La GERMANIA pare rinunciare a “credere” nel progetto storico dell’EUROPA UNITA – il FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE si pone come ultima difesa del fallimento dell’Italia – L’accelerazione necessaria (ora o mai più) del PROGETTO COMUNE EUROPEO

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“Come ha detto George Santayana: ‘CHI NON RICORDA IL PASSATO È CONDANNATO A RIPETERLO’. Esattamente questo succede a Berlino: ed è impressionante perché la GERMANIA dopo il ’45 si è ricostruita sulla POLITICA DELLA MEMORIA. Dal punto di vista della storia economica, ESSA SEMBRA RICORDARE SOLO L’EPOCA DELL’INFLAZIONE. Dimentica che nei primi anni trenta andò in recessione a causa della POLITICA DELLE RIPARAZIONI, IMPOSTA DA AMERICA E FRANCIA: nel giro di due anni arrivò Hitler. Risultato: fu distrutta la democrazia, non solo l’economia. OGGI SIAMO NELLA STESSA LOGICA PUNITIVA, di riparazioni inflitte a paesi vinti: in prima fila c’è la Grecia, poi magari la Spagna e l’Italia. Sul finire della seconda guerra mondiale – penso agli accordi di Bretton Woods, al piano Marshall – si capì che LA STRADA ERA LA COOPERAZIONE. L’austerità inoltre deve esser compensata dalla crescita. Tutto questo è dimenticato da Berlino, dalla Bce, pure dai Paesi deboli.” (BARBARA SPINELLI, intervistata da il FATTO QUOTIDIANO il 27/11/2011)

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   Ciò che contraddistingue la debolezza italiana sono le dimensioni del debito, circa 2000 miliardi di euro ovvero più della somma di tutti gli altri Paesi europei che già ricevono aiuti (Grecia, Portogallo, Irlanda). E chi compra i titoli di stato italiani che servono a pagare il debito (cioè gli stipendi pubblici, la sanità, la sicurezza…) lo fa solo se garantito da tassi di interesse sempre più elevati; che peggiorano il debito italiano, che diventa ancora più insostenibile. E la crisi finanziaria dell’Italia è aggravata dal fatto che altri paesi europei, che sembravano in una situazione più “tranquilla”, sono sotto attacco nella loro credibilità finanziaria ed economica mondiale: la Francia e il Belgio in questo momento; ma addirittura la Germania trova difficoltà a trovare “compratori” dei propri titoli di credito pubblici.

   Ora come ora si va profilando, nelle prossime settimane, entro i primi dieci giorni di dicembre, un’EUROZONA, cioè l’ ”EUROPA DELL’EURO” (ora composta da 17 paesi) A DUE LIVELLI, di serie A e di serie B. Ci sarà una modifica dei Trattati sull’euro, sulla sua circolazione monetaria. E questa modifica dei trattati avverrà in gran fretta, tra governi (ignorando tutte le istituzioni europee create) tramite accordi bilaterali tra diversi paesi – come è accaduto con l’area Schengen che ha eliminato i controlli alle frontiere -: accordi tra paesi che hanno già parametri economici abbastanza simili (e cioè: Germania, Francia, Olanda, Lussemburgo, Austria e Finlandia). Per gli altri (compresa l’Italia) la porta resterebbe aperta per «aderire» in tempi successivi e solo accettando condizioni molto dure.

   Il vero problema per l’Europa in “emergenza disintegrazione” è la  disomogeneità delle economie, e soprattutto l’assenza di un governo politico europeo. E dall’altra un persistere anacronistico di sovranità ottocentesche, ora più che mai negative; di stati nazionali superati dalla storia. L’incapacità di capire che ci si deve mettere assieme ad altri cui si condivide un comune “essere culturale”, storico, ma anche territoriale continentale (una “geografia comune”): e tutto questo è “l’Europa”. Il non volere questo porta alla disintegrazione anche di quella sovranità nazionalistica che si sta perentoriamente, e con senso autodistruttivo, difendendo.

   Per questo riteniamo che questi decisivi giorni (forse settimane) di crisi, si sta decidendo il destino dell’Europa: o tutto cade, cioè l’euro e con esso ogni speranza di progetto europeo, tra l’altro con l’insostenibilità di qualsiasi walfare finora avuto nei nostri paesi; oppure ci potrà essere un nuovo slancio su un contesto diverso da quello che finora abbiamo immaginato, riuscendo ad esprimerci nell’essere italiani, francesi, tedeschi, spagnoli… ma nell’ambito di un innalzamento a cittadini di un’Europa unita. E se tutto (molto), finora, fa pensare al peggio, noi pensiamo che ce la possiamo ancora fare.

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Se torna la lira…

NON SUCCEDE, MA SE SUCCEDE… SE L’EURO SI SPEZZA E TORNA LA LIRA

di LUCIO FERO,

dal sito http://www.blitzquotidiano.it/   

   Non succede, ma se succede… Che succede davvero al “cittadino”, non a Bankitalia, Bce, Governo e Mercati vari se l’euro si spezza e torna la lira?

   Non succede ma se succede la prima cosetta fastidiosa per il nostro comun cittadino è che il lunedì successivo, il cambio di moneta avviene di sabato e senza annunci preventivi, la sua tesserina bancomat gli dice che più di centomila, mettiamo centomila nuove lire, non può prelevare.

   E i vecchi euro che aveva sul conto? Quelli proprio no, quelli non li preleva più. Allora il cittadino sbuffa, impreca, lascia la postazione bancomat ed entra in banca con cipiglio. Fila allo sportello che ingrossa, per prelevare in contanti magari tramite vecchio libretto degli assegni.

   Stessa musica: più di tanto non può prelevare, magari cinquecentomila nuove lire, ma non più di cinquecentomila. Almeno così, almeno per i primi giorni, fino a che la situazione non si “assesta”. E gli euro che il cittadino aveva a casa? Può cambiarli se vuole in nuove lire. E se il cittadino è scaltro, di euro in contanti ne aveva tanti e invece di cambiarli in nuove lire li vuole portate all’estero? Sorpresa alla dogana: esportare euro più di tanto non si può… fino a che la situazione non si “assesta”. Un fastidio, una grana, un grosso fastidio ma prima o poi la situazione si “assesta”.

   E vediamola assestata la situazione: la vecchia lira è tornata ma svalutata, più o meno del 50 per cento: è questa la stima, è questo il prezzo da pagare per uscire dall’euro spezzato. Dunque, vediamo: le vecchie lire valevano 1936 ogni euro. La nuova lira svalutata vale circa quattromila per ogni euro. Sono tornati i vecchi stipendi, finalmente quattro milioni di lire e non duemila euro. Però prima duemila euro erano all’incirca 3.800 dollari. Adesso quattro milioni di nuove lire valgono 1.900 dollari. E che sarà mai?

   Smetteremo di fare shopping a New York, un grosso fastidio, ma andremo a far compere e viaggi da un’altra parte. Però in dollari ci dobbiamo comprare il petrolio e cioè la benzina. E anche il gas che i russi si fanno pagare in dollari o vecchi euro.

   Lo stipendio da duemila euro comprava merci per 3.800 dollari, lo stipendio da quattro milioni di nuove lire compra merci per 1.900 dollari. Fa niente, insomma niente: andremo a pannelli solari e grano e riso e mangimi e mucche li coltiveremo in casa, peccato per il caffè e la cioccolata. Mangeremo carne una volta a settimana o anche meno, farà bene alla salute e al posto del caffè un surrogato? Questa nella storia italiana si è già sentita.

   Però siamo un popolo di grandi risparmi e chi ha risparmiato potrà più o meno sereno aspettare che la situazione si “assesti”. I cinquanta, cento, duecentomila, un milione di euro che avevate in banca, in titoli, obbligazioni, polizze, fondi di investimento? Stanno sempre là ma si sono trasformati: non sono più euro ma nuove lire. Nominalmente valgono centinaia di milioni, di fatto decine.

   Bella botta, questa non ve l’aspettavate, no, il cittadino non se l’aspettava. Pensava il conto lo pagassero le banche. Banche che, anche volendo, prima ancora che a pagare dovrebbero pensare a sopravvivere perché tutti prelevano e nessuno lascia nelle loro casse. Almeno fino a che la situazione non si “assesta”.

   Però siamo un popolo scaltro e avveduto: la nostra ricchezza l’abbiamo messa nel mattone, altro che soldi, abbiamo la casa e talvolta le case. Le affitteremo, le venderemo se necessario: la nostra ricchezza immobiliare non sarà svalutata. Affittate e vendute a chi? In fondo, alla fine del giro, affittate e vendute a chi, come tutti, ha visto i suoi euro trasformati e dimezzati in nuove lire. Quindi i vecchi prezzi in euro non li pagherà più, non potrà più pagarli e anche la ricchezza immobiliare sarà svalutata.

   Poi ci sarebbe la questioncella dei tassi di interesse da pagare a chi ci presta i soldi per il nostro debito pubblico, cioè per pagare stipendi, pensioni, strade, scuole, ospedali…Ma facciamo finta che questo non riguardi direttamente e immediatamente il cittadino, le nuove tasse arriveranno quando la situazione si “assesta”. Non succede, ma se succede non ci sarà neanche il tempo e la voglia di ricordarsi quanto erano, diciamo ingenui, quelli che…alle brutte usciamo dall’euro e poi si vede.

Post scriptum: a quelli che dicono che con moneta svalutata venderemo, anzi inonderemo con le nostre merci i paesi a valuta e moneta “forte” va consigliata una lettura degli elementi minimi dell’economia, dove c’è scritto che se un paese svaluta l’altro innalza dazi commerciali pari ad almeno due terzi della svalutazione subita. Non succede, ma se succede che smettiamo di essere europei con l’euro, allora succede che dovremmo lavorare e produrre come asiatici o curarci e andare in pensione come africani. (Lucio Fero – 14 settembre 2011)

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E L’FMI PREPARA UNA CURA DA 600 MILIARDI PER L’ITALIA

– Trattative tra Lagarde e Roma: se la situazione peggiora un prestito per dare a Monti 18 mesi di tempo per le riforme –

di Maurizio Molinari, sera del 27/11/2011, da LA STAMPA.IT

New York – Se le ispezioni dell’Fmi in Italia concordate nel summit del G20 a Cannes non sono ancora iniziate è perché il direttore Christine Lagarde vuole dare tempo a sufficienza a Mario Monti per varare le riforme, riservandosi la possibilità di aiutarlo con un programma di aiuti finanziari che potrebbe arrivare a valere fino a 600 miliardi di euro.

   Il Fondo monetario internazionale ha già varato programmi di aiuti per i Paesi europei in difficoltà a causa delle crisi del debito: prima per l’Islanda, poi per il Portogallo, l’Irlanda e infine per la Grecia. L’esistenza di precedenti relativi a interventi coordinati assieme alle istituzioni europee aiuta a comprendere cosa potrebbe avvenire anche se ciò che distingue la debolezza italiana sono le dimensioni del debito, circa 2000 miliardi di euro ovvero più della somma di tutti gli altri Paesi europei che già ricevono aiuti.
Da qui la possibilità del varo di un «programma Italia» che, secondo stime circolate negli ambienti dell’Fmi a Washington, potrebbe avere un valore compreso fra 400 e 600 miliardi di euro al fine di dare al governo Monti 12-18 mesi di tempo per varare le necessarie riforme, alleviandolo dalla necessità del rifinanziamento del debito. Garantendo tassi fra il 4 e 5 per cento, l’Fmi offrirebbe all’Italia condizioni assai migliori rispetto ai mercati, dove siamo già oltre il 7-8 per cento, e ciò metterebbe Roma al riparo dalle pressioni in crescendo sui titoli di Stato.

   L’entità della cifra è tuttavia tale da rendere difficile per il Fmi operare solo sulla base delle risorse attualmente disponibili. Dovrebbero essere incrementate e per farlo ci sono diverse possibilità: dall’emissioni di nuovi Diritti speciali di prelievo a interventi coordinati con la Banca centrale europea guidata da Mario Draghi.
Tale ultimo scenario nasce dal fatto che le resistenze di Berlino ad un maggiore impegno della Bce a sostegno degli Stati in difficoltà – a cominciare dall’Italia – potrebbero venir meno se si trattasse di fondi destinati ad essere elargiti sotto la stretta sorveglianza dell’Fmi. Vi sarebbe stata almeno una conversazione telefonica fra Monti e Lagarde per dar seguito a quanto deciso a Cannes alla luce del fatto che la situazione finanziaria internazionale è maturata in maniera tale da far sembrare il summit del G20 già passato remoto.

   Se a inizio novembre l’allora premier Silvio Berlusconi fu in grado di respingere l’offerta di aiuti finanziari dell’Fmi limitandosi ad accettare di «invitare» ispettori destinati a vegliare sulle riforme e sui conti, sperando così di rassicurare i mercati, oramai la crisi del debito italiano ha assunto dimensioni tali che le missioni del Fondo monetario non appaiono più sufficienti ad arginare la pressione sui titoli di Stato, come le aste dell’ultima settimana hanno confermato.
L’accelerazione della crisi del debito europeo, con le pressioni sui titoli di Francia-Belgio e l’asta di quelli tedeschi andata deserta, rafforza la convinzione negli ambienti dell’Fmi che sia l’Italia la nazione in questo momento da sostenere per evitare il crac dell’euro.

   La differenza con il summit di Cannes è però anche la maggiore credibilità di Monti rispetto al predecessore e questo spiega perché non è oggetto di pressioni politiche internazionali ma anzi Lagarde, come l’amministrazione di Washington, sia intenzionata a verificare la possibilità dell’Italia di procedere verso altri due scenari. Primo: la possibilità che dopo l’annuncio dei nuovi provvedimenti di riforme, i mercati reagiscano in maniera positiva, allentando la pressione sul debito. Secondo: l’eventualità che l’accordo con Nicolas Sarkozy e Angela Merkel evidenziato dal summit trilaterale di Strasburgo porti al successo di interventi di sostegno da parte dell’Ue e della Bce.
Ecco perché l’opzione dell’Fmi di varare un programma ad hoc per l’Italia si profila al momento come una carta in più che Monti potrà avere a disposizione se la presentazione delle riforme non dovesse bastare ad allontanare le nubi della speculazione finanziaria dall’Italia. Se Largarde e Monti dovessero concordare il «programma Italia», sarebbe uno staff dell’Fmi a negoziarne i dettagli con Roma prima di sottoporlo all’approvazione del consiglio dell’Fmi indicando da un lato l’entità dei prestiti e dall’altro le condizioni relative.

   Poiché l’Italia ha una condizione di bilancio migliore di altri Paesi europei è ragionevole supporre che tali condizioni dell’Fmi potrebbero concentrarsi su due aspetti: la necessità di ridurre il debito e di aumentare la crescita. (Maurizio Molinari)

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BARBARA SPINELLI: “MERKEL E SARKOZY CI RIPORTANO AL ‘45”

di Sivia Truzzi, da “Il Fatto Quotidiano” del 27/11/2011 (ripreso dal sito http://diksa53a.blogspot.com/ )

   La vecchia Europa e la nuova moneta non trovano pace. Barbara Spinelli, scrittrice ed editorialista di Repubblica, è convinta che alla base ci sia stata l’eccessiva disomogenità delle economie ma soprattutto l’assenza d’un governo politico europeo. “L’attacco, almeno formalmente è contro i singoli Stati: certo questo alla fine minaccia l’euro. Però non è un attacco in sé alla moneta unica”.

Difende la scelta dell’Euro anche alla luce della recessione?
Sì: se non ci fosse l’Euro la recessione sarebbe infinitamente più grave.

La Germania sembra tentata di recuperare il marco: plausibile?
Si troverebbe con una moneta fortissima: troppo per esportare in Europa. Un disastro per i tedeschi.

La Merkel e Sarkozy si stanno muovendo sulla scena internazionale con i piedi ben saldi nei propri Paesi, dove li attende una scadenza elettorale.
A parole dicono di voler salvare l’Europa, in realtà fanno di tutto per affossarla. Sarkozy è il cagnolino che segue la Merkel, il vero problema è il comportamento tedesco: più dettato da dottrine economiche molto nazionaliste che dall’idea di salvare l’Europa.

Il nodo centrale è l’assenza di una regia unitaria di Stati nazione che non sanno pensare insieme?
Manca, ed è mancata, una regia unitaria. Siamo di fronte a Stati che s’illudono di recuperare una sovranità che in realtà non hanno. Quel poco di sovrannazionale che si è creato con il trattato di Lisbona si cerca di diluirlo, rafforzando i rapporti tra singoli Stati. Saltando le istituzioni europee: una dinamica autodistruttiva. La stessa Germania che ha le apparenze di una sovranità effettiva, in realtà non ce l’ha. I suoi titoli di Stato iniziano a essere attaccati come tutti gli altri, proprio perché si finge sovrana.

Allora perché queste tentazioni di ritorno al passato che sembrano avere molti governanti?
Come ha detto George Santayana: “Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo”. Esattamente questo succede a Berlino: ed è impressionante perché la Germania dopo il ’45 si è ricostruita sulla politica della memoria. Dal punto di vista della storia economica, essa sembra ricordare solo l’epoca dell’inflazione. Dimentica che nei primi anni Trenta andò in recessione a causa della politica delle riparazioni, imposta da America e Francia: nel giro di due anni arrivò Hitler. Risultato: fu distrutta la democrazia, non solo l’economia. Oggi siamo nella stessa logica punitiva, di riparazioni inflitte a paesi vinti: in prima fila c’è la Grecia, poi magari la Spagna e l’Italia. Sul finire della seconda guerra mondiale – penso agli accordi di Bretton Woods, al piano Marshall – si capì che la strada era la cooperazione. L’austerità inoltre deve esser compensata dalla crescita. Tutto questo è dimenticato da Berlino, dalla Bce, pure dai Paesi deboli.

Anche dall’Italia?
Berlusconi non aveva nemmeno gli strumenti intellettuali. Monti li ha, come tecnico e anche come europeista.

L’affaire del referendum in Grecia mette in evidenza uno iato tra la volontà del popolo e ciò che effettivamente ci aiuterebbe a stare a galla tutti insieme?
Il referendum è saltato e questo ha di sicuro ferito la democrazia. Però dipende anche da quel che domandi. Non sono sicura che se ai greci venisse chiesto se vogliano uscire dall’euro, direbbero di sì. Papandreu voleva interpellare il popolo sui tagli: qui l’insidia. I tagli puoi negoziarli accentuando la giustizia sociale, ma l’ex premier greco non è riuscito a tassare i ricchi. Certo la Bce non glielo avrebbe impedito. Le responsabilità sono dei politici, in primis. Il deficit democratico dell’Unione, lo diminuisci se partiti e governi fanno politica seria dentro le istituzioni europee.

Perché il Parlamento europeo, in questa tragedia, è solo un corifeo?
Non esiste un partito italiano che nelle elezioni europee sappia parlare d’Europa e non dei propri interessi. Il Parlamento europeo ha un potere esteso sulla politica economica: potrebbe, ma non lo fa, esercitare pressioni. La Commissione può fare proposte. Ma è difficile. Basti ricordare cos’ha detto la Merkel sulla proposta della commissione Barroso di una comune gestione dei debiti sovrani tramite eurobond: la proposta era «inquietante e sconveniente». Una cosa che avrebbe potuto dire Berlusconi. Perché è previsto dai Trattati che la Commissione faccia proposte! È un’intolleranza che spiega gli attuali rapporti di potere tra gli Stati e le istituzioni europee.

La forma dello Stato sovrano assoluto è anacronistica?
Chi ci crede ancora, è come se avesse le lenti sbagliate. Deve mettersi gli occhiali europei, perché gli interessi nazionali si difendono anche e soprattutto in Europa.
(Silvia Truzzi – 27 novembre 2011 – Il Fatto Quotidiano)

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EUROCRACK – mondo, capitale&lavoro

PATTI E PIANI SEGRETI TRA I POTENTI DEL MONDO

di Francesco Piccioni, da “il MANIFESTO” del 27/11/2011

– Francia e Germania vanno alla revisione dei trattati europei tramite accordi bilaterali – Il New York Times: “Le grandi banche mondiali preparano piani d’emergenza in previsione del crollo dell’euro” –

   Due notizie estreme nella stessa giornata. Per fortuna la seconda è indirettamente una risposta alla prima, così che gli effetti – come altre volte avvenuto – non si possono sommare.
La prima è arrivata dagli Stati uniti e aveva un «non so che» di terrificante: le 100 più grandi banche del mondo si stanno preparando a uno scenario in cui l’euro crolla. Riportata dal New York Times, non da uno dei tanti siti affetti da catastrofismo congenito, era peraltro la conferma di numerose voci che arrivano anche a noi dal mondo finanziario: «Asia e Usa stanno vendendo tutto quel che hanno denominato in euro». Titoli di stato dei Piigs, certo, ma anche azioni e bond societari.
Nei dettagli: Merrill Lynch, Nomura, Barclays, hanno diramato in settimana un fitta serie di report che prefigurano la necessità di approntare «piani di emergenza». La stessa Barclays ha condotto un sondaggio tra i propri clienti più importanti, da cui emerge la convinzione diffusa che almeno un paese (la Grecia, naturalmente) sarà obbligato ad uscire dalla moneta unica. Negli Usa le autorità hanno invitato le grandi banche basate negli States, a partire da Citigroup, a ridurre l’esposizione verso la zona euro.

   Fino alla nota «di colore»: il colosso tedesco del turismo Tui ha inviato alle catene alberghiere elleniche la richiesta di rinegoziare i contratti denominandoli in dracme (la moneta nazionale da tempo scomparsa), in modo da ridurre eventuali perdite dovute a un default greco.
L’analisi del Nyt sembrava poggiare su basi abbastanza solide: Standard&Poor’s ha abbassato il rating del Belgio ad «AA» per i problemi di riduzione del debito (in assenza di un governo vero e proprio da un anno e mezzo); i bond di Portogallo e Ungheria sono stati invece declassati a «spazzatura» e, problema ben più rilevante, la «tripla A» francese sta rischiando ogni giorno più seriamente.

   Ma si evidenziava anche un diverso atteggiamento tra istituti europei ed extraeuropei. I secondi «si preparano» a qualsiasi evenienza, mentre all’interno del continente ci si muove come se la cornice monetaria non possa assolutamente cambiare. Del resta, spiegava in serata l’economista Giacomo Vaciago, «dall’euro esci comprando dollari, yen, sterline». Movimenti di cui non si vedono grandi riscontri.
Quasi in risposta a questi allarmi un po’ scomposti – che avrebbero potuto avere pesanti conseguenze sui mercati domattina – la tedesca Bild online rivelava l’esistenza di un «piano segreto franco-tedesco» per imporre rapidamente modifiche ai trattati europei, tali da permettere di sanzionare duramente i paesi «cicala». Indiscrezione di fatto confermata poche ore dopo dal portavoce del governo di Berlino.
In pratica, nel vertice europeo del 9 dicembre Merkel e Sarkozy presenteranno proposte comuni difficilmente rifiutabili. La modifica dei trattati, infatti, avverrà tramite accordi bilaterali tra diversi paesi – come del resto è avvenuto quando è stata creata l’area Schengen – che hanno già parametri economici abbastanza simili (loro due più Olanda, Lussemburgo, Austria e Finlandia).

   Mentre per tutti gli altri la porta resterebbe aperta per «aderire» in tempi successivi e solo accettando condizioni molto dure; controllo comune dei bilanci di ogni paese, perdita di sovranità in caso di sforamento, sanzioni e tagli automatici (peraltro già operativi da dicembre).
Il vantaggio di questa procedura sta tutto nella sua rapidità: niente lunghe discussioni «a 17», ma politica del fatto compiuto con un patto tra i «virtuosi». Bypassata completamente la Commissione, tra l’altro, e quindi rimossi anche i dissensi con Durao Barroso, sostanzialmente privato di poteri effettivi.
Si potrebbe obiettare che questo piano non è poi così innovativo (introduce di fatto un’eurozona di serie A e una più periferica, con molti problemi irrisolti), né a prova di default di paesi comunque importanti. Ma allo stato – dopo due anni passati a imporre alle «cicale» (Grecia e Portogallo in primis) politiche di rigore che ne hanno aggravato il debito distruggendo al tempo stesso la loro capacità produttiva – non sembra ci siano idee migliori per «tranquillizzare i mercati».
Nel frattempo, però, si scopre che i «virtuosi» hanno guadagnato molto dai problemi delle «cicale». Solo la Germania, infatti, ha risparmiato almeno 20 miliardi per gli interessi sui propri titoli di stato grazie alla fuga dei capitali dai bond a rischio verso quelli tedeschi. Anche la piccola Olanda ha fatto altrettanto, evitando di sborsare 7,5 miliardi.

   Ma è un gioco che non può andare avanti ancora a lungo. La forza economica e finanziaria della Germania (e dei« virtuosi») è stata esaltata dalla moneta comune. Lasciarla crollare, magari per garantire la rielezione a Frau Merkel, non sembra un colpo di genio… (Francesco Piccioni)

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IL PARADOSSO EUROPEO. FORSE LA SPERANZA E’ L’ITALIA DI MONTI

di ANGELO BOLAFFI, da “IL RIFORMISTA” del 27/11/2011  

   “Questi mi sfasciano la mia Europa”: il i giudizio senz`appello nei confronti della leadership europea e, in particolare, della sua (ex) allieva prediletta Angela Merkel è di Helmut Kohl. In effetti, il rischio che l`Europa imploda oggi non è più solo un`ipotesi di scuola polemicamente agitata da politici e studiosi da sempre pregiudizialmente euroscettici, come quelli di cultura anglosassone.

   Per la prima volta da quando il Vecchio continente si è avviato sul sentiero della speranza di un`unificazione politica ed economica, la possibilità che il grande sogno di Adenauer, De Gasperi e Schuman finisca in un drammatico fallimento è entrato nel novero delle possibilità concrete.

   Sia chiaro: quello che minaccia di far deragliare l`Europa non è né un processo irreversibile né tanto meno un esito ineluttabile. È piuttosto il risultato di errori politici che hanno fatto corto circuito con epocali e imprevisti rivolgimenti geo-storici.

   In primo luogo, dunque, di miserie soggettive o peggio ancora di scelte irresponsabili come quelle compiute dalle classi dirigenti dei paesi “mediterranei”: a cominciare dalla Grecia per finire alla Spagna di Zapatero (dell`Italia di Berlusconi è stato detto, giustamente, tutto il male possibile).

   Ma anche di scelte miopi, grette, senz`anima, della Germania e degli altri paesi “virtuosi”, manifestazioni di vera e propria avarizia strategica, oltre che, ovviamente, dell`eterna indecisione della Francia oscillante tra rimpianto per la perduta grandeur e un europeismo contrecoeur.

   L`Europa è davvero nei guai ed è inutile cullarsi nella speranza che il progetto possa in qualche modo sopravvivere alla fine dell`euro, perché è l`euro che tiene l`Europa insieme.

   All`inizio di tutto ci sono il 9 novembre 1989 e la caduta del Muro di Berlino, la fine del mondo di Yalta ma anche della divisione della Germania. Quella notte dinnanzi alla porta di Brandeburgo si chiudeva un capitolo della storia del mondo: quello della Guerra Fredda e della contrapposizione planetaria di due sistemi ideologicamente, economicamente e militarmente ostili. Per un attimo aleggiò la grande illusione che l`epoca del definitivo “riconoscimento” fosse iniziata.

   Francis Fukuyama, riprendendo una classica tesi del grande Hegel, credette, sbagliando, di poter annunziare la “fine della storia”. Invece la storia si limitò “solamente” a voltar pagina. L`unificazione della Germania tenne a battesimo la nascita del mondo dell`età globale. Dentro questa metamorfosi vanno ricercati i prodromi della attuale crisi del progetto europeo.

   Il ritorno della Germania a un ruolo egemonico per demografia ed economia che ricorda grosso modo quella della potenza del “centro”, la Macht der Mitte dei tempi di Bismarck, costrinse anche gli attori più riluttanti ad accelerare il processo di costruzione di un`Europa unita. La Germania ormai “sazia” per la ritrovata unità era disposta ad accettare un link tra la propria riunificazione e la costruzione di un`Europa a sovranità condivisa, per evitare di ritornare preda di quelle incertitudes che avevano tragicamente condizionato la sua storia nella prima metà del Novecento, di nuovo prigioniera della sua ontologica ambiguità geopolitica di potenza troppo grande per essere uguale alle altre nazioni europee ma troppo debole per dominarle.

   Negli altri paesi europei l`euforia per la “fine del comunismo” durò lo spazio di un mattino: dinnanzi alla rinata potenza della Germania, si pensò che l`unica via per evitare gli incubi del passato fosse quella di imbrigliare il gigante tedesco
nel sistema Europa.

   Per un momento si aprì una finestra di opportunità per costruire un` Europa politicamente e istituzionalmente unita. Ma la Francia di Mitterrand si oppose alla completa cessione di sovranità da parte degli Stati-nazionali, giudicando che per allontanare il pericolo dell`egemonia tedesca fosse sufficiente dar vita a una moneta comune: un peccato originale, questo, che l`Europa avrebbe pagato amaramente.

   Certo, alle spalle c`erano gli innegabili successi messi a segno, nei decenni successivi alla firma dei Trattati di Roma, grazie al metodo comunitario dei piccoli passi. Ma nessuno sembrò rendersi conto che quell`idea di unificazione di un`Europa cresciuta “all`ombra del Muro”, nata come risposta al trauma di due Guerre mondiali per impedire una nuova “guerra civile europea” nella convinzione che “paesi con una moneta in comune non si fanno la guerra”, apparteneva ormai al passato.

   L`unificazione della Germania e la nascita del mondo globalizzato avevano radicalmente cambiato i termini della questione: dopo il 1989 la vera minaccia per l`Europa non fu più quella che gli europei si facessero guerra (quanto accadde nei Balcani durante gli anni `90 fu solo l`eco sanguinoso di un passato ibernato dal totalitarismo comunista), ma che fosse il mondo globale a scatenare una guerra economica all`Europa.

   Per motivi di natura storica (due Stati-nazione in “ritardo”) e politica (fascismo e nazismo) Italia e Germania di Bonn sono stati i paesi che con maggiore determinazione e convinzione hanno contribuito negli anni `60-`80 del secolo scorso della costruzione europea.

   Certo, l`asse franco-tedesco ha rappresentato, e rappresenta, l`ineludibile premessa di quel disegno, ma ogni qual volta il cammino europeo ha conosciuto momenti di stanca, la cosiddetta euro sclerosi, è dall`intesa italo-tedesca che sono venuti gli impulsi più interessanti e innovativi. L`Italia per debolezza, aveva fortemente voluto l`Europa come equivalente funzionale di quello Stato-nazionale pienamente efficiente che non era mai stata.

   La Germania, invece, per forza ha visto nell`Europa prima il sostituto funzionale di quello Stato nazionale che aveva mandato in rovina a causa della sua colpa storica, poi la strada per non ritrovarsi nella condizione che di quella colpa era stata la causa.

   È dopo il 1989 che inizia quella “estraneazione strisciante” che ha progressivamente allontanato Italia e Germania e reso orfana l`Europa della sua vera forza propulsiva. L`Italia è entrata in un processo di convulsione culturale, politico e sociale dal quale non si è più ripresa, allentando prima, perdendo poi, i suoi storici rapporti con la Germania, e mostrando sempre meno interesse per l`Europa (a parte la coraggiosa ma purtroppo troppo breve esperienza del governo Prodi-Ciampi).

   La Germania, dopo l`uscita di scena di Kohl, ha perso progressivamente ogni interesse esistenziale verso l`Europa, nei cui confronti ha cominciato a relazionarsi solo in base al calcolo dei suoi cosiddetti interessi nazionali. Non è un caso che il primo vero rappresentante della cosiddetta Berliner Republik sia stato il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schreder che, in accordo con Chirac e con il sostegno di Berlusconi e Tremonti, ha assestato un colpo esiziale al sistema dei vincoli previsti dal trattato di Maastricht.

   Siamo all`oggi. Dinnanzi al sistematico attacco della speculazione internazionale, gli animi si sono divisi: da una parte chi addossa la responsabilità all`occhiuto egoismo tedesco, dall`altra la Germania medesima, capofila dei “virtuosi”, che scarica tutte le colpe sulla finanza allegra dei Pigs.

   In realtà, quanti contestano alla Germania di guardare solo ai propri interessi dovrebbero mettersi d`accordo e decidere se la “colpa” di Berlino è di voler impone una logica imperiale dell`euro alla tedesca oppure, all`opposto, di non fare abbastanza per difendere la moneta unica, magari per ritornare all`amato marco: le due accuse si escludono reciprocamente.

   In ogni caso, quando si decise di dar vita all`euro la Germania già aveva la moneta di riferimento europea, e le condizioni cui tutti, Italia compresa, aderirono, anche a costo di pesanti sacrifici, erano ispirate al primato della stabilità: l`euro da sempre ha parlato tedesco.

   Ma anche la Germania ha le sue responsabilità: troppe esitazioni, troppi calcoli meschini per una potenza che voglia davvero essere egemone. La Merkel resiste agli eurobond perché considera troppo alto il rischio che la situazione interna le sfugga di mano e che trovi spazio un partito apertamente antieuropeista, com`è avvenuto in tutti gli altri paesi europei: non è facile far accettare ai risparmiatori tedeschi, che hanno vista cancellata la loro tredicesima, l`idea di trasformare la Germania in fideiussore dei paesi indebitati.

   Ma è riprovevole, come ha ricordato Hiurgen Habermas, che la Merkel sembri aver dimenticato l`imperativo categorico dell`europeismo di Kohl, secondo il quale l`Europa deve essere una vera comunità, in cui piccoli e grandi Stati collaborano senza intollerabili e inaccettabili gerarchie. Se vuole salvarsi, l`Europa deve salvare l`euro, e per riuscirci dovrà dargli un fondamento.

   Comprensibilmente la Germania e gli altri paesi del “nucleo duro” non accettano di diventare garanti di ultima istanza di comportamenti poco virtuosi di altri Stati, ed è evidente che, nonostante gli sforzi di risanamento compiuti dai paesi “peccatori”, la speculazione torna sempre ad accanirsi. La via d`uscita potrebbe essere la riforma dei trattati. Ma il tempo non è già scaduto? Il più grande poeta tedesco ha scritto che «dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva».

   Può suonare paradossale ma l`unica speranza per spezzare questo circolo diabolico è riposta proprio nell`Italia. Il governo Monti è chiamato a compiere il miracolo. Ritrovare l`antica intesa con la Germania, liberandola dalle sue angosce e dal suo altezzoso isolamento, per rilanciare il grande disegno europeista.

   Ci vuole una iniezione di “pensiero mediterraneo” per intiepidire la rigidità luterana di una Germania che, non senza ragioni, diffida di chi ha sperperato l`opportunità offerta dall`euro. Nel 1864, quando i tedeschi sognavano di fare come l`Italia di Cavour, Teodor Strater, amico di De Sanctis e Bertrando Spaventa, scrisse: «Se la filosofia moderna avrà un futuro (…) tutto questo non sarà né in Germania né in Francia o in Inghilterra, bensì in Italia, e in particolare su queste meravigliose coste del Meridione, dove un tempo, filosofi greci hanno già formulato i loro pensieri immortali». E se valesse anche per l`euro?

(ANGELO BOLAFFI, filosofo e germanista ha insegnato Teoria politica alla facolta di Filosofia dell`Università di Roma La Sapienza – Ha insegnato alla Freie Univerisitat di Berlino)

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L’AFFONDO MERKEL-SARKO’ “UNA SCHENGEN ECONOMICA POI PARLIAMO DI EUROBOND”

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 27/11/2011

– L`accelerazione franco-tedesca spiazza la Commissione e il Regno Unito – L`affondo Merkel-Sarkò: “Una Schengen economica, poi parliamo di Eurobond” –

BRUXELLES – Merkel e Sarkozy lo avevano già annunciato a Mario Monti: il tempo stringe, i mercati hanno bisogno di un segnale forte in tempi brevi, ma la Germania non può accettare nessuna iniziativa di corresponsabilizzazione sul debito europeo senza avere garanzie legali, sotto forma di Trattato, contro comportamenti lassisti degli altri governi.

   L`opinione pubblica tedesca non lo accetterebbe e la Corte suprema di Karlsruhe lo ha già esplicitamente escluso. La soluzione che i due hanno prospettato a Monti è dunque quella che è stata anticipata ieri dalla Bild: evitare le lungaggini di una revisione dei Trattati europei, e varare la nuova «governance» dell`Eurozona con un trattato intergovernativo, come si è fatto con quello di Schengen quando si sono abolite le frontiere interne dell`Unione.

   In termini tecnico-giuridici, sarebbe quella che si definisce una «cooperazione rafforzata» tra i diciassette Paesi della zona euro. E potrebbe essere operativa ai primi dell`anno.

   Dal punto di vista dell`ortodossia comunitaria, tanto cara al capo del governo italiano, non è certo la soluzione ideale perché di fatto rischia di tagliare fuori la Commissione. Inoltre c`è il pericolo di scontrarsi con l`opposizione feroce dei Paesi che non fanno parte della zona euro, primi fra tutti gli inglesi e i polacchi.

   Tuttavia proprio l`Italia, che si trova in primissima linea sotto il fuoco dei mercati e ha bisogno più di altri che dall`Europa vengano segnali e gesti concreti in grado di rassicurare le piazze finanziarie, non è probabilmente in condizione di fare troppo la schifiltosa.

   E quindi da Monti è venuto un segnale di via libera, pur assortito dalla raccomandazione di evitare procedure che rischino di spaccare in due l`Unione e dalla richiesta di avere voce in capitolo sulla natura delle riforme proposte.

   Perché, in realtà, tre questioni restano aperte. In primo luogo bisogna capire che tipo di Trattato è quello che si trova nei cassetti della coppia franco-tedesca. La Merkel ha già detto che non toccherà la Bce (né potrebbe, visto che l`Istituto di Francoforte è retto dai Trattati europei).

   Ma non è ancora chiaro se la nuova «Schengen economica» conterrà solo una versione rafforzata del Patto di Stabilità, con sanzioni automatiche e possibilità di intervenire sui bilanci nazionali, oppure se davvero prefigurerà quel «governo unico dell`economia» che molti, anche in Germania, chiedono da tempo e che dovrebbe contemplare la nascita di un super-ministro economico e di fatto la comunitarizzazione dei bilanci nazionali. In secondo luogo bisogna capire cosa si preveda per i Paesi che non vogliano o non possano aderirvi.

   Infine la terza grande incognita è che cosa la Merkel sia disposta a concedere in cambio di una massiccia rinuncia alla sovranità economica da parte dei governi dell`Unione monetaria.

   E` molto verosimile, visto che per il momento la questione della Bce appare accantonata, che la Cancelliera abbia dato un segnale di disponibilità a discutere l`idea degli eurobond. Questo spiegherebbe anche la sua irritazione per la mossa della Commissione che ha gettato sul tavolo la proposta prima del tempo: un gesto «incredibilmente inopportuno», Io ha definito la Merkel. E spiegherebbe anche perché Barroso, nonostante la scomunica che gli è arrivata da Berlino, continui a sostenere che in fondo le obiezioni tedesche riguardano più il calendario che la sostanza.

   Secondo indiscrezioni di fonte francese, Nicolas Sarkozy potrebbe svelare i contenuti della proposta franco-tedesca in un solenne discorso giovedì primo dicembre. Ma, anche una volta messa sul tavolo, l`idea di un nuovo Trattato non avrà vita facile. I britannici da una parte, e gli est-europei dall`altra, sono contrarissimi ad ogni approfondimento dell`integrazione tra i Paesi dell`Unione monetaria che rischia di lasciare gli altri in una specie di «sede B europea».

   In teoria, le cooperazioni rafforzate richiedono il consenso anche dei Paesi che non vi partecipano. Il vertice del nove dicembre si preannuncia dunque incandescente. (Andrea Bonanni)

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LA LINEA DURA DELLA MERKEL

PRIGIONIERI EUROPEI DEL DOGMA TEDESCO

di Sergio Romano, da “il Corriere della Sera” del 27/11/2011

Non vado alla ricerca di attenuanti per la lentezza e la riluttanza con cui la Germania ha affrontato sin dall’inizio la crisi dell’euro. Ma dobbiamo almeno cercare di comprendere perché esista ormai una questione tedesca.

Dai primi decenni dell’Ottocento la Germania è una prodigiosa accumulazione di energie morali e materiali: un grande pensiero filosofico e storico, una galoppante rivoluzione industriale, una impressionante serie di scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche, una straordinaria fioritura di talenti artistici nella letteratura, nella musica, nel teatro, nel cinema e nelle arti visive.

   Nel 1914 il Paese ha impiegato questa ricchezza per un «assalto al potere mondiale» (come fu definito dallo storico Fritz Fischer) che si è concluso con una umiliante sconfitta. Negli anni Trenta, dopo il fallimento della Repubblica di Weimar, ha cercato di raggiungere lo stesso obiettivo con nuovi mezzi, nuove strategie, una micidiale overdose di nazionalismo razziale. E il fallimento è stato ancora più catastrofico di quello del 1918.

Il terzo atto della storia tedesca comincia alla fine degli anni Quaranta. Il Paese analizza le ragioni della sconfitta, rinuncia al sogno del potere mondiale, s’impegna a espellere dal suo corpo sociale i virus dell’arroganza razziale, chiede perdono alle sue vittime e investe tutte le sue energie in un progetto economico fondato sulla necessità di evitare gli errori del passato: l’arroganza guglielmina, la fragilità economica della Repubblica di Weimar, la follia hitleriana.

   La conquista della grandezza economica e il trionfo del marco sono esattamente l’opposto dei progetti precedenti. Sono obiettivi di pace, non di guerra. Ma vengono perseguiti con gli stessi metodi del passato: coesione e disciplina sociale, rispetto delle regole, rigore intellettuale e soprattutto una programmazione accurata, diligente, inflessibile. Niente protegge il popolo tedesco dalle sue ricorrenti angosce romantiche quanto il sentimento di agire per realizzare un progetto minuziosamente concepito e preparato.

Ma anche nel terzo atto, come nei due precedenti, questa virtù nasconde un rischio. Una Germania priva di certezze diventa inquieta e nervosa, se non addirittura nevrotica. Correggere il programma lungo la strada per tenere conto di eventi imprevisti è quindi molto più difficile per i tedeschi di quanto non sia per i loro maggiori partner europei. È accaduto durante le due grandi guerre mondiali e sta accadendo purtroppo anche durante la guerra dell’euro. I predecessori di Gerhard Schröder e Angela Merkel sarebbero forse riusciti a modificare il piano in funzione della realtà. Ma i vecchi cancellieri, da Konrad Adenauer a Helmut Kohl, erano convinti che al loro Paese occorresse, insieme al successo economico, una forte integrazione europea.

Per Merkel, come per Schröder, l’Europa è una eredità a cui non è né intellettualmente né sentimentalmente legata. Questo non significa che non abbia capito la gravità della crisi. Dopo la sua resistenza iniziale, il cancelliere ha cercato di spiegare ai suoi concittadini che il salvataggio dei Paesi a rischio è un obbligo a cui la Germania, nel suo stesso interesse, non può sottrarsi. Ma non ha mai osato mettere in discussione gli assiomi che fanno parte del dogma economico tedesco, dal ruolo della Banca centrale europea agli eurobond. Lo farà, prima o dopo, ma rischia di farlo troppo tardi. Forse Mario Monti può spiegarglielo meglio di quanto non possa e sappia fare Nicolas Sarkozy. (Sergio Romano)

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GERMANIA: LA POTENZA RILUTTANTE

di Gian Enrico Rusconi, da “la Stampa” del 27/11/2011

   Quando si parla di Germania i toni drammatici sono d’obbligo. In questi giorni la stampa nazionale e internazionale ne sta dando la prova, ritrovando parole enfatiche che – in altra chiave – aveva usato dopo la caduta del Muro di Berlino e la rapida inattesa riunificazione tedesca.

   Oggi non si tratta più del (temuto) ritorno della Germania al ruolo di potenza europea egemone. E’ in gioco la sua capacità di esercitarlo. Di fronte alla grave crisi economico-finanziaria che attanaglia l’Europa da mesi, la «grande Germania» si è dimostrata piccola piccola, in termini politici e morali.

   Sembra che ragioni e giudichi il mondo secondo i propri parametri di utilità, mentre l’Unione europea, alla cui costruzione ha contribuito potentemente, rischia di sfasciarsi. E’ questa la tesi che in un modo rassegnato, aggressivo o lamentoso, è condivisa da molti osservatori.

   La conclusione che ne discende è che dal comportamento del governo tedesco dipenderà a breve il destino dell’Europa. La cancelliera Angela Merkel, in particolare, sembra aver assunto su di sé interamente questa responsabilità. E’ davvero così?
In questi anni abbiamo imparato a conoscere la cancelliera. Ci ha spesso sconcertato per l’abilità con cui è passata da affermazioni perentorie a posizioni più malleabili, per la disinvoltura con cui ha incassato insuccessi elettorali, pur dando l’impressione di non aver perso personalmente popolarità. Sinora è riuscita a trasmettere ai tedeschi un senso di padronanza della situazione nella gestione della crisi.

   Ha sostenuto con successo il punto di vista tedesco in tutte le sedi europee e internazionali. La fermezza nel difendere gli interessi dei risparmiatori tedeschi (e delle banche) non solo contro i guasti oggettivi creati da alcuni «cattivi» Stati dell’Unione Europea ma anche rispetto alle «pericolose» proposte (eurobond) avanzate da altri rispettabili membri dell’Unione, ha garantito sin qui alla Merkel un solido consenso interno.

   Ma questa fase sta finendo. Angela Merkel è troppo intelligente per non capirlo. Non può tener testa ancora a lungo, senza gravi danni, alle pressioni concentriche che le vengono fatte non solo da singoli membri dell’Unione ma dalle sue istituzioni più alte.

   La strada che intraprenderà sarà verosimilmente quella della riscrittura dei Trattati e di un nuovo Piano di stabilità, di cui si parla in queste ore, in termini per altro ancora molto vaghi. Sarà un modo anche per introdurre una qualche forma di eurobond? E’ chiaro che la cancelliera non può ammettere di punto in bianco d’avere cambiato opinione.
Ma sono sicuro che quanto prima Berlino segnalerà un cauto cambiamento di linea. Sarà un cambiamento corazzato da mille cautele e condizioni da verificare puntigliosamente sotto la veste della revisione dei Trattati. Ma qualcosa si muoverà.

   Nel clima pre-apocalittico di queste ore (in cui grandi istituti finanziari si esercitano a stilare «piani B» in vista della fine dell’euro) è una previsione plausibile. Ma è anche una scommessa che tiene conto dell’atteggiamento complessivo della classe dirigente tedesca che è più flessibile e sensibile di quanto non appaia dalle sommarie descrizioni che vengono fatte dalla stampa quando parla dei tedeschi rigidi e ostinati.

   Non c’è dubbio che la classe dirigente tedesca è riluttante a mutare linea. Ma si moltiplicano segnali di disponibilità, davanti allo scenario non più remoto di un collasso dell’euro. La sfida è gravosa: cedere su posizioni che sono giudicate solide per assumersi rischi imprevisti.
Ma in compenso la classe politica tedesca ritroverebbe quel consenso e quel apprezzamento da parte dei colleghi europei che in questi mesi le sono gradualmente venuti meno. I tedeschi in fondo sono molto sensibili all’approvazione europea, più di quanto non sembri.

   Questo mutamento di posizione del resto non si configura come un cedimento, una concessione o un soccorso straordinario a membri in difficoltà, ma come un esercizio di autentica leadership, non imposta ma riconosciuta da tutti gli altri partner. Per schermare questa leadership c’è sempre la messa in scena dell’intesa franco-tedesca, con l’Italia nel ruolo già certificato di comparsa. A questo punto non si capisce la riluttanza della classe politica tedesca a riprendersi la sua nuova posizione in Europa. (Gian Enrico Rusconi)

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