LA CONFERENZA SUL CLIMA DI DURBAN (Sudafrica), occasione storica per i GOVERNI, il MONDO ECONOMICO (ora in crisi), il VOLONTARIATO AMBIENTALISTA (che sta riprendendo la sua vitalità), di DAR VITA A UN NUOVO CORSO della storia planetaria basato su uno SVILUPPO COMPATIBILE CON L’AMBIENTE

tavolo sull'Oceano Indiano. La protesta dell'associazione OXFAM alla Conferenza di Durban. Oxfam chiede ai governi riuniti a Durban di centrare tre obiettivi fondamentali: la sopravvivenza del protocollo di Kyoto e l'impegno a concludere al più presto un nuovo accordo esaustivo e legalmente vincolante; incrementare i tagli alle emissioni di CO2 prima del 2020 per mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2 gradi centigradi; assicurare i fondi a lungo termine per aiutare i più poveri ad affrontare i cambiamenti climatici

   La resistenza suicida (anziché il venir meno) del potere centralistico degli stati nazionali (come in Europa sta accadendo), e dall’altra le nuove grandi potenze finora assai poco attente ai problemi ambientali (Cina, India, Russia, Brasile…) farebbe pensare che poche speranze sono da porre nel raggiungimento di risultati positivi per la riduzione di gas inquinanti che sono la causa dell’effetto serra del pianeta e dell’aumento delle temperature (con così il crescere della desertificazione e delle “anomalie” ambientali; con eventi climatici estremi che mettono a rischio la sicurezza alimentare in molti Paesi del mondo, riducendo milioni di persone in condizioni di fame e povertà).

   Pertanto la diciassettesima conferenza annuale dell’Onu sul clima, che si tiene a Durban in Sudafrica dal 28 novembre al 9 dicembre (dopo quella dell’anno scorso a Cancun, in Messico, e nel 2009 c’era stata la conferenza di Copenaghen) non fa pensare a niente di buono in quanto a misure nuove, virtuose, in merito alla riduzione dei “gas serra” nel nostro pianeta. Questa ulteriore “occasione” per porre dei limiti all’inquinamento globale, a quel disequilibrio climatico che “fa male a tutti” (sopratutto ai paesi poveri dell’Africa, e a tutti quei popoli che vivono in condizioni marginali, a rischio di tragici cambiamenti climatici che portano a fame e siccità – o all’opposto inondazioni catastrofiche -), ebbene questa conferenza mondiale sembra avere poche chance di dare risultati positivi.

   La crisi economica mondiale, che interessa in primis i paesi di più antica ricchezza (Europa e Usa) con un welfare che ha portato a un debito pubblico assai elevato, e con contemporaneamente un’impossibilità di aumentare la ricchezza e il lavoro; una crisi che si ripercuote anche sui paesi emergenti che risentono delle difficoltà dello sviluppo economico, tutto questo è probabi le che porterà a una ulteriore disattenzione verso i temi ambientali.

Durban, città portuale sudafricana di più di 3 milioni di abitanti, affacciata sull’Oceano Indiano

Atteggiamento irresponsabile e nella direzione contraria allo stesso interesse a una ripresa dell’economia, della ricchezza diffusa. Se temi come la messa in discussione del “prodotto interno lordo” (PIL) come parametro per misurare il benessere e la felicità di persone e popoli, portano a individuare nuovi parametri (una decrescita ragionata e responsabile, nuovi modelli meno dispendiosi di vita, la rinuncia a forme di competizione troppo esasperata…), ebbene un parametro fondamentale per poter sperare in un villaggio globale fatto di popoli che non si fanno la guerra, che ricercano il benessere diffuso, è dato dalla risoluzione degli inquinamenti ambientali che interessano il pianeta.

   Per questo, nel pieno della crisi mondiale dell’economia (che molti dicono che non è che all’inizio…), la conferenza sul clima che si tiene a Durban potrebbe essere l’occasione per dar vita a una spinta propulsiva verso un nuovo modello di sviluppo che faccia dei temi ambientali e della risoluzione dei cosiddetti “eventi climatici estremi” (che sempre più stanno diventando “normali”) una questione prioritaria nelle intenzioni politiche dei governi del mondo. Per questo i prossimi giorni potrebbero diventare importanti per superare quel contesto di declino che pare essere il tema storico dominante del momento. Ogni pressione dei singoli e delle forze politiche non dovrebbe essere trascurata, sui governi, su chi decide.

Foto del primo giorno della Conferenza sul Clima di Durban (28 novembre, si concluderà il 9 dicembre). Vi prendono parte 200 Paesi rappresentati da oltre 3000 delegati

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CLIMA DIFFICILE A DURBAN

di Pierluigi Natalia, da L’OSSERVATORE ROMANO del 29/11/2011
La Conferenza sul clima a Durban, in Sud Africa, che si è aperta lunedì 28 novembre per concludersi il 9 dicembre, è probabilmente l’ultima occasione utile per un vero accordo internazionale per la riduzione delle emissioni di gas nocivi responsabili del cosiddetto effetto serra.

   Nel 2012 termina il periodo degli impegni del Protocollo di Kyoto, al quale sono rimasti sostanzialmente estranei i Paesi principali responsabili delle emissioni, a partire da Stati Uniti, Russia e Cina, e ancora si aspetta un segnale chiaro circa le azioni che i Governi intendono intraprendere per sottrarre il pianeta a un degrado che già minaccia di diventare irreversibile.

   Questa XVII conferenza annuale (Cop17) dei Paesi firmatari della convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), pone un bivio al quale non si danno alternative: o si rafforzano gli scarsi progressi compiuti alla Cop16 dell’anno scorso a Cancún, in Messico, oppure si lascia campo libero agli interessi nazionali a breve termine, con la prospettiva di arrivare a un riscaldamento del pianeta insostenibile.

   La speranza è che questa volta prevalga la determinazione politica e sociale sugli interessi della finanza, quegli stessi che hanno provocato l’attuale crisi economica globale. I precedenti immediati, appunto la Cop16 di Cancún e la Cop 15 del 2009 a Copenaghen, sono però poco incoraggianti.

   Finora si è assistito a trattative finanziarie, più che a scelte politiche strategiche per invertire la tendenza sui modelli di sviluppo responsabili del riscaldamento globale. Ci sono stati passaggi di denaro e di tecnologie tra nord e sud del mondo, ma non accordi giuridicamente vincolanti da far subentrare al Protocollo di Kyoto.

   Se la conferenza di Durban riuscirà a ricondurre alla realtà, a scoraggiare il ricorso a scappatoie, sarà anche un’importante opportunità per rilanciare l’economia verso un futuro più sostenibile, equo e sicuro.

   Per conseguire tale risultato, a Durban si dovrebbero sottoscrivere regole rigide sui tagli delle emissioni, stabilire fonti innovative di finanziamento, almeno prolungare il Protocollo di Kyoto e aprire la strada a un accordo globale legalmente vincolante sulle indicazioni dell’Unfccc.

   La svolta potrebbe venire dalla Cina, che finora ha rifiutato di fissare per tutti i Paesi l’obiettivo minimo di emissioni globali. Diverse fonti sostengono infatti che il prossimo piano industriale cinese possa puntare decisamente sull’economia verde.

   Certezze in merito, comunque, non ce ne sono, così come sembra improbabile che gli attuali rapporti di forza interni possano consentire al presidente statunitense Barack Obama quei risultati che non conseguì a Copenaghen, quando era fresco vincitore del premio Nobel per la Pace. Finora, però, Obama ha potuto offrire più denaro per i Paesi poveri, ma non più impegno sulla riduzione delle emissioni.

   Di fatto, saranno soprattutto Stati Uniti e Cina a decidere su una questione vitale per l’intero pianeta e soprattutto per i Paesi in via di sviluppo. Tutti gli studi internazionali confermano che l’Africa, le isole del Pacifico e l’Asia meridionale sono le zone del pianeta maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici, mentre i principali responsabili dell’inquinamento saranno relativamente protetti dalle sue conseguenze, almeno nel breve periodo di uno o due decenni.

   Nel sud del mondo i cambiamenti climatici già ora significano fame, distruzioni, epidemie provocate da malattie legate all’acqua inquinata. Studi concordi — basati su parametri differenti quali economia, istituzioni e gestione, sviluppo umano e salute, ecosistemi (gestione delle foreste, impatto umano sull’erosione del suolo), sicurezza dell’approvvigionamento delle risorse (acqua, prodotti alimentari, energia) e infine ripartizione della popolazione e infrastrutture — pongono ben 22 Paesi africani tra i 28 catalogati come a rischio estremo. Con la desertificazione e la siccità si stanno riducendo biodiversità e risorse di materie prime.

   Quella sul clima per l’Africa è dunque una sfida enorme, una questione di sopravvivenza per milioni di persone. Contenere gli effetti dei cambiamenti climatici è un obiettivo vitale. Ed è soprattutto un obiettivo politico per il cui conseguimento occorre moltiplicare gli sforzi e superare le divisioni che penalizzano i popoli del continente. Per questo, è importante la decisione presa dall’Unione africana di parlare con una sola voce a Durban, dove a rappresentare le istanze del continente sarà il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso. (Pierluigi Natalia)

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schede 

COSA STA ALLA BASE DELLE CONFERENZE ONU SUL CLIMA (KYOTO, COPENAGHEN, CANCUN… E ORA DURBAN)

Il Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992

TUTTO E’ INIZIATO DALLA CONVENZIONE QUADRO DELLE NAZIONI UNITE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI (UNFCCC)

La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (in inglese United Nations Framework Convention on Climate Change da cui l’acronimo UNFCCC o FCCC) è un trattato ambientale internazionale prodotto dalla Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development), informalmente conosciuta come Summit della Terra, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il trattato punta alla riduzione delle emissioni dei gas serra, sulla base dell’ipotesi di riscaldamento globale.

   Il trattato, come stipulato originariamente, non poneva limiti obbligatori per le emissioni di gas serra alle nazioni individuali; era quindi legalmente non vincolante. Invece, esso includeva previsioni di aggiornamenti (denominati “protocolli”) che avrebbero posto i limiti obbligatori di emissioni. Il principale di questi è il protocollo di Kyōto, che è diventato molto più noto che la stessa UNFCCC.

   Il FCCC fu aperto alle ratifiche il 9 maggio 1992 ed entrò in vigore il 21 marzo 1994. Il suo obiettivo dichiarato è “raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico”. (da Wikipedia)

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(da http://www.ecoage.it/ )

LA STORIA DEL PROTOCOLLO DI KYOTO.

   Con il Protocollo di Kyoto i paesi industrializzati si impegnarono a ridurre entro il 2012 le emissioni di gas serra del 5,2% rispetto al 1990. Il negoziato venne stipulato a Kyoto, in Giappone, nel dicembre 1997 durante la Conferenza COP3 della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (Unfccc).

   La sottoscrizione iniziale dei paesi era un atto puramente formale. Soltanto la successiva ratifica dell’accordo da parte dei parlamenti nazionali formalizzava l’impegno del paese a ridurre le emissioni.

   Dal protocollo di Kyoto erano esclusi i paesi in via di sviluppo per evitare di frapporre ulteriori barriere alla loro crescita economica. Un punto molto dibattuto e che trova ancora oggi il disaccordo degli Stati Uniti soprattutto per l’esclusione dagli impegni dei grandi paesi emergenti dell’Asia, India e Cina.

   Sulla base degli accordi del 1997 il Protocollo entra in vigore il 90° giorno dopo la ratifica del 55° paese tra i 194 sottoscrittori originari purché questi, complessivamente, coprano almeno il 55% delle emissioni globali di gas serra.

   L’assenza degli Usa e della Russia hanno penalizzato per molti anni il lancio operativo dell’accordo, rimasto a lungo tempo “sospeso”. Nel 2002 avevano ratificato l’atto già 55 paesi senza però coprire il 55% della produzione globale di emissioni di gas serra. Solo dopo la ratifica della Russia nel settembre 2004 si è superato finalmente il limite minimo previsto del 55% e data operatività al Protocollo.

   Restano, in ogni caso, ancora fuori paesi come Australia e Stati Uniti, rei di non aver ratificato l’accordo per paura di danneggiare il proprio sistema industriale.

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Durban

CLIMA. OXFAM CHIEDE LA SOPRAVVIVENZA DEL PROTOCOLLO DI KYOTO

Urgenti misure rapide ed efficaci a conferenza Onu Durban

28/11/2011 (TMNews, da LA STAMPA.IT) – Oxfam chiede ai governi riuniti a Durban di centrare tre obiettivi fondamentali: la sopravvivenza del protocollo di Kyoto e l’impegno a concludere al più presto un nuovo accordo esaustivo e legalmente vincolante; incrementare i tagli alle emissioni di CO2 prima del 2020 per mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2 gradi centigradi; assicurare i fondi a lungo termine per aiutare i più poveri ad affrontare i cambiamenti climatici.

   In particolare, il Fondo verde per il clima non può restare un contenitore vuoto, ma deve essere dotato delle risorse necessarie per entrare in funzione. Gli eventi climatici estremi mettono a rischio la sicurezza alimentare in molti Paesi del mondo, riducendo milioni di persone in condizioni di fame e povertà.

   L’impatto dei cambiamenti climatici nel biennio 2010-2011 è illustrato nello studio Eventi climatici estremi: una minaccia per la sicurezza alimentare, diffuso oggi da Oxfam in occasione dell’apertura della conferenza Onu sul clima di Durban.

   Secondo la ricerca, gli eventi climatici estremi sempre più frequenti avranno un pericoloso impatto sui raccolti e sui prezzi alimentari, riducendo le scorte, destabilizzando i mercati e provocando improvvise impennate dei prezzi.

   “Dal Corno d’Africa al Sudest asiatico, dalla Russia all’Afghanistan, un anno di inondazioni, siccità e caldo estremo ha contribuito a diffondere fame e povertà”, dichiara Kelly Dent, portavoce di Oxfam. “Lo scenario può soltanto peggiorare perché i cambiamenti climatici si intensificano e gli agricoltori devono fare i conti con le alte temperature. I governi riuniti a Durban devono agire ora per salvaguardare le scorte di cibo ed evitare che milioni di persone finiscano per soffrire fame e povertà”.

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PROTOCOLLO DI KYOTO AL CAPOLINEA. IL BUSINESS (FORSE) SALVERÀ L’AMBIENTE

di Massimo Gaggi, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2011

La Cina rifiuta di sottoscrivere accordi vincolanti per il contenimento delle sue emissioni di gas serra e per il passaggio dai combustibili fossili allo sviluppo delle energie alternative. Ma, intanto, investe quasi 250 miliardi di dollari nell’energia solare e in quella eolica: sette dei dieci maggiori produttori mondiali di pannelli fotovoltaici e due dei tre leader nel campo delle turbine eoliche sono, ormai, aziende cinesi.

Più che ai negoziati iniziati l’altro ieri alla conferenza di Durban sull’ambiente, chi spera in un futuro più sostenibile per quanto riguarda inquinamento e riscaldamento dell’atmosfera, d’ora in poi farà bene ad analizzare le convenienze economiche, più che la volontà politica dei principali attori delle varie conferenze sul clima.

L’era della buona volontà, degli impegni responsabili, dell’Occidente ricco che si assume le maggiori responsabilità per il disinquinamento, è tramontata: demolita da una crisi economica che ha trasformato le democrazie «affluenti» in Paesi impoveriti, indebitati e assediati dalle nuove potenze emergenti. Governi quasi ovunque indeboliti si preoccupano inevitabilmente più della loro sopravvivenza di breve periodo che di strategie, come quelle ambientali, che pagano solo nel lunghissimo termine.

Negli Stati Uniti la parabola di Barack Obama è, da questo punto di vista, illuminante. Il presidente, che, pure, nel 2008 condusse una campagna elettorale da leader impegnato a contrastare i cambiamenti climatici, prima ha archiviato meccanismi come il cap and trade (la compravendita di diritti a emettere anidride carbonica) per le emissioni di gas serra prendendo atto dei loro costi eccessivi per le imprese e dell’opposizione che montava, oltre che tra i repubblicani, nelle file del suo stesso partito. Successivamente il presidente ha dovuto accantonare (almeno fino alle elezioni del novembre 2012) anche ogni ipotesi di carbon tax, vista l’allergia dell’elettorato americano alla parola «tassa», comunque declinata.

Il tramonto dell’impegno politico dei governi ha il suo profilo concreto nell’esaurimento del Protocollo di Kyoto. L’unico accordo vincolante sottoscritto dalla comunità internazionale (ma non dagli Usa) dopo 7 anni di tortuosissime trattative, è ormai prossimo al capolinea.

E il bilancio non è esaltante: dal Canada al Giappone, molti dei Paesi che avevano accettato i vincoli del trattato assoggettandosi alla disciplina del cosiddetto cap and trade, sono lontani dal raggiungere gli obiettivi fissati quasi dieci anni fa. Nel frattempo, poi, la rapidissima crescita di nuove potenze come Cina e India (divenute rispettivamente il primo e il quarto produttore mondiale di gas serra) ha reso non più riproponibile l’esenzione di questi Paesi – che continuano a considerarsi «in via di sviluppo» – dal rispetto dei vincoli comuni.

Così stando le cose quando, a fine 2012, il Protocollo arriverà alla sua scadenza decennale, quasi certamente non verrà rinnovato. Perfino l’Europa, unico vero pilastro di Kyoto, pur ribadendo la sua fedeltà alla logica del Protocollo, ha già detto che non si vincolerà ad altri accordi, se gli altri grandi attori mondiali non faranno altrettanto. E col governo sudafricano, organizzatore della conferenza, che tratta quasi da sabotatori tutti coloro che propongono la sottoscrizione di nuovi trattati, il summit di Durban si trasforma in una sorta di super convegno sulle rive dell’oceano. Del resto, dopo il fallimento della conferenza di Copenhagen del 2009, già il vertice di Cancun dell’anno scorso fu un foro di approfondimenti e ripresa del dialogo, con pochi progressi e il rinvio di tutti i problemi cruciali.

In attesa di individuare meccanismi capaci di coagulare volontà politiche comuni dei principali attori mondiali, non resta che sperare nell’innovazione tecnologica e nella capacità delle industrie di trasformare le energie rinnovabili in un formidabile business. È la strada scelta dalla Cina – che però ora comincia a scontare anche qui l’effetto di un certo surriscaldamento finanziario – e anche quella che aveva imboccato lo stesso Obama quando, investendo nella rete elettrica e fornendo incentivi per le energie alternative, aveva cercato simultaneamente di aiutare l’ambiente e di creare nuovi posti di lavoro.

Una politica che aveva alimentato speranze cresciute negli anni scorsi man mano che la Silicon Valley delle tecnologie digitali cercava di trasformarsi anche nella green valley dell’eolico, del sole delle nuove batterie. Ma, dal flop dei biocarburanti allo scandalo Solyndra (il crac di un gigante dei pannelli solari fortemente spinto e sussidiato dalla Casa Bianca), gli incidenti di percorso di questa politica si sono moltiplicati. Intanto tecnologie come quelle per il recupero dello shale gas – lo sfruttamento di giacimenti profondi con nuove tecniche di estrazione – hanno spinto pragmaticamente Obama a spostare l’attenzione dell’America dalla battaglia contro il CO2 alla conquista dell’indipendenza energetica. Da conseguire, ancora una volta, grazie ai vecchi combustibili fossili, vitali per gli Usa e, in particolare, per l’economia di molti Stati a maggioranza democratica, decisivi per la rielezione del presidente.

Il leader democratico non ama l’industria petrolifera, ma non può ignorare che negli ultimi anni questo è stato uno dei pochi settori industriali in espansione: quello che ha contribuito per un quinto alla crescita dei posti di lavoro del settore privato negli anni della sua presidenza. (Massimo Gaggi)

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CHIACCHERE CHE INQUINANO

di Alessandro Farruggia,

da il “GIORNO/RESTO/NAZIONE” del 28/11/2011

   Tira una brutta aria a Durban, in Sudafrica, dove si è aperta la diciassettesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico.

   E per capire il perché, basta un solo dato. Nonostante 17 anni di negoziati mondiali le emissioni globali di CO2 sono cresciute – dal 1990 al 2010 del 45%. Come dire che i negoziati hanno prodotto promesse e alate chiacchiere, ma pochi impegni. E hanno centrato solo l`obiettivo (modesto) di un taglio delle emissioni tra i paesi sviluppati che hanno aderito e ratificato il protocollo di Kyoto (tutti Usa esclusi) ma fallendo quello di frenare l`aumento globale dei gas serra, che è il solo traguardo che climaticamente conta.

   La colpa è in primis della crescita delle emissioni nei paesi in via di sviluppo, che grazie a Cina (che ha raddoppiato le sue emissioni dal 2003 a oggi) e India (+60% dal 2003) pesavano per il 29% delle emissioni nel 1990 e oggi arrivano al 54%. Ogni accordo che non comprenda Cina, India e Stati Uniti è quindi un puro esercizio di stile. Ma nulla lascia credere che lo si raggiungerà a breve.

   Dopo il fallimento della conferenza di Copenaghen del dicembre 2009, e i progressi di facciata di quella di Cancun del 2010, continua a restare irrisolto il problema su quale trattato sostituirà il protocollo di Kyoto: se riguarderà tutti i grandi emettitori, su che impegni sarà costituito e se conterrà obblighi legalmente vincolati. Manca cioè la sostanza.

   Il protocollo di Kyoto scade nel dicembre 2012, e questo significa che non c`è più tempo per sperare in una proroga dei suoi impegni in un secondo periodo. «Potremmo aderirvi – ha detto ieri il capo negoziatore europeo Artur Runge Metzger – ma solo se ci fosse almeno una road map che dica quando gli altri grandi paesi assumeranno degli obblighi». La posizione dell`Europa (che gli impegni li ha mantenuti, riducendo del 7% le emissioni di CO2 dal 1990 al 2010) è sacrosanta.

   Per il ministro dell`Ambiente Clini e i suoi colleghi che parteciperanno alla fase decisiva dei negoziati che termineranno il 9 dicembre è questa la sfida: strappare almeno una road map che porti a un nuovo accordo entro il 2015, operativo dal 2020.

   Le probabilità che si centri questo obiettivo sono minime, anche se non pari a zero, ma una cosa deve essere chiara: un accordo del genere non garantirebbe un calo drastico delle emissioni entro il 2015, presupposto per evitare un riscaldamento sotto i 2 gradi. Anche con un (improbabile) successo negoziale, si sarebbe quindi lontani milioni di tonnellate di CO2 da quello che servirebbe per incidere sul cambiamento climatico. Chiacchiere a parte. (Alessandro Farruggia)

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CLIMA: A DURBAN L’EUROPA CORRE DA SOLA. DIFFICILE UNA PROROGA DEL PROTOCOLLO DI KYOTO

di Anna Tita Gallo, da http://www.greenbiz.it/ del 29/11/2011

   Due settimane. E’ il tempo a disposizione dei leader mondiali riuniti a Durban per decidere delle sorti del Protocollo di Kyoto. Ma iniziano i primi screzi e l’idea europea di prorogare il Protocollo di Kyoto si scontra contro il blocco Usa-Cina, che non l’hanno mai sottoscritto. Sarà l’ennesimo buco nell’acqua?

   La conferenza di Durban (Sudafrica) è iniziata ed emerge con chiarezza il primo risultato: occorre molto denaro per risollevare le sorti del Pianeta. E, in tempo di crisi, questo è un ostacolo ancora più insormontabile. Insomma, la 17esima conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico è iniziata con il piede sbagliato, ma si spera che l’esito finale sia migliore della partenza.

   Altro dato certo è quello relativo al limite di surriscaldamento accettabile: se l’aumento della temperatura supererà la soglia dei 2 gradi centigradi, le generazioni del futuro si ritroveranno alle prese con problemi seri.

   Lo sanno anche Usa, Giappone, Cina, Canada e Russia, che sono coese in un blocco unico come alla conferenza di Copenaghen e a quella di Cancun (rispettivamente, del 2009 e 2010), quando si arrivò ad un clamoroso nulla di fatto, sebbene la Cina produca da sola emissioni di gas serra – considerando il periodo tra 2010 e 2035 – pari a quelle di Usa, Giappone ed Europa, che comunque non vantano comportamenti virtuosi.

   E, per chi l’avesse dimenticato, Usa e Cina non hanno mai firmato il Protocollo di Kyoto, oggetto della conferenza in corso, che scadrà il 1° gennaio 2013 senza che, al momento, ci sia una valida alternativa per obbligare ogni Paese a limitare appunto le emissioni nocive prodotte.

   Il futuro non si prospetta radioso, anzi. Proprio per questo, le delegazioni dei 194 Paesi convocati a Durban dovranno discutere di varie questioni. Tra le più importanti, la crescita di Paesi come l’India, i cosiddetti “emergenti”, che a breve contribuiranno in maniera cospicua all’aumento della presenza di gas serra e all’aggravarsi del problema del surriscaldamento globale.

   Basti pensare che dal 1990 ad oggi l’anidride carbonica legata alle comuni attività dell’uomo è cresciuta del 36%. Ad essa si aggiungono altri gas nocivi e l’aumento della popolazione mondiale, che crea naturalmente attività nuove, le quali, a loro volta, generano altre emissioni nocive.

   Così, mentre l’Europa rimane da sola a tentare di salvare il Protocollo di Kyoto (appoggiata dall’Australia, dove è stata varata una carbon tax particolarmente rigida), è accorsa a Durban una folla di star e di ambientalisti, che tenta come al solito di sensibilizzare chi ha in mano le sorti della Terra. Sono arrivati anche Al Gore, Leonardo di Caprio e Alberto di Monaco.

   “Quel che ci interessa è il clima”, aveva affermato la commissaria europea Connie Hedegaard, ma mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei due gradi centigradi sarà complicato se non si trovano soluzioni drastiche. Considerando che i meccanismi dell’Onu prevedono che si decida all’unanimità, la situazione è alquanto scomoda.

   L’obiettivo è, dunque, un altro, almeno per l’Europa: ottenere una road map che conduca al 2015, mentre verranno ridefiniti gli schemi di classificazione tra i “vecchi” Nord e Sud del mondo, tra chi traina e chi segue, tra chi produce più emissioni e chi ancora deve conoscere il vero sviluppo.

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ANALISI – da “la Stampa” del 28/11/2011

“SPEGNERE” IL SURRISCALDAMENTO PER SCONFIGGERE FAME E POVERTÀ

– Entro il 2050 l’effetto dei mutamenti climatici causerà il 20% in più di denutriti –

di Sheila SISULU e Carlo SCARAMELLA*

   Quasi un miliardo di persone soffre la fame vivendo ai margini del sistema alimentare globale. Per intenderci, si tratta di un numero di persone superiore alla somma delle popolazioni di Unione Europea, Usa, Canada, Giappone e Australia messe insieme.

   Inoltre, globalmente oltre due miliardi di persone soffrono di fame nascosta, cioè il non avere accesso alla necessaria quantità di vitamine e minerali per potersi sviluppare e condurre una vita sana.
Da alcuni anni si è evidenziato autorevolmente che riscaldamento del pianeta e cambio climatico incideranno negativamente su produzione alimentare e condizioni di vita di centinaia di milioni di poveri.  Entro il 2050 la popolazione mondiale avrà probabilmente raggiunto la soglia dei 9 miliardi di persone, e ciò richiederà aumenti nella produzione alimentare nell’ordine del 60 e il 70 per cento.

   Ma per il 2050 i soli effetti del cambio climatico sull’agricoltura potrebbero aumentare del 20% il numero di coloro che soffrono la fame. Queste proiezioni poi non considerano una serie ulteriore di fattori che incideranno sulla questione alimentare a livello globale.

   Primo, la crescita dei disastri naturali associata al cambio climatico. Nel 2010, tali disastri hanno colpito circa 300 milioni di persone secondo un trend crescente che riflette la maggiore frequenza, irregolarità e imprevedibilità dei fenomeni climatici, generando un circolo vizioso di povertà, fame e vulnerabilità.

   Secondo, degrado ambientale, crisi degli ecosistemi e crescente scarsità di risorse strategiche, inclusa l’acqua, giocheranno un ruolo cruciale negli equilibri futuri in larga parte del pianeta. Già oggi 650 milioni di persone in Africa vivono in territori soggetti a erosione e degrado eco-ambientale, ma entro il 2025, questi processi potranno interessare i due terzi del totale delle terre agricole del continente.
Terzo, la crescita dei prezzi e la volatilità dei beni alimentari sui mercati globali. I poveri usano sino al 70% delle proprie risorse per l’acquisto di alimenti essenziali, e per loro la linea di demarcazione che separa la sussistenza dalla fame è sottilissima, come mostrato dalla recente crisi dei prezzi mondiali dei cereali. Scatenata da vari fattori concomitanti, la repentina ascesa dei prezzi nel 2008 ha spinto quasi cento milioni di poveri in una situazione di fame.

   Le previsioni per il futuro indicano che entro il 2030 i prezzi delle derrate alimentari potrebbero aumentare tra il 70 e il 180 per cento, anche a causa dei cambiamenti climatici. Come far fronte a queste sfide gigantesche, globali e «sistemiche»?

   Porre sotto controllo il livello delle emissioni per ridurre l’impatto dell’attività umana sul clima è un prerequisito urgente e non più procrastinabile. Ma in parallelo è necessario che aumentino produzione e disponibilità di cibo nutriente a livello globale e locale (ma in modo socialmente inclusivo e ambientalmente sostenibile); è necessario sviluppare politiche di lotta alla povertà rurale che appoggino i piccoli produttori e le loro famiglie attraverso modelli efficienti, ma anche inclusivi e solidali, perché la semplice disponibilità di cibo sui mercati non è sufficiente a garantire la sicurezza alimentare di popolazioni povere.

   La crescente imprevedibilità e complessità dei fattori di rischio impone lo sviluppo di sistemi avanzati di gestione dei rischi e protezione sociale soprattutto in appoggio alle comunità povere. In questo quadro rafforzare la resistenza e flessibilità dei sistemi alimentari e la capacità di adattamento delle comunità ai mutamenti climatici sono obiettivi essenziali e strettamente connessi.

   Infine, intervenire sulle differenze di genere, investendo sulla massiccia presenza e sul ruolo delle donne nell’agricoltura e nella sicurezza alimentare all’interno della famiglia. Occorre uno sforzo globale e concertato per affermare una visione dello sviluppo che integri in maniera coerente aspetti sociali, economici e ambientali in una fase storica di condizioni climatiche radicalmente mutate.
* Sheila Sisulu è vicedirettrice esecutiva del World Food Program (Wfp)
* Carlo Scaramella è il responsabile Wfp per i cambiamenti climatici, ambiente, e gestione dei rischi

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LA SORPRESA VERDE PUO’ ARRIVARE DALLA CINA

di Roberto Giovannini, da “LA STAMPA” del 28/11/2011

DURBAN – Copenhagen, nel 2009, è stata la grande speranza fallita. Cancun, nel 2010, la precaria ripresa del negoziato. A Durban nel Sudafrica, comincia la Cop 17, la conferenza organizzata dall`Onu sul cambiamento climatico.

   Parteciperanno delegazioni di tutti il mondo, e certamente ascolteremo ispirate parole sulla necessità di arrestare il processo di riscaldamento globale del nostro pianeta, fenomeno che ormai la scienza (escluse minuscole frange negazioniste) considera reale e pericoloso.

   Eppure, sarà molto difficile, forse impossibile far sì che dal negoziato possa scaturire un accordo serio ed efficace in grado di fronteggiare il «climate change». Troppi i veti incrociati tra le potenze vecchie ed emergenti; troppi gli interessi in gioco; troppo indeboliti dalla crisi economica e finanziaria internazionale i leader politici.

   I termini scientifici della questione non sono in discussione. Già oggi la temperatura globale è aumentata di 0,8 gradi centigradi rispetto all`era preindustriale; andare oltre i 2 gradi può provocare conseguenze disastrose, anche se i modelli matematici di previsione non concordano sulla loro entità.

   Già oggi la concentrazione di CO2 nell`atmosfera tocca le 390 parti per milione; dovremmo fermarci a 350 per limitare l`aumento al di sotto dei 2 gradi. Molti Paesi industrializzati stanno adottando misure per limitare le emissioni dei gas serra, ma Paesi come la Cina, l`India e il Brasile continuano a segnare incrementi notevoli.

   Di questo passo raggiungeremo la soglia di 450 parti per milione di CO2 prima del 2020. A meno che la diffusione dell`economia e della tecnologia «verde» (che pure è in atto), veda una fortissima (quanto auspicabile) accelerazione.

   È un fatto anche che il riscaldamento globale stia già oggi producendo conseguenze pericolose, sotto forma di maggiore «disastrosità» degli eventi meteo estremi. Ne parlano ormai apertamente gli esperti che hanno esaminato le recenti alluvioni in Liguria, Toscana e Sicilia, con volumi di precipitazioni mai registrati nel passato.

   Come mostra il recente rapporto sugli «eventi estremi» dell`Ipcc (gli esperti Onu che studiano il cambiamento climatico) se non agiamo ci aspetta un futuro in cui la frequenza di giorni caldi sarà fino a 10 volte superiore, con precipitazioni intense e venti più veloci. Cambiamenti che mettono a repentaglio le popolazioni più povere, e che modificano anche le geografie delle produzioni di alimenti, con più inondazioni e più siccità.

   Sono quattro i temi principali su cui discuteranno i delegati a Durban. Il primo è il futuro del Protocollo di Kyoto, che è l`unico trattato vincolante per la riduzione dei gas serra in vigore, e riguarda i paesi industrializzati ma non gli Usa. È destinato a scadere nel 2012, andrebbe prolungato; ma il Giappone, l`Australia, il Canada e forse anche l`Europa non vogliono farsi carico di sacrifici se gli Stati Uniti e i paesi emergenti non prenderanno impegni analoghi.

   Il secondo è un accordo globale che in qualche modo stabilisca impegni vincolanti per tutti i paesi; obiettivo difficile, visto che i paesi in via di sviluppo chiedono il riconoscimento della «responsabilità storica» dei paesi industrializzati. Gli «sherpa» ipotizzano che se ne possa parlare solo dal 2016.

   Il terzo tema – su cui invece si spera in risultati positivi – è quello della «finanza verde». A Copenhagen prima e poi a Cancun si decise di varare un «Fondo Verde» di 100 miliardi di dollari per finanziare l`adattamento al cambiamento climatico e i trasferimenti di tecnologie «verdi». Qui bisognerà decidere come gestirlo e soprattutto come alimentarlo: ad esempio, con tasse sui trasporti aerei o marittimi, sui comparti economici più generatori di gas serra, o sulle transazioni finanziarie.

   Infine, punto quattro, si cercheranno progressi sulle misure di adattamento e sulla difesa delle foreste, grandi e preziosi polmoni del pianeta.

   E se l`Europa e gli Stati Uniti sono alle prese con difficoltà economiche e carenza di risorse, tutti gli occhi sono puntati sulla Cina, ormai il primo paese del mondo per volume di emissioni. Pechino rifiuta di prendere impegni precisi per la riduzione delle emissioni, ma sembra intenzionata ad annunciare unilateralmente un megapiano per tagliarle in modo drastico e massiccio. Potrebbe essere un esempio per tutti. (Roberto Giovannini)

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UN DECENNIO RECORD: IL PIU’ CALDO DAL 1850

di Raffaello Masci, da “la Stampa” del 30/11/2011

– Rapporto dell`Onu: 300 mila morti in 10 anni per eventi atmosferici –

   Moriremo di caldo: l`acqua scarseggerà, il cibo sarà sempre più caro e inaccessibile ai poveri, a lunghi periodi siccitosi fino a soglie estreme di sopportazione, si alterneranno piogge calamitose e violente.

   Questo accadrà, perché questo sta già accadendo e questo è anche accaduto nell`ultimo decennio.

   Nel momento in cui a Durban si tiene la conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, è l`Organizzazione meteorologica mondiale dell`Onu a diffondere una diagnosi allarmante della situazione.

   L`ultimo decennio, dice l`Omm, è stato il più caldo dal 1850, con un picco massimo rilevato tra il maggio del 2010 e quello del 2011, e questo nonostante il passaggio della «Nina» (l`uragano ciclico che si abbatte sulle zone tropicali del pianeta ogni 3-7 anni) che avrebbe dovuto raffreddare l`atmosfera.

   Invece nulla: non è bastato. La temperatura media dell`aria alla superficie per il periodo gennaio-ottobre del 2011 è stata di 0,41 gradi superiore rispetto alla media annuale di 14 gradi per il periodo 1961-1990, collocando il 2011 al decimo posto tra gli anni più caldi da un secolo e mezzo in qua.

   «E’ nostro compito diffondere le conoscenze scientifiche che guidano l`azione di chi decide. La nostra scienza – ha affermato il segretario generale dell`Omm Michel Jarraud – è solida e dimostra in modo inequivocabile che il clima mondiale si sta riscaldando e che questo riscaldamento è dovuto alle attività umane».

   Jarraud ha detto una cosa che tutti già sanno, ma che gli Stati non hanno alcuna voglia di sentire, perché un intervento sul clima significherebbe un intervento sulle emissioni di CO2 e quindi un ripensamento del modello di sviluppo economico. C`è la crisi, c`è la disoccupazione, c`è la recessione: chi ha così tanto coraggio politico di presentarsi di fronte all`opinione pubblica imponendo una taglio drastico dei consumi energetici?

   Bettina Menne, responsabile del programma sul cambiamento climatico dell`Organizzazione mondiale della sanità, ha rilevato che nel decennio incriminato 300 mila persone nel mondo sono morte per eventi strettamente connessi con i cambiamenti climatici: dalla siccità agli uragani. Una quantità doppia rispetto al decennio precedente.

   Ma l`organizzazione non governativa tedesca Germanwatch è stata ancora più analitica nel suo conteggio, e ha osservato come – sempre nel decennio – i disastri climatici che hanno tormentato il Pianeta siano stati 14 mila, e abbiano prodotto 710 mila vittime.

   Il Rapporto di Germanwatch presenta anche un Indice Globale di Rischio Climatico che vede Pakistan, Guatemala e Colombia, come i Paesi più colpiti dalle devastazioni climatiche nel 2010, mentre il maggior numero di morti in conseguenza di disastri ambientali c`è stato in Bangladesh, Birmania e Honduras.

   Ad «alto rischio» ci sarebbero, poi, Russia, Honduras e Oman. La Russia, nella fattispecie, quarto Paese della lista, ha subito un`ondata di caldo nel 2010 che ha ucciso 55 mila persone, senza considerare che il caldo torrido di quell`estate ha devastato il raccolto cerealicolo generando una impennata repentina dei generi alimentari.

   Tragedia, calamità, fame, sete, distruzione, scomparsa di popoli. Tutto questo deve valutare la conferenza di Durban, ma la crescita economica e lo sviluppo secondo un modello capitalistico sono imperativi a cui nessuno sembra volersi sottrarre.

   E così sarà tanto se si riuscirà ad aggiornare il Protocollo di Kyoto, l`unico trattato internazionale vincolante per ridurre le emissioni inquinanti, la cui prima fase si concluderà alla fine del 2012. Al più si può sperare nella costituzione entro il 2020 di un fondo per il clima da 100 miliardi di dollari l`anno per aiutare i Paesi più poveri a far fronte ai costi della riduzione delle emissioni di gas serra. Di più, francamente, non sembra possibile. (Raffaello Masci)

…………………………

Durban

«KYOTO 2 NON BASTA, SERVE UN ACCORDO CON USA E CINA»

da “IL MANIFESTO” del 29/11/2011, di Eleonora Martini

INTERVISTA al nuovo ministro dell’Ambiente

– Il tetto alle emissioni di gas serra, la lotta alla deforestazione, le tecnologie per investimenti «green» nei paesi in via di sviluppo. Si discuterà di questo a Durban. Il neo ministro Corrado Clini: «Ma l’Italia non si discosterà dalle posizione Ue» –

   «Non sono contrario a un “Kyoto 2” ma se rimane una bandiera dell’Unione europea che serve solo a tenere alto l’obiettivo della riduzione dei gas serra e non diventa invece uno strumento capace di costruire un accordo globale e vincolante, soprattutto con gli Usa e i Paesi emergenti, allora è un esercizio poco utile». Il neo ministro dell’Ambiente Corrado Clini lo dice chiaramente: «A Durban non mi discosterò dalla posizione dell’Unione ma ormai tra i Paesi dell’eurozona c’è una consapevolezza diffusa e condivisa che l’Europa da sola non può farcela».
Parla «da tecnico», oggi, Clini, ma non si può dire che anche lui non sia stato un sognatore. Nel suo studio da direttore generale del dicastero, di via Cristoforo Colombo, dove ha lavorato per dieci anni prima della nomina e poi a ministro, campeggia – tra disegni e manifesti contro l’amianto a Porto Marghera – una bella pagina dell’Espresso del 1969 sulla protesta degli studenti di medicina (nella foto compare egli stesso) contro i «manicomi classisti». E, senza grandi contraddizioni, in perfetto vecchio stile ecologista nordeuropeo, Clini collezionava anche locandine pro-nuke.
Ministro, quando andrà a Durban, dunque, sosterrà la necessità di un partenariato globale che superi Kyoto?
Faccio un ragionamento tecnico: il protocollo (che fissava obiettivi entro il 2012, ndr) riguarda solo l’Europa, il Canada il Giappone e la Russia: complessivamente meno del 20% di emissioni globali di Co2. Oggi, a crederci, è rimasta solo l’Europa. Quasi il 60% dei gas serra invece sono emessi da Usa e Cina. Sono loro, insieme a Paesi come India e Brasile, che dobbiamo portare ad un accordo. Il tema a Durban, dove sarò dal 6 dicembre, è proprio questo: è inutile fare una divisione tra buoni e cattivi anche perché mentre noi negoziamo il cambiamento climatico procede con conseguenze devastanti per il pianeta. Bisogna fare presto, ed evitare fallimenti come a Copenaghen. Vanno aperti negoziati bilaterali, soprattutto con la Cina. E va cambiato il sistema energetico mondiale riducendo quell’85% di domanda soddisfatta con fonti fossili. Bisogna invece coprire almeno il 30-35% della domanda con fonti rinnovabili e biocarburanti. E il resto va soddisfatto massimizzando l’efficienza energetica e con l’uso delle alte tecnologie già disponibili ma bloccate dalla mancanza di regole internazionali. D’altra parte, in Europa stiamo già puntando su efficienza e rinnovo tecnologico.
Cina, India e Stati uniti, però, vedono come alternativa al carbone soprattutto il nucleare, cui lei non è contrario, vero?
Il nucleare non è più considerato così tanto un’alternativa, nemmeno da Cina e India che più degli Usa continuano a lavorarci. La Cina, per esempio, ha investito oltre 50 miliardi di dollari sulle tecnologie alternative. Dopo Fukushima, poi, si riduce ulteriormente quella percentuale di domanda energetica globale che può essere coperta da fonti atomiche e che secondo le previsioni più ottimiste si aggira oggi sul 10%. Per quanto mi riguarda, fermo restando il risultato del referendum, dico che l’Italia non deve rimanere fuori dalla ricerca sulle tecnologie nucleari.
Qual è il suo bilancio della politica italiana sul primo quinquennio di Kyoto?
L’Italia era partita da una buona posizione: avevamo le migliori performance su efficienza energetica, e il rapporto tra Pil ed emissioni era tra i più bassi al mondo. Ci sono almeno due cose che avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto: cambiare il nostro sistema di trasporti, che è un disastro, e valorizzare il patrimonio forestale. Le direttive Cipe del 2002 prevedevano di spostare almeno il 40% di trasporto merci su ferro: oggi da noi l’80% delle merci e il 75% dei passeggeri viaggiano su gomma, ed è molto grave dal punto di vista ambientale ma anche economico. Gestire il patrimonio forestale, invece, significa aumentare l’assorbimento di Co2, prevenire il dissesto idrogeologico e creare una grande fonte di reddito. Presto, rimanderà al Cipe un nuovo programma per la riduzione di gas serra puntando su trasporto, gestione forestale e efficienza energetica.
Parla di prevenzione e sicurezza ambientale, ma dove troverà i fondi necessari?
Il risanamento del territorio non è una misura difensiva ma di sviluppo. Salvaguardare una delle poche risorse che abbiamo, il territorio, significa rendere fruibili aree che oggi sono a rischio e attivare lavoro perché si tratta di realizzare opere che non sono di cemento ma di gestione. Va prima di tutto riadeguata la legge urbanistica che è datata con regole che cancellino la pratica dei condoni edilizi che ha massacrato il territorio e legittimato insediamenti abitativi a rischio. Per mettere in sicurezza occorrono circa 41 miliardi ma negli ultimi venti anni ne abbiamo spesi venti solo per i danni diretti post-calamità, oltre a quelli indiretti. Una barca di soldi, mentre se avessimo investito in prevenzione solo un quarto oggi non piangeremmo molte vittime. Il piano di investimenti può prevedere la partecipazione anche di privati, ma il problema non è tanto trovare soldi ma fare riuscire a spenderli nel modo giusto. Esiste già un fondo per la protezione civile alimentato da una parte delle accise sui carburanti. Nel prossimo Cdm presenterò un provvedimento perché si possa usare per la prevenzione.
Lei ha chiesto che il fondo per la prevenzione stia fuori dal patto di stabilità. È riuscito a convincere il resto del governo?
Solo alcuni sono d’accordo ma dovremo continuare a discutere. A Messina, per esempio, sono già stati allocati 162 milioni di euro ma non si riescono a spendere a causa del patto di stabilità. Lo stesso Monti si è detto disponibile a scongelare quello stanziamento. Ma è una soluzione che va posta in ambito europeo.
Passerebbe la gestione del Dipartimento di Protezione civile al Viminale?
Non so rispondere perché non conosco bene la questione. Credo però che la struttura debba rimanere autonoma.
Nell’ultimo Cdm lei ha chiesto di rivedere le regole introdotte da Tremonti per limitare la libertà di finanziamento degli interventi emergenziali post-calamità. La sua è una posizione condivisa anche dagli operatori e dai volontari, ma il problema si risolverebbe abolendo la legge del 2001 che affida la gestione delle Grandi opere al Dipartimento. Cosa pensa, andrebbe abolita?
Sì, non l’ho ancora chiesto ma potrebbe essere un’idea. Sono contrario a tutte le procedure emergenziali. Credo che vadano abolite in tempi brevi, a cominciare dalla logica dei commissari e sottocommissari che rappresentano un ente parallelo perfino al ministero. Dobbiamo estirpare la radice della cultura dell’emergenza che deresponsabilizza e crea nuova emergenza. A Napoli c’è un commissario ai rifiuti da 14 anni e i risultati non mi sembrano brillanti.
Quali soluzioni per la questione rifiuti?
Credo sia mio compito, da ministro tecnico, proporre diverse opzioni tecnologiche e organizzative che sono utilizzate con successo in altri Paesi europei e anche in molte regioni italiane. Non voglio però assecondare un rito a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, quello cioè che a ogni opzione certificata dal punto di vista scientifico e tecnologico si apra una stravagante discussione sui possibili rischi connessi. Ci sono dispositivi che possono essere messi in discussione dal punto di vista politico, ma non tecnologico. A volte invece si strumentalizzano le legittime preoccupazioni delle popolazione per evitare di affrontare il nodo della scelta. Però, mentre si osteggiano certe opzioni tecnologiche, vi si ricorre poi se sono localizzate fuori dall’Italia.
A cosa si riferisce: discariche, inceneritori?
Le discariche compromettono l’ambiente molto di più di quanto facciano certi impianti tecnologici di teleriscaldamento, come vediamo in tutto il nord Europa o in città modello come Copenaghen. Insomma, vorrei favorire una discussione di merito e non ideologica.
Chi sarà il sottosegretario all’Ambiente?
Tullio Fanelli, che è stato dirigente dell’Enea e componente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Persona competente, che viene da un’area abituata a rispettare l’autonomia intellettuale, e credo anche con una buona esperienza di rapporti col Parlamento, esigenza per noi vitale.

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