GEOGRAFIA DEL DISAGIO ITALIANO – il RAPPORTO CENSIS che descrive un Paese che deve ritrovare se stesso – ANTROPOLOGIA DEL CAMBIAMENTO NECESSARIO: percorsi nostri su povertà da evitare, lavoro manuale “artigiano” da rilanciare, paesaggio da tutelare

L’ITALIA CAMBIATA - “Come nascono i bambini? Li porta la cicogna, da un fiore, li manda il buon dio, o arrivano con lo zio calabrese. Guardate il volto di questi ragazzini, invece: non danno affatto l'impressione di credere a ciò che dicono. Con sorrisi, silenzi, un tono lontano, sguardi che fuggono a destra e sinistra, le risposte a tali domande da adulti possiedono una perfida docilità; affermano il diritto di tenere per se ciò che si preferisce sussurrare” (MICHEL FOUCAULT -1977-, sul docu-film “Comizi d'Amore” di PIER PAOLO PASOLINI -1963- “Viaggio nell'Italia anni '60, i giovani, l'amore, il sesso”)

“Viviamo esprimendoci con termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva: default, rating, spread…” dal Rapporto Censis 2011

   In questo post, partendo dai dati e dall’analisi dell’ultimo rapporto del Censis, resi noti il 2 dicembre scorso, ricaviamo un utile strumento per capire il cambiamento geografico, antropologico, dell’economia e del lavoro, del rapporto tra vecchie e nuove generazioni… che caratterizzano la forte crisi dell’Italia (come soggetto multiplo culturale ed economico nel mondo) e della sua società, che sembra non capire più bene chi sia e dove voglia andare.

   Arroccata a vecchie certezze e, per molte famiglie, a un “humus economico” ancora fortunatamente presente (ora importante per far crescere figli che trovano lavoro ad età sempre più avanzata, o non lo trovano per niente il lavoro, alcuni neanche lo cercano…), ebbene pare che ci sia una forte difficoltà al “cambiamento”, al collocarsi con una nuova positiva dinamica nel mondo che sembra un treno in corsa, e alla prima stazione utile è da capire come prendere quello giusto.

“CENSIS” sta per “CENTRO STUDI INVESTIMENTI SOCIALI”, ed è un istituto di ricerca socioeconomica fondato nel 1964; finanziato da enti pubblici e privati, dal 1973 è diventato una Fondazione. Da oltre quarant'anni svolge attività di studio e consulenza nei settori della società italiana, ovvero nella formazione, nel lavoro, nel welfare, nell'ambiente, nell’economia e la cultura. I suoi clienti sono essenzialmente gli apparati centrali e periferici dello stato (Ministeri), enti locali (Comuni, Province e Regioni) ma anche grandi aziende sia private che pubbliche e organismi nazionali e internazionali. Le sue pubblicazioni sono molto autorevoli e vengono prese in considerazione per la stesura di programmi di sviluppo a lunga scadenza. Dal 1974 il sociologo Giuseppe De Rita è Presidente della fondazione, mentre dal 1993 il sociologo Giuseppe Roma ne è Direttore Generale. (da WIKIPEDIA)

E in questa fase di “governo tecnico” (segno del fallimento del sistema politico attuale a produrre riforme e a “dire e fare cose” anche sgradevoli per i cittadini per invertire la rotta…), in questa fase appare comunque la difficoltà di fare quel che si dovrebbe che, con sintesi utile, viene chiamata: le RIFORME.

   Del lavoro; della liberalizzazione delle professioni; dei Comuni da mettere insieme perché ce ne sono troppi; della ricerca innovativa e della formazione professione; del Sud e del suo rapporto con un Mediterraneo in fermento positivo; delle Regioni che sono centraliste tanti quanto lo stato; del federalismo fiscale necessario e del federalismo dei poteri; dell’etica pubblica da ritrovare; delle libertà individuali da rispettare di più; dalla vera tutela dei beni comuni (acqua, paesaggio, energie rinnovabili…).

   E interessante che uno dei punti di sintesi del lavoro di ricerca del CENSIS sia che “è illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo”, perché (come dice il rapporto) lo sviluppo “si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive”. E allora si deve essere in grado di fare governo politico della realtà. E’ questa dunque, secondo il Censis, la direzione da seguire.

   Per il Censis è allarme povertà per 4 milioni di famiglie italiane, un numero cresciuto di mezzo milione (+14,6%) solo negli ultimi 5 anni, mentre la crisi ha colpito soprattutto i giovani (secondo la Caritas sono 8 milioni i poveri, due milioni e 700.000 famiglie, un dato minore di quello prospettato dal Censis, forse dovuto a parametri di soglia di “limite di sussistenza” un po’ più elevata per il Censis per considerare una famiglia “non povera”…).

  E si comprende come è ora di finirla (di darci un taglio) a un sistema finanziario che privilegia movimenti speculativi, di economia “non reale”; oppure di investimenti sul mattone, edilizi, immobiliari, quando lì oramai non c’è più mercato. Perché, ci chiediamo, non tassare fortemente questi investimenti e invece privilegiare (detassare interamente) chi investe i suoi soldi su imprese che creano lavoro “vero”, sull’economia “reale”? …e magari ancor di più su settori innovativi e di difesa dell’ambiente (come quelli altamente tecnologici anche se di nicchia, sul recupero ambientale, sulle energie rinnovabili, sul turismo ecocompatibile, sul miglioramento urbanistico delle città…)?

   Nella difesa delle attività produttive positive che in Italia ci sono (qui parliamo presentando due libri sull’ARTIGIANATO che deve tornare ad essere uno dei cardini economici fondamentali), quel che conta adesso sono tre cose: la politica (che non c’è); le idee (che non ci sono, o ci sono poco); il credito (nel senso di soldi, che manca fortemente, non c’è o non vuol esserci). E, incredibile a dirsi, per gli artigiani il problema più urgente sembra essere proprio quello del credito, dei soldi che non ci sono e delle banche non credibili (insomma, dei tre problemi, prima di tutto bisogna risolvere il credito: e principale accusato è il sistema bancario…).

   Pertanto Vi invitiamo a leggere alcuni articoli che illustrano e analizzano i dati CENSIS; e poi alcune nostre divagazioni utili a mettere insieme possibile proposte concrete “per uscire dal guado”.

da "il Gazzettino" (novembre 2011)

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IL RAPPORTO DEL CENSIS: ITALIA FRAGILE, IN 4 ANNI UN MILIONE DI GIOVANI PERDONO IL LAVORO

da “IL FATTO QUOTIDIANO” del 2/12/2011

– I nostri antichi punti di forza non riescono più a funzionare, dice l’istituto, che avverte: “E’ illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo, perché lo sviluppo si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive. –

   Una società “fragile, isolata ed etero diretta”, con una dialettica politica “prigioniera del primato dei poteri finanziari”: così ci vede il Censis, nel suo 45esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese. I nostri antichi punti di forza non riescono più a funzionare, dice l’istituto, che avverte: è “illusorio” pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo, perché lo sviluppo “si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive”. E’ quella dunque, secondo il Censis, la direzione da seguire. E’ allarme povertà per 4 milioni di famiglie italiane, un numero cresciuto di mezzo milione (+14,6%) solo negli ultimi 5 anni, mentre la crisi ha colpito soprattutto i giovani.
I GIOVANILa crisi economica in Italia ha colpito in particolar modo i giovani. “La crisi si è abbattuta come una scure su questo universo: tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980.000 unità e tra i soli italiani le perdite sono state pari a oltre 1.160.000 occupati”, scrive il Censis. ”Investita in pieno dalla crisi, ma non esente da responsabilità proprie, la generazione degli under 30 – si legge nel Rapporto Censis – sembra incapace di trovare dentro di se la forza di reagire.

   La percentuale di giovani che decidono di restare al di fuori sia del mondo del lavoro che di quello della formazione è in Italia notevolmente più alta rispetto alla media europea: se da noi l’11,2% dei giovani di età compresa tra 15 e 24 anni, e addirittura il 16,7% di quelli tra 25 e 29 anni, non è interessato a lavorare o studiare, la media dei 27 Paesi dell’Ue è pari rispettivamente al 3,4% e all’8,5%. Di contro, risulta da noi decisamente più bassa la percentuale di quanti lavorano, pari al 20,5% tra i 15-24enni (la media Ue è del 34,1%) e al 58,8% tra i 25-29enni (la media Ue è del 72,2%)”.
FINANZA SENZA REGOLE – Nel picco della crisi 2008-2009, dice il Censis, avevamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, guadagnandoci una buona reputazione internazionale. Ma ora siamo fragili, a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime, sul piano interno, con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico.

   Siamo isolati, perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali. E siamo eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda. “E’ illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo” perché quest’ultimo “si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive, quindi soltanto se si è in grado di fare governo politico della realtà”.
TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA –I cittadini e le imprese si trovano a fare i conti con un sistema dei servizi che mostra evidenti segnali di criticità”: lo sottolinea il Censis nel 45/o Rapporto sulla situazione del Paese spiegando che “la politica di riduzione della spesa pubblica che ha contrassegnato gli ultimi 3 anni, e che segnerà anche il biennio 2012-13, realizzata in molti casi attraverso tagli lineari, sta lasciando il segno”. In particolare il trasporto pubblico locale, già “inadeguato” è stato “drasticamente ridimensionato”.
I RISPARMI DELLE FAMIGLIE – La crisi economica degli ultimi anni ha ridotto il reddito disponibile delle famiglie e ha provocato conseguentemente una “caduta della propensione al risparmio” anche “a causa dell’irrigidimento” di alcuni consumi. In questo contesto la riduzione della quota di risparmi sembra però non avere colpito gli investimenti fissi, come le abitazioni. E’ quanto emerge dal 45/o Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del Censis.
INVESTIMENTI NEL MATTONE – In 10 anni risulta inoltre raddoppiato il valore delle abitazioni. Nell’ultimo decennio è anche cresciuto il valore dello stock di abitazioni possedute, stimato in oltre 4.800 miliardi di euro, con un incremento che sfiora il raddoppio (+93% nominale) nell’arco di un decennio.

   “Una quota di questo incremento – spiega il Censis – è attribuibile all’effetto dei prezzi ma una quota rilevante è il risultato della scelta delle famiglie di destinare all’investimento in abitazioni una parte consistente dei propri risparmi”.

   Ulteriori 1.000 miliardi di euro sono rappresentati dalle altre attività reali (oggetti di valore, terreni, fabbricati non residenziali e beni produttivi). Le attività finanziarie si aggirano intorno ai 3.600 miliardi di euro. La propensione al risparmio, che a metà degli anni ’90 era superiore al 20% del reddito disponibile e a metà dello scorso decennio oscillava ancora tra il 15% e il 17%, “ha subìto – scrive ancora il Censis – una progressiva contrazione, che l’ha portata ad attestarsi oggi su un ben più modesto 11,3%”.
VITALITÀ E SOCIAL NETWORKPer uscire dalla crisi, dunque, ancora una volta, accanto all’impegno di difesa dei nostri interessi internazionali, la ricetta del Censis è quella di “mettere in campo la nostra vitalità, rispettarne e valorizzarne le radici, capirne le ulteriori direzioni di marcia”.

   E se nel prossimo futuro potrebbero essere incubati germi di tensione sociale e di conflitto, a causa della tendenza all’aumento delle diseguaglianze e dei processi che creano emarginazione, il “disinnesco” delle tensioni passa attraverso l’arricchimento dei rapporti sociali: “è nel binomio più articolazione, più relazione che la società italiana può riprendere respiro”.

   Lo si vede nella ricerca di nuovi format relazionali: l’esplosione dei social network, la diffusione di aggregazioni spirituali, la crescita di forme amicali collettive (le crociere, le movide, le sagre), lo sviluppo di aggregazioni capaci di supplire alle carenze del welfare pubblico, la partecipazione comunitaria a livello di quartiere, la tenuta di tutti i soggetti intermedi portatori di interessi o di istanze civili. “Il vuoto lasciato nella fascia intermedia della società dalla polarizzazione tra il mercato e la finanza può essere riempito soltanto dalla rappresentanza” è la raccomandazione finale.
INTERNET – Oltre la metà degli italiani naviga quotidianamente su internet: per informarsi, cercare lavoro, pagare le bollette e consultare lo stradario. Lo rileva il Censis nel 45esimo rapporto sulla situazione sociale del Paese sottolineando che l’utenza del web nel 2011 ha finalmente superato la fatidica soglia del 50% della popolazione italiana, attestandosi per l’esattezza al 53,1% (+6,1% rispetto al 2009).

   Il dato complessivo si fraziona tra l’87,4% dei giovani e il 15,1% degli anziani (65-80 anni), tra il 72,2% delle persone più istruite e il 37,7% di quelle meno scolarizzate. Tutti i dati inoltre confermano l’affermazione progressiva di percorsi individuali di fruizione dei contenuti e di acquisizione delle informazioni da parte dei singoli, con processi orizzontali di utilizzo dei media in base a palinsesti multimediali personali e autogestiti, basati sulla integrazione di vecchi e nuovi media. (da “Il Fatto Quotidiano”)

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Nel 45mo Rapporto sulla situazione sociale del Paese il Censis scatta una fotografia all’Italia. Dall’economia al lavoro, dalle infrastrutture alla scuola, leggi gli approfondimenti cliccando sui titoli.

Oltre la metà degli italiani naviga su Internet, 9 giovani su 10 sono connessi.

La crisi intacca i risparmi delle famiglie italiane.

Comuni sull’orlo del default sociale.

Calano gli abbandoni scolastici nel 2011.

Il rapporto Censis 2011: negli ultimi cinque anni il Pil in termini reali è sceso dell’1%.

Infrastutture fra ritardi e carenza di fondi

In 4 anni un milione di giovani hanno perso il posto

http://www.censis.it/1

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UN’ITALIA FRAGILE E TROPPO SEVERA CON SE STESSA

di Stefano Lepri, da “la Stampa” del 3/12/2011

– Arriva l`annuale ricerca sulla situazione sociale – De Rita: “Ma il nostro segreto è la lunga durata” –

   Da così tanti anni il Censis ci racconta come siamo, che forse il suo stesso racconto diventa parte dell`immagine che dobbiamo interpretare, più che strumento per interpretarla.

   Ed è certo una notizia se Giuseppe De Rita teme oggi che un fallimento del governo dei tecnici di Mario Monti possa aprire la strada a un disgregante, retrogrado nazional-populismo (per fortuna non scorge ancora chi possa diventarne il leader).

   Benché De Rita, che anima il Censis da 47 anni, da buon cattolico creda nella Provvidenza, da qualche anno non riesce più a farsi piacere come l`Italia si evolve. Cosicché, quando si sforza di trovare ragioni di ottimismo per il futuro, gli pare di essere diventato «reazionario», perché invita a ritornare a punti di forza del nostro passato; gli pare di aver scritto con il rapporto di quest`anno un «manifesto di orgoglioso conservatorismo».

   Stiamo andando in una direzione sbagliata? Di certo nel rapporto Censis troviamo fatti e numeri che sembrano indicare un processo di declino, sia economico sia culturale. «Se non studi finirai a pulire i gabinetti» strillavano irati ai figli pigri i genitori di un tempo. Adesso, a quanto pare, si rischia di finire a pulire i gabinetti anche se un titolo di studio lo si ha (è uno dei settori professionali dove torna a salire la quota di italiani).

   Non c`è da stupirsi dunque se il 38% degli italiani fra i 15 e i 30 anni ritengono poco attraente la scelta di studiare all`università: è la percentuale più alta d`Europa. Il nostro sistema produttivo invecchia, non riesce ad assorbire i laureati, chiede lavoratori manuali, autisti, meccanici, magazzinieri. Metà dei laureati e quasi metà dei diplomati al primo impiego svolgono mansioni per le quali il titolo di studio non era necessario.

   D`altra parte, le imprese innovano poco, risulta da una differente indagine; e che si può pretendere, se solo il 15% tra gli imprenditori sono laureati? De Rita si inquieta che, coscienti di queste prospettive, gli italiani smettano perfino di desiderare: il 28% pensa che in futuro starà peggio, il 34% che i figli staranno peggio dei genitori. Per la maggioranza, l`obiettivo è tutelare il benessere di cui già godono. I soli ottimisti sembrano essere gli immigrati, che al 65% vedono l`Italia di domani più ricca e più giusta.

   Se non altro, per campare di rendita ci sono ampie risorse. La ricchezza privata degli italiani è abbondante, allo stesso livello di quella dei tedeschi, superiore a quella dei francesi (si può dire che negli anni abbiamo spogliato la cosa pubblica portandocene ciascuno un pezzo a casa?).

   Ma un segno minaccioso è la sfiducia verso le classi dirigenti, che dalla «casta» politica sembra diffondersi ad ogni tipo di élite, guidata dall`impressione che chi è in alto dia solo esempi cattivi. Il quadro è questo:  deprime.

   Alla «moltitudine senza responsabilità» che De Rita teme, si può solo contrapporre quel 15% di italiani che si sente prima di tutto cittadino del mondo. Si può solo sperare che il Censis, legato com`è alla committenza di enti, associazioni, categorie, imprese, istituzioni, abbia posto soprattutto le domande che questa Italia vuole porsi; e che le novità possano scappare fuori, inattese, da qualche altra parte. (Stefano Lepri)

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IL PAESE FRAGILE DEL CENSIS “MA E’ PRONTO A REAGIRE”

di Mariolina Iossa, da “Il Corriere della Sera” del 3/12/2011

– Viviamo esprimendoci con termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva: default, rating, spread – Il rapporto: tra i giovani un milione di disoccupati in più –

   Siamo fragili, isolati, eterodiretti, cioè governati da poteri esterni. E prigionieri dei poteri finanziari. Così ci vede il Censis, così ci descrive nel suo rapporto annuale. Sono tempi di crisi questi, e dunque addio al biennio 2008-2009, quando abbiamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, «guadagnandoci una good reputation internazionale».

   Oggi siamo fragili, «a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata», isolati perché «restiamo fuori dai grandi processi internazionali», eterodiretti perché non ci governiamo da soli ma sono gli uffici europei a «dettarci l`agenda». Di conseguenza ci sentiamo prigionieri dei poteri finanziari: «in basso vince il primato del mercato, in alto gli organismi del potere finanziario».

   Ma il punto debole, spiegano al Censis, è che è «illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo», si occupano solo dei conti, «fanno rigore ma non sviluppo».

   Di conseguenza, «viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva, default, rating, spread, eccetera».

   Siamo fermi, bloccati. Eppure una strada per superare la crisi c`è: «Mettere in campo la nostra vitalità, rispettare e valorizzare le nostre radici e guardare al futuro».

   Il Censis guarda all`economia reale come unica strada per uscire dalla crisi, perché in fondo «siamo ancora una realtà in cui vige il primato dell`economia reale, nonostante l`attuale trionfo dell`economia finanziaria».

Responsabilità collettiva. Di fronte all`emergenza, tuttavia, noi italiani stiamo recuperando il senso della responsabilità collettiva, quasi 6 italiani su 10 sono pronti a fare sacrifici per l`interesse generale del Paese. La famiglia è sempre il pilastro del nostro stare insieme (65,4 per cento). E quasi un cittadino su due si sente ancora «italiano».

   Abbiamo il gusto per la qualità della vita (25 per cento), le nostre tradizioni religiose (21,5 per cento), l`amore per il bello (20 per cento). Un italiano su quattro fa volontariato con regolarità. Vogliamo però fortemente (50 per cento) una riduzione delle diseguaglianze economiche. Vogliamo più onestà e moralità (55,5 per cento) e rispetto per gli altri (53,5 per cento). Diciamo no alla furbizia e alle ruberie. No alla sistematica violazione delle regole. Otto italiani su dieci condannano duramente l`evasione fiscale, di questi quattro pensano che sia moralmente inaccettabile, gli altri quattro che chi non paga le tasse «arreca un danno ai cittadini onesti».

   Dalla classe dirigente esigiamo «specchiata onestà sia in pubblico sia in privato» (59 per cento) ma anche preparazione (43 per cento), saggezza e consapevolezza (42,5 per cento).

Lavoro e occupazione. La crisi ci toglie il fiato. Se agli inizi degli anni 80 il reddito da lavoro era il 70 per cento del reddito familiare complessivo, nel 2010 la percentuale è scesa al 53,6. La classe dirigenziale, quindi i vertici decisionali, sono passati da 553 mila a 450 mila, e sono sempre quasi soltanto uomini, pochissime le donne, il Pil è cresciuto in termini reali solo del 4 per cento mentre in Germania e in Francia cresce rispettivamente del 9,7 e dell`11,9.

   L`occupazione stenta, ma se i livelli occupazionali dei 45-54enni tengono e anzi aumentano, sono i giovani a farne le spese. Centomila posti di lavoro in meno per chi ha tra i 35 e i 44 anni ma la crisi colpisce «come una scure», ha detto il presidente del Censis Giuseppe de Rita, soprattutto i giovani sotto i 35 anni, che in quattro anni hanno perso un milione di posti di lavoro. Tanto che il Censis non esclude un aumento delle tensioni sociali e il rischio di una «deriva nazionalpopolare».

Scuola e formazione. Un giovane su quattro tra i 15 e i 29 anni non studia e non cerca lavoro. La quota degli scoraggiati è altissima: non è interessato né a studiare né a lavorare l`11 per cento dei giovanissimi, trai 15 e i 24 anni, e ben il 17 per cento dei giovani tra i 25 e i 29. La media europea è rispettivamente del 3,4 per cento e dell`8,5 per cento. Solo il 65 per cento dei diplomati si iscrive all`università e dopo il primo anno il 20 per cento lascia.

Web e social network. Una spinta propulsiva possiamo comunque trovarla nella sfera delle relazioni sociali. «Una pluralità di reti relazionali tiene insieme la società italiana», dice il Censis, un italiano su due è “in Rete”, nove ragazzi su dieci usano Internet regolarmente.

   Ed è trionfo dei social network: 16 milioni sono gli utenti di Facebook, 6 milioni utilizzano Skype, un milione e centomila sono su Twitter. Gli italiani che usano Internet sono il 53 per cento, un salto di sei punti rispetto al 2009, ma sono naturalmente più giovani (87,4 per cento) che anziani tra i 65 e gli 80 anni (15,1 per cento); e in maggioranza persone con titolo di studio più elevato (72,2 per cento) piuttosto che quelle meno scolarizzate (37,7 per cento).

   Tutto questo nonostante l`Italia continui a restare indietro rispetto ad altri Paesi europei per la qualità soprattutto delle connessioni a Internet.

Informazione. Sono sempre i telegiornali la fonte principale di informazione per gli italiani, li guarda l`80 per cento. Ma tra i giovani il dato scende al 62 per cento perché sono in tanti a scegliere la Rete per informarsi.  Al secondo posto ci sono i radio giornali (56,4 per cento), poi la carta stampata, quotidiani (47,7 per cento) e periodici (46,5 per cento). Infine Televideo (45 per cento) e i motori di ricerca (41,4 per cento). Già due italiani su dieci si informano sui quotidiani online.

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GIOVANI, LE VITTIME DEL VECCHIO SISTEMA

di Christian Frascella, da “la Stampa” del 3/12/2011

   Un milione di posti di lavoro. In meno. In appena quattro anni. I giovani rappresentano una zavorra per la nostra economia: chi li ha inventati?

   A chi dobbiamo dare la colpa per la loro presenza ingombrante nelle statistiche? Questi giovani che non lavorano, non studiano – la generazione denominata «Neet» e che nelle trasmissioni tv italiote viene ribattezzata «Né né»; questi giovani che, sputati fuori dalla scuola media e poi da quella superiore e, in ultimo, dall`università, compaiono dappertutto, nei libri e nei film e nei reality cafoni, con la loro indole insofferente, la noia che li frustra, la violenza che li attrae; questi tizi imberbi che non viaggiano, non parlano le lingue, non interagiscono, se non smanettando su Internet alla ricerca di non si sa bene cosa, non si politicizzano, non inventano perché sono dei gran pigroni, non mollano il nido costruito con fatica dai genitori e passano la vita a ruminare sui divani, a sfumacchiare, ad alcolizzarsi, a spararsi musica e qualche volta non solo musica e non solo nelle orecchie.

   Ma è davvero questa la realtà? Da dove arrivano? Potremmo partire dal presupposto – magari azzardato – che i giovani non si autoriproducono in asfittiche cantine, ma che sono stati messi al mondo dagli adulti, solitamente un uomo e una donna, che a loro volta avevano subito un simile trattamento – figurarsi! – perché volevano crearsi una famiglia, stare sotto lo stesso tetto con i loro pargoli, permettere loro di trovarsi un`identità – e magari anche un lavoro, su – e rappresentare un nucleo all`interno di altri nuclei, e tutti quei nuclei insieme formare lo strato variegato della società.

   Solo che le cose non sono andate come si sperava, e i rapporti, con le loro gabbie d`età, vorrebbero mostrarci un Paese che procede a comparti stagni, mentre sarebbe più logico e meno colpevolizzante raccontare un intero sistema che sembra costruito per una società immutabile, e non solo quello di chi quel sistema se l`è ritrovato fatto e finito e timbrato sulla carta d`identità e dal quale spesso cerca di uscire.

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OLTRE IL RAPPORTO CENSIS…

POVERTÀ: IN ITALIA 8,3 MILIONI DI POVERI

17/10/2011 – da www.vita.it/news/view/114409

– Presentato il nuovo rapporto Caritas-Zancan: “Poveri di diritti” –

   Sono 8,3 milioni i cittadini che vivono in povertà, pari al 13,8% della popolazione: famiglie numerose, monogenitoriali e del Sud le più colpite.

   Secondo i dati raccolti dalla Caritas, il 20% delle persone che si rivolgono ai Centri di ascolto in Italia ha meno di 35 anni. In soli cinque anni, dal 2005 al 2010, il numero di giovani è aumentato del 59,6%. Tra questi il 76,1% non studia e non lavora, percentuale che nel 2005 era del 70%. Sono questi alcuni dati del Rapporto 2011 su povertà ed esclusione sociale in Italia, presentato a Roma da Caritas Italiana e Fondazione Zancan, in occasione della Giornata mondiale contro la povertà (17 ottobre 2011).

   Dunque, secondo il Rapporto intitolato “Poveri di diritti, l’Italia è ben lontana dal trovare una soluzione efficace alla piaga della povertà” se nel 2009 erano 7,8 milioni i poveri (13,1%), nel 2010 hanno raggiunto quota 8,3 milioni (13,8%). In totale in Italia sono 2,73 milioni le famiglie povere.

   Eppure, secondo i due enti, le risorse per far fronte al fenomeno ci sarebbero, ma sono male investite.

   «Il Rapporto 2011 propone un’attenta analisi della spesa dei comuni per la povertà e il disagio economico, già avviata nelle due precedenti edizioni a cura della Fondazione Zancan – si legge nella sintesi del documento – in vista del nuovo assetto federalista, che prevede un riequilibrio delle risorse e il superamento delle divergenze territoriali, diventa fondamentale avere chiaro il quadro della situazione per capire dove intervenire».

   E ancora «secondo la rilevazione, negli ultimi due anni la spesa assistenziale dei comuni è aumentata del 4%, la spesa per la povertà dell’1,5% e quella per il disagio economico del 18%. Nel 2008, il 31% dei 111,35 euro pro capite di spesa sociale è stato destinato a dare risposte a persone povere o con disagio economico».

   «A fronte dell’aumento di risorse, non si è registrato il corrispettivo calo del numero di italiani poveri» conclude il documento. Che spiega: «La maggior spesa pro capite è riservata tutt’oggi ai contributi economici una tantum a integrazione del reddito familiare: nel 2008 per erogarli sono stati spesi 276 milioni di euro (il 4% in più rispetto al 2007), 4,62 euro per abitante. Questi contributi rappresentano circa il 13% della spesa per persone povere o con disagio economico. Un altro 12-13% è finalizzato a erogare contributi per l’alloggio (228-237 milioni di euro), mentre quelli per cure o prestazioni sanitarie rappresentano il 2%. Infine, i contributi per i servizi scolastici sono l’1% della spesa per povertà e disagio economico». (da www.vita.it )

rapporto caritas sulla povertà

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STRETTA DEGLI ITALIANI SUI CONSUMI

di Emanuele Scarci, da “IL SOLE 24 ORE” del 3/1272011

– LA SPESA DETTE FAMIGLIE. LE STIME DELL`OSSERVATORIO DI FINDOMESTIC PER IL 2012 –

   L`anno prossimo il 76% degli italiani taglierà (o lo ha già fatto) i consumi, mentre solo l`8% programma più acquisti: scenario grigio fumo quello dell`Osservatorio di Findomestic Banca presentato ieri a Milano.

   Negli ultimi 12 mesi i consumatori che hanno rinviato gli acquisti si sono concentrati soprattutto sulle auto, sugli elettrodomestici e sugli immobili: le famiglie sono colpite da sfiducia e incertezza, tanto da non riuscire a programmare nulla.

   «Il crollo ha investito in pieno l`auto – osserva Chiaffredo Salomone, ad di Findomestic Banca con un meno 10%; siamo tornati ai livelli d`immatricolazione di 20 anni fa. Ma ha coinvolto anche gli altri beni durevoli, come gli elettrodomestici, l`arredamento e l`informatica. L`erosione del reddito subita dalle famiglie e l`incertezza del posto di lavoro ha rimesso in discussione molte cose».

E il 2012? «E’ difficile fare previsioni – aggiunge il top manager – ma i sacrifici che il governo si accinge a comunicarci non promettono nulla di buono per le famiglie. Speriamo solo che i provvedimenti per la crescita comprendano anche incentivi per i beni durevoli. Comprese cose molto semplici: per esempio, oggi su una pratica di 500 euro si paga un bollo di 14 euro. Basterebbe spostarlo dai piccoli importi a quelli più elevati e sarebbe un primo segnale».

   Findomestic è la banca fiorentina del gruppo Bnp Paribas che opera nel credito al consumo in Italia. Alla fine del 2010 aveva crediti in essere per 10,4 miliardi, alle spalle di Agos Ducato con 18,8 miliardi e prima di UniCredit family financing bank con 9,3 miliardi.

   Tornando all`Osservatorio Findomestic Banca e Ipsos, il 53% degli italiani tra i 24 e i 59 anni è pessimista circa la situazione economica personale: il 31% prevede peggioramenti nei prossimi 3 anni e il 22% ha rilevato peggioramenti negli ultimi 12 mesi e si ritiene che la situazione non cambierà nel futuro prossimo.

   Solo il 37% degli intervistati tra i 24 e i 59 anni è riuscito a risparmiare parte del reddito negli ultimi 12 mesi; la situazione peggiora tra i 45-59enni, poiché in questa fascia di età solo il 27% ha risparmiato, a conferma del fatto che la situazione critica dei giovani si ripercuote sulle abitudini della generazione precedente.

   Quanto ai dati già consolidati, nei primi dieci mesi dell`anno, secondo Assofin, banche e finanziarie hanno infilato nelle tasche dei consumatori poco più di 43,6 miliardi (per 101 milioni di operazioni) sotto forma di prestiti per acquistare auto, elettrodomestici e vacanze, oppure per finanziare carte rateali e Cessione del quinto. Il dato generale è in calo deIl`1,4%, ma rispetto ai primi dieci mesi del 2008, prima della crisi della Lehman Brothers, l`erogato è crollato di oltre 6 miliardi.

  «La frana ha rallentato – osserva Giuseppe Piano Mortari, direttore operativo di Assofin -. E comunque oggi stiamo molto meglio dei mutui che segnano un -25% tendenziale a settembre 2011» e molto probabilmente un -30% a ottobre.

   Secondo i dati Assofin, crescono solo i prestiti personali (+6,2%) mentre le famiglie amano sempre meno il prestito finalizzato (-9,2%), quello legato all`acquisto di un bene sul punto vendita, a favore del fido, incassato negli uffici delle finanziarie o agli sportelli bancari che non ha vincoli di destinazione. «Purtroppo – conclude Piano Mortari – la manovra del governo potrebbe pesare sul trend dei consumi se le misure saranno particolarmente gravose».

   E il credit crunch influisce sul credito al consumo? «Per ora no – risponde Salomone – anche se la nostra risulta un`attività ad alto assorbimento di capitale per i gruppi bancari, che devono allinearsi a Basilea 3. Né questo è il momento di pensare ad acquisizioni nel credito al consumo: oggi chi ha capitale e liquidità se li tiene».

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IL LIBRO – 1

FUTURO ARTIGIANO, di Stefano Micelli (ed. Marsilio) (Il manifesto di un nuovo immaginario per l’industria italiana: la virtuosa contaminazione tra lavoro artigiano ed economia globale) – Cosa unisce le principali griffe italiane all’industria delle macchine di precisione che esportiamo in tutto il mondo? Cosa lega la produzione di pezzi di design in serie limitata e la realizzazione di luna park e grattacieli su misura? Il filo rosso che attraversa il Made in Italy di successo è ancora oggi il lavoro artigiano, un tratto della nostra cultura cui spesso non diamo il giusto valore. Questo libro descrive le tante realtà del nostro paese in cui il saper fare continua a rappresentare un ingrediente essenziale di qualità e di innovazione. Racconta i molti modi in cui è possibile declinare al futuro un’eredità che merita di essere proposta a scala internazionale. Il libro è un viaggio in un’Italia forse poco nota, ma vitale e sorprendente. La riscoperta del lavoro artigiano, non solo in Italia, supera i confini dell’economia. Ci costringe a riflettere su cosa dobbiamo intendere oggi per creatività e meritocrazia e sulle opportunità di crescita che si offrono alle nuove generazioni del nostro paese. (Stefano Micelli è professore associato di Economia e Gestione delle Imprese presso la Facoltà di Economia, Università Ca’ Foscari di Venezia)

……

SARA’ L’UOMO ARTIGIANO A SALVARE L’ECONOMIA RIDOTTA A GIOCO D’AZZARDO

di Alfonso Berardinelli, da “IL FOGLIO” del 1/9/2011

   Leggendo il libro di Stefano Micelli “Futuro Artigiano. L’innovazione nelle mani degli italiani” (Marsilio, pp. 221, euro 18) mi sono chiesto ripetutamente perché non mi dedico più spesso a libri come questo: un libro equilibrato, coraggioso e ben scritto, nel quale l’informazione economica e l’immaginazione sociale si alleano per darci un’idea del nostro presente non finalizzata da pregiudizi ideologici.

   La prima risposta che posso darmi è la seguente:  di libri con queste qualità non ce ne sono poi molti. La seconda risposta è che esiste e ci condiziona quelle ben nota “pigrizia professionale” che tende a rinchiuderci nel cerchio delle nostre competenze acquisite, spesso impedendoci di ragionare nel nostro settore usando idee che si formano in settori lontani o limitrofi.

   Un libro sull’artigianato in realtà interessa o dovrebbe interessare tutti: i tecnici e gli scienziati, gli insegnati e gli artisti, i manager e chiunque voglia inventarsi un lavoro. Devo dire che alla lettura di un libro sull’artigianato nel nostro futuro (o su un futuro che valorizzi gli artigiani) ero stato già sensibilizzato da quanto ha scritto Richard Sennett in “L’uomo artigiano”, uscito da Feltrinelli un paio di anni fa.

   Il lavoro di Sennett, che fu allievo di Hannah Arendt e col tempo è riuscito a muoverle qualche fondamentale obiezione, costruisce un discorso d’insieme che non trascura alcun aspetto storico, filosofico e morale in materia di “saperi artigiani”.

   Trovo confortante che Stefano Micelli, docente di Economia e gestione delle imprese, si sia dedicato a studiare i problemi industriali italiani nell’ottica di Sennett. Ma noi italiani forse non avevamo neppure bisogno di Sennett per scoprire che l’artigianato ci riguarda, fa parte della nostra cultura produttiva e ha continuato a caratterizzarla anche nei più recenti periodi di espansione.

   Micelli rilancia il tema con argomenti e dati nuovi avvertendo che oggi è possibile portare sul mercato la competenza artigiana “a condizione di lasciar perdere quell’atteggiamento di condiscendenza che vede l’artigiano come parte di un mondo perduto”. Perciò, nessuna nostalgia folcloristica e neppure una vocazione “alternativa” che accetti passivamente il declino dell’industria italiana. Ogni economia nazionale e regionale ha la sua storia e questa storia incorpora una particolare cultura produttiva.

   Se non vogliamo che l’economia italiana continui a perdere terreno, è inutile credere che la via d’uscita sia “omologarla” a economie gigantesche; si tratta piuttosto di dare valore a ciò che ci caratterizza, ripensando il lavoro artigiano come un fattore della crescita e del rilancio industriale.

   Che cos’è il lavoro artigiano in senso lato? La sua specificità è difficile “da codificare nella forma della manualistica tradizionale”: contiene “una certa quota di indicibile” che non è facile catalogare nozionisticamente, perché si apprende lavorando, imitando un maestro, assorbendo individualmente esperienza. Si tratta di dominio del contesto, di dialogo con committenti e clienti e di conoscenza diretta della materia con cui si lavora.

   Perché i giovani italiani affollano le università, ne escono prima o poi dottori ma finiscono spesso disoccupati? I mestieri artigiani non li attirano. La colpa è di un pregiudizio culturale alimentato oggi da scarsa informazione, ma è anche responsabilità di una lacuna del nostro sistema formativo, che privilegia l’apprendimento astratto come “più flessibile” (il che significa però anche più intercambiabile e sostituibile).

   Mancano i panettieri, gli installatori di infissi, i marmisti, i pasticceri, i sarti, ecc., mentre abbiamo, per esempio, troppi artisti potenziali, spesso artigianalmente carenti…

   Il rilancio dell’uomo artigiano, infine, riguarda anche il buon funzionamento della democraziona, e negli Stati Uniti lo si è capito più che da noi. Il crack finanziario ha messo sotto accusa un ambiente di “analisti simbolici” e di ingegneri della matematica la cui etica e sensibilità umana si sono dimostrate sconnesse “dall’esperienza di vita comune” e da quella che definiamo società civile.

   Proprio lì dove le modernizzazioni sono più avanzate, si comincia a pensare che “l’uomo artigiano” potrà ricondurre alla responsabilità sociale un’economia ridotta a gioco d’azzardo. (Alfonso Berardinelli)

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IL LIBRO/2

Un libro su come uscire dalla crisi

ENZO RULLANI: “MODERNITÀ SOSTENIBILE”: COME USCIRE DALLA CRISI

dal sito http://www.123people.it/ , articolo del 26/2/2010

   In che modo usciremo dalla crisi? Diversi da prima, è ovvio, lo dicono tutti. Ma diversi come? C’è chi pensa che tutto possa continuare come prima, una volta passata “la nottata”. C’è chi pensa che l’Italia vada rivoltata come un calzino per porre termine al male oscuro che la divora (il declino).

   C’è una terza possibilità, a cui è dedicato il libro Modernità sostenibile: che si scopra l’importanza di un atteggiamento riflessivo, capace di rendere sostenibile lo sviluppo perché si preoccupa, passo per passo, di rigenerarne le premesse. Tutte le premesse: quelle ambientali, ma anche quelle motivazionali, infrastrutturali, culturali. Insomma tutto quello che è relativo alla galassia di ciò che gli economisti chiamano – con pudore – economie e diseconomie esterne.

   Alla Venice International University, da più di un anno, un gruppo di lavoro sta chiarendo i contorni di quelle che abbiamo chiamato “filiere della sostenibilità”: reti di produttori, consumatori, distributori, centri di ricerca che possono mettere le loro capacità insieme per presidiare e ricostituire le premesse dei processi da cui dipende il nostro sviluppo.

   E’ ormai chiaro che questo compito non può essere assolto dal libero mercato (a cui sfuggono appunto le economie e diseconomie esterne), né può essere demandato – in sostituzione – allo Stato regolatore, che dall’alto prescrive che cosa fare e non fare a milioni di persone disposte (forse) ad obbedire. Fa ormai parte del passato un’immagine del problema della sostenibilità che vedeva una cesura netta tra interessi economici (dissipativi) e tutela (regolazione) dell’ambiente, assegnata alla politica.

   Un ambiente difeso dalla pubblica amministrazione contro la vis dissipativa delle imprese convince sempre meno. Per due ragioni: presuppone una razionalità politica lungimirante e credibile, due cose lontane dal vero – almeno nell’Italia dei nostri giorni e immagina una soluzione regolatoria o redistributiva (del reddito) che non passa per l’innovazione.

   Come è stato detto al Convegno sulla globalizzazione che si è tenuto il 25 febbraio alla Viu, la ricerca della sostenibilità sta diventando un significato che i consumatori accettano sempre di più come distintivo di una buona qualità del lavorare e del vivere. Non solo accettano di pagarne il costo, sotto forma di un “premio” di prezzo a prodotti che hanno un rapporto garantito, riconoscibile, con metodi sostenibili o “biologici” (naturali) di produzione, ma costruiscono comunità in cui queste idee si propagano e diventano fattore competitivo per i produttori.

   In particolare – si dice nel libro – per i produttori del made in Italy. Che hanno un drammatico bisogno di riscoprire la qualità, in modo da difendersi dalla concorrenza di costo dei paesi emergenti. Ma che non possono farlo soltanto scalando la piramide dei consumo, verso l’ ”alto di gamma”. La qualità nel mondo di oggi, non è elitaria. O si lega al possesso di tecnologie originali, che forniscono un vantaggio competitivo non imitabile (ma questo vale solo per i paesi che hanno fatto un fortissimo investimento in ricerca, cosa che per adesso esclude l’Italia). Oppure – come accade in Italia – si lega ad una specializzazione nelle innovazioni d’uso, che applicano in modo innovativo tecnologie note a campi abituali della nostra vita di lavoro e di consumo.
Parte rilevante delle innovazioni d’uso avviene attraverso la costruzione e propagazione di significati, esperienze, identità, servizi forniti agli utilizzatori e da questi, attraverso la filiera, elaborati fino al consumo finale.

   Certo, bisogna essere in grado di “leggere” e di “assorbire” la tecnologia che si sviluppa ormai in tutto il mondo, ma bisogna ancora di più saper presidiare gli usi, ossia la domanda insoddisfatta che altri trascurano e i desideri latenti che nascono continuamente nel mondo.

   La sostenibilità è uno dei significati critici che la crisi ci ha insegnato a desiderare e amare. Essa significa apprezzamento per ciò che è condiviso, impegnativo e degno di cura, tanto da durare nel tempo entrando a far parte della nostra vita e della nostra rappresentazione di essa.

   Nel momento in cui la sostenibilità entra nel modello di business delle aziende, come fonte di valore capace di ripagare i costi e i rischi del suo sviluppo, possiamo dire che la modernità ha piantato i semi del suo ripensamento in senso riflessivo. All’inizio sarà coinvolta una minoranza di imprese, di lavoratori e di consumatori. Ma tutte le grandi innovazioni nascono per gradi: se riescono ad affermarsi e propagarsi possono poi divenire un’onda.

   Il made in Italy degli oggetti sta cambiando pelle, e comincia a diventare made in Italy dei significati. Tra questi, un posto importante occupa la sostenibilità. Come fonte di valore, non solo di costi; e soprattutto come fonte di legami con tutti coloro che vogliono, nel proprio mondo, una migliore qualità del vivere e del lavorare. (Enzo Rullani)

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IL TARLO DEL CEMENTO CHE DIVORA IL BELPAESE

di SALVATORE SETTIS, da “la Repubblica” del 13/8/2011

   Finalmente Monna Lisa arriva a Firenze. È questo, infatti, il nome dell’ enorme fresa d’acciaio che scaverà sotto la città per realizzare sei chilometri di passante Tav e una nuova stazione ferroviaria. Lo dice il sito di Coopsette, il raggruppamento di imprese che si è aggiudicato l’appalto.

   La “talpa” avanzerà di 15 metri al giorno alla profondità di 25 metri, insinuandosi tra l’altro sotto la Fortezza da Basso di Antonio da Sangallo. Arrivando invece del quadro di Leonardo vanamente reclamato da incauti assessori, questa Monna Lisa meno sorridente e più ingombrante farà egualmente felici Provincia, Comune e Regione, che il 3 agosto hanno firmato a Roma, con le Ferrovie e il ministro Matteoli, l’accordo per il via ai lavori.

   Il progetto della stazione è di Norman Foster, ma il suo prestigio non basta a garantire la bontà dell’operazione, visto che a lui si deve anche il progetto del quartiere di Santa Giulia a Milano, i cui cantieri sono stati sequestrati perché posti sopra un gigantesco deposito illegale di scorie cancerogene provenienti da stabilimenti dismessi (viene in mente l’amara riflessione di Giancarlo De Carlo sul «fenomeno della copertura professionale» di grandi architetti in occasione di operazioni speculative).

   A Coopsette si devono anche i lavori della stazione Tav di Roma-Tiburtina, che verrà inaugurata in ritardo dopo il devastante incendio di cantiere del 24 luglio. Fra le partecipate di Coopsette c’è Milano Logistica Spa, partecipata al 50% da Argo, società del gruppo Gavio, uno degli azionisti principali (con Ligresti e Benetton) di Impregilo. L’ad di Impregilo è stato appena assolto in appello dalle gravissime accuse di disastro ambientale sulla tratta Bologna-Firenze (dove l’impresa partecipava al 75%): nel 2009 il tribunale di Firenze lo condannò, con altri 26 imputati, per aver inquinato con sostanze tossiche 24 corsi d’acqua e prosciugato 81 torrenti, 37 sorgenti, 30 pozzi e 5 acquedotti.

   Anche sul tunnel di Firenze pesano gravi dubbi, come risulta da un esposto di Italia Nostra. Il Genio Civile di Firenze ha contestato il 19 luglio l’adeguatezza delle indagini sul rischio sismico, che «non sembrano possedere i requisiti richiesti dalle Nct 2008», cioè dalla normativa antisismica in vigore.

   Inoltre, prosegue Italia Nostra, i materiali risultanti dallo scavo (tre milioni di metri cubi) sono destinati alla miniera abbandonata di Santa Barbara in comune di Cavriglia (Arezzo), che però non è una discarica autorizzata. Per di più, i due terzi del materiale sono “rifiuti di perforazione”, classificati col codice Arpat 010599, che non esclude la presenza di sostanze inquinanti o tossiche, che metterebbero a rischio in particolare il lago di Castelnuovo, adiacente alla miniera di Cavriglia.

   Di rifiuti, Impregilo se ne intende. Oltre a cospicue opere pubbliche, fra cui il Ponte sullo Stretto, questa impresa ha infatti la concessione in toto della gestione dei rifiuti in Campania, coi metodi e i risultati a tutti noti e ben esposti nel libro Ecoballe (2008) di Paolo Rabitti, perito della Procura di Napoli, e ora anche da Antonio Polichetti, nell’ ottimo Quo vadis, Italia? (La scuola di Pitagora, Napoli 2011); per non dire del “sistema Commissariato – Impregilo – Camorra” bollato da Adriano Sofri in questo giornale (28 giugno).

   Rischio sismico malcalcolato e dubbia gestione dei rifiuti dovrebbero essere ragioni sufficienti per qualche prudenza sul “passante fiorentino” e sulla stazione di Foster: ma questa non è la stagione della prudenza e delle attese. Al contrario, la tempesta dei mercati e le incapacità del governo concorrono a creare un’aria di crollo imminente che non solo mette fretta alle istituzioni, ma incrementa il peggior cinismo speculativo, e non solo in borsa ma nei territori.

   Qualche esempio, come in un bollettino di guerra che vede ogni giorno nuove devastazioni del paesaggio, nuovi crimini contro l’ambiente in nome del profitto d’impresa. Con un blitz estivo, la giunta leghista di Treviso ha raddoppiato il territorio agricolo cementificabile, portandolo a 338 mila metri quadrati: mossa irresponsabile in una città in cui il 40% del costruito negli ultimi anni risulta invenduto.

   A Milano continuano indisturbati gli scavi per un parcheggio sotto la basilica di Sant’ Ambrogio, dato che (pare) il Comune teme di dover pagare una qualche penale alle ditte interessate: ma oltre ai soldi, ci sono anche moralità, dignità, decenza. Più alto di qualsiasi penale (ammesso che una ve ne sia) è il prezzo che Milano pagherebbe danneggiando uno dei massimi santuari della cristianità e l’ immagine della città.

   Nel mirabile sito archeologico di Sepino in Molise si vuol collocare un vasto parco eolico calpestando il vincolo paesaggistico e il provvedimento cautelare del tribunale di Campobasso; singolarmente anzi, in presenza di un’azione penale, il Consiglio di Stato sembra voler dare una mano all’impresa contro la Soprintendenza. A Cecina in Toscana, su una costa già funestata da cementificazioni, si minaccia di cancellare dune e pinete per aggiungere un nuovo “porto turistico” a quelli che sorgono, semivuoti,a pochi chilometri di distanza.

   Dalle Alpi alla Sicilia, tutto è ridotto a terreno di caccia per i professionisti della razzia, mentre le pubbliche istituzioni che dovrebbero tutelare il bene comune e l’interesse della collettività somigliano sempre più spesso a comitati d’affari, intenti ad aggirare le leggi per favorire chi divora il paesaggio.

   In questa corsa al saccheggio, il confine fra le parti politiche si attenua talvolta fino a sparire. Il pessimo “piano casa” della regione Lazio, approvato in questi giorni con la complicità di frange di “sinistra”, è stato subito accusato dal ministro Galan di palese incostituzionalità (illecito condono edilizio, raddoppio della cubatura nelle aree vincolate, sgangherate deroghe alla pianificazione paesaggistica): possiamo sperare che dai Beni culturali arriveranno sanzioni altrettanto severe agli altri “piani casa” regionali, dal Veneto alla Sardegna?

   Sarebbe una degna risposta alla proposta di Confculture di chiudere il ministero, passando i Beni Culturali fra le competenze del ministero dello Sviluppo (V. Emiliani, L’ Unità, 11 luglio), cioè monetizzando patrimonio culturale e paesaggio in dispregio non solo di ogni competenza specifica, ma della Costituzione.

   L’assalto alla diligenza a cui stiamo assistendo è senza precedenti, anche se insiste nell’abusata retorica degli ultimi trent’anni: i “giacimenti culturali”, l’espansione edilizia senza regole e senza fine come cura della crisi.

   Eppure dovremmo esserci accorti che perseguire (a destra come a “sinistra”) questo modello ha contribuito a portarci nel vicolo cieco in cui siamo. Secondo la Cnn (5 agosto) «l’ economia italiana cresce dello 0,3% annuo, e così sarà nei prossimi anni: un tasso fra i più bassi al mondo, che si unisce all’ enorme debito pubblico, fra i più alti al mondo. Perciò l’ economia italiana non è in grado di generare risorse sufficienti a ripianare il debito».

   A questo siamo giunti inseguendo l’idea perdente dell’edilizia come motore primario dell’ economia, incoraggiandola con un’ondata di piani casa, col “silenzio-assenso”, con condoni e sanatorie in materia urbanistica, paesaggistica e ambientale. Sarebbe tempo di capire che ogni degno progetto per l’Italia dovrà far perno sul rigoroso rispetto della nostra massima risorsa, patrimonio e paesaggio, per investire sul futuro anziché cannibalizzare il presente. – SALVATORE SETTIS

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IL TAGLIO DEI COSTI DELLA POLITICA

IL BUON ESEMPIO È NECESSARIO

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/12/2011

   Niente scherzi. Dopo avere già assistito in questi anni all’incenerimento di «375 mila leggi inutili», all’«abolizione di tutte le Province», a «tagli epocali ai costi della politica », alla «più spettacolare riduzione delle tasse di tutti i tempi», al «taglio di 50 mila poltrone», al «raddoppio del contributo di solidarietà» sulle buste paga dei parlamentari e via tambureggiando in una serie di annunci trionfali evaporati nel nulla, i cittadini non potrebbero perdonare un altro zuccherino propagandistico.

   Gli italiani lo sanno: rotto l’incantesimo del «siamo messi meglio degli altri », la situazione è pesante. Sanno che, per il bene dei figli e dei nipoti, saranno toccate le pensioni. Che, per sottrarre i Comuni con l’acqua alla gola al ricatto di cedere in cambio degli oneri di urbanizzazione su varianti urbanistiche che devastano il paesaggio, sarà reintrodotta (si spera con una equa gradualità) una tassa sulla prima casa.

   Sanno che c’è il rischio di un aumento delle aliquote fiscali per i redditi più alti. Ma guai se, chiamati a fare sacrifici dopo aver già visto nell’ultimo decennio il Pil pro capite calare del 5%, si accorgessero di essere presi in giro. A partire dall’unica vera svolta annunciata: la riforma dei vitalizi.

   Le fibrillazioni di tanti parlamentari davanti all’ipotesi che, con quasi 17 anni di ritardo rispetto alla riforma Dini, passi infine anche per loro dal prossimo 1 gennaio il sistema contributivo, non promettono niente di buono. Tanto più che quelli con meno di 55 anni che vedono di colpo il loro vitalizio alleggerirsi e allontanarsi di anni sono addirittura 238. Quanti bastano, se vogliono, per terremotare il cammino della manovra.

   Certo, resta nei confronti degli altri italiani un privilegio non secondario. Se anche passasse così com’è il progetto di riforma, il parlamentare in aspettativa dal suo lavoro si ritroverebbe, lui solo, con due contributi figurativi che, versati uno dal datore di lavoro e l’altro dal Parlamento, gli garantiranno comunque due assegni pensionistici.

   E meglio sarebbe se la riforma fosse fatta fino in fondo: chi fa il parlamentare fa il parlamentare. Punto. Come in America e in altri Paesi. Con tutte le conseguenze, anche contributive, del caso. Ma, si dice, piuttosto che niente meglio piuttosto. Purché la svolta non venga svuotata da misteriosi codicilli infilati dalle solite misteriose manine. E purché sia chiaro che non si tratta di una regalia nei confronti «del chiasso qualunquista antipolitico » ma di un atto di giustizia.

   «Se si toccano i diritti acquisiti bisognerebbe dare indietro i soldi a quelli che hanno pagato per acquisirli. Sennò è come se li avessero truffati», ha detto con l’aria del condannato al patibolo il deputato «responsabile» Maurizio Grassano.

   Prendetelo in parola: ridategli i soldi e ciao. Perché la truffa è far credere che il vitalizio restituisca al parlamentare solo quanto ha versato. Falso: per ogni euro di contributi che ricevono, le «casse» di Montecitorio e di Palazzo Madama ne sborsano in vitalizi 11.

   Con il sistema attuale, dice uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, un parlamentare di 45 anni con una sola legislatura riceverà in media il 533% di quello che ha versato. Qualunque altra mutua, con i conti così, sarebbe chiusa coi lucchetti.

   Ma se mettere ordine in questo caso spetta al Parlamento (e alle Regioni, troppo spesso tentate dal rinvio nella speranza di non toccare niente) anche il governo deve fare la sua parte. Certe anomalie, certe nomine di ministri e sottosegretari, certi potenziali conflitti d’interesse rischiano di minare una fiducia oggi indispensabile. Mario Monti ha garantito «la massima trasparenza». Prima lo dimostra, meglio è. (Gian Antonio Stella)

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RETROSPETTIVA…

MICHEL FOUCAULT (scritto nel 1977)

VIAGGIO NELL’ ITALIA ANNI ’60 (PASOLINI, I GIOVANI, L’ AMORE, IL SESSO)

di MICHEL FOUCAULT, da “la Repubblica” del 27/4/2010

– La recensione di Michel Foucault (1977) sul docu-film “Comizi d’Amore” di Pier Paolo Pasolini (1963) –

   Come nascono i bambini? Li porta la cicogna, da un fiore, li manda il buon dio, o arrivano con lo zio calabrese. Guardate il volto di questi ragazzini, invece: non danno affatto l’impressione di credere a ciò che dicono. Con sorrisi, silenzi, un tono lontano, sguardi che fuggono a destra e sinistra, le risposte a tali domande da adulti possiedono una perfida docilità; affermano il diritto di tenere per se ciò che si preferisce sussurrare.

   Dire “la cicogna” è un modo per prendersi gioco dei grandi, per rendergli la loro stessa moneta falsa; è il segno ironico e impaziente del fatto che il problema non avanzerà di un solo passo, che gli adulti sono indiscreti, che non entreranno a far parte del cerchio, e che il bambino continuerà a raccontarsi da solo il “resto”.

   Così comincia il film di Pasolini. Enquête sur la sexualité (Inchiesta sulla sessualità) è una traduzione assai strana per Comizi d’amore: comizi, riunioni o forse dibattiti d’amore. È il gioco millenario del “banchetto”, ma a cielo aperto sulle spiagge e sui ponti, all’angolo delle strade, con bambini che giocano a palla, con ragazzi che gironzolano, con donne che si annoiano al mare, con prostitute che attendono il cliente su un viale, o con operai che escono dalla fabbrica.

   Molto distanti dal confessionale, molto distanti anche da quelle inchieste in cui, con la garanzia della discrezione, si indagano i segreti più intimi, queste sono delle Interviste di strada sull’amore. Dopo tutto, la strada è la forma più spontanea di convivialità mediterranea. Al gruppo che passeggia o prende il sole, Pasolini tende il suo microfono come di sfuggita: all’ improvviso fa una domanda sull’ “amore”, su quel terreno incerto in cui si incrociano il sesso, la coppia, il piacere, la famiglia, il fidanzamento con i suoi costumi, la prostituzione con le sue tariffe.

   Qualcuno si decide, risponde esitando un poco, prende coraggio, parla per gli altri; si avvicinano, approvano o borbottano, le braccia sulle spalle, volto contro volto: le risa, la tenerezza, un po’ di febbre circolano rapidamente tra quei corpi che si ammassano o si sfiorano. Corpi che parlano di loro stessi con tanto maggior ritegno e distanza quanto più vivo e caldo è il contatto: gli adulti parlano sovrapponendosi e discorrono, i giovani parlano rapidamente e si intrecciano.

   Pasolini l’intervistatore sfuma: Pasolini il regista guarda con le orecchie spalancate. Non si può apprezzare il documento se ci si interessa di più a ciò che viene detto rispetto al mistero che non viene pronunciato. Dopo il regno così lungo di quella che viene chiamata (troppo rapidamente) morale cristiana, ci si poteva aspettare che nell’ Italia di quei primi anni sessanta ci fosse un certo qual ribollimento sessuale. Niente affatto.

   Ostinatamente, le risposte sono date in termini giuridici: pro o contro il divorzio, pro o contro il ruolo preminente del marito, pro o contro l’obbligo per le ragazze a conservare la verginità, pro o contro la condanna degli omosessuali. Come se la società italiana dell’ epoca, tra i segreti della penitenza e le prescrizioni della legge, non avesse ancora trovato voce per raccontare pubblicamente il sesso, come fanno oggi diffusamente i nostri media.

   «Non parlano? Hanno paura di farlo», spiega banalmente lo psicanalista Musatti, interrogato ogni tanto da Pasolini, così come Moravia, durante la registrazione dell’inchiesta. Ma è chiaro che Pasolini non ci crede affatto. Credo che ciò che attraversi il film non è l’ossessione per il sesso, ma una specie di timore storico, un’esitazione premonitrice e confusa di fronte a un regime che allora stava nascendo in Italia: quello della tolleranza.

   È qui che si evidenziano le scissioni, in quella folla che tuttavia si trova d’accordo a parlare del diritto, quando viene interrogata sull’amore. Scissioni tra uomini e donne, contadini e cittadini, ricchi e poveri? Sì, certo, ma soprattutto quelle tra i giovani e gli altri.

   Questi ultimi temono un regime che rovescerà tutti gli adattamenti, dolorosi e sottili, che avevano assicurato l’ecosistema del sesso (con il divieto del divorzio che considera in modo diseguale l’uomo e la donna, con la casa chiusa che serve da figura complementare alla famiglia, con il prezzo della verginità e il costo del matrimonio).

   I giovani affrontano questo cambiamento in modo molto diverso: non con grida di gioia, ma con una mescolanza di gravità e di diffidenza perché sanno che esso è legato a trasformazioni economiche che rischiano assai di rinnovare le diseguaglianze dell’età, della fortuna e dello status. In fondo, i mattini grigi della tolleranza non incantano nessuno, e nessuno vede in essi la festa del sesso.

   Con rassegnazione o furore, i vecchi si preoccupano: che fine farà il diritto? E i “giovani”, con ostinazione, rispondono: che fine faranno i diritti, i nostri diritti?

   Il film, girato quindici anni fa, può servire da punto di riferimento. Un anno dopo Mamma Roma, Pasolini continua su ciò che diventerà, nei suoi film, la grande saga dei giovani. Di quei giovani nei quali non vedeva affatto degli adolescenti da consegnare a psicologi, ma la forma attuale di quella “gioventù” che le nostre società, dopo il Medioevo, dopo Roma e la Grecia, non hanno mai saputo integrare, che hanno sempre avuto in sospetto o hanno rifiutato, che non sono mai riuscite a sottomettere, se non facendola morire in guerra di tanto in tanto.

   E poi il 1963 era il momento in cui l’Italia era entrata da poco e rumorosamente in quel processo di “espansione – consumo – tolleranza” di cui Pasolini doveva redigere il bilancio, dieci anni dopo, nei suoi Scritti corsari. La violenza del libro dà una risposta all’ inquietudine del film.

   Il 1963 era anche il momento in cui aveva inizio un po’ ovunque in Europa e negli Stati Uniti quella messa in questione delle forme molteplici del potere, che le persone sagge ci dicono essere “alla moda”. E sia pure! Quella “moda” rischia di rimanere in voga ancora per un po’ di tempo, come accade in questi giorni a Bologna. – MICHEL FOUCAULT (scritto nel 1977)(Traduzione dal francese di Raoul Kirchmayr)

One thought on “GEOGRAFIA DEL DISAGIO ITALIANO – il RAPPORTO CENSIS che descrive un Paese che deve ritrovare se stesso – ANTROPOLOGIA DEL CAMBIAMENTO NECESSARIO: percorsi nostri su povertà da evitare, lavoro manuale “artigiano” da rilanciare, paesaggio da tutelare

  1. lucapiccin venerdì 9 dicembre 2011 / 20:54

    Bella successione di testi in crescendo con una spruzzata di Foucault nel finale che fa sempre bene.

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