PROVINCE ANCORA UNA VOLTA SALVATE – I vecchi regimi territoriali difficili da superare – e le CITTA’ al posto dei COMUNI? le AREE METROPOLITANE e MACROREGIONI al posto delle attuali REGIONI?

ridisegnare l'Italia: come?

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   Questo il testo dei commi relativi al tentativo di abolizione-superamento delle Province dell’art. 23 del Decreto Legge del governo “Monti” (il cosiddetto Decreto ‘SalvaItalia’), varato dal Consiglio dei Ministri del 4 dicembre scorso: la parte in grassetto è quella modificata all’ultimo momento che rimanda a una successiva legge l’effettiva applicazione di svuotamento dei poteri (e dei costi) delle Province:
14. Spettano alla Provincia esclusivamente le funzioni di indirizzo politico e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze.
15. Sono organi di governo della Provincia il Consiglio provinciale ed il Presidente della Provincia. Tali organi durano in carica cinque anni.
16. Il Consiglio provinciale è composto da non più di dieci componenti eletti dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia. Le modalità di elezione sono stabilite con legge dello Stato entro il 30 aprile 2012.
17. Il Presidente della Provincia è eletto dal Consiglio provinciale tra i suoi componenti.
18. Fatte salve le funzioni di cui al comma 14, lo Stato e le Regioni, con propria legge, secondo le rispettive competenze, provvedono a trasferire ai Comuni, entro il 30 aprile 2012, le funzioni conferite dalla normativa vigente alle Province, salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, le stesse siano acquisite dalle Regioni, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. In caso di mancato trasferimento delle funzioni da parte delle Regioni entro il 30 aprile 2012, si provvede in via sostitutiva, ai sensi dell’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131, con legge dello Stato.
19. Lo Stato e le Regioni, secondo le rispettive competenze, provvedono altresì al trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali per l’esercizio delle funzioni trasferite, assicurando nell’ambito delle medesime risorse il necessario supporto di segreteria per l’operatività degli organi della provincia.
20. Con legge dello Stato è stabilito il termine decorso il quale gli organi in carica delle Province decadono.
21. I Comuni possono istituire unioni o organi di raccordo per l’esercizio di specifici compiti o funzioni amministrativi garantendo l’invarianza della spesa.
22. La titolarità di qualsiasi carica, ufficio o organo di natura elettiva di un ente territoriale non previsto dalla Costituzione è a titolo esclusivamente onorifico

(testo ripreso da http://met.provincia.fi.it/ del 5/12/2011)

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   All’articolo 23 della versione definitiva del cosiddetto decreto «salva Italia» è spuntato a sorpresa un comma con il quale si stabilisce che sarà una «legge dello Stato» a dire entro quale termine gli organi delle Province decadranno. Nell’originaria stesura il nuovo premier Monti aveva trovato l’escamotage per abolire, superare, le Province (che solo con legge costituzionale si posso appunto abolire) con un vero e proprio loro svuotamento di potere e di ogni apparato politico e funzione amministrativa. Il numero dei consiglieri scende(va) a dieci, non più eletti, ma nominati dai consigli comunali. Le loro competenze (e soldi assegnati) andavano alle Regioni e ai Comuni. Tutto questo resta, sia chiaro, ma solo nelle intenzioni: ora (a sorpresa, nella stesura definitiva del decreto) ci vuole una legge dello Stato, del Parlamento, entro il 30 aprile prossimo: ma nessuno crede che ci sia una volontà politica di fare questo.

   E’ già accaduto pochi mesi fa, in agosto… Il “decreto-manovra finanziaria” del Governo del 12 agosto, per affrontare la grave crisi di bilancio nazionale (sotto la spinta emotiva di quel momento, e dell’Europa, dell’aggravamento della situazione finanziaria), aveva avuto tra le sue decisioni più importanti l’emanazione di un decreto che, oltre a prevedere l’accorpamento dei piccoli comuni (quelli sotto i mille abitanti), scioglieva di fatto 37 province (su 110 che ci sono)…Ma ecco che il giorno successivo spuntava un primo intoppo: il decreto, votato e pubblicizzato in conferenza stampa il 12 agosto, parlava di abolizione delle provincie con meno di 300mila abitanti. Ma appunto il giorno successivo, il 13 agosto, l’allora ministro Calderoli specificava che per essere abolite quelle provincie dovevano pure avere una superficie di meno di 3.000 Kmq… E così si “salvarono” due provincie importanti, anche nel panorama della presenza territoriale leghista di allora, cioè quelle di Sondrio e di Belluno (ora Belluno è commissariata). E da 37 si passò a 29, e poi a niente. Tutto fu riposto in un cassetto, e si decise (Calderoli) di mettere in atto l’iter legislativo di una proposta di revisione costituzionale (che mai, questo iter, nei 5 mesi successivi da allora fu avviato).

le attuali Province

   Se era pur vero che il fine del nuovo governo “dei tecnici” di superamento-svuotamento delle Province aveva come fine unico l’effettivo risparmio nei costi della politica (che condividiamo con convinzione), questo provvedimento però incideva concretamente nel raggiungimento di una delle riforme territoriali tra le più importanti (e non realizzate finora): l’inizio della revisione della attuale organizzazione delle istituzioni territoriali (8.100 comuni, 110 province, 20 regioni) con un sistema di enti territoriali che, pur non mettendo in forse tradizioni e culture specifiche (e l’efficacia dei servizi sui territori ai cittadini, anzi!) portasse, nell’eliminazione delle Province, a individuare da un lato l’avvio delle già previste AREE METROPOLITANE, ma anche la revisione delle attuali Regioni (con la creazione di MACROREGIONI), e al posto dei Comuni creare delle CITTA’ di almeno 60.000 abitanti (in territori storicamente, geomorfologicamente, storicamente vicini, simili) più confacenti a dare migliori servizi ai cittadini (ora in balìa dell’eccessivo spezzettamento di poteri amministrativi locali in appunto troppi ottomila comuni) e maggior valore al diritto di cittadinanza rispetto ad altri luoghi dove amministrazioni cittadine hanno più autorevolezza politica (e mezzi finanziari).

   Il fatto stesso che nel decreto Monti i CONSIGLI PROVINCIALI non possano prevedere più di 10 membri e non siano più di nomina diretta ma siano eletti dai consigli comunali dei Comuni di appartenenza territoriale della provincia, fa pensare alla “involontaria” ma virtuosa connessione tra la nostra PROPOSTA GEOGRAFICA  e quella del Governo Monti. Infatti la nostra proposta geografica indicava, in larga parte dei territori provinciali italiani, con l’accorpamento degli enti locali, una media di non più di 10 “COMUNI-CITTA’” per provincia: appunto quasi che la “proposta Monti” di 10 consiglieri provinciali venisse a raccordarsi al fatto che ogni nuova città (al posto dei medi e micro comuni) esprimesse in se un proprio consigliere nell’assemblea provinciale. (Vi proponiamo qui, in questo pdf, l’esempio a suo tempo fatto dei comuni della provincia di Treviso, 95 enti locali, che potrebbero diventare 10 città di circa 60.000 abitanti ciascuna: 10 città per la Marca Trevigiana – mappa ).

   Ma i vecchi REGIMI TERRITORIALI, gli apparati locali, neanche un governo di emergenza con delega a “far tutto”, riesce a scardinare. Forse il processo di utile superamento delle province avverrà veramente (ce lo auguriamo… con legge dello stato entro il 30 aprile 2012…), ma è difficile pensarlo e crederci. Ed è un peccato che “l’occasione” della crisi attuale (a volte le maggiori riforme si riesce a farle solo in tempo difficili) possa lasciarsi sfuggire una RIORGANIZZAZIONE GEOGRAFICA TERRITORIALE degli organismi di amministrazione (e coesione) delle nostre comunità.

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SE UN COMMA RINVIA I TAGLI ALLE PROVINCE

di Sergio Rizzo, da “il  Corriere della Sera” del 8/12/2011

– I tempi saranno definiti con una legge. L’incognita del via libera dei partiti –

   Mario Monti ha imparato a proprie spese che cosa significhi toccare le Province. Tutti, a destra come a sinistra, sentenziano che sono inutili. Tutti, a sinistra come a destra, dicono che bisogna abolirle. Guai, però, soltanto a sfiorarle. Subito parte la sassaiola. Che mai è stata così violenta: questa volta avevano capito che si stava facendo sul serio, anche per l’urgenza di mandare un segnale chiaro e inequivocabile a Francoforte.

   Ricordate la famosa lettera della Banca centrale europea firmata congiuntamente dal presidente uscente Jean-Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi, pubblicata lo scorso 29 settembre dal Corriere? Meno esplicito, il suggerimento che conteneva non poteva essere: «C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province)».

   E Monti l’ha preso talmente sul serio da aver trovato un grimaldello micidiale per assestare un colpo mortale a quegli enti, senza dover ricorrere a una faticosa modifica costituzionale. Ha semplicemente svuotato le Province dei loro scarsi poteri, disponendo per decreto la conseguente abolizione delle giunte e la drastica riduzione dei consigli provinciali.
Difficile dire se avesse messo nel conto la pioggia di pietre che gli sono arrivate addosso da tutte le parti. Destra e sinistra ancora una volta davvero in sintonia. «Noi ce ne andiamo dall’Unione delle Province italiane», ha ringhiato il presidente della Provincia di Latina, Armando Cusani, pidiellino. «Tagliamo tutto quello che dobbiamo tagliare, ma non a casaccio», ha messo le mani avanti il leader della sinistra Nichi Vendola. Mentre dal segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, arrivava ai rivoltosi un messaggio di tangibile solidarietà: «Avete tutto il nostro sostegno. Vi appoggiamo perché la vostra è una battaglia di democrazia».

   Intanto il presidente della Conferenza delle Regioni, il democratico Vasco Errani, ammoniva: «Attenti. Ci possono essere costi più alti. Il personale, per esempio, dove va a finire?». E il deputato del Pd Enrico Gasbarra, ex presidente della Provincia di Roma, tagliava corto: «Cancellare gli eletti dal popolo senza che abbiano terminato il loro mandato la trovo una scelta demagogica e grave».

   Ma a Monti nemmeno il suo successore Nicola Zingaretti le mandava a dire: «Siamo quelli che di più si sono impegnati per ridurre o eliminare la spesa pubblica. Chi oggi guida le Province lo fa perché è stato votato da milioni di italiani».

   Senza contare poi altri aspetti non marginali del problema, come dimostra il caso della Provincia di Bologna, attualmente impegnata in un investimento di oltre 30 milioni per costruire una nuova sede. A quel punto assolutamente inutile.
Nel Pd, insomma, il malumore cresceva fino a prendere la forma di una protesta semiufficiale contro la decadenza automatica e per decreto delle giunte e dei consiglieri. Idem capitava nel Pdl, dove volavano anche parole grosse all’indirizzo della decisione di Monti. «Gettano fumo negli occhi e fanno demagogia», ha commentato il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà, berlusconiano di ferro.

   Né ha usato particolari diplomazie il presidente dell’Unione Province, Giuseppe Castiglione, pidiellino e presidente della Provincia di Catania: il quale ha minacciato il ricorso alla Corte costituzionale, anche dopo la notizia che il governo ci aveva ripensato.
All’articolo 23 della versione definitiva del decreto «salva Italia» è infatti spuntato a sorpresa un comma con il quale si stabilisce che sarà una «legge dello Stato» a dire entro quale termine gli organi delle Province decadranno.

   Se sia stato il Quirinale a imporre questa modifica, preoccupato per le possibili proteste alla Consulta, oppure se sia il risultato delle pressioni inaudite che si sono scatenate, lo sapremo presto. Vero è che difficilmente, se fosse scoppiato un contenzioso davanti alla Corte costituzionale, la Corte suprema avrebbe potuto dare man forte al governo bocciando i ricorsi di consiglieri eletti per cinque anni e dimissionati per decreto.

   La conseguenza è che nel frattempo in 4.520 hanno tirato un bel respiro di sollievo. Tanti sono consiglieri e assessori che potenzialmente avrebbero rischiato di perdere la poltrona, come diceva la versione di partenza della norma, il 30 novembre 2012. E che adesso, invece, potranno sperare di arrivare almeno fino alla fine del loro mandato. Il che non è un dettaglio.

   La maggior parte delle giunte provinciali in carica ha ancora tre anni e mezzo di vita. Per allora potrà succedere di tutto. Questo è il vero rischio: il governo di Mario Monti non durerà oltre la primavera del 2013. E possiamo già scommettere che assisteremo a una estenuante melina per non far vedere la luce a quella legge prima di allora.
L’importante è che questo imprevisto, che però non era nemmeno troppo complicato prevedere, non diventi la pietra tombale dell’operazione compromettendo la vera sostanza del provvedimento, cioè il trasferimento delle competenze provinciali a Comuni e Regioni entro il prossimo 30 aprile.

   Saranno quelli, e non i tagli delle poltrone (che la relazione tecnica alla manovra cifra in 65 milioni di euro), a dare i risparmi in prospettiva più consistenti. Meno passaggi intermedi, meno burocrazia, meno veti da dover rimuovere ogni volta che c’è da prendere una decisione. Vi pare poco? (Sergio Rizzo)

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LE PROVINCE: ABOLIRCI È INCOSTITUZIONALE

di Claudio Baccarin, da “la Tribuna di Treviso” del 8/12/2011

Vertice dei presidenti veneti, ricorso alla Consulta tramite la Regione. Muraro: «A decidere è il popolo, non un burocrate»

PADOVA – Quante mani ha stretto. Quanti nastri ha tagliato. Quanti calici ha levato. Ben 226.788 voti (il 57,46%) ha raccolto a maggio il leghista trevigiano Leonardo Muraro. E adesso, zac, arriva un «burocrate che non è stato eletto da nessuno» e in un attimo svuota di funzioni le Province prima di chiuderle.

   Ma il «no» all’articolo 23 (commi 14 e 21) della manovra Monti è risultato trasversale: dalla stessa parte del tavolo, al dodicesimo piano, della Torre di piazza Bardella, si sono ritrovati ieri gli altri due presidenti del Carroccio Francesca Zaccariotto e Attilio Schneck, Tiziana Virgili del Pd, Barbara Degani e Giovanni Miozzi (indicati dal Pdl). Manca Belluno perchéla Provincia, che già ad agosto era stata indicata tra quelle da tagliare, nel frattempo è stata commissariata. «Incaricheremo un avvocato – dice subito Muraro, portavoce dei colleghi – di presentare ricorso contro un provvedimento che è anticostituzionale.

   Abbiamo convocato per mercoledì 14, alle ore 17, nell’auditorium della Provincia di Treviso, un’assemblea plenaria dei consiglieri provinciali del Veneto. Approveremo in quella sede un ordine del giorno che contesta la legittimità del decreto legge per la parte che riguarda l’abolizione della giunta e del consiglio e chiederemo lo stralcio dei relativi articoli». Che trasformanola Provinciain un ente di secondo grado con un presidente e un consiglio di dieci componenti eletti dai Comuni.

   Che non ci sia tempo da perdere lo testimonia il vicentino Schneck, che in diretta dà disposizioni ai suoi uffici. «Sì, c’è consiglio straordinario a Treviso mercoledì 14: preparate il pullman». Il passaggio cruciale della «rivolta» è costituito dall’incontro che i presidenti delle Province avranno martedì prossimo (in un primo tempo pareva che il vertice si potesse fare già venerdì) con il governatore Luca Zaia, il cui sostegno sarà fondamentale. Tecnicamente, infatti, toccherà alla Regione presentare il ricorso.

   Nel frattempo le Province predisporranno i loro bilanci «per far vedere quali sono gli effettivi costi stanziati per gli amministratori». Ma a primavera 2012 si vota o meno per il rinnovo degli enti a Vicenza e Belluno? «Martedì – risponde Schneck – pareva sicuro che non saremmo andati a votare. Adesso pare si vada ad elezioni per un consiglio a 14 più il presidente». Boh. La difesa dei presidenti delle Province del Veneto passa anche dai numeri. In primis da quello dei 2700 dipendenti che dovranno essere ricollocati tra Comuni e Regione.

   «Un’operazione dispendiosa – puntualizza il veronese Miozzi – Noi abbiamo 480 dipendenti. Mettiamo pure che si risparmino 5-600 mila euro per i costi della politica. Nel contempo però, se trasferissimo in Regione i lavoratori applicando loro il relativo contratto, avremmo una spesa di 2 milioni 400 mila euro in più, con un aggravio di 1 milione 800 mila euro. Ditemi allora dov’è il risparmio».

   Che non sia solo una battaglia volta a garantire le poltrone di presidenti, assessori e consiglieri lo garantisce la veneziana Zaccariotto: «Ci preoccupa il fatto – argomenta – che non si sa chi svolgerà al posto nostro le funzioni delle Province. Ad esempio, chi si occuperà dell’edilizia scolastica? Il provvedimento di Monti elimina il federalismo».

   La Zaccariottosi spinge anche più in là: «Se davvero questa linea di assoluta cecità andrà avanti, potremo nelle prossime settimane azzerare la tassazione e spendere tutto quello
che abbiamo per i servizi ai nostri cittadini».Insomma, il gioco si fa duro. Ma i partiti raccoglieranno le istanze delle Province? «Ci auguriamo che i nostri referenti a Roma ci diano retta. Altrimenti la prossima volta che verranno a chiedere voti…». (Claudio Baccarin)

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BARCA: “AVANTI COL FEDERALISMO”

di Alberto Francesconi, da “il Gazzettino” del 8/12/2011

– Il ministro per la coesione: «Il processo è ormai avviato e farà il suo corso, sì ai costi standard» –

   Una settimana per far decollare un “piano di azione coesione” in grado di garantire sviluppo alle Regioni nonostante la drastica stretta imposta dal Governo Monti. È la sfida che si trova ad affrontare Fabrizio Barca, 57 anni, neo ministro per la Coesione territoriale che martedì ha illustrato alle commissioni Bilancio di Camera e Senato le linee della sua azione.

Ministro, la sola formulazione del suo dicastero ha fatto venire l`orticaria ai vertici della Lega Nord. Ci sarà una marcia indietro rispetto alla riforma del federalismo?

«No. C`è una straordinaria continuità con il governo precedente, dove la funzione della coesione territoriale era già esistente all`interno del ministero degli Affari regionali. Il fine rimane quello di attuare l`indirizzo che promuova l`utilizzo dei fondi comunitari a beneficio di tutto il Paese».

Quindi la riforma federalista non si fermerà?

«No, il processo già avviato dal precedente governo sarà completato e farà il suo corso».

Anche per quanto riguarda i trasferimenti legati ai costi standard e non alla spesa storica? «Certamente, è una linea che personalmente considero appropriata e consona. Perché significa che l`utilizzo delle risorse è legato alla definizione dei costi, degli standard qualitativi e dei servizi erogati».

In commissione però ha già detto che non sappiamo spendere i soldi. Siamo in grave ritardo nell`utilizzo dei fondi comunitari.

«L`Italia ha accumulato un grave ritardo, cosa che in passato non era accaduta. Se prima avevamo una percentuale di pagamenti comunitari del 16 per cento, ora siamo scesi al 7,4 per cento. È una cosa inaccettabile, perché rischiamo di perdere i finanziamenti ma anche di essere ridimensionati nella prossima programmazione dei fondi 2016-2020. Anche su questo aspetto vedo una continuità con il Governo precedente: il tema dell`utilizzo dei fondi comunitari era al centro della lettera del presidente del Consiglio alla Commissione europea del 26 ottobre scorso».

Il piano di azione coesione invita le Regioni a utilizzare meglio i fondi. Ma lei ha dichiarato che rispetto al passato le Regioni devono anche “disamorarsi di alcune cose”. Che cosa significa?

«Quando si destinano risorse per determinati interventi bisogna vedere se poi ci sono la capacità, i tempi e le condizioni per realizzarli. Se ci si accorge che la strada intrapresa è sbagliata, bisogna abbandonarla».

Il suo piano prevede significative azioni di sviluppo, ma restano pochi giorni per concordarlo con le Regioni. Ce la farete?

«Ci sono tutte le condizioni per riuscire. Il Governo ha inserito nel decreto una norma che consente alle Regioni di derogare al Patto di stabilità interno quando si utilizzano fondi comunitari fino a una soglia di un miliardo di euro per tre anni. Questa possibilità è estremamente importante, per le Regioni del Centro Nord l`impostazione è automatica, mentre al Centro Sud è subordinata alla chiusura di un accordo entro il 15 dicembre. Se si fa presto, i benefici saranno per tutti».

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lo stato legislativo attuale (AL 30/11/2011) del FEDERALISMO FISCALE

Ministero dell’Economia e delle Finanze

RICOGNIZIONE SULLO STATO DI ATTUAZIONE DELLA DELEGA CONTENUTA NELLA LEGGE N. 42/2009

A cura della Segreteria tecnica della Copaff (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale)

   A due anni dall’emanazione della legge delega n. 42/09, il processo di attuazione del federalismo fiscale, anche se non può dirsi completato, ha fatto significativi passi in avanti.

   All’attualità sei decreti legislativi hanno concluso il loro iter di emanazione e sono stati pubblicati nella Gazzetta Ufficiale:

federalismo demaniale (d. lgs. n. 85/2010 in G.U. n. 134 dell’11.6. 2010);

ordinamento transitorio di Roma Capitale (d. lgs. n. 156/20010 in G.U. n. 219 del 18.9.2010);

determinazione dei costi e fabbisogni standard di comuni, città metropolitane e province (d. lgs. n. 216/2010 in G.U. n. 294 del 17.12.2010);

federalismo fiscale municipale (d. lgs. n. 23/2011 in G.U. 67 del 23.3.2011);

autonomia di entrata di regioni a statuto ordinario e province nonché determinazione di costi e fabbisogni standard nel settore sanitario (d. lgs. n. 68/2011 in G.U. n. 109 del 12.5.2011);

risorse aggiuntive ed interventi speciali per la rimozione degli squilibri economici, attuativo dell’art. 16 della legge n. 42/09 (d. lgs. n. 88/2011 in G.U. n. 143 del 22.6.2011)

   A questi vanno aggiunti:

– lo schema di decreto legislativo in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e dei bilanci delle

Regioni, degli enti locali e dei loro enti ed organismi, approvato in via definitiva dal Consiglio dei

Ministri il 9 giugno 2011 ed in attesa di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale;

– lo schema di decreto legislativo in materia di premi e sanzioni e meccanismi di governance,

attualmente all’esame della Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale.

   Il quadro complessivo degli interventi si completa, poi, con i seguenti ulteriori provvedimenti:

– decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 22 novembre 2010, recante Disposizioni in materia

di perequazione infrastrutturale, emanato ai sensi dell’articolo 22 della legge 5 maggio 2009, n. 42.

– d.P.C.M. 6 agosto 2009, recante “Istituzione del Tavolo di confronto tra il Governo e le Regioni a

Statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano, in attuazione dell’articolo 27, comma

7, della legge 5 maggio 2009, n. 42.

PER AVERE TUTTE LE INFORMAZIONI SULLO STATO DELL’ITER DEL FEDERALISMO FISCALE CLICCA SU QUESTO PDF: 2011_11_24_relazionecopaff_attuazione_federalismo

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LA QUALITÀ CHE MANCA ALLA PICCOLA PROVINCIA

di Guglielmo Barone, da “LA VOCE.INFO” del 06.12.2011 ( http://www.lavoce.info/ )

   Si parla tanto, e da tempo, di abolizione delle province o comunque di razionalizzazione del sistema.  Intanto il loro numero cresce: da95 a110 negli ultimi venti anni. Perché si pensa che avere molte province, di dimensioni ridotte, sia importante per le specificità dei territori: più è omogenea l’area governata dall’ente locale, migliore sarà la sua azione. Ma alla nascita di otto nuove province nel corso degli anni Novanta e al conseguente frazionamento territoriale non ha fatto seguito alcun miglioramento nella qualità di alcuni beni pubblici offerti.

   Se ne parla da tempo, a ondate. Nel dibattito italiano di politica economica costituiscono uno degli argomenti più ricorrenti. Si tratta delle province: periodicamente se ne invoca, con insolito e generalizzato consenso, l’abolizione o la riduzione o qualche altra forma di razionalizzazione. E tuttavia, anche limitandosi agli anni Duemila, il loro numero è costantemente aumentato. Nel 2001 si è passati da103 a 107, nel2004 a 110.

   Lontano dai riflettori mediatici, esistono inoltre progetti di legge per l’istituzione di altre nuove province. Recentissimamente il tema è tornato in agenda sull’onda della crisi del debito sovrano che il Paese sta attraversando. Si sta profilando una decisa inversione di tendenza. Il 5 dicembre scorso il presidente Monti, illustrando la manovra alla Camera, ha affermato che il suo governo “esprime la netta convinzione che si debba andare al superamento delle province, e si impegnerà fattivamente a favore di provvedimenti in Parlamento in questa direzione”. Tale superamento richiederà tempi lunghi, dal momento che le province sono previste dalla Costituzione. Nel frattempo, il cosiddetto decreto salva-Italia prevede un forte snellimento di giunte e consigli provinciali.
I RISULTATI DI OTTO NUOVE PROVINCE
Anche senza entrare nel merito della rilevanza delle funzioni delle province, occorre chiedersi se l’attuale numerosità è il miglior modo per esercitare queste funzioni. Uno degli argomenti a favore di un numero relativamente elevato di province – quale quello attuale – fa riferimento alle “specificità” dei territori: una provincia piccola e maggiormente omogenea al suo interno renderebbe più efficace la fornitura dei beni pubblici di competenza.
In un mio recente lavoro mostro che questo argomento non regge alla prova dei fatti. Alla metà degli anni Novanta hanno visto la luce otto nuove province: Verbano-Cusio-Ossola, Biella, Lecco, Lodi, Rimini, Prato, Crotone, Vibo Valentia. È così successo che, a partire da un certo momento in poi, alcuni comuni – partizioni che ben approssimano i territori – hanno potuto beneficiare di una provincia di appartenenza più piccola o di un capoluogo di provincia più vicino.

   Per questi comuni (chiamiamoli comuni “trattati”) è legittimo attendersi, se le specificità locali contano, un miglioramento della qualità dell’azione delle province. Questo (eventuale) miglioramento va peraltro confrontato con quello relativo a un gruppo di altri comuni che non sono stati interessati dal frazionamento territoriale e che presentano caratteristiche molto simili ai primi (“controlli”). In questo modo è possibile isolare l’effetto imputabile alle nuove province.
Per misurare qualità ed efficacia dell’azione delle province guardiamo ai beni pubblici in questione. La maggior parte della spesa, a parte l’autoamministrazione, è assorbita dalla gestione del territorio, dalla tutela ambientale, dalla promozione dello sviluppo economico, dall’istruzione e da viabilità e trasporti. Per gli ultimi tre beni pubblici le misure sono facilmente disponibili: lo sviluppo locale è approssimabile con la crescita della popolazione, l’istruzione con la quota di popolazione con un grado di istruzione almeno pari a quello dell’obbligo e la viabilità con il numero di incidenti stradali (ogni 100 abitanti).
Ebbene, l’esercizio mostra che con l’esperienza di metà anni Novanta non si è avuto alcun beneficio nei termini sopra esposti.

(per vedere tabelle e l’articolo integralmente vai sul sito de laVoce.info –

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002714.html

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PIÙ CORAGGIO SU PROVINCE E COMUNI

di Alessandro MARAN, 27/9/2011

dal sito “qualcosa di riformista magazine –

http://www.qdrmagazine.it/

   Bassi salari, alta disoccupazione, diseguaglianza crescente rischiano di trasformare le preoccupazioni economiche degli italiani in risentimento. E prima che le difficoltà e il risentimento crescano ulteriormente, l’Italia deve optare per le riforme. Dobbiamo offrire un cambiamento sia nelle politiche sia nel modo di fare politica. Subito, come abbiamo detto, l’adeguamento delle indennità e del numero degli eletti alla media europea. Ma dobbiamo mettere ordine nella casa della politica: la Pubblica amministrazione. Con scelte emblematiche.

   Non si capisce perché l’Italia debba avere quattro livelli territoriali costituzionalmente garantiti: lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni. La Francia prevede in Costituzione i Comuni e i Dipartimenti; la Germania i Comuni e i Länder. Questo non vuol dire che non esistano altri livelli territoriali (le Regioni in Francia, i Distretti in Germania), ma non sono enti politici costituzionalmente garantiti, bensì luoghi di coordinamento territoriale.

   Va da sé, inoltre, che l’abolizione delle Province come enti costituzionali e politici consente un importante risparmio nel bilancio dello Stato e colpisce anche gli agglomerati parassitari che creano una giustificata protesta da parte dei cittadini.

   Vale anche per i comuni. La dimensione territoriale dei nostri comuni è ancora quella del Medio Evo: la distanza che si poteva percorrere a piedi sulle strade di allora nelle ore di luce. Ma oggi l’economia del paese ha bisogno di avviare grandi trasformazioni e il ripensamento di un’organizzazione territoriale finora policentrica e dispersa (un ripensamento che deve avvenire in direzione dell’apertura alla globalità, da una parte, e in direzione dell’integrazione tra più città e più sistemi locali, dall’altra) costituisce forse il capitolo più importante di questo progetto.

   Le città, infatti, stanno mutando funzioni, posizione e funzionamento interno in tutta Europa e l’organizzazione della produzione e dei servizi, per tutte le cose di qualità, sta sempre più uscendo dal tradizionale spazio urbano, divenuto troppo limitato, per approdare ad aree più estese. E in tutta Europa, negli anni ’90, c’è stato un grande fervore riformatore per definire un nuovo ordine territoriale.

   A Rotterdam un network amministrativo che include anche altre municipalità è stato tentato per definire la “Citta-regione”; a Lione si è creata una “regione urbana” con le città vicine e così via. In Germania ogni Land ha usato le ricette più convenienti per gli accorpamenti. In Danimarca hanno ridotto i Comuni da 1388 a 275, in Belgio da oltre 2500 a meno di 600, in Inghilterra da 1830 a 486.

   Insomma, quello delle cento città è un mito antico della politica italiana, ma questa deve rinnovare le sue parole d’ordine se vuole affrontare le sfide del futuro. (Alessandro Maran)

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One thought on “PROVINCE ANCORA UNA VOLTA SALVATE – I vecchi regimi territoriali difficili da superare – e le CITTA’ al posto dei COMUNI? le AREE METROPOLITANE e MACROREGIONI al posto delle attuali REGIONI?

  1. giga martedì 18 giugno 2013 / 10:11

    Tra le attuali provincie manca MB, Monza Brianza

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