L’INUTILE FORUM DI DAVOS – nel Mondo, del Sud e del Nord, I POVERI AUMENTANO sempre più – la necessità di UN NUOVO ORDINE MONDIALE basato su LAVORO, GIUSTIZIA, NUOVE ECONOMIE ECO-COMPATIBILI, SOLIDARIETÀ

nell'immagine DAVOS - Davos è una località sciistica nelle Alpi svizzere: dal 1971 ospita un forum internazionale del World Economic Forum, un incontro tra i maggiori esponenti della finanza mondiale oltreché da dirigenti politici di grande livello

   DAVOS è una località sciistica nelle Alpi svizzere, nel Canton dei Grigioni (pertanto nella parte orientale della Svizzera: Davos è a 20 chilometri dal Tirolo austriaco, e a 30 chilometri a nord c’è il Liechtenstein). Davos come comune fa poco più di 10.000 abitanti ma da due anni si è fuso con il vicino comune di Wiesen diventando così uno dei più estesi della Svizzera.

   Questa località è diventata famosa in tutto il mondo perché dal 1971 ospita un forum internazionale del World Economic Forum, un incontro tra i maggiori esponenti della finanza mondiale oltreché da dirigenti politici di grande livello. E al forum che si tiene ogni anno a fine gennaio (di 4-5 giorni) partecipano pure intellettuali e giornalisti famosi. Lo scopo è quello di esser un “pensatoio dei problemi mondo”, di quel che accade.  Vengono discusse le tematiche più importanti e urgenti da risolvere: da quelle ambientali, ai conflitti locali ed internazionali, alla crisi economica e le possibilità di un nuovo sviluppo.

il GLOBAL RISK REPORT è un rapporto sulla “situazione del mondo” che è dato dal parere di economisti, sociologi e altri esperti di scienze umane internazionali. Quest’anno il “GLOBAL RISK REPORT 2012” è il risultato delle opinioni di 500 studiosi internazionali. Secondo questi intellettuali LA PIÙ GRAVE MINACCIA GLOBALE per l’economia e la stabilità del nostro pianeta È OGGI LA CRESCENTE DISEGUAGLIANZA, L’ALLARGAMENTO DELLA FORBICE TRA RICCHI E POVERI

Il Forum tiene da qualche tempo anche un’annuale riunione in Cina e una serie di incontri a livello regionale, durante tutto l’arco dell’anno. Come dicevamo, la sua fondazione risale al 1971, ad opera di Klaus Schwab, un economista ed accademico svizzero. Al di là delle riunioni e degli incontri, il Forum produce tutta una serie di rapporti di ricerca e impegna i suoi membri in specifiche iniziative settoriali.

   Ogni anno il Forum Economico Mondiale (Word Economic Forum), prima dell’incontro di gennaio a Davos, produce anche il Global Risk Report, un rapporto sulla “situazione del mondo” che è dato dal parere di economisti, sociologi e altri esperti di scienze umane internazionali. Quest’anno il “Global Risk Report 2012” è il risultato delle opinioni di 500 studiosi internazionali. Secondo questi intellettuali la più grave minaccia globale per l’economia e la stabilità del nostro pianeta è oggi la crescente diseguaglianza, l’allargamento della forbice tra ricchi e poveri (i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri). E questo fenomeno non riguarda solo i paesi in via di sviluppo (come quelli africani), ma anche quelli che finora avevano un benessere storicamente (più o meno) consolidato: come i paesi europei (qui si nota la progressiva sparizione, con l’impoverimento, della classe media…).

   Dei cinquanta rischi che il mondo deve affrontare nel 2012, dal cambiamento climatico al terrorismo, dalla recessione alla crisi dell’eurozona, dal progetto nucleare dell’Iran alle incertezze sull’esito della Primavera Araba, il rischio numero uno è la diseguaglianza sociale, i poveri che stanno aumentando rispetto ai pochi ricchi. Fa impressione che queste considerazioni le facciano economisti e sociologi ben “integrati nel sistema mondiale” (appartenenti o consulenti del Fondo Monetario Internazionale, delle maggiori istituzioni politiche, economiche finanziarie…): che arrivano a dire le stesse cose che dicono gli indignados di Occupy Wall Street, e tutti quelli che stanno protestando nel mondo contro l’alta finanza.

   E queste non sono solo teorie, ma cose vissute sulla pelle delle persone: nel nord “ricco” del mondo, dove appunto sempre più donne e uomini perdono il lavoro e la possibilità di un sostentamento dignitoso; ma ancor di più vengono vissute in quei posti del pianeta che già sono poveri (eufemisticamente anche noi prima li abbiamo chiamati “in via di sviluppo”) e che subiscono la crisi economica mondiale in modo ancora più feroce e con il problema che, tra l’altro, ogni forma di solidarietà internazionale viene adesso a mancare (visto che i “ricchi” hanno minori risorse pubbliche da destinare a loro).

   E’ così che si intrecciano i rapporti internazionali che spiegano le emergenze mondiali: in questi giorni è stato pubblicato un rapporto dell’Unicef che dice che, in media in un anno, ogni sei secondi un bambino muore di fame. E che basterebbero 1,3 miliardi di dollari per salvare cento milioni di bambini. Il rapporto è intitolato Humanitarian action for children 2012,

(http://www.unicef.it/Allegati/HAC2012_LOW_WEB_Final.pdf )

redatto dagli uffici dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia. Ci sono al mondo 25 Stati o geo-aree fiaccati dalle crisi più gravi.

   Accade nel Corno d’Africa funestato dalla siccità, ma anche nel Punjab pachistano piegato dalle alluvioni o nella Repubblica popolare nordcoreana affamata da annose carestie. Altri bimbi sono invece uccisi nel corso dei conflitti, delle violenze tribali o delle guerre politiche che insanguinano la Siria, il Sud Sudan, l’Iraq, la Costa d’Avorio, lo Yemen o anche i Territori palestinesi.

HUMANITARIAN ACTION FOR CHILDREN 2012: rapporto dell’UNICEF nel quale si dimostra che, in media in un anno, ogni sei secondi un bambino muore di fame. E che basterebbero 1,3 miliardi di dollari per salvare cento milioni di bambini

   Pertanto l’incontro che c’è stato a fine gennaio a Davos tra intellettuali e potenti del mondo, quest’anno (più che mai) è stato duramente criticato e contestato da tutti coloro che cercano di portare avanti fattivamente espressioni di solidarietà, una critica all’attuale sistema internazionale (che per troppo tempo ha fatto prevalere la finanza sull’economia reale), e proposte di un nuovo ordinamento internazionale che preveda un governo mondiale dell’economia che possa garantire pace e sviluppo per tutti.

   Il fallimento del “pensatoio” di Davos, degli esponenti (dell’economia, della finanza, della politica, del mondo intellettuale…) dei paesi ricchi, dei potenti del mondo, sta dimostrando che meccanismi e poteri nuovi devono guardare alle necessità di un benessere che consideri in primis “gli ultimi”: cioè chi ne ha più bisogno e necessità (ne va della stessa sopravvivenza dei “ricchi”). (sm)

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DAVOS: IL MONDO DELL’1%

di JOHAN GALTUNG, dal periodico “Alfàz del Pi”, Spagna, 16/1/2012

– tradotto e da noi ripreso dal sito del Centro Studi “Sereno Regis” di Torino (http://serenoregis.org/ ) –

   Stiamo avanzando verso un altro bel carico di consigli da parte dell’auto-nominato “Forum economico mondiale”, avendo ancora bene in mente la sua estrema incapacità di confrontarsi con la manifestazione della crisi mondiale nel settembre 2008 allorché si riunì tre anni fa. Allora, di che parleranno adesso?

   Lee Howell, in “The failure of governance in a hyperconnected world” [Il fallimento della governance in un mondo iperconnesso], International Herald Tribune, 11.01.12, ce ne dà un anticipo.

   Questione generale: “Quali rischi dovrebbero affrontare i leader mondiali nei prossimi 10 anni?” Ci aspetteremmo ovviamente la sofferenza e il trattamento indegno di massa nello strato inferiore della società mondiale: “Quasi metà degli Indiani sotto i 5 anni sono malnutriti” (IHT, 12.01.12). Che vergogna! Ci aspetteremmo ovviamente la presa in carico dell’economia mondiale da parte dell’economia finanziaria, con crisi ricorrenti e aggravantisi, cominciando negli USA, che diffondono, causano e sono state causate dalla flagrante disuguaglianza. E ci aspetteremmo che si occupassero del riscaldamento globale e delle calamità ambientali in generale causate dall’attività economica. Beh, che cosa avremo?

   Il rapporto “Global Risks 2012” (“Rischi globali 2012?,

http://reports.weforum.org/global-risks-2012/

a cura di Howell) presenta tre casi di rischio con un tema comune, secondo loro appunto il “fallimento di governance in un mondo iperconnesso”.

   Che ci sia qualche deficienza da qualche parte è ovvio, che il mondo sia connesso è altrettanto ovvio, che il termine “governance” ne colga l’essenza potrebbe essere problematico. Ma consideriamo per prima cosa i tre rischi su cui essi si concentrano.

   Si tratta di “semi di distopia”, la preoccupazione che la globalizzazione non stia mantenendo quanto promesso. Poi viene “quanto sono sicure le nostre salvaguardie”, che la governance rimanga indietro rispetto alla complessità in accelerazione. E infine il “lato oscuro della connettività di Internet”, “il potenziale di terrorismo, crimine e guerra”, nel mondo virtuale.

   In quale mondo vivono gli autori di quel tipo di rapporto? Il mondo dell’1%.

   Ovviamente, potrebbe esserci una magnifica globalizzazione con entrambi i generi, le tre generazioni (anziani, età media, giovani), le quattro classi (economica, militare, culturale, politica), le cinque razze secondo il colore della pelle (bianca, gialla, bruna, nera, rossa) che si accorpano, per una vita dignitosa per tutti, con mezzi di sussistenza abbordabili per la vita umana e non-umana e la natura in generale. Le Agenzie ONU si approssimano a questo obiettivo.

Nella foto JOHAN GALTUNG: sociologo e matematico norvegese, fondatore nel 1959 dell’International Peace Research Institut e della rete Transcend per la risoluzione dei conflitti

   Ma sappiamo invece che cosa abbiamo: una “globalizzazione” di, da parte di e per i maschi, l’età media, la classe economica superiore e i bianchi, [i MMA-UW, Males, Middle Ages, Upper class, Whites], i soliti sospetti. Nessuno sano di mente si aspetterebbe che quelli lì si curino granché di qualunque cosa oltre se stessi.

   In altre parole, aspettarsi che questo tipo di globalizzazione prometta qualcosa aldilà del proprio interesse, secondo la raccomandazione di Adam Smith, sa di ingenuità. C’era una distopia incorporata già fin dall’inizio quando si usò il termine “globalizzazione” per globalizzare le borse valori per l’economia finanziaria, di, da parte di e per quella gente.

   Ma c’è una salvaguardia; quanto efficace è un’altra questione. La salvaguardia è la gente; la governance si chiama democrazia del, da parte del, per il 99%. La Primavera Araba, gli Indignati, gli Occupy Wall Street e molti altri luoghi. Non c’è da dubitare che i beneficiari della globalizzazione [i MMA-UW] li stiano spiando dappertutto da tempo usando CIA-FBI e i loro cloni; ma non si è registrato un singolo contatto con il Movimento Occupy da parte di qualunque politico USA di punta, né dei potenziali prossimi poteri con gli altri due. Né di chi ha scritto quel rapporto, le minacce mondiali virtuali.

   Prendiamo nota della preoccupazione per il crimine, cioè soprattutto per il furto. Che riguarda chi ha qualcosa, cioè una preoccupazione per gli abbienti più che per i non-abbienti; che vivono e soffrono nel mondo reale per via della governance esercitata dagli abbienti, il mondo dell’1%. Può valer la pena prestarvi attenzione?

   Terrorismo: un problema. Ma dov’è il terrorismo di stato in quella formula? Che gli stati tuttora considerino loro diritto l’opzione della guerra, forse guidati da un Consiglio di Sicurezza pervertito senza potere di veto per l’enorme mondo islamico. Immaginiamo che esista un veto, da parte dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, e immaginiamo che gli appartenenti all’1% avessero dato retta alla voce di 15 milioni di persone da 600 luoghi di tutto il mondo il 15 febbraio 2003 contro l’invasione dell’Iraq del marzo dello stesso anno – la cosa più prossima a una dimostrazione pubblica mondiale cui si sia mai giunti – bene, allora la governance dal basso sarebbe stata la salvaguardia. Sì, i governi sono rimasti indietro, rispetto alla gente.

   E oggi le nubi del mondo reale sono più cupe che mai.

   Sicché, come tratteranno quelli dell’1% il paese che ha attaccato più paesi e popoli di ogni altro, e prevalentemente in difesa di un tipo speciale di iper-connessione: l’iper-capitalismo? E che ha ancora un monopolio sulla valuta di riserva mondiale esercitato da un club di banche private, fra cui il peggiore colpevole del colpo di mano dell’economia finanziaria, la Federal Reserve. Come tratteranno la presa USA sulle agenzie di valutazione? E la crescente disuguaglianza, dalle loro comode poltrone là in cima?

   Risposta: allo stesso modo che l’aristocrazia feudale in Francia nel XVIII secolo; non prendendo in considerazione tutto ciò. Possono deplorare la mancanza di proposte concrete dal basso, compreso il Forum Sociale Mondiale. Ma forse viene prima la consapevolezza? Mobilitazione? Qualche confronto ben scelto? E forse la complessità, concordiamo sul termine, esige soluzioni complesse, pluralistiche, che rispettino l’immensa varietà del mondo, non una manciata di slogan attraenti per gestire il mondo intero al solito modo universale=occidentale cui sono abituati? Forse il mondo è anche la somma di una miriade di mondi svariati, locali, autonomi? Forse perfino Davos potrebbe diventare uno di essi? E non un museo, come Versailles. (JOHAN GALTUNG)

(Johan Galtung – Oslo, 24 ottobre 1930 – è un sociologo e matematico norvegese, fondatore nel 1959 dell’International Peace Research Institut e della rete Transcend per la risoluzione dei conflitti. È uno dei padri della peace research – o peace studies -. Le sue opere ammontano a un centinaio di libri e oltre 1000 articoli. Le istituzioni internazionali si sono spesso rivolte a lui per consulenze tecniche in fatto di mediazioni di conflitti) – 16.01.12 – TRANSCEND Media Service – Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis – Titolo originale: Davos: The 1% World – 

http://www.transcend.org/tms/2012/01/davos-the-1-world/

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Il rapporto Unicef “Humanitarian action for children 2012”

IL PIL CHE SALVERÀ I BAMBINI

– un miliardo per sfamare il mondo –

di Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 27/1/2012

   Ogni sei secondi, un bambino muore di fame. Accade nel Corno d’Africa funestato dalla siccità, ma anche nel Punjab pachistano piegato dalle alluvioni o nella Repubblica popolare nordcoreana affamata da annose carestie.

   Altri bimbi sono invece uccisi nel corso dei conflitti, delle violenze tribali o delle guerre politiche che insanguinano la Siria, il Sud Sudan, l’Iraq, la Costa d’Avorio, lo Yemen o anche i Territori palestinesi.

   In questi contesti, altrettanto vulnerabili appaiono le donne, che sono spesso le madri di questi piccoli denutriti. Per salvarli tutti, scongiurando altre morti inutili quanto scandalose, servono soldi. Basterebbero 1,3 miliardi di dollari per salvare cento milioni di bambini. È quanto ha calcolato e quanto l’Unicef chiede ai ricchi del pianeta nel suo rapporto Humanitarian action for children 2012 redatto dagli uffici dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia in quei 25 Stati o territori del mondo fiaccati dalle crisi più gravi.

   Buona parte di questi fondi, pari a circa un miliardo di dollari, dovrebbe essere spesa in Africa, il continente più povero e, in questi mesi, più travagliato da lotte e combattimenti cruentissimi. Il Paese più bisognoso di soldi, ossia quello dove sono più numerose le persone che necessitano di cibo e protezione, è la Somalia. Qui, secondo la stima dell’Unicef, andrebbero versati quasi 300 milioni di dollari, un quarto circa dell’intera cifra di aiuti valutata per l’anno in corso.

   Nel 2011, la Somalia è stato il Paese del Corno d’Africa che più ha sofferto la fame per via di una siccità senza precedenti: mentre 13 milioni di esseri umani e altrettanti capi di bestiame soffrivano della mancanza di acqua sono morte decine di migliaia di bimbi. Lo scorso ottobre, le organizzazioni umanitarie presenti sul terreno avevano valutato che erano ancora a rischio 750mila bambini.

   Sempre in Africa, un altro Paese estremamente indigente è il Sud Sudan, il quale dopo la tanto desiderata e finalmente ottenuta indipendenza da Khartum è oggi dilaniato dal rincrudirsi di guerre tribali mai sopite. Da quando è riuscito ad affrancarsi dal giogo del Nord, 300mila persone sono rimaste coinvolte negli scontri lungo la linea di confine, e 350mila sono rientrate nella parte meridionale del Paese.

   Altra piaga del Continente Nero è la Repubblica democratica del Congo, in particolare nelle sue regioni settentrionali e orientali, estese come mezza Europa. Nel rapporto è dettagliatamente spiegato come per salvare le vite dei piccoli congolesi servano 144 milioni di dollari. Infatti, il decennale conflitto in corso ha provocato solo negli ultimi mesi la migrazione di un milione e mezzo di persone, la metà dei quali sono minori. Altri milioni di piccoli, sempre per via della guerra, non vanno a scuola, e rischiano di finire vittime di stupri da parte delle soldatesche che infestano quella terra sfortunata. Nei primi nove mesi del 2011, 15mila bimbi sono stati ricoverati dopo esser sopravvissuti ad abusi sessuali, spesso compiuti da più militari per volta.

   Quasi 90 milioni di dollari occorrono invece per salvare i piccoli pachistani, soprattutto quelli del Punjab, dove, due estati fa, lo straripamento dell’Indo provocato da temporali biblici spazzò via centinaia di villaggi.

Qui, mezzo milione di bimbi è stato recentemente salvato dallo spettro della malnutrizione e 6 milioni di essi sono stati vaccinati contro la poliomielite che in quell’area di mondo è ancora una piaga opprimente.

    Potremmo citare ancora i 50 milioni di dollari necessari allo Yemen insanguinato da una “primavera” sfociata in guerra civile, o i 27 milioni di dollari senza i quali morirebbero chissà quanti piccoli in Costa d’Avorio costretti a vivere nei campi profughi dopo le violenze scoppiate dalle elezioni del 2010, o ancora i 24 milioni di dollari che necessiterebbero i bimbi sopravvissuti al terremoto di Haiti per essere salvati dal colera.

   Il problema è che solo una percentuale di questi soldi arriveranno a destinazione, e che quindi solo una parte di questi cento milioni di bimbi sarà salvata nel 2012. Purtroppo non basta disporre di fondi per far funzionare l’apparato umanitario. Il lavoro degli operatori dell’Unicef, come quelli di altre ong, consiste proprio nel superare Paese per Paese, regione per regione, gli ostacoli logistici, militari o burocratici che si frappongono tra il donatore e la popolazione da sfamare.

   Ma rimuovere questi intoppi non è sempre possibile. Lo scorso anno, per esempio, nello Zimbabwe è arrivato solo il 13 per cento dei fondi di cui i bimbi del Paese avrebbero avuto bisogno. In Congo ne è giunto il 51 per cento, mentre in Somalia l’86 per cento.

   Un barlume di ottimismo può essere letto nelle cifre del rapporto pubblicato oggi e che illustrano come solo nel 2011 sono stati 36 milioni i piccoli vaccinati nelle aree più povere, 1,2 milioni sono stati invece curati dalla malnutrizione acuta, 4 milioni hanno avuto accesso all’istruzione e quasi un milione ha ricevuto protezione.  Tutto questo perché, come dice Rima Salah, vice direttore generale dell’Unicef, «i bambini non solo rappresentano il futuro, ma sono vulnerabili e meritano quindi un sostegno generoso e costante da parte dei donatori». A buon intenditore poche parole. (PIETRO DEL RE)

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DAVOS: ÉLITE DEL PENSIERO MONDIALE?

(ndr: riprendiamo alcuni stralci dell’articolo del 31/1/2012 di LUCIA ANNUNZIATA,apparso su “LA STAMPA”, da DAVOS)

(…) Un consesso così spontaneamente, ossessivamente, conservatore dell`ordine esistente è davvero il più adatto ad affrontare la riflessione che gli veniva sottoposta quest`anno, «La grande trasformazione: formare nuovi modelli»?

   In effetti, in un anno segnato dal «people power», quello delle rivolte arabe o di Occupy, nella stagione del declassamento delle principali economie mondiali, la riunione di 2600 top leaders politici, economici ed intellettuali, è parsa del tutto incongrua nella sua estrema minorità.

   Non parliamo di numeri (anche se duemilaseicento persone costituiscono lo 0,00004% della popolazione mondiale) e preferiamo non contare quanti zeropercentuale di denaro mondiale gli appartiene. Parliamo piuttosto di rappresentanza.

   Non si evoca qui il solito sospetto contro il governo mondiale dei banchieri e della finanza – Davos è troppo visibile per rappresentare una agenda segreta. Né si vuole mettere in dubbio l`importanza delle élite, che hanno sempre svolto una fondamentale funzione di stimolo nelle nostre società.

   Il dubbio è proprio se queste élite che si riuniscono a Davos siano davvero tali, se cioè siano oggi in grado di esercitare davvero la loro funzione di «avanguardia» del pensiero.

   Intanto, possiamo sostenere con certezza che è improbabile che le decine di teste coronate presenti in Svizzera siano capaci di rappresentare i propri sudditi – che dire dell`Arabia Saudita, ad esempio? Ma altrettanto si può dubitare dei leader economici, che siano George Soros o i manager di Facebook e Google.  Per non parlare di leader politici attuali ed ex arrivati in massa.

   Come dimenticare che sono loro che hanno guidato o guidano la nave delle economie in crisi oggi?  Possono essere i conducenti falliti coloro che si inventano nuovi modelli? Mai come a Davos in questi giorni è stato possibile vedere rappresentata la crisi nella sua stessa essenza: in un mondo che è in difficoltà perché non sa rinnovarsi, coloro che chiedono il cambiamento sono proprio quelli che non cambiano, i leader politici, intellettuali ed economici di sempre.

   Davos è in verità un importante luogo della nostra storia. E` cresciuto ed ha rappresentato (dall`anno della fondazione, il 1971) la trasformazione delle nostre economie. In un capitalismo sempre più sganciato dal prodotto, è diventato il tempio della celebrazione del marginale sul sostanziale, del progressivo peso giocato nel capitalismo moderno senza prodotto dalle idee, dalla interrelazionalità, dalle parole.

   Oggi che quel capitalismo è entrato in crisi, il peso di quelle parole rischia di diventare la zavorra delle chiacchiere. (Lucia Annunziata)

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LA FINANZA SPAVENTA PIÙ DELL’ANNO DEI MAYA

di Sara Silano, da http://www.morningstar.it/ del 12/1/2012

– Shock dei mercati, debito pubblico, disparità nella distribuzione del reddito fanno molta più paura delle catastrofi naturali –

   Il rischio è straripato dai mercati finanziari all’economia e alla società. Il mondo è più vulnerabile a shock economici e disordini sociali, che possono minare il progresso generato dai processi di globalizzazione. Per la prima volta, da generazioni, molte persone non pensano più che i loro figli avranno standard di vita migliori dei loro genitori. Il monito viene dal World Economic forum, nella settima edizione del rapporto Global Risks 2012.

La finanza fa più paura delle catastrofi naturali
Non sono più le grandi catastrofi naturali a preoccupare, secondo l’indagine condotta tra 469 esperti (manager, politici, professori universitari ed esponenti della società civile), bensì le questioni socioeconomiche, che derivano dai cronici squilibri fiscali e dalle disparità nella distribuzione dei redditi. Un tempo, la fonte principale dei disordini sociali erano cibo ed acqua, oggi il mondo è molto più vulnerabile agli shock finanziari che i governi non sono stati capaci di arginare (la crisi europea ne è l’esempio più recente).

   I movimenti di “indignati”, che hanno manifestato nei mesi scorsi in molte città nel mondo e davanti a Wall Street e Piazza Affari, protestano proprio contro le inefficienze del sistema finanziario, lo strapotere delle banche e la speculazione.

Il rischio in casa
Cambia la geografia dei rischi dalle aree emergenti ai paesi industrializzati, quelli che storicamente sono stati la culla dei cambiamenti economici, sociali e tecnologici. Quelli in cui c’è sempre stata molta fiducia nel progresso ed ora ci sono chiari segnali di distopia. Da un lato, i giovani hanno poche prospettive di trovare lavoro, dall’altro chi va in pensione paga il prezzo di sistemi previdenziali pubblici che non sono più sostenibili. Il risultato è un senso di insicurezza e precarietà.

Il lato oscuro della tecnologia
Anche la tecnologia presenta oggi i suoi lati oscuri. Ha pervaso ogni aspetto della nostra vita privata e professionale, siamo interconnessi e una grande quantità di nostri dati viaggiano online. Senza dubbio, sono molti i vantaggi (si pensi al ruolo di Internet nella Primavera araba), ma anche i rischi, dagli attacchi degli hacker, alla violazione della privacy, agli abusi nell’uso dei social network. Inoltre, il terremoto in Giappone l’anno scorso ha mostrato i limiti della tecnologia di fronte alla forza della natura, con la catastrofe della centrale nucleare di Fukushima.

Analfabetismo finanziario
Il rapporto individua 50 rischi globali, raggruppati nelle categorie “economia”, “ambiente, “geopolitica” e “società”, oltre ai cosiddetti “X factor”, fattori emergenti che meritano ulteriori approfondimenti. Tra questi figura l’analfabetismo finanziario a diversi livelli: l’incapacità dei governi di regolare e monitorare in modo efficace il sistema finanziario; degli stati e delle aziende di gestire i propri bilanci; e dei singoli individui di garantirsi un adeguato livello di benessere una volta terminata l’attività lavorativa.

   I temi dello studio, che è stato realizzato in collaborazione con Marsh&McLennan, Swiss Re, The Wharton Center for risk management e Zurich, saranno dibattuti (sono stati dibattuti, ndr) all’annuale World economic forum che (si è tenuto) a Davos (Svizzera) dal 25 al 29 gennaio. (Hanno partecipato), tra gli altri, leader politici, manager di grandi industrie, rappresentanti delle istituzioni internazionali e della società civile.

   In cima all’agenda ci sono le sempre maggiori disparità nella distribuzione dei redditi e gli squilibri fiscali. Ma anche i rischi del cyberspazio. In passato c’erano le catastrofi naturali, contro le quali spesso l’uomo è impotente, oggi ci sono problemi socio-economici, che possono e devono essere risolti. (Sara Silano)

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LA CRISI NON SIA UN ALIBI PER TAGLIARE GLI AIUTI AGLI ULTIMI DELLA TERRA

di BILL GATES, da “la Repubblica” del 27/1/2012

– Bill Gates è intervenuto al Forum economico mondiale di Davos, per annunciare una donazione a favore del Fondo globale dell`Onu contro l`Aids, la malaria e la tubercolosi. – Il Fondo, istituito con la partecipazione del settore pubblico e privato, fornisce i due terzi dei finanziamenti mondiali destinati a combattere le epidemie e a rafforzare i sistemi sanitari nei Paesi più poveri. – Oltre a Bill Gates, fra i patrocinatori figurano anche Bono, Tony Blair e Bill Clinton –

   Quest`anno si celebra il decimo anniversario del Fondo globale per la lotta contro l`Aids, la tubercolosi e la malaria. Il Fondo globale svolge un`opera straordinaria ed ha un incredibile impatto sulle tre malattie di cui mi occupo: Hiv, malaria e tubercolosi. Grazie al suo impegno, abbiamo ottenuto grandi risultati, ed è per questo che merita il nostro rinnovato sostegno.

   È vero, questi sono tempi difficili per l`economia mondiale, per i bilanci dei governi; persino le persone, a livello individuale, fanno attenzione a quel che spendono.

   Però, tutto questo non può né deve giustificare alcun taglio agli aiuti destinati allo sviluppo dei più poveri del pianeta. Il fondo (dell`Onu) è uno degli strumenti più efficaci per investire ogni anno i nostri soldi. Spero perciò che tutti ricordino quanto sia importante la loro generosità. Si parla sempre di statistiche e il Fondo globale le fornisce, nel dettaglio.

   A mio avviso, però, quel che più conta nel sensibilizzare la gente è conoscere le persone e i luoghi dove opera il Fondo globale. Noi stessi (Bill Gates e la moglie Melinda, a capo della fondazione di beneficenza Gates Foundation, ndr.) cerchiamo di visitarli quanto più possibile.

   Vi farò l`esempio di un uomo, che si chiama Prince Lamaray. Lavora come volontario nel nostro ospedale di Kebali, e dirige un collettivo di artisti. Senza l`aiuto del Fondo globale, oggi né lui né sua moglie sarebbero vivi. Milioni e milioni di persone ricevono questi aiuti: hanno tutti un nome e cognome; sono padri, madri, bambini.

   Il meccanismo è molto semplice: si acquistano farmaci, e tra il costo dei medicinali e del personale, ogni anno per tenere in vita una persona si spendono circa trecento dollari. Purtroppo non esiste una cura per l`Hiv, e quindi la spesa necessaria a far sopravvivere un malato si protrae per tutta la sua esistenza. E se vogliamo curarne altri abbiamo bisogno di maggiori contributi.

   Si è molto parlato di una copertura sanitaria universale: tutti meriterebbero di poter accedere a questi farmaci a un costo contenuto, ma la realtà è che negli anni a venire la generosità del mondo sarà messa a dura prova.

   La nostra fondazione (Bill & Melinda Gates Foundation) ripone un`enorme fiducia nel Fondo globale: svolge un compito formidabile. Benché sia finanziato per lo più dai governi, in passato la nostra fondazione ha donato 650 milioni di dollari, che ormai sono stati tutti spesi. Per questo oggi riconfermiamo il nostro impegno tramite una nuova iniziativa. Si tratta di una donazione di altri 750 milioni, che il Fondo globale potrà utilizzare immediatamente per continuare a salvare vite umane, che si tratti di acquistare zanzariere per i letti o cure per la Tbc. La malaria e la tubercolosi forse non ricevono tanta attenzione quanto l`Hiv, e tuttavia sono altrettanto importanti.

   Io sono tra coloro che hanno la fortuna di visitare quei luoghi, di parlare con le persone, di capire cosa succede… e per questo vorrei mettere la mia credibilità personale e quella della mia fondazione al servizio di questo importantissimo compito, svolto da un`organizzazione che oggi compie un importante traguardo. (BILL GATES – traduzione di Marzia Porta)

(Dall`impero Microsoft alla beneficenza Bill Gates, 56 anni, co-fondatore e attuale presidente di Microsoft, è fra i tre uomini più ricchi al mondo. Nel 2000 ha istituito assieme alla moglie Melinda una fondazione benefica: la Bill & Melinda Gates Foundation. Per la lotta contro l`Aids, la tubercolosi e la malaria, Gates ha donato in totale 1 miliardo e mezzo di dollari al Fondo globale delle Nazioni Unite)

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PIÙ DISUGUAGLIANZA SE TRAMONTA IL LAVORO

di Massimo Mucchetti, da “il Corriere della Sera” del 29/1/2012

   La questione della disuguaglianza dei redditi affiora, s’inabissa e riaffiora come un fiume carsico. Quando la Banca d’Italia ne dà l’aggiornamento statistico, diventa un’emergenza. Quando invece la Banca centrale europea invoca la riforma del mercato del lavoro, e il governo cerca di obbedire, il lamento sulle disuguaglianze cede il passo all’invocazione efficientista della flessibilità, benché fin dai primi Anni 90 alle riforme della contrattazione si sia accompagnata la stagnazione dei salari.

   Il fatto è che ci limitiamo a descrivere. Ci scandalizziamo, a destra come a sinistra, se i compensi dei manager passano da 40 a 400 volte le retribuzioni dei dipendenti, ma non andiamo alla radice. Ci accontentiamo di un po’ di inconcludente invidia sociale ovvero dell’esaltazione ideologica della ricchezza.  Ma poi arretriamo impauriti davanti all’evidente coincidenza che ci sfida: la disuguaglianza contemporanea prende piede mano a mano che la società mette al centro il consumatore e la politica si riduce a politica della concorrenza.
Con la crisi, il modello sociale scopre il suo limite: che senso ha la riduzione crescente dei prezzi di tanti beni e servizi per chi, in seguito alla concorrenza globale generatrice della caduta di quei prezzi, perde il lavoro o anche solo la ragionevole speranza di migliorarlo?

   Prendiamo le telecomunicazioni. L’Europa le ha liberalizzate più di ogni altra macroregione del mondo. In Cina gli operatori veri sono tre e investono come dice il governo. Negli Usa la Casa Bianca si astiene, ma lascia crescere giganti paramonopolistici. Qui, invece, le Authority tagliano i margini delle imprese. Fermano le concentrazioni. I governi spremono gli operatori, mettendo a gara le frequenze. E questi come reagiscono? Rallentano gli investimenti destinati ad avere ritorni non così interessanti per i soci, cui devono garantire alti dividendi, e delocalizzano fasi del servizio in patria, presso fornitori in grado di sfruttare di più la manodopera, e all’estero, perfino in India. Il web fa miracoli. Gli effetti? Avremo il declino relativo dell’infrastruttura europea, la frenata dello sviluppo, una formazione impoverita dei dipendenti e il trasferimento di competenze altrove. I conti dell’operatore e del cliente possono tornare. Ma quelli del Paese?
Negli Usa, avverte il Financial Times, alla maggior produttività non segue più da anni maggiore occupazione. Scende, in particolare, l’occupazione qualificata. Nel 2011 la Cina ha depositato più brevetti di tutti. È un caso? Siamo al tempo stesso cittadini, lavoratori, consumatori e investitori. Ci eravamo illusi che, esaltando il consumatore e l’investitore, avremmo fatto la fortuna anche del cittadino e del lavoratore.

   E invece, mentre s’inverte la tendenza civile alla riduzione dell’orario di lavoro, il cittadino sta perdendo i suoi diritti sociali e il lavoratore è sempre più debole e solo. Quanto all’investitore, meglio tacere. Eppure, non siamo disposti a pagare un euro in più per trattenere in Occidente la produzione di beni e servizi, senza i quali tramonta nel nulla la civiltà del lavoro e fiorisce la disuguaglianza. E però occupiamo Wall Street. (Massimo Mucchetti)

…………………………….

LA POVERTÀ CHE NASCE DAL MERCATO DEL LAVORO

di Tito Boeri, da “la Repubblica” del 30/1/2012

   SPERIAMO che i protagonisti dei tavoli sul mercato del lavoro (virtuali o di legno che siano) abbiano trovato il tempo nel fine settimana di leggere i risultati dell’ ultima indagine sui bilanci delle famiglie italiane, resi disponibili da Bankitalia nei giorni scorsi.

   Ci dicono che dal 2006 al 2010 la povertà è aumentata di 6 punti percentuali fra chi ha meno di 45 anni, è cresciuta di poco tra i 45 e i 65 anni e si è ridotta al di sopra di questa età. È un profilo per età che corrisponde perfettamente a quello del precariato: la povertà aumenta perché non si riesce ad entrare nel mercato del lavoro, perché ci sono molti lavoratori poco qualificati con lavori temporanei con bassi salari che non tengono il passo con l’ inflazione e perché chi non è tutelato perde il posto di lavoro.

   Tutto questo spiega anche perché in questi anni si è invertita la tendenza, che sembrava sin qui inarrestabile, alla riduzione della dimensione media dei nuclei famigliari. Il fatto è che giovani tornano a casa perché per loro la famiglia rappresenta l’ unico ammortizzatore sociale.

   È una scelta costosa perché comporta la rinuncia a fare progetti di vita, fare figli, e impedisce la mobilità sociale. Il vice-ministro Martone, che ha ricevuto l’ idoneità in uno di quei concorsi in cui si vince perché tutti gli altri candidati si ritirano, li potrà pure chiamare “sfigati”, ma i laureati di lungo fuori corso sono principalmente persone che vivono in famiglia con genitori che hanno solo la licenza elementare.

   Le disuguaglianze prodotte sul lavoro e fuori dal lavoro non servono, come in altri paesi, a farne crescere la produttività. Al contrario, il divario nella produttività del lavoro, dunque nella competitività delle nostre imprese, si è ulteriormente accentuato. Abbiamo perso quasi 30 punti di competitività al cospetto della Germania nel giro di 10 anni. Il fatto è che chi viene espulso dal mercato e chi fatica ad entrare è spesso chi ha maggiore capitale umano e potrebbe grandemente contribuire a rendere più competitive le nostre imprese.

   Ci sono perciò ragioni tanto “di sinistra” (le disuguaglianze crescenti) che “di destra” (la produttività in calo) per riformare il mercato del lavoro, i cui nodi strutturali sono stati solo esacerbati dalla recessione. Bisogna riformarlo sul serio. Far finta di cambiare per non cambiare nulla non servirà neanche a rassicurare i mercati finanziari che hanno perfettamente capito che i problemi del nostro paese sono legati alla bassa crescita. Il contratto di apprendistato c’ è già in Italia, c’ era già prima della recessione.

   È uno strumento utile, ma non può contrastare il precariato che ormai riguarda persone con più di 40 anni, tra cui molte donne che rientrano dopo periodi di maternità. Oggi il contratto di apprendistato coinvolge circa 250.000 persone, con livelli di istruzione più alti della media e riguarda in 7 casi su 10 chi ha meno di 24 anni.

   Non potrà mai riguardare milioni di lavoratori di tutte le età. Bene, in ogni caso, accertarsi che ci sia effettivamente contenuto formativo e non solo sconto retributivo in questi contratti, che possono oggi essere rescissi dal datore di lavoro, senza costi, al termine del periodo di formazione.

   Gli incentivi fiscali alla conversione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato sono costosissimi (come prova l’ esperienza dei bonus-Sud e bonus assunzioni introdotti nel 2000 e poi rimossi in fretta e furia perché erano costati 10 volte di più di quanto preventivato) e non servono minimamente a ridurre il dualismo. I datori di lavoro assumono i lavoratori fin quando dura il sussidio per poi licenziarli subito dopo.

   In Spagna sono stati ampiamente sperimentati per concludere che “il loro ampio utilizzo ne ha compromesso pesantemente l’ efficacia”, come recita un documento ufficiale del Governo spagnolo, basato sulle conclusioni di commissione parlamentare e del Consejo Economico y Social, con tutte le forze sociali rappresentate.

   Hanno raggiunto questa conclusione perché si sono accorti che i lavoratori delle regioni coinvolte avevano subito un incremento della probabilità di essere licenziati rispetto a quelli delle regioni non coperte dagli incentivi fiscali. Un salario minimo orario non costerebbe nulla alle casse dello Stato.

   Servirebbe molto a proteggere i lavoratori più deboli negli anni ad alta inflazione che presumibilmente ci stanno di fronte. In Italia il salario minimo favorisce anche il decentramento della contrattazione, che permette di stabilire un legame più stretto fra salari e produttività, motivando di più i lavoratori che hanno già un contratto a tempo indeterminato e che continueranno ad essere protetti dalle tutele attuali.

   Prospettare un percorso di ingresso nel mercato del lavoro che non comporti in partenza una data di scadenza stimola, questo sì, gli investimenti in formazione: la percentuale di lavoratori formati in azienda cresce con la durata potenziale dei contratti.

   Avere nei primi anni di assunzione risarcimenti monetari in caso di licenziamento senza giusta causa, crescenti col tempo passato in azienda, offre tutele a chi oggi non ne ha e non ne toglie a chi le ha già. Al contempo serve a permettere ai datori di lavoro di scegliere meglio chi assumere, su chi investire, migliora il clima in azienda scoraggiando i comportamenti opportunistici.

   Questo percorso di ingresso va peraltro offerto a tutte le età,a 20 anni comea 55. Come dimostrano l’ esperienza dell’ Austria e della Francia, la scelta di far crescere i costi di licenziamento con l’ età (anziché con la durata del posto di lavoro) fa aumentare la disoccupazione fra i lavoratori più anziani.

   Perché datori di lavoro già diffidenti sulla produttività di questi lavoratori, non sono in genere propensi a prendere impegni di lungo periodo con lavoratori vicini all’ età di pensionamento. Il contratto di ingresso servirà così anche a dare opportunità e tutele ai lavoratori bloccati dalla riforma delle pensioni varata dal Governo in dicembre.

   Sarebbe pure servito anticipare per queste coorti limitate di lavoratori la riforma degli ammortizzatori sociali, offrendo a chi è povero in famiglia, non trova un lavoro alternativo e ha esaurito le indennità di mobilità e i sussidi di disoccupazione, un reddito minimo garantito fino, e se necessario oltre, l’ andata in pensione.

   Sarebbe stata un’utile sperimentazione di una riforma da estendere gradualmente a tutti e un primo passo verso quella separazione fra previdenza e assistenza che tutti, a parole, dicono di volere. Invece siè scelta la strada degli interventi ad hoc per i lavoratori “esodati” e “precoci”, una strada inevitabilmente iniqua perché crea asimmetrie nei trattamenti a seconda del periodo in cui si è entrati nelle liste di mobilità. (Tito Boeri)

One thought on “L’INUTILE FORUM DI DAVOS – nel Mondo, del Sud e del Nord, I POVERI AUMENTANO sempre più – la necessità di UN NUOVO ORDINE MONDIALE basato su LAVORO, GIUSTIZIA, NUOVE ECONOMIE ECO-COMPATIBILI, SOLIDARIETÀ

  1. lucapiccin sabato 4 febbraio 2012 / 7:34

    Un po’ di geografia economica per capire meglio il Global Risk.

    Apriamo gli occhi: né la Grecia, né il Portogallo riusciranno a rimborsare i loro debiti.
    Noi siamo seduti su un barile di polvere che puo’ esplodere da un momento all’altro. I media hanno gli occhi sulla miccia greca.
    I creditori privati – banche, fondi e assicuratori – manderanno giù senza smorfie il boccone amaro del 70% di perdite sui loro crediti, o al contrario, ci sarà défaut?

    Ma una seconda miccia si consuma ugualmente alla periferia occidentale del vecchio mondo. In fondo, les situazioni del Portogallo e della Grecia non sono molto differenti. Eccovi cifre e rapporti sapientemente occultati dai media.

    Il Portogallo e la Grecia sono due zombi finanziari, dei morti-viventi. Uno zombi finanziario è un debitore che non rimborserà mai il suo passivo; apre un prestito per pagare i suoi interessi. Tutti quelli che gli concedono il prestito pensano che lo zombi è sempre vivo dato che gli interessi si riducono… Ma in realtà lo zombi è finanziariamente già morto.

    Come riconoscere uno zombi? Molto semplice: il suo debito cresce sempre perché non ha una crescita economica sufficiente per rimborsarlo. Ed è proprio il caso attuale.
    La matematica non è un’opinione e applicata a questo sistema è implacabile; bisogna quindi che la crescita oltrepassi il deficit perché il debito non aumenti.

    Il colmo è che il ritorno a una crescita robusta è escluso a causa dell’invecchiamento della popolazione e del rincaro energetico. Questi due fattori chiave non sono facilmente gestibili, nemmeno con la migliore volontà politica del mondo.

    Come siamo arrivati fin qui? Il mondo della politica si è persuaso, e ci ha convinti, che uno Stato poteva aprire prestiti senza limiti poiché non muore mai, contrariamente a un debitore privato.

    Gli Stati zombi prestatari si differenziano dagli Stati zombi debitori per la taglia del loro passivo. Più il passivo è grande, più essi hanno il diritto di aprire dei prestiti in favore dei piccoli zombi. Si presta ai piccoli zombi, perché un grosso Stato con una grossa economia è considerato come più sicuro che un piccolo.

    Se voi esaminate la carta dell’Europa alla luce dei criteri della zombificazione finanziaria, constaterete che soltanto tre paesi appartengono allora al mondo dei viventi: la Svezia, la Finlandia e l’Estonia.

    Il deficit di questi tre paesi è limitato, un piccolo sforzo permette loro di non vedere aumentare i loro debiti, anche se essi sono confrontati a una crescita debole o prossima allo zero. Ma essi hanno un grave inconveniente: sono troppo piccoli per poter salvare gli enormi zombi.

    In effetti, le miccie sono accese ovunque: in Spagna, in Italia, in Francia, in Belgio, e anche in Germania. I barili di polvere dietro le miccie sono evidentemente le banche europee con i loro mostruosi effetti moltiplicatori.

    Oggi una banca non puo’ permettersi di perdere più del 2-3% dei crediti (o promesse di credito) che essa detiene.
    Al di là, essa ha carbonizzato i suoi fondi propri, ovvero il denaro che essa realmente possiede e che non è quello dei suoi depositari. Essa passa allora regolamentarmente in fallimento.Bisognerebbe in seguito che gli Stati (zombi) salvino le banche zombi.

    Le banche sanno talmente bene che esse sono in crisi di solvabilità che non si prestano neanche più tra loro. Ogni sera, esse depositano i loro stock alla Banca Centrale Europea. In periodo di funzionamento normale del mercato monetario (prima della crisi dei subprimes), i montanti medi depositati dall’insieme delle banche europee si situavano tra 100 milioni di euri e 200 milioni di euri soltanto (sono proprio dei milioni). In gennaio 2012, noi siamo a 474 miliardi di euri in media (sono proprio dei miliardi).

    La BCE innafia i barili di polvere con le sue liquidità e siamo già a 489 miliardi di euri di prestiti d’urgenza. A credere il Financial Times del 31 gennaio questo montante sarà probabilmente portato a più di 1000 miliardi di euri durante il mese di febbraio.

    L’emissione monetaria come soluzione a una crisi nella quale degli Stati insolvabili cercano di salvare delle banche insolvabili creerà evidentemente altri problemi.
    La Storia ci mostra che nessuna creazione monetaria è rimasta impunita.

    si veda anche il precedente post : https://geograficamente.wordpress.com/2011/11/24/leuropa-nella-bufera-economica-finanziaria-con-gli-stati-nazionali-tutti-in-crisi-pure-la-germania-adesso-puo-salvarla-solo-lunita-politica-nel-federalismo/

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