A DURBAN l’effetto serra è dimenticato – il FALLIMENTO DELLA CONFERENZA SUL CLIMA 2011 mostra che il mondo non crede molto nella RICONVERSIONE ECOLOGICA del pianeta – che forse si salverà solo per la CRISI DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE – la necessità di RECUPERARE LO «SPIRITO DI KYOTO»

Si sciolgono i ghiacci e la Groenlandia si innalza. Il caldo dell’estate del 2010 ha provocato lo scioglimento di 100 miliardi di tonnellate (da “la Stampa.it”)

   Strana vicissitudine quella della diciassettesima conferenza annuale dell’Onu sul clima, che si è tenuta a Durban in Sudafrica dal 28 novembre al 9 dicembre (dopo quella dell’anno scorso a Cancun, in Messico, e nel 2009 c’era stata la conferenza di Copenaghen). Tutto come previsto: “E’ stato un successo, ora si fa sul serio”… se qualcuno legge intenti e giudizi della politica e della diplomazia mondiale pensa che, per andare avanti, bisogna nascondere a se stessi ogni verità. Cioè la decisione è stata che si farà un nuovo protocollo di Kyoto entro il 2015, e già dall’inizio non hanno aderito gli Usa, il Canada, il Giappone e la Russia. Sono sì stati previsti fino a 100 miliardi di dollari entro il 2020 a favore delle nazioni più povere per “aiutarle” nel processo di sviluppo senza che inquinino e taglino le foreste; ma di come e chi metterà questi soldi, nessuna notizia, nessun impegno.

   Il mondo ricco in crisi di economia, di lavoro per le persone, di disponibilità finanziarie per sostenere il suo Welfare (il debito pubblico dei Paesi ricchi che non si riesce a contenere…) e il fatto che in questa spirale di depressione si incominci “a tirar dentro” anche paesi in via di (forte) sviluppo (come Cina, India, Brasile, Russia, Sudafrica…) che si trovano anch’essi all’inizio di difficoltà nei loro meccanismi di aumento del benessere (peraltro fatto quasi sempre in modo scomposto, senza diritti e tutele delle persone…). Ebbene questo contesto dimostra che è al di là da venire un RICONVERSIONE ECOLOGICA DEL PIANETA in grado di creare benessere e prosperità partendo dal rispetto del SISTEMA AMBIENTALE, di quella che è la nostra CASA COMUNE, della BIOSFERA e di ogni elemento naturale, animale, vivente che ci circonda.

   Pertanto, dopo i deboli intenti di Durban, vien da pensare che misure efficaci vere saranno prese solo se accadranno eventi di disastrosa portata (speriamo di no!.. e poi non è bastato l’inferno di petrolio sulle coste americane?  lo tsunami che ha devastato una centrale nucleare in Giappone? E tante altre tragedie ambientali di questi anni…). E che l’effettiva riduzione di “gas serra” forse potrebbe avvenire proprio con il ridursi della disponibilità delle risorse fossili (il petrolio, il carbone…) e con la crisi economica mondiale che sta avvvenendo con il drastico calo della produzione industriale. Ma è un modo di ridurre il rischio da inquinamento atmosferico che, se mai avverrà, vorremo potesse avvenire con decisione collettive coscienti e mature nell’auspicata svolta ecologica dell’economia e della vita del pianeta.

la diciassettesima conferenza annuale dell’Onu sul clima si è tenuta a DURBAN in Sudafrica dal 28 novembre al 9 dicembre 2011

da www.ecoblog.it

FALLIMENTO DURBAN, CON KYOTO2 SI SALVANO LE APPARENZE, NON IL CLIMA

   La follia planetaria che si è appena rappresentata a Durban si è conclusa. Per 15 giorni 17mila delegati di governo e ONG in rappresentanza di 190 paesi hanno non si sa bene fatto cosa se alla fine di tutto questo circo la risposta è stata: riparliamone nel 2015. Nel mentre i delegati sono saliti a bordo di migliaia di aerei spandendo ulteriormente quell’inquinamento che tanto si cerca di contrastare. Con calma però.

   L’intesa a Durban in merito agli accordi di riduzione delle emissioni di CO2 arriva oltre l’extremis: ben 36 ore dopo la chiusura dei negoziati. Un vero e proprio atto di diplomazia internazionale targato Unione europea che non costringe la stampa a mettere la parola fallimento nei titoli e che lascia aperto uno spiraglio, ma piccolo piccolo di discussione. In sostanza se ne riparlerà nel 2015 con il nuovo Protocollo di Kyoto 2 che entrerà in vigore dal 2020. Di fatto l’accordo racchiude una sfilza di promesse di riduzione delle emissioni. Promesse appunto che non è detto si traducano in azioni in grado di contenere entro 2 gradi centigradi il riscaldamento globale del Pianeta.

   Il protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 e in vigore dal 2005, è ad oggi il solo trattato internazionale sui cambiamenti climatici. Imposta gli obiettivi per la riduzione dei gas a effetto serra (GHG) per circa 40 paesi industrializzati, con l’eccezione degli Stati Uniti che non lo hanno ratificato così come Cina, India e Brasile. I paesi in via di sviluppo, per la verità non furono proprio inclusi mentre nel frattempo si sono sviluppate le economie dei BRIC ossia paesi dalle economia in forte espansione e che non vogliono essere penalizzati dagli accordi di riduzione delle emissioni. Il binomio caro ai Paesi industrializzati: più emissioni di gas serra=più produzione di merci. La crescita dei BRIC è sostenuta da tanta energia a basso costo: per ora quella più inquinante perché ottenuta dal carbone. (da www.ecoblog.it )

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DA DURBAN L’ANNUNCIO DEI GOVERNI: “KYOTO 2 CI SARA'”

di Emanuele Bompan, da “TERRA” del 13/12/2011

– La Conferenza mondiale Onu sui cambiamenti climatici termina con l’adozione di una roadmap che porterà ad un nuovo trattato entro il 2015. Deluse le associazioni ambientaliste –

   All`ultimo minuto, arriva da Durban l`annuncio 4 dell`avvio di una roadmap (la Durban Platform for Enhanced Action) per cercare un nuovo accordo globale per combattere i cambiamenti climatici del pianeta.

La tempistica, tuttavia, non è quella che vorrebbe la scienza.

   L’adozione formale dovrebbe avvenire entro il 2015, l`entrata in vigore al massimo 5 anni dopo. Sempre se non salta di nuovo il banco, diventerà quindi operativo entro il 2020. Salvo anche Kyoto 2, il nuovo protocollo che sostituisce il primo in scadenza il 31 dicembre. Fino al 2017 taglio alle emissioni invariato per l`Europa, mentre Canada (palma d`oro tra i Paesi più ostili a Kyoto 2), Russia e Giappone escono dal protocollo in attesa di rientrare nel prossimo accordo mondiale.

   «Dovremo avere un trattato globale entro il 2018», dichiara il commissario europeo al Clima, Connie Hedegaard. Più che ottimista il nostro ministro dell`Ambiente, Corrado Clini: «Siamo usciti dal cono d`ombra di Copenaghen. L’accordo supera i limiti del Protocollo di Kyoto e ha una dimensione globale offrendo all`Europa, e sopratutto all`Italia, la possibilità di costituire una base per lo sviluppo con le grandi economie emergenti». Il negoziatore Usa, Todd Stern, non ha dubbi: «È un pacchetto importante, su molte decisioni gli americani non sono soddisfatti, ma contiene importanti passi in avanti».

   Senza grandi ambizioni, alla fine ha prevalso la logica del compromesso. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ba Ki Moon, si è congratulato per il risultato con il segretario della Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici, Christina Figueres: «È un grande momento, un passo in avanti per un nuovo accordo».

   Le novità sono molte. Scompaiono i tagli volontari ai gas serra inaugurati a Cancun, fortemente voluti dagli Usa, ma migliorano i meccanismi di trasparenza per la verifica degli impegni presi. Dal prossimo anno l`Ue spingerà inoltre per approvare entro il 1 gennaio 2013 nuovi sistemi per tagliare le emissioni rimaste fuori da Kyoto, con l`obiettivo di ricostituire un mercato internazionale omogeneo della CO2.

   Un ottimo segnale per il settore e per la stabilità nell`Ue di mercati come l`European union emissions trading scheme (Eu Ets), il Clean development mechanism (Cdm) e i Carbon voluntary markets, anche se scompaiono però dal tavolo i meccanismi di scambio di emissioni di Kyoto 1 (Joint Implementation).

   Fermi per ora anche i sistemi finanziari per combattere la deforestazione (Redd+). Se ne riparlerà nei prossimi anni. La cattura e lo stoccaggio della CO2 è stata infine inclusa tra le tecnologie che potranno ricevere fondi dal trading di certificati verdi. Deluse molte organizzazioni ambientaliste.

   «Un accordo debole, che comporterà un aumento della temperatura media di almeno 4 gradi», denuncia il Wwf, mentre per il direttore di Greenpeace International, Kumi Naidoo, «le possibilità di evitare la catastrofe del cambiamento climatico scivola tra le nostre mani ogni anno che falliamo ad agire subito per approvare un piano di salvataggio del nostro pianeta».

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SE L’APOCALISSE ECOLOGICA ADESSO PUÒ ASPETTARE

di Pierluigi Battista, da “il Corriere della Sera” del 12/12/2011

– L’allarme per l’«effetto serra» è apparso un ricordo di ere passate –

Sembra che l’ansia, l’urgenza, l’ipersensibilità ecologica si siano dissolte, non solo a Durban, ma nell’opinione pubblica mondiale, e occidentale in particolare. Nell’assemblea di Durban si partorisce solo un trattato che comunque avrà validità dal 2020. Un compromesso tanto per dare un senso all’incontro. Lo «spirito di Kyoto» annebbiato. Allora il pianeta sta meglio? Possiamo stare tranquilli? O nel mondo in crisi l’emergenza ambientale diventa un po’ meno emergenza?
Poi, certo, alla fine un protocollo è sempre disponibile. Una dichiarazione d’intenti non costa niente. Non vincola. Non sfida Cina e India che rinfacciano all’Occidente l’ipocrisia di un’attenzione all’ambiente molto tardiva e molto irritata con chi, oggi, si trova a fare le stesse cose inquinanti che i monopolisti della ricchezza facevano un tempo.

   Le promesse tacitano le coscienze inquiete. Del resto, mai come in questa settimana inconcludente e verbosa di Durban, l’indifferenza dei media internazionali ha raggiunto vertici così eclatanti.

L’allarme per l’«effetto serra» è apparso un ricordo di ere passate. Il «global warming», forse anche a causa dei dati incautamente imprecisi forniti da una comunità scientifica inaffidabile e manovriera, non è più in cima all’agenda psicologica del mondo, e non solo a quella, politica, dei governi. Dopo Kyoto sono arrivati film ecocatastrofisti di grande successo.

   Sull’apocalisse ambientale si sono costruite brillanti carriere (Al Gore) anche a costo di eccessi e manipolazioni per richiamare l’attenzione sul disastro incombente. I governi, con comprensibili resistenze, ma comunque con un impegno sconosciuto nel passato, si sono dimostrati disposti anche a pagare un prezzo economico per ridurre nelle economie avanzate l’emissione di sostanze inquinanti.

   Cina e India sono state indicate come le nuove potenze «cattive», disposte a rischiare catastrofi ambientali pur di non mettere ostacoli e remore al loro impetuoso sviluppo economico. Ora tutto questo appare appannato. Durban viene seguita con distrazione. Gli accordi sembrano compromissori, addirittura inutili. E gli stessi governi occidentali sembrano meno intenzionati a incalzare i riottosi.

Malgrado i disastri avvenuti, l’inferno di petrolio sulle coste americane, lo tsunami che ha devastato una centrale nucleare in Giappone, è come se la crisi dell’Occidente avesse messo la sordina agli allarmismi ambientalisti degli anni passati.

   L’urgenza appare un’altra: come uscire da un altro «disastro», quello delle monete, dell’economia, dell’industria, dei debiti degli Stati. Pagare un prezzo appare oggi come una condizione troppo onerosa, vista l’entità degli altri prezzi che stanno dissanguando l’economia e lo stesso stile di vita dei Paesi abituati a standard di benessere oramai considerati irrinunciabili.

   L’ambiente? Ci si penserà in un secondo momento. Prima bisogna ripulire l’economia, poi l’ambiente. Prima bisogna raffreddare i mercati e lo spread, poi il pianeta. Per il momento basta un accordo che promette un accordo, un trattato che anticipa un trattato. La delusione di Durban? Passerà. Come l’emergenza ambientale. (Pierluigi Battista)

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CLIMA, ACCORDO IN BIANCO E NERO

– Il vertice Onu si chiude con un successo diplomatico ma le emissioni non si toccano fino al 2020 –

di Roberto Giovannini, da “la Stampa” del 12/12/2011

DURBAN – Sono le 4 e 45 di domenica mattina quanto Maite Nkoana Mashabane, la sudafricana che ha presieduto la Conferenza Onu sul clima dichiara approvati i testi concordati. Una notte estenuante che chiude una maratona negoziale giunta a un passo dal fallimento, ma che ha prodotto un risultato politicamente importantissimo.

   Come dirà più tardi Christiane Figueres, il capo dell’Unfccc (l’organismo Onu per la lotta al cambiamento climatico), «Nelson Mandela spiegava che certe cose sembrano impossibili finché non le facciamo». E a Durban, smentendo le attese, è nato un accordo tra 194 nazioni del pianeta perché venga stipulato nel giro di alcuni anni un protocollo legalmente vincolante per ridurre le emissioni di gas serra.
Chiariamoci: come spiegano nei loro sconsolati commenti gli ambientalisti e le Ong, l’intesa di Durban ha un valore diplomatico indubbio, ma non contribuisce a ridurre neanche di un grammo le megatonnellate di CO2 frutto dell’attività umana che quotidianamente vengono sparate nell’atmosfera.

   I paesi che aderiranno al secondo tempo del Protocollo di Kyoto (l’Europa, visto che Russia, Canada e Giappone si sono chiamati fuori) continueranno ad agire con vigore. Altri, industrializzati o emergenti, come Usa, Cina, India e Brasile, si atterranno alle loro promesse di intervento «volontario» sui gas serra.

   Ma la scienza, come chiarisce l’Unep, l’agenzia Onu per l’ambiente, afferma che gli impegni e le promesse sono insufficienti a evitare che l’aumento della temperatura media della Terra si fermi a due gradi centigradi, il valore che permetterebbe di evitare conseguenze catastrofiche per il clima (siccità, inondazioni, cicloni) e per le popolazioni (crisi alimentari, migrazioni). Dal 1750 la temperatura è cresciuta di 0,8 gradi; di questo passo andremo a +3,5 entro il 2100.
Insomma, si rischia di perdere tempo, o di dover prendere provvedimenti più drastici in futuro per recuperare il terreno perduto. Ciò non toglie che la Durban Platform rappresenti un passo avanti notevole. Perché oltre a confermare il protocollo di Kyoto e dare il via libera (senza però stabilire come finanziarlo) al Green Climate Fund che agevolerà i trasferimenti di tecnologia e la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico, per la prima volta si supera il muro dei veti incrociati.

   Tutti i paesi, ricchi e poveri, promettono di aderire a un nuovo trattato globale da chiudere entro il 2015 e che partirà entro il 2020. Proprio su questo aspetto si è giocata una delicata partita diplomatica nelle ore decisive della Conferenza. L’Europa, dopo aver forgiato un’alleanza con i paesi africani e isolani, dopo aver messo in un angolo gli Usa, è riuscita a convincere India e Cina ad accettare che il futuro trattato sarà un testo con «valore di legge». Una soluzione trovata dopo una mediazione raggiunta tra i Big riuniti a circolo nel bel mezzo della sala.
Soddisfatta la Commissaria europea Connie Hedegaard: «La strategia dell’Unione Europea ha funzionato – ha detto l’Europa voleva più ambizione e ha ottenuto di più». Concorda il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, secondo cui «siamo usciti dal “cono d’ombra” della Cop di Copenhagen del 2009».
Molto critici, invece, gli ambientalisti. Per Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace, quello firmato «non è nulla più di un accordo volontario che fa perdere un decennio. Questo potrebbe portarci oltre la soglia di due gradi in cui si passa dal pericolo alla catastrofe potenziale». Per la responsabile Policy Clima ed Energia del Wwf Italia, Mariagrazia Midulla, «i governi hanno fatto il minimo indispensabile per portare avanti i negoziati». E per Oxfam Italia, Elisa Bacciotti afferma che «alle nazioni più povere e più vulnerabili Durban invia un messaggio di indifferenza». (Roberto Giovannini)

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i piani del nuovo governo italiano

«ENTRO NATALE NUOVE IDEE PER L’ENERGIA – AL VIA L’ECONOMIA VERDE STILE FRANCIA»

di Roberto Bagnoli, da “il Corriere della Sera” del 12/12/2011

– Corrado Clini, nuovo ministro dell’Ambiente: «Incentivi di Stato a tecnologie innovative che creano valore aggiunto» –

   Alla conferenza internazionale di Durban ha proposto una cooperazione globale sulle tecnologie a bassa emissione e di irrobustire il fondo verde per i Paesi emergenti, quasi vuoto per colpa della crisi, con una fiscalità universale a vantaggio delle rinnovabili.

   In Italia punta a promuovere la green economy in collaborazione con il collega allo Sviluppo Corrado Passera, anche con l’aiuto delle risorse pubbliche come ha fatto la Francia. Così come intende riorientare il generoso sistema degli incentivi alle rinnovabili per rafforzare gli investimenti italiani in ricerca e sviluppo. Senza perdere le opportunità sul nucleare di nuova generazione a emissioni zero.

   A poche settimane dal suo insediamento alla guida del ministero dell’Ambiente si comincia a profilare la road map di Corrado Clini, 64 anni, ex medico del lavoro, ex direttore sanitario a Porto Marghera, docente universitario e per vent’anni direttore generale al ministero dell’Ambiente dove è arrivato nel 1991 con Giorgio Ruffolo.

Allora ministro, Durban come Copenaghen, tante chiacchiere pochi risultati?
«Il problema è che continuano a crescere nel mondo, nonostante la recessione globale, i consumi energetici e la sfida per la governance è far diminuire le emissioni che oggi sono quasi il doppio di vent’anni fa. Come? Sostenendo la domanda con tecnologie a basso contenuto di carbonio e questo significa convincere le economie emergenti come India, Cina, Brasile a puntare su fonti rinnovabili o nucleare. Pechino nel 2010 ha investito nelle rinnovabili 50 miliardi di dollari, contro i 17 degli Usa, diventando così la locomotiva della green economy. A Durban si è discusso di questo».

Lei cosa ha proposto?
«Di aumentare la cooperazione tra le grandi economie del mondo per avviare appunto processi tecnologici e regole commerciali che orientino il mercato verso tecnologie a bassa emissione. Altra proposta è la riforma del Climate green fund, creato a Copenaghen per sostenere Paesi in via di sviluppo, estesa alla difesa degli eventi climatici esterni. Nel 2013 dovevano essere disponibili 100 miliardi di euro ma la crisi sta mettendo in difficoltà questo progetto. La sfida è trovare meccanismi incentivanti per le imprese con effetti positivi sui Paesi emergenti. Penso a nuove regole nel Wto, nelle transazioni finanziarie internazionali, nella fiscalità. La discussione è in corso ma ammetto i problemi perché occorre rivedere il sistema esistente delle Istituzioni internazionali a cominciare dalla Banca mondiale».

Non sono progetti troppo poco concreti?
«Non è vero. Del resto un caso concreto c’è già. È quello delle automobili. Oggi quelle prodotte in tutto il mondo hanno le stesse performance convergenti su bassi consumi e poche emissioni. La stessa cosa può avvenire per gli impianti di illuminazione, per le caldaie, per le turbine, tutti gli impianti di produzione energetica. La Cina dal primo gennaio renderà obbligatoria la sostituzione delle lampade a bassa efficienza».

Veniamo all’Italia. Spieghi bene cosa ha intenzione di fare con gli incentivi alle rinnovabili che in dieci anni costeranno ai consumatori quasi 100 miliardi di euro.
«Abbiamo chiuso il quarto conto energia (sul fotovoltaico), che rappresenta una base per il completamento dell’intero sistema incentivante delle fonti rinnovabili. Il sistema delle agevolazioni introdotto nel 2007 ha tuttavia premiato soprattutto (85%) le tecnologie di importazione lasciando in Italia prevalentemente spazio a imprese di assemblaggio. Ora è necessaria un’inversione di tendenza per promuovere investimenti in Italia».

Non è tardi?
«No, abbiamo ancora spazio per cambiare. Specialmente negli altri segmenti che dobbiamo regolare come le biomasse, efficienza di combustione e recupero di calore, il meccanismo incentivante deve servire a consolidare capacità di produzione in Italia. Così come è strategico sostenere ricerca e sviluppo nella produzione dei biocarburanti di seconda e terza generazione, che possono rappresentare la matrice primaria della chimica verde, per sostituire in Italia gran parte della chimica tradizionale creando nel nostro Paese un “hub” di innovazione strategico in Europa e nel Mediterraneo. Spero di chiudere tutta questa partita prima di Natale».

Ci sono altre iniziative per stimolare la crescita?
«La mia idea è di mutuare l’esperienza francese della legge Grenelle. Il presidente Sarkozy con quel provvedimento, in pratica è riuscito a farsi dare il via libera da Bruxelles a tutti gli aiuti di Stato destinati alla green economy. Ora con la crisi le risorse sono limitate ma si possono incentivare tecnologie innovative che generano valore aggiunto. Anche per la protezione del territorio».

L’auto elettrica si svilupperà?
«Noi siamo interessati a sostenerla. Da un lato ci consente di usare al meglio quello che oggi è un eccesso di offerta di elettricità, dall’altro ci sono innovazioni molto forti come macchine ibride elettriche e a biocarburante. È una opzione interessante che potrebbe stimolare anche la realizzazione nelle aree urbane di reti intelligenti che a loro volta possono essere la chiave di volta per efficienza energetica».

Viste le polemiche può chiarire la posizione sua e del governo sul nucleare?
«È chiarissima. Prendiamo atto che l’energia nucleare è una tecnologia energetica importante ma con uno spazio relativo: 10% a livello globale, 20% in Europa. Il referendum ha dato un risultato chiaro e non credo sia possibile riaprire in Italia il dossier del nucleare senza un “salto” nella sicurezza degli impianti. A questo proposito voglio ricordare che in tempi non sospetti avevo messo in evidenza la superficialità con cui era stato proposto per l’Italia il modello francese (Epr) molto critico per gran parte del nostro territorio. Oggi però il nucleare è oggetto di importanti investimenti in ricerche e sviluppo anche in settori non connessi con l’energia. Quindi non vedo perché l’Italia debba rimanere fuori».

L’agenzia per la sicurezza del nucleare rimarrà?
«Le competenze e le attività dell’agenzia saranno trasferite al ministero dello Sviluppo in collaborazione con il mio dicastero avendo presente che resta ancora aperta la gestione del “rimpatrio” e dello smaltimento delle scorie nucleari prodotte in Italia negli ultimi 60 anni e stoccate temporaneamente all’estero». (Roberto Bagnoli)

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