L’ACCORDO al vertice di Bruxelles dell’8/9 dicembre SALVA L’EURO e realizza una politica di bilancio comune in tutti i 26 PAESI dell’UE (esclusa la GRAN BRETAGNA). Il PROBLEMA resta la RECESSIONE, la crisi economica e I GIOVANI EUROPEI con poche speranze di lavoro e senza opportunità

Nell’immagine Ventotene - L’ISOLA DI VENTOTENE è lunga circa due chilometri e larga fra duecento e ottocento metri, battuta dal mare ed esposta a tutti i venti. È quasi totalmente brulla, con pochi alberi d’alto fusto e priva di sorgenti d’acqua. La costa è frastagliata e rocciosa, con pareti a piombo sul mare. Negli anni Trenta nelle abitazioni mancavano la luce elettrica, l’acqua corrente e tutte le comodità collegate. Dal 1930 al 1943 vi furono “ospitati” a rotazione più di duemila antifascisti – confinati in una“cittadella” costruita apposta per loro. A Ventotene si formò politicamente e umanamente la classe politica che avrebbe diretto la Resistenza dal ’43 al ’45. Qui elaborarono le loro posizioni politiche i dirigenti della futura Repubblica. Nel 1941 ALTIERO SPINELLI, ERNESTO ROSSI ed EUGENIO COLORNI – animatori del GRUPPO DEI FEDERALISTI – elaborarono il “MANIFESTO PER UN’EUROPA LIBERA E UNITA”, meglio conosciuto come “MANIFESTO DI VENTOTENE”. Il primo e più significativo documento programmatico che gettava le basi della futura unità europea. Un documento considerato oggi, universalmente, come un classico e che, all’epoca, fu bollato come un esercizio ingenuo e utopistico da parte di un gruppetto di sognatori estranei alla realtà. Per fortuna non era così.». (DA http://anarca-bolo.ch/ )

   Nella notte tra giovedì 8 dicembre e venerdì 9, a Bruxelles, al vertice dei 27 paesi dell’Unione Europea, si è salvato l’euro e la stessa Unione europea che stava crollando (noi tutti, nel caos dei tanti problemi e avvenimenti di queste settimane e mesi, forse non abbiamo percepito concretamente che le nostre vite, personali e comunitarie, stavano per drasticamente cambiare, certamente in peggio).

   Pertanto il vertice europeo che doveva salvare l´Europa si è concluso con uno storico accordo che porterà, entro marzo, ad un trattato intergovernativo sull´ “UNIONE DI BILANCIO” che sarà firmato da almeno ventitré Paesi, e probabilmente da ventisei con l´unica esclusione della Gran Bretagna. Il Trattato è basato sulla richiesta tedesca del rigore finanziario che ciascun paese (non solo i 17 dell’Eurozona) dovrà perseguire. Che dovrebbe essere compensato da un rafforzamento della solidarietà comunitaria per far fronte alla crisi dei debiti sovrani. Cioè dovremo uscire dal caos e dai rischi di fallimento (default) che stavano interessando sempre più paesi europei: la creazione per la moneta unica della rete di sicurezza finora mancante.

   Come detto è prevalsa una soluzione che si può definire di tipo «tedesco», voluta dal paese più ricco, la Germania; una soluzione che limita la possibilità futura di deficit pubblici nazionali. I Paesi europei hanno accettato una vera e propria camicia di forza per le loro finanze: il comunicato finale parla di bilanci degli stati membri  che dovranno essere in pareggio (con un deficit massimo dello 0,5 per cento del prodotto interno) e che questo principio dovrà essere inserito nelle costituzioni dei singoli Stati. Tutti i Paesi dell`area euro, Germania compresa, saranno infatti impegnati a seguire politiche pubbliche prevalentemente restrittive anziché politiche più flessibili, ma, e qui sta il punto, con il rischio che si sacrifichi il CREDITO (che adesso è molto ristretto, manca) alle imprese (per i loro investimenti) e a iniziative statali di tipo sociale a cui non si può rinunciare (servizi essenziali per i più poveri, i disoccupati… avvio di programmi di sviluppo economico…). In un momento di recessione che rischia di peggiorare ancor di più nei prossimi mesi e anni.

(da http://europa.eu/about-eu/ ) - STATI MEMBRI DELL'UE (e l’anno di adesione) : Austria (1995), Belgio (1952), Bulgaria (2007), Cipro (2004), Repubblica ceca (2004), Danimarca (1973), Estonia (2004), Finlandia (1995), Francia (1952), Germania (1952), Grecia (1981), Ungheria (2004), Irlanda (1973), Italia (1952), Lettonia (2004), Lituania (2004), Lussemburgo (1952), Malta (2004), Paesi Bassi (1952), Polonia (2004), Portogallo (1986), Romania (2007), Slovacchia (2004), Slovenia (2004), Spagna (1986), Svezia (1995), Regno Unito (1973) - Paesi candidati: Croazia, Ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Islanda, Montenegro, Turchia - Altri paesi d'Europa: Albania, Andorra, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Liechtenstein, Moldova, Monaco, Norvegia, Russia, San Marino, Serbia, Svizzera, Ucraina, Stato della Città del Vaticano

   Disattese per ora le istanze degli “europeisti” (tra cui l’Italia del governo nuovo dei “tecnici”, ma che si è comportato, Monti, come europeista della miglior tradizione politica) per una maggiore flessibilità con l`emissione di titoli sovrani europei ( i cosiddetti EUROBONDS), con così maggior potere alle istituzioni europee, conferendo a Bruxelles una vera funzione di governo europeo. La Banca centrale potrebbe finanziare questo governo, ma l`intera questione è stata diplomaticamente rinviata a una futura riunione.

   Era, come detto, la posizione dell’Italia, espressa da Mario Monti: ma è una posizione che ha la sua massima valenza politica e ideale nel “GRUPPO SPINELLI” (l’esponente politico che nel 1941, in piena guerra civile europea, “inventò” assieme a Ernesto Rossi, nell’esilio dell’isola di Ventotene, l’idea politica di un’Europa Unita, degli Stati Uniti d’Europa), Gruppo Spinelli costituitosi con deputati di varia provenienza dentro il Parlamento Europeo, e che cercano di dare dignità a istituzioni democraticamente elette europee, ma che ora non contano niente rispetto ai governi e ai loro accordi (i vertici sempre più periodicamente in tempi stretti convocati, e il patto franco-tedesco, più germanico che francese…).

   Comunque sia, è andata bene… cioè poteva andare molto peggio…. E il fatto che ci sia una condivisione di tutti i paesi dell’Unione Europea, ECCETTO LA GRAN BRETAGNA (e questa cosa non è per niente una buona notizia); il fatto che 23 paesi “ci stiano” (e diventeranno 26 probabilmente), significa che si sono gettate le basi per un rafforzamento politico di un`Europa federale con 400 milioni di cittadini.

   Il problema resta, appunto, la scarsa legittimità democratica di questa nuova Europa: a decidere sono i leader nazionali, che si mettono d`accordo tra loro, e non le istituzioni comunitarie. Tuttavia, se quello ora deciso diventasse, come è possibile, un accordo a ventisei, con un accordo intergovevernativo “antidemocratico”, come quello di SCHENGEN che ha abbattuto le frontiere nell’Unione Europea (rivoluzione di grande portata), allora bisogna dire che, in ogni caso, si tratta di un passo molto importante questa nuova UNIONE DI BILANCIO che garantisce (dovrebbe garantire) in cambio il fattivo sostegno a ogni Paese finanziariamente in difficoltà. Dice Giuliano Amato in un articolo del “Sole 24ore” che qui di seguito vi proponiamo: “L’Europa avanza scegliendo quasi sempre la strada sbagliata”.

   Come dicevamo la decisione importante (ma riteniamo dolorosa, impropria ma necessaria) è stata quella di procedere senza la Gran Bretagna. Il vertice di emergenza è stata l’occasione per “scaricare” la Gran Bretagna (decisione tra l’altra presa dalla stessa Inghilterra, e il premier Cameron ora “rischia” con i suoi alleati di governo, che hanno paura dell’isolamento inglese). Ma va anche detto che, storicamente, la Gran Bretagna ha sempre cercato di bloccare il processo unitario europeo, verso una vera federazione.

  Torniamo a ribadire la mancanza delle istituzioni democratiche europee… e del popolo europeo: di quel “sentire comune” che poco esiste ora (ci viene in mente, come elemento positivo da imitare, i progetti Erasmus di interscambio di studenti: questi appaiono una delle poche cose di effettiva integrazione del “popolo europeo”).

   Come dice Mario Deaglio, in uno degli articoli che vi proponiamo, ora “I rischi, per l`Europa e l`economia mondiale, non sembrano, in ogni caso, essere stati sensibilmente ridotti ma soltanto trasferiti dall`economia e dalla finanza alla politica e alla società”. E riferendosi a una politica finanziaria di stretta osservanza del pareggio di bilancio, con il pericolo di aggravare la richiesta di credito e lo sviluppo economico: “l’interrogativo diventa politico: è socialmente sostenibile una simile situazione, oppure i governi europei rischiano di essere travolti da una protesta sociale tanto più grave quanto più disordinata e priva di larghi orizzonti?  Quanto dirompente potrebbe essere una simile protesta? Non sarebbe stato preferibile adottare un sentiero più flessibile, consentendo maggiore liquidità al sistema produttivo e bancario e impedendo che tutto sia condizionato da giudizi istantanei di Borse capricciose? Il tempo, senza dubbio, dirà se i leader europei hanno fatto complessivamente una scommessa giusta”.

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“L’EUROPA TEDESCA NON DEVE FAR PAURA MA ORA COSTRUIAMO L’UNIONE DEMOCRATICA”

di Stefano Montefiori, da “Il Corriere della Sera” del 11/12/2011

– intervista, da PARIGI, all’intellettuale bulgaro-francese TODOROV – Tzvetan Todorov, nato in Bulgaria 72 anni fa, francese dal 1973, è uno dei più grandi intellettuali di un`Europa che cerca oggi di risollevarsi – «L`Europa tedesca non deve far paura. Ma ora costruiamo l`Unione democratica» –

Signor Todorov, la Germania le fa paura?

«No, per niente. Non condivido l`allarme per una nuova Europa a egemonia tedesca, perché il dominio non mi sembra affatto l`obiettivo di Berlino. Il vertice di Bruxelles appena concluso ci permette di puntare di nuovo, in prospettiva, verso un`Europa più federale. Speriamo anche più democratica».

È ottimista?

«Più di una settimana fa, senz`altro. Per due ragioni fondamentali: l`idea che sia necessario dare all`Unione una dimensione più politica e non solo economica mi sembra ormai patrimonio comune. I britannici a Bruxelles si sono chiamati fuori, e questo è un secondo fatto che mi lascia ben sperare».

Perché è favorevole a un`Europa senza Londra?

«Nessun sentimento anti britannico, per carità. Ma David Cameron, per incapacità o consapevole calcolo politico, è riuscito a compattare anche gli altri nove Paesi dell`Ue fuori dalla zona euro: dalla Svezia all`Ungheria, potevano schierarsi con la Gran Bretagna, e invece alla fine si sono allineati a Bruxelles.  Un`Europa a 26 mi sembra possibile, senza più il fardello di un`Inghilterra da sempre euroscettica».

Ma in Francia si torna a parlare di Bismarck, Sarkozy viene paragonato a Daladier (e quindi la Merkel a Hitler), sul «Corriere» Joschka Fischer denuncia i rischi di un «continente germanizzato».

«Quanto all`evocazione di Bismarck e Daladier, mi sembrano sciocchezze pronunciate da politici a caccia di attenzione. E se davvero esistono timori per una Germania forte, abbiamo allora tutto l`interesse a inglobarla in una costruzione più ampia, un`Europa federale con 400 milioni di abitanti di cui solo 80 milioni tedeschi. Se invece lasciamo andare per conto suo l`unica economia che funziona dell`intero continente, allora sì Berlino potrebbe essere tentata dall`esercitare una certa forma di tirannia. Per le note ragioni storiche, i governanti tedeschi non sono affatto nazionalisti ma piuttosto federalisti. Mi sembra sciocco non approfittarne. E qui, dopo due ragioni di ottimismo, veniamo a un terzo punto della situazione attuale che invece trovo negativo».

Quale?

«La scarsa legittimità democratica della nuova governance. Il potere è oggi nelle mani dell`asse franco-tedesco ma la responsabilità, più che della Merkel, è della Francia di Sarkozy, che non vuole cedere porzioni di sovranità e continua a rilanciare la visione “inter-governativa”: a decidere sono i leader nazionali, che si mettono d`accordo tra loro, e non le istituzioni comunitarie».

Istituzioni comunitarie però accusate di inefficienza.

«Sono d`accordo, quindi riformiamole, non usiamo questa scusa per lasciare il potere nelle mani dei capi di governo. Sarkozy accetterebbe un`Europa unita e federale solo se fosse lui a guidarla, e questo è ancora meno accettabile della fissazione della Merkel per l`indipendenza della Bce. L`unione budgetaria decisa a Bruxelles è una prima tappa importante, nel medio periodo gli europei devono ora lavorare per rifondare istituzioni barocche e dare finalmente potere al Parlamento».

I politici sono riluttanti a cedere il potere a Bruxelles, ma i loro elettori lo sono spesso ancora di più.

In fondo il cammino federale dell`Europa si è fermato nel 2005, con il referendum francese, più che per colpa del freno della Gran Bretagna. Le élite possono anche essere filo-europee, ma le popolazioni lo sono sempre meno.

«È vero, ma chi in questi anni si è scagliato contro l`Europa dei burocrati e dei tecnocrati poteva usare ottimi argomenti. Se la struttura stessa del potere europeo fosse più democratica taglieremmo le gambe ai populisti, che siano la Lega in Italia o il Fronte nazionale in Francia».

La questione della tecnocrazia si è appena posta anche in Italia.

«E vero, ma il governo Monti è un`ottima soluzione di emergenza per arrivare sani e salvi alle prossime elezioni. A livello europeo invece il tecnico è la regola, da troppo tempo. E abbiamo lasciato che lo spazio pubblico venisse invaso dai “mercati”, dalle agenzie di rating. Sono loro a prendere le decisioni. Ma chi sono, “i mercati”? Che facce hanno? Chi li ha eletti? La politica deve tornare protagonista. A partire dagli anni Ottanta abbiamo delegato troppo all`economia. I movimenti degli “indignati”, o di “Occupy” negli Stati Uniti, dimostrano una cosa: sempre più persone hanno preso coscienza che il mondo reale oggi assomiglia sempre meno al mondo che ci piacerebbe».

Crede che l`euro, e l`Europa, si salveranno?

«Spero che finiremo per approfittare di questa situazione. L`Europa si è costruita di fronte ai pericoli: gli orrori della Seconda Guerra mondiale da scongiurare, la minaccia sovietica. Lo spettro della catastrofe economica potrebbe spingerci a costruire una federazione democratica. Continuo a pensare che l`Europa sia il posto migliore dove vivere al mondo».

Parleremo tedesco?

«Non credo proprio. Continueremo a usare l`inglese, lingua franca perfetta. Dopo l`addio di Londra, straniera per tutti». (Stefano Montefiori)

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IL CORAGGIO DELLA DISPERAZIONE

di Andrea Bonnanni, da “la Repubblica” del 10/12/2011

   La differenza di stile tradisce, a volte, la diversità di stati d´animo. Alle cinque di mattina, dopo dieci ore di negoziato al veleno a Bruxelles, il premier britannico David Cameron, isolato e sconfitto, si avvicina al presidente francese Nicolas Sarkozy e gli tende sorridente la mano.
Sarkozy, che pure ha appena ottenuto con l´emarginazione di Londra un risultato a lungo perseguito, non sorride per nulla, ignora platealmente il gesto di fair play, e tira dritto. La spiegazione di questo sgarbo inutile è che l´Europa che ieri ha rotto in modo probabilmente definitivo con trent´anni di ambiguità britannica nell´Ue, è una comunità esasperata e preoccupata. Solo il fatto di trovarsi con l´acqua alla gola le ha dato il coraggio di respingere l´ennesimo ricatto inglese. Ma questo coraggio lo ha finalmente trovato, sia pure per disperazione. E da domani nulla sarà più come prima.
Il vertice europeo che doveva salvare l´Europa si conclude con uno storico accordo che porterà, entro marzo, ad un trattato intergovernativo sull´Unione di bilancio che sarà firmato da almeno ventitré Paesi, e probabilmente da ventisei con l´unica esclusione della Gran Bretagna. Il Trattato è un monumento al rigore finanziario in salsa tedesca.

   Che dovrebbe essere compensato da un rafforzamento della solidarietà comunitaria per far fronte alla crisi dei debiti sovrani. Su quest´ultimo fronte, però, nelle conclusioni del vertice di ieri c´è ben poco. Il grosso delle decisioni in materia viene infatti rinviato al Consiglio europeo di marzo, quando si discuterà di euro-bond e quando si deciderà un eventuale rafforzamento del nuovo fondo salva stati.
Questo è il risultato di un tacito accordo raggiunto nella notte tra la Merkel da una parte, Sarkozy, Van Rompuy e Barroso dall´altra. Prima di mollare sui soldi e di fare concessioni alla necessaria solidarietà comune, la Cancelliera vuole incassare a marzo la garanzia giuridica del Trattato, da vendere alla propria opinione pubblica come prova della conversione europea al rigore teutonico.

   Non a caso ieri il presidente Monti, che nel corso dell´incontro ha difeso strenuamente l´idea degli euro-bond, si è rallegrato per «i segnali di evoluzione» da parte tedesca «anche se non trovano espressione scritta nel comunicato finale». Il sollievo dei mercati e della Bce, del resto, sembra confermare l´essenza di questa intesa non detta tra la Germania e il resto d´Europa, che dovrebbe dare alla moneta unica la rete di sicurezza finora mancante.
Ma se la lunga marcia per uscire dalla crisi dei debiti sovrani è appena cominciata, la rottura con Londra rischia di cambiare repentinamente il volto dell´Europa che siamo abituati a conoscere. Dal vertice di Milano del 1985, quando Craxi e Andreotti misero in minoranza la signora Thatcher sulla creazione del mercato interno, Londra ha sempre evitato di farsi sconfiggere al tavolo europeo. È riuscita a restare fuori dalla moneta unica e dagli accordi di Schengen sull´abolizione delle frontiere, ma lo ha fatto da posizioni di forza, scongiurando uno scontro aperto.

   E nei negoziati più cruciali, da quelli sulle regolamentazioni finanziarie e sociali a quelli sulla difesa comune, dalle discussioni sul bilancio europeo a quelle sul progetto di Costituzione fino al recente dibattito sulla Tobin tax, Londra è sempre riuscita a frenare la spinta all´integrazione senza mai dover dare apertamente battaglia.
Dopo ventisette anni di ininterrotti successi diplomatici al tavolo europeo, questo meccanismo si è rotto. David Cameron ha cercato di vendere il proprio accordo sull´Unione di bilancio, un progetto contro cui non aveva obiezioni di principio, in cambio del diritto di veto sulla regolamentazione dei mercati finanziari, tema che sta molto a cuore alla City. Ma il ricatto, perché di un ricatto si trattava, questa volta non è riuscito.

   Il prossimo vertice europeo di gennaio, per discutere il nuovo trattato, si terrà a Ventisei: Londra non sarà invitata. Questa ennesima esclusione non potrà che accentuare la questione della permanenza della Gran Bretagna nell´Unione europea.
In realtà questa Europa della crisi, con un piede permanentemente nel baratro, derisa e sbeffeggiata per la sua impotenza, si sta scoprendo molto diversa dall´immagine convenzionale di colosso economico ma nano politico. In pochi mesi, senza averne apparentemente né il potere né gli strumenti, il Consiglio europeo ha «licenziato» tre capi di governo considerati a vario titolo inadeguati rispetto alle responsabilità che ricoprivano.

   Il primo a cadere è stato il portoghese Socrates. Poi è stata la volta del greco Papandreou. Infine è toccata a Silvio Berlusconi, congedato dal sorrisetto dell´accoppiata Merkel Sarkozy. In tutti e tre i casi, il ritiro della fiducia dei partner europei è coinciso con un rinnovato attacco dei mercati finanziari che ha portato alle dimissioni del governo. Ieri è stato Cameron a dover assaggiare la nuova durezza europea.

   Mentre formalmente ancora si interroga se dotarsi del diritto di intervenire sui bilanci nazionali, questa nuova Unione della disperazione e dell´emergenza fa e disfa i governi degli Stati membri. E ieri ha mandato un preavviso di espulsione ad un Paese come la Gran Bretagna. Forse nel travaglio della crisi economica a Bruxelles è già nata una nuova Europa, anche se ancora non se ne è resa conto. (Andrea Bonanni)

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L’EUROPA SENZA LONDRA ANDRA’ PIU’ VELOCE

di Romano Prodi, da “il Messaggero” del 11/12/2011

   Abbiamo già commentato, con un certo scetticismo, quattro vertici successivi che dovevano essere decisivi e definitivi per il futuro dell’Unione Europea e non lo sono stati. Nel commentare il quinto credo che si possa finalmente dire che è stato decisivo, anche se certamente non definitivo.

   Le decisioni prese sono infatti importanti perché l’Unione fra i 17 paesi dell’euro è ora più forte, perché sono previste sanzioni automatiche nei confronti dei paesi che non rispettano le regole di bilancio, perché viene rafforzato il fondo salva-Stati ( che oggi si chiama Efsf e domani Esm) e perché, nel frattempo, si sono avuti efficaci interventi da parte della Banca Centrale Europea, che ha votato un ulteriore abbassamento dei tassi e ha adottato strumenti efficaci per aggiungere liquidità a un sistema economico sempre più vicino alla recessione.

   Si tratta tuttavia di decisioni che possono essere messe in atto solo attraverso un non rapido e non automatico accordo fra i diversi paesi, mentre il fondo salva-Stati non raggiunge ancora dimensioni tali da scoraggiare in modo definitivo i prossimi attacchi speculativi.

   L’opposizione germanica ha inoltre impedito di prendere concretamente in considerazione il varo degli Eurobonds che, insieme al potenziamento della Bce fino a farla diventare una banca centrale a tutti gli effetti, avrebbe potuto dare un assetto finalmente definitivo alla costruzione dell’euro.

   In poche parole sono stati costruiti nuovi strumenti di difesa della moneta unica ma con limiti qualitativi e quantitativi che rendono la speculazione più difficile ma non impossibile.

   Una decisione ancora più importante è stata quella di procedere senza la Gran Bretagna. Se si volevano compiere passi in avanti nella costruzione europea questo passo doveva essere fatto. Da troppi anni oramai la politica britannica e la sua straordinaria burocrazia operavano con efficacia per impedire che l’Unione Europea progredisse nella direzione di una vera federazione.

   Un disegno condiviso con lo stesso impegno, anche se con apparenti diversità verbali, da laburisti e conservatori. Un disegno messo tenacemente in atto da tutti i primi ministri che si sono succeduti al governo del Regno Unito.

   Questa decisione renderà ancora più difficile il disegno britannico di stare in Europa come membro dell’Unione e, nello stesso tempo, comportarsi come prezioso ed insostituibile rappresentante degli Stati Uniti nell’Unione Europea.

   Con la decisione di venerdì notte la Gran Bretagna sarà più libera a Londra ma più debole a Bruxelles, proprio nel momento in cui Obama manifesta apertamente la sua vicinanza ad una politica di sostegno dell’Eurozona. Questo non certo per amore dell’Unione Europea, verso la quale Obama non ha mai manifestato grande interesse, ma per la crescente preoccupazione che un possibile tracollo europeo travolga anche l’economia americana proprio alla vigilia di elezioni che si presentano sempre più incerte.

   Naturalmente anche quest’inasprimento del rapporto fra Unione Europea e Gran Bretagna è decisivo ma non conclusivo: l’empirismo britannico è sempre in grado di dettare tempi e modi per riprendere il cammino interrotto. Tuttavia i rapporti non saranno più gli stessi perché la presidenza americana sarà spinta dalla forza degli eventi a telefonare con sempre maggiore frequenza a Berlino o a Bruxelles che non a Londra.

   Un’altra decisione importante è il rinnovato ruolo della Commissione Europea, alla quale viene in parte affidato il compito propositivo che aveva da gran lungo perduto. Anche in questo caso si tratta tuttavia di un piccolo passo perché il potere vero rimane strettamente nelle mani dei governi.

   La notte di Bruxelles è stata quindi importante. Essa non ha però affrontato (e forse non lo poteva affrontare) il problema di come uscire dalla recessione in cui stiamo entrando.

   Anzi, mentre si pensava come proteggere l’euro, l’Autorità Bancaria Europea, che pure dipende dai ministri europei dell’Ecofin, si prendeva cura di dettare tempi e regole assurde per la ricapitalizzazione delle banche.  Entro il 20 gennaio si dovrebbero infatti preparare i piani per riequilibrare il rapporto fra gli impieghi e i mezzi propri di tutti gli istituti di credito. Gli strumenti per raggiungere questo obiettivo sono solo tre: ricorrere al mercato dei capitali, affidarsi all’intervento dello Stato o tagliare drasticamente il credito in modo da riequilibrare il rapporto fra i prestiti e il capitale proprio delle banche.

   Nell’attuale congiuntura il primo rimedio è in molti paesi impossibile senza essere costretti a svendere di fatto la banca e il secondo trova ovviamente forti avversioni politiche (che tuttavia personalmente non ritengo insormontabili). Resta quindi lo strumento della restrizione del credito, che è proprio la decisione più sciagurata.

   Mi auguro quindi che non solo i rappresentanti del sistema bancario ma anche i nostri governanti facciano fronte comune con i loro colleghi europei per impedire che i progressi della politica comune vengano resi vani da coloro stessi che li hanno faticosamente approvati. (Romano Prodi)

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IN CERCA DEL POPOLO EUROPEO

di Gian Enrico Rusconi, da “la Stampa” dell’11/12/2011

   Che fine ha fatto il «popolo europeo»? Dov’è il demos europeo su cui sino a qualche anno fa si sono esercitati filosofi politici, giuristi costituzionalisti e pubblicisti?    Intimiditi dalle brutali oscillazioni delle Borse, schiacciati dagli spread, frastornati dai toni apocalittici di politici e giornalisti, tartassati in modo più o meno consensuale dai rispettivi governi riemergono i popoli nazionali tradizionali. In carne ed ossa, con i loro giudizi e pregiudizi reciproci che si tenta invano di esorcizzare, correggere, rivisitare.
Pensiamo agli imbarazzi con cui tedeschi e italiani oggi si guardano attraverso i loro giornali. È inutile protestare contro i giornalisti, che spesso scrivono sciocchezze da una parte e dall’altra. Rispecchiano una diffusa situazione sgradevole.
Prendiamo atto che – a dispetto della retorica diffusa a larghe mani in questi anni – non si è formato affatto un «popolo europeo» inteso come comunità politica solidale quale anni fa si sperava fosse in fase di gestazione, se non di sviluppo. Il processo che avrebbe dovuto faticosamente costruire questo popolo unitario e solidale sembra ora essersi interrotto. È stupefacente l’emarginazione dell’unica rappresentanza democratica comune degli europei, il Parlamento europeo.
In questi mesi di convulsa ricerca di una uscita dalla crisi è rimasto tagliato fuori da ogni ruolo decisionale. Ma la situazione è davvero così senza prospettive? «L’unione fiscale», quasi coatta, decisa a Bruxelles dai governi sotto pressione tedesca, non potrebbe invece essere una strada tortuosa e costosa per ri-costruire un «popolo europeo»? Il guaio è che si diceva così anche con l’introduzione dell’euro e poi in modo più specifico con la creazione della «zona dell’euro» che ora è alla radice dei problemi.

   Ancora una volta ci si concentra esclusivamente sulla moneta, sul fisco, sulle banche. Protagonisti rimangono i governi nazionali, a dispetto del fatto che la loro immagine non sia mai stata tanto  bassa come oggi nella stima popolare. Eppure i governi nazionali sembrano essere gli unici attori della politica che si esprime in misure fiscali, economiche modulate su esigenze nazionali (o più realisticamente tarate sull’ammontare del proprio debito).
Che resta dei grandi discorsi e delle grandi aspettative verso la «società civile europea», i suoi potenziali di solidarietà e di giustizia? Quali attori alternativi – non necessariamente antagonisti – emergono dalla «società civile europea»?
Anziché limitarci a parlare in modo sommario di deficit democratico dell’Europa o di denunciare i criteri economico-monetari che uccidono la democrazia, cerchiamo di guardare dentro alla società europea. Per cominciare constatiamo una scarsa conoscenza delle differenze che caratterizzano le singole società europee nei loro meccanismi istituzionali e nelle loro culture politiche. Queste realtà vengono generalmente sottovalutate nei discorsi sulla «comunanza dei valori» europei. Invece sono le differenze che contano e che vengono fuori prepotenti proprio in tempo di crisi.
Prendiamo le due realtà tedesca e italiana che sono esemplari di quanto stiamo dicendo. Giorni fa su un grande giornale tedesco è uscito un pezzo di un noto pubblicista, eccellente conoscitore e amante deluso dell’Italia (come molti intellettuali tedeschi di oggi) che conclude così: «Affinché l’inevitabile futura messa in comune dei debiti europei (tramite eurobond o similari) non diventi un materiale incendiario del risentimento popolare dei tedeschi, non deve essere un assegno in bianco. Infatti chi ci garantisce che con il venir meno della pressione esterna non ricompaia ancora sulla scena un Berlusconi?».
Riemerge così il vecchio problema della «inaffidabilità» italiana e quindi della necessità di prendere misure cautelative. Il tutto ben al di là della composizione del governo. È vero che Mario Monti ha incontrato in Germania un pronto e diffuso consenso – con il rischio addirittura di provocare attese esagerate. Le foto di Monti accanto alla Merkel sono diventate subito familiari all’opinione pubblica con un sospiro di sollievo. Ma dietro alla cancelliera e dietro al presidente del Consiglio italiano ci sono due sistemi politico-istituzionali, due classi politiche, due culture e società civili difficilmente comparabili. Lo si vedrà già nelle prossime settimane che saranno cruciali.
Per il momento, ritornando al tema del «popolo europeo», mi preme dire che esso non nascerà per decreto né a Bruxelles né a Strasburgo, tantomeno a Francoforte per effetto delle misure di disciplina comune. Ma sarà il risultato (di lungo respiro) della ripresa intensa dei contatti di conoscenza diretta tra tutti  gli attori politici, sociali e culturali che ora lavorano a testa china nel rispettivi Paesi, illudendosi che basti delegare a Strasburgo alcuni parlamentari per «fare l’Europa», quando in realtà spesso ci vanno per piantare in quella sede i propri paletti «identitari» nazionali.

   Non serve poi protestare che l’Europa – da lassù lontano – ci imponga vincoli e costrizioni che non fanno giustizia alla concretezza della nostra realtà. Se vogliamo davvero diventare (o, detto più elegantemente, ritrovarci come) popolo europeo dobbiamo cercare contatti diretti, senza aspettare sempre iniziative Ministeriali. (Gian Enrico Rusconi)

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 IL FEDERALISMO MAI AMATO (E BOICOTTATO) DEGLI INGLESI

di Sergio Romano, da “Il   Corriere della Sera” del 10/12/2011

– Londra ha portato i principi dell’economia di mercato –

Il generale De Gaulle disse che la Gran Bretagna, se fosse entrata nella Comunità europea, sarebbe stata il cavallo di Troia degli Stati Uniti in Europa; e dette una chiara prova dei suoi sentimenti interrompendo bruscamente le trattative per l’adesione, iniziate nella prima metà degli anni Sessanta. La porta si aprì soltanto dopo le dimissioni del generale e l’elezione di Georges Pompidou alla presidenza della V Repubblica nel 1969, vale a dire in un momento in cui la Francia, indebolita dalla crisi del ’68, non era più in grado di opporsi.

Anche nelle parole con cui Nicolas Sarkozy ha respinto le richieste di David Cameron nel dibattito sull’unione fiscale, vi è l’eco di antiche posizioni golliste. La Francia ha «inventato» l’Europa comunitaria e non ha mai rinunciato al desiderio di averne la leadership. Può accettare una sorta di condominio franco-tedesco, ma non è disposta a tollerare che la Gran Bretagna governi dalle coste dell’Europa, con le sue riserve mentali e le sue prerogative speciali, le sorti dell’Unione.

Può accettare e favorire la collaborazione militare con la Gran Bretagna, come nel caso dell’operazione libica, ma nelle questioni che concernono l’Ue e le sue istituzioni la Francia non intende permettere che Londra abbia un diritto di veto.

Se la questione fosse esclusivamente in questi termini, l’Italia avrebbe in qualche circostanza il diritto di stare dalla parte della Gran Bretagna piuttosto che da quella della Francia. Finché l’Europa non sarà veramente e schiettamente federale, all’Italia interessa che al vertice dell’Unione vi sia un direttorio fluido, composto dai suoi maggiori Paesi, piuttosto che da una leadership francese o franco-tedesca.

Quando ha parlato lungamente con David Cameron, prima dell’inizio del vertice di Bruxelles, Mario Monti ha fatto esattamente ciò che avevano fatto in circostanze analoghe i presidenti del Consiglio e i ministri degli Esteri italiani dell’era democristiana.

Ma i termini del problema sono oggi diversi. Il punto in discussione non è, in questo momento, quello della leadership. Il punto è un altro. Quale delle soluzioni all’ordine del giorno può servire al superamento della crisi? È indispensabile, per mantenere la Gran Bretagna nell’unione fiscale, accettare le sue condizioni e le sue riserve? Per rispondere a questa seconda domanda è utile ricordare quale sia stata la politica europea di Londra dopo la nascita del Mercato comune.

Durante i negoziati per la creazione della Comunità economica europea, la Gran Bretagna fu invitata a farne parte. Rifiutò perché preferiva, secondo una famosa espressione di Churchill, il «gran largo», vale a dire il Commonwealth, il rapporto speciale con gli Stati Uniti e una politica europea compatibile con le sue ambizioni mondiali.

Ma al tempo stesso voleva evitare una unione troppo stretta degli Stati europei e contrappose al Mercato comune un’Associazione europea di libero scambio (Efta, European Free Trade Association), costituita nel 1959 con la partecipazione di Austria, Danimarca, Norvegia, Svezia e Svizzera. L’Efta non era soltanto un progetto economico. Era la grande nave inglese che avrebbe raccolto a bordo i naufraghi del Mercato comune non appena la barca della Comunità europea fosse finita sugli scogli.

Le cose non andarono secondo le previsioni della Gran Bretagna. Mentre l’Efta stentava a decollare e l’economia britannica soffriva di stagflation (una combinazione di stagnazione e inflazione), il successo del Mercato comune era confermato dall’espansione dei rapporti commerciali fra i sei Paesi che ne facevano parte.

Qualche anno dopo Londra, pragmaticamente, prese atto dell’insuccesso del suo progetto, chiese di entrare nella Comunità, subì pazientemente il veto gollista e raggiunse lo scopo, finalmente, nel 1972. Aveva cambiato la sua tattica ma non la sua strategia. Non entrò nella Comunità per collaborare al progetto degli Stati fondatori.

Vi entrò per sorvegliare da vicino il processo unitario e impedire che l’Europa divenisse una federazione. Perseguì lo scopo frenando gli ardori unitari dei suoi nuovi compagni di viaggio e ottenendo per sé, come nel caso della politica agricola comune, un trattamento particolare e privilegiato.

Questo non significa che il suo ruolo sia stato costantemente e coerentemente negativo. Portò con sé alcuni fondamentali principi dell’economia di mercato, il patrimonio delle sue esperienze internazionali e una grande serietà nell’applicazione delle regole pattuite fra i membri. Alcuni dei suoi commissari, da Roy Jenkins a Neil Kinnock e Chris Patten, furono impeccabilmente europei.

Ma gli scopi della sua politica restavano fondamentalmente gli stessi: evitare che i progressi dell’Unione impedissero alla Gran Bretagna di essere il perno indispensabile di una grande comunità atlantica composta dall’Europa e dagli Stati Uniti.

Questo disegno divenne sempre più evidente a mano a mano che la Comunità europea progrediva sulla strada della sua unità. Al vertice europeo del Castello Sforzesco, nel 1985, Margaret Thatcher cercò inutilmente di opporsi alla convocazione di una conferenza intergovernativa che avrebbe fissato le tappe successive della costruzione europea.

Durante i negoziati per l’Unione economica e monetaria (Maastricht 1992), il primo ministro John Major ottenne per il suo Paese il diritto di non sottoscrivere il protocollo sociale dell’Unione e di non adottare la moneta unica. Dopo il crollo dell’impero sovietico in Europa centro-orientale, Major fu il maggiore sostenitore dell’allargamento agli ex satelliti dell’Urss. Era convinto, con ragione, che un’Europa allargata e diluita avrebbe reso il federalismo ancora più difficile e remoto.

Credemmo per un momento che l’arrivo di Tony Blair avrebbe modificato le grandi linee della politica britannica. Ma ci accorgemmo rapidamente che anche Blair, messo alle strette, preferiva il «gran largo» del rapporto privilegiato con gli Stati Uniti al futuro federale dell’Unione Europea.

Oggi la Gran Bretagna ha un primo ministro conservatore, esponente di un partito che nel corso dell’ultimo decennio, mentre era all’opposizione, ha accentuato le sue tendenze euroscettiche. Ma il suo governo, a cui partecipano anche gli europeisti del partito liberal-democratico, attraversa una grande crisi economico-finanziaria e scopre improvvisamente che la morte del detestato euro renderebbe ancora più gravi le condizioni del Regno Unito.

Deve quindi aiutare gli altri Paesi dell’Ue a salvarlo, ma vorrebbe al tempo stesso un nuovo opt-out per i servizi finanziari britannici, vale a dire una sorta di extraterritorialità per la City di Londra; e cerca di ottenere lo scopo impedendo con il suo veto la conclusione di un nuovo trattato dell’Unione.

Ma non può impedire che i suoi partner concludano una serie di accordi intergovernativi e corre il rischio di finire in un girone minore dal quale non potrà condizionare la politica di quella parte dell’Ue che vuole creare una unione fiscale.

Sarà molto più difficile per Londra fare d’ora in poi la politica del doppio binario, ora europeo, ora atlantico. Ma la Gran Bretagna è un Paese pragmatico che riesce sempre, prima o dopo, a fare scelte realistiche. I Paesi dell’euro, nel frattempo, non hanno l’obbligo di aspettarla. (Sergio Romano)

……………………..

LA CAMICIA DI FORZA

di Mario Deaglio, da “LA STAMPA” del 10/12/2011

   Visto l`esito della caotica riunione di Bruxelles, non è proprio il caso che il normale cittadino stappi una bottiglia, anche se le Borse hanno brindato a quella che considerano, nel loro orizzonte di brevissimo termine, come la fine di un periodo di incertezza.

   Dopo una confusa nottata di contrasti e recriminazioni, l`Europa si ritrova pesantemente ridimensionata dal rifiuto inglese. Un no a un accordo che avrebbe comportato la perdita di autonomia dalla politica economica, alla quale i governi di Londra hanno sempre tenuto moltissimo, in favore di rigide regole generali di stampo tedesco. La mancata stretta di mano tra il presidente Sarkozy e il primo ministro inglese Cameron è quasi il simbolo di questa nuova situazione.

   Non c`è da illudersi: il Canale della Manica è diventato più largo con un possibile grave svantaggio sia per gli inglesi sia per gli altri europei. Per l`Europa, la perdita della Gran Bretagna – che a questo punto potrebbe anche uscire completamente dall`Unione Europea, limitandosi a mantenere un accordo doganale – non deriva tanto dalla cospicua sottrazione dal totale europeo del prodotto lordo inglese quanto dall`impoverimento qualitativo di un`Europa così divisa.

   La Gran Bretagna ha avuto, nell`ultimo secolo, il ruolo storico di controbilanciare, insieme alla Francia, il potere tedesco e di fornire un`alternativa, peraltro ridotta negli ultimi decenni, ai modelli culturali tedeschi.

   Questo ruolo pare ormai abbandonato mentre Londra si rifugia in un isolamento che non appare tanto splendido e ci si può attendere che rafforzi i suoi legami con gli Stati Uniti; Parigi, dal canto suo, con le elezioni ormai vicine, sembra aver perso l`iniziativa e aver consentito debolmente alle posizioni tedesche. Nel frattempo, le agenzie di rating hanno continuato a declassare allegramente le banche europee.

   Tutti avevano sperato che la signora Merkel avrebbe alla fine abbandonato la sua posizione rigida e accettato di fornire
qualche facilitazione ai Paesi «meridionali»; invece non è stato così. Grazie anche alle pesantissime pressioni americane, che hanno visto gli interventi coordinati del presidente Obama, del segretario di Stato Clinton e del segretario al Tesoro Geithner, è prevalsa una soluzione che si può definire di tipo «tedesco», che limita la possibilità futura di deficit pubblici nazionali.

   Disattese per ora Le istanze di tipo «francese» e «italiano» per una maggiore flessibilità con l`emissione di titoli sovrani europei (eurobonds), per sviluppi istituzionali che conferiscano a Bruxelles un effettivo potere di governo europeo, con il trasferimento a livello europeo di alcune competenze e di una parte delle imposte nazionali. La Banca centrale potrebbe finanziare questo governo, ma l`intera questione è stata diplomaticamente rinviata a una futura riunione.

   Per fortuna, le porte non sono definitivamente chiuse a questa visione europeista.

Il «fondo salva Stati», però, continua ad apparire piuttosto esiguo, anche, nella sua nuova versione, per far fronte a veri attacchi ai titoli pubblici di qualsiasi paese dell`Unione e il coinvolgimento del Fondo monetario risulta più limitato di quanto fosse inizialmente previsto.

   I Paesi europei hanno accettato una vera e propria camicia di forza per le loro finanze: il comunicato finale dice chiaramente che i bilanci degli stati membri dovranno essere in pareggio (con un deficit massimo dello 0,5 per cento del prodotto interno) e che questo principio dovrà essere inserito nelle costituzioni dei singoli Stati.

   Lodevole proposito in una situazione normale, ma nuova complicazione in una situazione di crisi. A un simile risultato si arriverà lentamente ma, se il deficit pubblico supererà il 3 per cento del prodotto interno, scatteranno sanzioni quasi automatiche contro il Paese che non si adegua. È questo il succo della cosiddetta «unione fiscale» che, se gestita in maniera maldestra, rischia di trasformarsi in un abbraccio soffocante.

   Tutti i Paesi dell`area euro, Germania compresa, saranno infatti impegnati a seguire politiche pubbliche prevalentemente restrittive anziché politiche più accomodanti. Siccome la congiuntura ha già svoltato verso il basso in molti di questi, ogni vero discorso di ripresa europea appare rinviato; nella stessa, fortissima Germania, è comparso il segno meno nella produzione industriale mentre è vano attendersi forti stimoli extraeuropei, dal momento che la stessa Cina presenta vistosi sintomi di rallentamento.

   Il 2012 non si prefigura quindi per nessuno come un anno di vacche grasse. E un`Europa in recessione e percorsa da inquietudini sociali potrebbe facilmente trasformarsi nel ventre molle di un`economia globale che sta rapidamente perdendo il sorriso.

   A questo punto, l`interrogativo diventa politico: è socialmente sostenibile una simile situazione, oppure i governi europei rischiano di essere travolti da una protesta sociale tanto più grave quanto più disordinata e priva di larghi orizzonti?

   Quanto dirompente potrebbe essere una simile protesta? Non sarebbe stato preferibile adottare un sentiero più flessibile, consentendo maggiore liquidità al sistema produttivo e bancario e impedendo che tutto sia condizionato da giudizi istantanei di Borse capricciose? Il tempo, senza dubbio, dirà se i leader europei hanno fatto complessivamente una scommessa giusta.

   I rischi, per l`Europa e l`economia mondiale, non sembrano, in ogni caso, essere stati sensibilmente ridotti ma soltanto trasferiti dall`economia e dalla finanza alla politica e alla società. (Mario Deaglio)

………………………

L’INTESA A 26 E’ ANCORA TROPPO DEBOLE

di Giuliano Amato, da “il Sole 24ore” dell’11/12/2011

   Mi è difficile cedere all’opinione di chi dice: «Poteva andar peggio, non ci fasciamo la testa, in fondo anche un accordo intergovernativo come quello voluto da Angela Merkel e Nikolas Sarkozy è un veicolo di cambiamento».

   Certo, dovrò prenderne atto e contribuire a ricavare da quanto ormai è stato deciso il massimo di benefici possibili per l’Unione, per l’euro e per il nostro paese. Ma davvero faccio fatica ad accettare che si possa essere tanto tenaci nel battere strade sbagliate e nel resistere in modo tanto inossidabile a proposte fortemente motivate e largamente sostenute come quelle che già erano venute dal nostro Presidente della Repubblica e da altri, riprese poi dal Gruppo Spinelli (costituitosi a Bruxelles settimane fa) e fatte valere infine nella riunione del Consiglio europeo di venerdì da Mario Monti.
Intanto c’è stata l’inutile messa in scena della proposta di modificare il Trattato per le stesse misure di disciplina fiscale che la Germania ritiene urgenti. Non erano stati certo dei geni coloro che avevano preavvertito che su una proposta del genere sarebbe saltato il Primo Ministro inglese, ponendo gli altri davanti a un pericolosissimo scivolo: quello di accettare le sue pesanti condizioni, salvo assistere poi a un suo referendum interno, che avrebbe bocciato la riforma e magari deciso la stessa uscita della Gran Bretagna dall’Unione.
Siccome lo sapevano tutti che questa era la prospettiva più probabile ed è quindi altrettanto probabile che lo sapessero anche la Merkel e Sarkozy, come non desumerne che la proposta di modificare il Trattato sia stata avanzata al solo scopo di doverla ritirare, per aprire la strada all’accordo intergovernativo che era in realtà il vero scopo sin dall’inizio?
Una volta adottata la premessa che per dare disciplina alla zona euro serviva modificare il Trattato, suona così ragionevole biasimare la perfida Albione e far sembrare una necessità dovuta alla sua protervia quella di doversi adattare a un accordo intergovernativo!
Il fatto si è che per rafforzare la zona euro non era affatto necessario modificare il Trattato, bastava applicarne le clausole che riguardano la stessa zona euro, più, eventualmente, la clausola di flessibilità. Il comunicato conclusivo del Consiglio di venerdì indica tra le cose da fare con priorità il rafforzamento per i paesi dell’euro delle procedure e delle sanzioni previste dall’art.126 del Trattato per i disavanzi eccessivi di tutti gli Stati membri. È esattamente ciò che già consente di fare l’art.136 dello stesso Trattato.
Perché allora si è voluto l’accordo intergovernativo con tanta tenacia? Temo che abbiano pesato soprattutto ragioni di politica interna tedesca e quindi il bisogno di convincere la Germania che il suo governo ha la forza di imporre la disciplina anche a quei paesi che, nell’immaginario tedesco, da soli non la saprebbero mai adottare.

   Le più anonime procedure comunitarie offrono meno visibilità a questi fini. E di sicuro non consentono di imporre agli Stati dell’euro l’obbligo di adottare il pareggio di bilancio nelle loro Costituzioni e di vincolarsi alla giurisdizione della Corte di Giustizia europea come sede di verifica dell’adempimento dell’obbligo. Questo, certo, sono io a doverlo ammettere, ma resta da vedere quanto si tratti di un mutamento urgente e quanto invece non lo si poteva lasciare a quella procedura di emendamento che anch’io, insieme a Romano Prodi e all’intero Gruppo Spinelli, ritengo si debba perseguire per passare dall’unione fiscale a un’unione più fortemente politica.

   Ma la si deve perseguire – aggiungo – convocando una nuova Convenzione e creando così le premesse per una gestione meno brusca e traumatica delle paturnie britanniche.

   Va inoltre notato, a proposito ancora delle innovazioni affidate all’accordo intergovernativo, che se esse sono ritenute davvero importanti per convincere i mercati di oggi ad avere più fiducia nella stabilità futura dell’euro (ma c’è chi pensa che prescrizioni volte a prevenire il prossimo infarto non servano molto a chi debba guarire da un infarto appena subito), allora i tempi stabiliti venerdì sono assai meno rapidi di quelli consentiti dal Trattato. L’accordo infatti sarà firmato a marzo, ma poi ci saranno le ratifiche parlamentari e in più qualche referendum. A marzo, se si avviasse oggi la procedura dell’art.136, le misure sarebbero invece già vigenti. E il Parlamento europeo non ne sarebbe escluso.
Ma per le sfide che l’euro deve fronteggiare a breve – ci dicono le conclusioni del Consiglio – ci sono piuttosto gli strumenti di stabilizzazione. Ci doteremo intanto di un bazooka, aveva scritto qualcuno. E il bazooka atteso era l’esplicito apprezzamento del Consiglio per una Bce che si dotasse di un più ampio margine di intervento, una sinergia operativa tra Bce e Efsf (il fondo salva-Stati), una leva ampliata per gli interventi di quest’ultimo.

   Su questo terreno qualcosa c’è, ma se è un bazooka è davvero piccolo piccolo. C’è l’apprezzamento per la Bce che ha accettato di fungere da “agente” del fondo, c’è per lo stesso fondo la previsione di un capitale versato in misura pari al 15% dell’ammontare delle sue emissioni (con una leva quindi di oltre sei), ma tutto il resto è svanito.

   Sono svaniti gli eurobond dei quali, sia pure come promessa, parlava la bozza di conclusioni del Presidente Herman Van Rompuy. Ed è svanita la facoltà per il fondo, e poi per lo Esm (il Meccanismo di stabilità, che gli subentrerà nel 2012), di agire come ente creditizio, anch’essa prevista in quella bozza.
Non offre particolari motivi di ottimismo la ricognizione di questo armamentario. Eppure, se ora ci poniamo le domande finali- ce la farà l’euro a superare la crisi e dove sta andando l’Europa – qualche spiraglio di luce rimane.

   Io resto convinto che, se i titoli pubblici non sono abbandonati ai mercati, se la liquidità continua a circolare e non si essicca in nessuno dei nostri Stati membri, le politiche di risanamento ormai in atto negli Stati debitori stanno acquisendo una sufficiente credibilità. È caso mai sul terreno della crescita che i segnali sono troppo deboli e, prima che i mercati tornino all’allarme rosso perché la crescita la vedono sparire, sarà il caso di dedicare anche a questo crucialissimo tema la dovuta attenzione.
Quanto al “quo vadis Europa”, un vecchio europeista può solo diffidare degli accordi intergovernativi al posto delle procedure comunitarie. Tuttavia, se quello ora deciso diventasse, come è possibile, un accordo a ventisei, che non diversamente dall’accordo di Schengen si trasforma da ultimo in diritto comunitario, magari con un “opting out” britannico, mi arrenderei a una conclusione non nuova. L’Europa avanza scegliendo quasi sempre la strada sbagliata, dopo avere accuratamente scartato quelle migliori. Ma, sia pure di traverso, avanza. (Giuliano Amato)

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L’AUTARCHIA DELL’ANGLOSFERA

di John Lloyd, da “la Repubblica” del 10/12/2011

   IL RIFIUTO di Cameron di sottoscrivere un accordo assieme agli altri Stati della Ue rafforzerà l’opinione di considerare la Gran Bretagna un Paese dell’Europa convinto di non essere europeo. È la dimostrazione eclatante di un fatto incontrovertibile e fondamentale della politica estera britannica dall’inizio del dopoguerra: Londra, per quanto ci provi, proprio non crede nel progetto europeo.

   La reazione di Winston Churchill poco dopo la fine della guerra, che dava il benvenuto a un’integrazione maggiore fra i Paesi europei ma sottolineava che la Gran Bretagna non vi avrebbe preso parte, si fa ancora sentire, specialmente nell’ala destra del Partito conservatore.

   Negli anni 50, i successori di Churchill si mostrarono un po’ più disponibili verso l’Unione Europea, perché una nuova generazione di tories la vedeva come un baluardo contro l’Unione Sovietica e come un futuro mercato per l’export britannico. La figura che espresse con più forza questa nuova tendenza fu Edward Heath, che portò il Paese in quello che all’epoca veniva chiamato il Mercato comune.

   Negli anni 70, il Partito laburista divenne progressivamente meno ostile all’integrazione europea, perché, con Jacques Delors, vedeva un’Europa più attenta al sociale. Negli anni 80, la corrente del New Labour diventò più forte e figure di primo piano, come Tony Blair e Peter Mandelson, assunsero posizioni fortemente europeiste. Anche gli euro entusiasti, però, non sono mai stati federalisti; e il loro entusiasmo vedeva comunque l’Unione Europea non come quello che Blair definiva un «superstato», ma come un’area in cui Paesi indipendenti potessero sviluppare politiche comuni e commerciare liberamente.

   Alla fine però gli entusiasti, anche quando risiedevano al 10 di Downing Street (com’era il caso di Heath e di Blair), non sono mai riusciti a convincere gli scettici o i meno entusiasti all’interno del loro stesso partito.

Nel caso di Blair, il suo desiderio di entrare nell’euro, nel momento in cui portò al potere il Labour, nel 1997, fu ostacolato dal suo cancelliere dello scacchiere, Gordon Brown, che vedeva la moneta unica come un azzardo pericoloso, fatto che lui e altre persone a lui vicine hanno poi ricordato come segnale della loro lungimiranza.

   Che cosa c’è alla base di tutto questo? In parte ci sono ragioni geografiche: la Gran Bretagna è un’isola di grandi dimensioni e questo è stato molto importante per proteggerla dalle invasioni, specialmente durante l’ultimo conflitto mondiale. Oltre sessant’anni dopo, resta ancora un fattore significativo.

   Poi c’è il problema della stampa britannica, in particolare i tabloid, nella maggior parte dei casi fortemente ostili a Bruxelles e che chiedono spesso di indire un referendum sulla permanenza nell’Ue, dando per scontato che la maggioranza degli elettori si pronuncerebbe per l’uscita. Il gruppo più potente, quello controllato da Rupert Murdoch, riflette le opinioni drasticamente antieuropeiste del tycoon, ma sono altrettanto ostili a Bruxelles i giornali dell’Associated Newspapers, il più influente dei quali è il Daily Mail.

   Questo significa che la stragrande maggioranza dei quotidiani, con molti milioni di lettori, è contraria a un allargamento dei poteri dell’Ue; e alcuni sono contrari alla permanenza stessa nell’Ue.

   C’è anche da dire che la politica tradizionale della Gran Bretagna nei confronti dell’Europa era quella di fare in modo che ci fosse un equilibrio di potere, in cui nessuno Stato (in epoca recente, questo voleva dire la Germania) fosse più potente degli altri. È una politica di cui ancora si trova qualche traccia.

   Aggiungiamo che il Partito conservatore è diventato sempre più euroscettico, al punto tale che ormai solo uno dei ministri conservatori di questo Governo, il segretario alla Giustizia Ken Clarke, può essere definito filoeuropeista. David Cameron ha cercato di moderare le opinioni dei suoi colleghi più a destra, ma anche lui è un euroscettico, determinato a non concedere altri poteri all’Ue e a cercare anzi di riprendersi poteri già delegati a Bruxelles.

   Ma il cuore del problema è un altro: il motivo vero per cui nessun politico britannico può comportarsi come la cancelliera tedesca, il presidente francese o il presidente del consiglio italiano è la profonda riluttanza degli inglesi a farsi governare da istituzioni che non risiedono a Londra (o, nel caso degli scozzesi, da istituzioni che non risiedono a Edimburgo).

   I legami dell’Anglosfera – Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, gli Stati caraibici e altre entità più piccole- rimangono forti. La Gran Bretagna si concepisce come un Paese globale (anche se non più come una potenza globale), perché, a torto o a ragione, si vede ritratta in altri Paesi di ogni parte del mondo. E a radicare ancora di più questo convincimento concorre lo status sempre più inattaccabile dell’inglese come lingua globale (edè la ragione principale della famigerata riluttanza degli abitanti di Oltremanica a imparare una lingua straniera).

   Anche se i politici sono impopolari e il Parlamento di Westminster è spesso oggetto di satira e battute, c’è una salda reticenza a farsi governare da leader che i britannici non conoscono e non hanno scelto.  Essendoci in Gran Bretagna, più che in ogni altro Stato europeo, una tradizione ininterrotta di governo e famiglia reale da oltre tre secoli , la tradizione e l’attaccamento ai simboli del British rule sono molto forti. I politici e la stampa sono tiepidi nei confronti dell’Ue, o apertamente euroscettici, perché sanno cheè una posizione popolare presso la maggioranza della gente. Rimarremo dove siamo sempre stati: al largo dell’Europa. (Traduzione di Fabio Galimberti) – JOHN LLOYD

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