se per nutrirci sia lecito non soltanto l’uccidere, ma anche il torturare degli animali condannati ad una morte atroce.
L’animale-oggetto non starà mai bene, non sarà mai un animale in stato di comfort. La colpa di tutto questo però non è solo degli allevatori, che sono spinti dal profitto come qualunque altro imprenditore. L’opinione pubblica occidentale è infatti orientata a credere che sia necessario e giusto mangiare una certa quantità di carne e che anzi un aumento del consumo della carne sia un indice di benessere e di avanzata civiltà. E per poter mantenere basso il prezzo dei prodotti della macellazione, sono necessari proprio gli allevamenti intensivi.

   Non vi sono alternative a questo tipo di allevamento se vogliamo continuare a nutrirci in massa di carne. In ogni caso anche l’allevamento non intensivo comporta sofferenze per gli animali, quali la castrazione, l’allontanamento precoce della madre dai piccoli, lo smembramento dei gruppi sociali, la marchiatura, il trasporto e per finire la macellazione stessa a cui, inevitabilmente, qualunque animale destinato a divenir cibo, è condotto.

   È difficile immaginare che gli animali possano essere allevati come cibo eliminando tali sofferenze. Ed in ogni caso anche se ciò fosse possibile, come sostiene Singer ciò “è irrilevante rispetto al problema immediato che l’etica della nostra dieta quotidiana mostra. Quali che siano le possibilità teoriche di allevare gli animali senza sofferenza, la realtà è che la carne venduta nelle macellerie, nei supermercati proviene da animali che hanno sofferto mentre venivano allevati”.

   Inoltre gli allevamenti intensivi presentano degli alti costi anche dal punto di vista sociale ed ambientale. In una società industriale che richiede la disponibilità di grandi capitali, i piccoli imprenditori non sono in grado di competere alla pari. L’efficienza e la produttività eclissano altri valori tradizionalmente mantenuti nelle piccole comunità rurali, quali l’indipendenza, l’autosufficienza e la cura della terra e degli animali.

   Dal punto di vista ambientale gli allevamenti intensivi pongono il problema dello smaltimento dei rifiuti prodotti, l’alto consumo di energia e di acqua. I residui chimici nei prodotti animali possono costituire problemi per la salute umana e un diffuso impiego di antibiotici necessariamente porta alla creazione di microbi patogeni resistenti. (dal sito http://www.italica.it/ 

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ANIMALI, IL TRAFFICO DELL´ORRORE “I CUCCIOLI ITALIANI VENDUTI COME CAVIE O CIBO IN SCATOLA”

di MARINA CAVALLIERI – da  la Repubblica del 4/11/2011

Primo processo a Napoli. Spunta il business dei canili-lager

Vengono reclusi in strutture fatiscenti, maltrattati, a volte trasferiti clandestinamente in altri Paesi per finire nei laboratori di ricerca, oppure trasformati in cibo in scatola o pellicce. È il business del randagismo, l´affare dei canili, un traffico che si svolge con pochi controlli. È una storia dove s´intrecciano sperpero del denaro pubblico, malasanità, criminalità organizzata.
Dove gli interessi in gioco sono più alti di quanto non si sappia e la legge viene sistematicamente ignorata. Alla fine il silenzio conviene a tutti. Sindaci, polizia, giudici, medici della Asl. Tutti complici, a volte senza neanche saperlo. È l´Italia dei canili, un paese degli orrori.
Quanti sono i cani randagi e quelli nei canili e quanto costa allo Stato mantenerli? In tasca di chi vanno i soldi? E quanti animali dietro finte adozioni finiscono all´estero in una tratta illecita? Il business del randagismo e dei canili viene valutato intorno ai 200 milioni, anche se l´ultimo rapporto “Zoomafia” stima il giro complessivo del traffico di cani in 500 milioni di euro. Valutazioni realistiche stimano che ci sono 600 mila cani vaganti, di cui 200 mila ricoverati nei canili. Per ogni cane rinchiuso il comune di appartenenza spende dai 300 ai 1000 euro l´anno. Una spesa significativa che però non mette gli animali al sicuro. Il canile non sempre è l´ultima tappa.
Le finte adozioni
L´ultima denuncia parla di un traffico di cani e gatti all´estero, esportazione illegale mascherata da finte adozioni. Gli animali finiscono nei laboratori della sperimentazione, come cibo in scatola per i loro simili più fortunati, per fornire pellicce.

   È la denuncia che arriva dal portale “ilrespiro.eu”, dove Margherita D´Amico ha condotto un´inchiesta che dà corpo a dubbi e sospetti che da tempo si rincorrono. «Un processo che avrà inizio il 19 dicembre a Napoli sul traffico di cani e gatti da Ischia in Germania costringerà a non ignorare questa realtà agghiacciante», dice D´Amico. «Spediti in carichi su furgoni, station wagon, oppure affidati ai cosiddetti “padrini di volo”, cani e gatti randagi provenienti dall´Italia, ma anche da Spagna, Grecia o Turchia, confluiscono ogni anno nei paesi del nord Europa, in Germania arrivano dai 250 ai 400 mila cani».
Nell´inchiesta è citata la testimonianza di Enrica Boiocchi, vicepresidente del Gruppo Bairo, associazione molto attenta all´argomento: «Finché non vedi con i tuoi occhi non capisci. Partecipai al fermo di un carico al confine con la Svizzera: un trasportino per gatti di quelli piccoli, di stoffa, ne conteneva nove. I cani, come di prassi in queste spaventose spedizioni, erano sedati, imbambolati, nemmeno si tenevano seduti.

   Ogni giorno mezzi carichi di questi sventurati passano la frontiera svizzera, li vediamo, eppure non li ferma nessuno». Stipati nelle gabbie all´interno dei veicoli, gli animali attraversano l´Italia e oltrepassano i controlli superficiali. Si tratterebbe un giro di denaro enorme.
«Sono finita in questa voragine a metà degli anni ‘90», racconta al sito ambientalista Francarita Catelani, fondatrice di UNA-Uomo Natura Animali Cremona. «Dal napoletano ci segnalarono che la titolare di un´associazione tedesca stava partendo con un carico di cani. Furono prima fermati a Barberino del Mugello, ma la Asl li lasciò passare.

   Poi, a Como, lo stop. Il capo veterinario della Asl di Como capì. Redasse tre verbali e il giorno dopo il furgone fu scortato fino all´imbocco dell´autostrada per Caserta». Ma la vicenda di Como non è l´unico caso di intervento delle forze dell´ordine. «Un paio d´anni fa ad Ancona sono stati bloccati 102 cani provenienti dalla Grecia.

   C´è stato un fermo ad Arezzo sei anni fa, e ancora a Padova. E a Verona, nel 1995, si aprì un´indagine per verificare nomi e indirizzi a cui erano stati dati in adozione 100 cani. Risultarono tutti falsi, dal primo all´ultimo». Ci sono poi le denunce dell´Enpa, sezione di Perugia, contro 40 cani di un canile umbro adottati in Germania. C´è infine il caso di Ischia.
«Un piccolo gruppo di volontari di Ischia per anni si oppone alle massicce esportazioni organizzate dal canile di Forio. Solo nel 2006, a suon di denunce, gli animalisti riescono a ottenere il fermo di un furgone e l´avvio di un´indagine assai accurata da parte della Procura di Napoli condotta dal pm Maria Cristina Gargiulo, che si serve anche di intercettazioni telefoniche», racconta D´Amico.

   La fase preliminare dell´inchiesta si conclude con il rinvio a giudizio di cinque imputati per maltrattamento di animali, falsità ideologica e materiale, associazione per delinquere finalizzata all´illecito traffico di esseri senzienti. «Nel frattempo, però, il rifugio di Forio è stato ceduto alla Pro Animale Fur Tiere in Not e. V. con sede in Germania che ha 32 punti di raccolta e smistamento di cani e gatti in tutta Europa. Le spedizioni di animali vengono ufficialmente interdette solo nell´estate 2011, in attesa degli esiti del processo che avrà inizio presso il Tribunale di Napoli fra poco più di un mese».
Adozioni all´estero fittizie, sulle quali dovrebbero vigilare le Asl. «È attraverso i loro registri, infatti, che scorrono a centinaia, migliaia, le pratiche. Come non insospettirsi davanti alle stesse persone che richiedono venti, trenta, cinquanta lasciapassare per volta?».
I canili, l´orrore dietro l´angolo
Ma qualsiasi mercato illecito è possibile perché i canili italiani vengono gestiti senza controlli. Se il traffico verso l´estero può essere il caso limite, c´è poi l´indifferenza di tutti che rende possibile il degrado quotidiano. «Feriti, affetti da patologie e infezioni, malnutriti, relegati in spazi angusti e sovraffollati, trascurati e soli: questo lo stato in cui versano i “migliori amici dell´uomo” in molte strutture, pubbliche e private».

   Questo è scritto in un documento del Ministero della Salute che ha diffuso recentemente un video dei canili peggiori d´Italia, girato durante le ispezioni di 39 strutture da parte della task force per la tutela degli animali. Il filmato è visibile sul sito http://www.salute.gov.it. «I canili sono un sistema che serve a far soldi. La legge diceva che andavano creati dei rifugi e i canili dovevano rimanere solo come presidi sanitari e luoghi di transito. Così non è stato», spiega Rosalba Matassa, a capo della squadra formata da nove veterinari e due amministrativi.
E continua: «Dove nasce il business? I comuni invece di creare canili municipali stipulano convenzioni con società private, spesso sono aste al ribasso, anche solo 50 centesimi al giorno per ogni cane. Fatto l´accordo, nessuno controlla. Il sindaco ha la tutela dei cani, quindi è il responsabile ma non risponde mai di fatto e noi non abbiamo il potere neanche di infliggergli una multa».

   La mappa del degrado attraversa tutta l´Italia, al Sud la situazione è peggiore perché il business è in mano alla criminalità ma ogni regione ha i suoi scheletri, nel senso letterale. Solo nel 2011 sono stati fatti 6 sequestri. È stato chiuso il canile di Somma Lombardo dove tra i cani malnutriti c´era anche una gabbia con due tigri e altri animali esotici.

   A Terni c´è stata un´ispezione dopo varie segnalazioni di maltrattamenti, una storia lunga e mai risolta, la Procura sta indagando. A Foligno segnalazioni per maltrattamenti. A Ceprano, Frosinone, il canile è sotto sequestro amministrativo. Chiuso Poggio Sannita: maltrattamenti. Aragona in Sicilia, una sorta di canile abusivo, senza legge e senza controlli, un caso di cui si parla da anni, solo ora si sta svuotando. Chiuso definitivamente ad aprile dopo anni di battaglie il lager per definizione, quello di Cicereale, in Campania, diventato un caso nazionale.

   Dentro duemila cani, per ciascuno la famiglia Capasso percepiva due euro al giorno. Ci sono stati anni di battaglie giudiziarie prima della chiusura. L´unico caso in cui il ministero si è costituito parte civile. Nei casi di sequestri la situazione che si presenta è sempre la stessa: cani scheletrici, malati, nessuna sterilizzazione, spesso promiscuità, a volte morti. Tra i reati più frequenti riscontrati: frode, medicinali scaduti, esercizio abusivo della professione medica.
Le battaglie delle associazioni
«Avevo denunciato le condizioni di un canile, mi hanno tagliato le ruote dell´automobile», dice una veterinaria che vive in Campania. «Sono molte le strutture al Sud dove è difficile entrare e chi ci riesce per fare foto lo fa a proprio rischio». Le denunce sullo stato dei canili arrivano dai volontari e dalle associazioni che sui siti, su Facebook e YouTube, svelano le condizioni in cui vivono gli animali. È un esercito agguerrito, che combatte ogni battaglia a proprie spese, cure veterinarie, stalli, staffette per salvare gli animali più giovani o più malandati.

   S´incontrano su siti come http://www.cercapadrone.it o chiliamacisegua.it, l´agenzia Geapress, ma il muro di silenzio che circonda le loro denunce è più forte. «C´è nella Finanziaria del 2008 un articolo che stabilisce che le convenzioni possono essere stipulate solo con quei canili che consentono un´apertura al pubblico e ai volontari ma non viene rispettata perché le adozioni significherebbero una perdita economica», dicono le volontarie di Associazione canili Lazio.
Ma perché ci sono tanti cani randagi e rinchiusi e che fine ha fatto la legge sul randagismo e le sterilizzazioni? L´esercito di cani che affolla i canili è infatti il risultato degli abbandoni e delle mancate sterilizzazioni. «Sono circa 135 mila i cani e i gatti che ogni anno vengono abbandonati, il 30 per cento degli abbandoni avviene durante il periodo della caccia, quando i cacciatori si liberano dei cani che non sono più abili, il 25 per cento avviene d´estate nel periodo delle ferie», calcola la Lav.

   I privati abbandonano i propri cani in mezzo alla strada, legati ai lampioni, o davanti ai canili, i comuni dall´altra parte non realizzano le anagrafi canine e le campagne di sterilizzazione, i cani così vagano fino a quando non se ne occupano le cronache. Succede quando aggrediscono qualcuno. Quando uccidono. Dal 2005 al 2008 il ministero ha stanziato circa 16 milioni di euro per combattere il randagismo. Ma molte Regioni non hanno nemmeno chiesto i fondi.
La legge tradita
«Dal 1991 esiste una legge, la 281, è una legge avanzata, stabilisce che i randagi non vanno soppressi, che deve esistere un´anagrafe canina, ogni animale deve avere un microchip per l´identificazione. Ma pochi comuni rispettano queste regole. Sono molte le norme disattese perché i reati che riguardano gli animali sono considerati da tutti di serie B», dice Rosalba Matassa.

   Disattese anche le ordinanze regionali. In Puglia, per esempio, esiste la norma per cui non ci possono essere più di 200 animali in ogni canile ma nessuno la rispetta. Il canile di Ostuni ne ha 1600, il Natura center di Cassano ne ha 1400. Strutture che percepiscono somme ingenti. «Per combattere il degrado il randagismo è stato incluso nei piani di rientro di alcune regioni commissariate (Calabria, Molise, Campania) e quindi devono obbligatoriamente fare interventi, la gestione corretta dell´anagrafe canina adesso rientra nei Lea, livelli essenziali di assistenza».
Intanto il tempo passa, è un tempo sempre uguale quello nei canili, che siano quelli inaccessibili dell´Irpinia o quelli senza fondi da anni di Catania, scorre monotono tra le reti arrugginite, alcuni cani è possibile vederli girare in tondo, ossessivamente su se stessi. È così a Borgo Hermada, Latina, canile sequestrato e sempre lì come in quello di Domicella, Avellino. Andava messo a norma, aveva 60 giorni di tempo, sono passati mesi. (Marina Cavallieri)

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2 thoughts on “VIVISEZIONE e ALLEVAMENTI INTENSIVI – l’ineludibile cambio di direzione che ci viene chiesto nel rapporto con il mondo animale – il caso GREEN HILL nel bresciano

  1. miriam domenica 11 dicembre 2011 / 15:20

    vorrei tanto adottare un beagle di quelli usati come cavie.

  2. Adriana giovedì 22 marzo 2012 / 22:48

    È inaudito che questo accade, sembra di vivere una realtà diversa , non sono giovane e credevo di vivere in un mondo dove le cose andavano bene ed il finale da lieto fine. Questo mi sconvolge, ma non aiuta. Come me molte persone, credono che tutto funzioni. Che si fà per entrare nella normalità delle persone , rendere la realtà per quella che è piena di raggiri. Intervenire , per fermare queste sofferenze, risulta difficile credere che le istituzioni governative ammettano questi reati alla luce del sole. Eppure lavoro in una grande azienda leader, e questo argomento non si è divulgato un gran che’, ci sono altri problemi maggiori, ció non toglie l’amore per gli animali, ora abbiamo anche una colonia felina , e la sensibilità per gli animali è cresciuta, anche in ambiente di lavoro e questo fà ben sperare, stò muovendomi in questo argomento per sensibilizzare e portare da vicino la questione dei nostri amici, perchè bisogna essere in tanti per vincere questa causa, perché bisogna vincerla assolutamente, è amorale e antietica , come tutte le questioni a favore del rispetto del nostro pianeta. Per una migliore civiltà, per un futuro migliore , vinciamo questa battaglia.

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