UN CAPITOLO DI UN ROMANZO, E UNA POESIA, geografici, ai nostri lettori PER IL NATALE 2011 – MELVILLE e PAVESE a confronto, due destini che si incrociano, l’uno ad un secolo dall’altro, sul tema del MITO e del VIAGGIO ESISTENZIALE (quale la poesia? quale il romanzo?)

GREGORY PECK, interprete del capitano ACHAB nel film MOBY DICK di JOHN HUSTON del 1956 (tratto dall'omonimo romanzo di Herman MELVILLE)

   Nel fare qui gli auguri ai lettori di Geograficamente, proponiamo due brani letterari, uno di Herman Melville, l’altro di Cesare Pavese (il primo capitolo di Moby Dick; e I Mari del Sud dalla raccolta Lavorare stanca – Antenati). Quale il racconto, quale la poesia? … difficile dirlo: decidete Voi.

   Moby Dick (di Herman Melville, pubblicato nel 1851) è stato tradotto in italiano per la prima volta proprio da Cesare Pavese, nel 1932. Pavese scopritore e divulgatore dei miti della letteratura anglo-americana (statunitensi come appunto Melville, ma anche Dos Passos, Gertrude Stein, Faulkner; e inglesi come Defoe, Joyce…). Ma Pavese fu anche traduttore originale, “vero”, personalistico: se confrontate il testo italiano di Moby Dick di Pavese (come qui Vi proponiamo) con altre traduzioni pur belle e scientifiche, troverete che in quella di Pavese c’è uno scrivere personalistico, non necessariamente “vocabolo per vocabolo” dall’inglese. Pavese traduce il senso del romanzo di Melville come lo percepisce lui, perché tutta la sua letteratura, fatta di racconti e poesie, ne è intrisa dello stesso senso (nonostante un secolo di vita dividesse lui da Melville). E Moby Dick, all’epoca della sua prima pubblicazione in Italia, non incontrò un’accoglienza favorevole; e invece oggi è unanimemente riconosciuto come uno dei capolavori della narrativa statunitense.

CESARE PAVESE (1908 - 1950), che ha tradotto e fatto conoscere in Italia il MOBY DICK di HERMAN MELVILLE

      Dice Elémire Zolla: “Il primo capitolo di Moby Dick comincia con una dichiarazione non umana, ma angelica, Call me Ishmael: chiamatemi Ismaele, non già mi chiamo Ismaele. Non ha importanza il nome del protagonista narratore, ma ciò che egli simboleggia. Ismaele è l’uomo che si sa dotato di una superiorità non riconosciuta dal mondo: il primogenito di Abramo è un bastardo cacciato nel deserto, fra altri reietti; là impara a sopravvivere a questa morte, in perfetta solitudine, indurito contro le avversità”. – Elémire Zolla, (dal libro “Moby Dick o la Balena”, tradotto da Cesare Pavese, ed. gli Adelphi, euro 10,00).

   Noi qui, come “omaggio letterario geografico” di Natale, diamo a Voi il primo capitolo. Convinti che mai sia stato scritto un libro così geograficamente esaustivo della vita sul mare, dei suoi porti, dei grandi oceani e della ricerca e descrizione dei luoghi marini; di un percorso verso un proprio equilibrio esistenziale.

   E già nel primo capitolo di Moby Dick, viene espresso il desiderio di ricerca di se stessi attraverso i luoghi: nel caso del romanzo, sono luoghi “d’acqua”… ma noi crediamo che ogni luogo se osservato e vissuto intensamente, possa dare senso e significato al proprio esserci.

   Pertanto, con questo vogliamo dire che questo Natale che ci introduce ad un anno, il 2012, che sarà sicuramente difficile per ciascuno di noi, per i nostri luoghi di vita e di relazione, per l’Italia e l’Europa e il mondo intero, questi due scrittori (e poeti), Melville e Pavese, sembrano inconsciamente (visto che non ci sono più) lanciare la sfida che tutti noi dobbiamo rappresentare: inoltrarci nel cambiamento, nelle nuove anche difficili realtà che ancora ben non immaginiamo, con spirito sia scientifico (da manuale di navigazione), ma anche creativo e profetico.

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   Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.

   Eccovi dunque la città insulare dei Manhattanesi (il nome indiano di New York, ndr) circondata da banchine, come le isole indiane da scogliere di coralli: il commercio la cinge con la sua risacca. A destra e a sinistra le vie vi conducono al mare. Il suo punto principale è il Bastione, dove quella mole illustre è ventilata dalle brezze e bagnata dalle onde che poche ore prima erano fuori vista da terra. Guardate la folla dei contemplatori dell’acqua.

   Andate in giro per la città in un sognante pomeriggio del Sabato. Andate al Corleas Hook a Coenties Slip e di là, lungo Whitehall, verso il nord. Che cosa vedete? Fissi, come sentinelle silenziose, tutto intorno alla città stanno migliaia e migliaia di mortali perduti in fantasticherie oceaniche. Alcuni appoggiati a una palizzata, altri seduti sulle testate dei moli, altri che guardano oltre le murate di navi che provengono dalla Cina e altri arriva, nell’attrezzatura, come se si sforzassero di gettare un’occhiata ancor più vasta, verso il mare. Ma tutti costoro sono gente di terra; rinchiusi, nei sedili, avvinti alle scrivanie. Come va dunque? Sono scomparse tutte le verdi campagne? Che cosa fanno qui costoro?

   Ma, ecco! ecco che giungono altri gruppi, che van diritti all’acqua e con l’intenzione, pare, di fare un tuffo. Strano! Nulla li soddisfa, se non il limite estremo della terraferma; gironzare all’ombroso sottovento di quei magazzini non basta. No. Bisogna ch’essi s’avvicinino all’acqua quant’è possibile senza caderci dentro. Ed eccoli là fermi, per miglia e miglia, per leghe. Gente dell’interno tutti, vengono da viottoli e da vicoli, da vie e da corsi, dal nord, dall’est, dal sud e dall’ovest. E pure qui s’uniscono tutti. Ditemi, forse il potere magnetico degli aghi delle bussole di tutte quelle navi li attira qui?

   Ancora. Voi siete in campagna, su qualche altopiano, lacustre. Prendete qualsiasi sentiero vi piaccia e, nove volte su dieci, questo vi conduce in una valle e vi lascia lì, acanto a uno stagno formato dalla corrente. C’è del magico in questo. Che il più distratto degli uomini sia immerso nelle sue più profonde fantasticherie: mettete quest’uomo in piedi, fategli muovere le gambe, ed egli, infallibilmente, vi condurrà all’acqua, se acqua c’è in tutta la regione.. Se vi succedesse mai di restare assetati nel gran deserto americano, provate l’esperimento, dato che la vostra carovana sia eventualmente fornita di un professore di metafisica. Sì, come ciascuno sa, acqua e meditazione sono sposate per sempre.

   Ma prendete un artista. Egli desidera dipingere il più sognante, il più ombroso, il più tranquillo, il più incantevole paesaggio romantico di tutta la vallata del Saco. Qual è l’elemento essenziale che adopera? Ecco i suoi alberi, ciascuno col tronco cavo, come se dentro ci fossero un eremita e un crocefisso; ecco, qui dorme il fraticello e là dorme il gregge, e su da quella casetta s’innalza un fumo sonnacchioso. Lontano, in remote boscaglie, si sprofonda una strada serpeggiante, fino ai sovrastanti speroni di monti immersi nell’azzurro delle loro coste. Ma per quanto la scena giaccia così estatica e il pino scuota giù i sospiri, come le foglie, sulla testa del pastore, tutto sarebbe invano, se l’occhio del pastore non fissasse la magica corrente che ha davanti. Andate a visitare le praterie in giugno, quando, per ventine di miglia, voi sprofondate fino al ginocchio nei gigli tigrati: qual è l’unica dolcezza che manca? L’acqua: non c’è una goccia d’acqua in quei luoghi! Se il Niagara fosse soltanto una cascata di sabbia, lo fareste voi quel viaggio di mille miglia per andare a vedere? Perché il povero poeta del Tennessee (ndr Pavese: credo che alluda a quel sarto Edward J. Billings nominato anni dopo da Mark Twain nel Captain Stormfield’s Visit to Heaven) ricevendo improvvisamente due manciate d’argento, stette a deliberare se comprarsi un vestito, di cui aveva terribilmente bisogno, o investire il denaro in un viaggio a piedi fino alla spiaggia del Rockaway?  Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto, che abbia dentro in se uno spirito sano e robusto, prima o poi ammattisce dalla voglia di mettersi in mare?  Perché al tempo del vostro primo viaggio come passeggero, avete sentito in voi un tal brivido mistico, non appena vi hanno detto che la nave e voi stesso eravate fuori vista da terra? Perché gli antichi Persiani tenevano il mare per sacro? Perché i Greci gli fissarono un dio a parte, e fratello di Giove? Certamente tutto ciò non è senza significato. E ancora più profondo di significato è quel racconto di Narciso, non potendo stringere l’immagine tormentosa e soave che vedeva nella fonte, vi si tuffò e annegò. Ma quella stessa immagine noi la vediamo in tutti i fiumi e negli oceani. Essa è l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita; e questo è la chiave di tutto.

   Ora, quando io dico che ho l’abitudine di mettermi in mare tutte le volte che comincio a vedermi una nebbia innanzi agli occhi e a sentire troppo i miei polmoni, non intendo inferire ch’io mi metta in mare come passeggero. Poiché a imbarcarsi come passeggero, bisogna di necessità avere un portafoglio, e un portafoglio è soltanto uno straccio, se non c’è qualcosa dentro. D’altra parte i passeggeri soffrono il mal di mare, diventano litigiosi, non dormono la notte, in generale non si divertono gran che: no, io non mi imbarco mai come passeggero e nemmeno, sebbene io non sia poi un marinaio d’acqua dolce, come commodoro, come capitano, o come cuoco. Abbandono la gloria e la distinzione di tali uffici a quelli che li vogliono. Da parte mia, ho in abominio tutte le onorevoli e rispettabili fatiche, difficoltà e tribolazioni, di qualunque genere esse siano. Prender cura di me stesso, senza curarmi delle navi, dei brigantini a paolo, dei brigantini semplici, delle golette che so io, è tutto quanto so fare. E quanto a impiegarmi da cuoco – sebbene, lo confesso, ci sia in questo una considerevole gloria, il cuoco essendo, a bordo, una specie di ufficiale – pure, arrostire i polli non è mai stato il fatto mio; sebbene una volta che il pollo sia ben arrostito, giudiziosamente imburrato e criticamente salato e pepato, non ci sarà nessuno che ne parlerà con più rispetto, per non dire reverenza, di me. E’ a motivo delle idolatre infatuazioni degli antichi Egizi a proposito di ibis e di ippopotamo arrosto che si possono vedere le mummie di queste creature in quei loro grandi forni che sono le piramidi.

   No, quand’io mi metto in mare, lo faccio da semplice marinaio, ben dinanzi all’albero, ben giù nel castello e bene arriva alla testa d’alberetto. E’ vero, mi dànno un bel po’ di ordini e mi fanno saltare sulle manovre, come una cavalletta a maggio in un prato. E, sulle prime, la faccenda è abbastanza spiacevole. Tocca una persona nell’onore, specialmente se accade che questa persona discenda da una vecchia famiglia residente, i Van Rensselaers o i Randolphs o gli Hardicanutes. E più che tutto vi succede se, soltanto un poco prima di cacciar le mani nel secchiello del catrame, voi l’avete fatta da padrone in qualità di maestro di scuola in campagna, dove i ragazzi più grandi vi stavano innanzi come al nume. E’ forte il passaggio, ve l’assicuro, da maestro di scuola a marinaio, e richiede una robusta alimentazione a base di seneca e di Stoici, per mettervi in grado di sorriderci e sopportarlo. Ma anche questo col tempo dà giù.

   Che cosa importa se qualche spilorcio di un capitano mi comanda di andare a prendere la scopa e strofinare i ponti? Che cosa conta più quest’indegnità pesata, poniamo, con le bilance del Nuovo Testamento? Credete che l’Arcangelo Gabriele li ritenga da meno perché io ubbidisco con prontezza e rispetto in questo particolare accidente a quel vecchio spilorcione? Chi non è schiavo al mondo? Rispondetemi a questo. E dunque, per quanto il vecchio capitano mi dia ordini su ordini, per quanto io riceva pugni e punzonate, io ho la soddisfazione di sapere che tutto va bene, che ogni uomo è, in un modo o nell’altro, servito esattamente alla stessa maniera, voglio dire, da un punto di vista fisico o da uno metafisico, e così l’universale punzonatura va attorno e tutti dovrebbero fregare la schiena l’uno all’altro e restare soddisfatti.

   Ancora, io mi metto sempre in mare come marinaio, perché così si fanno un dovere di pagarmi per il disturbo, mentre ai passeggeri, che io sappia, non pagano mai neanche un soldo. Al contrario, i passeggeri devono pagare loro. Ed ecco tutta la differenza al mondo tra pagare e venir pagato. L’atto di pagare è forse la condanna più seccante che i due ladri del fruttetto ci abbiano lasciato in eredità. Ma “venir pagato”, che cosa c’è di comparabile al mondo? La cortese avidità con cui un uomo riceve il denaro è veramente meravigliosa, se si pensa che noi siamo così profondamente convinti che il denaro è la radice di tutti i mali terreni e che, a nessun patto, può un uomo danaroso entrare nel cielo. Ah, con quanta allegrezza noi ci buttiamo nella perdizione!

   Finalmente, io mi metto sempre in mare come marinaio, per via del sano esercizio e dell’aria pura che si gode sul ponte di prora. Poiché, siccome in questo mondo i venti contrari prevalgono di gran lunga sui venti di poppa (e questo, se voi non offendete la massima pitagorica), così il più delle volte il commodoro sul cassero riceve di seconda mano l’aria dai marinai del castello. Egli crede di respirarla per primo, ma non è così.  In modo consimile le comunità guidano i loro capi in molte altre cose, nel tempo stesso che i capi nemmeno lo sospettanto. Ma per quale ragione io, che avevo ripetutamente sentito l’odore del mare in qualità di marinaio mercantile, dovessi ora cacciarmi in testa di partire per un viaggio a balene, a questo l’invisibile questurino dei Fati, che è incaricato della mia costante sorveglianza e che segretamente mi tien dietro come un cane e in qualche modo inspiegabilmente mi trasmette i suoi influssi: a questo puù rispondere lui meglio di chiunque altro. E senza dubbio la mia partecipazione a questo viaggio baleniero era parte del gran programma che la Provvidenza tracciò tanto tempo fa. Esso entrava come una specie di breve intermezzo e assolo tra numeri molto più estesi. M’immagino che quel tratto del cartello dovesse suonare pressappoco così:

Grande dibattito elettorale per la presidenza

degli Stati Uniti

Viaggio a balene di un certo Ismaele

Sanguinoso combattimento nell’Afghanistan

   Quantunque io non sappia dire la ragione esatta perché quei direttori di scena, che sono i Fati, abbiano voluto affidarmi questa meschina parte di una crociera a balene, mentre altri vennero designati a magnifiche parti in elevate tragedie, a parti brevi e facili in signorili commedie e a gaie parti in farse, quantunque io non sappia dirne la ragione esatta, pure, ora che mi richiamo tutte le circostanze, credo di vederci un poco tra le molle e i motivi che, venendomi astutamente presentati sotto vari travestimenti, m’indussero a darmi d’attorno e recitare la parte che recitai, oltre a lusingarmi nell’illusione che questa fosse una scelta risultante dal mio spregiudicato libero arbitrio e dal mio discernimento.

   Essenziale tra questi motivi era la travolgente idea della grande balena in carne e ossa. Un mostro tanto portentoso e misterioso sollevava tutta la mia curiosità. Poi, i mari selvaggi e remoti dov’egli voltolava la sua massa simile a un’isola, i pericoli, indescrivibili e senza nome, della caccia: queste cose, con tutte le concomitanti meraviglie di un migliaio di parvenza e di suoni patagonici, s’aggiungevano a spingermi al mio desiderio. Ad altri uomini, forse, tutto questo non sarebbe stato d’incitamento, ma, quanto a me, io sono tormentato da una smania sempiterna per le cose lontane. Mi piace navigare mari proibiti e approdare su coste barbariche. Non ignorante di ciò che è bene, sono lesto a percepire un orrore, ma non per questo, se ci riesco gli volto le spalle; dato che non è che bene mantenersi in buoni rapporti con gli inquilini del luogo dove si abita.

   Per tutte queste cose, dunque, il viaggio a balene fu il benvenuto: le grandi cateratte del mondo delle meraviglie si spalancarono e, nelle selvagge fissazioni che mi spinsero al mio proposito, a due a due fluttuavano nel mio spirito infinite processioni di balene e, in mezzo a tutte, un grande fantasma incappucciato, simile a una collina di neve nell’aria.

(Herman Melville, Cap. I di Moby Dick)

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MOBY DICK: Una possibile TRAMA, descrizione della STORIA

   La succinta, inesprimibile trama, di un libro di 500 pagine che non è solo un romanzo d’avventura, ma un trattato filosofico, e pure una guida a chi si mette in mare; e anche un compendio tecnico-marinaro sulle baleniere, e prima di tutto è una farneticazione sulla vita… questa succinta impossibile descrizione, in poche righe, la ricaviamo dalla trama dell’omonimo film di John Huston (Moby Dick, del 1956 con Gregory Peck e Orson Welles):  

Herman Melville (New York 1819 - New York 1891)

A New Bedford, gran centro baleniero sull’Atlantico, giunge verso la metà del secolo scorso, Ismaele, giovane marinaio in cerca di imbarco. Il compagno di stanza d’Ismaele è il ramponiere polinesiano Quiqeg, col quale il giovane marinaio si reca all’isola di Nantucket, al largo della città, donde partono le baleniere. Ismaele s’imbarca sul “Pequod”, che ha per comandante l’inflessibile e fanatico capitano Achab, che nel suo ultimo viaggio ha perduto una gamba, lottando con una balena.

  Un giorno Achab chiama a raccolta l’equipaggio e, inchiodata all’albero una grossa moneta d’oro, grida che apparterrà a colui, che per primo avrà avvistato Moby Dick, la bianca balena, che ha causato la sua amputazione. Doppiato il Capo Horn, il “Pequod” si dirige verso il Mar del Giappone, dove lo stesso Achab avvista un giorno Moby Dick. Il pilota Parsi ha sentenziato che Achab morrà al termine del viaggio per colpa di un canapo, dopo aver visto due carri funebri, uno di legno e uno non costruito da mano mortale. Ma il capitano non si cura della profezia: fa armare una lancia e la dirige verso il mostro. Giunto appena a contatto col cetaceo, la lancia viene stritolata, benché Achab si getti addirittura nell’enorme bocca della balena, per indurla col rampone a lasciare la preda. Achab si salva a stento, ma continua ad assalire il mostro, aspettando di vibrargli il colpo decisivo. Nella lotta Achab resta impigliato nei canapi che avvolgono la balena e muore strangolato dopo aver visto affondare la sua nave. Dell’equipaggio, si salva solo Ismaele, che viene raccolto da una baleniera. (da http://www.comingsoon.it/Film/ )

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ACHAB

   Nella figura di Achab convergono due immagini, il re empio di Israele raccontato dalla Bibbia e il capitano di baleniere del romanzo di Melville. In Moby Dick Achab è il capitano del Pequod all’inseguimento della balena bianca: Moby Dick, l’essere misterioso, irraggiungibile e inafferrabile che affiora all’orizzonte con uno sbuffo per poi immergersi nuovamente negli abissi marini inaccessibili all’uomo, in acque che sembrano infinite, che tutto ricoprono e celano. La balena bianca è il prendere forma del sacro, il trascendente che affiora  mostrando per un istante la sua ambiguità incomprensibile. Ma Moby Dick ha strappato una gamba ad Achab ed egli non si rassegna a quella perdita senza spiegazione. Esige una risposta o una vendetta. Ricerca sacrilega impossibile, senza fine, destinata alla sconfitta. (Michele Parodi, da  http://www.achabrivista.it/ ).

VOLTI

Non pareva avesse segni comuni di malattie fisiche, né di convalescenza. Sembrava un uomo staccato dal palo del rogo, quando il fuoco ha devastato le membra percorrendole tutte senza consumarle e senza portar via una sola particola della vecchia e compatta robustezza. La sua figura, alta e grande, sembrava fatta di solido bronzo e modellata in un indistruttibile stampo, come il Perseo fuso del Cellini. Una cicatrice sottile come una bacchetta, vividamente bianca, si vedeva partire dal mezzo dei capelli grigi e scendere dritta su un lato del volto e del collo, rossigno e bruciato, fino a sparire negli abiti. Se portasse quella cicatrice dalla nascita o se fosse lo sfregio di qualche ferita disperata nessuno poteva saperlo.

Herman Melville, Moby Dick

“Un uomo staccato dal palo del rogo, quando il fuoco ha devastato le membra”: l’immagine che Melville dà di Achab, alla sua prima apparizione visibile da Ismael (che, lo ricordiamo, avviene dopo ben 160 pagine di romanzo) è l’immagine di un uomo che porta sul suo corpo i segni della sofferenza passata. Le impronte della sua vita da marinaio sono iscritte sulla superficie e la cicatrice sul volto è solo lo sfogo più eclatante di un volto già eroso dal tempo e da indicibili avventure. Ma quello di Achab è soprattutto un corpo culturalmente costruito:

…durante la navigazione non furono fatte allusioni, o ben poche, alla cosa, specie da parte degli ufficiali. Ma una volta, un maggiore di Tashtego, tra l’equipaggio, un vecchio indiano Capo Allegro, affermò, con superstizione che Ahab era stato segnato in quel modo non prima di quarant’anni, e non nella furia di qualche rissa mortale ma in una lotta con gli elementi, sul mare. Pure questa fantastica idea sembrava smentita da ciò che insinuava un uomo grigio, originario di Man, un vecchio sepolcrale che non avendo salpato altre volte da Nantucket, non aveva mai posato l’occhio sul fiero Ahab.

Ed ecco che la vera natura di Achab si fa strada non nella realtà degli avvenimenti ma nella leggenda che lo circonda. Il corpo è solo il segno del mito, la sua immagine è costituita da esso, ne vive e lo alimenta. Una sorta d’identità culturale, dove la distinzione tra ciò che si dice attorno a lui e ciò ch’egli veramente è si fa labile fino a sparire.

Il volto di Gregory Peck, pulito e tagliato dalla cicatrice bianca, con un curioso effetto di meche persino sui capelli scuri, più che un’intera vita disturbata, sembra portare in quella ferita tutto il rancore contro la balena. Al punto che la ferita stessa sembra la causa dell’aumento graduale dell’ossessione per Moby Dick che costringerà l’intero equipaggio a seguirlo in una caccia suicida. In quella ferita bianca, secondo Huston, c’è il motivo della vendetta, mentre per Ramos il volto è già di per sé l’iscrizione delle impronte del passato. Come quello di Denis Levant, che nel ruolo di Achab si presenta oscuro, in qualche modo misterioso e che porta già i segni del vissuto, indipendentemente dal taglio, presente o no sulla fronte. E persino nel giovane Virgil Leclaire, interprete di Achab da bambino, vediamo lo sguardo di un ragazzino che porta un qualche oscuro segreto, che nel profondo degli occhi nasconde il proprio breve, ma già intenso passato. E al tempo stesso mira al futuro con orgoglio. Il volto, nella pellicola di Ramos, è allora la figura apparentemente più importante, in esso si riflette il paesaggio, l’odore di salsedine e di muschio della foresta. Negli occhi del giovane Achab e poi in quelli del capitano ormai già costretto a zoppicare su un osso di balena al posto della gamba, si specchia l’orizzonte del mare. (da http://www.fucinemute.it/ )

ACHAB NEL FILM “MOBY DICK” DI JOHN HUSTON

Con il noto “Chiamatemi Ismael” che dà inizio al romanzo di Melville si apre anche la pellicola di John Huston, fedele nel riprendere interi passi del testo nella voce off, grazie all’incarnazione del narratore in un personaggio laterale, Ismael. Il Moby Dick di Huston è un classico film d’avventura che basandosi sul testo letterario presenta una costruzione epica tradizionale. La figura di Achab si presenta, fin da subito, come un’ombra leggendaria che si aggira per le vie di New Belfort, e le sue pulsioni oscure, si fondono con il mito della sua figura. Quasi un’ombra metafisica proveniente da un altro mondo, la cui condotta sembra spinta da motivazioni che trascendono la vita degli altri personaggi. (da http://www.fucinemute.it/ )

IL FILM CAPITAINE ACHAB del regista PHILIPPE RAMOS (2007)

Liberamente ispirato al protagonista di Moby Dick.
Girato da un regista di padre francese e madre portoghese, ambientato negli Stati Uniti, coprodotto da Francia e Svezia e presentato in prima mondiale in Svizzera (italiana). Regista che in ogni caso si dichiara cittadino di Nantucket, il porto dal quale salpa il Pequod, la baleniera che va alla caccia di Moby Dick, per la passione che ha sempre ispirato in lui la vicenda di Achab e della balena bianca (che in realtà è un capodoglio).
Nel 2003, con il medesimo titolo, aveva già presentato un cortometraggio maggiormente incentrato sulla figura di Achab cacciatore.
Il romanzo Moby Dick, al di là di essere un libro puramente di avventura, ha sempre presentato diverse chiavi di lettura, in particolare religiose e filosofiche, tanto che il messaggio intrinseco del romanzo non è stato compiutamente svelato nonostante se ne siano date diverse interpretazioni.
A differenza del romanzo di Melville e dell’adattamento cinematografico diretto nel 1956 da John Huston, che si sviluppano interamente nell’ambiente marinaio della caccia alla balena, il film si incentra in gran parte sull’infanzia del futuro capitano, che appare da adulto quando è già stato ferito dal cetaceo e solo nell’ultimo capitolo prende il mare.
Mancano completamente ricostruzioni di episodi di caccia alla balena: per darne il senso sono stati inseriti spezzoni e adattamenti di vecchi documentari.
Il criterio di interpretazione del libro di Melville che sembra darne Ramos è il rapporto tragico e ossessivo di Achab con le donne, un rapporto di amore/odio e ricco di contrasti. La balena bianca stessa vuole essere rappresentata come un sinuoso corpo femminile, e così il film si apre con il primo piano di un pube femminile nudo, ma si tratta della madre morta, probabilmente nel darlo al mondo.
E del rapporto col padre, che occupa il primo capitolo della pellicola, oltre ai contrasti in tema di caccia si pone in risalto la controversa relazione con la seconda giovane moglie di lui, i cui strascichi Achab porterà con sé per tutta la vita.
In seguito in quasi tutti gli episodi appaiono figure di donne che hanno lasciato un impronta importante nella vita del protagonista.
Il film si chiude con Achab come Ulisse attratto dalle sirene, ma a differenza di quest’ultimo lui va incontro all’accecante bianco della sua ossessione, per raggiungere, giusto per non tradire la produzione in parte scandinava, il Valhalla dei cacciatori di balene. (Sergio Citterio)

Capitaine Achab (Francia-Svezia, 2007)
Regia, sceneggiatura e montaggio: Philippe Ramos
Fotografia: Laurent Desmet
Interpreti principali: Denis Lavant, Virgil Leclaire, Dominique Blanc, Jacques Bonaffé, Jean-François Stévenin – 100′ (dal sito http://www.rapportoconfidenziale.org/ rivista di cultura cinematografica)

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INTRODUZIONE A “MOBY DICK” DI HERMAN MELVILLE

da “la Repubblica”, 2004

   Quando, nel tardo autunno del 1844, Melville faceva ritorno alla sua casa materna di Lansinburg, N.Y., dopo più di tre anni trascorsi per mari lontani, aveva compiuto da poco venticinque anni. Alle spalle aveva già una esperienza di vita vissuta inusuale, allora, per un giovane rampollo di una famiglia borghese di illustri origini scozzesi e olandesi che, da parte di madre, poteva vantare anche valorose figure dei tempi eroici della guerra di indipendenza. Ma le sfortune commerciali del padre Allan e la sua morte precoce, spinsero Melville, dopo provvisorie lavori di bancario, bracciante e maestro, a cercare fortuna, e avventura, imbarcandosi prima su una nave da carico diretta a Liverpool (l’incontro con la “vecchia” Europa è narrato in Redburn, 1849) e poi sulla baleniera Acushnet verso i mari del sud.

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Quel passato era chiuso per sempre, era stato, come egli diceva, la sua Yale e la sua Harvard, e solo nel racconto, nella vocazione a narrare il reale, per postuma ma assoluta fedeltà, esso poteva rivivere non tanto e non solo come referto di vita vissuta, quanto soprattutto, già agli esordi, nei fondali esotici e autobiografici di Typee (1846) o nell’affresco avventuroso di Omoo (1847), come epifanica esperienza del volto enigmatico, delle metafisiche, elusive verità del reale, delle infinite contraddizioni di ogni viaggio di conoscenza, di ogni scandaglio del cuore umano.

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Il mare che aveva abbacinato, cullato, e turbato le sue prime esperienze, aveva gettato radici profonde nella sua anima: come poi accadrà all’Ismaele di Moby Dick, Melville lo ritrovava dovunque, era quel “sea feeling” evocato dal quieto, aperto, ondulato verde delle colline e delle campagne dei Catskills, fuori del riquadro della finestra, specialmente quando era ammantato di neve. Lo sguardo che di quei mari lontani rintracciava l’implicita e struggente assenza nell’allusione e nel rimando era già, insomma, quello del narratore ismaeliano per il quale acqua e meditazione sono sposati per sempre.

Il lungo cammino, insieme fisico e interiore, che porta Melville allo straordinario, drammatico punto d’equilibrio fra inconciliabili tensioni simboliche ed esistenziali dell’epopea di Moby Dick, può essere letto, dunque, come un processo di approssimazione via via più intenso verso la creazione di una voce narrativa che, trasvalutando la materia direttamente autobiografica, in essa facesse risuonare anche l’impersonale nota di un coro drammatico, quella propria di un testimone, unico sopravvissuto di una caccia tragica, che da sé si colloca nell’ambivalente ruolo di spettatore insieme dentro e fuori la storia, attore complice e narratore postumo della sua trama.

Questa voce è naturalmente quella di Ismaele, la vera, profetica novità della narrativa americana moderna, la voce che ad essa, sopra ogni altra, conferisce i suoi inconfondibili caratteri originali.

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I due anni, fra il 1850 e il 1851, della composizione di Moby Dick furono anni febbrili, estenuanti, quasi un drammatico corpo a corpo con gli incendi e i fantasmi di una immaginazione totalmente immersa e come perduta negli abissi spalancati dalle proprie visioni e dai labirinti delle metafore.

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Nelle lettere a Hawthorne – voce fraterna che l’ascoltava intensamente partecipe e insieme quasi distante nel suo perplesso, silenzioso riserbo – egli parlava dell’opera come di un libro maledetto, che tuttavia lo faceva sentire “puro come un agnello”, un libro che s’era preso tutte le sue forze, per la certezza di avere toccato “the inmost leaf”, “la foglia più interna del bulbo e che tra breve il fiore dovrà tornare alla terra”.

E in Moby Dick è di questa precoce e bruciante maturità che avvertiamo la tormentata presenza, e quasi tocchiamo con mano, pagina su pagina, fra gli ardui percorsi di un’immaginazione febbrile e vorace, la tensione di uno sforzo creativo immane e spossante che, quasi miracolosamente, trova il suo equilibrio nei punti di vista narrativi e simbolici nei confronti della balena bianca, insieme antiteci e complementari, di Ismaele e di Achab.

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Moby Dick è, a un primo livello, un romanzo realista che narra a questo modo la caccia fisica alla balene, e in quel microcosmo d’America che è il Pequod rappresenta il crogiuolo di etnie e di identità culturali e civili di una giovane nazione negli anni inquieti della sua prima maturità, già in via di lacerazione nell’infuocato dibattito sull’abominio della schiavitù, apertosi sin dai primi anni quaranta dell’Ottocento, ben vent’anni prima dello scoppio ufficiale, nel 1861, della guerra di secessione, vero battesimo di fuoco dell’America moderna.

In questa luce, la nave lanciata alla conquista dei mari è anche metafora della giovane nazione che sfida lo stesso mito delle sue origini, che, alla prova terribile della realtà, raffigura l’incubo e il demoniaco innervati nell’auto-rappresentazione della propria adamitica innocenza.

Moby Dick è, per altro verso, meditazione filosofica, quest, cioè ricerca iscritta nell’avventuroso orizzonte di una sfida metafisica, e antica quanto l’uomo, alle verità ultime.

La tonalità biblica e puritana di questa meditazione per universalia è poi affilata dalla lama di un taglio saggistico appassionatamente dialettico, reso ancora più incisivo da una scepsi lucidamente scettica nel suo loico argomentare.

Moby Dick, infine, ha il passo incalzante e fatale della dimensione tragica, col suo tempo precipite, le didascalie che ne segnalano e scandiscono il decorso e, in esso, l’appuntamento con l’atteso punto di catastrofe e il sipario che cala sull’ultima scena.

Ad annodare in profonda unità una così ricca tessitura narrativa è certamente il viaggio per nave, metafora ricca di remote assonanze religiose (la medioevale ‘stultifera navis’), ma, ancor più, immagine suprema della discontinuità, del distacco dalle confortanti ma illusorie certezze di ciò che è noto, dagli spazi circoscritti, dai recinti angusti della terraferma.

Il viaggio è questo naturale, irresistibile andare verso l’acqua, verso l’indefinito ignoto di mari senza rive di cui non a caso è Ismaele a parlare in apertura, prima che il viaggio cominci, per definirlo come radice ultima del dissidio, del desiderio inesausto di lontananza e di ‘altrove’ che muove il nostro agire.

Ed è solo la voce di Ismaele a poter raccogliere in sé tutto ciò che il viaggio, la balena bianca, Achab, il Pequod e la sua ciurma rappresentano: la sua è la voce umile, saggia e perplessa, tollerante e inclusiva, propria di chi nel viaggio della vita ha sperimentato, come tutti, l’enigmatico volto del creato ed è sopravvissuto, grazie al suo mite accettarlo.

Nomade e orfano, figlio derelitto della verità, del viaggio fatale Ismaele sarà il testimone che, in ultima analisi, ci chiede di credere al proprio racconto, perché come unica, precaria certezza egli possiede solo quella di nominare le cose, di esprimerle, nominando se stesso e così sopravvivere: “Chiamatemi Ismaele”.

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Ottobre 1941, scrive Cesare Pavese:

Tradurre Moby Dick è un mettersi al corrente con i tempi. Il libro – ignoto sinora in Italia – ha tacitamente ispirato per tutta la metà del secolo scorso i maggiori libri di mare. E da qualche decina di anni gli anglo-sassoni ritornano a Melville come a un padre spirituale scoprendo in lui, enormi e vitali, i molti motivi che la letteratura esoticheggiante ha poi ridotto in mezzo secolo alla volgarità. Herman Melville, nato a New York nel 1819 da una famiglia antica e nobilesca, morì a New York nel 1891, dopo essere passato anche per gli impieghi statali, immiserito, sconosciuto e sdegnoso. Ma queste sue infelicità non ci toccano. È la solita sorte dei grandi, su cui piace ai posteri spargere eloquenza, salvo poi a trattare anch’essi i contemporanei nell’antichissimo modo. Questa infelicità di Melville anzi ha avuto qualche parte in Moby Dick. Benvenuto, quindi. Poi bisogna ricordare i quattro anni della giovinezza passati su navi baleniere e da guerra, nel Pacifico, nell’Atlantico, tra cacce, tifoni, bonacce e avventure d’inferno o d’arcadia, tutta materia che è stata colata, con un lento lavoro di assimilazione, nelle opere. E l’arcadia c’è in Typee, c’è in Omoo, c’è in Mardi, le storie ispirate dai mesi di vita che l’autore condusse in comune coi cannibali di un’isola oceanica. L’inferno è in WhiteJaeket – spigliato e spietato giornale della vita di bordo su una nave da guerra – e in Pierre, una truce storia morale fallita, che serve a mostrare a quale prezzo, e con quali fatiche l’autore di Moby Dick sia giunto al capolavoro.” (Ottobre 1941, Cesare Pavese)

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 I MARI DEL SUD

(di Cesare Pavese)

   Cesare Pavese nasce nel 1908 a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, e muore suicida a Torino nel 1950. Laureatosi in Lettere nel 1932, si dedica per qualche tempo all’insegnamento in scuole private e serali. In stretto contatto con gli ambienti intellettuali di Torino, amico di Leone Ginzburg, Massimo Mila, Norberto Bobbio e Giulio Einaudi, è per un breve periodo direttore della rivista La Cultura, subentrando nel 1934 a Leone Ginzburg, arrestato dalla polizia fascista. Ma nel 1935 la rivista viene chiusa d’autorità, e Pavese viene condannato al confino a Brancaleone Calabro, dove rimane fino alla fine del 1936. Tornato a Torino, si dedica soprattutto all’attività di traduttore di letteratura americana e di narratore, lavorando nel contempo come redattore della neonata casa editrice Einaudi. Dopo l’esordio con il volume di poesie Lavorare stanca (1936), pubblica i romanzi Paesi tuoi (1941), Il carcere (1941), La spiaggia (1942), Il compagno (1947), La casa in collina (1948), La luna e i falò (1950), oltre ai racconti lunghi riuniti nel volume La bella estate (1949): Il diavolo sulle colline e Tra donne sole, accanto a quello che fornisce il titolo. Di taglio più saggistico che narrativo sono Feria d’agosto (1946) e Dialoghi con Leucò (1947). Tra i volumi usciti postumi, da ricordare le poesie di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951), gli scritti critici di Letteratura americana ed altri saggi (1951), i racconti di Notte di festa (1953), il romanzo giovanile Ciau Masino (1968), e soprattutto il diario Il mestiere di vivere (1952, edizione critica 1990), fondamentale per la poetica dell’autore. (da http://www.pergioco.net/ )

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MASSIMO MILA, dall’introduzione (del 1974) alle “POESIE” di Cesare Pavese  (ed. Einaudi):

Anche cronologicamente, I mari del Sud è davvero la prima delle poesie di Lavorare stanca, e messa lì al principio viene spesso considerata come un terminus a quo, come un punto di partenza che in seguito la poesia di Pavese si lascia alle spalle per inoltrarsi entro più segrete rive. Invece I mari del Sud è un punto d’arrivo. La precedono decine, forse centinaia di poesie ripudiate, che Pavese leggeva agli amici nello studio dell’amico pittore, nei cheti caffè di via Po, nell osterie in collina, senza mai riuscire a persuadere interamente né loro né se stesso. Non salivano, quelle poesie, oltre lo stadio della confessione: erano spasmodici sfoghi individuali, le “poesie del tormento”, come le chiamavamo scherzosamente. C’era un altro, nella banda degli ex allievi di Augusto Monti, il comune maestro al quale è dedicata I mari del Sud, un altro che non era professionalmente poeta, e al quale pure la poesia usciva più spontaneamente e felicemente foggiata in forme d’immagini. Li chiamavamo i “pari merito”, ma sotto sotto avevamo l’impressione che solo con lo sforzo, con la tenacia dell’applicazione stilistica e culturale, Pavese arrivasse là dove quell’altro arrivava per facilità di natura.

Quando Pavese ci lesse I mari del Sud, altro che pari merito! Eravamo giovani allora, e tra noi ci fu chi fece seriamente il nome di Omero. La fase della confessione individuale era superata di slancio pervenendo all’estremo opposto di un’pggettivazione narrativa, nella quale la poesia si popolava di personaggi, paesi e figure: poesia di dimensione epica, dunque. Ma l’epica era allora, ed è – mi pare – ancor oggi, talmente un frutto fuori stagione, che nessuno la riconosceva, e i letterati dubitavano perciò seriamente che quella fosse in alcun modo poesia, arte che era conosciuta soltanto nella sua dimensione lirica e per di più in quei tempi – dicono per i rischi che c’erano a parlar chiaro – ermetica. Eppure era sintomatico che la liberazione dalla confessione individuale avesse coinciso con la liberazione dell’endecasillabo (…)

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I MARI DEL SUD

(a Monti)

Camminiamo una sera sul fianco di un colle, / in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo / mio cugino è un gigante vestito di bianco, / che si muove pacato, abbronzato nel volto, / taciturno. Tacere è la nostra virtù. / Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo / – un grand’uomo tra idioti o un povero folle – / per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto / se salivo con lui: dalla vetta si scorge / nelle notti serene il riflesso del faro / lontano, di Torino. “Tu che abiti a Torino…” / mi ha detto “…ma hai ragione. La vita va vissuta / lontano dal paese: si profitta e si gode / e poi, quando si torna, come me a quarant’anni, / si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”. / Tutto questo mi ha detto e non parla italiano, / ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre / di questo stesso colle, è scabro tanto / che vent’anni di idiomi e di oceani diversi / non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta / con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino, / usare ai contadini un poco stanchi.

Vent’anni è stato in giro per il mondo. / Se n’andò ch’io ero ancora un bambino portato da donne / e lo dissero morto. Sentii poi parlarne / da donne, come in favola, talvolta; / ma gli uomini, giù gravi, lo scordarono. / Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino / con un gran francobollo verdastro di navi in un porto / e auguri di buona vendemmia. Fu un grande stupore, / ma il bambino cresciuto spiegò avidamente / che il biglietto veniva da un’isola detta Tasmania / circondata da un mare più azzurro, feroce di squali, / nel Pacifico, a sud dell’Australia. E aggiunse che certo / il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo. / Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero / che, se non era morto, morirebbe. / Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

Oh da quando ho giocato ai pirati malesi, / quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta / che son sceso a bagnarmi in un punto mortale / e ho inseguito un compagno di giochi su un albero / spaccandone i bei rami e ho rotta la testa / a un rivale e son stato picchiato, / quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi, / altri squassi del sangue dinanzi a rivali / più elusivi: i pensieri ed i sogni. / La città mi ha insegnato infinite paure: / una folla, una strada mi han fatto tremare, / un pensiero talvolta, spiato su un viso. / Sento ancora negli occhi la luce beffarda / dai lampioni a migliaia sul gran scalpiccío.

Mio cugino è tornato, finita la guerra, / gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro. / I parenti dicevano piano: “Fra un anno, a dir molto, / se li è mangiati tutti e torna in giro. / I disperati muoiono così”. / Mio cugino ha una faccia recisa. Comprò un pianterreno / nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento / con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina / e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame. / Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi / e lui girò tutte le Langhe fumando. / S’era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza / esile e bionda come le straniere / che aveva certo un giorno incontrato nel mondo. / Ma uscí ancora da solo. Vestito di bianco, / con le mani alla schiena e il volto abbronzato, / al mattino batteva le fiere e con aria sorniona / contrattava i cavalli. Spiegò poi a me, / quando fallí il disegno, che il suo piano / era stato di togliere tutte le bestie alla valle / e obbligare la gente a comprargli i motori. / “Ma la bestia” diceva “più grossa di tutte, / sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere / che qui buoi e persone son tutta una razza”.

Camminiamo da più di mezz’ora. La vetta è vicina, / sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del vento. / Mio cugino si ferma d’un tratto e si volge: “Quest’anno / scrivo sul manifesto: – Santo Stefano / è sempre stato il primo nelle feste / della valle del Belbo – e che la dicano / quei di Canelli”. Poi riprende l’erta. / Un profumo di terra e vento ci avvolge nel buio, / qualche lume in distanza: cascine, automobili / che si sentono appena; e io penso alla forza / che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare, / alle terre lontane, al silenzio che dura. / Mio cugino non parla dei viaggi compiuti. / Dice asciutto che è stato in quel lungo e in quell’altro / e pensa ai suoi motori.

Solo un sogno / gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta, / da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo, / e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole, / ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue / e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia. / Me ne accenna talvolta.

Ma quando gli dico / ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora / sulle isole più belle della terra, / al ricordo sorride e risponde che il sole / si levava che il giorno era vecchio per loro.

(Cesare Pavese, I Mari del Sud)

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COLLINE, NEBBIA E CITTÀ. L’ULTIMA ESTATE DI PAVESE

– Un omaggio all’autore delle Langhe che racconta il suo rapporto con le atmosfere di quelle terre e i riflessi nei libri e nelle parole: ecco il testo che Eco ha letto a Santo Stefano Belbo dove ha ricevuto il premio intitolato allo scrittore piemontese –

di UMBERTO ECO (da “la Repubblica” del 29/8/2011)

   Se, come vuole Pavese ne Il mestiere di vivere, “non è bello esser bambini: è bello da anziani pensare a quando eravamo bambini”, tra i ricordi della mia infanzia vi sono quelle piazze troppo larghe in piena estate, e sotto il sole le colline monferrine e le prime propaggini delle Langhe.

   Per questo molto presto ho amato Pavese che, raccontando il suo mito, raccontava anche il mio, dico il mito, come presenza e pregnanza, nel ricordo, di un luogo dove è accaduta un giorno una rivelazione, un santuario di cui la memoria si radica nell’infanzia, in una sequenza di colline in forma di mammella dominate dal gran sole meridiano.
Ma la mia infanzia si è svolta anche tra la nebbia e della nebbia sono sempre stato un devoto. Chi è nato nella nebbia conosce l’espressione spaurita e incredula di chi, cresciuto nei paesi dove fioriscono i limoni, ti sente dire che tu ami la nebbia, non solo gli irti colli e lo sfumare grigiastro delle colline lontane ma persino – Dio ci perdoni – la nebbia sull’autostrada, nella quale noi, uomini della nebbia, si guida confidenti, alla velocità giusta, senza farci atterrire dalle ombre vaghe e giganti che sembrano sorgere all’improvviso là dove pochi istanti prima c’era una linea bianca.
Camminare nella nebbia è più bello che camminare nella neve calpestandola con gli scarponi, perché la nebbia non ti conforta solo dal basso ma anche dall’alto, non la insudici, non la distruggi, ti scivola affettuosa d’intorno e si ricompone dopo il tuo passaggio, ti riempie i polmoni come un buon tabacco, ha un profumo forte e sano, ti accarezza le guance e si infila tra il bavero e il mento punzecchiandoti il collo, ti fa scorgere da lontano dei fantasmi che si dissolvono quando ti avvicini, o sorgere all’improvviso di fronte delle figure forse reali, che ti scansano e scompaiono nel nulla.
Purtroppo ci vorrebbe sempre la guerra, e l’oscuramento, solo a quei tempi la nebbia dava il meglio di sé, ma non si può avere tutto e sempre.
La nebbia è uterina. Ti protegge. Legioni di esseri umani desidererebbero tornare nell’utero (di chiunque, come diceva Woody Allen). La nebbia ti realizza questo sogno impossibile. Ti concede una felicità amniotica.  Hai la sensazione che forse un giorno uscirai dalla vagina e dovrai affrontare il mondo, ma per il momento sei salvo.

   E siccome la nascita è l’inizio del percorso che ti porterà inesorabilmente alla morte, la nebbia è la garanzia (ahimè virtuale) che alla morte forse non perverrai. Basterebbe fermarsi lì. Invece chi ha ventura di starci, vuole venirne fuori. Per questo tutti gli uomini sono mortali.
Ovvio che, nel ritornare alle mie letture pavesiane, nel corso di questa estate, sia andato a cercare in Pavese non solo le colline assolate ma anche la nebbia.
Ho provato una certa delusione perché in Pavese di nebbia ce n’è molto poca. Come può esserci poca nebbia in un autore che la nebbia dovrebbe averla conosciuta in queste campagne e certamente l’avrà conosciuta a Torino?
Confesso che rileggevo Pavese ricordando un’altra nebbia langhigiana, quella di Fenoglio. In Fenoglio la nebbia invade pianura e colline, e sempre, nella sua invadenza, ha una funzione protettiva. È immergendosi nella nebbia (“una nebbia universale, un oceano di latte frappato, che restringeva i confini del mondo”) che il partigiano braccato si sottrae alle pattuglie tedesche.

   In Pavese di nebbie simili, avvolgenti e protettrici come un piumone, non ne troviamo… E’ sempre fondamentale per il luogo sacro della memoria che esso sia vissuto in piena luce. Se cala la nebbia a dissolvere la visione, l’euforia mitica si ribalta nella disforia esistenziale, e si concepiscono pensieri di morte.
Nel Il compagno (il meno torinese ma certamente il più cittadino dei suoi racconti), di nebbia talora ne appare, ma giustamente per sottolineare momenti di aridità e smarrimento (“mi ricordo un mattino che c’era una nebbia di ovatta, e sembrava che il mondo l’avessero tolto…”, oppure “finii la notte nel caffè della stazione, Tutte le strade erano vuote. Non c’era di aperto che quello. Qui la nebbia era il vapore della macchina espresso, e un odore più freddo che veniva da fuori. Era un odore di carbone e di treni.”)
(….)
Ne Il Mestiere di vivere troviamo questo pensiero: “Esistono gli altri per noi? Vorrei che non fosse vero, per non star male. Vivo come in una nebbia, pensandoci sempre ma vagamente”. Tra i testi preparatori a La bella estate ecco una nebbia torinese: “Imbrunire nebbioso, le ville scompaiono, restano i dorsi scuri, irsuti dei colli, selvaggi, sfumati. A che serve questa bellezza – che cosa significa, almeno?” Ne L’uomo solo si legge “L’uomo solo – che è stato in prigione – ritorna in prigione ogni volta che morde in un pezzo di pane… E anche il vino non sa che di nebbia.” Ne Gli anni trovo, a triste conclusione di un triste amplesso: “Silvia mi disse, quella notte, che dovevo andarmene, o andarsene lei – non avevamo più niente da fare insieme….  Nella penombra io guardavo il tempo passare, sapevo che passava e correva, e che fuori c’era la nebbia…. Quel che lasciavo era una nebbia.”

   Ne La bella estate vediamo: “Era un pomeriggio corto e freddo, tutto umido di nebbia, che toglieva la voglia anche di andare al campo a vedere la partita.” In Tra donne sole: “A Torino piovigginava. Tutto era fresco, malinconico e nebbioso; se non fosse stato marzo avrei detto novembre.”. Ne Il Mare “I finestrini agghiacciati e gli alberi brulli nella nebbia… Il Po lo aveva passato. Non visto, per la nebbia, ma sentito al rimbombo del treno…. L’ultimo viaggio in Piemonte che avrebbe dovuto esser fantastico, era solo noioso. Fuori gli alberi sparivan nella nebbia. Parevan disegni in grigio su cartone….”. In Per le strade di notte si parla della tristezza di una prostituta in una sera piovosa di novembre coi fanali “pallidi attraverso il velo di pioggia e nebbia”. In Lotte di giovani: “Gli muovevano intorno le luci pallide delle vetrine attraverso la nebbia densa ed egli affrettava sempre più, correva quasi, per non sentire il freddo…”
Insomma la nebbia appare sempre a segnare abbandono, sconfitta, disillusione, tristezza. Raramente essa dà origine a qualche saporoso bozzetto monferrino, come in Paesaggio, forse perché scritto al confino di Brancaleone Calabro, dove la nebbia torinese si addolcisce coi balsami del ricordo e della nostalgia: “Quest’è il giorno che salgono le nebbie dal fiume – nella bella città, in mezzo a prati e colline, – e la sfumano come un ricordo. I vapori confondono… Ogni via, ogni spigolo schietto di casa – Nella nebbia, conserva un antico tremore: – chi lo sente non può abbandonarsi.”
Ma in genere è proprio nelle poesie che la nebbia assume la sua funzione depressiva, e sembra accompagnare con le sue folate silenziose la continua e sorniona tentazione di suicidio che pervade e i racconti e le pagine di diario.
Si veda Sono solo, scritto quando Pavese non era ancora ventenne (18 ottobre 1927). “Sono solo, appoggiato nella nebbia – al tronco d’un viale – e non ho che nel cuore – il ricordo di te – pallido, immenso, – perduto nelle fredde luci lontano – da ogni parte tra gli alberi…. Soffrire, solo al mondo, – nella nebbia che avvolge, lontana, – atrocemente, – in silenzio.”
Perché la città è il luogo della disforia? Lo aveva forse ben capito Natalia Ginzburg quando nel 1957, aveva scritto questo Ritratto d’un amico: “La città che era cara al nostro amico è sempre la stessa… Quando vi ritorniamo, ci basta attraversare l’atrio della stazione, e camminare nella nebbia dei viali, per sentirci proprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira la città ogni volta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra e sentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo più ragione di stare; perché qui a casa nostra, nella nostra città, nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di ombre. La nostra città, del resto, è malinconica per sua natura. Nelle mattine d’inverno, ha un suo particolare odore di stazione e fuliggine, diffuso in tutte le strade e in tutti i viali; arrivando al mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suo odore… La natura essenziale della città è la malinconia: il fiume, perdendosi in lontananza, svapora in un orizzonte di nebbie violacee, che fanno pensare al tramonto anche se è mezzogiorno; e in qualunque punto si respira quello stesso odore cupo e laborioso di fuliggine e si sente un fischio di treni (…) E’ morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembra molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una strada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai viali folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi di sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che cuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i tavolini dei caffè sono abbandonati e roventi. Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un forestiero…”
Pavese è morto d’estate. Ma era un’estate in città. Chissà se Pavese avrebbe compiuto il suo gesto finale tra le colline. Guardando queste colline, sappiamo solo che non l’ha fatto. (Umberto Eco)

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