PRIMAVERA ARABA, il GRANDE EVENTO geopolitico dell’anno 2011: i giovani del Medioriente e del nostro comune spazio geografico MEDITERRANEO in cerca di un nuovo futuro – Tra problemi (la crisi economica mondiale) e tensioni (come le violenze in SIRIA ed EGITTO in questi mesi)

Washington, 14 dic. (Adnkronos) - E' dedicata A COLORO CHE PROTESTANO la copertina dell' “UOMO DELL'ANNO 2011” della rivista “TIME”. SI PARTE DALLA TUNISIA E DALLA PRIMAVERA ARABA, fino ad arrivare ai movimenti di protesta occidentali di 'Occupy' e alle manifestazioni scoppiate in Russia all'indomani delle elezioni. Il 2011 è stato diverso dal 1989 e dal 1968 in quanto, riporta la rivista, i movimenti dell'anno che sta per finire sono stati "più straordinari, più globali e più drastici"

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Il risveglio arabo – le rivolte che hanno abbattuto i dittatori della Sponda Sud – ha molti volti che si somigliano ma non sono uguali. E non si poteva neppure pensare che la primavera araba potesse essere una breve e gloriosa stagione: gli eventi che si sono prodotti per dimensione e conseguenze sono paragonabili in Nord Africa e Medio Oriente all’era della decolonizzazione, un cambiamento che fu epocale.   Come pure è evidente che dopo l’euforia il quadro sia assai complesso: in Paesi come la Libia e lo Yemen ci sono intere compagini nazionali e statali da ricostruire, in Egitto, nel pieno del processo elettorale, la transizione guidata dai contestati generali non appare per nulla scontata, come dimostrano i morti e le violenze nei giorni passati in Piazza Tahrir. Per non parlare della Siria, avviluppata in un vortice di repressione e guerra civile che sta mobilitando iniziative diplomatiche ma forse anche militari.   Anni di instabilità ci attendono prima di trovare un nuovo equilibrio: questo sarà il prezzo da pagare alla nuova stagione araba del cambiamento. (da “il Sole 24ore” del 18/12/2011)

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   La rivolta in Nord Africa, la cosiddetta PRIMAVERA ARABA, ha dato avvio a una nuova stagione di cambiamenti nell’area, con implicazioni di portata globale. Nuovi scenari vanno delineandosi nella regione, in Europa, nei rapporti con gli USA e anche conseguenze per Iran, Israele, e sugli equilibri di tutto il mondo arabo. Viene ora però la preoccupazione sugli esiti di tutta questa grande rivoluzione.

   Non solo per la latente sanguinosa guerra civile in Siria; o per la repressione che vengono a subire dai militari i giovani in piazza Tharir al Cairo. Ma anche per il ruolo dei partiti che in Tunisia si richiamano alla religione e che hanno incassato il successo nelle prime elezioni democratiche. E, tornando all’Egitto, i Fratelli musulmani hanno ottenuto la maggioranza relativa.

   Ma non crediamo che sia un ritorno a un islamismo integralista: è solo una difficoltà ad esprimere il nuovo, un “nuovo possibile” in quei Paesi. Una direzione di libertà e democrazia in paesi arabi musulmani dove potrebbe prevalere il modello turco: una società, quella turca, in fase di forte sviluppo economico verso il benessere e che, pur dalla visuale di paese di tradizione religiosa e di costumi islamica (anche se “non araba”), si confronta più che positivamente con le cosiddette “libertà” (di espressione, di mobilità…) degli occidentali (anche se queste libertà, in occidente, portano qualche volta a evidenti degenerazioni…). Pertanto il modello turco è quello che potrebbe prevalere sempre più nei paesi della “Primavera araba”.

   Dall’altra le difficoltà di questi paesi a esprimere un “nuovo” modo di essere è anche dato da una ingiustificata diffidenza e assenza dell’Occidente, in primis dell’Europa. Noi (europei, italiani…) rassegnati a credere che era meglio appoggiare torvi dittatori, piuttosto del rischio che questi paesi cadessero nelle mani dell’islamismo estremista.

Nell’immagine Mohamed Bouazizi - a SIDI BOUZID, cittadina di 40mila abitanti al centro della TUNISIA, il 17 dicembre 2010, MOHAMED BOUAZIZI, giovane laureato disoccupato di 26 anni, decise di darsi fuoco dopo che la polizia locale gli aveva confiscato il carretto con cui, per campare, vendeva frutta e verdura, senza licenza. Bouazizi con il suo lavoro manteneva la sua famiglia di otto persone. I poliziotti gli avevano chiesto il “pizzo” per poter continuare a svolgere la sua attività. Bouazizi non accettò e, oltre a sequestrargli tutto, lo picchiarono. Lui si rivolse al governatore della sua città che però non volle concedergli udienza. Bouazizi, esasperato, decise di darsi fuoco. Riportò ustioni gravissime e fu ricoverato in ospedale dove morì il 4 gennaio. DA LÌ SAREBBERO PARTITE LE RIVOLTE PER LA DEMOCRAZIA CHE HANNO INTERESSATO NEL 2011 DIVERSI PAESI ARABI, dall’Egitto, alla Libia, allo Yemen

   La “Primavera araba” iniziata un anno fa con il sacrificio di Mohamed Bouazizi, un modesto venditore ambulante tunisino che si è dato fuoco per protestare contro un potere che gli negava un permesso all’unico lavoro per la sua famiglia, e che con la sua protesta mortale dava vita a una protesta generalizzata in (quasi) tutto il mondo arabo contro la povertà e la repressione; e quell’ “onda” generata dal suo gesto sta ancora travolgendo il Medio Oriente come uno tsunami. E va rilevato come i giovani siano il vero motore di queste rivoluzioni, la popolazione che al di sotto dei 25 anni supera largamente il 50% in tutta la penisola arabica e nella parte sud del Mediterraneo.

   Mentre il mondo arabo è scosso dalla voglia di libertà dei giovani, l’Europa (che si dibatte nelle crisi finanziaria ed economica) è incapace di prendere l’iniziativa e assumere il ruolo che la sua posizione e la sua storia richiederebbero. L’Unione Europea non riesce a farsi sentire, a pensare a un progetto di sviluppo economico, di interscambio proficuo ed equo per entrambe le coste sud e nord mediterranee. Su questa necessità si è anche prospettata la creazione di una struttura intergovernativa del genere della CECA (Comunità economica del carbone e dell’acciaio) che caratterizzò il primo nucleo di Europa unita negli anni ‘50 del secolo scorso.

   Un’Unione intermediterranea (naturalmente ora non più “sul carbone e l’acciaio” ma sull’innovazione tecnologica, le energie rinnovabili, la formazione professionale…), che possa creare scambi (economici, culturali) reciproci. Se le medie e piccole aziende del Nord Italia lo trovano una necessità di garanzia e un volano per andare in quei paesi, per il Sud Italia sarebbe un’opportunità unica, originale, di “fare sviluppo” anche a se stesso. E’ da sperare (e da fare in modo) che questo processo di avvicinamento dello spirito della Primavera araba con quello di una nuova Europa federata che vuol uscire dalla crisi, si metta presto in moto.

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 LE RIVOLTE IN EGITTO E SIRIA SPINA NEL FIANCO DELL’OCCIDENTE (LA PAROLA CHIAVE È “CAMBIAMENTO”)

di Eric Salerno, da “IL MESSAGGERO” del  18/12/2011

   Con le immagini della piazza Tahrir in fiamme, le proteste siriane sempre più guerra civile, le incertezze di una Libia senza Gheddafi, è facile guardare con preoccupazione alla cosiddetta primavera araba. Un anno è trascorso da quel 17 dicembre 2010, quando Mohamed Bouazizi, un modesto venditore ambulante tunisino scelse l`immolazione per protestare contro la povertà e la repressione sociale in Tunisia, e l`onda generata dal suo gesto sta ancora travolgendo il Medio Oriente come uno tsunami.

   Dittatori come il tunisino Ben Alì, Mubarak e Gheddafi sono usciti di scena. E altri, come il siriano Assad, finiranno per seguire la medesima strada. Altri ancora, come i reali sauditi e dei Paesi del Golfo offrono piccoli ritocchi ai loro regimi nella speranza di sopravvivere. Se saranno intelligenti, faranno di più e velocemente: la repressione in Bahrain, ad esempio, è riuscita a far guadagnare tempo al regime ma non a schiacciare la giusta voglia di democrazia delle nuove generazioni e delle minoranze.

   Sarebbe errato paragonare la Tunisia all`Egitto, la Siria al Bahrain. E sarebbe profondamente miope giudicare gli eventi di questi dodici mesi senza guardare il ruolo delle potenze occidentali. I regimi abbattuti erano rimasti in piedi non soltanto perché i dittatori erano stati capaci di creare una casta di privilegiati cui affidarono la repressione del dissenso. Per loro Washington e Londra, Parigi e Roma, garantivano una certa tranquillità. Consentivano un rapporto economico privilegiato. Permettevano un flusso indisturbato di petrolio.

   I leader arabi ci avevano convinti di essere il vero baluardo contro l`estremismo islamico senza preoccuparsi troppo del fatto che lo spauracchio, spesso esagerato, aveva aiutato a trasformare l`intero mondo musulmano in nemico da temere e combattere.

   Molto è cambiato. Anche se le certezze mancano. Quelle stesse cancellerie che guardavano con sospetto agli islamisti, sono caute, quasi soddisfatte del ruolo dei partiti che in Tunisia si richiamano alla religione e che hanno incassato il successo nelle prime elezioni veramente democratiche. È ciò che sta accadendo anche in Egitto, dove i Fratelli musulmani hanno ottenuto la maggioranza relativa. Qui i timori rimangono per l`ascesa degli integralisti salafiti.

   I laici di piazza Tahrir, quelli che hanno costretto Mubarak ad andarsene, non rappresentano la maggioranza. Lo scontro in Egitto è ancora vivo. I fedeli del vecchio regime puntano alla destabilizzazione per riguadagnare il palazzo. L`esercito oltre a essere forza armata possiede anche il controllo di settori interi dell`economia e nonostante le esortazioni che arrivano al Cairo dai suoi alleati non vuole cedere i suoi poteri. Farà di tutto per dimostrare, nelle settimane a venire, di essere l`unica forza capace di garantire stabilità.  Per il Paese e per una regione che guarda al nuovo anno con grande preoccupazione.

   La primavera tunisina è stata relativamente breve e mite. Il Paese è piccolo e non pesa sugli interessi geo-strategici ed economici dell`Occidente come l`Egitto. Anche la popolazione della Libia è modesta ma lo «scatolone di sabbia» dei tempi fascisti è una cassaforte appena sfruttata di petrolio e altri minerali.

   È ora il nodo siriano a preoccupare. Un intervento armato come quello deciso per estromettere Gheddafi rischierebbe di scatenare una guerra regionale che, secondo fonti vicine ai servizi segreti israeliani, potrebbe essere alle porte.

   Molto è cambiato. E molto cambierà ancora, nella regione, grazie al ruolo nuovo della Turchia, Paese musulmano ma non arabo che respinto dall`Europa si è avvicinato al Medio Oriente offrendo una collaudata formula di convivenza tra laicità e religione di cui deve essere garante la democrazia parlamentare e non le forze armate. Centinaia di migliaia di tunisini hanno ricordato il sacrificio di Mohamed Bouazizi. Ha cambiato il suo di mondo e anche il nostro modo di guardare ai popoli arabi e musulmani. (Eric Salerno)

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RICORDANDO MOHAMED BOUZAZI

da www.ilpost.it , 17/12/2011

   Decine di migliaia di persone si sono radunate a Sidi Bouzid, in Tunisia, per commemorare la morte del fruttivendolo Mohamed Bouazizi che il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protesta contro la corruzione e la miseria del suo Paese. Da lì sarebbero partite le rivolte per la democrazia che hanno interessato nel 2011 diversi paesi arabi, dalla Libia allo Yemen.

   Bouazizi aveva 26 anni e con il suo lavoro manteneva la sua famiglia di otto persone. Esattamente un anno fa, non accettò il ricatto di alcuni poliziotti che gli avevano chiesto il “pizzo” per poter continuare a svolgere la sua attività. Bouazizi venne così picchiato dagli agenti che gli sequestrarono tutto. Allora si rivolse al governatore della sua città che però non volle concedergli udienza. Bouazizi, esasperato, decise di darsi fuoco.

   A un anno dal suo tragico gesto, Sidi Bouzid ha eretto una statua in suo onore, alla presenza del neopresidente Moncef Marzouki, il quale ha dichiarato che Bouazizi “è riuscito a restituire dignità a tutto il popolo tunisino”. Nonostante il freddo, decine di migliaia di persone hanno organizzato una marcia terminata nella piazza centrale della cittadina, dove hanno poi intonato canti popolari. Le celebrazioni hanno interessato tutta la Tunisia e hanno visto la partecipazione di grandi personalità del mondo arabo come il Premio Nobel per la Pace 2011 yemenita Tawakkul Karman.

   Ma nonostante le ultime elezioni libere vinte dal partito islamista Ennahda e la gioia e l’ottimismo dei presenti, la Tunisia resta un Paese con gravi problemi. Il Prodotto interno lordo del Paese è destinato a crescere nel 2011 solo dello 0,2 per cento, contro il 3 per cento del 2010 con Ben Ali (anche se gli economisti stimano che nel 2012 dovrebbe salire al 4,5 per cento). Intanto il tasso di disoccupazione, una delle cause scatenanti della rivolta, è salito al 18,3 per cento (contro il 13 della fine del 2010). Nei prossimi giorni sarà annunciato il governo di coalizione guidato da Ennahda che dovrà scrivere una nuova Costituzione in attesa di nuove elezioni che si dovrebbero tenere tra un anno.

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ATTACCHI KAMIKAZE A DAMASCO. STRAGE: 44 MORTI E OLTRE 160 FERITI

da “il Messaggero.it” del 24/12/2011

– Colpite due sedi dell’Intelligence nel centrale quartiere di Kafr Susa. Ministero dell’Interno: «E’ al Qaeda». Un arresto –

   È salito a 44 morti e oltre 160 feriti il bilancio del duplice attentato compiuto stamani a Damasco contro le sedi di due servizi di sicurezza del regime siriano. Il nuovo bilancio ufficiale delle autorità siriane parla di civili e agenti di sicurezza tra le vittime. Due kamikaze si sono fatti esplodere a bordo di autobombe contro altrettante sedi dei servizi di sicurezza nel centrale quartiere di Kafr Susa. Una persona è stata arrestata. Uno dei due attentatori ha colpito l’ingresso esterno della sede della Sicurezza dello Stato. (Foto). Il ministero dell’Interno precisa che «i danni materiali sono considerevoli e che gli edifici e le strade vicine ai palazzi colpiti sono stati danneggiati».

Attacco inusuale. A differenza degli altri Paesi vicini come l’Iraq e il Libano, in Siria gli attentati dinamitardi e suicidi sono rari. Questo duplice attacco avviene a poche ore dall’arrivo a Damasco della prima squadra di osservatori della Lega Araba, incaricati di preparare il terreno alla missione che dovrebbe operare a partire dalla fine di dicembre. Da dieci mesi il regime siriano è scosso da proteste senza precedenti soffocate nel sangue. In alcune regioni, la repressione militare e poliziesca ha causato la nascita di gruppi di resistenza formati da soldati disertori e civili. Il regime attribuisce a terroristi ed estremisti islamici le violenze in corso da marzo scorso.

Ministero: c’è la mano di al Qaeda. Il ministero ribadisce che «dietro gli attentati c’è la mano di al Qaeda» e chiede ai siriani di cooperare se sono stati testimoni di atti sospetti.
Aiutare il coordinamento tra gli oppositori, sostenere i non violenti e la missione della Lega Araba, e cosa fare se proprio bisogna intervenire, spiega l’Atlantic

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CINQUE COSE DA FARE PER AIUTARE LA SIRIA

da http://www.ilpost.it del 22/12/2011

   La situazione in Siria continua ad essere confusa, complice il divieto di accesso ai giornalisti stranieri nel paese, ma la sanguinosa repressione delle forze di sicurezza filogovernative prosegue, nonostante gli accordi presi con la Lega Araba, che dovrebbe iniziare in questi giorni ad inviare osservatori nel paese: e filtrano notizie confuse sul numero di diserzioni tra l’esercito di Assad e sull’entità e la natura (più o meno militare) degli scontri tra la resistenza e le forze filogovernative.

   Bashar al-Assad non è pazzo, come ha sottolineato di recente un’analisi pubblicata da Foreign Policy a proposito di molti commenti all’intervista ad Assad trasmessa il 7 dicembre dalla televisione statunitense ABC. Al contrario, sta facendo tutto quanto gli è possibile per mantenere il potere e conservare l’appoggio di quelle parti della popolazione che nella complicata storia siriana dopo la Seconda guerra mondiale hanno sostenuto il suo regime e quello di suo padre Hafez prima di lui. Non si sa quindi quanto il suo regime possa durare nel prossimo futuro e quanto sia effettivamente vicino a cadere.

   Ma secondo Daniel Serwer, che insegna alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies di Washington ed è membro del Middle East Institute, ci sono alcune cose che si possono fare per aiutare la caduta del regime di Assad e consentire una transizione il più possibile ordinata e pacifica. Serwer le espone sull’Atlantic e intende la lista per gli Stati Uniti, ma i suoi suggerimenti possono essere estesi alla comunità internazionale.

1. Sostenere la missione della Lega Araba
Dopo settimane di ripensamenti, ultimatum scaduti e promesse non mantenute, il governo siriano ha accettato all’inizio di dicembre una missione di osservatori della Lega Araba, che dovrebbe iniziare in questi giorni. Serwer dice che è necessario assicurarsi che la missione abbia realmente libertà di movimento nel paese, anche se le autorità siriane hanno già detto che gli osservatori non potranno avere libero accesso alle basi militari. Serwer aggiunge che la missione dovrebbe anche essere certa di poter comunicare in qualsiasi momento e senza interferenze o intercettazioni con i governi dei diversi paesi di provenienza, e di poter rendere pubblici foto e relazioni senza censure.

2. Assicurare la collaborazione tra le forze di opposizione
Un passo in questo senso è l’esistenza di un Consiglio Nazionale Siriano, fondato all’inizio di ottobre a Istanbul e attivo per lo più fuori dalla Siria. La comunicazione e la collaborazione tra le forze di opposizione al regime di Assad, in particolar modo all’interno del paese, deve essere incentivata e aiutata.

3. Sostenere le proposte non violente
Nelle ultime settimane sono cresciute le voci riguardo a diserzioni di migliaia di soldati dell’esercito governativo, e riguardo a fucilazioni di militari che si sono rifiutati di partecipare alla repressione. Da molto tempo si parla del pericolo di una guerra civile nel paese, che in alcune zone dove l’opposizione ad Assad è più intensa (anche per antiche divisioni etniche e religiose in Siria, un paese storicamente molto frammentato e eterogeneo) sarebbe già in atto. I paesi che sostengono l’opposizione siriana dovrebbero sostenere forme di protesta non violenta, dato che da uno scontro frontale contro un esercito organizzato gli oppositori ha molte meno possibilità di vittoria.

4. Incoraggiare la presentazione di un piano di azione per il dopo Assad
Il Consiglio Nazionale Siriano dovrebbe presentare pubblicamente i propri piani per la transizione, a cui l’organizzazione in esilio sta lavorando. Serwer dice che la bozza di assetto costituzionale presentata ad agosto dal Consiglio Nazionale di Transizione libico ha aumentato molto la legittimità dell’istituzione incaricata di gestire la transizione. Al contrario, la reticenza del consiglio militare al governo in Egitto ha incoraggiato le proteste e ne ha messo alla prova la popolarità.

5. Se proprio bisogna attaccare, attaccare i centri di informazione
Il primo obbiettivo, se si arriverà a un attacco armato, devono essere i quartier generali delle forze di sicurezza e i centri dove vengono gestite le informazioni e le informazioni. Serwer sostiene che è inutile attaccare l’esercito regolare, anche se questo fosse attivamente coinvolto in azioni repressive, dato che i soldati sono spesso coscritti che eseguono ordini: “le uccisioni in Siria rispondono a degli ordini, non spontanee. Distruggere la capacità del regime di comunicare e di coordinare le sue forze sarebbe di gran lunga più efficace.”

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LE MASCHERE DI ASSAD

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 24/12/2011

   Gli attentati di Damasco segnano un drammatico “salto di qualità” nella vicenda siriana: chiunque ne siano gli autori. Si tratti, come ritiene ufficialmente il regime, di qaedisti decisi a “irachizzare” uno scenario che assume, giorno dopo giorno, i caratteri di un’insurrezione interna e prospetta esiti “libici”.

   Oppure, come sospettano le opposizioni, di una strategia della tensione in salsa siriana. UNA strategia gestita direttamente dalle stesse forze di sicurezza di Assad. Sospetto che trae alimento dal fatto che l’attacco, altamente simbolico oltre che drammatico, alla sede dei servizi di sicurezza è avvenuto nel giorno in cui inizia la missione della Lega Araba finalizzata a stabilire una tregua tra regime e oppositori e una soluzione negoziata della crisi.

   Un passo che Assad e il suo cerchio interno hanno accettato per guadagnare tempo, oltre che per evitare un ulteriore isolamento dal mondo arabo dopo la sospensione della Siria dalla Lega e l’adozione di sanzioni da parte dello stesso organismo. Bashar Assad, infatti, sa bene che un successo della mediazione preluderebbe alla sua uscita di scena…

   La repressione è stata troppo dura perché il leader siriano possa restare al suo posto. Dall’estate scorsa, poi, la rivolta non è fatta solo di manifestazioni di massa e di violenti scontri urbani ma anche di una guerriglia aperta, prodotto della diserzione di soldati sunniti che si sono rifiutati di IL RAIS Bashar al-Assad è salito al potere nel 2000 alla morte del padre Hafez sparare contro i membri della propria comunità e hanno, invece, rivolto le armi contro quanti ritengono dei persecutori.

   In Siria, paese a larga maggioranza sunnita, i comandi delle forze armate sono appannaggio dei membri dalla minoranza alawita, alla q u a l e a p partiene lo stesso Assad, mentre gradi intermedi e soldati sono in larga parte sunniti. La classica frattura interconfessionale è ora esplosa anche tra i militari. I “disertori”, per ora forse un migliaio, hanno dato vita all’Esercito di Liberazione Siriano (Fsa) comandato da Riad Asaad, un generale dell’aviazione, arma tradizionalmente controllata dai fedelissimi del regime, significativamente rifugiatosi in Turchia.

   L’Fsa chiede alla comunità internazionale l’istituzione di una no-fly zone nel Nord, nella quale ha la sua principale base, dalla quale organizzare un attacco su larga scala contro le truppe governative. Non è un caso che la repressione contro i “disertori” sia stata particolarmente dura ai confini con la Turchia, come ricorda il recente massacro a Jabal al-Zawiya nella provincia di Idlib, dove parte degli effettivi dello Fsa si sono concentrati.

   Dalla capacità di contenere il fenomeno delle defezioni – sin qui non c’è stato il passaggio di intere unità nei ranghi dell’opposizione armata anche se la situazione si è rivelata piuttosto critica a Homs, teatro di durissimi scontri – così come dalla possibilità di mantenere il pieno controllo della capitale, presidiata dalla Quarta Divisione comandata da Maher, il fratello di Bashar, dipende la tenuta militare del regime.

   Sul piano del consenso, invece, esso può contare sull’appoggio di diversi settori sociali. In primo luogo le minoranze religiose: alawiti, cristiani, drusi, che temono un paese dominato dai sunniti, ma anche fette della borghesia sunnita, in particolare uomini d’affari, commercianti, impiegati pubblici, che hanno tratto vantaggio dal patrimonialismo di regime, lo sostengono ancora. Sono pezzi di società che rifiutano un futuro dominato da partiti e movimenti islamisti sunniti. In particolare dai Fratelli Musulmani, assai radicati nel paese e meno pragmatici dei loro confratelli egiziani o tunisini.

   Dimostrare che la caduta del regime aprirebbe spazi impensati a Al Qaeda, o comunque ai fautori di un diverso equilibrio geopolitico, è l’ultima carta per Assad. L’obiettivo è attenuare le pressioni esterne. Dei paesi arabi del Golfo e della Turchia. Oltre che rendere evidente a antichi nemici come Stati Uniti e Israele, preoccupati dei legami di Damasco con Teheran ma anche del certo effetto domino sulla regione provocato dall’eventuale caduta di Assad, e a storici alleati ora titubanti come la Russia, che in circolazione ci sono nemici ben peggiori, per i loro interessi, dell’attuale regime siriano. (Renzo Guolo)

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UN ANNO FA MORIVA BOUAZIZI, IL TUNISINO CHE HA DATO IL VIA ALLA PRIMAVERA ARABA

di Joseph Zarlingo, da “il Fatto quotidiano”

   Il giovane si diede fuoco in un piccolo villaggio per protestare contro disoccupazione e corruzione del regime di Tunisi. Il suo gesto provocò la ribellione che portò alla fuga di Ben Alì e poco dopo la rivolta si estese agli altri paesi arabi come Egitto, Siria e Libia

   Lui di certo ne avrebbe fatto a meno. Così come non avrebbe mai immaginato che il suo gesto di solitaria, disperata protesta contro l’ennesimo abuso del potere sarebbe diventato una valanga capace di travolgere, finora, tre regimi considerati incrollabili. Un anno fa, in una cittadina di 40 mila abitanti nel centro della Tunisia, Sidi Bouzid, un giovane laureato disoccupato Mohammed Bouazizi, decise di darsi fuoco dopo che la polizia locale gli aveva confiscato il carretto con cui, per campare, vendeva frutta e verdura, senza licenza.

   Bouazizi riportò ustioni gravissime e fu ricoverato in ospedale dove morì il 4 gennaio. Una serie di cerimonie hanno ricordato quel gesto di protesta da cui partì la rivolta tunisina che dopo poche settimane portò alla fuga dal Paese del dittatore Zine el Abidine Ben Alì. Ma era solo l’inizio perché il fiore della rivoluzione si estese ben presto all’Egitto, alla Libia e contagiare altri paesi arabi, come la Siria e lo Yemen.

   Bouazizi, 26 anni, con i 150 dollari che ogni mese riusciva a racimolare, manteneva tutta la sua famiglia.  Ecco perché si è rifiutato di pagare una tangente ai poliziotti locali, che per ritorsione lo avevano picchiato e poi gli avevano sequestrato merce e carretto. Dapprima aveva cercato di avere un’udienza dal governatore provinciale, per protestare contro il comportamento degli agenti, ma di fronte al rifiuto delle istituzioni di ascoltare il suo caso, ha scelto una protesta estrema.

   Il gesto di Mohammed ha dato l’avvio a quella che i media hanno presto battezzato Primavera araba, una stagione di rivolta e cambiamenti epocali, come quella parte di mondo non vedeva da molti decenni.

    L’epilogo di questo tsunami politico, sociale e geopolitico è ancora lontano e gli esiti sono contraddittori e tuttora imprevedibili. Come imprevedibile – almeno per i governi occidentali, troppo legati ai dittatori – era stata la portata dell’esplosione sociale.

   Anche per questa incertezza i due giorni di celebrazione che si sono svolti a Sidi Bouzid sono stati in qualche modo in bilico, tra la speranza e la paura. Migliaia di persone si sono riunite nella piazza principale della cittadina, e hanno assistito all’inaugurazione di una grande statua di Mohammed Bouazizi. C’era anche il presidente tunisino Moncef Marzouki, che ha in questi giorni il difficile compito di regolare la formazione del nuovo governo – atteso a breve dopo le elezioni che hanno dato la maggioranza al partito islamico moderato Ennahda. “Grazie a questa terra, per secoli tenuta ai margini, per aver restituito la dignità a tutto il popolo tunisino”, ha detto Marzouki nel suo discorso durante la cerimonia.

   E se i festeggiamenti hanno riportato i tunisini all’euforia dei giorni della rivolta contro Ben Alì, i problemi del Paese rimangono ancora sul terreno. A partire da quello che più assillava la vita di Mohammed Bouazizi: la disoccupazione che quest’anno, anche per l’effetto del cambio di regime, dovrebbe arrivare – secondo la Banca centrale – al 18,3 per cento, dal 13 per cento nel 2010. Il Pil tunisino nel 2011 dovrebbe contrarsi dello 0,2 per cento, ma secondo i funzionari del governo dovrebbe tornare a salire nel 2012, a un ritmo del 4,5 per cento.

   Una speranza soprattutto per i coetanei di Mohammed, i giovani arabi che sono stati la spina dorsale delle proteste in Tunisia come in Egitto e che, molto prima che le istituzioni rinnovate ne facessero un eroe nazionale, avevano scelto Mohammed come loro simbolo. Il suo ritratto e la sua storia, rimbalzate sui social network, sono diventate in pochissimo tempo il riassunto di una generazione che è riuscita a trasformare il senso di frustrazione e di impotenza in una rabbia capace di travolgere le strutture di regimi rosi da decenni di abusi e corruzione. (Joseph Zarlingo)

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Intervista a LYMAN TOWER-SARGENT

“L’UTOPIA DELLA PRIMAVERA ARABA: IL SUCCESSO NON È GARANTITO”

di Marco Lauri, da LIMES –Rivista italiana di geopolitica-, articolo del 12/12/2011 apparso su http://temi.repubblica.it/limes/

– Il docente americano spiega il ruolo dell’utopia nelle rivolte che hanno caratterizzato quest’anno. Due ideali hanno portato la gente in piazza: libertà e democrazia. L’imperialismo occidentale e la Cina sono i principali fattori esterni. –

Intervista a Lyman Tower-Sargent, professore di Scienze Politiche all’Università del Missouri-Saint Louis.

LIMES: Cosa sono gli utopian studies, o studi sull’utopia?
SARGENT: Gli utopian studies sono l’indagine dell’immaginazione e del desiderio rivolti alla società (social dreaming) in tutti i loro aspetti. L’Italia ha una lunga tradizione in questo campo di studi fin dalla sua fondazione: la teoria politica, gli aspetti filosofici e le componenti letterarie del concetto di utopia sono stati molto studiati dagli italiani. Sono esistiti tre centri: uno a Lecce, concentrato sulla filosofia, guidato da Arrigo Colombo fino a quando questi è andato in pensione. A Roma se ne sono occupati Eugenio Battisti, uno storico dell’arte che ha anche insegnato alla Penn State University in Pennsylvania (dove si è tenuto quest’anno l’incontro annuale della Society for utopian studies), e sua moglie Giuseppa Saccaro Del Buffa, che si occupava di storia del pensiero politico. Il Centro interdipartimentale di ricerca sull’utopia a Bologna si concentra sulla letteratura ed è guidato da Vita Fortunati. Dunque, il contributo dell’Italia è considerevole: questo paese offre l’intero spettro dei principali interessi tematici degli utopian studies.

LIMES: La categoria dell’utopia è stata chiamata in causa da alcuni per descrivere le motivazioni e gli scopi delle rivoluzioni arabe, in particolare in riferimento ai giovani manifestanti egiziani e tunisini. Lei è d’accordo?
SARGENT: Indubbiamente sì. Ci sono due distinti grandi temi utopici che motivano l’azione di protesta dei giovani: la libertà e la democrazia. Questi due stimoli hanno agito come il sogno di un miglioramento nei loro paesi, la forza motivante per coloro che chiedevano un cambiamento nelle proprie società.

LIMES: Midān Taḥrīr occupata dai rivoluzionari – nei periodi delle ricorrenti proteste e specialmente nel gennaio/febbraio scorsi – appare come un simbolo. Può essere descritta come uno spazio utopico? Trovo particolarmente interessante l’eventualità di collegarla al concetto di Taz (Temporary autonomous zone, “Zona autonoma temporanea”) elaborato da Hakim Bey. È un’associazione valida?
SARGENT: Taḥrīr è stata un potente simbolo di desiderio utopico e certamente è stata, nel periodo iniziale della rivoluzione, una Taz, così come lo sono più di recente gli spazi coinvolti dalle proteste di Occupy Wall Street. D’altra parte, una Taz è per sua natura uno spazio limitato nel tempo: la sua continuazione la esporrebbe al rischio continuo di istituzionalizzarsi e, di conseguenza, di perdere la sua essenza libera e spontanea.

LIMES: Insurrezioni, rivolte o rivoluzioni? E nel caso dell’Egitto, colpo di Stato o autentico cambiamento di regime?
SARGENT: L’esercito mantiene ancora il potere effettivo di governo in Egitto. Non c’è ancora stato un vero cambiamento di regime. Per il momento è difficile affermare che queste siano vere rivoluzioni: le vecchie élites sono ancora al loro posto, cercano e cercheranno di controllare o indebolire le richieste dei giovani rivoluzionari. La parte più difficile per loro comincia adesso, dopo l’abbettimento dei precedenti regimi: non sarà facile.

LIMES: Le rivolte nei vari paesi arabi possono essere ricondotte a uno schema comune di fondo con variazioni locali, o le dimensioni e gli sviluppi locali divergono troppo? È utile concentrarsi sulla componente “araba” delle rivolte per capirne le dinamiche, o è più adeguata una prospettiva più ampia, che tenga in considerazione il crescente malcontento espresso pubblicamente in molti paesi non arabi, ad esempio nell’Africa sub-sahariana o in Israele?
SARGENT: Le variazioni locali sembrano predominare. Le richieste delle popolazioni scese in piazza non sono specificatamente arabe o islamiche. Quello che è accaduto nei paesi arabi ha offerto un grande esempio di coraggio e lotta per il cambiamento ad altre aree del mondo.

LIMES: Come valuta l’intervento internazionale in Libia e quello saudita in Baḥrayn? Apparentemente, gli eventi libici hanno seguito un modello abbastanza diverso da quello degli altri paesi, anche se paragonabile per certi aspetti a quello che si sta verificando ora in Siria. D’altra parte, gli inizi delle proteste in Baḥrayn presentavano prima dell’invasione saudita discrete somiglianze con la dinamica vista in Tunisia ed Egitto, i due paesi esemplari della primavera araba.
SARGENT: L’azione internazionale in Libia è stata di natura essenzialmente imperialista.

LIMES: Ritiene che la coscienza pubblica americana abbia percepito la contraddizione implicita nel tacito supporto all’invasione saudita in Baḥrayn nello stesso tempo in cui la coalizione occidentale e gli stessi paesi del Golfo sostenevano con le armi l’insurrezione libica?
SARGENT: Gli americani in genere sono molto poco consapevoli di quello che accade in Baḥrayn. La copertura mediatica di quei fatti, così come di quelli in Yemen, è stata scarsa e il pubblico americano ne è poco informato. Fondamentalmente l’informazione si è concentrata sull’Egitto, grazie alla forza simbolica di piazza Taḥrīr. Inizialmente c’è stato una certa simpatia per le proteste egiziane.

LIMES: Come ha percepito il pubblico americano gli eventi? Ho avuto l’impressione che l’intervento in Libia, ad esempio, sia apparso inizialmente come una azione altamente morale, ma che l’entusiasmo verso la democratizzazione del Medio Oriente sia diminuito rapidamente (le recenti elezioni in Tunisia, Marocco ed Egitto probabilmente lo confermano). Il momento iniziale di una rivolta che vuole abbattere un tiranno si è trasformato in una confusa e sanguinosa serie di conflitti in cui le agende imperialiste delle potenze intervenute in Libia (occidentali e del Golfo) risultano più evidenti. Qual è la sua opinione a riguardo?
SARGENT: La situazione internazionale e le politiche imperialiste dei paesi occidentali e di altri attori saranno un fattore fondamentale nel determinare se i popoli dei paesi arabi saranno in grado di scegliere liberamente il proprio futuro. Gli arabi non dovranno più preoccuparsi solo dell’Occidente, la cui importanza relativa si sta riducendo. Il fattore più importante, ma generalmente ignorato, ora è la Cina.

LIMES: La primavera araba è stata, fin quasi dal suo inizio, un argomento controverso tra gli osservatori occidentali e non solo. Molti studiosi hanno sentito che questi eventi hanno espresso l’inadeguatezza di precedenti strumenti e categorie d’analisi, dimostrando di non saper prevedere cos’è accaduto né di suggerire sviluppi futuri. Si può formulare un giudizio generale a riguardo, e se sì, qual è il suo?
SARGENT: Questa domanda pone l’attenzione su un grande problema. Non sappiamo mai quando verrà un momento di svolta, e probabilmente sarà sempre impossibile saperlo. Quello che si può sapere è che il crescere di una pressione, che sia contro uno specifico regime o per il cambiamento, può significare che si arrivi ad un punto di svolta, ma non si può prevedere quando o cosa lo farà partire. La Tunisia, origine del tutto, è un buon esempio. Un uomo ha raggiunto il limite della sopportazione, si è ucciso e l’immagine della sua morte ha portato all’esplosione. Questo ha indotto altri a pensare che il successo fosse possibile. Il Baḥrayn e la Siria mostrano che, invece, esso non è garantito.

Rivoluzione egiziana, atto II | (Contro)rivoluzioni in corso | Israele più solo, più forte (da LIMES, 12/12/2011)

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SIRIA: 250 MORTI IN TRE GIORNI

di Eduardo Lubrano da “Il Journal” (http://www.iljournal.it/ ) del 21/12/2011

   La vigilia dell’arrivo della prima squadra di osservatori arabi a Damasco per monitorare l’applicazione del piano della Lega Araba per la fine delle violenze, è stata caratterizzata oggi dalla denuncia di attivisti sull’uccisione di decine di persone, tra civili e soldati disertori in diverse località del Paese, e dalla notizia del rapimento a Homs di otto ingegneri di varie nazionalità, cinque dei quali iraniani.

   Intanto, gli scontri armati si propagano fin nei sobborghi della capitale, con il Daily Telegraph che ha verificato la presenza di gruppi di disertori anche a Douma, città satellite ad un passo dal cuore del regime: «Siamo qui per difendere i dimostranti», ha detto un responsabile al quotidiano britannico, ammonendo il regime di Assad di «poter colpire anche il Palazzo presidenziale».

   Stando ai bilanci, in continuo aggiornamento, forniti dai Comitati di coordinamento locale e dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), da lunedì ad oggi oltre 250 siriani sono stati uccisi in scontri tra disertori e milizie lealiste e nell’ormai quotidiana repressione militar-poliziesca delle forze fedeli al presidente Bashar al Assad.

   L’agenzia ufficiale Sana ha dal canto suo riferito dell’uccisione da parte di bande armate di cinque persone, di cui tre civili, un colonnello e un autista di un mezzo militare, e del ferimento di altri 12 a Homs. Sempre la Sana parla di arresti di decine di ricercati a Idlib e Daraa e di scontri a fuoco con terroristi a Homs.  Molti di loro – scrive l’agenzia – sono morti o sono stati feriti.

   Per gli attivisti le località dove si sono registrate, anche oggi, le uccisioni più numerose sono quelle della regione nord-occidentale di Idlib, a Homs e dintorni, quelle attorno a Hama e altre nei pressi di Daraa, capoluogo meridionale, dove in serata almeno 15 civili di Dael che partecipavano a un funerale di un «martire» sono stati falciati – secondo la versione fornita dai Comitati di coordinamento che pubblicano una lista dettagliata delle vittime – da colpi di arma da fuoco sparati da forze di sicurezza. La tv di Stato ha invece trasmesso stasera la confessione del ‘terroristà Khaled as Sayes, 30 anni, di professione imbianchino, operativo con la sua squadra alla periferia nord e sud di Damasco.

   Il terrorista ha detto di aver agito per soldi. In questo clima è atteso domani l’arrivo della prima squadra di 30 osservatori della Lega Araba a Damasco: un’avanguardia guidata dal diplomatico egiziano Samir Sayf al Yazal, che preparerà il terreno logistico per l’arrivo degli altri 120 osservatori, che saranno operativi entro la fine del mese.

   L’intera missione sarà guidata dal generale sudanese Muhammad al Dabi, già capo dei servizi di sicurezza militari di Khartum e coordinatore tra il governo sudanese e le forze d’interposizione congiunte Onu-Unione africana dispiegate nel Darfur. Il Consiglio nazionale siriano (Cns), principale piattaforma dell’opposizione all’estero a cui hanno aderito anche alcuni Comitati di coordinamento locali, ha intanto invocato oggi una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu per discutere la creazione, a Idlib e Homs, di aree sotto la protezione internazionale.

   Il Cns ha anche denunciato «i massacri» in corso da parte del regime. Il ministero degli esteri di Damasco, per bocca del suo portavoce Jihad Maqdisi, ha risposto affermando che «l’opposizione siriana tenta continuamente di sabotare il protocollo (degli osservatori) e cerca di spingere per un intervento straniero invece di accettare l’invito al dialogo».

   In mattinata si era diffusa la notizia del rapimento nei pressi di Homs di otto ingegneri, di varie nazionalità, che lavoravano a una centrale elettrica nella zona industriale. Successivamente, da Teheran e dall’ambasciata iraniana a Damasco, si è appreso che cinque degli otto rapiti sono iraniani ma non sono stati forniti altri particolari. Il ministro degli esteri libanese, Fayez Ghosn, aveva in precedenza affermato che terroristi di al Qaida sono operativi in Siria provenienti da una regione a maggioranza sunnita della valle orientale della Bekaa. (Eduardo Lubrano)

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LUNGA MARCIA DI DONNE AL CAIRO

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 21/12/2011

   Come se al Cairo il problema fossero solo il traffico e la pioggia che non arriva. Fratelli musulmani e salafiti continuano la loro campagna elettorale. Nel prossimo turno, il terzo e ultimo per la camera bassa, si vota soprattutto nelle campagne ed è lì che i partiti islamici si stanno concentrando per vincere facile.
Ma al Cairo il problema non sono gli ingorghi stradali. Nella notte fra lunedì e martedì c’è stata battaglia per il quinto giorno consecutivo fra giovani ed esercito in piazza Tahrir. Altri tre morti e 57 feriti che, secondo i manifestanti, portano il bilancio della nuova recrudescenza a 13 vittime, 603 feriti e 230 arrestati. Da ieri mattina la situazione si è calmata, posto che si possa definire tranquilla una piazza tenacemente presidiata da qualche centinaio di giovani e le strade limitrofe affollate di truppe pronte a colpire di nuovo. È ormai di notte, come accade da diversi giorni, che i militari prendono d’assalto la piazza nel tentativo per ora fallito di sgomberarla.
«Quello che sta accadendo non appartiene alla rivoluzione e ai suoi giovani puri che non hanno mai desiderato distruggere la nazione». Il generale Adel Emara, del Consiglio militare che dovrebbe garantire la transizione e non provocare il caos, cerca di blandire il nemico. Fatica a trovare chi gli creda. Le parole che si lascia invece scappare un altro generale, Abdel Moneim Kato, consigliere del Consiglio (un pessimo consigliere), chiariscono cosa pensano i militari dei giovani di piazza Tahrir: «Dovrebbero essere bruciati nei forni di Hitler».
Le immagini di questi giorni sono più chiare delle parole. I militari hanno scientificamente provocato la piazza, sfruttando la reazione per esercitare una brutalità che gli egiziani non credevano i militari possedessero. Picchiare le donne, come le immagini hanno mostrato, è una prova di debolezza e di smarrimento, più che di determinazione. Ieri centinaia di donne hanno sfilato per le vie del centro del Cairo per protestare contro l’aggressione e il denudamento in piazza Tahrir di una manifestante, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo.

   Dopo giorni di silenzio, anche Hillary Clinton ha deciso di essere durissima: «Profonda preoccupazione», «Scioccata», «La sistematica degradazione delle donne egiziane disonora la rivoluzione», dice il segretario di Stato all’Università di Georgetown, Washington, dove si formano i quadri della diplomazia americana. «Avvilisce lo Stato e le sue uniformi e non è meritevole di un grande popolo». Parole pesanti, anche perché il benessere economico della casta militare egiziana è garantito dagli Stati Uniti. Le forze armate ricevono aiuti per 1,3 miliardi di dollari l’anno; più le numerose joint venture che fanno dei militari una potente conglomerata economica.
Mentre i manifestanti e le Forze armate si elidono a vicenda, il terzo protagonista di questa confusa Primavera egiziana marcia secondo programma. L’Islam politico ha incassato la prevista vittoria anche nel secondo turno elettorale per la camera bassa. I Fratelli musulmani rivendicano il 39% dei consensi, i salafiti più radicali il 30. Gli altri partiti sono staccati, molto più indietro.
È difficile stabilire chi siano i radicali, oggi in Egitto. Già percependosi come forza di governo, Al-Nour, il primo partito salafita, ha annunciato di essere pronto a discutere con Israele e di riconoscere tutti i trattati di pace. È la prima volta che accade. Il nuovo ambasciatore israeliano, Yaakov Amitai, è stato incaricato di aprire un canale di comunicazione con i partiti islamici che stanno vincendo le elezioni e presto governeranno. «Dobbiamo compiere ogni sforzo per spiegare che noi non siamo il nemico del popolo egiziano né di quello palestinese», dice una fonte del ministero degli Esteri a Gerusalemme. Anche questa è una prima volta.

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LA RIVOLUZIONE D’EGITTO NON FINISCE MAI

di Azzurra Meringolo, da LIMES – rivista di geopolitica italiana, 19/12/2011

– Anche al secondo turno delle elezioni parlamentari vincono Fratelli musulmani e salafiti. Piazza Tahrir è ancora piena di manifestanti, e l’Esercito non smette di sparare per uccidere –

IL CAIRO – “Bruciano le nostre tende, spaccano le nostre macchine fotografiche, costruiscono barricate per impedire l’accesso a piazza Tahrir e ci lanciano pietre e vernice dai tetti dei palazzi limitrofi per sporcarci i vestiti e poi venirci a prendere nelle strade vicine” racconta un manifestante mentre viene medicato nell’ospedale di campo costruito ai margini di Tahrir. “Come facciamo ad accettare che a governarci siano dei nostri fratelli che ci trattano come degli animali? Resisteremo in piazza fino a quando non ci stermineranno” aggiunge proprio pochi istanti prima dell’arrivo di un gruppo di militari che prende d’assalto l’ospedale trasformandolo in un cumulo di boccette di medicinali rotte.

Dopo la strage di Maspero a ottobre e quella di via Mohammed Mahmoud a fine novembre, lo scorso fine settimana le forze dell’ordine cairote si sono macchiate nuovamente le mani di sangue in quella che è stata nominata la strage di Qasr Al Eini, ovvero l’escalation di violenza che è scoppiata in questa strada, arteria centrale della capitale che da una parte conduce a palazzi del governo e dall’altra a piazza Tahrir, l’epicentro della rivolta scoppiato lo scorso 25 gennaio.

Dal 20 novembre un gruppo di attivisti si era spostato da Tahrir per occupare parte di questa via e impedire l’insediamento del nuovo governo di Kamal Ganzuri, l’uomo già premier negli anni ’90 che i militari avevano nominato come il volto del cambiamento. La scelta di Ganzuri non ha soddisfatto quanti chiedevano l’uscita di scena dei militari una volta per tutte. Per questo i più intransigenti avevano deciso di iniziare un nuovo sit di protesta proprio alla vigilia delle prime elezioni parlamentari libere dell’Egitto post-Mubarak.

Anche se alcuni giovani hanno definito illegittimo il voto – che si sta svolgendo con i militari ancora al potere – la consistente affluenza alle urne ha dato piena legittimità a questo processo: il 60% degli aventi diritto ha fatto ore di fila per compiere quel gesto per cui piazza Tahrir aveva lottato strenuamente.

Il 28 e 29 novembre, il primo dei sei turni elettorali che porteranno alla creazione del nuovo parlamento ha mostrato la forza di Libertà e Giustizia, il partito della Fratellanza Musulmana, che si è aggiudicato circa il 47% dei voti. A sorprendere non é stata tanto quella percentuale, quanto piuttosto il successo registrato dai salafiti che hanno conquistato più del 20% dei seggi lasciando ai liberali circa il 18% dei voti. Anche se il parziale successo di questa fazione più estremista dell’Islam politico ha sorpreso analisti internazionali, esso non sembra essere altro che l’ultimo regalo del deposto presidente Mubarak. Per anni infatti i salafiti, foraggiati dall’Arabia Saudita, sono cresciuti all’ombra del regime che da una parte cercava di reprimere il suo più forte oppositore, la Fratellanza musulmana, e dall’altra lasciava operare liberamente gli estremisti nella speranza che la loro ascesa sottraesse consenso all’altra anima più moderata dell’islam politico.

Oltre a mostrare una parziale rimonta dello storico partito nazionalista del Wafd, che si è aggiudicato il 20% dei voti, il secondo turno elettorale del 14 e 15 dicembre ha confermato le tendenze del primo, mostrando che il partito della Fratellanza è ora davanti a un bivio. Potrebbe scegliere di allearsi con le forze liberali, mandando un chiaro segnale di cambiamento e innovazione all’intera regione in rivolta; oppure decidere di ripiegare sui “cugini salafiti”, volgendo lo sguardo al passato piuttosto che al futuro. Anche se a prima vista l’alleanza tra Fratellanza e salafiti sembra la più semplice da raggiungere, i rapporti fra queste due formazioni sono sempre stati altalenanti. Avendo radici comuni, momenti di vicinanza si sono alternati ad altri di litigiosità che hanno costretto le diverse anime dell’islam politico a presentarsi separatamente all’appuntamento con le urne.

Mentre i vertici di Libertá e Giustizia continuano a interrogarsi su cosa fare, a Tahrir la rivolta continua; le urne non sono in contraddizione con la piazza, perché anche se le elezioni sono una componente importante del sistema democratico che l’Egitto sta cercando di costruire, non sono l’unico strumento attraverso il quale gli attivisti possono realizzare gli obiettivi della loro rivolta.

Per giustificare le immagini della violenza sui civili che negli ultimi giorni hanno fatto il giro del mondo, il premier Ganzuri ha descritto quanti sono in strada in questi giorni come dei controrivoluzionari che non hanno nulla a che vedere con la rivolta scoppiata il 25 gennaio scorso. Anche se è evidente che la composizione della piazza è in parte cambiata, alcuni dati mostrano che ci sono per la maggior parte gli stessi ragazzi dei primi giorni. Chi frequenta l’arena virtuale si accorge infatti che a inviare messaggi e fotografie della piazza e degli scontri sono, con forzate defezioni importanti, gli stessi che lo facevano a inizio anno. In aggiunta, nella lista dei defunti della strage di Qasr el Eini figura anche Emad Effat, sheikh dell’università di Al-Ahzar, con i manifestanti sin dallo scorso gennaio. Effat era tutt’altro che uno di quei controrivoluzionari che secondo Ganzuri frequentano Tahrir in questi giorni. Non solo era il segretario generale dell’Ufficio delle fatwa, ma anche l’autore dell’ordinanza religiosa di ottobre con cui vietava ai fedeli di votare per gli esponenti del vecchio partito di Mubarak.

Se il governo addossa la colpa degli ultimi disordini a forze controrivoluzionarie, l’Esercito incolpa forze straniere, che starebbero cospirando contro l’Egitto. Oltre alle dinamiche elettorali una delle questioni in sospeso è quella relativa alla stesura del nuovo testo costituzionale. Gli islamisti descrivono il nuovo parlamento come l’unico soggetto autorizzato a creare l’assemblea costituente, ma i liberali – e almeno a parole i militari – ritengono ingiusto e pericoloso trasformare la Costituzione in un premio da dare al partito di maggioranza.

Per capire quale sarà il ruolo dei militari nel nuovo Egitto bisognerà poi aspettare di vedere cosa faranno le forze che governeranno il paese. Solo se queste saranno in grado di cooperare nella transizione potrebbero riuscire a rispedire l’Esercito nelle caserme. Altrimenti rimane difficile ipotizzare il ritiro delle Forze armate dalla scena politica.

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LA LEGA ARABA PORTA LA SIRIA ALL’ONU

di Vittorio Da Rold, da “IL SOLE 24 ORE” del 18/12/2011

– Un piano di pace senza intervento armato – Ieri altre 34 vittime tra cui una bimba –

   Nell`ennesimo giorno tragico di una Primavera araba che in Siria non vuole sbocciare dopo dieci mesi di proteste e in cui almeno altre 34 persone sono state uccise tra le quali una bambina di sette anni e altri due minorenni -nelle violenze delle forze governative-, la Lega araba ha annunciato che potrebbe rivolgersi al Consiglio di sicurezza dell`Onu perché adotti «le decisioni arabe sulla Siria».

   La proposta è arrivata da Hamad bin Jassem binjaber al-Thani, l`attivissimo premier del Qatar, in una conferenza stampa a Doha a conclusione della Commissione ministeriale della Lega araba sulla Siria. Al-Thani ha preannunciato un nuovo incontro al Cairo mercoledì prossimo per discutere la decisione. «Dal momento che la Russia si è rivolta all`Onu allora la Lega araba andrà a presentare un`iniziativa araba».

   Il piano di pace che Damasco ha accettato solo sulla carta prevede la fine delle violenze, il dialogo con l`opposizione, l`attuazione delle riforme, la preparazione di elezioni libere e l`invio di osservatori arabi in Siria.

   La Lega Araba, ha sottolineato Al Thani, è contraria ad ogni risoluzione dell`Onu che porti ad un attacco militare contro la Siria. Ma proprio per questo motivo intende presentare una sua proposta di risoluzione al Consiglio di Sicurezza. La proposta della Lega Araba, ha aggiunto il primo ministro del Qatar, sarà avanzata nel caso che Damasco non accetti il precedente piano della stessa organizzazione.

Quanto alla proposta russa questa ha sorpreso la comunità internazionale consegnando una bozza di risoluzione al Consiglio di sicurezza che condanna le violenze in Siria da «entrambe le parti».

   L`ambasciatore francese all`Onu, Gerard Araud, ha salutato in un comunicato «un evento  straordinario,visto che la Russia ha finalmente deciso di uscire dal suo atteggiamento neutrale». Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton si è detto pronto a lavorare con la Russia, pur avendo precisato che il documento presentato da Mosca contiene elementi «inaccettabili», come l`equiparazione tra le forze di Assad e quelle dell`opposizione.

   Si apre quindi lo spiraglio per una soluzione in stile libico? No, ribattono gli esperti di Stratford, l`agenzia Usa di analisi strategiche, che pensano che un intervento militare della comunità internazionale in Siria è «improbabile» perché Damasco non è Tripoli, ha difese anti-aeree più consistenti e «soprattutto non è ricca di petrolio».

   Damasco però teme Ankara e ha schierato lungo il confine con la Turchia 21 missili, di cui 5 Scud D con testate da guerra chimiche. A sostenerlo è Debkafile, sito vicino all`intelligence militare israeliana, che parla di una tensione altissima tra Ankara e Damasco, dopo che il premier turco Recep Tayyip Erdogan si è schierato dalla parte dell`opposizione siriana per il rovesciamento di Bashar al-Assad.

   Secondo il sito, i vertici militari turchi si sono riuniti ieri notte con il presidente, Abdullah Gul, e il premier Erdogan, e hanno messo in stato di allerta le forze armate e sollecitato una verifica della «preparazione» a un eventuale conflitto. (Vittorio Da Rold)

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SIRIA

GOVERNO, PENA DI MORTE PER CHI ARMA TERRORISTI. PIÙ DI CENTO MORTI NELLE ULTIME 24 ORE, da “la Repubblica.it” del 20/12/2011

– Pugno duro del regime siriano intorno a disertori e ribelli armati. Promulgata la legge dal presidente Bashar al-Assad. Si aggrava il bilancio delle vittime degli scontri –

DAMASCO – Il regime siriano stringe la morsa intorno a disertori e ribelli armati. Il presidente, Bashar al-Assad, ha firmato un decreto che impone la pena di morte per chiunque “fornisca armi o aiuti a fornire armi al fine di commettere atti terroristici”, ha riferito l’agenzia ufficiale Sana. Il provvedimento prevede anche l’ergastolo con i lavori forzati in caso di traffico d’armi “per profitto o al fine di commettere atti di terrorismo” e 15 anni di lavori forzati per traffico d’armi legato ad altri scopi.
Fin dall’inizio delle proteste in marzo, le autorità di Damasco hanno sempre rifiutato di riconoscere il carattere pacifico di gran parte delle manifestazioni, affermando che alla guida della rivolta vi sono “bande di terroristi armati”. L’Onu, al contrario, ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che condanna le violazioni dei diritti umani nella repressione della ribellione, che ha provocato non meno di 5000 vittime.
Ieri il viceministro degli Esteri siriano, Faysal Al Mikdad, aveva sottoscritto un patto per l’invio di osservatori arabi nel Paese 1.
È di un centinaio di morti, tra militari disertori e civili, il bilancio delle ultime 24 ore di violenze e repressione in diverse località del Paese. Lo riferiscono i media panarabi, citando l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus)e i Comitati di coordinamento locale degli attivisti anti-regime. Secondo l’Ondus tra 60 e 70 soldati che tentavano di fuggire dalle caserme a Kansafra e Kfar Awid, nella regione nord-occidentale di Idlib, sono stati uccisi ieri dalle forze di sicurezza fedeli al presidente Bashar al Assad a colpi di mitragliatrici. Per i Comitati di coordinamento, sono 40 i civili uccisi ieri: tredici nella regione di Homs, undici in quella meridionale di Daraa, nove in quella di Idlib, tre in quella orientale di Dayr az Zor, tre nel centro di Damasco e uno a Hama.

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SIRIA, UN ALTRO “SI'” DI ASSAD AGLI OSSERVATORI ARABI

di Mauro Mondello, da “AVVENIRE” del 20/12/2011

   «Nove mesi si fa era tutto molto diverso». Inizia così il suo racconto Manhal, il portavoce dell`Hama Revolution Council, il gruppo di riferimento della rivolta siriana nella città di Hama, un luogo storicamente ribelle e coraggioso (è qui che nel 1982 le truppe di Rifaat al Assad, lo zio dell`attuale presidente Bashar Assad, soffocarono nel sangue le sommosse, uccidendo 25mila persone), oggi di nuovo al centro di una durissima ribellione popolare.

   Manhal sarebbe dovuto partire per l`Inghilterra all`inizio di marzo, aveva vinto una borsa di studio dopo la sua laurea in lingue straniere e sognava di perfezionare l`inglese in un college di Londra.

   Passa le sue giornate cercando di organizzare manifestazioni, di raccogliere immagini della protesta, di tenere i contatti con il gruppo di Homs, la città che insieme ad Hama sta trainando la resistenza ed in un cui la repressione militare è esplosa con maggiore brutalità.

   Le strade principali, i vicoli della città vecchia, il vialone di accesso alla stazione degli autobus, posti caotici e affollati di persone, da cui solitamente proviene un rumore assordante di clacson, urla e motori – sono desolatamente vuoti.

   Nei pochi caffè rimasti aperti siedono solo militari e qualche sostenitore del regime, l`isolamento con il resto del Paese è completo: nel solo complesso urbano di Hama sono disposti più di venti checkpoint, ogni quartiere è bloccato dai controlli armati dell`esercito, i tank sorvegliano gli accesi ai Ad Hama si continua a protestare sfidando la repressione.

   Per organizzarsi i giovani ricorrono a messaggi su Facebook, incontri segreti e passaparola collegamenti principali in entrata ed uscita dalla città. Una strategia mirata ad evitare ogni possibile aggregazione dei movimenti di protesta e che di fatto obbliga i gruppi di di dissidenti a organizzare decine di manifestazioni separate. È, in questo modo che le informazioni, le comunicazioni fra i centri ribelli, diventano sempre più difficili in un Paese ormai terrorizzato – secondo l`opposizione – da un esercito che ad Hama ha già ucciso più di 1500 civili da marzo ad oggi.

   «Purtroppo siamo totalmente isolati, questo è il nostro grande problema. Le scuole, le università, gli uffici, i mercati, è tutto chiuso da mesi, in attesa che si sblocchi la situazione. I giornalisti non riescono a superare i controlli di frontiera, in questo modo il regime taglia fuori i media dalle informazioni e nel mondo nessuno riesce ad avere la concezione reale di quanto sta accadendo. Anche la Lega Araba ha una responsabilità oggettiva molto pesante in tutto questo, perché conosce perfettamente lo stato delle cose, ma non riesce ad imporsi».

   La rabbia di Manhal è quella di un`intera popolazione, sconvolta ma determinata ad andare avanti nella protesta. Ad Hama la rete di uomini e donne disposti a rischiare la propria vita per dare seguito alla rivolta è fittissima. Come dimostra anche l`ennesima manifestazione di venerdì scorso, in cui più di 150mila persone (frammentate in 18 gruppi di quartiere a causa delle limitazioni di movimento legate ai checkpoint militari) sono scese in piazza per protestare contro il regime di Assad.

   Per organizzarsi, i rivoltosi ricorrono a un tamtam di messaggi su Facebook, decine di piccoli incontri clandestini, un rapidissimi passaparola di casa in casa, di famiglia in famiglia, un sistema ormai ben oliato. All`impegno, anche economico, contribuiscono tutti, nella speranza che questa guerra, loro la chiamano così, finisca presto. (Mauro Mondello)

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LA RELIGIONE E LA POLITICA NELLA PRIMAVERA ARABA

da http://www.thepostinternazionale.it/

– Il triangolo Arabia Saudita-Siria-Iran –

TUTTO è cominciato in Algeria e in Tunisia con l’inizio del nuovo anno. La fiammata dei prezzi delle materie prime alimentari sui mercati internazionali aveva reso improvvisamente più acuta la crisi nei paesi nordafricani. La rivolta si è rapidamente estesa, anche grazie all’uso di internet e dei social network, fino al Golfo Persico.

   In Arabia Saudita, Yemen, Oman, Bahrain, Iraq, Iran, Giordania e Siria gli scontri erano limitati, le proteste però sono cresciute e nuovi scenari si prospettano. La disoccupazione e la povertà sono al centro delle rimostranze che il giovane popolo mediorientale porta in piazza. I giovani sono il vero motore di queste rivoluzioni, la popolazione al di sotto dei 25 anni supera largamente il 50% sia nella penisola arabica che in Siria.

   Ma la religione può spiegare alcune strategie che i governi stanno attuando in risposta a queste rivolte. La questione religiosa ha sempre caratterizzato le tensioni nella regione, il contrasto storico tra arabi e persiani sta riacquistando importanza alla luce degli ultimi eventi. I regimi sunniti di Qatar, Kuwait, Arabia Saudita e Bahrain da una parte, il triangolo delle “proteste sciite” (Iran, Iraq, Libano) dall’altra. Ma non tutti i regimi hanno la fede del proprio popolo.

   I sunniti sono la maggioranza del popolo islamico e la loro tradizione riconosce come autorità religiosa la comunità di fedeli. Gli sciiti si differiscono (tra le altre cose) sulla presenza e sul ruolo della gerarchia religiosa, si sono “staccati” dopo la morte di Maometto seguendo la fazione di Alì, riponendo da quel momento “fede nell’atteso” e generando teorie utopiche rivoluzionarie in ambito socio-economico.

   L’Arabia Saudita è preoccupata dal suo piccolo vicino, il Bahrain. Riad teme sollevazioni della minoranza sciita che abita le regioni orientali della penisola arabica, in cui si trovano la maggior parte dei pozzi petroliferi sauditi. Il Bahrain si trova proprio in questa zona e i protagonisti della rivolta che mira a rovesciare il re sunnita Hamad bin Isa al-Khalifa sono proprio i cittadini sciiti.

   Il 70% della popolazione del paese è sciita ed è assai sottorappresentata politicamente, da sempre è penalizzata in ogni ambito della società a vantaggio della minoranza sunnita. Per questo tra fine marzo e inizio aprile si sono sviluppate tensioni diplomatiche tra i paesi del Golfo. L’Arabia Saudita è intervenuta direttamente con i suoi soldati nell’arcipelago, mentre l’Iran, che condivide con la maggioranza della popolazione del Bahrain la fede sciita, critica l’interventismo di Riad.

   Il governo iraniano ha manifestato forti critiche anche per l’atteggiamento assunto da altri paesi nei confronti delle proteste scoppiate nell’arcipelago a maggioranza sciita. Secondo l’intelligence americana l’Iran starebbe aiutando le autorità siriane nella repressione delle rivolte e si starebbe organizzando per fornire aiuto e appoggio sottotraccia agli oppositori antigovernativi sia in Bahrain sia in Yemen.

   Questo lo scenario in cui Teheran cercherà di valorizzare il proprio ruolo di potenza regionale, sperando in una “svolta sciita” in molti paesi. Il legame tra l’Iran e la Cina (l’Iran è il principale esportatore di petrolio verso la Cina) apre scenari più favorevoli agli “interessi dell’Est” e dimostra una perdita di influenza dell’Occidente nella regione. La Siria, ad esempio, ha ridotto progressivamente i rapporti economici con l’Europa, aprendosi di riflesso verso la potenza regionale iraniana, stipulando accordi commerciali in questa direzione.

   Come sostiene Limes (26/05/2011), “la primavera araba finora non ha investito Teheran direttamente, ma le sta dando un nuovo ruolo strategico nella regione, visto anche il riavvicinamento con l’Egitto. L’Occidente dovrebbe appoggiare Ahmadinejad più che Khamenei”. Questo perché Ahmadinejad porta avanti una politica propensa a promuovere alleanze con le forze laico-nazionaliste di paesi come l’Egitto, la Giordania e il Libano.

   L’inedita alleanza tra Iran ed Egitto, entrambi con un’impronta più laica e nazionalista, con il concorso della Giordania e di un Libano lontano da Hezbollah, potrebbe dare vita ad un nuovo blocco mediorientale, in grado di “traghettare l’intera regione verso un mutamento epocale all’insegna di un laico riformismo”.

   Le implicazioni per la politica estera dei paesi occidentali sarebbero dunque importantissime. Sempre da Limes: “In apparenza, fino ad oggi, l’opinione pubblica dei paesi democratici ha percepito il fronte religioso ultraconservatore, vicino alla Guida Suprema l’ayatollah Ali Khamenei, come quello più moderato e tendente alla ricerca di una rapporto meno bellicoso con l’Occidente, valutando invece le idiosincrasie di Ahmadinejad e i suoi atteggiamenti estremisti e anti-semiti come più pericolosi e potenzialmente distruttivi. La realtà sembra essere completamente diversa. Infatti, osservando le dinamiche interne all’Iran, appare subito evidente che la fazione di Ahmadinejad è quella che l’Occidente dovrebbe, nei limiti del possibile, favorire e con la quale dovrebbe ricercare un dialogo. Quella fazione, nell’ambito degli scontri interni per il potere, ha interesse a stabilire una serie di relazioni positive con i paesi arabi per aumentare il consenso interno e mostrare finalmente il nuovo status di potenza regionale raggiunto dall’Iran”.

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intervista al nuovo ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant`Agata

“NEL MEDITERRANEO C’E’ VOGLIA D’ITALIA. L’EUROPA CI SEGUA”

di Pietro Perone, da “IL MATTINO di Napoli” del 21/12/2011

– La crisi: «Nel Mediterraneo c`è voglia d`Italia l`Europa ci segua» – Il ministro degli Esteri: si terrà a Napoli il vertice trai 10 Paesi delle due sponde –

Da Washington alla Farnesina per assumere il timone del ministero degli Esteri: Giulio Terzi di Sant`Agata è uno di quei diplomatici di «lungo corso», attento a muoversi con il passo giusto per chi si ritrova a guidare un ministero così delicato nell`era del governo tecnico e con un mandato in larga parte legato ad affrontare la crisi.

   Ma il futuro dell`Italia passa anche per la credibilità che il Paese saprà trasmettere ai partner europei e al resto del mondo. La Farnesina diventa così anch`essa una sorta di postazione economica per sfruttare – dice subito il ministro – «quella credibilità che ci eravamo guadagnati nella gestione delle crisi internazionali».

   Non manca il ministro di sottolineare come il Mediterraneo e Napoli diventino ancora più un territorio strategico, «la vera sfida – avverte – per l`Europa nel XXI secolo per affermarsi come attore globale».

Si riparte dal ritrovato protagonismo al tavolo UE per imprimere anche un nuovo impulso sul piano diplomatico?

«L`Italia ha sempre mantenuto un ruolo di attore di primo piano nelle crisi internazionali, dal Kosovo, all`Afghanistan alla Libia. La determinazione con la quale il governo italiano ha mostrato di volere affrontare l`emergenza economica ha riscosso un unanime apprezzamento all`interno dell`Ue e tra i nostri principali partner extraeuropei, a partire dagli Stati Uniti. Questa ritrovata credibilità consentirà di consolidare ulteriormente il ruolo e l`influenza che già ci eravamo guadagnati nella gestione delle crisi internazionali. Ma sia chiaro: non partiamo certamente da zero. Ci muoviamo in politica estera su una linea di sostanziale continuità con il governo precedente. E, sul piano anche personale, non posso che ribadire il mio più grande apprezzamento per l`attività svolta dal mio predecessore, Franco Frattini. Si tratta oggi piuttosto, con la rinnovata credibilità, di assicurare all`Italia e al suo ruolo nel mondo quel pieno riconoscimento che merita. Il consolidamento del peso dell`Italia nell`Ue può consentire di indirizzare in maniera più efficace le politiche di quest`ultima verso il Mediterraneo. Nel mondo resta forte la domanda di Italia: una domanda alla quale dobbiamo essere in grado di rispondere».

Abbiamo una lunga storia di rapporti coni popoli del Mediterraneo spesso autonomi anche rispetto alla politica statunitense. Con i nuovi equilibri che si stanno configurando in quell`area quale dovrà essere, il ruolo del nostro Paese?

«Ho indicato il Mediterraneo come un`area di assoluta priorità della politica estera del governo di cui faccio parte. E ciò non solo per la nostra vocazione mediterranea, la nostra vicinanza geografica, la tradizionale amicizia con quei popoli. Le rivoluzioni arabe hanno creato un nuovo contesto regionale, ancora fluido, dove l`Italia per mantenere il proprio ruolo e difendere i propri interessi nazionali deve aggiornare le proprie strategie. Innanzitutto: è evidente che abbiamo tutto l`interesse a sostenere le transizioni democratiche. Un interesse che condividiamo pienamente con i nostri alleati, in particolare gli Stati Uniti. Dal successo di queste transizioni può derivare una maggiore stabilità regionale e, quindi, una maggiore sicurezza per noi ed anche nuove opportunità per le nostre imprese».

Ci saranno nell`immediato le condizioni per tornare in quei paesi e riprendere le attività economiche interrotte?

«La sfida, dopo la fine delle dittature, è di creare istituzioni stabili e funzionanti, di garantire le libertà individuali e di impegnarsi per adeguarsi sul piano del rispetto dei principi dello stato di diritto a quei parametri e valori condivisi dalla maggioranza della comunità internazionale: sono queste le precondizioni anche per lo sviluppo economico, la competitività e la piena integrazione della regione nell`economia globale. Ci sono spazi per iniziative che possono essere portate avanti insieme con il nostro settore privato, con le nostre università, le amministrazioni locali, soprattutto al Sud. Ma cercheremo anche di portare “più Mediterraneo in Europa e più Europa nel Mediterraneo”».

L`Ue travolta dalla crisi a essere un punto di riferimento?

«L`Europa può e deve fare di più per sostenere le economie dei paesi mediterranei in transizione. Occorrono più risorse da parte dell`Ue: siamo di fronte a una sfida storica alla quale il continente europeo, il più direttamente interessato, non può sottrarsi. Peroreremo la causa di maggiori risorse verso il Mediterraneo anche nel negoziato sulle prospettive finanziarie dell`Ue per il periodo 2013-20. Si tratta di creare una vera e propria casa comune Euro-Mediterranea. E credo dovremo attivarci di più per associare anche la Turchia a questo progetto.  Il Mediterraneo è la vera sfida per l`Europa nel XXI secolo per affermarsi come attore globale».

I rapporti con la Libia vanno reinventati?

«Esiste un rapporto di amicizia storico tra i due popoli sul quale stiamo costruendo. La solidarietà mostrata dall`Italia al popolo libico durante il conflitto ci è stata sinceramente riconosciuta dalle nuove autorità libiche. Da ultimo dal presidente Jalil, in occasione della sua visita a Roma il 15 dicembre scorso. La direttrice da seguire, e confermata negli incontri con Jalil è quella della riattivazione del Trattato di amicizia bilaterale del 2008, che era stato per ovvi motivi sospeso durante il conflitto. Malgrado esista ancora una certa fluidità della situazione in Libia sono tuttavia già ripresi a pieno ritmo i rapporti economici, gli scambi tra le imprese, le attività dell`Eni, i voli commerciali su Tripoli. Faremo presto una visita con il presidente Monti a Tripoli per suggellare questa piena ripresa dei rapporti bilaterali e tracciare insieme la strada delle cooperazioni concrete per il futuro. Avendo ben presenti le priorità immediate del governo transitorio libico, tra cui il disarmo e reintegro delle milizie».

Non teme nuove ondate di sbarchi?

«Questo tema rappresenta una priorità di intervento per entrambi i paesi. Con la Libia democratica possiamo impostare una collaborazione leale sul tema dell`immigrazione clandestina nel comune Interesse.

Sono già in corso contatti tecnici trai due paesi. Continueremo ad aiutare gli amici libici a rafforzare le loro capacità autonome di controllo delle frontiere sia sul piano bilaterale che attraverso l`Ue, dove un italiano, il vice questore Vincenzo Tagliaferri, guiderà la missione europea per il “border control” che partirà a gennaio».

Si tornerà dunque a lavorare affinché Tripoli sia un`opportunità economica?

«Nel pieno rispetto della sovranità libica ci proponiamo di recuperare la nuova Libia ad un ruolo attivo sul piano regionale con la riunione a Napoli nei prossimi mesi dei ministri degli Esteri dei cinque paesi della sponda nord del Mediterraneo, tra cui l`Italia, ed i cinque della sponda Sud. Caldeggiamo anche la partecipazione della nuova Libia al dialogo Mediterraneo con la Nato. Una Libia più integrata nella regione, più vicina all`Europa e alla comunità euro-atlantica significa una Libia che crea maggiori opportunità anche per l`Italia».

Mezzogiorno baricentro degli scambi commerciali tra il Nord e il Sud del mondo, sfida annunciata e mai vinta. Il governo di cui fa parte si pone questo obiettivo?

«Le primavere arabe, se completate con successo, insieme all`avvicinamento tra le due sponde del Mediterraneo offrono un contesto particolarmente favorevole anche per il nostro Sud, per il rilancio dello sviluppo economico delle nostre regioni meridionali. Un Mediterraneo resuscitato dalle rivoluzioni democratiche ed economicamente dinamico offrirà nuove opportunità in particolare per le nostre piccole e medie imprese nel Mezzogiorno. Ma anche, più in generale potrà aiutare a trasformare il Meridione, inclusa Napoli e le sue infrastrutture portuali in una sorta di hub per lo sviluppo degli scambi tra Europa ed Asia. Una sfida che dobbiamo essere pronti a cogliere. La Farnesina è pronta a fare la sua parte per far vincere questa sfida al nostro Sistema Paese».

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LA PRIMAVERA ARABA E LE INCERTEZZE DELL’EUROPA

di Stefano Polli (Caporedattore Affari internazionali dell’agenzia ANSA), articolo del 16/11/2011

   La primavera araba muta velocemente e velocemente cambiano le prospettive future dei Paesi che soltanto qualche mese fa hanno fatto pensare a un cambio epocale nella sponda sud del Mediterraneo e più in generale nel mondo arabo. Che ci sarà, ma che forse non assomiglierà a quello disegnato nelle Cancellerie occidentali. Di fronte a questa curva imprevista della storia, l’Europa appare, ancora una volta, distratta e lontana, incapace di cogliere l’occasione per un rilancio dei rapporti con un’area strategica e fondamentale per il suo futuro.

La strutturale incapacità europea di una politica estera comune. La genetica e strutturale incapacità europea di esprimere una politica estera comune e tempestiva, in grado di agire per la protezione degli interessi del vecchio continente sta emergendo puntualmente di fronte ai repentini cambiamenti nel bacino del Mediterraneo, i quali stanno prendendo una piega diversa, imprevista, da quella immaginata qualche settimana fa.
La paura di un arrivo di forze di ispirazione islamica, seppur moderate, al potere fa disegnare scenari nuovi e un po’ più cupi. Nelle prime settimane della primavera araba si era parlato con entusiasmo della voglia di libertà e democrazia delle masse arabe, del ruolo di Internet nelle rivoluzioni mediterranee portate avanti dai giovani, della fine di un’epoca di dittature e diritti repressi. Adesso l’assioma che viene fatto è più o meno questo: si rischia di passare da una situazione di regimi per nulla democratici ‒ ma laici e in grado di garantire stabilità e rapporti con l’Occidente ‒ a regimi democratici ma islamici e con i quali le relazioni potrebbero essere più complesse del previsto.
È sicuramente ancora troppo presto trarre conclusioni adesso, e bisogna assolutamente continuare a nutrire fiducia in quei Paesi e in quei movimenti che sono stati, giustamente, appoggiati dall’ Europa e dalla comunità internazionale. E dopo aver sostenuto, anche se con qualche iniziale ritardo, le rivolte in Tunisia, Egitto e Libia è importante non abbandonare i manifestanti che in Siria e in Yemen proseguono la loro primavera tra dure repressioni e scontri quotidiani.

Il ruolo dell’islamismo nella nuove democrazie arabe. Ma è anche vero che i primi segnali che giungono dai Paesi liberati possono, legittimamente, far venire qualche dubbio sul futuro. In Tunisia le elezioni per l’assemblea costituente sono state vinte dagli islamici moderati, i quali però non escludono di aprire un dialogo con le ali più estreme del radicalismo islamico. All’università di Tunisi ci sono già stati scontri tra gli studenti che vogliono difendere la laicità del loro Paese con alcuni esponenti dei movimenti islamici, percepiti come un pericolo di un ritorno al passato della Tunisia.
In Libia, le autorità del Consiglio nazionale di transizione hanno già annunciato che la Sharia sarà alla base della futura legislazione della Nuova Libia. E il modo in cui è stata portata a termine la resa dei conti con Muammar Gheddafi lascia molte domande in sospeso e senza risposta. In Egitto ci sono molti timori per le future elezioni perché i Fratelli Musulmani sono l’unico partito strutturato e in grado di affrontare le elezioni con una grado sufficiente di organizzazione. Una loro vittoria, peraltro molto probabile, aumenterebbe ulteriormente i timori per una sponda sud del Mediterraneo controllato da un islamismo, si spera moderato.

Europa: ognuno per sé. In questa fase, l’Europa non riesce a trovare il bandolo dell’intricato groviglio degli interessi contrapposti. Non esiste un interesse europeo. Ci sono, ancora una volta, tanti interessi nazionali che hanno il sopravvento su una possibile, auspicata ma non realizzata, visione comune della storia.

   D’altra parte, il modo in cui la comunità internazionale è entrata nella guerra libica la dice lunga sul livello di collaborazione interna del vecchio continente. La Francia di Nicolas Sarkozy – dopo aver fatto una terribile figura sulla vicenda tunisina, visti gli antichi rapporti con Ben Ali – ha deciso di rompere gli indugi nel conflitto libico, cercando di ricostruirsi un’immagine e, soprattutto, di ipotecare benevolenze dei futuri padron i della Libia in vista di nuovi contratti nel settore petrolifero.

   Gli attacchi aerei condotti dalla Francia e, subito dopo, dalla Gran Bretagna, oltre a trascinare la Nato in una guerra strana, non pianificata e più complessa del previsto, hanno distrutto la solidarietà europea e hanno fatto affondare le ultime residue speranze di una ricerca di una politica estera e di una sicurezza comune.
Ancora oggi, i Paesi europei si presentano nelle varie capitali mediterranee in ordine sparso, guardando ognuno ai propri interessi bottega. Da un lato persiste la mancanza di coesione e di visione comune, dall’ altro sta sorgendo il timore di una deriva islamica vicina ai confini meridionali dell’Europa. Proprio per questo l’ Europa avrebbe interesse a coordinarsi per affrontare la nuova delicata situazione instaurando subito rapporti chiari con i nuovi governanti.

L’esempio turco. Gli Europei dovrebbero guardare al modello turco e cooperare con i nuovi Stati affinché in qualche modo seguano ognuno con le sue peculiarità, l’esempio di Ankara, un grande Paese con livello di democrazia accettabile, con popolazione musulmana ma Stato laico.
Ma anche la Turchia, a giudicare dalle ultime prese di posizione in politica estera, sta prendendo una nuova strada. Ankara guarda sempre più a oriente, dimenticando progressivamente le sue aspirazioni europee. Il Paese, deluso dalle promesse a vuoto degli Europei per una sua sempre più distante adesione all’Ue, vuole diventare, e ha tutte le carte per farlo, il nuovo punto di riferimento strategico nel Medio Oriente.  Forse l’Europa dovrebbe fermarsi un attimo e riflettere sugli errori compiuti. Per non commetterne altri, simili, in futuro. (Dal sito http://www.treccani.it/scuola/dossier/2011/Mediterraneo/polli.html )

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Egitto, il Cairo, piazza Taharir

3 thoughts on “PRIMAVERA ARABA, il GRANDE EVENTO geopolitico dell’anno 2011: i giovani del Medioriente e del nostro comune spazio geografico MEDITERRANEO in cerca di un nuovo futuro – Tra problemi (la crisi economica mondiale) e tensioni (come le violenze in SIRIA ed EGITTO in questi mesi)

  1. cristianciarrocchi venerdì 22 febbraio 2013 / 22:10

    Molto interessante, specialmente l’articolo che suggerisce ad uno spazio comune mediterraneo.

  2. Roberta Gaeta giovedì 28 febbraio 2013 / 15:37

    Egitto e Libiaaa??

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