La LIBERALIZZAZIONE DEGLI ORARI di apertura dei negozi: opportunità concreta di una RIVITALIZZAZIONE GEOGRAFICA dei CENTRI STORICI ma ancor di più delle PERIFERIE DIFFUSE nei medio-piccoli comuni – RIFORME e cambiamenti come base importante per un recupero geografico dei territori urbani ora in degrado

Lucca, negozi aperti la sera (foto ripresa da "la Nazione")

   La liberalizzazione degli orari dei negozi è legge. Ed è totale. Da oggi qualsiasi esercizio commerciale potrà tenere aperta la saracinesca tutto il tempo che vuole, in qualsiasi parte d’Italia, senza limitazione alcuna. Negozi, bar, ristoranti, locali, grandi magazzini, supermercati. E’ l’effetto del Decreto “SalvaItalia”del Governo Monti. Ed è una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione con qualche possibile rallentamento: la legge approvata dal governo di Monti concede infatti novanta giorni di tempo agli enti locali per adeguare i propri ordinamenti a questa liberalizzazione.

…………………

   In città capita di vedere sempre più negozi che chiudono. Ma, in definitiva, il fenomeno è limitato. C’è perlomeno un rimpiazzo continuo (ma che denota le difficoltà di continuare ad esistere, date spesso da affitti troppo esosi). Ben peggiore è la situazione in provincia, nei medio piccoli comuni, lungo le strade abitate, di frazioni e periferie: qui le attività commerciali, dei negozi, dei bar, delle molteplici attività che fino a una quindicina di anni fa prosperavano (o perlomeno sopravvivevano decorosamente) trovano ora il loro punto di maggior crisi. E’ tutto un susseguirsi di affittasi e vetrine vuote. Propongono promozioni su promozioni. I negozietti di paese sono spesso allo stremo.

   Pertanto una certa differenza c’è tra centro storico delle città e “centro periferia diffusa” dei medio-piccoli comuni, quando parliamo di crisi del commercio al dettaglio, delle botteghe di vario genere, dei bar. La liberalizzazione degli orari prevista dall’art. 31 del cosiddetto “decreto SalvaItalia” del Governo Monti dovrà probabilmente essere interpretata diversamente per i centri storici di città “importanti” (anche di provincia, ma con un centro architettonico e storico di rilievo) rispetto ai centri delle periferie diffuse dei medio-piccoli comuni che ad esempio sono prevalenti nel Nordest d’Italia.

   Nelle periferie diffuse e anonime è probabile che effetti positivi della liberalizzazione dell’orario dei negozi sia connesso alla capacità creativa di offrire dei prodotti e dei servizi specifici, di nicchia, che altri non hanno o non offrono: magari supportati da amministrazioni comunali che aiutano con meno burocrazia e meno tasse. Individuando così al meglio le esigenze di una clientela non solo di quartiere ma più allargata. Ad esempio: il panificio che fa un certo tipo di pane di qualità che non si trova altrove, che in un certo raggio di chilometri altri panifici non fanno; oppure il negozio di abbigliamento che fa da sartoria e pure lavanderia-stireria; il negozio di alimentari che fa un orario particolare, notturno e/o fortemente mattiniero…. Il negozio “di nicchia”, di qualità specifica, ad orario particolare… che tutti sanno che a quell’ora è aperto e c’è quella data cosa…

   E’ così che i piccoli negozi possono sopravvivere all’offensiva dei grandi centri commerciali, perché anche questi ultimi giustamente possono ora usufruire della libertà di orario di apertura (di fatto già lo facevano un orario atipico). E non è vero che la grande distribuzione commerciale ne è avvantaggiata: sì, lo può essere, ma il suo essere di notevole dimensione può trovare concorrenza con chi (magari imprese famigliari…) riesce a muoversi con leggerezza e flessibilità negli orari che può decidere, di giorno in giorno, di ora in ora, di aprire o chiudere. Non c’è bisogno di tenere aperto 24 ore ma di rapportare l’orario alle esigenze del cliente. Anche poche ore ma quelle giuste.

   E ci può essere qualcuno che affianca il negozio (a orari continuati o “atipici”) con la propria vita famigliare. Che di là del bancone, nella stanza accanto, c’è la cucina di casa con la sua famiglia che sta cenando, i bambini che fanno i compiti di scuola…. Un ritorno (com’era fino a trent’anni fa) a un incontrarsi fra la vita famigliare e l’attività commerciale, lavorativa: senza pensare che questo sia un passo indietro, di peggioramento della qualità lavorativa ma, anzi, con beneficio di tutti (il bambino che vive accanto alla madre e la padre che stanno pure lavorando, il cliente che familiarizza, socializza con la famiglia dell’esercente…).

   E poi, così, un possibile ritorno al commercio come “vita attiva di quartiere”: il bottegaio, il barbiere, la parrucchiera, il meccanico, il farmacista… che hanno un rapporto con il territorio e, spontaneamente, diventano quello che le politiche sociali pubbliche chiamano a volte “operatori di strada”: cioè sono in grado, spontaneamente, di vedere (molto meglio delle attuali diffuse telecamere) ciò che accade nella loro via, episodi magari strani, pericoli per anziani e bambini…. Insomma un contatto diretto con quel che accade “fuori del negozio”… in un’attività più libera negli orari e nel modo di svolgersi…

   La stessa situazione reddituale potrebbe “ammettere” l’esistenza di attività commerciali residuali, dove esenzioni fiscali comunali ben stabilite, e una politica incentivata dall’ente pubblico di contenimento dei costi dell’affitto, permetterebbero il ritorno di antichi mestieri (il ciabattino, la merlettaia, il gelataio, il riparatore di elettrodomestici…) che ora a volte sono scomparsi perché economicamente non convenienti, e l’arrivo di nuove attività (di piccola e media consulenza legale, di comunicazione pubblicitaria, di ripetizioni scolastiche, di medicina alternativa…) svolte, per entrambe (i vecchi mestieri scomparsi, i nuovi che si affacciano…) anche in forma part-time, magari da studenti che si mantengono così negli studi, o da anziani in grado di essere ancora utili alla comunità con le loro specializzazioni lavorative e che così pure arrotondano la pensione…. Pertanto ci possono essere persone che non necessariamente vogliono avere un reddito medio o medio-alto nei parametri ora previsti, ma che, coscientemente, si accontentano di averne uno, di reddito, della metà o anche meno di quello “normale”, con la loro attività peculiare (con il “mestiere” che sanno esercitare).

   La cosa interessante di questo decreto di “liberalizzazione degli orari dei negozi” è che ha il pregio di essere la prima concreta riforma che dà la possibilità di rimettere in gioco in modo diverso, creativo, ogni forma di commercio al dettaglio: il sistema massacrante attuale di regole e controregole per iniziare e portare avanti ogni piccola attività, non può che agevolare la grande distribuzione, irrigidire ogni volontà di creatività commerciale, portare a forme di disoccupazione latente e diffusa molte persone che invece qualcosa saprebbero fare….

… e poi piccoli negozi che sanno tener banco ai prezzi della grande distribuzioni pur essendo appunto  piccoli e ramificati, attraverso un “mettersi assieme” in una rete di approvvigionamento cooperativo (ed è pure cosa a loro vantaggio il fatto di essere distribuiti nei territori…): già esempi di questo genere, nel settore alimentare, ci sono in varie parti d’Italia, e funzionano benissimo e con prezzi e qualità più che competitivi con la grande distribuzione….

…negozi che valorizzano le specificità locali (prodotti agro-alimentari a chilometro zero e di qualità non inquinata; valorizzazione di professionalità specifiche che alcune zone hanno e rischiano di perdere –sull’abbigliamento e sartoria, sulla meccanica a grande tecnologia, sulla lavorazione del legno, su ogni forma di artigianato specialistico cui son ricche le nostre zone di competenze e capacità…).

   Insomma vorremmo qui dire che nell’AMBITO GEOGRAFICO che a noi interessa di rivitalizzazione di tutti i territori (senza che si creino luoghi di serie A e altri di serie B) l’esperienza della liberalizzazione degli orari nelle attività commerciali, meno rigide e assurde regole di orari e più creatività, ebbene questo non può che rappresentare un segnale concreto interessante. (sm)

……………………

“SENZA VINCOLI CITTA’ SEMPRE VIVE”

da “Il Sole 24ore” del 13/1/2012

«Nonostante il fuoco di sbarramento delle lobby il governo è arrivato alla conclusione che è interesse del Paese rimuovere vincoli e ingessature che frenano lo sviluppo: mi auguro che arrivi fino in fondo»: Mario Resca, per 12 anni presidente e ad di McDonald`s Italia e oggi presidente di Confimprese, fa un`analisi precisa della situazione.

   «Il commercio tradizionale – aggiunge Resca – ha fatto un piacere alla grande distribuzione: per anni ha posto vincoli di orari di apertura, restrizioni alle nuove licenze, limiti alle promozioni e ai saldi. E oggi si ritrova in crisi e con una grande distribuzione che continua la sua crescita».

Cosa dovrebbe fare?

Rinunciare a tutti i vincoli e accettare la competizione valorizzando, per esempio, la specializzazione e il servizio. Anche la legge però avrebbe dovuto favorire questo processo: oggi per avviare un`impresa commerciale servono fmo a 32 diversi certificati.

Il commercio tradizionale non potrebbe reggere il confronto con la Gdo sulla lunghezza degli orari.

Non è vero: se il piccolo negozio si organizzasse troverebbe una soluzione soddisfacente. Se alle 22 ho bisogno del latte e del pane devo poterli trovare senza cercare l`Autogrill sull`autostrada o lo store alla stazione centrale. Se si eliminassero i vincoli al commercio si creerebbe più sviluppo. E prezzi più bassi.

Ma allora perché i piccoli negozi si oppongono?

C`è bisogno di un cambio generazionale, serve un`imprenditoria propensa ad accettare le sfide, con nuove idee e meno chiusure mentali. Vuole un esempio?

Mi dica.

Domenica scorsa a Milano, corso Buenos Aires con i negozi aperti era vivace e illuminata con migliaia di persone che facevano shopping. Oppure pensi ai centri commerciali: l`ipermercato e i negozi specializzati hanno ricreata la piazza.

E il pericolo di desertificare i centri città?

È una balla: le città devono poter vivere sette giorni su sette. Per questo vanno eliminati i vincoli. Certo, nel paese la cosa è diversa, ma devono essere gli imprenditori a interpretare le esigenze dei consumatori. Ed è certo che nessun supermercato starà aperto di notte se non ci sono clienti.

Perché dovrebbe funzionare l`equazione “meno vincoli più crescita”?

Andare incontro alle esigenze del cliente significa moltiplicare le occasioni di shopping. Non ha senso porre limiti temporali a saldi, promozioni e percentuali. Ciascun imprenditore deve poter calibrare la migliore  offerta.

Persino i sindacati sono contro le liberalizzazioni.

Un paradosso: una domenica aperta significa un settimo di occupazione.

…………………………..

Liberalizzazioni

SPESA NOTTURNA E AVVOCATO LOW COST

– Fantaviaggio in una società più aperta: benzina e farmaci al market, concorrenza tra taxi e distretti di negozi aperti fino a mezzanotte –

di DARIO DI VICO, da “il Corriere della Sera” del 7/1/2012

   Quando si parla di liberalizzazioni tutti abbiamo in mente le grandi città anglosassoni aperte 24 ore con il loro corredo di cornershop gestiti da pachistani, di taxisti provenienti da tutti i continenti e di farmacie straripanti di medicinali disponibili tutta la notte. Ma quanto di tutto ciò può avvenire in Italia se davvero la deregulation del commercio e degli altri servizi prenderà piede?

   Anche noi abitanti del Belpaese, pur inguaribilmente politicisti, abbiamo cominciato a capire che a cambiare la vita alla fine non sono i grandi progetti declamati in campagna elettorale bensì le piccole e grandi iniezioni di modernità. (…)

   Prendiamo la decisione di rivedere la pianta organica delle farmacie. Significa che ne apriranno di più e che di notte o nei giorni festivi non ci dovrebbe essere più quella transumanza di automobilisti che consultano nervosamente tabelle e avvisi, chiamano con concitazione i familiari a casa, tutto per trovare l’agognata farmacia aperta dove però si dovranno mettere pazientemente in coda.

   Molte delle attuali parafarmacie dovrebbero fare il salto e specie nei piccoli centri l’offerta di punti vendita sanitari dovrebbe aumentare. Avremo anche noi nelle città catene come l’inglese Boots dove i medicinali sono esposti orgogliosamente come fossero formaggi o frutta esotica? È difficile, anche se l’Antitrust apre alla possibilità che si creino reti che colleghino fino ad otto farmacie e che quindi in teoria possono proporre al consumatore prezzi più convenienti e orari dilatati.

   Già oggi con le leggi vigenti è consentita ai farmacisti una certa flessibilità d’orario ma sono pochi (e malvisti) i titolari che ne hanno usufruito. Una novità importante che ci avvicinerà al modello anglosassone l’avremo però con i farmaci di fascia C che potranno essere venduti nei supermercati in appositi reparti con personale specializzato. I sostenitori della deregolazione giurano che non ci sarà solo maggiore libertà di scelta e più flessibilità negli orari ma che ci avvantaggeremo anche in termini di prezzi. Speriamo.

   L’apertura dei supermercati alimentari di sera e di domenica ha già in qualche maniera inciso sulle nostre abitudini. È facile nel dì di festa trovare code alle casse perché gli italiani amano il pane fresco e pur di averlo si recano in pellegrinaggio alla Coop, all’Esselunga o da Carrefour e ovviamente comprano quasi sempre qualcosa d’altro. La flessibilità d’orario, almeno sulla piazza milanese, non è solo prerogativa dei grandi.

   Alcuni parrucchieri hanno cominciato a tener aperto fino alle 22 per permettere alle clienti di passare a tarda ora per tagliarsi i capelli, ritoccare il colore o anche solo farsi dare una pettinata prima di uscire a cena.   Alcuni negozi di make up tengono aperto fino alle 21 per garantire il trucco dell’ultim’ora delle loro clienti affezionate. I bar hanno modulato la loro offerta diversamente, alla Zelig potremmo dire. Si adattano all’avvicendarsi dei diversi target. Al mattino servono caffè e brioche, all’ora di pranzo fanno da tavola fredda e nel pomeriggio organizzano l’happy hour. E dopo magari chiudono.

   Perché come sostiene Anna Zinola, docente di psicologia del marketing all’università di Pavia «è così che i piccoli negozi possono sopravvivere all’offensiva dei grandi». Non c’è bisogno di tenere aperto 24 ore ma di rapportare l’orario alle esigenze del cliente. Anche poche ore ma quelle giuste.

   Tutte queste esperienze, che per ora vivono a livello sperimentale, in virtù delle annunciate nuove lenzuolate dovrebbero irrobustirsi e diffondersi anche nella città medie. È probabile che si verranno a creare piccoli distretti commerciali, zone come corso Buenos Aires a Milano o via Cola di Rienzo a Roma nelle quali i negozi resteranno aperti fino a mezzanotte. Oppure le organizzazioni dei commercianti di singoli quartieri potranno mettersi d’accordo per lanciare esperimenti del tipo Notte Bianca. Insomma, per farla breve, è difficile ipotizzare che avremo anche noi i corner shop gestiti da asiatici e diffusi come a Londra, è più probabile che nasca una via italiana all’orario lungo.

   La ricetta che l’Antitrust ha scelto per liberalizzare i taxi è quella di raddoppiare le licenze però ciascun tassista ne avrà una in regalo come risarcimento. Potrà utilizzarla per mettere al lavoro la moglie o il figlio oppure potrà venderla. In questo modo a Roma si dovrebbe passare da 7.500 a 15 mila vetture. Nelle ore di picco in genere viaggia un terzo delle macchine e quindi capitolini e turisti avranno a disposizione in quei frangenti 5 mila taxi e non dovrebbero più fare le lunghe code di oggi a Fiumicino, alla Stazione Termini o in piazza di Spagna.

   È chiaro che questo ragionamento vale anche per Milano e forse per Firenze ma finisce qui. Nelle altre città italiane non c’è alcun bisogno di distribuire nuove licenze, l’offerta supera la domanda. I prezzi non dovrebbero cambiare a meno che l’accresciuta concorrenza non faccia sì che alcuni consorzi di tassisti mettano sul mercato soluzioni innovative. Come una card prepagata per fidelizzare i propri clienti oppure un’offerta-abbonamento a prezzi ridotti rivolta alle donne per il rientro a casa dopo le 24. È possibile anche che vedremo i primi tassisti extracomunitari anche perché la diffusione del navigatore satellitare ha reso non più indispensabile la conoscenza delle strade della città.
Sempre nel campo dei trasporti qualcosa potrebbe cambiare per i pendolari. L’affidamento dei servizi ferroviari locali a gara dovrebbe stimolare una concorrenza sulla qualità che oggi manca. In Emilia ne sta per partire una ma in questo caso e più in generale il modello prescelto non è quello anglo-thatcheriano (privatizzare tutto) bensì tedesco, dove un quarto dei trasporti locali su rotaia è gestito da soggetti diversi dalla compagnia leader, la Deutsche Bahn.

   Stiamo comunque parlando di novità che non si potranno realizzare almeno prima di tre anni in virtù dei contratti già in essere con le Ferrovie dello Stato.
A tempi più brevi ci sarà invece la possibilità per la grande distribuzione di vendere la benzina e i prodotti collegati. La difficoltà di ridurre il prezzo del carburante in Italia è legata, oltre allo straordinario peso fiscale, a una filiera eccessivamente lunga che vede la presenza ingombrante e costosa dei grossisti.

   I grandi supermercati potranno spuntare, grazie alle più elementari economie di scala, prezzi più interessanti che dovrebbero poi trasferirsi al consumatore finale. In Francia dove è così da tempo nelle stazioni di servizio di Auchan o Carrefour la benzina costa il 10-15% in meno e qualcosa del genere si auspica che succeda anche in Italia dove gli stessi francesi sono presenti e dove un operatore come Coop ha grande voglia di entrare in campo. E del resto la grande distribuzione potrà usare la benzina come «prezzo civetta» per attirare clientela a cui sottoporre offerte commerciali di tutti i tipi.

   Nel campo dell’energia elettrica la liberalizzazione già c’è e una qualche forma di competizione tra operatori pure, gli effetti sulle tariffe non sono stati però così clamorosi da farne un caso di successo e novità a breve non sono previste, anche perché è rimasto irrisolto il nodo di Snam Rete Gas.

   Arriviamo ai servizi professionali. L’Antitrust chiede al governo di abolire le tariffe minime. In alcune professioni, come ingegneri e architetti, sono già saltate mentre funzionano nei servizi legali. Il consumatore dovrebbe avvantaggiarsi della loro abolizione perché gli avvocati più giovani e che magari hanno studiato all’estero potrebbero presentarsi sul mercato, almeno in una prima fase, con politiche di prezzo aggressive almeno per le pratiche consulenziali più semplici. Del resto i grandi studi legali impongono tariffe rapportate al loro prestigio e quindi già operano in un regime di mercato libero.

   L’abolizione delle tariffe può avere qualche incidenza per chi deve rivolgersi a un dentista o a un commercialista, anche in questo caso per le operazioni più semplici. Se esaminiamo da vicino il business dei servizi odontoiatrici c’è da registrare che sono entrati massicciamente operatori stranieri come gli spagnoli di Vitaldent che possono, in virtù delle solite economie di scala e di un’organizzazione di tipo industriale, praticare prezzi molto concorrenziali e di conseguenza hanno già modificato il tradizionale rapporto tra il dentista e il suo cliente.

   Una novità che potrà influenzare la scelta del professionista a cui rivolgersi riguarderà senz’altro la comunicazione commerciale. Già oggi vediamo timidi esperimenti di pubblicità e di marketing da parte di singoli professionisti o studi, molto spesso però gli Ordini intervengono per evitare che il fenomeno debordi e che la competizione a suon di slogan diventi troppo aggressiva. Ci dovremo abituare, invece, a trovare in metropolitana o in autobus i volti di dentisti, architetti e avvocati che ci invitano ad aver fiducia in loro e a servirsi della loro professionalità. A quel punto la deregulation avrà trionfato e le liberalizzazioni dell’Antitrust avranno prodotto i Giovanni Rana dell’arringa. (Dario Di Vico)

………………………..

commercio

ORARI DEI NEGOZI, AL VIA LA LIBERALIZZAZIONE, MA I COMMERCIANTI PREPARANO LA RESISTENZA

– Associazioni dei consumatori favorevoli alle nuove regole previste dal decreto Salva-Italia, ma c’è il no di Confcommercio e Confesercenti. E anche molti enti locali sono pronti a opporsi, perfino con un ricorso alla Consulta –
di Laura Bonasera, da “la Repubblica” del 2/1/2012

   Liberi di alzare e abbassare le saracinesche a qualsiasi ora, domeniche e festivi inclusi. Da oggi possono farlo i titolari di bar, negozi e ristoranti di tutta Italia: a loro va il potere di scegliere autonomamente come e quando lavorare.

   Le associazioni dei consumatori salutano la novità con entusiasmo. Ma le norme sulla liberalizzazione degli orari – previste dal decreto salva-Italia – hanno scatenato anche un mix di perplessità e critiche. A guidare il fronte del no sono i commercianti, mentre gli enti locali si dividono.
La polemica è stata particolarmente forte a Roma, dove il Comune ha diramato persino una circolare al comando di polizia municipale e ai municipi per ricordare l’entrata in vigore della legge. Ben più cauto e dubbioso il Comune di Milano, che resta in standby. Attende, infatti, un pronunciamento scritto della Regione Lombardia. La competenza in materia infatti spetta alle Regioni, che potrebbero fare muro contro la scelta del governo presentando ricorso alla corte costituzionale. Hanno tre mesi per decidere. E la Regione Toscana ha già deciso: lo farà. 1
“Per gli organi regionali non è prevista la possibilità di recepire o meno la legge. E’ arrivata senza consultazione o accordo ma è di fatto in vigore su tutto il territorio nazionale”, spiega Luigi Taranto, segretario generale Confcommercio. “A nostro avviso, si tratta di una forzatura”.

   Un deciso “no”, quindi, è quello espresso dall’associazione di categoria. “Siamo contro la scelta del governo – continua – sia per ragioni di metodo che di merito. Si pigia ancora una volta il pedale dell’acceleratore sul commercio mentre gli altri processi di liberalizzazione, come quello delle professioni o del trasporto ferroviario, restano al palo. Riteniamo che ci siano già regole vigenti a garanzia dei servizi perfettamente in linea con l’Ue. Inoltre, la scelta di totale deregolamentazione degli orari nei giorni festivi, domenicali e infrasettimanali è davvero insostenibile per le piccole imprese e troppo costosa per le grandi”.
La preoccupazione per una concorrenza a suon di orario di apertura e chiusura, con ricavi che potrebbero rivelarsi modesti, è condivisa dall’altra associazione di categoria: “Non è questo il modo per far aumentare i consumi – ha detto Giuseppe Dell’Aquila, dell’ufficio legale di Confesercenti. “Al massimo si indirizzano tutti nel week end. A trarre vantaggio da questa legge saranno solo le reti della grande distribuzione, pagheranno i piccoli esercizi che pian piano saranno costretti a chiudere di fronte all’ennesima difficoltà. I centri storici quindi si spopoleranno e di conseguenza le fasce più deboli della popolazione, come anziani e disabili, saranno daneggiate: per fare i loro acquisti dovranno spostarsi nei grandi centri commerciali”. E in campo c’è già un’azione: “Stiamo scrivendo una lettera alle Regioni per spingerle ad un’opposizione decisa”.
Il mondo della politica, invece, si divide. Sul fronte del sì – oltre al Comune di Roma – c’è il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Nello schieramento dei contrari, oltre alla Regione Toscana, anche gli assessori al commercio del Comune di Torino e della Regione Piemonte, che parlano di provvedimento inutile.

   Tra i consumatori, invece, tutti d’accordo: “Il nostro è un assoluto “sì” alla legge – ha dichiarato Paolo Martinello, presidente nazionale Altroconsumo – la possibilità per il cittadino di non avere vincoli d’orario per gli acquisti è un vantaggio enorme. Pensate a chi lavora ed ha poco tempo. E fare la spesa con più calma significa anche avere modo di scegliere e confrontare i prodotti. In questo modo, si favorisce anche l’acquisto di qualità. E, con la maggiore concorrenza che ne deriverà, i prezzi potrebbero diminuire.
Federconsumatori, invece, sebbene porti alta la bandiera della liberalizzazione, suggerisce una regolamentazione locale tra commercianti: una “turnazione intelligente” degli esercizi di un quartiere seguendo lo slogan “Mai tutti aperti, mai tutti chiusi”. Francesco Avallone, vice presidente di Federconsumatori: “E’ un modo per riqualificare e far rivivere il quartiere, andare incontro alle esigenze dei consumatori ma anche al diritto al riposo dei commercianti oltre che alle difficoltà che avrebbero nell’integrare personale per garantire più ore di servizio”. Il rappresentante dei consumatori mette in guardia:”Occorre fare attenzione ad un fenomeno che potrebbe aumentare: quello del lavoro nero. Pur di tenere aperto l’esercizio commerciale e tener testa alla concorrenza si potrebbe arrivare anche a questo”. (Laura Bonasera)

…………………………….

TRE STUDI SMENTISCONO LA MORÌA DEI NEGOZI LAMENTATA DAI COMMERCIANTI

– Le ulteriori liberalizzazioni faranno chiudere migliaia di negozi? Le analisi ne dubitano –

di Michele Arnese, da “IL FOGLIO” del 5/1/2012

   Gli allarmi si rincorrono. “E’ a rischio il modello italiano di pluralismo distributivo”, ha detto il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli. “Qui chiuderanno almeno 1.500 negozi”, ha già calcolato in Toscana la Confesercenti. “Proseguirà la desertificazione delle botteghe iniziata con le lenzuolate dell’ex ministro Bersani”, è uno dei refrain più ascoltati tra piccoli e medi negozianti in questi giorni.
   Gli allarmi si accavallano soprattutto dopo l’ulteriore liberalizzazione approvata dal governo Monti, che ha esteso dal primo gennaio la libertà di fissare orari di apertura e chiusura dei negozi e ha stabilito la possibilità di essere aperti anche nei giorni festivi e la domenica, non più soltanto nelle città d’arte e turistiche.
Ma è proprio vero che così proseguirà la morìa dei piccoli e medi negozi a beneficio della grande distribuzione? I dati, finora, non assecondano questa teoria. Si prenda ad esempio “l’Annuario statistico italiano 2011”, il ponderoso rapporto dell’Istat distribuito pochi giorni fa. Pagina 437, tabella sugli esercizi commerciali al dettaglio in sede fissa per regione.

   I numeri parlano chiaro: negli ultimi tre anni, nonostante la recessione, i possibili effetti delle lenzuolate dell’ex ministro delle Attività produttive Bersani e l’avanzare dei centri commerciali, i negozi non solo non sono diminuiti ma sono addirittura aumentati. Gli esercizi commerciali nel 2008 erano 775.421 e sono diventati 776.365 alla fine del 2010.
   Incredibile ma vero. I dati elaborati dall’Istituto nazionale di statistica presieduto da Enrico Giovannini si basano sulle informazioni che arrivano dalle Camere di commercio e che affluiscono al ministero dello Sviluppo economico. Il dicastero ora retto da Corrado Passera ogni anno stila un rapporto di centinaia di pagine sul sistema distributivo.

   “L’analisi economico strutturale del commercio italiano” dell’ultimo studio ministeriale conferma: “Contrariamente alle aspettative”, si legge, “si registra un’evoluzione positiva della numerosità dei punti vendita attivi che nel 2010 si incrementano di oltre 3.600 unità, pari allo 0,5 per cento dello stock complessivo, costituito sia dalle sedi di impresa che dalle unità locali”. Questo non significa che il commercio non abbia risentito della scarsa crescita e dei consumi asfittici: infatti tra il 2006 e il 2008 i negozi al dettaglio in sede fissa erano diminuiti di circa tremila unità all’anno.
   “Pur essendo il 2010 ancora nel morso della crisi – scrivono i ricercatori del rapporto del ministero dello Sviluppo economico che studiano da decenni il settore distributivo – alcuni settori tra cui il commercio hanno invece dimostrato una notevole vitalità del sistema imprenditoriale di riferimento, registrando dinamiche di ampliamento della propria base”.

   Come mai? Gli autori dell’analisi economico-strutturale sottolineano “il consistente aumento delle unità locali, che risultano le vere protagoniste nelle crescite di nuove aperture ed evidenziano l’evoluzione del settore verso un universo caratterizzato da un numero sempre maggiore di imprese plurilocalizzate”. In altri termini, diminuiscono le aziende al dettaglio che hanno un solo esercizio commerciale e crescono quelle che hanno più negozi che fanno riferimento a un’unica sede di impresa.
   In una parte del rapporto governativo realizzata proprio in collaborazione con la Confcommercio si spiegano anche le dinamiche regionali: gli incrementi più significativi si sono registrati nel Lazio, con una crescita di 1.371 unità, tra nuove imprese e altre “unità locali”. Solo una regione ha fatto segnare un decremento: le Marche. (Michele Arnese)

Leggi Giovani precari e operai-boutique stanno già scardinando i sindacati

Leggi Viaggio tra outlet che crescono, stranieri che aprono e negozi che brontolano

…………………………..

ORARI NEGOZI. LE ESIGENZE DEI CITTADINI SONO CAMBIATE, I COMMERCIANTI SI ADEGUINO

da http://www.movimentoconsumatori.it/ del 4/1/2012

   “La liberalizzazione va vista come un processo che fa parte della naturale evoluzione sociale, un mutamento che l’Italia è chiamata a gestire, per non correre il rischio di frenare lo sviluppo” – spiega Lorenzo Miozzi, presidente MC

   In merito alla bagarre che si è scatenata sulla liberalizzazione degli orari commerciali interviene Lorenzo Miozzi, presidente del Movimento Consumatori: “La liberalizzazione degli orari dei negozi va vista come un inevitabile processo che fa parte della naturale evoluzione sociale, un mutamento che l’Italia è chiamata a gestire e a soddisfare, per non correre il rischio di frenare lo sviluppo del Paese. Con il tempo, cambiano i ritmi della nostra vita: non possiamo pensare che le esigenze dei cittadini di oggi siano uguali a quelle di 50 anni fa. Sarebbe anacronistico e dannoso per la crescita economica italiana”.

   “Siamo convinti, ad esempio, – continua Miozzi- che le aperture domenicali porteranno nuove assunzioni, ed è questa la strada da seguire per garantire lo sviluppo economico del Paese, non certo quella tracciata da sindacati che si preoccupano solo di ‘stratutelare’ quelli che già hanno un’occupazione. Chi cerca di rallentare i processi di apertura del mercato sta semplicemente portando avanti battaglie di mezzo secolo fa. La liberalizzazione degli orari commerciali, in virtù del suo carattere sociale e al di là della norma prevista dalla manovra Monti, era solo questione di tempo”.

……………………….

…………………………………..

……………………..

E ancora:

SULLE RIFORME, SUL CREDITO CHE MANCA, SULLE INFRASTRUTTURE LEGGERE, SULLA DECRESCITA NECESSARIA:

………….

TRENTUN ANNI, 1800 EURO E UN TEMPO INDETERMINATO, MA IL MUTUO È UN MIRAGGIO

da Il Fatto Quotidiano del 4 gennaio 2012

   In giro per le filiali delle banche della Capitale alla ricerca di un finanziamento per comprare un immobile. Cinque tentativi, cinque fallimenti. E alla fine l’unica opportunità, se mamma e papà non possono anticipare, resta un mutuo da 100mila euro in 30 anni. Per comprare un seminterrato con vista sulla ‘notte romana’

La responsabile Mutui della filiale Cariparma si alza in piedi. Si allunga verso l’altro lato della scrivania, prende le mani di quella giovane che le sta davanti: “Mi dispiace, cara”. Le ha appena detto che il prestito per comprare casa se lo può scordare.

   Lei era entrata lì dentro solo per farsi un’idea sull’ammontare dell’anticipo. D’altronde, che altri intoppi ci potevano essere? È una ragazza fortunata: ha 31 anni, un contratto a tempo indeterminato, guadagna 1800 euro al mese. E con il nuovo anno ha deciso: si compra una casa. Certo, vive a Roma, dove ogni metro quadrato si paga oro. Ma anche gli affitti sono esorbitanti: basta buttare via soldi, pensiamo al futuro. Se non ora quando? Mai, a quanto pare.
LA DIPENDENTE di Cariparma capisce che può sbrigarsela in pochi minuti: quella che ha di fronte è una che non ha capito in che mondo siamo finiti. “Non è più come fino a due anni fa. Io lo dico a tutti che è difficile: le banche i mutui non li danno più”. Insistere? “Dunque: noi finanziamo fino al 60 per cento del valore dell’immobile. La rata non può superare il 30 per cento dello stipendio. Lei quanto guadagna? Di quanto ha bisogno? Ecco, non ci siamo proprio”.

   Non le è servita nemmeno la calcolatrice. “Non solo non è il momento, non so se ha letto i giornali – insiste nervoso il volto di Cariparma – ma poi se parte con una richiesta così, deve averne già quasi la metà”. La nostra 31 enne, ovvio, non ha un euro di risparmi. E le sue non sono richieste esorbitanti, considerato il contesto di Roma. Con 150mila nella Capitale si possono portare a casa al massimo 35 metri quadri a Torpignattara: un bilocale a Centocelle (terzo piano senza ascensore) tocca già i 180mila. Cinquantotto metri quadri a Trigoria (altezza Grande Raccordo Anulare) sfiorano i 220mila euro. Se vuoi avvicinarti un po’ alla città, a Garbatella ti servono 250mila euro per un monolocale di 40 metri quadri.
E arrivi a 300mila se osi chiedere 75 metri quadri (da ristrutturare) a Cinecittà o 60 metri quadri al Pigneto con vista tangenziale. Eppure in banca se aspiri a non vivere come un criceto in gabbia chiedi “troppo”. “Settanta metri? O ti trovi qualcosa di più piccoletto…”. O devi avere almeno la metà, lo ha già spiegato. “Ti sarai fatta un giro nelle altre banche, no? Te l’avranno detto, no?”. Alla filiale di Banca Intesa ha parlato con una signora che l’ha guardata per tutto il tempo come fosse sua madre. Brava, una giovane che si dà da fare, eccoli qua i nostri ragazzi, altro che bamboccioni.

   Ma l’entusiasmo è durato poco. 200mila euro? “In 40 anni, tasso fisso del 6,40%, anticipo zero… Rata da 1156 euro al mese, non è fattibile”. Variabile? “Tanto la fattibilità si calcola sul tasso del fisso…” Alternative? “Un co-intestatario o una fidejussione: con mio figlio sono intervenuta io – ammette la bancaria – altrimenti non l’avrebbe mai preso”. Bisogna rassegnarsi: se uno stipendio da 1800 euro non basta nemmeno nella banca che concede mutui al 100 per cento, figuriamoci nelle altre, dove serve un 20 per cento di anticipo.
MAMMA E PAPÀ, AIUTATELA. “Un genitore, una zia, una sorella?”, chiedono all’Unicredit. Anche qui la donna allo sportello sciorina l’albero genealogico. “Anche se lei ha un reddito alto dovrebbe co-intestare o trovarsi un garante”. La nostra 31enne pensa di avere l’età per ballare da sola: “Lo capisco, ma allora deve avere una cifra iniziale più alta: noi finanziamo l’80 per cento, con il suo reddito possiamo concederle al massimo una rata da 585 euro… quindi siamo sotto i 100 mila euro di prestito: lo so, non ci compra niente”.

   Che pessimisti. Le agenzie immobiliari dicono che con quella cifra la nostra dipendente a tempo indeterminato può intestarsi una “piccola costruzione 20 mq con pergolato” messa in piedi in una terrazza del Labaro, oppure un “seminterrato di 27 mq in via Gradoli”, frequentatissima dai clienti dei transessuali romani.
Allo sportello del Monte dei Paschi di Siena il preventivo non lo provano nemmeno a fare: “Per carità, una richiesta formale si può presentare sempre, non voglio scoraggiarla. Sto solo cercando di essere realista”. E il realismo dice che “siamo in una fase in cui la banca ha difficoltà a erogare il credito”. In compenso, non mancano i consigli. A lunga (“Sia ottimista per il futuro”) e a breve scadenza (“Cominci a mettere da parte una quota di reddito in vista di un momento migliore”). Ma nel frattempo l’affitto con che “quota di reddito” lo paga?
ALLA DEUTSCHE BANK le condizioni sono più o meno le solite: finanziamento massimo dell’80 per cento, rapporto tra rata e stipendio che non può superare il 30 per cento. “Già al 30, 1 ce lo bocciano” spiega la consulente per far capire come ragionano i tedeschi.

   Attenzione: il reddito lo calcolano sull’ultimo anno. Se il contratto te l’hanno appena fatto, non vale nemmeno la pena di mettere piede in filiale. Lei comunque parte fiduciosa: “Proviamo con 240mila euro”. Il terminale quasi esplode: con un mutuo di 25 anni, la rata inciderebbe sul 73 per cento del suo stipendio. Si ridimensiona all’istante: “Proviamo con 120mila”, la metà. Niente da fare: “711 euro al mese, non ci siamo. Il punto è che non vogliamo affamare il cliente”.

   “Proviamo a spalmarli su 30 anni”. Macché. Quei 120mila che dovrebbe restituire da qui al suo sessantunesimo compleanno sono ancora troppo pesanti per la sua busta paga. “Niente, dobbiamo scendere ancora: dunque, 100 mila, per 30 anni… ok, ci siamo! 541 euro, è lo 0, 28”. E la casa? Con quella cifra le rimane solo il seminterrato di via Gradoli… “È il massimo a cui posso aspirare?”. “Eh già. Oddio, c’è sempre l’ipotesi di vincere al Superenalotto”.

………………………….

LE INFRASTRUTTURE “LEGGERE” CHE POSSONO FAR RIPARTIRE L’ITALIA

di Franco Masera, da “IL FOGLIO” del 14/1/2012

– Oggi servono meno cemento e ferro, più “soft economy” e tratte intercontinentali: il mercato ci può aiutare –   Il nostro paese è d`un tratto distante rispetto alle rotte aeree più “ricche” (nord America, nord Europa, Cina, Corea, Taiwan, Giappone), e ha poli economici e turistici piuttosto dispersi tra loro. Si tratta di fattori non modificabili ma che frenano il potenziale di crescita –

   Le infrastrutture rappresentano uno degli assi portanti del processo di evoluzione economico-sociale degli stati e hanno un ruolo sempre più rilevante e strategico per la crescita dell`economia mondiale. La rete infrastrutturale ha un valore intrinseco che travalica e oltrepassa logiche puramente economiche. Per questo crescita e infrastrutture sono strettamente correlate.

   Ma quali sono le infrastrutture per la modernità? Occorre a mio parere inquadrare il tema nel nuovo scenario competitivo globale. Le economie avanzate dovranno focalizzarsi sempre di più sulla realizzazione d`infrastrutture “leggere”, rispetto invece all`assoluta necessità per i paesi emergenti di realizzazione di quelle “pesanti”. Per questo è naturale che tale processo sia in corso nei paesi che sono i nuovi protagonisti della globalizzazione.

   Ma certe immagini non possono produrre l`effetto deviante, come se si guardasse al futuro con lo specchietto retrovisore. Nei prossimi anni, la vera fonte di vantaggio competitivo per i paesi occidentali passerà sempre di meno dal “cemento” e sempre di più dalla soft economy.

   Un modello di sviluppo basato sulle idee, i servizi, l`innovazione, la capacità di creare marchi, di governare gli elementi intangibili della catena del valore. Questa visione implica tra l`altro la progressiva terziarizzazione dei processi manifatturieri classici e la creazione di modelli d`impresa a rete. E` questo che dovrebbe diventare il vero e proprio mindset del mondo occidentale avanzato.

   Guardando al tema delle infrastrutture dal punto di vista dell`Italia, osserviamo che il nostro paese soffre di uno svantaggio competitivo di rilievo. Siamo geograficamente decentrati rispetto alle “ricche” rotte aeree che sono tendenzialmente posizionate a “nord” (nord America, nord Europa, Cina, Corea, Taiwan, Giappone); inoltre rispetto per esempio alla Francia (con Parigi) o al Regno Unito (con Londra) abbiamo una forte dispersione dei poli economici e turistici d`attrazione.

   Questi due fattori (distanza, dispersione), oggettivamente non modificabili, rappresentano un vincolo strutturale del paese, penalizzando enormemente la facilità ed economicità d`accesso. Occorre ricordare ad esempio la forte riduzione di voli intercontinentali diretti (da e per l`Italia) rispetto a un incremento drammatico dei flussi economici verso quelle destinazioni.

I “COMPITI A CASA” TRA 1960 E 2000

   Tra il 1960 e il 2000, l`Italia ha investito per dotarsi di un`adeguata infrastruttura per “ferro” e “gomma” che però ha un raggio di utilizzo economico che non supera (nella migliore delle ipotesi) i 1.000 chilometri.

   Fino agli anni Novanta questa infrastruttura copriva circa l`80 per cento del fabbisogno di traffico che era principalmente di prossimità (distanza massima Germania/Olanda). Da allora si è aperto un gap drammatico tra connessione diretta dell`Italia e i nuovi volumi di traffico, proprio perché ha prevalso la vecchia idea d`infrastrutture “pesanti” purtroppo a “corto raggio”, nella fase in cui invece stavano accelerando i processi di globalizzazione.

   A questo proposito è legittimo chiedersi se la caduta verticale della quota di mercato dell`Italia nel turismo mondiale degli ultimi dieci anni non sia anche legata alla minore quota di voli che hanno come origine/destinazione gli aeroporti italiani. Viceversa i recenti casi positivi di Brindisi e Trapani che hanno aperto collegamenti diretti con molte destinazioni europee, hanno registrato un forte accrescimento della quota di mercato turistica con effetti di moltiplicatore sul prodotto interno lordo (da 13 a 30 volte il costo del biglietto) quali l`accrescimento del valore delle aree e degli immobili.

   In sintesi, serve una discontinuità che è prima di tutto ideologica e culturale nella visione delle priorità infrastrutturali di un paese moderno. Occorre trovare soluzioni innovative per aumentare la rete di collegamenti internazionali e intercontinentali tramite rotte aeree, contemperando le logiche “sane” della libera concorrenza, con l`interesse collettivo e sociale di salvaguardare un bene collettivo come la rete di connessione dell`Italia con il resto del mondo.

UN`EUROPA UNITA SERVE ANCHE PER QUESTO

   In tal senso, una prima ipotesi progettuale potrebbe essere quella di mettere all`asta tra i grandi vettori europei un contratto di servizio per l`esercizio di un network caratterizzato da un certo numero di destinazioni intercontinentali/internazionali e da un certo numero di frequenze giornaliere e settimanali per ciascuna destinazione.

   In questo modo, lo stato si garantisce un sistema di connettività funzionale allo sviluppo economico e sociale del paese senza dover sottostare a mere valutazioni di natura microeconomica, rispettando nel contempo, attraverso l`asta, logiche concorrenziali ed assicurandosi maggiori livelli di efficienza. Questo passaggio rappresenterebbe un primo tentativo concreto di reindirizzare le politiche e gli investimenti da infrastrutture a “corto raggio” (ferro/gomma), verso infrastrutture leggere “di fatto e di costo”, con enormi benefici per la nostra competitività. (Franco Masera, Senior Advisor Kpmg)

…………………….

Intervista a Serge Latouche

L’ UTOPIA FRUGALE

di Marino Niola, da “la Repubblica” del 14/1/2012

   «Un certo modello di società dei consumi è finito. Ormai l’ unica via all’ abbondanza è la frugalità, perché permette di soddisfare tutti i bisogni senza creare povertà e infelicità». È la tesi provocatoria di Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all’ Università di ParisSud, universalmente noto come il profeta della decrescita felice.

   Il paladino del nuovo pensiero critico che non fa sconti né a destra né a sinistra sarà a Napoli (dal 16 al 20 gennaio), ospite della Fics (Federazione Internazionale Città Sociale) e protagonista del convegno internazionale “Pensare diversa-mente. Per un’ ecologia della civiltà planetaria” organizzato dal Polo delle Scienze Umane dell’ Università Federico II.

   Il tour italiano dell’economista eretico coincide con l’uscita del suo nuovo libro Per un’ abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita (Bollati Boringhieri). Un’ accesa requisitoria contro l’illusione dello sviluppo infinito. Contro la catastrofe prodotta dalla bulimia consumistica.

Cos’ è l’abbondanza frugale? Detta così sembra un ossimoro.

«Parlo di “abbondanza” nel senso attribuito alla parola dal grande antropologo americano Marshall Sahlins nel suo libro Economia dell’età della pietra. Sahlins dimostra che l’unica società dell’abbondanza della storia umana è stata quella del paleolitico, perché allora gli uomini avevano pochi bisogni e potevano soddisfare tutte le loro necessità con solo due o tre ore di attività al giorno. Il resto del tempo era dedicato al gioco, alla festa, allo stare insieme».

Vuol dire che non è il consumo a fare l’ abbondanza?

«In realtà proprio perché è una società dei consumi la nostra non può essere una società di abbondanza. Per consumare si deve creare un’ insoddisfazione permanente. E la pubblicità serve proprio a renderci scontenti di ciò che abbiamo per farci desiderare ciò che non abbiamo. La sua mission è farci sentire perennemente frustrati. I grandi pubblicitari amano ripetere che una società felice non consuma. Io credo ci possano essere modelli diversi. Ad esempio io non sono per l’austerità ma per la solidarietà, questo è il mio concetto chiave. Che prevede anche controllo dei mercati e crescita del benessere».

Perché definisce Joseph Stiglitz un’anima bella?

«Stiglitz è rimasto alla concezione keynesiana che andava bene negli anni ‘ 30, ma che oggi, anche a causa dello sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, mi sembra impraticabile. Nel dopoguerra l’Occidente ha conosciuto un aumento del benessere senza precedenti, basato soprattutto sul petrolio a buon mercato. Ma già negli anni ’70 la crescita era ormai fittizia. Certo il Pil aumentava, ma grazie alla speculazione immobiliare e a quella finanziaria. Un’età dell’oro che non ritornerà più».

È il caso anche dell’ Italia?

“Certo, il boom economico italiano del dopoguerra si deve soprattutto a personaggi come Enrico Mattei che riuscì a dare al vostro paese il petrolio che non aveva. È stato un vero miracolo. E i miracoli non si ripetono”.

I sacrifici che i governi europei, compreso quello italiano, stanno chiedendo ai cittadini serviranno a qualcosa?

«Purtroppo i governi spesso sono incapaci di uscire dal vecchio software economico. E allora tentano a tutti i costi di prolungarne l’agonia, ma questo, lo sanno bene, non fa altro che creare deflazione e recessione, aggravando la situazione fino al momento in cui esploderà».

Lei definisce la società occidentale la più eteronoma della storia umana. Eppure comunemente si pensa che sia quella che garantisce il massimo di autonomia democratica. Chi decide per noi?

«Di fatto siamo tutti sottomessi alla mano invisibile del mercato. L’esempio della Grecia è emblematico: il popolo non ha il diritto di decidere il suo destino perché è il mercato finanziario a scegliere per lui. Più che autonoma, la nostra è una società individualista ed egoista, che non crea soggetti liberi ma consumatori coatti».

Qual è il ruolo del dono e della convivialità nella società della decrescita?

«L’ alternativa al paradigma della società dei consumi, basata sulla crescita illimitata, è una società conviviale, che non sia più sottomessa alla sola legge del mercato. Che distrugge alla radice il sentimento del legame sociale che è alla base di ogni società. Come ha dimostrato l’antropologo Marcel Mauss, all’origine della vita in comune c’è lo spirito del dono, la trilogia inscindibile del dare, ricevere, ricambiare. Dobbiamo dunque ricomporre i frammenti postmoderni della socialità usando come collante la gratuità, l’antiutilitarismo. In questo concordo con gli esponenti italiani dell’economia della felicità, come Luigino Bruni e Stefano Zamagni, che si rifanno alla grande lezione dell’economia civile napoletana del Settecento di Antonio Genovesi».

Il capitalismo è l’ultimo pugile rimasto in piedi sul ring della storia?

«Non so se sia proprio l’ultimo pugile, perché non si sa mai in cosa è capace di trasformarsi, ci sono scenari ancora peggiori, come l’ eco-fascismo dei neoconservatori americani. Certo è che siamo ad una svolta della storia. Se un tempo si diceva “o socialismo o barbarie” oggi direi “o barbarie o decrescita”. Serve un progetto eco-socialista. È tempo che gli uomini di buona volontà si facciano obiettori di crescita».

Francis Fukuyama di recente ha riaffermato di ritenere che il modello liberal-capitalistico resti l’orizzonte unico della storia. Senza alternative. Cosa ne pensa?

«Che ha una bella faccia tosta. Prima si è sbagliato totalmente sulla fine della storia, e oggi ripropone la stessa solfa. La sua profezia è stata vanificata dalla tragedia dell’ 11 settembre che ha dimostrato che la storia non era per niente finita. Fukuyama chiama fine della storia quella che è semplicemente la fine del modello liberal capitalista».

A chi dice che l’abbondanza frugale è un’utopia lei risponde che è un’utopia concreta. Non è una contraddizione in termini? «No, perché per me l’utopia concreta non significa qualcosa di irrealizzabile, ma è il sogno di una realtà possibile. Di un nuovo contratto sociale. Abbondanza frugale in una società solidale. Sta a noi volerlo». – MARINO NIOLA

Annunci

7 thoughts on “La LIBERALIZZAZIONE DEGLI ORARI di apertura dei negozi: opportunità concreta di una RIVITALIZZAZIONE GEOGRAFICA dei CENTRI STORICI ma ancor di più delle PERIFERIE DIFFUSE nei medio-piccoli comuni – RIFORME e cambiamenti come base importante per un recupero geografico dei territori urbani ora in degrado

  1. Erriquens ettore martedì 17 gennaio 2012 / 11:05

    abito in un piccolo centro, circa novemila abitanti, noi commercianti non abbiamo le idee chiare perchè il comune ci dice l’esatto contrario di quella che è la legge sulle liberalizzazioni, riguardo la mia attività ho una paninoteca rosticceria quindi ho interesse che questo possa avvenire al più presto ma non ci permettono di restare aperti oltre un orario già stabilito prima della legge monti.
    cosa fare vi prego rispondetemi.

  2. mirco fornasiero venerdì 20 gennaio 2012 / 9:12

    cari amici di geograficamente, sarà perchè da geografi ci si intende, ma questa volta mi avete indotto a segnalare questo mio post legato all’argomento. E’ già successo con altri argomenti che avete trattato, ma ho semrpe evitato di segnalarvi il mio post per evitare l’antipatica autocitazione; questa volta no, ecco a voi cosa penso io di questo momento di crisi: http://saccisicamente.wordpress.com/

    C’è da dire che gli orari liberi portano con sè anche dei rischi, cioè quelli di trasformare le città inm permanenti luoghi del consumo, quand osono anche altro, ad esempio dell’incontro, quella funzioe che spetta alla piazza cittadina. comunque l’argomento è initeressante.
    saluti

  3. Giovanni domenica 19 febbraio 2012 / 18:58

    Dove lavoro ancora non hanno adottato la legge!! Lavoro in un negozio di mille metri quadrati trattiamo,giocattoli,casalinghi,alimentari,detersivi,cosmetici; siamo in tutto a lavorarci 4 persone. Ditemi adesso a me se i titolari del negozio decidono di aprire 7 giorni su 7 io quando caxxo vado a fare un po’ di shopping per me e mia moglie e quando avro’ un po’ di tempo da dedicare alla mia famiglia ???
    Sto pregando,visto che questa legge per noi operai è una tragedia,che scoppi al piu presto una guerra!!! Meglio una guerra che 7 giorni su 7 di lavoro!!!!!!!

  4. Maria piacentini lunedì 20 agosto 2012 / 14:41

    Non sono favorevole per quanto concerne i bar, visto che aumenta il disturbo notturno per gli abitanti impossibilitati a far valere il proprio diritto al riposo e alla salute.Non si contempera più il diritto alla tutela commerciale con quello della salute da parte dei sindaci,che abitando in periferia non sono disturbati ,come accade per gli assessori e i consiglieri.Li inviterei a dormire a casa mia almeno per una settimana.
    Maria dalla provincia di Pavia

  5. NICOLò mercoledì 15 gennaio 2014 / 17:39

    io sono un panettiere titolare e sono totalmente sfavorevole a questa liberalizzazione,il primo motivo è perchè almeno un giorno alla settimana si dovrebbe dedicare alla propria famiglia,2°perchè non siamo robot ma esseri umani e abbiamo anche il bisogno di riposare e 3°perchè se ancora qualcuno non lo avesse capito ci stanno rendendo loro schiavi lavorando di + diamo anche a loro di + e si possono divertire meglio alla faccia nostra che vadano loro a LAVORARE 7 giorni su 7 (e LAVORARE non intendo stare seduti come fanno loro ).state tranquilli che se non possiamo sopravvivere lavorando 6 giorni su 7 peggioreremo lavorando 7 su 7.

  6. marco lunedì 16 febbraio 2015 / 19:51

    quante cazzate in questo articolo, fortuna che la storia vi ha condananti e come sempre le liberalizzazioni hanno portato solo miseria.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...