IL PROGETTO LOCALE – di Alberto Magnaghi, un libro indispensabile per RIPENSARE la pianificazione territoriale in un momento di CRISI economica e sociale, ma anche dei PARADIGMI della (post)modernità

La condizione di “doposviluppo” in cui ci ha fatti precipitare la crisi economica mondiale impone nuove visioni strategiche, a partire proprio da ciò che ci è più prossimo: il luogo in cui viviamo e da cui, paradossalmente, siamo sempre più sradicati. La nostra esistenza si delocalizza, perdiamo la sovranità sulle sue forme materiali e simboliche, mentre quell’autentica opera d’arte corale che è il territorio, costruito nel dialogo vivo tra uomo e natura, subisce una spoliazione sistematica, riducendosi a supporto amorfo di opere e funzioni, quando non a collettore di veleni. Secondo Alberto Magnaghi, uno dei massimi teorici del “localismo consapevole”, è ormai improrogabile riprogettare il territorio su basi di autosostenibilità e decrescita. Dieci anni dopo la prima edizione del “Progetto locale” (2000) – tradotto in francese, inglese e spagnolo -, i guasti si sono aggravati, ma si è anche acuita la cognizione della catastrofe. Dopo due ristampe, approfittiamo dell’ultima riedizione accresciuta e aggiornatissima (2010) in cui si dà conto dei tentativi di rimettere in valore lo spazio pubblico attraverso nuove alleanze di comunità. Essenziale è il sorgere di una coscienza di luogo (di quartiere, di città, di valle, di bioregione) che miri a tutelare i beni patrimoniali comuni, ossia culture, paesaggi urbani e rurali, produzioni locali, saperi. Nel tentativo, vano e consapevolmente riduttivo, di riassumere i contenuti del pensiero di questo importante autore, noi vogliamo incitare i nostri lettori alla lettura integrale del “Progetto Locale”. Lo faremo a partire da una riflessione personale seguita da due resoconti che ci appaiono completi e ricchi di stimoli.

Alberto Magnaghi è ordinario di Pianificazione Territoriale presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze, dove dirige il Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti (LAPEI) del Dipartimento di Urbanistica.

Il libro di Alberto Magnaghi è al tempo stesso militante, polemico, combattivo, programmatico: una lettura indispensabile! L’autore, che insegna pianificazione urbana all’università di Firenze, non si accontenta di denunciare una certa forma di megalopolizzazione planetaria o di criticare il discorso neoliberale che nega il luogo in nome di una globalizzazione dall’alto, ma va oltre, elaborando con prudenza un’alternativa territorialista, accompagnata da una serie di proposizioni realiste, con l’obbiettivo dell’instaurazione di una democrazia partecipativa locale.

Il libro è costituito di due parti. La prima presenta la sua concezione del territorio e la seconda descrive qualche scenario, non soltanto credibili ma anche realizzabili a breve termine. Se la “cosmopoli” contemporanea ci fa credere che con la tecnoscienza e le sue protesi a-territoriali il mondo si megalopolizza senza tener conto dei luoghi, i quali si sono rivelati degli ostacoli più che delle basi per questo processo, è allora tempo di denunciare questa affermazione e di annunciare la rivincita del locale!

L’autore riabilita con vigore la nozione di territorio – e di territorialità -, in quanto risultato dell’unione amorosa della natura e della cultura, “opera d’arte” che si trova in pericolo, da un lato a causa del diffondersi sconsiderato della tecnologia che deterritorializza l’azione degli uomini e dall’altro a causa della globalizzazione dell’economia che delocalizza le unità di produzione, di consumo e di decisione. Alberto Magnaghi pensa che sia possibile arginare queste tendenze costrunedo uno sviluppo locale autosostenibile. Per questo, è auspicabile che ogni territorio ritrovi la propria identità e disegni una sorta di sua carta geografico-genetica, al fine di partecipare direttamente, in quanto tale, al “progetto locale”. Il territorio è un neo-ecosistema, scive l’autore, ovvero l’eredità di una lunga storia passata e a venire. Questa proiezione nell’avvenire impone il “principio di sostenibilità”, che Alberto Magnaghi fonda ispirandosi ai lavori di Ignacy Sachs, su “cinque dimensioni indissociabili: sociale, economica, ecologica, geografica e culturale”. Dopo aver spiegato perché il patrimonio non reclama una conservazione – che paradossalmente lo distrugge, secondo l’analisi di Giuseppe Dematteis – ma la sua valorizzazione “attraverso nuovi modi di territorializzazione e la creazione di nuove risorse”, l’autore precisa quel che intende per autosostenibilità. Questo concetto riposa sul postulato secondo il quale una nuova relazione co-evolutiva tra abitanti-produttori e territorio puo’ creare un equilibrio sostenibile tra insediamento umano e milieu, riconnettendo le abitudini, i saperi e le tecniche di oggi a una saggezza ambientale ancestrale. E’ a partire da questa territorialità riconquistata che la democrazia comunitaria potrà esercitarsi. Il progetto locale è infatti definito come un approccio territoriale dello sviluppo locale autosostenibile, s’incarna nella politica o piuttosto nelle politiche, il linguaggio e le azioni di un governo locale, e si scontra necessariamente con numerose contraddizioni. Come scrive Magnaghi, le esperienze più avanzate mostrano che bisogna favorire la crescita delle società locali, il cui principale obbiettivo è di ristabilire relazioni virtuose con il loro luogo d’insediamento, reinterpretandone i suoi valori territoriali.

Senza alcuna nostalgia per un certo “spirito dei luoghi” eterno e perpetuo, senza rigettare le innovazioni tecnologiche, senza negare la globalizzazione – che deve essere accompaganta da una “globalizzazione dal basso”, ovvero da reti locali solidali tra esse -, l’autore difende una progettazione a partire da unità territoriali autonome e al tempo stesso responsabili di tutto il pianeta Terra. L’economia è allora un mezzo e non un fine, l’ambiente integra l’umano a fianco del vivente e della lunga storia della natura, il politico accresce il benessere collettivo favorendo il disaccordo piuttosto che il consenso. Per questo il progetto locale è strettamente connesso all’attivazione della società civile nelle politiche pubbliche, attraverso processi decisionali caratterizzati dalla dimensione partecipativa, verso forme innovative di democrazia deliberativa.

Quest’opera viva, vigorosa e propositiva non puo’ lasciare il lettore indifferente. Al contrario lo incita a trovare altri esempi virtuosi laddove operano associazioni innovanti e organizzazioni non governative, in presenza di “banche” di scambi non mercantili, di cooperative per un commercio “giusto”, d’istituzioni rispettose della parola di ciascuno, etc.

“Il progetto locale” solleva certamente anche altre questioni (Quale delimitazione del territorio? Che ne è delle mobilità del cittadino X? E se un territorio non ha molte particolarità? E le temporalità differenziate delle istituzioni e delle attività umane? E l’urbanismo “locale”, in cosa consiste?…) e risveglia altri riferimenti (Éric Dardel e la geografia esistenziale, Claude Raffestin e la territorialità, Martin Heidegger e l’abitare poetico, Manuel Castells e la resistenza identitaria di fronte al dominio dei flussi globali, Marc Augé e il “mito” dei non-luoghi, etc.).

Ne riteniamo che questo radicamento territoriale in relazione col mondo intero costituisce verosimilmente una delle rare possibilità di soggiornare su una terra ancora accogliente nei secoli a venire.

IL TERRITORIO E LE COMUNITÀ LOCALI. BASI DI UN PROGETTO LOCALE, GLOBALIZZAZIONE DAL BASSO E NUOVO MUNICIPIO.

Dal blog di Paolo Coluccia, Maggio 2007.

1. […] «Il territorio è un’opera d’arte: forse la più alta, la più corale che l’umanità abbia espresso». È la prima frase che Magnaghi, architetto del territorio, mette in capo al libro: quale migliore inizio! Ma, soprattutto, «il territorio non è un asino», che la colata lavica dell’antropizzazione selvaggia contemporanea può all’infinito sovraccaricare. L’auspicio dell’autore è rivolto alla costruzione di uno statuto dei luoghi, con un forte carattere utopico-euristico nell’approccio programmatico. Gli elementi di fondo: un multiverso di energie, un universo di attori, il collettivo post-fordista, per il dopo-sviluppo, perché l’idea di sviluppo è insostenibile ed eco-catastrofica. «La valorizzazione del patrimonio territoriale a partire dalla costruzione di ‘statuti dei luoghi’ da parte delle municipalità diviene, in questo modello, la condizione necessaria per la produzione di nuova ricchezza. Il carattere utopico dell’approccio trova il suo referente concreto nell’esistenza di un multiverso di ‘energie da contraddizione’ sociali, istituzionali, economiche e culturali, che già praticano nuove relazioni di cura dell’ambiente e del territorio, nuove forme di comunità, di economia solidale, di ricostruzione dello spazio pubblico. Questo universo di attori nell’epoca postfordista e del ‘doposviluppo’ può costituire il soggetto collettivo della trasformazione verso una ‘globalizzazione dal basso’» (p. 11)

2. Lo sviluppo locale può diventare «un’alternativa strategica alle teorie tradizionali dello sviluppo incentrate sulla globalizzazione economica», quella globalizzazione occidentale che «definisce le soglie di povertà in base al prodotto interno lordo dei paesi ricchi» e «produce anche nuove povertà» (p. 42). Si tratta di povertà legate alla qualità urbana, ambientale, identitaria e territoriale, che nuovi modelli di crescita quantitativa inducono nelle metropoli, che a loro volta mostrano in pieno tutte le loro contraddizioni. «In altri termini il modello di sviluppo sulle relazioni imperiali Nord-Sud, sull’accentramento del comando e del controllo e sul decentramento della produzione, crea povertà non più solo al Sud, ma anche al Nord, dove si consuma l’80 per cento dell’energia e della produzione mondiale di merci» (p. 45). Siamo di fronte ad un rovesciamento dei valori fondamentali della vita, della società e del territorio, sui quali s’innestano nuove esigenze legate alla dimensione etnica, linguistica, ambientale e locale. Tali questioni modificano in pieno i classici indicatori di sviluppo di tipo quantitativo, in quanto economie locali, identità e ambiente «ripropongono un ripensamento del ruolo del territorio (e della sua cura e valorizzazione) nella produzione della ricchezza» (p. 48). Pertanto: quale sviluppo? Quale relazione con i processi di globalizzazione? Quali politiche e quale economia nel territorio? Chiaramente si ripropone il tema della sostenibilità, parola che oggi, tra le labbra di molti, «accompagna l’obsolescenza della parola sviluppo» (p. 51).

3. La ridefinizione del rapporto culturale fra uomo e territorio porta a riconsiderare quest’ultimo come soggetto vivente e non come semplice supporto: infatti, i luoghi non sono bestie da soma! «I luoghi sono soggetti culturali, ‘parlano’, dialogano del lungo processo di antropizzazione attraverso il paesaggio, restituiscono identità, memoria, lingua, culture materiali, messaggi simbolici e affettivi. Finché sulla scia della cultura industriale massificata, tratteremo i luoghi come bestie da soma (senza ucciderle di fatica, con un carico ‘sostenibile’, appunto), resteremo all’oscuro delle loro ricchezze profonde e difficilmente riusciremo a invertire stabilmente l’ecocatastrofe planetaria che abbiamo prodotto con la nostra ignoranza ambientale e locale» (p. 54). Per far rinascere la cura e la cultura del territorio sarà indispensabile fare società locale, mediante la capacità d’autorganizzazione del territorio, e dare forza ai soggetti che vivono e producono nel territorio. L’approccio territorialista ha come referenti gli abitanti e una nuova concezione della ricchezza: «Per questo la cura del territorio non può che essere affidata agli abitanti, ma bisogna in primo luogo che esistano abitanti dei luoghi, vale a dire che si superi l’ipotrofia dell’abitante e l’ipertrofia del produttore consumatore che caratterizzano la forma metropoli contemporanea» (p. 67).

Autogoverno e processi partecipativi, dunque, concertazione, patti sociali, condivisione. «La nuova comunità che si forma nella concertazione pattizia, ‘costituzionale’, di un progetto di futuro in una società locale complessa, pluriculturale, con diversi gradi di internità al territorio, nasce da interessi necessariamente conflittuali» (pp. 68-69). Per questo occorre passare dalla cultura conflittuale al riconoscimento delle differenze, mediante soluzioni concertate. «L’antagonismo si ridefinisce come conflitto fra eterodirezione e autogoverno. La crescita dell’autogoverno di una società complessa richiede una cultura della comprensione e del riconoscimento dell’alterità come valore fondativo della relazione sociale e dell’arricchimento incrementale che lo scambio fra diversità può portare all’interesse comune» (p. 69).

4. Un intenso programma, dunque: una fitta rete di relazioni non gerarchizzate, equità sociale e di genere, autodeterminazione e autoprogettualità, soprattutto «la capacità degli attori più deboli di attivare sistemi di comunicazione e di ascolto reciproco» (p. 70). Infatti: «Il problema è decisivo, poiché nella maggior parte delle esperienze di sviluppo locale gli attori che hanno voce sono quelli che hanno accesso alla politica, all’informazione, alle risorse economiche e culturali, alle reti di comunicazione telematica per proporre progetti. La rappresentazione del territorio che ne emerge è sovente piegata agli interessi degli attori che accedono alla negoziazione». Qui si tratta invece di promuovere una nuova forma di comunità, una crescita della comunità ‘possibile’, «che nella società molecolare postfordista è volontaria, si costruisce come ricerca di autodeterminazione e come progetto, cresce come densificazione del legame sociale, fra stato e mercato» (p. 70). Inoltre, superamento delle concezioni monoculturali: autosostenibilità ambientale, al posto della vaga sostenibilità dei programmi internazionali, con chiusura dei cicli locali dei rifiuti, dell’alimentazione, dell’energia; riduzione della mobilità delle persone; qualità e unicità dei prodotti; restauro e riqualificazione delle strutture, delle attività agricole e forestali; realizzazione di agende 21 locali o bioregionali. Processi di riterritorializzazione per progetti di sviluppo locale autosostenibile. Perciò, importanza delle strategie lillipuziane, ma netto rifiuto del localismo e del campanilismo, perché solo da quelle può crescere il capitale sociale e la self-reliance. E soprattutto, volontà ed impegno: non c’è progetto di trasformazione se non ci sono attori che vogliono trasformare.

[…] Il rafforzamento delle società locali, attraverso il progetto di sviluppo locale autosostenibile può consentire l’attivazione di strategie ‘lillipuziane’, tessendo reti non gerarchiche (Sud-Sud, Sud-Nord, fra città e regioni), in un fitto reticolo in grado di contrastare le grandi reti, fortemente centralizzate, della globalizzazione economica». Nel dibattito in corso appaiono tre punti fermi: a) il valore del patrimonio non si identifica con il suo valore d’uso; b) il patrimonio territoriale richiede di essere trattato come un sistema vivente ad alta complessità; c) lo sviluppo locale fondato sulla valorizzazione del patrimonio non ha confini, né scale, né attori precostituiti: non s’identifica con il localismo. E «la ricostruzione della comunità è l’elemento essenziale dello sviluppo autosostenibile» (p. 91).

5. Strategia ed azione s’incentrano nella costruzione di scenari del progetto locale, per fasi e processi interattivi, da sottoporre a verifica, riferimenti per l’interazione sociale. Produzione responsabile, saperi e cooperazione, affettività domestica, spazi dell’abitare, tempi e nuove forme di socialità sono potenzialità che «possono essere colte in strategie di autonomizzazione e risocializzazione del lavoro autonomi come attività creativa rivolta alla costruzione di progetti locali condivisi, in cui l’abitante-produttore divenga protagonista del progetto di sviluppo, della ricerca della sua qualità, della sua identità specifica e dei suoi ‘statuti’: intervenendo sul che cosa, sul dove, sul quanto, sul come produrre per la trasformazione del patrimonio territoriale in forme durevoli» (p. 95).

Questo processo strategico è lontano dalle forme centralistiche della globalizzazione economica, in quanto punta essenzialmente non ad una pianificazione livellatrice ma ad un «rafforzamento di un mondo di società locali, in grado di connettersi a rete in modo non gerarchico, riconoscendo le diversità di stili di sviluppo e attivando relazioni di sussidiarietà» (p. 99) […].

La città insorgente è una sfida, che mostra due scenari: «Da una parte una città di frammenti connessi unicamente da reti infrastrutturali, luoghi della produzione e della residenza separati da confini protettivi ed esclusivi; dall’altra una città solidale che connette, riconoscendole, le differenze, in un patto di condivisione di un interesse comune, l’autogoverno del proprio stile di sviluppo […] Alla base di questa visione ricompositiva, solidale, della frammentazione sociale della società degli esclusi, sta la rinascita dell’idea di comunità: che si sviluppa dalle esperienze concrete di riappropriazione cooperativa di spazi per l’abitare e per il produrre […] scartando utopie comunitarie di tipo regressivo […] e valorizzando esperienze che alludono alla ‘comunità possibile’ aperta, costruita da identità differenziate: la comunità come prodotto di relazioni fra differenze che trovano riconoscimento reciproco e regole di convivenza; la comunità come accordo su un progetto» (p. 109).

6. […] Il catalogo di queste esperienze è ormai ricco e variegato: le forme di mutuo soccorso in situazioni urbane degradate; le associazioni di caseggiato per la manutenzione urbana; i gruppi progettuali sul verde pubblico, sull’arredo urbano, sui servizi di vicinato, sull’autocostruzione; i laboratori di quartiere fondati sulla partecipazione; il recupero di edifici dismessi per attività autogestite; le esperienze di donne, anziani, single che organizzano forme di convivenza e di uso sociale degli spazi privati; famiglie allargate con reti lavorative complesse fondate sulla prossimità spaziale; famiglie informali; progetti che tengono conto delle esigenze dei bambini nello spazio urbano (giocare, socializzare, andare a scuola soli ecc.)» (pp. 110-111).

Il processo, promosso da attori volontari e professionali, provoca la ricerca, la partecipazione, l’accumulo di competenze e capacità per lo sviluppo della comunità locale e della sua economia, in cui emergono con forza nuove solidarietà e nuove responsabilità produttive, formative e comunicative, che insieme rifinalizzano un percorso etico di giustizia e di dignità sociale. Tanti i settori che possono essere interessati: «Fattorie e reti di prodotti agricoli e di artigiani con valenze ecologiche e di valorizzazione delle peculiarità ambientali e culturali locali che vanno assumendo finalità riconosciute di produzione di beni pubblici; la costituzione di comunità complesse agroterziarie (che integrano agricoltura biologica, permacultura, agriturismo, attività di commercializzazione, attività sociali e assistenziali, culturali, formative, pubblicistiche, artistiche, relazionate alla metropoli); iniziative di riqualificazione del piccolo commercio che crea reti di valorizzazione delle produzioni locali e di ‘marchio’; esperienze di fair trade, reti commerciali per uno scambio commerciale equosolidale fra Nord e Sud; imprese, cooperative, associazioni di formazione, informazione e produzione di servizi di terziario ‘avanzato’ a valenza ecologica e sociale; il microriciclaggio dei rifiuti, l’allestimento di orti urbani, il riuso delle acque, che contribuiscono ai progetti di riqualificazione delle periferie; forme di neobaratto, economie informali fondate su scambi di reciprocità (ad esempio le banche del tempo); ecobanche; economie di eclave nella città multietnica (servizi, vendita ambulante, microimprese artigiane) […] Questo tessuto complesso, eterogeneo, formale e informale, sicuramente in sviluppo, può essere assunto in forme di pianificazione interattiva come referente ‘debole’ dal punto di vista dell’impresa, ma ‘forte’ se aiutato a mettersi in rete e a moltiplicarsi, per la piegatura del modello di sviluppo verso l’autosostenibilità» (pp. 113-114). L’auspicio di fondo è l’incontro fra politiche istituzionali e pratiche sociali, anche se si tratta di una chance irrinunciabile, a cui non è più conveniente sottrarsi. E una tappa importante è la costruzione di uno statuto dei luoghi, mediante nuove forme di pianificazione strategica, geografica, antropologica, economica e culturale.

7. Le visioni sono principi utopici del lavoro progettuale: l’utopia, dunque, come principio euristico. L’utopia del futuro costruisce il presente (Prigogine), una citazione importante in epigrafe alla seconda parte del libro, il cui 8° capitolo dal titolo “Fra utopia concreta e scenario strategico” punta a recuperare il ruolo dell’utopia come fare della cultura ecologista […]. Per questo, oggi, ci si dimostra insofferenti a visioni utopiche, ma ben diversa è l’utopia come euristica, che si basa sulla interpretazione/costruzione del progetto, come metodo di costruzione dello scenario che sostanzialmente consiste nell’interpretazione del progetto. E lo stesso ‘scenarista’ fa parte del gioco.

[…] «Lo scopo principale dello scenario è di aprire concreti spazi d’intervento sociale (lo scenario come dislocazione dell’immaginario, come strumento euristico per alzare il tiro sugli orizzonti di trasformazione possibili) cambiando le variabili considerate nelle decisioni o modificandone il peso relativo» (p. 154). Punto di forza è la conservazione della complessità, fatta di «costellazione di iniziative molecolari presenti ora nel territorio e nella città». Non un’invenzione onirica, ma una complessa interpretazione di istanze per futuri possibili, per nuova civilizzazione e riterritorializzazione, in un lungo periodo (pertanto progetto strategico a medio e lungo termine). «Il progetto territoriale strategico, in altri termini, ha prima di ogni altra cosa il valore di documento culturale, occasione intorno a cui costruire comunicazione sociale, far emergere, dialogare e anche scontrare interessi e aspettative di trasformazione» (p. 158). Non c’è valenza normativa d’indirizzo politico generale, in quanto il progetto locale è un atto culturale, un’occasione di comunicazione sociale, emergenza, dialogo, incontro/scontro di interessi e di aspettative diverse.

Ma tutto questo non significa che non può anche essere un progetto tecnico. «Rispetto al progetto territoriale, la strategia territoriale (il piano strategico) – precisa Magnaghi – mira piuttosto alla costruzione e alla gestione di una serie di sistemi di relazione fra attori». Ci troviamo, infatti, ad un livello meta-progettuale, costruzione di condizioni per programmi, contratti, piani, progetti istituzionali. «Ciò che viene costruito dal piano strategico è la struttura relazionale». Dunque, un sistema comunicativo, multidisciplinare. Un approccio progettuale, e al progettuale, ragionevole, che è sempre una tensione verso.

8. Occorre ritrovare una relazione virtuosa tra città e patrimonio territoriale e ambientale. Il complesso territoriale si confronta con un nuovo rapporto tra città-campagna, con la nascita di un’entità regionale: Ecopolis, come regione rurale, dove «cultura locale e sviluppo locale si possono saldare in una rifondazione del vernacolo in forme innovative». Qui, «il nuovo agricoltore è una figura colta, in rapporto con la ricerca scientifica» e «la struttura dell’azienda agricola tende a configurarsi come struttura complessa (agroterziaria), che fa riferimento a reti territoriali dense ed estese nell’attivare finalità sociali, culturali, formative e di ospitalità» (p. 175). Argomenti di grande intensità ed importanza, in cui appare la cultura del limite e la cultura delle relazioni, che quello universalizza e rende esponenziale, e si tende a considerare il territorio come sistema vivente e complesso, in cui si supera il modello centro-periferia. Un approccio ragionevole tende a far ritrovare una «relazione virtuosa fra la città e il suo patrimonio territoriale e ambientale: una relazione che diviene fonte rigeneratrice di energie abbandonate e distrutte» (p. 162).

[…] Su questa strada il paesaggio rurale si integra con la città e il paesaggio urbano si integra nella campagna. Si passa così dall’Università metropolitana alle Università regionalizzate e interconnesse, dalla dipendenza centralizzata all’autonomia delle differenze di nodi interconnessi. Infatti: «Non si tratta di un semplice decentramento» (p. 196) ma della valorizzazione-riqualificazione-potenziamento delle identità e delle relazioni. «La messa in rete, secondo sistemi comunicativi complessi e potenziati, di questi ambiti territoriali, riconosciuti e valorizzati nelle loro peculiarità, può consentire la realizzazione di una massa territoriale di livello metropolitano tale da reinterpretare la stessa memoria del territorio come vero e proprio luogo della innovazione in contesti ad alta qualità dell’abitare» (p. 198)

Nasce in questo contesto regionale l’idea della Carta del Nuovo Municipio, documento che Magnaghi porterà con il LAPEI (Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti) di Firenze, di cui è coordinatore, al World Social Forum di Porto Alegre nel 2002 […]. Un nuovo protagonismo della società civile: un senso civico, un’identità, un autoriconoscimento, «per far prevalere la solidarietà sulla competitività», passando «dal concetto di aiuto a quello di reciprocità» (p. 227). Da questo multiverso di energie sociali, istituzionali, economiche e culturali scaturisce una nuova forma di comunità, locale-globale (glocale), con un’economia che diventa solidale e riconosce nuovi soggetti portatori di senso e di nuova civiltà, che propone una nuova visione strategica che parte dal basso, per una globalizzazione dal basso, alternativa alla globalizzazione economica imposta dall’alto, dai poteri forti, spesso occulti, della finanza e della politica internazionali.

 UN PROGETTO SUL TERRITORIO

Dal blog: filosofiprecari.it.

Nonostante la globalizzazione, la circolazione mondiale delle merci e delle comunicazioni, l’istantaneizzazione della Vita e dei rapporti individuali e commerciali ed il dominio del virtuale e dell’aria, la Terra non è scomparsa. Senza Terra non c’è speranza. I punti di partenza e di arrivo sono sempre ben radicati al suolo. Ci si imbarca su un aereo, si accede ai network virtuali, si attraversano i mari e gli oceani (per turismo o per lavoro), sempre a “partire da” e a “finire con” la terraferma. Porti, aereoporti, stazioni, postazioni internet. Sono proprio questi luoghi “terrestri” dell’incontro e della comunicazione, di imbarco e di sbarco delle cose e degli Esseri umani, che cominciano ad assumere un significato diverso. Sono i crocevia della retorica imperiale, spazi di conflitto tra piani e striature. Come le strade disegnate e realizzate dai romani in Età repubblicana, la striatura del Potere che mostrava ai barbari le vie della presenza e della diffusione della cittadinanza romana e della legge, della civitas e dell’ordine. Oltre il limes della pianificazione stradale poteva esserci solo la foresta, con i suoi sentieri oscuri e la sua barbarie da ordinare, disciplinare e controllare. La retorica del potere, quindi, ha ancora entusiasticamente bisogno della Terra per esprimersi e per costruire un discorso che sia visibile, che sia reale. Lo sguardo e l’udito si perdono senza la materialità della Terra. Per questa ragione i Luoghi diventano, più di ieri, potenziali veicoli di diffusione, organizzazione e controllo di massa. Ci ritroviamo nel ben mezzo di quel conflitto-confronto tra “spazio liscio” e “spazio striato” individuato dalle visioni estatiche di Deleuze e Guattari: “Lo spazio liscio e lo spazio striato – lo spazio nomade e lo spazio sedentario – lo spazio dove si sviluppa la macchina da guerra e lo spazio dove si istituisce l’apparato di Stato non sono della stessa natura. Ma a volte possiamo notare un’opposizione semplice tra i due tipi di spazio. Altre volte dobbiamo rilevare una differenza molto più complessa, per cui i termini successivi delle opposizioni considerate non coincidono del tutto. Altre volte ancora dobbiamo ricordare che i due spazi esistono in realtà solamente per i loro incroci reciproci: lo spazio liscio non cessa di essere tradotto, intersecato in uno spazio striato, lo spazio striato è costantemente trasferito, restituito ad uno spazio liscio.” (Deleuze e Guattari 1980, p. 698). Spazio liscio e spazio striato, quindi, non sono una perfetta dicotomia conflittuale ma due elementi in continua interazione, in equilibrio storico precario che potrebbe risolversi per l’uno o per l’altro a seconda delle circostanze. Siamo pienamente inseriti su questa bilancia che ora sembra essere a favore delle striature, laddove ogni spazialità è descritta da norme e funzionamenti processuali. La striatura, ad ogni modo, cerca sempre di chiudere lo spazio mentre “nel liscio ci si ‘distribuisce’ su uno spazio aperto”. (ivi, p. 706). Bisogna tenere in conto le interazioni.

Comunicazione e velocità sono solo catalizzatori di striature. Marc Augè ha definito non-luoghi gli spazi che sembrano sottrarsi alla storicità, alle relazioni sociali, diventando funzionali solo al transito, al trasporto, alla velocità della comunicazione e del viaggio. Sono spazi terrestri (centri commerciali, stazioni, aereoporti, campi profughi…) dove l’individualizzazione dell’esistenza umana si attualizza. Si vive dentro un’apologia continua del transito, della fluidità, della flessibilità, della precarietà dell’esistenza. Come scrivono sempre Deleuze e Guattari, nello spazio striato è più importante la linea tra due punti mentre nel liscio diventa preponderante il punto tra due linee. Non si abita più la Terra ma si è semplicemente condannati allo spostamento perpetuo. Un sandwich preso al fast food, tra una coincidenza e l’altra, lo sguardo basso, la solitudine dentro mentre fuori esplode la santa retorica commerciale dei consumi. Cartelloni pubblicitari, modelli di vita, la velocità, tutto fa parte della “nuova” simbologia. Tutto, però, accade sulla Terra, non altrove. È sulla terra che i non-luoghi vengono disseminati, tutti uguali, creando un senso di ripetizione e di sicurezza nella quotidiana (in)esistenza del “cittadino globale”. Dove un tempo si vedevano le insegne romane del potere imperiale (ovvero le triremi con i vessilli della Democrazia ateniese), ora appare una serie infinita di non-luoghi a segnare il passaggio. Il viaggio, lo spostamento globale delle cose degli Esseri umani che accade a velocità altissime, ha designato la “logica dell’occidentalizzazione”.

Paul Virilio prova a descrivere questo paesaggio, questo tratto della nostra epoca che segna la desertificazione del mondo, raccontando del “nuovo” globo terrestre ormai appiattito dalla tecnologia della comunicazione istantanea e dalla velocità dei trasporti e del turismo, che ha annullato le distanze. È proprio la velocità, per Virilio, la cifra costitutiva del nostro Tempo, la nuova frontiera del nomos striato contemporaneo che ha trasformato radicalmente la spazialità facendo perdere i consueti riferimenti all’Essere umano. Virilio definisce “crepuscolo dei luoghi” la deterritorializzazione-despazializzazione provocata da questo processo che sembra aver completamente perso di vista la terraferma, i suoi punti di riferimento e di orientamento. Il Territorio, fondamento del vecchio Stato di diritto, con i suoi stabili posizionamenti spaziali (punti nello spazio liscio), sembra essere stato abolito dal vento di una “velocità di liberazione” dal suolo provocata dallo tsunami del progresso tecnologico. Il progresso è innanzitutto velocità. A causa di questo movimento di deterritorializzazione e di despazializzazione lo Stato nazionale moderno, scrive il filosofo ed urbanista francese, ha perso progressivamente la propria centralità, trasferendo le attività di direzione e di controllo economico e sociale dalle comunità locali alle “Città panico”, che diventano la maggiore catastrofe del Ventesimo secolo. Sono Città che sorgono sempre sui flussi di comunicazione, sui nodi di questa rete di circolazione globale che cerca di diventare sempre più veloce. Punti di transito, punti di regolazione-controllo-normalizzazione. E basta.

Saskia Sassen le definisce “Città globali”, ovvero nodi produttivi di una rete economica distesa sul mondo, dove circolano merci, informazioni ed Esseri umani e dove i Luoghi diventano elementi marginali di passaggio dell’esistenza umana: “Il luogo non ha più alcuna importanza”. Mike Davis, invece, ragiona sulle contraddizioni sociali che la costituzione di queste megalopoli produce ai propri confini. La crescita, in una fase di continui aggiustamenti strutturali e di crisi economica, produce slums, ossia spazi urbani fuori dal controllo del governo e criminalizzati, occupati da persone condannate a restare ai margini del sistema produttivo e senza alcuna protezione sociale, da Esseri umani che costruiscono autonomamente una propria dimensione urbana ed una, limitata, economia di sussistenza. Alla ricerca di un senso di appartenenza ed un proprio posto nel mondo, che qualche volta si manifesta attraverso profonde lacerazioni e conflitti sociali. Lo spazio si droga, si divide. Decide del proprio futuro. La striatura divide l’umanità. Se da una parte i “nuovi poveri” resistono all’espulsione dal centro urbano, i “nuovi ricchi” scambiano i loro vecchi quartieri con complessi fortificati in periferia dove regna l’ordine e la sicurezza, per proteggere i residenti dal disagio generalizzato. È l’apparato dello Stato, la nuova retorica imperiale, contro una macchina da Guerra nomade che si fa strada nel rizoma della Terra.

Michel Foucault descrive questi non-spazi come luoghi concreti, non utopie rassicuranti ma anti-utopie dove si esprimerebbero conflitti, crisi, tensioni, contraddizioni. L’eterotopia, in breve, sarebbe una “eccedenza di realizzazione”, una catastrofe nello spazio liscio provocata dalla pianificazione astratta o dell’urbanistica generale. Eccedenza come eccezione, come regola.

Nel cuore di questa discussione, nella bufera occidentalizzante che sta infuriando nuovamente sulla nostra Terra, si inserisce “Progetto Locale”. Un testo potente. La capacità evocativa delle argomentazioni di Alberto Magnaghi, a dieci anni dalla prima edizione del libro (sempre con Bollati Boringhieri, nel 2000), si presenta all’attualità come sostanza e non solo come forma. È sostanza, infatti, il “territorialismo” quando si cerca di declinare ogni struttura (materiale ed immateriale) in un versante prettamente “locale”, nell’accezione più comprensiva di “Luogo”. La riedizione dell’Economia Sociale di Mercato, infatti, potrebbe essere una lente per leggere l’attualità. Si vuole piegare la Contrattazione Collettiva Nazionale del Lavoro in senso “aziendale” (quando non individuale), anche se molte forme di precarizzazione hanno già applicato questa destrutturazione; la stessa Precarietà si presenta più come mancanza di suolo, di radicamento territoriale, che come necessità di inquadramento retributivo (il paradigma classico economicista, ormai, spiega poco o niente). Il “vecchio” sistema di Welfare State, statale e centralizzato, si sta diluendo nella “Welfare Society”, mettendo direttamente al lavoro gli Enti locali ed il Terzo settore. I sistemi di Project Financing definiscono nuovi modelli di pianificazione produttiva che dipendono esclusivamente dagli attori privati locali che si riescono a mobilitare, naturalmente per riprodurre interessi particolari. La chiusura dei vari Cicli naturali/economici/produttivi (uno su tutti, quello dei Rifiuti) ha portato a ridefinire radicalmente i contesti territoriali per renderli più idonei alla massimizzazione dei profitti. La stessa Protezione Civile sembra essere diventata la dimensione “territoriale” dello Stato, uno Stato che a livelli più ampi è legato dalle normative e dalla burocrazia mentre, attraverso le “particolarità emergenziali”, riesce ad agire come, appunto, “protezione civile” in deroga ad ogni norma esistente. Si tratta, in breve, di governare l’Emergenza. Si è passati dalla necessità dell’Economia classica (e, successivamente, liberale) di “pianificare” il Governo (mi riferisco tanto alle ombre del Capitalismo quanto alle pseudo-luci della pianificazione sovietica o del Welfare keynesiano) allo sviluppo neo-liberale dell’Urgenza da utilizzare per produrre un’eccedenza di governamentalità, sospendendo (a tempo indeterminato) il “normale” Stato di Diritto liberale. Quando è accaduto la prima volta? Troppo semplice pensare alla “sospensione” costituzionale attuata dal Nazismo. In realtà potrebbe non essere così. Si dovrebbe indagare che cosa sia accaduto sul piano della Storia. Nel momento in cui la Filosofia della Storia è venuta meno, con le sue determinazioni strategiche e le ipoteche sul Futuro, il Presente ha cominciato ad irrompere nella Vita con tutta la sua drammatica attualità. La Vita è diventata tempo Presente, qui ed ora. Si è fatta Kairòs. Si è passati da pensare agli schemi eterni di una Filosofia della Storia a fare un’Ontologia dell’Attualità che narra una trasformazione “ecologica” fondamentale e strutturale. In questa trasformazione l’Evento, l’eventualità, l’Urgenza che emerge e che deve essere immediatamente affrontata, racconta di una modificazione radicale della governamentalità. Lo stesso “spazio politico”, o gli Ambienti di Vita, cadono sotto questi colpi profondi. Questo contesto generale ci parla di un “nuovo” Conflitto che non si mostra più attraverso i termini tradizionali di Capitale e Lavoro ma sembra piuttosto interagire tra il Capitale ed il Territorio. Anche il Lavoro, infatti, pare essere diventato una questione squisitamente territoriale. Come scrive lo stesso Magnaghi: “[…] il conflitto, nel contesto dell’Occidente postfordista, riguarda solo parzialmente la relazione tra capitale e lavoro, incentrandosi maggiormente sulla contraddizione tra le forme crescenti di eterodirezione della vita e istanze locali di autonomia e autogoverno del proprio futuro” (Magnaghi 2010, p. 298). La globalizzazione sembra aver creato una “seconda natura artificiale” che si è successivamente “liberata” della Terra (ivi, p. 18). Sono queste le coordinate attraverso cui passano le striature della nuova spazialità occidentale: “[…] il produttore/consumatore ha preso il posto dell’abitante, il sito quello del luogo, la regione economica quello della regione storica e della bioregione. Il territorio da cui ci si è progressivamente “liberati”, grazie anche allo sviluppo tecnologico, è stato rappresentato e utilizzato come un puro supporto tecnico di attività e funzioni economiche, che sono localizzate secondo razionalità interne al contesto socioeconomico e tecnologico, e sempre più indipendenti da relazioni con il luogo e le sue qualità ambientali, culturali, identitarie.” (ivi, p. 25)

Magnaghi fa risalire alla seconda metà del XX secolo il processo di urbanizzazione fordista che ha riorganizzato le “megalopoli” (come spazi chiusi e striati), provocando una profonda lacerazione tra spazio urbano e luoghi dell’insediamento e creando una sorta di “vampirismo spaziale” laddove le Città panico esauriscono le funzioni vitali degli spazi per poi inglobarli nella continua riproduzione metropolitana: “se l’abitante è dissolto e frammentato spazialmente nei siti del lavoro, dello svago, della fruizione della natura, del consumo, della cura, della riproduzione, e quindi non ha più luoghi da abitare nei quali integrare e socializzare tutte queste funzioni, esso non ha più relazione di scambio e identificazione con il proprio ambiente di vita, che gli appare solcato da flussi di oggetti e funzioni a lui estranei e degradanti” (ivi, p. 33). A questa frammentazione corrisponderebbe anche una ridotta capacità di agire sulla sfera pubblica, nell’ambito del governo e delle decisioni sul Territorio. Al tramonto del fordismo, scrive Magnaghi, il nuovo ciclo di civilizzazione che si presenta all’attualità rischia di essere un processo di non ritorno perchè tendenzialmente strutturale, in quanto con il fordismo sono state attivate “forme di comando della produzione completamente aspazializzate, atemporalizzate, fondate su sistemi reticolari non lineari”. Insomma, non c’è più nulla da cui “liberare” la Terra. Il capitalismo, parafrasando sempre Deleuze e Guattari, è una storia di deterritorializzazioni. È questa la forma della deterritorializzazione-despazializzazione occidentale a cui cerca di rispondere il territorialismo, sostanzialmente pensando a modalità alternative “territorializzanti”. Il locale, in questo senso, diventa una questione ambientale (ecologica, in senso ampio) inserita in una dimensione identitaria perchè deve costituire momenti di condensazione di Comunità e appartenenza territoriale. Le economie territoriali, di conseguenza, rappresentano un livello indispensabile per ripensare il ruolo del Territorio nei contesti socio-produttivi degradati dai cicli fordisti di civilizzazione e, quindi, per produrre nuova territorialità.

Progetto Locale sembra evocare le discussioni attorno al “piano(-spazio)” degli anni Sessanta/Settanta. Non perchè le richiami direttamente citandone i protagonisti, il dibattito o le intenzioni. Tutt’altro. Di pianificazione, però, nel testo di Alberto Magnaghi se ne parla ampiamente. E non di pianificazione sic et simpliciter, intesa in senso “moderno” come modello di profitto (economico o sociale) da realizzarsi qui ed ora (o, al massimo, nel corso di qualche anno), bensì si interroga su come strutturare il Territorio in modo da produrre Cicli virtuosi ed auto-sostenibili di lunga durata: “il territorio è prodotto attraverso un dialogo, una relazione fra entità viventi, l’uomo stesso e la natura, nel tempo lungo della storia” (ivi, p. 17). Questa dimensione del Territorio come “evento culturale”, costituito dalla “fecondazione della natura da parte della cultura”, lo libera dalle derive tecnicistiche a cui è stato sottomesso. A partire dalla critica ad un modello di piano che ha letteralmente sconvolto i nostri territori, l’approccio territorialista (radicalmente differente da quello funzionalista o dall’approccio ambientalista) propone una costruzione complessa del Territorio, in grado di organizzare e strutturare tutti gli aspetti della Vita comune (sociale ed economica) legata ai Luoghi dove si sviluppano le Comunità locali. Si tratta di pensare ad un Progetto che, a differenza della pianificazione tradizionale, deve produrre innanzitutto possibilità di autogoverno del Territorio.

Il territorialismo affronta la questione della sostenibilità a partire “dall’ambiente dell’uomo”. Il concetto di sostenibilità, però, “non si risolve nella ottimizzazione della qualità ambientale a qualunque condizione, ma nella ricerca di relazioni virtuose fra sostenibilità ambientale, sociale, territoriale, economica, politica che renda coerenti basic needs, self-reliance, ecosviluppo, verso l’autosostenibilità” (ivi, p. 72). L’approccio territorialista prende in considerazione il degrado ambientale mettendolo in relazione ai processi di civilizzazione (deterritorializzazione-despazializzazione) che hanno prodotto la rottura delle relazioni produttive tra ambiente fisico ed antropico. Gli “atti territorializzanti”, sarebbero momenti creativi di ricostruzione di queste relazioni. Il Progetto locale sembra volersi dare come primo obiettivo da raggiungere, una ritessitura del rapporto (interrotto) tra natura e cultura. Il Territorio, infatti, non è un prodotto naturale in quanto non esiste in natura bensì rappresenta l’azione di una Comunità locale che agisce in un determinato spazio, producendo relazioni culturali con l’ambiente circostante. L’autosostenibilità, ovvero la capacità di autogoverno di un Territorio senza la necessità di continui sostegni esterni, diventa un aspetto fondamentale perchè mette pienamente a valore i saperi ambientali capaci di produrre atti territorializzanti ed identità dei luoghi. “La massa territoriale è costituita dall’accumulo storico di atti territorializzanti di diversa natura (quali edifici, monumenti, città, infrastrutture di comunicazione, porti, ponti, terrazzamenti, apponderamenti, bonifiche, canali, sistemazioni idrogeologiche e ambientali ecc…) che nel loro insieme determinano il valore del patrimonio territoriale” (ivi, p. 75).

In questa prospettiva il Conflitto ritorna ad essere elemento importante perchè si ridefinisce nelle modalità di appropriazione, gestione e redistribuzione del valore prodotto dagli atti territorializzanti e dal Territorio ormai “messo a valore”. La governance diventerebbe un fattore di discussione democratica e di partecipazione, dove le soggettività costituenti territorio e Comunità locale potrebbero assumere un ruolo di primo piano: “l’antagonismo si ridefinisce allora come conflitto tra eterodirezione e autogoverno” (ivi, p. 82).

Le sostenibilità di cui parla Alberto Magnaghi sono differenti. Egli si riferisce, infatti, alla sostenibilità politica in quanto capacità di autogoverno della Comunità locale “rispetto alle relazioni con sistemi esogeni e sovraordinati”; per sostenibilità sociale intende la capacità di integrare gli “attori deboli” nei meccanismi di decisione; la sostenibilità economica, invece, dovrebbe produrre “valore aggiunto territoriale” ritessendo le relazioni interrotte tra territorio, ambiente e produzione; nella sostenibilità ambientale si pone la costruzione di processi virtuosi per gli insediamenti umani, in modo che non divengano preponderanti rispetto all’ecosistema; infine con la sensibilità territoriale si vuole fare riferimento ad un sistema riproduttivo capace di generare forme di territorializzazione.

Il concetto di auto-sostenibilità (economica e di governo) sarebbe il nodo attorno a cui costruire il “locale” che, sempre rimanendo alle affermazioni di Magnaghi: “è divenuto un terreno, anzi il vero terreno di scontro” (ivi, p. 92). Questo concetto aspira a creare una nuova relazione co-evolutiva tra abitanti-produttori e territorio; una relazione che possa essere capace, attraverso la “cura” della Comunità, di determinare nuovi rapporti di lunga durata tra insediamento umano e ambiente.

Da queste premesse, quindi, “si delinea un processo che dalla partecipazione evolve verso la produzione sociale di piano, fino alla produzione sociale del territorio” (pp. 105-106). questo concetto di “produzione sociale del territorio” diventa fondamentale perchè è anche la chiave di volta della critica ad un modello societario “fordista” basato sul lavoro salariato (che, di fatto, allontana l’abitante dalle scelte sociali riguardanti la propria Vita). Il lavoro autonomo, per Alberto Magnaghi, deve essere il connettore di informazione e conoscenza, capace di mettere in modo un meccanismo virtuoso di creazione di relazioni sociali che, appunto, producano Comunità (e Territorio). Così l’abitante-consumatore creato dal fordismo, dalla parcellizzazione del lavoro e della vitalità urbana, potrà finalmente tramontare favorendo la nascita di un abitante-produttore, pienamente consapevole del proprio contesto sociale.

C’è un magma creativo di insorgenze (p. 123) che potrebbero caratterizzare questa nuova e continua attività costituente. Certo gli elementi che caratterizzano questi movimenti sono molto differenti da quelli distinti, in passato, dal rapporto tra Capitale e Lavoro. Borghesia e Proletariato un po’ si sono dispersi nel terremoto territoriale che ha sconvolto gli assetti del dominio e delle forme di governance delle società contemporanee. Oggi si dovrebbero rintracciare e riconnettere, minuziosamente, tutte quelle pratiche vitali di “critica, rifiuto, conflitto” e di “riappropriazione diretta dei saperi produttivi, costruzione di nuovi simbolici e immaginari” (p. 124) che si riproducono caoticamente sui territori. Perchè nella connessione di queste pratiche c’è l’alternativa di Comunità ed “il passaggio dalla coscienza di classe (unità tra i simili nell’autoriconoscimento della condizione di sfruttamento) alla coscienza di luogo (unità fra diverse componenti sociali in un progetto locale condiviso fondato sull’autoriconoscimento delle caratteristiche identitarie e patrimoniali del luogo)” (pp. 127-128). Tra coscienza di classe e coscienza di luogo, insomma, sembra esserci un valore comune, un fil rouge che unisce la Storia: la consapevolezza. In entrambi i casi, infatti, si ha consapevolezza di qualcosa. Di un triplice sfruttamento: del proprio Lavoro, della propria Vita e del proprio Abitare (della propria Terra). Questi tre sfruttamenti, queste tre Ecologie, si riuniscono nella “coscienza di Luogo”.

Anche la coscienza di Luogo, però, ha bisogno di una propria utopia, di uno “scenario” in cui potersi lanciare: “lo scopo principale dello scenario è quello di aprire concreti spazi di trasformazione sociale: lo scenario come strumento per la dislocazione in avanti dell’immaginario collettivo, come strumento euristico per alzare il tiro sugli orizzonti di trasformazione […]” (p. 180). Non è il “sol dell’Avvenire”, ma anche il Progetto locale si nutre di possibilità di futuro, perchè si cercano elementi costituenti di lunga durata, che vincano la contingenza emergenziale dell’attualità per tuffarsi nella costruzione di domani.

Distruzione dei Luoghi, banalizzazione dell’Abitare, trasformazione dell’Abitante in mero consumatore di suolo e dei prodotti commerciali, sottrazione delle funzioni di Governo del Territorio, completa ed inesorabile de-territorializzazione della Vita. Sono questi i nodi intorno ai quali si articola il “piano” progettuale proposto dal territorialismo. Un piano che, come già detto, assume il nome di Progetto perchè guarda ai Cicli di lunga durata e definisce nel Territorio il proprio spazio di condensazione (tanto di soggettività quanto di programmazione).

Per concludere (e, forse, banalizzare), sembrano essere principalmente tre le fondamenta del “Progetto territorialista”: il Territorio, descritto e vissuto come una spazialità viva e concreta da organizzare; il “processo decisionale”, inteso nelle forme molteplici della Democrazia diretta e dell’autogoverno territoriale; gli “attori costituenti”, ovvero la complessità insorgente provocata dalla Comunità locale.

Come Marx ha cercato di organizzare il Lavoro, così il territorialismo si propone di organizzare il Territorio. Come Marx ha provato ad introdurre un accenno di Futuro nella Vita del proletariato, allo stesso modo il territorialismo vuole dare un Futuro “di lunga durata” alla Vita del Territorio. Come Marx ha tracciato i lineamenti del soggetto “rivoluzionario”, così il territorialismo cerca le peculiarità costituenti delle soggettività territoriali.

A questo punto, però, il paragone potrebbe cominciare a farsi scomodo.

 

Bibliografia

Augé M., Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera 2005, Milano.

Davis M., Il Pianeta degli Slums, Feltrinelli 2006, Milano.

Deleuze G. e Guattari F., Millepiani, Castelvecchi 1980, Roma.

Magnaghi A., Progetto locale. Verso la coscienza di luogo, Bollati Boringhieri 2010, Torino.

Sassen S., Le città nell’economia globale, Il Mulino 2003, Bologna.

Virilio P., Città Panico. L’altrove comincia qui, Cortina Raffaello 2004, Milano.

La copertina dell'ultima edizione (2010) del libro di A. Magnaghi, che succede a quattro traduzioni in lingue straniere e alle edizioni del 2000 e del 2006, entrambe esaurite, testimonianza del successo delle idee dell'autore.
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