EUROPA tra EMIGRAZIONI e rischio di DECLINO – il 2012 ANNO EUROPEO DECISIVO: sarà la fine o l’inizio del sogno degli STATI UNITI D’EUROPA? – il 151esimo anno dell’Italia si coniuga alla necessità di TRASFORMAZIONE FEDERALISTA DELLE NAZIONI del nostro continente

Strasburgo, palazzo del Parlamento Europeo

   Il 2012 è l’anno decisivo per fare gli Stati Uniti d’Europa e per cambiare il ruolo e la natura della nazioni europee. Se sono ancora importanti le singole nazioni, è anche necessario superare finalmente lo spirito nazionalistico che ciascuna di esse, nazioni, conserva (e che è causa delle guerre civili europee del secolo scorso e della crisi attuale politica ed economica di tutto il nostro continente)

    Se le singole nazioni sono ancora un importante collante culturale, linguistico, di riconoscimento di usi e tradizioni di popoli, dall’altra bisogna con coraggio e determinazione rivedere i paradigmi istituzionali di esse stesse: cioè “intraprendere in esse” forme di federalismo con la redistribuzione più confacente dei poteri, sia “in basso” (le macroregioni, le città) che “in alto”: appunto l’Europa federalista unita (gli Stati Uniti d’Europa), con un unico governo, un presidente eletto insieme da tutti i popoli appartenenti al progetto europeo, un’unica politica economica e fiscale, estera di pace, di solidarietà reciproca, di gestione coordinata delle tante innumerevoli potenzialità che vi sono nelle molteplici antiche civiltà dei nostri Paesi.

MELBOURNE, Australia - I problemi dell`euro hanno dato la spinta all’EMIGRAZIONE a molti giovani europei. Soprattutto a GRECI, IRLANDESI E PORTOGHESI, ma anche a SPAGNOLI E ITALIANI. Secondo uno studio approfondito del quotidiano britannico GUARDIAN la diaspora è iniziata almeno da un anno e non accenna a fermarsi. Hanno cominciato I GIOVANI GRECI. Solo nell’anno appena passato 2.500 di loro si sono stabiliti in AUSTRALIA, dove la comunità ellenica, specialmente a MELBOURNE, ormai è vastissima (Deborah Ameri, Il Messaggero)

   E negli articoli che qui vi proponiamo, tentiamo di fare un pur limitato compendio della “tematica del cambiamento” istituzionale e popolare che ci dovrà vedere protagonisti, noi europei, nel prossimo futuro. La revisione del “sistema dei nazionalismi” ancora troppo accentuati (la grandeur francese, il complesso di superiorità germanico, le tentazioni isolazionistiche britanniche, l’anarchia statale dei paesi mediterranei come Italia, Spagna, Grecia, Portogallo…) ebbene tutto questo dovrebbe essere rapidamente superato, se veramente l’Europa vuole uscire dalla fase di declino (economico, politico, culturale…) che da una decina d’anni sta visibilmente vivendo.

   E il rivedere i poteri delle nazioni (come detto prima, nella logica federalista, sia “in basso” che “in alto”) potrà portare a forme politiche aggregative anche oltre i confini nazionali (oramai sempre più deboli ed obsoleti): pensiamo ad esempio, per il Nordest d’Italia, al progetto che era stato già intrapreso coraggiosamente dall’allora presidente del Veneto Carlo Bernini, negli anni ’70 del secolo scorso, di creazione di una macroregione europea di ben 26 milioni di cittadini, denominata allora ALPE-ADRIA  (dove erano compresi i territori regionali del Veneto, del Friuli e Venezia Giulia, della Slovenia, di parte della Croazia con tutta la regione dell’Istria; e in Austria le regioni della Carinzia e della Stiria, la Baviera in Germania).

   Progetto allora ambizioso quanto difficile, ma il futuro molto prossimo richiederà sempre di più positive “immaginazioni” geografiche e politiche, con l’idea di unire i popoli in progetti di pace e sviluppo, e nel rispetto di ogni peculiarità etnica che ancora esiste e va preservata, seppur (anzi, ancor di più) nel mondo “unico villaggio” proposto dall’informazione in Internet e dai mezzi di trasporto che riducono sempre più le distanze.

   Su questo un’importante funzione di “scambi positivi fra popoli” viene data dal fatto che, dopo decenni (cioè dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso e l’inizio del boom economico europeo occidentale e l’irrigidimento dell’est con la creazione del muro), ebbene da quel dopoguerra sono tornati ad esserci fenomeni sempre più allargati di emigrazioni di giovani europei verso altri paesi, altri continenti: certamente per necessità di lavoro, di benessere, ma anche per un interessante nuovo spirito di avventura e conoscenza dei luoghi. Questa ripresa della “mobilità europea” verso altri mondi, altri continenti (e non solo l’Europa vista come è inevitabilmente un porto di approdo per giovani di paesi poveri), ebbene questo uscire dal continente e cercare fortuna ed esperienze verso altre realtà geografiche globali, riteniamo sia un segnale di una efficace dinamica demografica e culturale che segnerà il nostro prossimo futuro. Buon 2012.

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– Il perché in Italia è necessario uno stato federale (dal punto di vista storico e geografico) –

LA FINE ORIGINALE DELL’ITALIA

di DAVID GILMOUR*(storico inglese) – pubblicato il 2 dicembre 2011 – Testata: Slate – traduzione a cura di Claudia Marruccelli per Italiadallestero.info

   L’Italia è in rovina, sia politicamente sia economicamente. Di fronte a un massiccio debito pubblico e alle defezioni all’interno della propria coalizione in Parlamento, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la più importante figura politica al governo dai tempi di Benito Mussolini, a metà novembre ha rassegnato le dimissioni. Ma le preoccupazioni dell’Italia non si riferiscono soltanto alle pietose performance politiche di Berlusconi e alle sue cavolate: nel paese, l’identità nazionale è fragile e sono ormai pochi gli italiani che credono nei suoi miti fondatori. Da qui nascono tutti i problemi.

   L’affrettata e maldestra unità d’Italia conseguita nel XIX secolo, seguita dell’era fascista e dalla sconfitta nella seconda Guerra Mondiale nel XX secolo, in effetti ha lasciato il paese privo di senso nazionalistico. Forse la cosa non avrebbe avuto importanza se lo stato post fascista si fosse rivelato un buon direttore d’orchestra dell’economia, ma anche e soprattutto se i cittadini avessero potuto identificarsi e avere fiducia in esso.

   Ma in questi ultimi 60 anni, la Repubblica italiana non è riuscita ad assicurare una dirigenza efficace, ad affrontare la corruzione, a salvaguardare l’ambiente, neppure a proteggere i propri cittadini dall’oppressione e dalla violenza della mafia, della camorra e di altre organizzazioni criminali. Oggi, nonostante abbia le carte vincenti per farlo, la Repubblica si mostra incapace di tenere le redini dell’economia.

RIUNITI IN MENO DI 2 ANNI

   Ci sono voluti 400 anni per vedere i sette regni dell’Inghilterra anglosassone diventarne uno solo, nel X secolo, mentre quasi tutti i territori dei sette stati che componevano l’Italia del XIX secolo furono riuniti in meno di due anni, tra l’estate del 1859 e la primavera del 1861.

   Il papa fu privato della maggior parte dei suoi territori, la dinastia dei Borboni fu cacciata da Napoli, i duchi dell’Italia centrale persero i propri troni e i re del Piemonte divennero quelli dell’Italia. A quel tempo, la rapidità dell’unificazione fu vista come una sorta di miracolo, un esempio perfetto di popolo patriota che si riunisce e si ribella per cacciare gli oppressori stranieri e i tiranni reali.

   Bisogna però constatare che l’unificazione dell’Italia fu portata a termine solo da un gruppetto di patrioti, principalmente giovani del nord provenienti dalla classe media. L’unificazione non avrebbe potuto avere buon esito senza l’aiuto straniero. Le truppe francesi cacciarono gli austriaci dalla Lombardia nel 1859 e una vittoria della Prussia permise al nuovo stato italiano di annettere Venezia nel 1866.

LA CONQUISTA DELL’ITALIA DEL SUD DA PARTE DEGLI ITALIANI DEL NORD

   Nel resto d’Italia, inizialmente le guerre del Risorgimento furono più una serie di guerre civili che battaglie per l’unità e la liberazione. Giuseppe Garibaldi – che aveva partecipato alle guerre d’indipendenza nell’America del Sud – e i volontari garibaldini – le camicie rosse – hanno combattuto con valore ed eroismo in Sicilia e a Napoli nel 1860. Le loro campagne militari erano nient’altro che la conquista dell’Italia del sud da parte degli italiani del nord.

   Lo stato dell’Italia meridionale, noto come Regno delle Due Sicilie, si vide quindi imporre le leggi del nord. Quindi Napoli, la città più grande dell’Italia di allora, non si sentì liberata: soltanto 80 napoletani si presentarono volontari per combattere al fianco di Garibaldi.

   E il popolo dell’Italia meridionale si sentì ben presto frustrato quando la città cambiò improvvisamente il suo status di capitale di un regno indipendente, durato più di 600 anni, diventando città di provincia. Ancora oggi il suo status politico resta limitato e il PIL del sud rappresenta appena la metà di quello del nord.

   L’Italia unita attraversò il laborioso processo di costruzione della nazione e diventò uno stato unitario affrontando solo in parte le questioni locali. Prendiamo per esempio la Germania. Dopo l’unificazione del 1871, il nuovo Reich fu governato da una confederazione che includeva quattro regni e cinque granducati. Invece la penisola italiana fu conquistata in nome del re piemontese Vittorio Emanuele II e poi diventò una versione extra large dell’ex regno piemontese, con la stessa monarchia, la stessa capitale (Torino) e la stessa costituzione.

   Con l’estensione della legge piemontese a tutta la penisola, molti dei nuovi abitanti del regno si sentirono più conquistati che liberati. Violente rivolte furono brutalmente represse nel sud negli anni 1860.

LA DIVERSITÀ ITALIANA ERA RADICATA NELLA STORIA

   La diversità italiana era radicata nella storia e non poteva essere cancellata in pochi anni. Nel V secolo a.C. gli antichi greci parlavano tutti la stessa lingua e si consideravano tutti greci; nello stesso periodo gli abitanti dell’Italia parlavano circa 40 lingue diverse e non avevano alcun sentimento di identità comune.

   Questa diversità si accentuò ancora di più dopo la caduta dell’impero romano; in quel periodo gli italiani vissero per secoli la realtà dei comuni medievali, delle città stato e dei ducati rinascimentali. Questo spirito campanilistico è ancora vivo: chiedete per esempio ad un pisano come si definisce, probabilmente vi risponderà prima che è pisano e solo dopo italiano o europeo.  Molti italiani lo ammettono volentieri: il loro sentimento nazionalista salta fuori solo durante i campionati del mondo di calcio, quando gli azzurri giocano bene.

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   Altro barometro della diversità italiana: la lingua. Al momento dell’unificazione, secondo gli studi dell’eminente linguista italiano Tullio De Mauro, soltanto il 2.5% della popolazione parlava italiano, cioè il fiorentino nato dalle opere di Dante e Boccaccio.

   Anche se pare una esagerazione e ammettendo che forse il 10% delle persone comprendesse il fiorentino, resta il fatto che il 90% della popolazione italiana parlava lingue o dialetti regionali che restavano incomprensibili all’interno dello stesso Paese. Persino il re Vittorio Emanuele parlava piemontese quando non usava la sua prima lingua, il francese.

   Nell’euforia degli anni 1859-1861, pochi politici italiani si preoccuparono di riflettere sulle complicazioni che avrebbe generato l’unione di popoli così diversi. Massimo D’Azeglio, statista piemontese e pittore, fu uno di questi. Dopo l’unità disse: Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani.

   Dunque per raggiungere questo obiettivo il nuovo governo decise soprattutto di cercare di fare dell’Italia una grande potenza in grado competere a livello militare con la Francia, la Germania e l’impero austro ungarico. Un tentativo destinato a fallire: la nuova nazione era decisamente più povera delle sue rivali.

CREARE UN SENTIMENTO DI APPARTENENZA ALLA NAZIONE

   Per 90 anni, fino alla caduta di Mussolini, i dirigenti del Paese furono determinati a creare un sentimento di appartenenza alla nazione trasformando gli italiani in conquistatori e colonialisti.  Furono impiegate enormi risorse economiche per finanziare spedizioni in Africa, spesso con risultati disastrosi. Nella battaglia di Adua nel 1896, la giovane nazione fu sconfitta dagli etiopi e, in un solo giorno, fu massacrato lo stesso numero di italiani caduti in tutte le guerre del Risorgimento.

   Anche se il Paese non aveva nemici in Europa e non aveva bisogno di prendere parte a questo o quel conflitto mondiale, entrò in guerra, in entrambi i casi, nove mesi dopo l’inizio dei conflitti, quando il governo era convinto di aver identificato il vincitore e dopo aver ottenuto promessa di nuovi territori da annettere. I calcoli sbagliati di Mussolini provocarono la sua caduta e misero fine anche al militarismo italiano e, allo stesso tempo, all’idea di nazione italiana.

   Nei 50 anni successivi alla seconda guerra mondiale il Paese è stato governato dai democristiani e dai comunisti. I primi si ispiravano al Vaticano, i secondi al Cremlino, ma nessuno di questi due partiti prese a cuore l’idea di suscitare un nuovo senso di identità nazionale per sostituire quello passato.

   L’Italia del dopoguerra fu, da un certo punto di vista, un gran successo. Con un tasso di crescita tra i più alti del mondo, il Paese si distinse per le sue innovazioni in settori pacifici e produttivi come cinema, moda e design industriale. Ma i risultati economici furono incostanti e nessun governo fu in grado di ridurre le differenze tra nord e sud.

LA STRUTTURA PORTANTE DELLA NAZIONE HA ALCUNI DIFETTI

   I fallimenti politici ed economici del governo non sono le sole cause del malessere che ormai minaccia la sopravvivenza italiana. La struttura portante della nazione presenta alcuni difetti collegati alle circostanze nelle quali è nato il Paese.

   La Lega Nord, la terza forza politica italiana, dichiarò che il 150° anniversario dell’unità del Paese, nel mese di marzo 2011, non doveva essere considerato un giorno di festa, ma di lutto. Questo partito non è solo un’aberrazione isolata. La sua xenofobia – e persino il suo razzismo – verso il sud dimostra che l’Italia non si è mai considerata un vero paese unificato.

   Il grande politico liberale Giustino Fortunato aveva l’abitudine di dire, citando suo padre, che “l’unificazione dell’Italia è stata un crimine contro la storia e la geografia. Egli pensava che le forze e le civiltà della penisola erano sempre state regionali e che un governo centralizzato non avrebbe mai funzionato. Con il tempo, fu considerato sempre più un visionario.

   E, se l’Italia ha un futuro come nazione unita dopo la crisi, dovrà accettare la realtà della sua nascita problematica e costruire un nuovo modello politico che prenda in considerazione il suo regionalismo intrinseco e millenario. Se stavolta non sarà come la vecchia Italia formata dall’unione di comuni repubblicani, ducati e principati, almeno che sia uno stato federale che rispetti le caratteristiche essenziali della sua storia.

* David Gilmour è uno storico britannico. Autore delle premiate autobiografie di George Curzon, Rudyard Kipling e Giuseppe di Lampedusa. La sua ultima opera “The pursuit of Italy: A history of a land, its regions and their peoples” è stata pubblicata nel mese di ottobre

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LA DIASPORA

I NUOVI EMIGRANTI SONO EUROPEI VERSO SUD IN CERCA DI FORTUNA

di Deborah Ameri, da “il Messaggero” del 23/12/2011

– La crisi spinge irlandesi, portoghesi, greci e italiani a lasciare i loro Paesi – I nuovi emigranti sono europei verso Sud in cerca di fortuna –

LONDRA – Sono appena laureati o ultra trentenni senza più speranza di carriera. Sono disoccupati e il lavoro neppure lo cercano ormai. Tanto è impossibile trovarlo. Ma sono anche famiglie, con bimbi piccoli e uno stipendio precario. Sono mossi, più che dall`ambizione, dalla disperazione e da un futuro che offre solo incertezza.

   Sono loro i nuovi migranti, quelli che lasciano l`Europa nel buco nero della crisi in cerca di prospettive. Sono loro che, per la prima volta dopo il secondo dopoguerra, stanno cambiando i flussi migratori.

   Via dal vecchio continente verso il sud del mondo, verso i Paesi che non conoscono l`austerità. Il paradiso non sono più gli Stati Uniti o il nord Europa, ma l`Australia, l`Argentina, il Brasile, l`Africa più ricca.

   I problemi dell`euro hanno dato la spinta soprattutto a greci, irlandesi e portoghesi, ma anche a spagnoli e italiani. Secondo uno studio approfondito del quotidiano britannico Guardian la diaspora è iniziata almeno da un anno e non accenna a fermarsi. Hanno cominciato i giovani greci. Solo quest`anno (nel 2011, ndr) 2.500 di loro si sono stabiliti in Australia, dove la comunità ellenica, specialmente a Melbourne, ormai è vastissima.

   I portoghesi invece si spostano più a sud, nell`Africa centrale, nell`Angola ricca di petrolio, ex colonia dove la lingua ufficiale è ancora quella di Lisbona. Il mese scorso il primo ministro portoghese Pedros Passos Coelho ha fatto visita al presidente angolano e ha umilmente chiesto aiuto e investimenti. Cinquant`anni fa sarebbe stato impensabile. Quest`anno 10 mila portoghesi sono emigrati a Luanda. E molti altri sono partiti alla volta del Mozambico (un`altra ex colonia) e del Brasile, favoriti dalla lingua.

   Si fugge anche dall`Irlanda, da quando l`eccezionale boom della tigre celtica si è fermato a causa della bolla immobiliare. Oggi la disoccupazione è al 14,5%, le misure varate dal governo, in cambio del pacchetto di aiuti dell`Unione Europea, sono punitive e hanno spinto 50 mila persone fuori dal Paese solo nel 2011. In tanti hanno scelto l`Australia, qualcuno gli Stati Uniti, dove vivono i parenti, figli della prima migrazione.

   L`Italia si accoda. Negli ultimi 10 anni, secondo l`Istat, 600 mila giovani hanno scelto di vivere all`estero. Tra il 2002 e il 2008 il numero dei laureati emigrati è raddoppiato. Il Guardian racconta la storia di Chiara Boschiero, una laurea a Roma e alla Sorbona di Parigi in cinematografia e un sogno da realizzare: diventare regista. Tre anni fa si è trasferita a Buenos Aires: «In Italia con la crisi non c`è più speranza, la gente si è chiusa in se stessa», racconta.

   L`esodo d`Europa, secondo giovani andranno perdute a caccia di un futuro. (Deborah Ameri)

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Series: Europe: migration after the crash

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FUGA IN GERMANIA DEI BOCCIATI DALLA CRISI

di Paolo Lepri, da “il Corriere della Sera” del 28/12/2011

– in Germania nel 2011 boom di immigrati greci e spagnoli –

BERLINO — Fino a oggi l’emigrante greca più famosa in Germania era la cantante Vicky Léandros, venuta qui da Paleokastritsa, nell’isola di Corfù, e protagonista di una lunga carriera che l’ha portata a collaborare tanto con direttori d’orchestra come Herbert von Karajan quanto con la technoband degli Scooter.

   Un altro greco, meno noto, era una delle nove vittime della cellula neonazista che si è macchiata, nella colpevole indifferenza delle forze dell’ordine, di una serie di terribili delitti contro cittadini stranieri, soprattutto turchi, passati alla storia come gli «omicidi del kebab». Ma sentire parlare la lingua di Kostas Charitos, il commissario creato dalla penna dello scrittore Petros Márkaris, sarà sempre meno strano, in Germania, se è vero che nel primo semestre del 2011 l’immigrazione dalla Grecia è aumentata dell’84 per cento.
Una vera e propria fuga dalla crisi, verso un Paese che è stato certamente critico nei confronti delle politiche economiche decise ad Atene e che ha definito i greci dei pericolosi spendaccioni, ma dove la disoccupazione si attesta solo sul 6,5 per cento e dove non mancano le opportunità di un rapido inserimento nel mercato nel lavoro.

   La Germania, insomma, attira gli stranieri, soprattutto quegli europei che vivono situazioni di disagio o che rischiano di pagare le conseguenze di scelte disastrose dei loro governi. Lo dimostra anche il fatto che l’immigrazione da un altro membro del club europeo che si trova in cattive acque, la Spagna (e che rischia di non uscirne tanto presto, guidata da un governo che ha abolito il ministero della Cultura) è cresciuta nello stesso periodo del 49 per cento.

   Tra l’altro, nel pacchetto di misure economiche e fiscali annunciato qualche settimana fa dal governo guidato da Angela Merkel (che comprendeva una limitata riduzione delle imposte) sono contenuti anche provvedimenti per incentivare l’arrivo dall’estero di personale qualificato.
Il caso greco-spagnolo, che fa notizia proprio per il ruolo che questi due Paesi hanno svolto nella crisi dell’euro, è comunque uno degli aspetti di un fenomeno più ampio che non va trascurato.  La Germania è ormai un Paese solidamente multietnico, in cui vivono 2,7 milioni di turchi e che ha fatto passi da gigante nella difficile strada dell’integrazione.

   A ricordarcelo non ci sono solo le star della Nazionale di calcio, dal turco Mesut Özil al tunisino Sami Kedhira. Nel governo federale (si pensi al ministro dell’Economia Philipp Rösler, liberale, nato in Vietnam e adottato da una coppia tedesca), nel gruppo dirigente dei partiti (il co-presidente dei Verdi, Cem Özdemir, è figlio di una famiglia turca), nell’amministrazione dei Länder (a Berlino il sindaco Klaus Wowereit ha affidato la responsabilità di Lavoro, Integrazione e Politiche per le donne a Dilek Kolat, nata in Turchia). I tedeschi «con radici straniere», come si dice qui, si sono fatti largo arrivando a posizioni di vertice.

   Certo, questo non vuol dire che la situazione vada dipinta in termini esclusivamente positivi. Non sono un caso, per esempio, le parole preoccupate, e spesso lontane nei toni e nei contenuti, pronunciate dalla Merkel e dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan in novembre per il cinquantesimo anniversario dell’accordo bilaterale che aprì la strada all’arrivo della prima grande ondata di lavoratori turchi in Germania.
Ma nelle valutazioni di questo grande nodo epocale che è il problema dell’immigrazione nei Paesi «ricchi», quello che conta sono anche le differenze. Per esempio, secondo un sondaggio della Fondazione Genshagen e dell’Institut Montaigne, citato anche da Le Monde, anche se il 43 per cento degli interpellati in Germania e Francia ha un’opinione negativa sull’integrazione degli immigrati nei rispettivi Paesi, ben il 42 per cento dei tedeschi esprime invece su questo tema un giudizio positivo. I «favorevoli» francesi sono solo il 4 per cento.
Sono numeri, questi, che vanno valutati con attenzione. La vera posta in gioco (e il compito della politica) consiste nell’evitare che in quel 43 per cento di persone convinte che l’integrazione non abbia dato risultati positivi crescano atteggiamenti aggressivi o radicalismi legati al sentimento di esclusione.

   Una voce molto pessimista, in questo quadro, è quella del direttore dell’Istituto di ricerca sul conflitto e la violenza dell’Università di Bielefeld, Wilhelm Heitmeyer, che denuncia la crescente ostilità contro gli stranieri in una parte della società tedesca. Il discorso di Heitmeyer si lega al problema della presenza sempre più attiva, soprattutto nelle zone più povere del Paese, dei gruppi neonazisti. Una minaccia, questa, che lo stesso presidente Christian Wulff, nel discorso televisivo di Natale, ha voluto ricordare, ammonendo che in Germania non c’è posto per «xenofobia, violenza, ed estremismo politico». (Paolo Lepri)

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ABOLIRE LA MISERIA

di Barbara Spinelli, da “la Repubblica” del 28 dicembre 2011
Certe volte dimentichiamo che il pensiero di unirsi in una Federazione, nato come progetto non utopico ma concreto nell’ultima guerra in Europa, non ha come obiettivo la semplice tregua d’armi fra Stati che per secoli si sono combattuti seminando morte. È un progetto che va alle radici di quei nostri delitti collettivi che sono stati i totalitarismi, le guerre. Che scruta le ragioni per cui gli individui possono immiserirsi al punto di disperare, anelare a uno strabiliante Redentore terreno, immaginare la salvezza schiacciando i propri simili: i deboli, in genere.

   Dicono che i motivi che spinsero gli europei a unirsi, negli anni ’50, sono svaniti perché il compito è assolto: la guerra è oggi tra loro impensabile. Questo spiegherebbe come mai non esistono più statisti eroici come Monnet, De Gasperi, Adenauer: uomini marchiati dalla guerra di trent’anni della prima metà del ‘900.
Chi parla in questo modo trascura quello sguardo scrutante che i fondatori gettarono sulla questione della miseria, e l’estrema sua attualità. Trascura, anche, quel che l’Europa unita ha tentato di fare, per creare non solo istituzioni politiche ma sociali, economiche. Dai delitti del ‘900 siamo usciti, nel ’46, con un patto di mutua assistenza fra cittadini.
È detto Welfare perché prese forma in Inghilterra grazie al piano concepito durante la guerra, su mandato del governo, da William Beveridge, uno dei fondatori della Federal Union: lo Stato del Benessere (meglio sarebbe dire Bene-Vivere: il bene dell’Essere è cosa più scabrosa) dà sicurezza non aleatoria all’indigente, l’escluso, l’anziano, il paria. Per questo è una grave svista pensare che l’Europa abbia concluso la missione, e stia lì solo come arcigna guardiana dei conti in ordine.

   Esattamente come nel dopoguerra, sono richiesti Fondatori, Inventori: se la crisi odierna è una sorta di guerra, è urgente immaginare istituzioni durature perché i mali che stanno tornando (miseria, diseguaglianza) non trascinino ancora una volta le società in strapiombi di disperazione, risentimento, e quell’odio dell’altro che si disseta bramando capri espiatori (ieri gli ebrei, oggi gli immigrati e in prospettiva anche i vecchi che “muoiono così tardi”).
Abolire la miseria: così s’intitolava lo splendido libro che l’economista Ernesto Rossi, autore con Altiero Spinelli e Eugenio Colorni del Manifesto di Ventotene, scrisse in carcere nel ’42 e pubblicò nel ’46: “Bisogna unire tutte le nostre forze per combattere la miseria per le stesse ragioni per le quali è stato necessario in passato combattere il vaiolo e la peste: perché non ne resti infetto tutto il corpo sociale”.

   La sfida oggi è identica, e sono le pubbliche istituzioni nazionali e europee a doversi assumere il compito. Affidarlo a chiese o filantropi vuol dire regredire a tempi in cui solo la carità era il soccorso. In molti paesi arabi sono gli estremismi musulmani a occuparsi del Welfare, confessionalizzandolo. Non è davvero il modello da imitare: gli Stati europei si sono sostituiti alle chiese fin dal ‘200, creando istituzioni laiche aperte a tutti.

   Anche l’Europa unitaria investe su organismi comuni perché – sono parole di Jean Monnet – “gli uomini sono necessari al cambiamento, ma le istituzioni servono a farlo vivere“. E aggiunge, citando il filosofo svizzero Amiel: “L’esperienza d’ogni uomo ricomincia sempre; solo le istituzioni diventano più sagge: accumulano l’esperienza collettiva e da quest’esperienza e saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole vedranno cambiare non già la loro natura, ma trasformarsi gradualmente il loro comportamento”. È laico anche questo: voler cambiare i comportamenti, non la natura dell’uomo.
È importante ricordare come nacque il Welfare, perché in Europa, Italia compresa, le campagne elettorali si svolgeranno su questi temi, e sul banco degli imputati ci sarà spesso la medicina stessa che dopo il ’45 ci somministrammo sia per abolire le guerre, sia per abolire la miseria. Non è improbabile, ad esempio, che le destre italiane – non ancora emendate – tramutino l’Europa in bersaglio: da essa verrebbero quelle regole che ci impoveriscono e commissariandoci, ci umiliano. L’attacco al governo Monti, quando s’inasprirà, sfocerà in attacco all’Unione. È già chiaro negli slogan leghisti. Lo è nell’offensiva di Berlusconi contro le tasse: cioè contro il tributo che ciascuno (specie i ricchi) deve versare per preservare la pubblica salute.
Rifondare oggi l’Europa concentrandosi sulla lotta alla miseria significa capire perché l’Unione ci chiede certi comportamenti, e al tempo stesso inventare istituzioni aggiuntive che diano sicurezza all’esercito, in aumento, di disoccupati e precari.

   Significa comprendere che la battaglia al debito pubblico non è una mania né una mannaia: è il patto generazionale che l’Unione ci chiede di stringere, visto che gli Stati da soli non l’hanno fatto per timore delle urne. Il Trattato di Maastricht impone di non caricare le generazioni future di debiti contratti dalla presente generazione per procurarsi dei beni senza pagare le relative imposte, scrive Alfonso Iozzo, economista e federalista europeo, in un saggio sulla re-invenzione del Welfare (“Il Federalista”, 1/2010).
Val la pena leggerlo, questo saggio, che poggia sulle solide basi di studi fatti da James Meade, Nobel dell’economia, sui modi di garantire redditi minimi di cittadinanza all’intera società. Il presupposto è estinguere il debito degli Stati, e trasformarlo in credito pubblico: in un patrimonio che lo Stato preveggente tiene per sé, dedicandolo non alle spese correnti ma al finanziamento del Welfare, questo bene non solo sminuito ma spesso inviso.

   Iozzo è convinto, come il liberal Meade, che la ricchezza delle nazioni o dell’Europa (il Pil) vada calcolata con nuovi metodi (Meade chiamava il suo Stato Agathopia, il Buon posto in cui vivere). Il criterio non è più la differenza fra quel che costano i beni prodotti e il reddito ricavato. È il patrimonio di cui dispone lo Stato, è la sua gestione: l’obiettivo è sapere se alle generazioni future verrà lasciato un capitale maggiore o minore di quello che noi abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti. Le leggi di Maastricht applicano tale metodo, prescrivendo come primo passo l’estinzione del debito pubblico.
Resta da compiere il secondo passo: la trasformazione del debito in un credito che protegga i cittadini in tempi di crisi. Non tutti hanno come patrimonio il petrolio norvegese, ma Oslo è un modello e ogni Stato ha l’acqua, l’aria, possibilmente nuove forme di energia: altrettanti beni pubblici consumati dall’individuo.

   Poiché petrolio e gas prima o poi finiranno, la Norvegia ha istituito con i ricavi energetici un Fondo pensione sottratto all’azzardo dei mercati. Solo il 4% del Fondo può essere annualmente usato per la spesa pubblica, lasciando ai cittadini un capitale a disposizione per il futuro, quando il patrimonio sarà esaurito (ogni norvegese è proprietario virtuale attraverso il Fondo di circa 100.000 euro, contro una quota del debito pubblico a carico di ogni italiano di 30.000 euro).
Avendo combattuto i debiti pubblici, l’Europa potrebbe escogitare iniziative simili, inducendo gli Stati a garantire nuova sicurezza sociale. Non solo; potrebbe far capire che nei costi vanno ormai incluse l’acqua sperperata, l’aria inquinata: beni non rinnovabili come il petrolio norvegese.

   Si parla molto di far ripartire la crescita. Ma essa non potrà esser quella di ieri, e questa verità va detta: perché i paesi industrializzati non correranno come Asia o Sudamerica; e perché la nostra crescita sarà d’avanguardia solo se ecologicamente sostenibile. Di qui l’importanza delle prossime elezioni: non solo quelle nazionali, ma quelle del Parlamento europeo nel 2014.

   Chi griderà contro le tasse e contro l’Europa troppo patrigna e severa promette un paese dei balocchi, dove è sempre domenica e sempre truffa. Meglio saperlo prima, che troppo tardi. Meglio ricominciare l’eroismo, di cui non cessa il bisogno. (Barbara Spinelli)

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UN PO’ KEYNES UN PO’ LIBERISTI: NIENTE DOGMI CONTRO LA CRISI

di Giacomo Vaciago e Andrea Monticini, da “il Sole 24ore” del 7/12/2011

   Ogni giorno, c’è un nuovo piano o una nuova ricetta per salvare l’euro: la confusione continua a regnare sovrana. Tuttavia, a ben vedere, tutte le analisi che da due anni si leggono – cioè le diagnosi dei problemi e le conseguenti proposte di rimedi – sono riconducibili alle due visioni del mondo che gli economisti definiscono rispettivamente Keynesiana e classica.

  La prima scuola evidenzia l’importanza della domanda aggregata di beni e servizi, sottolineando come in particolari situazioni essa possa risultare insufficiente a garantire la piena occupazione. In queste circostanze è opportuno un intervento pubblico di sostegno alla domanda aggregata. Se tra le cause di quei problemi c’è una “aumentata preferenza per la liquidità” o un’aumentata avversione al rischio dei titoli (il che è lo stesso) è indispensabile che la Banca Centrale aumenti di altrettanto l’offerta di moneta.

A quella scuola si contrappone la visione classica che enfatizza il ruolo dell’offerta aggregata e della sua crescita: se c’è disoccupazione va migliorato il mercato rimuovendo gli ostacoli (esempio: gli oligopoli) che non permettono di avere una efficiente offerta aggregata. Inoltre, non sono solo differenti gli strumenti utilizzati, ma anche l’orizzonte temporale è diverso. I keynesiani pongono l’accento su aspetti di breve periodo, mentre i classici si concentrano sul medio periodo.

   Le diverse opinioni sui due temi più controversi (emissione di eurobond ed acquisti di titoli da parte della BCE) dipendono in modo diretto da quelle due visioni. Infatti, per un keynesiano lo strumento più appropriato per uscire dall’attuale crisi di fiducia verso i debiti sovrani dell’area euro è l’aumento dell’offerta di moneta fino alla teorica totale monetizzazione dei debiti sovrani, mentre per un economista classico l’attenzione deve essere invece posta sulle riforme che possano permettere di avere maggior crescita economica e quindi maggior sostenibilità dei debiti stessi.

   La questione centrale dell’attuale crisi – come ben sappiamo da molti anni – è data dai differenti livelli di produttività dell’economie dell’area euro che non permettono ad alcune economie di poter sostenere un tasso di cambio fisso con la Germania. Avendo in mente la malattia, la critica alla ricetta keynesiana è spiegabile mediante un esempio. Qualche anno fa la Parmalat di Tanzi non riusciva a reperire nuovi fondi sui mercati finanziari perché in pesante dissesto finanziario. Una banca centrale avrebbe dovuto stampare moneta per salvare la Parmalat? Ovviamente no, perché la gestione ordinaria della Parmalat non era in equilibrio economico/finanziario.

   Quindi, tornando all’attualità, se la Bce monetizzasse il debito greco, italiano, portoghese non farebbe altro che rimandare per un po’ di tempo il problema senza risolverlo. Tuttavia le riforme grazie alle quali un’economia è in grado di avere un Pil potenziale più elevato impiegano anni prima di essere effettive: questa è la critica maggiore per l’impostazione classica. Come ben si capisce, occorre – e lo sappiamo da due anni – una tempestiva applicazione di entrambe le ricette. (Giacomo Vaciago e Andrea Monticini)

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USA E CINA PROTAGONISTI, UE IN AFFANNO

di Romano Prodi, da “il Gazzettino” del 24/12/2011

   L’anno che si è chiuso ha assistito ad eventi di politica internazionale che molto influenzeranno il futuro del mondo. Tra questi voglio citare in primo luogo la fine ufficiale della guerra in Iraq. Un avvenimento seguito con poca enfasi dai media europei sia perché era un evento ormai scontato sia perché da molti anni questa guerra, che aveva sconvolto la coscienza europea, era considerata un problema solo americano. In effetti la guerra in Iraq doveva essere il sigillo della potenza americana, segnando l’inizio di un nuovo secolo di dominio.
Doveva essere cioè il riconoscimento della superiorità degli Stati Uniti sia come potenza militare che come leader del progresso della democrazia nei confronti di ogni minacciosa potenza dittatoriale.

Sotto il primo aspetto il conflitto doveva concludersi in pochi mesi e si è trascinato per otto anni mentre, sotto il secondo aspetto, le armi di distruzione di massa che minacciavano gli equilibri mondiali, non sono mai state trovate. Ora, mentre si contano i morti e i feriti, ci si accorge anche che il costo di questa guerra è stato un elemento non certo secondario nel mettere in difficoltà il bilancio americano. Ci si accorge cioè che esso ha contribuito a mutare i rapporti di forza nello scacchiere mondiale, rafforzando inoltre l’Iran, tradizionale nemico degli Stati Uniti, mentre i sanguinosi conflitti interni iracheni sembrano continuare senza fine.

   Il secondo grande avvenimento è indubbiamente la primavera araba, con l’ondata di grandi speranze verso un’evoluzione democratica che, per ora, sembra concretizzarsi soltanto in Tunisia, mentre l’Egitto vive ancora in una transizione senza fine. Il lungo processo elettorale vede prevalere, oltre ogni previsione, i partiti islamici. Non solo i fratelli mussulmani, che negli ultimi anni si sono avvicinati ad una politica più moderata e di progressivo riconoscimento dei diritti civili, ma anche i salafiti, saldamente orientati verso uno stato teocratico.

   Intanto l’Egitto soffre, la disoccupazione aumenta, il turismo è a zero, i capitali fuggono, la violenza cresce così come aumenta la tentazione di appellarsi all’esercito perché ponga fine a questa transizione senza fine. Naturalmente non è nemmeno necessario sottolineare come, al di là di grandi discorsi, l’Europa non faccia nulla per aiutare il cammino della primavera araba.
Il terzo avvenimento importante dell’anno riguarda la guerra di Libia. Anche in questo caso l’Europa si è presentata divisa ma la grande novità è che il peso della guerra non è stato sopportato quasi interamente dagli Stati Uniti, come nel caso dell’Iraq e dell’Afghanistan, ma è stato equamente diviso con i paesi europei partecipanti ed è stata affidata a loro (in questo caso particolarmente alla Francia) la guida politica e la conseguente visibilità del conflitto. A consuntivo Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno coperto ciascuno circa il 15% del costo della guerra e l’Italia il 10% (più le basi logistiche).
Anche se non si può da questo concludere che gli Stati Uniti si disinteressino del Mediterraneo ( se non altro per la presenza di Israele) è doveroso osservare come abbiano preferito condividere il peso di questa pur importante azione militare con gli alleati europei. Naturalmente non con l’Unione Europea perché le posizioni e gli interessi dei suoi componenti marciano, anche in questo caso, in direzione diversa.
L’ultimo grande avvenimento di politica estera del 2011 non riguarda né una rivoluzione né una guerra ma il lungo viaggio di Obama e della signora Clinton nel Pacifico.
Accanto ad un supplemento di impegno militare diretto (una nuova base militare in Australia) il viaggio è stato totalmente dedicato a costruire amichevoli rapporti con i paesi che gravitano intorno alla Cina e che hanno tensioni o contenziosi con la Cina stessa. Così è stato per il Vietnam come per le Filippine, l’Indonesia, il Giappone e perfino con la Cambogia, finora indissolubile alleato della Cina.

   Tutto questo in linea con l’opinione pubblica americana, sempre più calamitata ma altrettanto impaurita dall’ascesa cinese. Il Pacifico è ormai il centro di gravità dell’economia e della politica mondiale ma, anche in questo caso, gli Stati Uniti si rendono conto di non avere le risorse per controllare direttamente uno scacchiere così vasto e cercano perciò di costruire alleanze sempre più solide con coloro che in un modo o nell’altro hanno paura della Cina.

   I quattro avvenimenti brevemente elencati non sono strettamente connessi fra di loro e forse non fanno parte di una politica deliberata e organica ma segnano con certezza l’accelerazione del passaggio da un mondo americano a un mondo tendenzialmente bipolare, con una contrapposizione crescente fra Stati Uniti e Cina.

   Eppure vi è ancora spazio per un equilibrio multipolare anche perché Stati Uniti e Cina hanno tra di loro legami economici e finanziari troppo forti e non hanno quindi, per ora, alcun interesse ad uno scontro aperto. Dubito tuttavia che l’Europa di oggi sia in grado di inserirsi in questo spazio. (Romano Prodi)

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EUROPA: QUELLA IDENTITÀ CONDIVISA CHE MANCA ALL’UNIONE

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 22/12/2011

L’Europa non è una comunità di senso. Non abbiamo una lingua, un’identità, una memoria storica condivisa. In parole povere, non siamo una nazione. Per unirci in uno Stato europeo dovremmo inventarne una, oppure costruire un impero.

Nessuno ha ancora provato a produrre una nazione europea. Molti nel passato hanno tentato di allestire un impero continentale, con la propria nazione al centro e i restanti popoli in subordine (Napoleone), se non schiavizzati (Hitler). Fallendo.

Da oltre mezzo secolo siamo impegnati in un processo a tempo indeterminato e geografia imprecisata noto come “integrazione europea”. Impresa apparentemente dedicata a superare gli Stati nazionali democratici senza peraltro determinare con quali istituzioni – e quanto democratiche – sostituirli. Un work in progress. Scaduto a work in regression almeno da quando (1973) abbiamo integrato nello spazio comunitario una nazione vocazionalmente antieuropea – la Gran Bretagna – e inventato vent’anni dopo a Maastricht la prima moneta senza sovrano della storia universale.

Una divisa che oggi circola in 17 dei 27 paesi comunitari (su 51 Stati convenzionalmente battezzati europei). Non proprio “moneta unica”. Meno ancora il propulsore di quello Stato europeo che secondo alcuni dei suoi coraggiosi fondatori ne sarebbe inevitabilmente scaturito. Una moneta orfana, adottata da diciassette vicegenitori che si studiano in cagnesco, stenta a suscitare fiducia, figuriamoci entusiasmo politico.

Anche per causa dell’euro, l’Europa non affascina più. Al contrario, rischia di diventare il capro espiatorio delle nostre angosce. Una cupa eurofobia si insinua fra europei di ogni latitudine. Su di essa speculano imprenditori politici dalle dubbie credenziali democratiche. Mentre riaffiorano ipernazionalismi e particolarismi etnici, non solo nell’Europa “allargata” (l’Ungheria è il caso limite), dilagano le teorie del complotto e si riesumano i Protocolli di Sion in versioni non troppo aggiornate.

Se fino a qualche tempo fa gli avventurieri xenofobi se la prendevano anzitutto con il “pericolo islamico”, oggi il facile bersaglio di Le Pen figlia, Wilders, Bossi e affini è “Bruxelles”, il Moloch cui i nostri politici chiamano a sacrificare in nome dell’euro. Dieci anni fa, per molto meno l’Austria di Haider fu messa alla gogna dall’indignazione comunitaria. Oggi l’Ungheria di Orbán può permettersi assai di più, quanto a scelte liberticide e istinti neoirredentistici. Nell’indifferenza quasi generale.

L’eurocrisi non è puramente economico-politica. La sua radice è cultural-identitaria: manca il senso condiviso su cui qualsiasi politica deve poggiare. Gli europei tendono a non comunicare, anche quando pensano di farlo. Si rinfacciano reciprocamente stereotipi negativi come fossero verità di fatto. Quei cliché che nel bel tempo reprimiamo nei retrobottega dell’anima e nella tempesta deflagrano dentro e fuori di noi con inattesa potenza.

Al deficit di comunicazione, dunque al pathos delle intolleranze, contribuisce l’eurolingua comunitaria: il gergo corrente fra i funzionari di Bruxelles. I quali, per difendere la “ragion di Stato di uno Stato che non esiste” (Enzensberger), devono essere ben certi di non farsi capire dai comuni europei. Senza un filo di ironia.

Di qui il parlare per acronimi (Eac, Rtd, Entr, Taxud, Elarg, Hr eccetera per restare alle Direzioni generali, pardon: Dg) per lemmi intraducibili (acquis communautaire, governance, trilogue eccetera) scritti o pronunciati da dirigenti comunitari non eletti ma selezionati dai leader nazionali per allocare ex colleghi disoccupati (Barroso, van Rompuy) o fra le terze file delle classi politiche domestiche (Ashton).

L’europeisticamente corretto danneggia l’Ue e ne esalta i nemici. Giacché ha eretto l’Europa a tabù, umiliandola a sinonimo di Unione Europea. Così manipolata, “Europa” è orwellianamente scaduta a parola utile a bloccare ogni ragionamento critico su se stessa. Mentre “euroscettico” – colui che dubita del tabù Europa, avrebbero tradotto gli illuministi – è anatema per gli euroteologi.

Un rattrappimento semantico cui forse non si sarebbero piegati, se oggi rivivessero, gli storici e i filosofi che della civiltà europea vollero abbozzare un’interpretazione valoriale, da Voltaire a Diderot, da Robertson a Hume.

L’assenza di senso dell’Unione Europea ne riflette la carenza di identità. Mai nella storia i popoli lettone e cipriota, maltese e slovacco, italiano ed estone, britannico e austriaco – per tacere di francesi e tedeschi – hanno convissuto sotto uno stesso tetto, a condividere pane quotidiano, pensieri e sentimenti profondi.

Certo, l’identità è sempre plurale. Siamo tutti parenti a questo mondo, dopo Adamo ed Eva. Resiste in molti di noi, malgrado tutto, un sentimento di “europeità”, peraltro assai cangiante e avvertito soprattutto quando non siamo in Europa. Ma di qui a farne il sostrato di una entità politica c’è un abisso.

Forse un giorno nascerà una comunità di senso europea, in spazi diversi e più ristretti dell’Ue. Purché oggi, e non domani, noi europei, italiani in testa, stabiliamo che sul carattere liberale e democratico delle nostre istituzioni, quali ne siano i confini, non si transige.

Il paradosso dell’euroteologia è che da decenni sta metodicamente segando, con il ramo degli Stati nazionali, anche quei valori occidentali che danno loro linfa e senso. E che oggi non possono essere incardinati in uno Stato europeo, se non con la forza o con l’inganno.

I padri fondatori spiegavano di lavorare per gli europei, non con loro. Da buoni istitutori. Nel frattempo siamo un po’ cresciuti e, speriamo, abilitati a dubitare. A scegliere. Democrazia prima, Europa poi. (Lucio Caracciolo)

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PIU’ EUROPA PER EUROLANDIA

di Luigino Bruni, da “AVVENIRE” del 24/11/2011

– la sfida che viene dalla crisi più europa per eurolandia –

   Il governo Monti sta muovendo i suoi primi mi passi, e li sta muovendo tra Roma e l`Europa, la sola direzione giusta e necessaria. La crisi, anche quella italiana, va affrontata rilanciando un grande progetto europeo, molto più ambizioso della sola comunità economica fondata, poco saldamente, sull`euro: senza politica le monete e le economie sono troppo fragili, soprattutto nell`era della globalizzazione.

   L`epicentro di questa crisi finanziaria ed economica sono stati gli Usa e uno stile di vita fondato sul debito al consumo e sulla finanza creativa, è bene ricordarlo ogni tanto; ma l`onda anomala che è poi arrivata sulle coste europee ha trovato istituzioni troppo fragili che rischiano di essere spazzate via, comprese quelle francesi e tedesche, come dicono i recenti segnali provenienti dai mercati.

   L`Europa è chiamata, ora e presto, a un salto di scala, a dar vita a un nuovo patto politico europeo, saldamente ancorato al principio di sussidiarietà, uno dei pilastri dell`Unione Europea. Senza questa rapida evoluzione politica e non più burocratica, i singoli Paesi non riescono e non riusciranno a essere all`altezza delle nuove sfide economiche, finanziarie e politiche.

   Alla nascita della modernità le città italiane erano il centro della vita culturale, economica e politica del mondo. Firenze, Venezia, Genova erano i gangli vitali della prima stagione dell`economia di mercato, attorno alle quali si erano costruiti dei veri e propri patrimoni finanziari e politici. Geni come Machiavelli, Leonardo, Michelangelo, furono i frutti più maturi di quella civiltà capace di innovazione e creatività ancora oggi in larga parte insuperate.

   La scoperta del Nuovo Mondo fu un primo trauma per quella civiltà cittadina, e il momento del suo apice, il Cinquecento, fu anche l`inizio del suo declino. Un elemento cruciale del tramonto della cultura e dell`economia italiana fu la miopia dei governi di quelle città, che non capirono che sebbene ognuna fosse in sé grande e grandissima, nessuna però lo era abbastanza per tenere, da sola, il passo con le nuove potenze commerciali e politiche che si affacciavano sulle Americhe e sulle Indie.

   La storia vera si fa anche con i “se”: oggi infatti possiamo dire che “se” quelle straordinarie città avessero trovato una via all`unità politica con un nuovo patto, rinunciando ciascuna a qualche fetta di sovranità e di orgoglio nazionale, probabilmente la storia e il peso economico, culturale e politico dell`Italia sarebbero stati diversi.

   La Germania, la Francia, l`Inghilterra, l`Italia sono oggi in una situazione non sostanzialmente dissimile a quella nella quale si trovarono quelle città italiane all`alba della modernità. E da questo punto di vista (economico e culturale) la similitudine tra i nostri Paesi e le città italiane è oggi più stringente di quanto non lo fosse negli anni Cinquanta, quando era meno evidente che stavano sorgendo all`orizzonte nuove superpotenze (Cina, India, Brasile…).

   Sei Paesi europei, dalla grande forza economica, politica, commerciale, e dal grande orgoglio nazionale, non saranno capaci di perdere qualcosa della propria autonomia per immaginare una nuova stagione europea veramente politica, in linea con i grandi ideali dei Padri fondatori, il tramonto economico, culturale e politico credo arriverà presto.

   Per evitarlo occorrono interventi coraggiosi, urgenti e di vasta portata. Innanzitutto, lo stiamo ripetendo da tempo, occorre dar vita a una vera banca centrale forte e con strumenti capaci di reggere le pressioni alle quali è sottoposta una moneta importante come l`euro.

   Ma perché ciò sia possibile e funzioni è necessario un cambiamento di rotta nella politica e nella cultura europee. Le rivoluzioni a metà sono peggiori dello status quo: un`Eurolandia senza Europa non ha futuro né presente.

   E, ieri come oggi, le energie per compiere questo passo verso un nuovo patto europeo si debbono trovare prima di tutto nei cittadini, nella gente, nei loro desideri e nella loro voglia di futuro, e nelle loro virtù civili, e anche nella loro capacità di sacrificio. Perché, come scriveva a metà Settecento l`economista napoletano Antonio Genovesi, «lo Stato migliore non è quello dove sono le leggi migliori, ma quello dove sono gli uomini migliori». (Luigino Bruni)

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CHE COS’È IL GRUPPO SPINELLI

da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

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Il Gruppo Spinelli è un movimento politico europeo che riunisce una serie di personalità politiche ed intellettuali desiderose di impegnarsi per rilanciare il processo di integrazione europea.

Il Gruppo è stato fondato il 15 settembre 2010 a Bruxelles nell’ambito del Parlamento europeo. È stato intitolato ad Altiero Spinelli, tra i padri fondatori dell’integrazione europea e tra i creatori dell’Unione dei Federalisti Europei. Spinelli stesso lanciò un’iniziativa simile nel 1980, il Club del coccodrillo.

L’iniziativa è stata promossa in particolare da Guy Verhofstadt e Daniel Cohn-Bendit[1], con il sostegno dell’Unione dei Federalisti Europei. Tra le personalità che vi hanno aderito vi sono Jacques Delors, Joschka Fischer, Mario Monti, Pat Cox, Ulrich Beck e Amartya Sen. Anche Tommaso Padoa-Schioppa aderì al Gruppo[2].

Tra gli obiettivi principali del Gruppo vi sono l’impegno per il rafforzamento dell’integrazione europea e il desiderio di difendere e rilanciare il ruolo delle istituzioni comunitarie. Secondo i suoi aderenti, il processo di integrazione europea non sta avanzando in maniera soddisfacente e stanno emergendo tendenze verso un rafforzamento del ruolo degli stati membri a scapito del ruolo della Commissione europea e del Parlamento europeo. Verhofstadt e Cohn-Bendit sono molto critici nei confronti dell’attuale presidente della Commissione José Manuel Barroso, ritenuto troppo passivo rispetto ai governi nazionali[1].

Il Gruppo ha pubblicato un manifesto online[3](da WIKIPEDIA)

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One thought on “EUROPA tra EMIGRAZIONI e rischio di DECLINO – il 2012 ANNO EUROPEO DECISIVO: sarà la fine o l’inizio del sogno degli STATI UNITI D’EUROPA? – il 151esimo anno dell’Italia si coniuga alla necessità di TRASFORMAZIONE FEDERALISTA DELLE NAZIONI del nostro continente

  1. lucapiccin domenica 8 gennaio 2012 / 15:24

    Il “brain drain” italiano è iniziato già in “era berlusconiana” come rendeva noto questa rivista americana, in cui è intervistata una trevisana emigrata in Cina, rientrata a Treviso, e… Ripartita per la Cina !!!
    http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2024136,00.html
    D’altronde io stesso ho fatto la stessa cosa, ma in Francia. Tuttavia si potrebbe criticare la nozione stessa di brain drain, in un mondo che diventa sempre più piccolo…

    Un altro appunto lo faccio allo storico Gilmour, che è molto approssimativo nella sua analisi: “Nei 50 anni successivi alla seconda guerra mondiale il Paese è stato governato dai democristiani e dai comunisti. I primi si ispiravano al Vaticano, i secondi al Cremlino”.
    In due righe spazza via cinquant’anni di conquiste sociali, di movimenti studenteschi e di lavoratori appoggiati dal più potente partito comunista dell’Occidente. In questo modo si trascura un evento geopolitico fondamentale – la fine del comunismo -, che ha permesso di rivelare la corruzione del nostro sistema partitocratico prima, e aperto la strada a quasi vent’anni di berlusconismo poi.
    Un’analisi più attenta al contesto geopolitico è stata fatta da Marco d’Eramo sul Manifesto del 6 gennaio:
    http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120106/manip2pg/01/manip2pz/315995/
    Il PC non ha mai governato e quando Aldo Moro ha cercato di fare un compromesso è stato assassinato in circostanze ancor’oggi poco chiare (anni di piombo, mafia, loggia P2, affare Gladio, etc.).

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