ISRAELE E L’ATOMICA DI TEHERAN: PREPARATIVI ALLA GUERRA – Pacifismo e diplomazia internazionale incapaci di frenare scellerati poteri integralisti religiosi (come in Iran) e scelte personali di leader (come Netanyahu in Israele) – una PRIMAVERA anche in Occidente e nel mondo intero?

il presidente iraniano MAHMUD AHMADINEJAD in visita ai laboratori nucleari. Secondo il rapporto dell'AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), a Teheran si utilizza l'atomo in prospettiva militare. La produzione della prima BOMBA ATOMICA è prevista tra pochi mesi

   L’inelluttabilità di una guerra. Così potremmo intitolare il probabile attacco israeliano, fra qualche settimana, fra qualche mese, al sistema nucleare iraniano (falsamente di uso civile) che si sta mettendo in atto in quel Paese (fonti bene informate dicono che manca poco alla produzione della prima bomba atomica iraniana). Le scelte internazionali (come l’embargo degli Stati Uniti e quello recente europeo, che sarà concretamente effettuato solo dal prossimo luglio..) sembrano decisioni del tutto inutili e forse contrarie allo scopo di far tornare in se il potere suicida (e omicida ) di Teheran.

   La Comunità internazionale non sembra in grado di far qualcosa, reagire. Se, appunto, l’Europa ha stabilito sanzioni all’Iran (con il blocco nell’acquisto dei prodotti petroliferi) sembra che questo sia un problema che rinsalda i falchi presenti a Teheran. E l’incapacità di bloccare la corsa al nucleare iraniano, incontrollato, con le quotidiane minacce a Israele, non può che dar ragione agli altrettanto “falchi” (cioè all’ala degli intransigenti) in Israele che hanno già deciso le incursioni in Iran per far fuori l’apparato bellico nucleare e di ogni altro tipo. Con conseguenze (mondiali) non ben individuabili.

   In Israele, in Europa, negli USA, non solo si dubita dell’effetto delle sanzio­ni ma si­ pensa che potrebbero avere un ef­fetto contrario. In un articolo che vi proponiamo in questo post, ripreso dal quotidiano “il Giornale”, Vittorio Dan Segre, prospetta che, anche se le condizioni so­no differenti lo strangolamento dell’eco­nomia iraniana potrebbe portare a una nuova «Pearl Harbor». L’attacco giappo­nese contro la base navale americana nel 1941 fu infatti dettato dalla combinazione del nazionalismo nipponico col bisogno di Tokyo di rompere l’accerchiamento economico (lo studioso prospetta che questa situazione di isolamento internazionale iraniano, connessa alla crisi economica interna – più l’opposizione non del tutto repressa della “primavera iraniana” diciamo noi – tutto questo può inevitabilmente dar corso e fare concreto l’uso della bomba atomica contro Israele). Ma si tratta di una situazione nella quale vi sono ancora tempi e modi che possono renderla assurda e non praticabile.

   L’opinione pubblica internazionale (il pacifismo, i media, il mondo culturale e associazionistico, i governi e le istituzioni intergovernative) possono a nostro avviso avere ancora voce e farsi sentire, in questo contesto precario.

DI FRONTE ALL’OCCIDENTE CHE MINACCIA DI NON IMPORTARE PIÙ PETROLIO IRANIANO, TEHERAN VENTILA L’IPOTESI DI CHIUDERE LO STRETTO DI HORMUZ, BLOCCANDO IL TRAFFICO MARITTIMO DEL 40% DEL GREGGIO A LIVELLO MONDIALE. LO STRETTO DI HORMUZ È UN PASSAGGIO, DI 34 MIGLIA NEL PUNTO MINIMO, CHE COLLEGA IL GOLFO PERSICO AL MARE DI OMAN. E’ IL SOLO PASSAGGIO, VIA MARE, PER L’ESPORTAZIONE DI PETROLIO DAI PAESI CHE SI AFFACCIANO SUL GOLFO PERSICO, OVVERO PER ARABIA SAUDITA, KUWAIT, IRAQ, QATAR, EMIRATI ARABI E BAHREIN (FARIAN SABAHI, da http://blog.panorama.it/ del 28/12/2011)

   Oggi l’America è preoccupata più dal blocco, paventato dall’Iran, dello Stretto di Hormuz che dall’atomica iraniana. Secondo alcuni Teheran avrà bisogno di un altro anno prima di poter produrre la bomba. Pare comunque a tutti che, se la situazione interna iraniana risulta di giorno in giorno sempre più non gestibile (scontri di potere tra le varie frazioni integraliste, e ciascuna deve farsi vedere “più dura” dell’altra per sopravvivere; una popolazione vessata e terrorizzata dalla sua classe dirigente e dall’integralismo islamico, che le primavere arabe stanno sconfiggendo in tutto il mondo, nonostante l’Egitto e la Siria…), dall’altra il potere israeliano nelle mani della destra più intransigente rappresentata dal premier Netanyahu, non aiuta a trovare una soluzione pacifica e praticabile.

   E su Israele e Netanyahu apriamo questo post con un bellissimo articolo di Giulio Meotti (studioso di Medio Oriente e di Israele) ripreso da “il Foglio”, che individua appunto la psicologia e la storia personale del premier israeliano, e come dalle “fobie interiori” di questo personaggio da decenni così influente e importante nella società israeliana, si debba dar conto perché interesseranno il destino non solo d’Israele ma del mondo intero. (sm)

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COUNTDOWN, STORIA PREVENTIVA DELLO STRIKE

di GIULIO MEOTTI* (da “IL FOGLIO” del 4/2/2012)

– In Israele si è iniziato il conto alla rovescia contro l’atomica di Teheran. La decisione pesa sulle spalle (e sulla metafisica personale) di Netanyahu –

   Ad accogliere i visitatori nel quartier generale dell’aviazione israeliana di Tel Aviv è un poster: “Le aquile d’Israele sopra Auschwitz”. Dieci anni fa lo stato ebraico ottenne, suscitando numerose proteste internazionali, di alzare i propri velivoli militari sopra la tomba invisibile di milioni di ebrei. Il poster mostra due caccia F-15, pilotati da nipoti e figli di sopravvissuti alla Shoah, che sorvolano i resti delle camere a gas nel campo di sterminio nazista. “Siamo arrivati troppo tardi per coloro che sono morti qui”, disse Ehud Barak, attuale ministro della Difesa israeliano.

   A guidare l’esercitazione c’era Amir Eshel, che oggi è il candidato principale per il comando dell’aviazione israeliana e quindi di un eventuale attacco militare alle installazioni nucleari in Iran. “L’Iran è il nuovo Amalek che apparirà nella storia per provare, ancora una volta, a distruggere gli ebrei”, disse Benjamin Netanyahu, oggi primo ministro d’Israele, di fronte ai resti delle camere a gas di Birkenau. “Ricorderemo sempre che cosa ci ha fatto l’Amalek nazista. Non dobbiamo dimenticare d’essere pronti ad affrontare i nuovi amaleciti.  E’ come il 1938, e la nuova Germania è l’Iran, che sta preparando un nuovo Olocausto dello stato ebraico”.

   In un recente articolo sul New York Times, Ronen Bergman, uno dei più noti giornalisti investigativi israeliani, ha scritto: “Dopo aver parlato con numerosi leader e militari israeliani sono arrivato alla conclusione che Israele attaccherà l’Iran nel 2012”. Sei mesi, al massimo un anno, è il tempo prima dell’“ora X”, prima cioè che Teheran sviluppi le capacità tecniche per assemblare un ordigno nucleare. A meno che non accetti di fermarsi o il suo programma non venga distrutto da un attacco militare.

   E’ il countdown, il conto alla rovescia sull’atomica degli ayatollah. Il capo di stato maggiore d’Israele, Benny Gantz, ha appena definito il 2012 “l’anno dell’Iran”. Lo scorso giovedì il capo dell’intelligence militare israeliana, Aviv Kochavi, ha detto che l’Iran “ha già materiale fissile sufficiente per costruire quattro bombe atomiche”. Il giorno stesso Moshe Ya’alon, vice primo ministro ed ex capo di stato maggiore, annunciava che “Israele può distruggere tutte le strutture nucleari iraniane”.

   La tensione sale ogni giorno di più. Secondo una previsione del segretario alla Difesa americano Leon Panetta raccolta da David Ignatius, famoso giornalista del Washington Post, gli Stati Uniti temono che Israele possa attaccare i siti nucleari iraniani in “aprile, maggio o giugno”. L’aviazione di Gerusalemme penserebbe di colpire i bersagli iraniani per “4 o 5 giorni”.

   “L’orologio tecnologico prevede che l’Iran sviluppi la bomba atomica entro massimo un anno”, spiega al Foglio il più noto giornalista militare israeliano, Ron Ben Yishai, corrispondente di Yedioth Ahronoth immortalato nel film “Valzer con Bashir”, in quanto fu il primo giornalista al mondo a entrare nel campo di Sabra e Shatila.

   “L’orologio delle sanzioni scatterà invece non prima di luglio e per Israele quella data è considerata troppo tardi per fermare i piani iraniani. Israele teme che non resti tempo per fermare l’atomica iraniana e non può permettersi che Teheran sviluppi una sorta di ‘immunità’ sul nucleare, portando il programma ancora più sotto terra, dopodiché sarebbe impossibile fermare Teheran. L’attuale ‘red line’ dell’America è se l’Iran supera il trenta per cento di produzione di uranio arricchito, per Israele questa linea rossa è inaccettabile, perché da lì in poi entro tre mesi Teheran potrebbe assemblare la bomba. Israele quindi potrebbe decidere di attaccare, con o senza gli americani, avendo senza ombra di dubbio le capacità di paralizzare o distruggere il programma nucleare iraniano”.

   Scrive Ronen Bergman che Benjamin Netanyahu “è l’uomo che ha fatto dell’Iran la questione numero uno in Israele”. Vent’anni fa, quando ancora non si parlava di Qom, Bushehr, Fordow e Isfahan, ovvero la fitta rete di fabbriche nucleari che il regime iraniano ha costruito nei sotterranei dell’antica Persia, Netanyahu pubblicò un libro dal titolo “Fighting Terrorism”, in cui scriveva: “Non c’è più tempo, il mondo è di fronte a un abisso e una volta che l’Iran avrà acquisito armi atomiche nulla può escludere che possa spingersi verso l’irrazionalità”.

Benjamin Netanyahu

   All’epoca Netanyahu era semplicemente il “Dottor No” della destra e i baroni del Likud gli davano dell’“amerikano”, per il suo inglese impeccabile, per gli studi al Massachusetts Institute of Technology e perché durante la guerra del Golfo era il “darling della Cnn”. Negli studi dell’emittente americana a Gerusalemme, Netanyahu andava in tv indossando una maschera antigas, a testimoniare l’angoscia d’Israele mentre Saddam Hussein lanciava missili scud su Tel Aviv.

   “A Netanyahu spetta la decisione di attaccare l’Iran, la storia d’Israele poggia sulle spalle dei primi ministri e sono loro a decidere per il bene del popolo ebraico”, dice al Foglio Yoel Guzansky, uno dei massimi esperti d’Iran e direttore della sezione iraniana dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, il maggiore pensatoio per la sicurezza nazionale in Israele. “Per Israele oggi conta soltanto la sopravvivenza del popolo ebraico, non il rapporto con gli Stati Uniti”.

   Vent’anni dopo la pubblicazione di quel libro, Netanyahu ha lanciato la più vasta distribuzione di maschere antigas dai tempi della guerra del Golfo. Nei giorni scorsi il maggiore Eshel ha detto che ancora metà della popolazione è senza la nuova maschera antigas. Israele sta correndo ai ripari, timoroso della “biologia nera” nelle mani di Iran, Siria e Hezbollah. La distribuzione della nuova maschera, che porta il nomignolo di “Candy”, fa parte di un piano di autodifesa del “fronte interno” in caso di strike all’Iran. In ogni casa israeliana si conservano ancora le vecchie maschere dentro brutte scatole color caki, nella stanza meno usata, per esorcizzare il pericolo.

   Tutti ricordano le immagini dei genitori che all’interno di una stanza sigillata leggevano una fiaba al figlio che aveva in testa una specie di casco da astronauta in grado di proteggerlo dai veleni. L’uso preventivo della forza da parte d’Israele sarebbe giustificato. “Ogni persona e ogni stato ha il diritto di difendersi se sotto minaccia esistenziale, non devi aspettare il punto in cui il tuo nemico ti possa attaccare per distruggerti”, dice al Foglio Avi Sagi, filosofo morale e coautore dello “Spirit of the IDF”, il più recente codice di condotta etica dell’esercito ebraico.

   “Se Israele è certo che possa finire sotto attacco atomico, allora ha il diritto a un attacco preventivo. C’è una piccola linea rossa invisibile in cui si intreccia la questione tecnica dell’atomica ma anche la volontà della leadership di Teheran. Cosa c’è nella mente degli iraniani? Gli iraniani sono abbastanza razionali da avere la bomba senza usarla, come avvenne durante la crisi dei missili a Cuba? L’attacco preventivo venne usato già durante la Seconda intifada, quando Israele eliminò alcuni capi terroristi in esecuzioni extragiudiziali. E’ una moralità che fa parte dell’ethos ebraico. Israele è prigioniero da sempre di una guerra asimmetrica, in cui soldati combattono terroristi in abiti civili. Israele ha sospeso operazioni militari per il timore di vittime civili fra i palestinesi e gli iraniani devono sapere che in caso di strike Israele farà tutto il possibile per evitare vittime civili e che l’obiettivo sono le sue infrastrutture nucleari. Ma l’esercito d’Israele è nato per difendere gli ebrei”.

   Il countdown inizia dalla mente del primo ministro. “Per Menachem Begin (primo ministro all’epoca dell’attacco alla centrale nucleare di Osirak) era una questione fra lui e Dio”, dice Ariel Levite, ex consigliere per la sicurezza nazionale. “Anche Netanyahu pensa di essere parte di una missione storica”. La posizione di Netanyahu su Teheran, dicono fonti vicine al primo ministro, è plasmata “da Amalek e dall’Olocausto”. E’ il tema della festa di Purim, quando gli ebrei celebrano la sconfitta di Aman che ai tempi del re Assuero di Persia voleva annientare tutti gli ebrei.

   Dopo Amalek, il terribile guerriero del deserto, vennero i Romani con la distruzione di Gerusalemme e l’imperatore Tito che entrò nel canone ebraico come successore di Aman; poi è stata la volta di Hitler, dell’Olp di Yasser Arafat e infine dell’Iran nuclearizzato, che secondo Netanyahu primeggia come metafisico persecutore fra gli odiatori assoluti di ebrei. Ahmadinejad come Aman, protagonista della Meghilà di Ester, il libro di Ester.

   I giornalisti più maligni, non senza ragione, dicono che questa ideologia di Netanyahu proviene da suo padre, un intellettuale di fama mondiale. “L’Olocausto non è mai finito, l’Iran promette che il movimento sionista è arrivato alla fine e che non ci saranno più sionisti al mondo”, ha appena detto il venerando Ben Zion Netanyahu di fronte a una platea di amici e parenti riuniti per festeggiare i suoi cent’anni. “Il popolo ebraico deve riporre la fede nel proprio potere militare. La nazione d’Israele mostra al mondo cosa deve fare uno stato di fronte a una minaccia mortale: guardare negli occhi il pericolo e decidere cosa fare. E farlo quando ancora c’è la possibilità di farlo”.

   L’anziano medievista, nato a Varsavia e da molti considerato il più grande studioso mondiale d’Inquisizione spagnola, dal suo quartiere di Katamon, in una zona di Gerusalemme dove la famiglia Netanyahu risiede da più di mezzo secolo, seguita a scrivere libri sulle persecuzioni.

   Secondo Amir Oren di Haaretz, Netanyahu vede se stesso come l’ultimo paladino della saga revisionista. “Il primo ministro è convinto di essere nato per anticipare gli eventi. Ze’ev Jabotinsky, di cui Ben Zion Netanyahu fu il segretario per tutta la vita, previde l’Olocausto. Netanyahu vede l’Olocausto dell’Iran e continuerà questa dinastia profetica”.

   Un anno fa Netanyahu ha reso nota una lettera del padre scritta proprio durante la Pasqua ebraica del 1941, quando gli ebrei venivano spediti a morte nelle camere a gas e all’epoca il professor Netanyahu era direttore della Zionist Organization of America e perorava la causa degli ebrei europei: “Attraverso oceani di sangue, il nostro sangue, attraverso oceani di lacrime, le nostre lacrime, soltanto una nazione del nostro calibro poteva sopravvivere attraverso epoche di sofferenza impareggiabili. Ma siamo vivi e lottiamo per la libertà”.

   Ci dice un ex consulente del premier che il padre ha instillato nel figlio “questa viscerale identificazione con il miracolo della sopravvivenza ebraica”. Una delle più note firme di Haaretz, Ari Shavit, dice che “Benjamin Netanyahu crede di essere uscito dal grembo di sua madre per salvare il popolo ebraico e la civiltà occidentale dal pericolo che sorge da Natanz (la centrale nucleare iraniana). Vuole essere la persona che sconfiggerà il nazismo del XXI secolo”.

   Ne parliamo con Yossi Klein Halevi, scrittore e intellettuale di punta del mondo ebraico americano. “Ci sono similarità e differenze fra Menachem Begin, che attaccò il reattore nucleare in Iraq, e Benjamin Netanyahu, l’uomo dell’Iran. Begin fu l’unico leader israeliano nell’Europa dell’est imprigionato dai comunisti e la cui famiglia venne uccisa dai nazisti. La Shoah era parte essenziale della vita di Begin. Netanyahu è nato in Israele, ha servito con Ehud Barak nelle unità d’élite dell’esercito, è un simbolo del potere ebraico e della capacità del popolo ebraico di difendersi. Ma sull’Iran Netanyahu è tornato a Begin e alle origini della destra. Quando parla degli anni Trenta, Netanyahu intende la mentalità occidentale di appeasement riguardo all’Iran”.

   Secondo Halevi, l’Olocausto è decisivo per capire cosa farà Israele nel caso in cui l’America si rifiuti di entrare in guerra contro gli iraniani. “Anche il socialista Barak, sostenitore dello strike, è stato influenzato dalla dottrina Osirak di Begin e pensa che Israele deve sparare il colpo preventivo prima che ci sia un altro Olocausto. Netanyahu sa che Ahmadinejad è un nemico molto più mortale per Israele di quanto non lo fosse Saddam Hussein. La dottrina Begin si basa proprio sulla capacità degli ebrei di fare da soli anche senza l’America. Quando Israele attaccò Osirak, l’Amministrazione di Ronald Reagan non venne avvertita da Israele. E sfido a paragonare Barack Obama a Reagan sulla difesa d’Israele per capire come potrebbe agire oggi Netanyahu. Oggi l’America è preoccupata più dallo Stretto di Hormuz che dall’atomica iraniana”.

   Halevi dice anche che esiste un momento preciso che ha cambiato per sempre il “dossier Iran” in Israele, specie nella classe dirigente vicina a Netanyahu: “Fu quando nel 2005 Ahmadinejad organizzò ufficialmente la conferenza sul negazionismo della Shoah. L’Iran è l’unico stato mondiale devoto a dimostrare la falsità dell’Olocausto. Da allora Israele non ha più guardato a Teheran allo stesso modo. Anche se lasciamo da parte gli scenari apocalittici, nessuno può essere certo che l’Iran non possa lanciare una testata atomica su Tel Aviv. Allora la storia ebraica sarebbe finita. Netanyahu inoltre sa che l’Iran darà il via libera a una difesa nucleare nella regione per Hezbollah e Hamas. Sarebbe la fine della deterrenza d’Israele. Inoltre, i rivoluzionari di Teheran potrebbero passare una ‘bomba sporca’ ai terroristi e usarla contro lo stato ebraico. Infine, ci sarebbe una corsa alla bomba atomica nella regione. Se Israele sa che il punto di non ritorno è vicino, lancerà un attacco contro l’Iran, con o senza americani. In gioco c’è soltanto la sopravvivenza del popolo ebraico”.

   L’albero genealogico di Netanyahu reca anche un fratello eroe, caduto a Entebbe, nel famoso salvataggio degli ostaggi ebrei. E il ricordo di quel fratello eroe gioca un ruolo decisivo nella mente del primo ministro. Ogni anno, quando tutto il paese è concentrato nel ricordo dei suoi caduti e Yom Hazikaron, il Giorno del Ricordo, si stende su Israele tanto da bruciare, da rodere, da ferire, il primo ministro si reca sulla tomba del fratello ucciso. Il 4 luglio di trentaquattro anni fa un commando di teste di cuoio israeliane fu protagonista di un clamoroso blitz a migliaia di chilometri di distanza da casa. In Uganda gli israeliani volarono per liberare un centinaio di passeggeri ebrei di un jet della Air France dirottato da terroristi palestinesi. Il reparto è guidato da Yoni, fratello del premier e unica vittima del blitz.

   “Yoni si è battuto ed è morto per il popolo ebraico, ma la sua battaglia aveva orizzonti più ampi, Yoni vedeva questa guerra come una battaglia fra la civiltà e la barbarie”, si legge nel libro del 1997 scritto dal primo ministro. “E’ una battaglia che dall’inizio della Storia ha contrapposto le forze delle tenebre a quelle dei lumi”. La stessa dicotomia è applicata alle fornaci nucleari iraniane.

   Nel suo capolavoro, “Le Origini dell’Inquisizione”, pubblicato negli Stati Uniti da Random House, il padre di Netanyahu sostiene che l’Inquisizione fu il prototipo della persecuzione antiebraica del Novecento e che non era nata per estirpare il giudaismo come religione, ma gli ebrei come popolazione. La morale del professor Netanyahu è che “la persecuzione è eterna, cosmica”. E’ il grande messaggio che ha trasmesso ai figli: uno è morto combattendo i terroristi, l’altro vuole difendere Israele dalle centrali atomiche iraniane.

   Secondo l’esperto di Iran Yoel Guzansky, la formazione ideologica di Netanyahu potrebbe spingerlo ad agire anche senza il consenso degli americani. “Netanyahu sa che le possibilità di uno scontro fra America e Iran sono molto basse al momento sulla questione nucleare, perché Washington è preoccupata più dallo Stretto di Hormuz che dal nucleare. Netanyahu potrebbe decidere di lanciare una campagna militare anche senza il consenso americano. Tutto dipende dai dati che Israele avrà in mano, non certo dal dispiacere che potrebbe provocare negli Stati Uniti. Se Israele pensa che è rimasto solo in questa operazione, agirà da solo. Netanyahu attaccherà se l’intelligence gli fornirà certezze sul danno permanente che Israele può causare al programma iraniano. Abbiamo una opzione militare contro l’Iran e possiamo distruggere ancora le centrali iraniane”.

   Per capire questa mentalità israeliana si deve sfogliare un altro libro di Netanyahu scritto nel 1993, “A Place Among the Nations: Israel and the World”, in cui il futuro primo ministro, pensando all’Iran, parla del “tradimento del sionismo da parte dell’occidente”. In un capitolo dal titolo emblematico, “Betrayal”, il tradimento, Netanyahu scrive che la Gran Bretagna, “gli arabisti del Foreign Office”, “abbandonarono gli ebrei sull’orlo dell’annientamento”. Un altro capitolo è dedicato a Ze’ev Jabotinsky, il padrino della destra israeliana che vide la debolezza del liberalismo weimariano e il suo irenismo cosmopolita. Il passo preferito dal primo ministro è quello in cui Jabotinsky cita Thomas Hobbes: “Saggio è stato il filosofo che ha detto ‘homo homini lupus’. Il tenere sempre il bastone in mano è l’unico mezzo per sopravvivere in questa guerra di lupi”.

   In questa possibile guerra con l’Iran, i bastoni d’Israele sono i missili Jericho, i caccia F-16, lo scudo “fionda di David”, il radar “Pino Verde”, i sottomarini Dolphin, Leviathan e Tekuma. Dentro quest’ultima parola, che in ebraico significa “rinascita”, c’è tutta l’eco di una guerra che se verrà avrà gli occhi di Benjamin Netanyahu e Mahmoud Ahmadinejad. (Giulio Meotti)

(presentazione de “il Foglio” dell’autore del reportage: Giulio Meotti è giornalista del Foglio dal 2004. E’ autore di “Non smetteremo di danzare” (Lindau), inchiesta sulle vittime israeliane del terrorismo. Il libro è stato tradotto negli Stati Uniti ed è in corso di pubblicazione in Norvegia. Jewish Ideas Daily lo ha inserito fra “i migliori libri ebraici del 2010”; per il presidente del Parlamento israeliano, Reuven Rivlin, “è un lavoro impressionante che riempie i vuoti nell’opinione pubblica internazionale su Israele”. Meotti ha scritto anche per il Wall Street Journal, Commentary, National Review, Jerusalem Post, Fox News, Jüditsche Allgemeine e per Yedioth Ahronoth, primo quotidiano israeliano)

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E SPUNTA L’INCUBO DI UNA NUOVA PEARL HARBOR

di VITTORIO DAN SEGRE, da “il Giornale” del 4/2/2012

   Reza Kahlili è lo pseudonimo di un agente della Cia che era riuscito ad infil­trarsi nelle Guardie rivoluzionarie irania­ne. Il Washington Times Magazine ha pub­blicato il 27 gennaio un suo lungo articolo in cui racconta come Teheran non solo si sforzi di creare un ordigno nucleare ma che possiede almeno un paio di ordigni (oltre a 1000 missili in parte puntati sulle basi americane nel Medio Oriente e Euro­pa) che avrebbe ottenuto grazie alla me­diazione di Abdul Kader Khan, il padre della bomba pakistana.
Questo darebbe credito alla minaccia formulata l’anno scorso dal giornale Kayhan secondo la quale l’Iran, se attacca­to, potrebbe colpire infrastrutture – dice Kahlili- di 310 milioni di americani. Cata­strofica o no una previsione del genere, è per lo meno inusuale che il quotidiano sta­tunitense pubblichi in prima pagina da Tel Aviv un dettagliato rapporto sulle di­scussioni in corso al più alto livello politi­co israeliano sulla necessità «esistenzia­le » di lanciare un attacco contro le struttu­re atomiche iraniane, con o senza l’accor­do di Washington.

   L’essenza di questo rapporto (che dalla prima pagina si esten­de ad una intera pagina interna) è che la decisione risiede oggi nelle mani di tre per­sone: il premier Netanyahu e il ministro della difesa Barak, entrambi convinti che occorre agire visto la lentezza dell’applica­zione delle sanzioni da parte dell’Ameri­ca e dell’Europa e il Capo di stato maggio­re generale Gantz, ex addetto militare a Washington, che a un attacco del genere ancora si oppone.

   È su questo generale (se­condo l’articolo firmato da Ronen Berg­man, giornalista israeliano specializzato nelle questioni militari) che sono dirette le pressioni americane per prevenire l’azione israeliana. Significativa la scritta lasciata la settimana scorsa dal Capo di sta­to maggiore americano generale Demp­sey, nel libro dei visitatori d’onore del mo­numento all’Olocausto – Yad va Shem– di Gerusalemme.

   Sottintendendo «non at­taccate », il generale afferma: «Ci occupe­remo noi a che voi non siate minacciati da un secondo Olocausto». Il punto è che Ne­tanyahu e Barak non ci credono. Respin­gono l­’idea ventilata a Washington e in Eu­ropa di un possibile coesistenza di un Iran armato di bomba con Israele anche lui do­tato di armi nucleari. Teheran mettereb­be infatti in moto una corsa all’armamen­to nucleare in Arabia Saudita e in Egitto che distruggerebbe le potenzialità di dife­sa preventiva di Israele.
Obama sta inviando messaggi sempre più pesanti e specifici a Netanyahu per metterlo in guardia contro l’eventuale de­c­isione di attaccare l’Iran nella convinzio­ne che le sanzioni economiche adottate dall’America e dall’Europa rallenteranno il processo di nuclearizzazione militare di Teheran (l’accettazione iraniana di una vi­s­ita di ispettori dell’Agenzia internaziona­le atomica nei suoi siti nucleari parrebbe confermare questa tesi).

   Ma in Israele non solo si dubita dell’effetto delle sanzio­ni ma si­ pensa che potrebbero avere un ef­fetto contrario. Anche se le condizioni so­no differenti lo strangolamento dell’eco­nomia iraniana potrebbe portare a una nuova «Pearl Harbor». L’attacco giappo­nese contro la base navale americana nel 1941 fu infatti dettato dalla combinazione del nazionalismo nipponico col bisogno di Tokyo di rompere l’accerchiamento economico.

   Se è vero, come alcuni credo­no, che il regime di Teheran sia vicino alla creazione della bomba (o forse ne ha già un paio a disposizione) l’azione militare diventerebbe un interesse comune di Ge­rusalemme e Washington. Il problema at­tuale per l’America sembra però sapere cosa passa nella testa di Netanyahu per il quale il pericolo rappresentato dall’Iran è superiore solo a quello di una rielezione di Obama alla presidenza. (Vittorio Dan Segre)

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MINACCIA ATOMICA

L’ATTACCO DI ISRAELE ALL’IRAN? PROBABILE

di Franco Venturini, da “Il Corriere della Sera” del 4/2/2012

– i motivi per prendere sul serio quel dito premuto sul grilletto – più si avvicina il voto in America, più si allarga la finestra di opportunità per l’attacco –

   Annunciato tante volte senza seguiti concreti, in queste ore il conto alla rovescia per un attacco di Israele alle installazioni nucleari iraniane potrebbe essere davvero partito. A farlo credere non sono tanto le previsioni tra l`inquieto e il minaccioso (guerra in primavera) attribuite al Segretario alla Difesa americano Leon Panetta. Piuttosto, esistono cinque elementi oggettivi che sfuggono alle tattiche diplomatiche e che rendono particolarmente nervoso quel dito israeliano già da tempo poggiato sul grilletto.

Primo. L`intelligence occidentale concorda nel ritenere che l`Iran abbia compiuto ulteriori rilevanti progressi nelle tecniche di arricchimento dell`uranio, e la collaborazione con gli ispettori dell`Agenzia atomica resta insoddisfacente.

   Per alcuni Teheran avrà bisogno di un altro anno prima di poter produrre la bomba, altri esperti citano tempi più lunghi, ma il timore immediato di Israele è che il materiale «sensibile» degli iraniani venga spostato al riparo di bunker inviolabili dagli attacchi aerei. E questo potrebbe accadere prima dell`autunno.

Secondo. Al di là delle dichiarazioni ufficiali quasi nessuno crede all`efficacia delle sanzioni varate da Europa e Usa. Perché quelle europee sono parziali e scattano a luglio, perché la Cina avida di petrolio segretamente colmerà il vuoto, perché il potere iraniano è diviso e nessuna delle due parti in lotta può mostrarsi arrendevole senza esporsi agli attacchi dell`altra. Diverso sarebbe negoziare per guadagnare tempo, ma Israele non starebbe al gioco.

Terzo. Minacciando di bloccare Io stretto di Hormuz gli ultrà iraniani` hanno offerto su un vassoio d`argento a chi fosse interessato la possibilità di un «incidente» capace di dar fuoco alle polveri.

Teheran conferma di non saper misurare le sue provocazioni: se Ahmadinejad non avesse tante volte minacciato la distruzione di Israele oggi sarebbe molto più difficile scomunicare un arricchimento che è permesso, a certe condizioni, dal Trattato anti proliferazione.

Quarto. Gli Usa sono contrari a un attacco unilaterale israeliano che avrebbe ricadute imprevedibili.

Ma Obama è in campagna elettorale, e lo sarà ancora di più in estate (il periodo che molte cancellerie considerano maggiormente a rischio). Nessun candidato presidenziale americano potrebbe starsene con le mani in mano se Israele decidesse l`offensiva, e subisse qualche risposta iraniana. Esiste, insomma, una «finestra» nella quale la contrarietà Usa può essere neutralizzata. Di questo sono preoccupati molti governi, anche il nostro: Mario Monti ne parlerà con Obama nella sua imminente visita a Washington.

Quinto. Chi ancora spera nella trattativa ha in mente per l`Iran il «modello giapponese»: raggiungimento della capacità nucleare ma rinuncia garantita e verificata alla fabbricazione di armamenti atomici.

Si tratterebbe di prendere Teheran in parola. Ma la dottrina mai enunciata che sta alla base della sicurezza di Israele è il monopolio nucleare nella regione, come si è visto con le incursioni in Iraq e in Siria. E allora il «modello giapponese» potrebbe non bastare.

Sull`altro piatto della bilancia fa sentire il suo peso (anche in Israele, dove un dibattito sul che fare è ancora aperto) il lungo e tante volte ripetuto elenco delle controindicazioni, dei pericoli strategici e geopolitici che un attacco all`Iran comporterebbe.

Dal ricompattamento delle fazioni interne iraniane al solo rinvio degli obbiettivi nucleari di Teheran, dalla rivolta degli sciiti dell`Arabia Saudita alle proteste antioccidentali anche dei sunniti delle primavere islamizzate, dalle possibili rappresaglie terroristiche nel mondo alla destabilizzazione ulteriore dell`Iraq e dell`Afghanistan.

Ma esiste anche un altro aspetto da tenere in conto, un aspetto diciamo così congiunturale: la crisi economica e finanziaria. Oggi Usa ed Europa sono entrambe in bilico.

Negli Usa si affaccia qualche timido segnale di ripresa, tutto da verificare. Nell`eurozona il boccone delfiscal compact è stato mandato giù e ora si spera che a marzo la Germania conceda qualche contropartita.

Ma nessuno se la sente di gridare allo scampato pericolo.

Cosa produrrebbe, in una cornice tanto fragile, un attacco all`Iran? Di sicuro un forte aumento delle quotazioni del petrolio, con annessi effetti inflazionistici. E se anche il fenomeno dovesse essere contenuto, se bastassero le riserve e gli aumenti di produzione delle monarchie anti iraniane del Golfo Persico a calmierare i mercati energetici, il clima di insicurezza e di imprevedibilità generalizzata nella Santabarbara del Medio Oriente non mancherebbe di riaprire tutte le ferite che ora faticosamente Europa e Usa stanno cercando di sanare non sempre in perfetto coordinamento.

Non c`è che da sperare che il gran rumore di sciabole di questi giorni faccia effetto in Iran e lo induca a negoziare davvero. Anche se finora ciò non è mai accaduto. (Franco Venturini)

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L’IRAN MINACCIA DI CHIUDERE LO STRETTO DI HORMUZ

di FARIAN SABAHI, da http://blog.panorama.it/ del 28/12/2011)

   Di fronte all’Occidente che minaccia di non importare più petrolio iraniano, Teheran ventila l’ipotesi di chiudere lo stretto di Hormuz, bloccando il traffico marittimo del 40% del greggio a livello mondiale. Lo stretto di Hormuz è un passaggio, di 34 miglia nel punto minimo, che collega il Golfo persico al mare di Oman. E’ il solo passaggio, via mare, per l’esportazione di petrolio dai Paesi che si affacciano sul Golfo persico, ovvero per Arabia Saudita, Kuwait, Iraq, Qatar, Emirati Arabi e Bahrein. La risposta non si è fatta attendere, per “bocca” della V Flotta statunitense che ha così replicato: “Non siamo disposti a tollerare alcun impedimento alla navigazione nello stretto”.

   Sospendere il passaggio delle petroliere sarebbe una dichiarazione di guerra. E non sarebbe facile, perché gli iraniani dovrebbero fare i conti con la Marina militare americana e francese e con l’aviazione degli Emirati, più forte di quella iraniana che è sotto sanzione da più di trent’anni.

   La chiusura dello stretto di Hormuz rischia poi di essere un’arma a doppio taglio perché il budget dell’Iran dipende all’80% dal petrolio e senza gli introiti dell’oro nero la sua economia è destinata al collasso.   Infine, l’Iran potrebbe anche chiudere le acque territoriali dello stretto di Hormuz, ma solo la parte settentrionale, perché la parte meridionale è di pertinenza dell’Oman. (FARIAN SABAHI)

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TEHERAN: IL SERMONE DEL VENERDÌ DEL LEADER SUPREMO KHAMENEI

di FARIAN SABAHI, da http://blog.panorama.it/ del 3/2/2012

Stamattina i giornali titolavano “Israele attaccherà l’Iran in primavera“. E poche ore dopo, nel sermone del venerdì, mentre ricorrono i 33 anni della Rivoluzione, il leader supremo Ali Khamenei ribatte così: “L’Iran sosterrà ogni gruppo o Paese che confronti o combatta Israele, che è un vero tumore e deve essere rimosso”.

E ancora, per rincarare la dose, il leader della Repubblica islamica dichiara che “l’Iran non indietreggerà sul programma nucleare”. Le sanzioni? Sembrano non fare danni. Gli Stati Uniti? “Non hanno nessun’altra logica che la forza”, dichiara Khamenei. E, in effetti, è difficile portare avanti la diplomazia se, al tempo stesso, si continuano a proferire minacce contro Teheran.

Da parte loro, i vertici iraniani sono più cauti che mai, evidentemente consapevoli dei danni, irreparabili per il regime, che potrebbe causare una guerra. Sono cauti e non accettano provocazioni. Da mesi. Basti pensare alla repressione feroce nei confronti degli sciiti in Bahrein dove, osserva oggi Khamenei, “noi iraniani non siamo intervenuti, perché se l’avessimo fatto oggi la situazione sarebbe ben diversa”.

Il discorso del leader supremo Khamenei ha tenuto conto delle Primavere arabe. In merito all’Egitto ha dichiarato che il Cairo “deve bruciare il Trattato di Camp David con Israele” e riprendere “il suo ruolo di difensore dei diritti dei palestinesi”. E ha aggiunto che “l’esercito egiziano ora al potere non sarà influenzato dagli Stati Uniti e da Israele come il regime di Mubarak”.

Khamenei ha poi spezzato una lancia a favore del ruolo dell’Iran. Paese sciita, e quindi ai margini del mondo islamico. Ma, paradossalmente più impegnato di altri proprio nella causa palestinese: “Se avessimo abbandonato la causa palestinese, oggi non saremmo accusati di terrorismo”. Una frase, questa, che il leader iraniano ha pronunciato in arabo. Perché quello di oggi era un discorso rivolto a molteplici audience. (FARIAN SABAHI, da http://blog.panorama.it/ del 3/2/2012)

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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere

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L’EMBARGO SUL PETROLIO IRANIANO NON CONVIENE A NESSUNO

– di NIMA BAHELI, da “LIMES, rivista italiana di geopolitica” del 27/1/2012 (volume monografico su Israele e Iran in uscita l’8/2/2012) –

– Dopo gli Usa, anche l’Unione Europea ha deciso nuove sanzioni contro Teheran. Sostituire i 2,6 milioni di barili di greggio forniti giornalmente dall’Iran non è difficile: è praticamente impossibile. Per non parlare del progetto gasifero Shah Deniz II –

   L’Unione Europea ha approvato un’ulteriore stretta economica nei confronti dell’Iran. Bruxelles, che aveva un accordo di libero scambio con Teheran fino al 2005, ha imposto sanzioni sempre più restrittive dal 2007 nel tentativo di bloccare il programma nucleare della Repubblica islamica.

   La Danimarca, presidente di turno dell’Unione, ha messo a puntoun embargo petrolifero che verrà introdotto entro il primo luglio 2012, lasciando agli Stati membri quasi sei mesi di tempo per concludere i contratti esistenti. Alcuni paesi, tra cui Gran Bretagna, Francia e Germania, volevano un termine di tre mesi per l’entrata in vigore della misura, mentre altre nazioni finanziariamente più deboli quali la Grecia, l’Italia e la Spagna avevano chiesto fino a un anno. L’embargo europeo segue a stretto giro di posta le severe sanzioni introdotte dal presidente statunitense Barack Obama il 31 dicembre.

Il primo numero di LIMES del 2012, in edicola e in libreria dall’8 febbraio, si intitola “PROTOCOLLO IRAN” ed è dedicato al confronto tra Teheran e Israele (e gli Usa). Il volume si occupa anche della rivolta in Siria e nel resto del Medio Oriente, analizzando la cosiddetta “primavera araba” a un anno dal suo inizio

   L’embargo riguarderà le importazioni di petrolio greggio, prodotti petroliferi e prodotti petrolchimici. Esso coprirà altresì l’esportazione di attrezzature e tecnologie indispensabili per il settore petrolifero iraniano. L’intesa prevede anche il divieto di vendita di oro, diamanti e altri metalli preziosi.

   Il patrimonio della Banca centrale Iraniana all’interno dell’Ue sarà congelato con esenzioni limitate al fine di consentire l’esecuzione dei contratti petroliferi in fieri. Tali esenzioni sono state richieste dalla Germania, che detiene 2,6 miliardi di euro di prestiti che dovranno esserle rimborsati. È previsto un riesame, da effettuarsi entro il 1 maggio, per valutare l’impatto economico delle sanzioni su nazioni quali la Grecia, l’Italia e la Spagna, dipendenti in larga misura dall’oro nero iraniano.

   L’Unione europea insiste nel ribadire che la sua azione è inserita nella cornice di un “doppio binario” finalizzato alla riapertura delle trattative con gli iraniani. Il responsabile della politica estera europea Catherine Ashton aveva sottolineato come le potenze mondiali avessero mostrato “disponibilità a impegnarsi” con l’Iran, senza ricevere alcuna risposta alla loro offerta del 21 ottobre. Anche l’Iran nei giorni scorsi aveva segnalato la propria disponibilità a riprendere i colloqui sospesi un anno fa in Turchia con Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Germania e Gran Bretagna.

   Il ministro degli Esteri russo ha ritenuto la decisione europea “profondamente errata”. Sergei Lavrov ha dichiarato: “è ovvio che ciò che sta accadendo è una pressione palese e un diktat, un tentativo di punire l’Iran per il suo comportamento. Questa è una linea profondamente errata, come abbiamo detto ai nostri partner europei più di una volta. Sotto tale pressione l’Iran non si dimostrerà disponibile a concessioni o ad eventuali modifiche nella sua politica.”

   Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Ramin Mehman-Parast ha definito la mossa europea nulla più che un’azione da “guerra psicologica”, sottolineando che questa mossa “illogica e errata non bloccherà la nostra nazione dall’ottenimento dei nostri diritti. Le nazioni europee e quelle che sono sotto pressione statunitense devono pensare ai propri interessi. Qualsiasi nazione che si privi del mercato energetico iraniano vedrà presto come il suo posto sarà preso da altri”.

   Teheran è consapevole delle differenze presenti in seno all’Unione.

   L’Europa è un importante partner economico iraniano, avendo importato nel 2010 beni per un valore di 14,5 miliardi di euro ed avendone esportati per un valore di 11,3 miliardi. Con 600 mila barili quotidiani l’Europa è il secondo mercato per il petrolio iraniano subito dopo la Cina. Il greggio persiano rappresenta il 34,2% delle importazioni energetiche della Grecia, il 14,9% della Spagna e il 12,4% dell’Italia – paesi che sono anche i più esposti alla crisi del debito europeo.

   Atene ha concluso degli accordi con Teheran che le permettono un termine di pagamento di 60 giorni anche senza garanzie finanziarie. Pur avendo accettato le nuove sanzioni, sarà difficile per la nazione ellenica ottenere tali condizioni da altri fornitori.

   Per quel che riguarda l’Italia, il premier Mario Monti aveva chiesto di escludere dal divieto il rimborso dei circa due miliardi di dollari che la National iranian oil company (Nioc) deve all’Eni quale tranche del compenso per gli investimenti effettuati illo tempore dalla compagnia petrolifera italiana in base a contratti “buy back”.

   In alternativa vi era la proposta italiana di consentire alle aziende iraniane di continuare a ripagare i debiti con greggio invece di denaro contante. Questa ipotesi, assieme alle dichiarazioni rilasciate da differenti operatori del mercato energetico – secondo le quali le aziende italiane, spagnole e greche hanno esteso la maggior parte dei propri accordi petroliferi per tutto l’anno corrente – fanno intuire che, presumibilmente, la maggior parte delle forniture iraniane all’Unione Europea sarà esente da sanzioni almeno per l’intero 2012.

   Non pensiate che sia solo il famigerato “Club Med” ad aver richiesto deroghe! Oltre a Berlino, che ha fatto pesare la sua voce per vedere “garantiti” i suoi interessi, bisogna registrare un fatto a dir poco surreale. Londra, che da novembre aveva tagliato tutti i legami con le banche iraniane, e che assieme a Parigi è stata l’ispiratrice di questo nuovo ciclo di dure sanzioni europee ha chiesto, a sua volta, esoneri … ma agli Stati Uniti!

   A dicembre funzionari britannici, dell’Ue e della British Petroleum (BP) si sono recati in pellegrinaggio a Washington per chiedere che le sanzioni statunitensi non comprendessero Shah Deniz II: si tratta di un progetto gasifero del valore di 22 miliardi di dollari al largo della costa del mar Caspio, di fronte alla Repubblica d’Azerbaigian, visto come punto d’approvvigionamento chiave per il gasdotto Nabucco. Tale pipeline è basilare per la sicurezza energetica europea, in quanto permette a Bruxelles di bypassare la Russia riducendo lo strapotere di Gazprom sul Vecchio Continente.

   La BP e la Statoil norvegese detengono la maggioranza del progetto con il 25,5% delle azioni ciascuna; tuttavia – bizzarrie del “pipelinestan” – la Naftiran Intertrade Co., filiale della Nioc con sede in Svizzera, detiene una quota del 10%. Motivo per cui, paradossalmente, se Teheran decidesse di bloccare il progetto o il programma stesso venisse bloccato dagli Stati Uniti, la sicurezza energetica europea verrebbe fortemente compromessa. Da ciò deriva una situazione kafkiana: il nemico storico di Teheran, Bp, chiede al proprio governo e all’Ue di recarsi a Washington a fare azione di lobbyng per “tutelare” indirettamente gli interessi iraniani.

   A complicare ulteriormente la situazione c’è il fattore “sostituzione”. Qualora il progetto euro-statunitense di bloccare la vendita del petrolio iraniano sul mercato mondiale avesse successo, bisognerebbe “sostituire” entro la fine dell’anno 2,6 milioni di barili giornalieri. L’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) prevede che la domanda mondiale di petrolio aumenterà nel 2012 di circa un milione di barili al giorno, portando quindi il deficit potenziale totale a 3,6 milioni di barili.

   L’Arabia Saudita e gli emirati arabi del Golfo Persico si erano detti favorevoli a “sostituire” i 2,6 milioni di barili iraniani; un duraturo aumento di produzione di 3,6 milioni di barili è però verosimilmente al di là delle capacità di queste nazioni, considerando che Riyad, che farebbe la parte del leone in questo progetto, già ora pompa 10 milioni di barili al giorno, quantitativo insolitamente alto.

   Tralasciando le considerazioni sulla qualità del petrolio saudita – più “acido” di quello iraniano, ovvero più ricco di zolfo e altre impurità che aumenterebbero i costi di raffinazione – bisognerà a questo punto escludere l’ipotesi di ulteriori shock dell’offerta sul mercato petrolifero mondiale, in quanto le nazioni arabe del Golfo Persico non avrebbero capacità addizionale di sostituzione.

   Tale ipotesi è peregrina, in quanto già si registrano problemi fra il Sudan e il Sud Sudan, con Juba che minaccia di non pompare più il proprio petrolio a causa del pedaggio troppo alto chiesto da Khartoum per l’uso dei propri oleodotti. Sempre in Africa, i due milioni di barili giornalieri nigeriani non sono particolarmente sicuri; cambiando continente, è inverosimile che l’Iraq sia disponibile a “pestare i piedi” al proprio potente vicino; Messico e Regno Unito, pur essendo potenzialmente disponibili, sono in una fase irreversibile di capacità produttiva declinante.

   Se aggiungiamo a tutto ciò il fatto che già a condizioni “normali” si prevedeva l’aumento dei prezzi petroliferi a 120 dollari entro il 2016 – a causa della domanda globale superiore all’offerta – sarà intuitivo capire come le prospettive di un boicottaggio completo e continuativo nel tempo del petrolio iraniano siano irrimediabilmente destinate a essere esili. (NIMA BAHELI)

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“L’ATTACCO ALL’IRAN GIA’ IN PRIMAVERA”

di Guido Olimpio, da “Il Corriere della Sera” del 4/2/2012

– Leon Panetta, segretario alla Difesa Usa: “È importante mantenere compatta la comunità internazionale nell`esercitare la pressione sull`Iran” – La fuga di notizie potrebbe anche servire a convincere la diplomazia internazionale a inasprire le sanzioni – Ammissione Usa: Israele si prepara; e Khamenei: «Sapremo rispondere» –

WASHINGTON – Guerra di parole. Guerra psicologica. Con il timore che alla fine le sciabole – i missili – verranno sfoderate davvero. Il nuovo round sull`Iran è stato innescato dalle confidenze del segretario alla Difesa americano Leon Panetta al Washington Post. «Israele ha scritto il bene informato David Ignatius – potrebbe colpire in aprile, maggio o giugno».

   Affermazione alla quale ha replicato, in modo indiretto, la Guida iraniana Ali Khamenei, sempre a suo agio quando l`atmosfera è calda. «Le sanzioni non avranno alcun impatto – ha affermato -. E alle minacce risponderemo con le nostre minacce. A tempo opportuno. Ogni attacco costerà agli Usa dieci volte tanto».

   Poi lo scontato no a fermare i piani nucleari e la promessa di aiuti a coloro che si battono contro il «cancro sionista», un riferimento a movimenti come l`Hezbollah libanese e la Jihad a Gaza. Khamenei, come prevedibile, ha retto il gioco in questo estenuante duello a distanza. Lui è un falco e sa ciò che vuole.

   Ma i suoi generali si saranno messi a discutere sulle notizie comparse sul quotidiano americano. Oltre alla data generica, Ignatius ha aggiunto altri elementi.

Primo. Gli Usa vorrebbero stare fuori dal confronto, ma potrebbero essere costretti a soccorrere l`alleato o a reagire ad eventuali attacchi nel Golfo.

Secondo. Israele è pronto a fare da solo e ritiene che 4 o 5 giorni sarebbero sufficienti per creare danni ai siti iraniani. Ma l`attacco dovrebbe avvenire entro l`estate perché altrimenti gli iraniani avranno il tempo di far sparire tutto in bunker troppo profondi per le pur potenti bombe.

Terzo. L`annullamento delle previste manovre congiunte Usa/Israele sarebbe dovuto proprio alla concomitanza di una possibile azione nei cieli dell`Iran.

Quarto. Il governo israeliano non ha ancora deciso cosa fare, anche perché molti esponenti dell`intelligence sono contrari.

   L`ipotesi di una «sorpresa» a primavera non è una novità. E nell`ultima settimana sono apparse diverse indicazioni in questo senso, compresa una lunga analisi sul New York Times a firma di un giornalista israeliano per il quale l`opzione militare è inevitabile. Il reporter spiega anche che le affermazioni forti da parte di Gerusalemme sono una mossa per dare l`immagine di un Israele «imprevedibile e pronto a tutto».  Ma forse non ve ne è bisogno.

   Washington lo sa bene e ha cercato di frenare – almeno a livello ufficiale – un blitz. Ieri alcuni osservatori sottolineavano che le parole di Panetta erano un altro passo per avvertire Teheran che «tutte le opzioni sono sul tavolo» e convincere la diplomazia internazionale che solo sanzioni dure (seguite da un eventuale negoziato) possono evitare il conflitto. Del resto è poco credibile che gli Usa forniscano a Teheran dritte sulle intenzioni di Israele. A meno che – interpreta qualche dietrologo – non siano anche un segnale all`alleato irrequieto. E rientrano sempre nella «campagna di ammonimento» i report americani sulle attività clandestine dell`Iran.

   L`ultimo – che rilancia una vecchia storia — accusa il regime di aver ridato piena libertà di movimento a un buon numero di capi qaedisti che avevano trovato rifugio nel Paese dopo l`11 settembre. Questi esponenti jihadisti potrebbero ripagare il favore dimenticando le divisioni sciiti-sunniti per colpire il nemico comune, gli Usa. Altri possono invece organizzare attentati contro i Paesi del Golfo – dall`Arabia Saudita agli Emirati – che fiancheggiano Washington nella campagna di contenimento. (Guido Olimpio)

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Un sito italiano di attenzione alle problematiche di Israele e del Medio Oriente che vi consigliamo è: “INFORMAZIONE CORRETTA – come i media italiani presentano Israele e il Medio Oriente”

http://www.informazionecorretta.it/

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L’INCUBO DI HORMUZ E LA GUERRIGLIA NAVALE DELL’IRAN

di Stefano Torelli, da LIMES – rivista italiana di geopolitica” del 5/1/2012 – http://temi.repubblica.it/limes/

   Dietro all’escalation tra Teheran e Stati Uniti c’è la questione nucleare e l’importanza, anche simbolica, dello stretto da cui passa un quinto del petrolio venduto nel mondo. In caso di guerra Washington è militarmente superiore, ma il regime avrebbe delle carte da giocarsi.

   Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 nel Golfo Persico vi è stata una vera e propria escalation di parole e atti dimostrativi che ha alzato la tensione tra le forze statunitensi e quelle della Repubblica Islamica. Come si è arrivati a questo punto e cosa potrebbe accadere, viste le forze in campo e la posizione geografica e politica degli attori coinvolti?

   Il rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha rivelato a novembre che il regime di Teheran sta procedendo senza sosta verso l’acquisizione della tecnologia necessaria a costruire un’arma nucleare. Per tutta risposta la comunità internazionale – soprattutto Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada – ha disegnato un nuovo pacchetto di sanzioni economiche. Verso fine dicembre gli Usa sono nuovamente tornati all’attacco, invitando i paesi europei a congelare qualsiasi attività che abbia a che fare con la Banca centrale dell’Iran e a porre un embargo sull’importazione di petrolio e gas, settore strategico per Teheran, sulla falsariga di quanto Bruxelles ha già fatto nei confronti della Siria lo scorso settembre.

   Sotto la minaccia di nuove sanzioni (l’Onu ne ha già imposti quattro round tra il 2006 e il 2010), il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Rahimi ha a sua volta minacciato di chiudere il passaggio dello Stretto di Hormuz: un ammonimento arrivato in concomitanza con le operazioni navali che la Marina iraniana sta conducendo nel Golfo Persico. Il 25 dicembre scorso, infatti, il capo della Marina regolare, l’ammiraglio Habibollah Sayyari, aveva annunciato l’inizio dell’esercitazione denominata “Velayat-90”, per una durata di 10 giorni, sulle coste del Golfo e in prossimità dello Stretto di Hormuz. Quello stretto da cui transita l’export petrolifero delle monarchie arabe e dell’Iran stesso, cioè circa un quinto di tutto il greggio venduto a livello mondiale.

   L’insieme di minacce e azioni da parte del regime(che durante l’esercitazione si è anche cimentato in una prova di forza con il test di due missili a medio e lungo raggio, potenzialmente capaci di colpire sia le infrastrutture dei paesi del Consiglio per la Cooperazione del Golfo sia lo Stato di Israele) ha portato gli Usa ad intervenire ufficialmente nella questione. Del resto, il generale iraniano Ataollah Salehi ha intimato a Washington di non tornare a varcare lo Stretto di Hormuz, come invece fatto dalla portaerei Uss Stennis a fine dicembre, probabilmente al fine di dimostrare che la navigabilità in questa porzione di mare rimane libera.

(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) La carta (di Laura Canali, ripresa da “LIMES – rivista italiana di geopolitica” n. 4/09) illustra un'ipotesi di attacco israeliana contro l'Iran. Sono indicate le possibili rotte degli attacchi aerei, la gittata dei missili Jericho III, e vengono rappresentati anche i principali obiettivi israeliani in territorio iraniano, come gli impianti per l'acqua e per la lavorazione dell'uranio

   Le parole della portavoce della Quinta Flotta statunitense di stanza in Bahrain, Amy Derrick Fost, sono state inequivocabili: “chiunque minacci di interrompere la libertà di navigazione in uno stretto internazionale si pone chiaramente fuori dalla comunità delle nazioni; qualsiasi interruzione non sarà tollerata”. Questa escalation farebbe pensare che uno scontro armato sia imminente. Ma cosa potrebbe davvero accadere e quali sono i reali rischi e le reali intenzioni per l’una e l’altra parte?

   Posto che la componente legata al caso e all’imprevedibilità è da tenere sempre in considerazione, alcune riflessioni possono essere fatte. Prima di tutto si consideri come l’aggressività della politica iraniana di questi giorni sia concomitante, come già detto, con le intenzioni di Stati Uniti e Unione Europea di inasprire ulteriormente le sanzioni economiche. La Francia, tramite il proprio ministro degli Esteri Juppe, è in prima linea nel proporre l’embargo comunitario sugli idrocarburi di Teheran. L’economia iraniana si regge in grandissima parte sui proventi delle esportazioni petrolifere (che rappresentano l’80% dell’export totale e forniscono il 60% delle entrate fiscali) e – nonostante la maggior parte di queste sia diretta verso l’Asia – quasi il 20% di tali esportazioni sono attualmente dirette in Europa, con l’Italia in testa; il regime sarebbe direttamente e immediatamente colpito da tali misure. Il che lo porterebbe a minacciare ritorsioni. Altri due fattori vanno però presi in considerazione: il ruolo regionale e il clima politico interno.

   La repressione della rivolta filo-sciita in Bahrain, l’incertezza delle dinamiche irachene e, soprattutto, l’isolamento pressoché totale in cui è ormai caduta la Siria (che costituisce la testa di ponte dell’influenza iraniana nel Levante), unite al parziale rafforzamento che ne deriva per l’Arabia Saudita, rendono Teheran meno pericolosa agli occhi dei propri avversari. Questa circostanza potrebbe essere alla base delle attuali prove di forza del regime, dirette quindi più contro gli stessi “nemici” arabi che contro il “Grande Satana” statunitense o Israele. Inoltre la leadership di Ahmadi-Nejad è messa in discussione a livello interno da più di due anni. Lo scontro con la Guida suprema Khamenei sembra essere insanabile e le prossime elezioni parlamentari, previste per marzo, potrebbero sancire una sconfitta semi-definitiva per il presidente. Ciò potrebbe costituire un altro motivo alla base delle azioni e dei proclami di questi giorni: riacquistare fiducia interna tramite la dimostrazione di forza all’esterno.

   Sul piano prettamente strategico, sono tante le considerazioni da fare. La prima è che l’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz sarebbe difficile da realizzare e controproducente per lo stesso Iran. Come già annunciato dagli Stati Uniti, la Quinta Flotta interverrebbe in maniera repentina per ripristinare la libertà di navigazione in pochi giorni, vista la superiorità tecnologica di cui dispone. Inoltre, la quasi totalità del petrolio esportato dallo stesso Iran passa proprio per questo choke point, il che rende impensabile – a meno che il regime degli ayatollah non fosse disposto al suicidio economico e strategico – che Teheran voglia davvero chiuderlo. Khamenei rimane il comandante in capo delle Forze armate e qualsiasi azione simile potrebbe avvenire solo attraverso l’avallo di quest’ultimo, il quale ha dimostrato di essere dotato di maggior realismo di Ahmadi-Nejad.

   Sebbene gli Stati Uniti siano di gran lunga superiori per ciò che concerne la tecnologia e la qualità delle forze a disposizione, l’Iran dispone di tattiche e corpi che potrebbero mettere in difficoltà anche potenze più grandi. La Repubblica Islamica ha, infatti, applicato a tutti i settori della propria difesa la dottrina militare della guerra non convenzionale ed asimmetrica, diretta emanazione della Rivoluzione del 1979 e della sua ideologia. La guerra contro l’Iraq tra il 1980 e il 1988 è stata l’occasione per metterla in pratica e per legittimare definitivamente l’attore che se ne è fatto portatore: il Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica (Cgri), o in altre parole i guardiani della rivoluzione, comunemente conosciuti come Pasdaran. I guardiani sono un vero e proprio esercito parallelo che si affianca a quello regolare e che è maggiormente connotato ideologicamente, nel senso che accoglie in pieno l’idea rivoluzionaria e concetti come quello del martirio, della mobilitazione di massa e, appunto, dell’uso di tattiche non convenzionali.

   Nel 1985, in pieno scontro con l’Iraq di Saddam Hussein allora appoggiato dall’Occidente, fu creata la “branca navale” del Corpo dei guardiani, vale a dire la Marina dei guardiani della Rivoluzione. In poco tempo, tale braccio della marina iraniana ha assunto un ruolo predominante rispetto alla Marina dell’Esercito regolare, soprattutto sulla base della maggiore affidabilità che le viene attribuita dai vertici politici che rappresentano gli ideali della Rivoluzione. Il fatto che l’Iran rivoluzionario abbia sempre prediletto le tattiche non convenzionali rispetto alla guerra “classica” ha portato la Marina dei guardiani ad essere più influente.

   Il pericolo per gli Stati Uniti o eventuali altri avversari dell’Iran nelle acque del Golfo Persico potrebbe essere costituito proprio da questa dottrina militare che prevede in mare azioni tipiche della guerriglia. Alcuni ufficiali iraniani hanno coniato il motto “essere dovunque e allo stesso tempo da nessuna parte”, proprio in riferimento alla capacità delle forze rivoluzionarie di portare a termine attacchi veloci e imprevedibili tramite l’utilizzo di mezzi convenzionali. In quest’ottica, l’ampia dotazione di piccole e medie navi dotate di mitragliatrici e lanciarazzi multipli (Multiple Rocket Launcher, Mrl) della Marina dei guardiani potrebbe rappresentare una minaccia addirittura superiore, nel concreto, rispetto ai missili di medio e lungo raggio. La facilità e la velocità di manovra che tali imbarcazioni hanno, soprattutto in spazi a volte stretti come lo Stretto di Hormuz, sono un’arma in più che, in ottica di guerra asimmetrica, potrebbe essere decisiva. Si aggiunga a questo il fattore ideologico, vale a dire la presenza di uomini a volte non professionisti ma ben addestrati e con un’altra propensione al “martirio” e alla causa nazionale e islamica allo stesso tempo.

   In quest’ottica, i pericoli più grandi in caso di scontro aperto sono costituiti da tutte quelle azioni di guerriglia che, applicate alla guerra navale, potrebbero risultare molto efficaci: dalle azioni suicide (come fu nel caso dell’attentato alla Uss Cole, al largo dello Yemen, nel 2000), alla posa di mine sui fondali marini. Azione, quest’ultima, che potrebbe essere più pericolosa in quanto il fondale delle acque internazionali, rispetto a quello riservato all’Iran in quanto sua zona esclusiva, è più basso. La dottrina militare dell’Iran rivoluzionario si basa su azioni di questo tipo, in cui gli attacchi veloci e a sorpresa hanno più peso delle grandi battaglie tra navi da guerra e ciò rappresenta la pericolosità potenziale della Repubblica Islamica in caso di scontro armato. L’Iran, inoltre, ha dei vantaggi tattici e oggettivi nei confronti delle Marine direttamente avversarie degli Stati arabi del Golfo, in quanto è dotato di un arsenale missilistico superiore ed è l’unica Marina ad essere dotata di sottomarini (ben otto, di diversa natura).

   Gli Usa e i loro alleati sunniti sembrano correre ai ripari, come dimostrato dalla recente (solo l’ultima di tante) stipula di un contratto di 30 miliardi di dollari per la vendita di 84 nuovi aerei da combattimento F-15 da Washington all’Arabia Saudita. Il presidente Obama, inoltre, entra nell’anno cruciale della sua campagna per la rielezione: una nuova guerra subito dopo il ritiro dall’Iraq, con tutto quello che ciò comporterebbe per le finanze (in periodo di crisi economica mondiale) e il morale del paese, non rappresenta certo il biglietto da visita più adatto per i propri elettori. L’Iran, dal suo canto, ha proprio nella divisione tra Esercito regolare e guardiani della Rivoluzione – che si ripropone tra Marina regolare e Marina dei guardiani – un punto di debolezza.

   La guerra nelle acque del Golfo Persico sembra essere ancora un’eventualità remota, nonostante le avvisaglie delle ultime due settimane. L’imprevedibilità e la scarsa propensione a sottostare al controllo centralizzato che caratterizzano i corpi dei Pasdaran, tuttavia, non lasciano escludere alcuna ipotesi. D’altro canto, lo stesso Israele e, in più di un’occasione, gli Stati Uniti, hanno dichiarato che sul tavolo vi sono ancora tutte le opzioni disponibili. Molto dipenderà da quanto accadrà al di là del Golfo Persico, in quel Medio Oriente in cui si stanno ridefinendo alcuni equilibri che potrebbero portare Teheran a ritirarsi in una posizione marginale rispetto agli ultimi anni e a reagire di conseguenza.

   Lo Stretto di Hormuz incarna contemporaneamente l’incubo dell’Occidente (che vede a rischio le proprie riforniture di idrocarburi) e delle monarchie arabe (che da quelle esportazioni traggono linfa vitale), così come il centro di gravità della dottrina militare iraniana. È più per tale valore simbolico che per un reale rischio concreto che si concentrano qui le tensioni attuali. Tensioni che, però, sono destinate nel breve termine a sfogarsi altrove. Sullo sfondo, rimane la pericolosità di uno scontro con un attore che ha fatto della guerra non convenzionale una vera e propria dottrina militare. (Stefano Torelli)

Stretto di Hormuz
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