IL LAVORO CHE MANCA – geografie sociali del precariato (i GIOVANI: SENZA LAVORO o PRECARI) e la valorizzazione comunitaria dei BENI ALIMENTARI e dei BENI ENERGETICI come recupero della TERRITORIALITA’ di ogni Comunità

   Se l’articolo 1 della nostra Costituzione inizia col dire che “l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”, sembra che i padri costituenti abbiano precorso i tempi. Se nessuna costituzione al mondo ha come il primo dei “principi fondamentali” del proprio Stato il LAVORO, ebbene, quella che sembrava fino a poco tempo fa una “farneticazione legislativa” dei padri costituenti, dimostra ora tutto il suo incredibile valore: la crisi del lavoro (non sono in Italia ma in tutto l’Occidente, cioè i paesi di più antico benessere), porta a capire che l’ “autonomia economica”, il “potere di acquisto” è un principio basilare perché ogni individuo sia “libero”; e pure è un elemento fondamentale (la capacità finanziaria data dal lavoro) affinché uno stato garantisca servizi sociali (sanità, scuola, infrastrutture…) a chi vive dentro i propri confini nazionali.

   Dicevamo che l’Occidente ha smarrito questa “priorità”: cioè garantire, agevolare, il diffondersi del LAVORO. Dalla seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso (16, 17 anni fa) si è verificata una CRESCITA IPERBOLICA della FINANZA: ad esempio il dollaro (la moneta principe, pur ora in declino, negli scambi internazionali) da quel momento non ha più avuto alcun rapporto né con le riserve auree né con l’economia “reale”. Il PIL (“prodotto interno lordo”, pur contestabile come strumento di misurazione economica, dato dal totale annuale del valore monetario di BENI e SERVIZI), il PIL MONDIALE ANNUALE è ora di circa 70.000 miliardi di dollari, mentre il valore degli SCAMBI FINANZIARI viene misurato dai DIECI AI QUINDICI VOLTE SUPERIORE AL VALORE DEL PIL.

   Se pensiamo, nel contesto attuale europeo, che le imprese che producono, che contribuiscono a fare il PIL, mancano di liquidità monetaria per investire, per pagare i fornitori e i propri dipendenti; e che finora (fino a qualche anno fa) compito delle banche era quello di anticipare le somme monetarie necessarie… e ora le banche non hanno denaro da prestare al sistema economico… ebbene, il fatto che tutta l’abnorme massa finanziaria che pur esiste vada a coprire i debiti degli Stati (e le esigenze che essi hanno di cassa), ma in particolare si muovano (tutti questi soldi) in un meccanismo di “PURA FINANZA” (un comprare e acquistare virtuale, che pur crea professioni e tante rendite di posizione, e ricchi straricchi…)… da ciò si capisce che prima cosa fondamentale, nel ritorno a uno sviluppo per creare una ricchezza diffusa, sia quello di “dare una drastica regolata” al mondo impazzito della pura finanza.

   Ci è poi capitato di leggere un libricino “economico-ecologico” (di 120 pagine) molto intenso di contenuti che, pur un po’ datato (è stato pubblicato nel 2008, ma il suo “senso” è oltre la contingenza immediata cui ci capita di vivere da qualche mese…), di TONINO PERNA, un economista-sociologo docente alla facoltà di scienze politiche di Messina, dal titolo “EVENTI ESTREMI”, con sottotitolo “Come salvare il pianeta e noi stessi dalle tempeste climatiche e finanziarie” (ed. “Altraeconomia”, 12 euro). Un libro nel quale si dimostra la correlazione in questa fase storica tra l’uso irrazionale del denaro (non più strumento per il benessere materiale delle persone, ma per operazioni finanziarie di pura speculazione) e dall’altro gli sbalzi climatici (non i terremoti, eventi effettivamente non connessi al momento storico, ma inondazioni, uragani, siccità, picchi di caldo estremo e picchi di freddo siberiano diffuso…). Mai (nel corso della storia) come in questi ultimi decenni ci sono stati eventi climatici così estremi.

   Gli “EVENTI ESTREMI” CLIMATICI e FINANZIARI, secondo Tonino Perna, si caratterizzano per il medesimo meccanismo di “FLUTTUAZIONI GIGANTI” provocate da una fortissima “ACCELERAZIONE DEI PROCESSI”. Come quella dell’immissione nell’atmosfera di grandissime quantità di anidride carbonica e, dall’altra, sul “mercato”, di un’enorme massa di denaro ad uso non di una sana economia, ma di speculazioni finanziarie, “catene di Sant’Antonio finanziarie” (arrivando qualche volta a vere e proprie truffe, come il recente caso Madoff in America) per alimentare profitti senza fare benessere economico (in beni e sevizi).

   Torneremo il questo blog geografico a parlare di questo. Ma qui preme sottolineare che, dentro a un’economia globale (in forte crisi, almeno per i paesi occidentali, ma che rischia di coinvolgere anche i paesi emergenti), dove si hanno CEMENTIFICAZIONI IN CRESCITA (la Cina sta cementificando un terzo delle proprie terre agricole fertili), con un aumento di MIGRAZIONI e PROFUGHI AMBIENTALI da tutte le aree del mondo povero, una CRESCITA DEI PREZZI DEI PRODOTTI AGRICOLI… ebbene in tutto questo caos degenerativo, una prima RISPOSTA ALLA NECESSITÀ LAVORO è di “mettere in fila” le cose che contano per un rilancio globale: e tra queste, assume una priorità assoluta, per ogni comunità, per ogni paese, poter garantire al proprio interno UN RECUPERO TERRITORIALE (ambientale, idrogeologico, urbanistico, di ritorno alla vivibilità…) affinché si possa dare garanzia alla “Comunità di proprio riferimento” nel disporre in modo equilibrato e sicuro di BENI ALIMENTARI e di BENI ENERGETICI. Riappropriarsi del controllo del proprio territorio non vuol dire isolarsi (anzi), ma contribuire a “guardarsi meglio attorno” (la Svezia, paese nordico geomorfologicamente isolato, per decenni è stata la più attenta protagonista delle politiche di solidarietà e sostegno ai profughi politici e ambientali del Sud del Mondo…).

   L’attenzione locale all’autosufficienza nei beni alimentari ed energetici porta a rivedere pure in modo più corretto il rapporto con il denaro (reimpadronirsi della moneta…), con il possibile e auspicabile RITORNO DELLE BANCHE LOCALI (poter ricreare un CREDITO LOCALE, un CIRCUITO FIDUCIARIO tra economia, lavoro, ambiente e finanza), di una FINANZA A MISURA DI PERSONA. Solo così il TERRITORIO (con le sue risorse ambientali, il suo “riconoscersi” in un progetto comune di vita) può vedere in modo più appropriato e sereno le necessarie dinamiche che dovranno autogenerarsi per dare e creare LAVORO DIFFUSO. (sm)

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LA MALEDIZIONE DEI GIOVANI, PRECARIO IL 47%

di Luigi Grassia, da “La Stampa” del 6/2/2012

– L’Istat: fra i nuovi assunti la quota di impieghi a scadenza sale al 70 per cento /  +7,6% nel 2011. La crescita dei precari che l’Istat ha rilevato nel terzo trimestre dell’anno scorso  /  8% gli over-35. Alzando l’asticella dell’età, la quota dei precari scende a questo numero /  25% part-time. Un quarto dei lavoratori precari è  pure impiegato a tempo parziale  /  2,74 milioni. È la somma dei precari ma senza considerare i molti irregolari e le finte partite Iva –

   In Italia essere giovane vuol dire in quasi metà dei casi essere anche precario: risulta dai numeri dell’Istat che nella classe d’età fra i 15 e i 24 anni, e considerando solo chi ha un lavoro, i dipendenti a tempo  determinato (cioè con la data di scadenza) sono pari al 46,7% degli occupati.

   La quota dei precari resta elevata anche se si alza l’asticella dell’età allo scaglione successivo: fra i 25 e i 34 anni, il 18 per cento dei dipendenti risulta assunto con un contratto a tempo determinato. Per veder scendere l’incidenza della precarietà a valori molto più bassi bisogna guardare al mondo del lavoro da 35 anni in su: in questa fascia pienamente adulta di persone solo l’8% è precario, con un’ulteriore distinzione: il valore è dell’8,3% fra i 35 e i 54 anni e scende al 6,3% fra gli over-55.

   Le cifre riportate sopra si riferiscono alla media del 2010 e bisogna tener presente che valgono per chi ha la fortuna di avere un lavoro, mentre per gli altri anche la precarietà può essere un sogno impossibile. Infatti dati sulla disoccupazione parlano di un giovane su tre a casa per forza, non riuscendo a trovare un impiego di nessun tipo.

   E le cose dal punto di vista della precarietà sono in via di peggioramento: per colpa della crisi che morde, più del 70% dei nuovi ingressi dei ragazzi e delle ragazze è a tempo. Invece dai dati dell’Istat relativi al terzo trimestre 2011 risulta che Italia fra luglio e settembre c’erano 2,364 milioni di dipendenti a tempo determinato e 385 mila collaboratori. In tutto 2,749 milioni di persone a cui manca il posto fisso, ovvero lavoratori   «atipici».

   Purtroppo questi numeri sulla precarietà non sono esaustivi, rappresentano solo una base di partenza, uno «zoccolo duro»: il totale risulterebbe molto più alto se ai precari formalmente censiti come tali si aggiungesse tutto il vasto sottobosco di rapporti di lavoro ancora più deboli, cioè gli irregolari, e le innumerevoli forme di abuso, a cominciare dalle cosiddette «false partite Iva», presunti liberi professionisti che in realtà sono lavoratori dipendenti senza le tutele di legge e sfruttati.

   Per di più il fenomeno non è affatto in regresso, anzi il numero dei precari risulta in forte aumento; secondo l’Istat i dipendenti a termine nel terzo trimestre del 2011 sono cresciuti, su base annua, del 7,6% (+166 mila persone) e l’incidenza del lavoro «a tempo» sul totale degli occupati ha toccato il 10,3%. Inoltre, fra gli assunti con la data di scadenza una forte quota (il 25 per cento) vede la condizione di lavoro ulteriormente peggiorata dall’avere un contratto part-time.

   E a causa della crisi l’unica forma di part-time in crescita è  quella involontaria, ovvero imposta dal datore di lavoro e non chiesta dal lavoratore o dalla lavoratrice per ragioni loro.

   Tutto questo sarebbe più sopportabile se la precarietà fosse temporanea e servisse ad agevolare un ingresso nel mercato del lavoro, come semplice prima tappa di un dignitoso posto a tempo indeterminato, da raggiungere dopo un po’; ma finché l’economia non riparte il meccanismo è bloccato, resta solo la pura lotta per la sopravvivenza, senza prospettive. (Luigi Grassia)

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I SEI PILASTRI DELLA CONVERSIONE ECOLOGICA DELL’ECONOMIA

di Guido Viale, da “il Manifesto” del 2/2/2012
Misurarsi con il governo Monti sul suo terreno non è saggio. Monti comanda ma non governa. Comanda perché i partiti che lo sostengono (sempre più infelici) glielo lasciano fare e gli elettori che essi pretendono di rappresentare non hanno forze né strumenti per fermarlo. Per tutti il movente è unico: la paura di un disastro che non si sa valutare.

   Ma a governare non è né Monti né l’Europa, ma la finanza internazionale che decide per entrambi. Le misure adottate – “salvaitalia” e “crescitalia” – non avranno alcun effetto di stabilità, come non lo avrà il nuovo pacchetto ammazza-lavoro cucinato dalla prof. Fornero. Le cifre sparate sui futuri effetti di quei decreti (Pil +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti + 18) ricordano più la tombola che le discipline accademiche di cui la compagine governativa mena vanto.

   Se oggi la speculazione sul debito italiano sembra placarsi è perché Monti le ha dato un altro po’ di succo da spremere, esattamente come era successo in Grecia, fino a nuovo ordine. D’altronde Draghi ha spiegato che lo spread serve proprio a questo: rendere possibile quella spremitura che il lessico economico-politico chiama “riforme” e “modernizzazione”.

   Ma con un debito di 1900 miliardi e un patto di stabilità che pretende di dimezzarlo a nostre spese, gli agguati della finanza continueranno a restare alle porte. E finché la finanza internazionale potrà contare su risorse che valgono 10-15 volte più del prodotto lordo del mondo non c’è governo che ne sia al sicuro; nemmeno erigendo una muraglia cinese contro i suoi assalti.
Il confronto con il governo Monti, con questa Europa e con il potere della finanza internazionale va quindi condotto su un diverso piano, che è quello della vita e delle condizioni di esistenza della maggioranza della popolazione, dei rapporti che ci legano all’ambiente fisico e sociale in cui viviamo, dei diritti inalienabili di cittadinanza che ne discendono in quanto abitanti di questo pianeta (tutte materie totalmente estranee alla cultura del governo, ma dimenticate anche da molti dei suoi commentatori e dei suoi critici).

   Quei rapporti rendono indissolubile il nesso tra ambiente ed equità sociale (e intergenerazionale: esisterà, si spera, un mondo anche dopo gli alti e bassi dello spread). Se la crisi economico-finanziaria e la crisi ambientale segnalano, con la loro dimensione globale, l’urgenza di una svolta per tutto il pianeta, questa non può prescindere, e non può distinguersi, da una radicale conversione ecologica del modo in cui consumiamo (e quello che consumiamo, alla fine, è l’ambiente) e del modo in cui produciamo (e quel che produciamo è soprattutto diseguaglianza e sofferenze superflue).

   E siccome la conversione ecologica riguarda in egual misura i nostri atteggiamenti soggettivi verso l’ambiente e gli altri esseri umani, e l’organizzazione delle nostre attività “economiche” (che cosa produciamo, come, dove, con che cosa e perché lo produciamo), è un imperativo concreto partire da quello che ciascuno di noi può fare, o intende fare, qui e ora.
Quello che lega il nostro agire localmente – il nostro “progetto locale” – al pensiero globale che deve informarlo è la sua replicabilità: la possibilità che venga riprodotto, adattandolo alle diverse situazioni con la dovuta intelligenza del contesto, senza che le realizzazioni degli uni vadano a detrimento di quelle di altri; e sviluppando invece una potenza sinergica.
Solo così i legami che si creano possono costituire la base – a diversi livelli, fino a ricoprire con una rete l’intero pianeta – sia di un programma generale, sia della formazione di una cittadinanza attiva (intersettoriale, interconnessa, internazionale, intergenerazionale), sia di organizzazioni che si candidino a esautorare, sostituire o integrare le strutture esistenti: a piccoli passi e a macchia di leopardo, per lo più; a salti improvvisi, a volte; ma sempre più spesso in contesti conflittuali, e fronteggiando rischi crescenti. Il “soggetto politico” di cui si è discusso – senza dirlo – nel recente convegno di Napoli sui beni comuni è parte di questo percorso, i cui pilastri mi sembrano questi:
1. La conversione ecologica è un processo di riterritorializzazione, cioè di riavvicinamento fisico (“km0”) e organizzativo (riduzione dell’intermediazione affidata solo al mercato) tra produzione e consumo: processo graduale, a macchia di leopardo e, ovviamente, mai integrale.

   Per questo un ruolo centrale lo giocano l’impegno, i saperi e soprattutto i rapporti diretti della cittadinanza attiva, le sue associazioni, le imprese e l’imprenditoria locale effettiva o potenziale e, come punto di agglutinazione, i governi del territorio: cioè i municipi e le loro reti, riqualificati da nuove forme di democrazia partecipativa.

   Le caratteristiche di questa transizione è il passaggio, ovunque tecnicamente possibile, dal gigantismo delle strutture proprie dell’economia fondata sui combustibili fossili alle dimensioni ridotte, alla diffusione, alla differenziazione e all’interconnessione degli impianti, delle imprese e degli agglomerati urbani rese possibili dal ricorso alle fonti rinnovabili, all’efficienza energetica, a un’agricoltura e a una gestione delle risorse (e dei rifiuti), dei suoli, del territorio e della mobilità condivise e sostenibili.
2. Per operare in questa direzione è essenziale che i governi del territorio possano disporre di “bracci operativi” con cui promuovere i propri obiettivi. Questi “bracci operativi” sono i servizi pubblici, restituiti, come disposto dal referendum del 12 giugno, a un controllo congiunto degli enti locali e della cittadinanza, cioè sottratti al diktat della privatizzazione.

   Per questo le risorse destinate alla conversione ecologica – cioè, tutte quelle non necessarie a sostenere i compiti di una supplenza centralizzata, nell’ambito di un approccio fondato su una vera sussidiarietà – dovrebbero essere restituite agli enti locali e sottoposte ad adeguati controlli, non solo di legalità, ma soprattutto ad opera della cittadinanza attiva.

   Nell’immediato è decisivo che vengano sottratti ai vincoli del patto di stabilità gli investimenti destinati al welfare municipale e alle conversioni produttive. Il debito pregresso contratto dalle amministrazioni locali, o dalle Spa che rientrano nel perimetro dei servizi locali del cui controllo deve riappropriarsi il governo del territorio, come il debito pubblico dello Stato nazionale dovranno essere ridimensionati, in forma contrattata, in misura sufficiente a non essere di ostacolo alla conversione produttiva.

   Le responsabilità di un rifiuto di questa negoziazione ricadono su chi la respinge, ma vanno studiate e predisposte fin da ora tutte le misure per attenuarne le conseguenze sulla cittadinanza. D’altronde è impensabile che si possa uscire dal caos in cui il liberismo ha precipitato l’economia del pianeta senza un radicale ridimensionamento della bolla finanziaria che sovrasta l’economia mondiale. Quali che ne siano le conseguenze.
3. Il terzo pilastro è l’arresto del consumo di suolo: le nostre città e tutti i centri abitati, di qualsiasi dimensione, sono già sufficientemente costruiti per soddisfare con le strutture esistenti o con il recupero dei suoli occupati da strutture inutilizzabili, tutte le esigenze di abitazioni, di attività produttive e commerciali, di socialità e di promozione della cultura e del benessere di cui una comunità ha bisogno.

   Se queste strutture e questi suoli non vengono resi disponibili dal vincolo che lega il bene al suo proprietario occorre procede con una politica di espropri e rivendicare una legislazione che la renda praticabile. Se si vuole combattere la rendita che, come sostengono tutti gli economisti liberisti, abbatte la produttività, ecco un buon punto da cui cominciare.
4. Il suolo urbano libero da costruzioni e quello periurbano possono essere valorizzati da un grande progetto di integrazione tra città e campagna, tra agricoltura e agglomerati residenziali.

   Un’integrazione che è stata il pilastro delle civiltà di tutto il mondo prima dell’avvento della globalizzazione che ha preteso – grazie al basso costo del trasporto reso possibile dall’abuso dei combustibili fossili – di fare dell’agricoltura di tutto il pianeta il “contado” dei centri urbani, con il degrado progressivo sia degli uni che dell’altra.

   Le municipalità hanno molti strumenti (alcuni a costo zero) per promuovere una riconversione di questo rapporto: orti urbani, disseminazione dei Gas, farmer’s markets, mense scolastiche e aziendali, marchi di qualità ecologica per la distribuzione, gestione dei mercati ortofrutticoli: quanto basterebbe per cambiare l’assetto dell’agricoltura periurbana e per ri-orientare l’alimentazione della cittadinanza con filiere corte.
5. La mobilità sostenibile (attraverso l’integrazione intermodale tra trasporto di linea e mobilità flessibile: car-pooling, car-sharing, trasporto a domanda e city-logistic per le merci) e la riconversione energetica (attraverso la diffusione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili e la promozione dell’efficienza nelle abitazioni, nelle imprese e nei servizi) costituiscono gli ambiti fondamentali per sostenere le imprese e l’occupazione in molte delle fabbriche oggi condannate alla chiusura.

   La riterritorializzazione delle attività in funzione della domanda creata dalla conversione ecologica è una vera politica industriale che può salvaguardare e promuovere occupazione, know-how e potenzialità produttive in settori quali la fabbricazione di mezzi di trasporto, di impianti energetici, di materiali per l’edilizia ecosostenibile, di macchinari e apparecchiature a basso consumo. Crea domanda vera perché risponde alle necessità degli abitanti di un territorio, ma richiede condivisione e può essere sostenuta solo attraverso rapporti diretti tra produttori ed enti locali. (ha fatto qualcosa di analogo la Volkswagen producendo impianti di microcogenerazione piazzati direttamente in case e imprese attraverso un accordo con una società di distribuzione dell’energia. Lo possono fare i comuni italiani senza alcuna violazione delle norme sulla concorrenza).
6. La conversione ecologica è innanzitutto una rivoluzione culturale che ha bisogno di processi di elaborazione pubblici e condivisi e di sedi dove svilupparli. La cultura non può essere solo un passaporto per l’accesso al lavoro o uno sfogo dopolavoristico. Può e deve tornare a essere l’ambito di una riflessione sul senso della propria esistenza, della convivenza civile, della riconquista di un rapporto sostenibile con l’ambiente: tutte condizioni indispensabili di una adesione convinta alla conversione ecologica. Questa riflessione ha bisogno di sedi, di strumenti, di promotori, di risorse: nelle scuole e nell’università, nell’educazione permanente, nelle istituzioni della ricerca, nel tessuto urbano, nei mezzi di informazione, sulla rete. (Guido Viale)

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LAVORO. ZAMAGNI: «SÌ ALLA FLESSIBILITÀ, MA NON SOLO IN USCITA»

da http://www.vita.it/ del 6/2/2012

– «La vera sfida è la flessibilità in entrata», dice l’economista –

«Se vogliamo parlare in termini di slogan allora bisogna dire: no al posto fisso, si al lavoro fisso. Questo è il vero slogan che Monti avrebbe dovuto dire». È il punto di vista di Stefano Zamagni, in un’intervista rilasciata a Tiscali Notizie

Monti ha dichiarato che i giovani devono dimenticare il posto di lavoro fisso. Cosa pensa di questa dichiarazione?

«Il passaggio dalla società industriale a quella post industriale» spiega Zamagni, «tra le tante cose comporta che il posto fisso di lavoro non può più essere garantito, non perché lo dice Monti ma perché lo dicono i fatti. La società post industriale ha generato un disallineamento tra cicli lavorativi e cicli tecnologici. Fino a 20, 30 anni fa il ciclo tecnologico coincideva con quello lavorativo che all’incirca era di 40 anni. Questo implicava che un lavoratore per 40 anni poteva fare sempre la stessa mansione. Oggi non è più così. Sull’arco dei 40 anni si deve pensare in media a tre cicli tecnologici ovvero a tre mansioni diverse. Questo però non vuol dire precarietà».

Il governo intende rilanciare il mercato del lavoro aumentando la flessibilità in uscita. E’ questa la giusta strada da percorrere?

«Per i motivi detti prima è evidente che oggi nel mondo del lavoro c’è bisogno di maggiore flessibilità rispetto al passato ma questa deve essere in entrata e non in uscita. In Italia si sta sbagliando tutto perché la flessibilità viene interpretata solamente come facilità di licenziamento. Questa condizione potrà esserci solamente dopo che si è affrontato e risolto il nodo della flessibilità in entrata. Un lavoratore non si sente minacciato dalla perdita di un lavoro solamente se sa che può trovarne velocemente un altro».

Per aumentare la flessibilità in ingresso rimane però il nodo della creazione di nuovi posti di lavoro. Come risolvere questo problema?

«Agendo su tre aspetti distinti. Primo: pluralizzare le forme di impresa. Il settore capitalistico dell’economia, cioè le imprese for profit, non possono dare occupazione a più dell’80% della forza lavoro. Chi afferma il contrario è un mentitore. Pluralizzare il mercato del lavoro vuole dire affiancare alle imprese di tipo capitalistico imprese di altro tipo, come le cooperative e le imprese sociali, che all’estero stanno avendo molto successo e che noi in Italia invece stiamo bloccando. Dobbiamo perciò allargare la platea delle imprese che un lavoratore ha a disposizione. Secondo: bisogna cambiare il sistema educativo scolastico e universitario per renderlo adeguato al dialogo con il mondo del lavoro. L’Italia soffre di una separazione tra scuola e lavoro. Negli ultimi anni si è cercato di fare qualcosa con gli stages, ma non basta. Bisogna far capire ai giovani che lavorare non è una vergogna e non è una alternativa allo studio perché anche lo studio è lavoro e anche il lavoro deve diventare studio. Bisogna perciò cambiare i programmi e i metodi di insegnamento che sono di tipo elitario. Terzo: bisogna realizzare il modello di sussidiarietà circolare, cioè un modello di rapporto strategico e organico e non estemporaneo tra enti pubblici, mondo delle imprese e mondo del terzo settore. La realizzazione di queste tre condizioni può garantire la flessibilità in ingresso e di conseguenza rendere naturale, ovvero accettata dai lavoratori, quella in uscita».

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IL LAVORO DEL FUTURO SARÀ POCO E POVERO

di Marco Panara, da AFFARI & FINANZA de “la Repubblica” del 6/2/2012

   Siamo in trappola. Sappiamo che dobbiamo aumentare la produttività per tornare a crescere, ma aumentare la produttività vuol dire produrre di più con un minor numero di persone. E sappiamo anche che liberalizzare i mercati aumenta le potenzialità dell’economia e lo sviluppo globale, ma più si aprono i mercati più aumentano le disuguaglianze.

   E noi giustamente vogliamo insieme produttività e occupazione, mercati liberi e società inclusive. Il problema è che non abbiamo la ricetta. La disoccupazione è ai suoi massimi storici, con oltre 205 milioni di persone senza lavoro nel mondo, 75 milioni dei quali sono giovani. E anche le disuguaglianze hanno raggiunto un livello record, con il 10 per cento più ricco che ha redditi nove volte superiori al 10 per cento più povero. Di questo dramma i paesi industrializzati sono il cuore: il 55 per cento dell’aumento della disoccupazione globale tra il 2007 e il 2010 è avvenuto nella parte “ricca” del pianeta.

   Mentre per quanto riguarda la disuguaglianza, quel rapporto medio di 9 a 1 tra i redditi dei più ricchi e quelli dei più poveri sale a 10 a 1 per l’Italia fino a raggiungere 14 a 1 negli Stati Uniti.
C’è di mezzo la crisi, ovviamente, ma secondo molti studiosi la crisi ha solo fatto esplodere una situazione che era già nelle cose. La sostanza è tanto semplice quanto inquietante: i paesi industrializzati non riescono a creare tanto lavoro quanto sarebbe necessario per dare a tutti i cittadini una prospettiva di vita attiva e dignitosa.
La sfida centrale oggi è proprio questa: creare posti di lavoro. Da un punto di vista generale il primo motore è la domanda, se le famiglie non hanno soldi da spendere non potranno acquistare beni e servizi, e le imprese non investiranno né assumeranno. Quindi la prima cosa da fare è rimettere in moto la domanda, operazione già in sé difficilissima in tempi di austerità. Ma purtroppo, anche riuscendoci, la domanda non basterebbe.

   Secondo gli ultimi studi dell’Ocse e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil), anche una crescita più sostenuta non creerebbe i posti di lavoro necessari. Usando le parole dell’ex segretario al Tesoro americano Larry Summers: «E’ più facile creare ricchezza che creare lavoro».

   La ragione è storica, la globalizzazione fa nascere lavoro nei paesi emergenti ma, almeno in parte, contribuisce a cancellarli nei paesi industrializzati. La tecnologia fa il resto, perché consente alle macchine di sostituire il lavoro umano in molti settori. Per dirla ancora con le parole di Summers, «siamo diventati così bravi a produrre una serie di cose, che riusciamo a produrne tantissime con pochissime persone».
Creare lavoro però è un imperativo, e da qualche parte bisogna cominciare. Ci sono alcuni dati di fatto. Il primo è che il 30 per cento del nuovo lavoro viene creato dalle nuove imprese, e quindi bisogna rendere il più possibile semplice e poco costoso far nascere una nuova impresa. E bisogna anche rendere meno punitivo il fallimento: chi intraprende si assume un rischio e non deve avere il timore di una punizione eccessiva in caso di insuccesso.

   Il secondo dato da cui partire è l’analisi dei settori, guardando quelli che negli ultimi anni hanno prodotto lavoro e quelli che invece lo hanno distrutto. La mappa non è omogenea, ma ci sono alcuni punti fermi. Il settore manifatturiero tra il 2006 e il 20011 ha perso 2 milioni 250 mila posti di lavoro negli Stati Uniti e, tra il 2008 e il 2010, 3 milioni 868 mila nell’Unione Europea, compresa la Germania che è la regina dell’industria mondiale.

   Tra Europa e Stati Uniti 4 milioni e mezzo di posti di lavoro sono scomparsi nelle costruzioni, in Europa oltre un milione di posti si è volatilizzato nel commercio, che invece di là dell’Atlantico di posti ne crea. Questi sono i settori con i numeri negativi più alti. Ma ce n’è almeno un altro che vale la pena segnalare, la logistica, che perde mezzo milione di posti di lavoro in Europa e 270 mila negli Usa.
Poi c’è l’altra parte della medaglia, i settori che hanno creato lavoro. Negli Stati Uniti le attività estrattive, che in Europa pesano poco, hanno creato 500 mila posti, si va invece nella stessa direzione per quanto riguarda la cura della salute, 2 milioni di posti in America e uno nell’Unione, l’educazione, 400 mila negli Usa e 540 mila nella Ue, le professioni, con 800 mila posti in più negli Stati Uniti e 280 mila in Europa.
L’Italia, in questa comparazione è un caso a sé: nell’educazione abbiamo perso 65 mila posti, nella sanità ne abbiamo solo 8 mila in più, nelle professioni il dato è addirittura negativo per 27 mila unità. Dove invece brilliamo, con ben 125 mila posti in più tra il 2008 e il 2010, sono i posti di coloro i cui datori di lavoro sono le famiglie: più 125 mila. Sono badanti, baby sitter e colf.

   Conseguenza dell’invecchiamento della popolazione, certamente, ma forse anche l’anticipazione di un trend che si allargherà anche ad altri paesi, se un economista come Christopher Pissarides, premio Nobel nel 2010 proprio per i suoi studi sull’economia del lavoro, sostiene che dalle sue ricerche recenti emerge che la domanda di lavoro riguarda ormai sempre più “unskilled workers”, lavoratori non specializzati, per lo più per servizi alle persone.
L’interpretazione di questi dati non è ovvia. La prima riflessione è che se l’attività manifatturiera non crea lavoro, anzi ne perde, ciò non vuol dire che non si debba comunque puntare su di essa, per avere merci da esportare e quindi equilibrare la bilancia commerciale, ma anche perché se c’è l’industria si sviluppano anche i servizi a valore aggiunto e le professioni, mentre se l’industria non c’è si sviluppano soltanto quelli “poveri” di redditi e di competenze, i servizi alle persone appunto.

   La seconda riguarda la sanità e l’educazione. Secondo Summers saranno i due settori che creeranno il maggior numero di posti di lavoro qualificati nei prossimi dieci anni. L’Italia, alle prese con i tagli di bilancio, è indietro su questa strada, ma forse è giunto il momento di cambiare ottica. Smetterla di considerare sanità ed educazione come costi e considerarli invece settori economici che aumentano la ricchezza della società, e che possono essere gestiti con efficienza indipendentemente dal fatto che per un patto sociale i costi sono sostenuti prevalentemente dalla collettività nel suo insieme.

   La terza riflessione riguarda i servizi a basso valore aggiunto. Secondo Pissarides cresceranno quelli alla persona e anche le attività nei settori del tempo libero, dalle caffetterie alle palestre e attività contigue. «Qui il problema dice Pissarides è rendere questi lavori più dignitosi e rispettabili».
Il punto della dignità del lavoro è centrale anche nelle valutazioni dell’Ilo. «Con il concetto di lavoro dignitoso ha detto Gianni Rosas, Coordinatore del programma per l’occupazione giovanile dell’Ilo, al seminario su “Giovani e mercato del lavoro” il 25 gennaio scorso al Cnel l’Ilo pone l’accento sull’importanza di un lavoro che non sia solo un mezzo di sussistenza.

   Lavoro dignitoso significa un lavoro produttivo, nel quale vengano rispettati i diritti, che produce un reddito adeguato e che comporta meccanismi adeguati di protezione sociale». Questa categoria di nuovi lavori che promette di essere tra la più dinamiche non sempre risponde a queste caratteristiche. «Andare a lavorare in una fabbrica è una prospettiva rassicurante e viene percepita come dignitosa dice Pissarides andare a lavorare in una caffetteria o occuparsi degli anziani, anche a parità di reddito, il che non è quasi mai, non gode della stessa percezione.

   Perché non c’è una tradizione familiare in questo senso, non c’è il sindacato e non ci sono tutele. Poiché però molto nuovo lavoro verrà da lì, quello che si deve fare allora è renderlo dignitoso, nella sostanza con adeguate tutele, e nella percezione con una nuova cultura della contemporaneità».
Che sia in fabbrica, in famiglia, nella cura della salute o in una caffetteria, la creazione di lavoro in numeri adeguati richiede oggi uno sforzo titanico. Fondamentale è rendere semplice ed economico avviare una nuova impresa e rendere il più economico possibile assumere un dipendente.

   E tutti noi, per capire come vanno davvero le cose, più che al tasso di disoccupazione, che nasconde una parte rilevante della realtà, dobbiamo abituarci a guardare al tasso di occupazione sulla popolazione in età di lavoro, e al numero di nuovi posti di lavoro netti creati, per valutare se ci stiamo muovendo nella direzione giusta o stiamo solo fingendo di farlo. (Marco Panara)

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LAVORO: QUATTRO LEZIONI TEDESCHE

di OSCAR GIANNINO, da

http://www.panoramaeconomy.com/ del 8/2/2012

   Licenziamenti, ristrutturazioni d’impresa e CIG, lavoro nero, indennità di disoccupazione. Su questo quattro punti, a tavolo aperto da parte di Monti e Fornero, l’esempio tedesco dovrebbe parlare all’Italia.

   Leggo da una tabella pubblicata sulla Frankfurter Allgemeine il 31 dicembre del 2011. Eon, 6 mila dipendenti; Media-Saturn, 3000;Nokia-Siemens, 3000; WestLB, 2700; Axa, 1600; Deutsche Telekom, 1600; Praktiker, 1400; Areva, 1300; RWE, 1000; Unicreditbank, 1000; Koeing&Bauer, 700. E via proseguendo. Sono licenziamenti. Nella tabella c’è l’intera lista delle maggiori imprese germaniche, di ogni settore della manifattura e dei servizi, che abbiano attuato dismissioni supeiori ai 200 addetti per ciascuna nel 2011: il conto finale delle 40 maggiori supera abbondantemente le 30 mila unità.

   C’è una tabella a fianco. Quella delle assunzioni. Qui la lista delle maggiori imprese che hanno assunto più di 200 unità aggiuntive è più lunga, siamo a più di 60. E 15 tra esse sono superiori a 2000 nuovi assunti ciascuna come McDonald’s e BMW, su su fino ai 4000 di Daimler, ai 6ooo di Volkswagen, ai 7000 di Adecco, agli 8.500 addirittura di Rundstad Deutschland. Oltre metà delle 60, hanno assunto più di mille dipendenti a testa.

   Ogni anno la FAZ pubblica queste tabelle riepilogative. E’ un sano e trasparente esercizio di rendiconto delle capacità delle imprese, e delle loro difficoltà. Il senso delle tabelle è chiaro: in Germania le imprese assumono molto, ma al contempo licenziano anche molto.

   Se si procedere a ritroso, si osserva che più hanno iniziato ad assumere, quanto più hanno potuto al contempo anche ristrutturare al variare della domanda, dei prodotti e dei processi, e conseguentemente anche licenziare.

   Negli ultimi anni le cose sono andate di bene in meglio, con le crescite record del Pil al più 3.6% nel 2010 e al più 3% nel 2011, al netto di un ultimo trimestre in cui è cominciata un forte rallentamento. Ma il miglioramento da metà anni 2000 è stato graduale e costante, rispetto al 2001,-2002 e 20003-2004 in cui la disoccupazione tedesca toccò i livelli record del secondo dopoguerra, superando il 10% e le 5,5 milioni di unità, con una media superiore all’8% nella ex Germania Ovest e fino al 18% nella ex DDR. Nel gennaio 2012, i disoccupati tedeschi sono scesi al 5,5%, il minimo dal 1983 poco più della disoccupazione frizionale, 2,8 milioni di unità cioè meno della metà rispetto a 7 anni prima.

   E’ stato solo merito della ripresa economica? Concordano economisti e studiosi di ogni scuola: nossignore, non è stato solo merito della ripresa. Anzi, la ripresa è venuta tanto più robusta perché, tra le altre cose, la politica tedesca e innanzitutto la SPD di Schroeder misero mano a un coraggioso pacchetto complessivo di riforma del mercato del lavoro e del welfare, articolato nei quattro pacchetti Hartz del 2002-2003, che hanno preso il nome da uno che di mercato del, lavoro s’intendeva, visto che Peter Hartz era l’ex capo del personale della Volkswagen.

   Ho scritto “tra l’altro”, perché le riforme Hartz da sole neppur esse avrebbero spiegato il miracolo tedesco. I 30 punti di competitività guadagnati sull’Italia da allora dipendono non solo dal mercato del lavoro cambiato. Hanno concorso al successo due altri pilastri. Grandi contratti di produttività condivisi e non avversati dal sindacato in tutti i grandi gruppi di Deutschland AG – in parole povere: più lavoro flessibile per retribuzione ferma o addirittura cedente, solo negli ultimi due anni siamo in presenza di richieste salariali superiori all’inflazione, a successo avvenuto e registrato. E poi uno Stato che ha deciso di darsi un’energica riregolata abbattendo spesa pubblica e tasse di più di 6 punti di Pil, per pesare meno sulla Germania produttiva e sul lavoro.

   Ma qui parliamo appunto di riforma del mercato del lavoro. E sono tanti, gli spunti offerti dai pacchetti Hartz che stridono con le proposte che alcuni qui da noi avanzano al tavolo aperto dal governo Monti e dal ministro Fornero. Stridono con molti luoghi comuni italiani, su almeno quattro diversi punti: sia sui licenziamenti, sia sul tema della durata dell’equivalente della nostra CIG, sia sul lavoro nero o precario e sui relativi costi e contributi, sia infine sulle indennità di disoccupazione.

   Poiché l’obiettivo dei diversi interventi è stato quello di potenziare l’occupabilità, sì, è stata toccata anche la materia qui tabù dei licenziamenti. E’ stato deciso di non applicare la precedente tutela per le aziende che coi nuovi assunti superavano dal 2004 la soglia dei 10 dipendenti – equivalente alla nostra dei 15 dipendenti, stabilita nello Statuto dei lavoratori – e di consentire a tutti i dipendenti l’opzione di rinunciare alla tutela giudiziale in cambio di un indennizzo pari a mezza mensilità per ogni anno di anzianità.

   Non solo si è riformato l’intero impianto del collocamento pubblico, in un’ottica totalmente mista pubblico-privato, sussidiaria e aperta alla somministrazione di lavoro sia a tempo indeterminato sia determinato che part time. La legge che ha fatto del part time una grande forma di conciliazione dei tempi parentali era in Germania precedente, del 2000. E a fine 2008, di fronte ai morsi della crisi, si è deciso una sua estensione con rapporti part time che arrivano fino a 6 mesi di non lavoro in attesa che l’impresa valuti se procedere al riassorbimento o meno degli addetti (l’equivalente della nostra Cig, che da noi estesa in forma straordinaria può durare invece anni e anni).

   Ma al contrario di quel che si pensa da noi, per favorire anche i mini jobs – cioè quella che si definisce spesso precarietà in nero e a bassa qualifica – non si è affatto pensato che fosse utile alzare tasse e contributi per renderli svantaggiosi, perché così si avrebbe solo ottenuto l’effetto di far scomparire quelle forme di occupazione, o di farle restare vieppiù in nero.

   In Germania al contrario si è deciso a questo scopo di innalzare la quota di salario non soggetta a imposizione fiscale di qualunque genere fino ai 400 euro, e di tenere fino agli 800 euro aliquote fiscali e contribuitive iper-ridotte.

   Allo stesso modo, per l’auto occupabilità si sono concesse aliquote di grande favore alle imprese che prestano servizi in mansioni non complesse, le cosiddette Ich-AG, fondate da disoccupati. In questo caso l’aliquota è del 10% fino ai 25mila euro di reddito l’anno, e l’agevolazione sale ulteriormente se all’impresa sono associati componenti della famiglia. Allo stresso modo

   Infine, si è intervenuti con decisione sui trattamenti di integrazione del reddito. Il sussidio di disoccupazione di natura assicurativo-contributiva e dunque a carico per lo più delle imprese è stato ridotto – non aumentato ma ridotto – dai precedenti 32 mesi a 12 o eccezionalmente 18, in base all’età del disoccupato e per un importo pari al 60% del salario op del 67% se con un figlio a carico. Il disoccupato non si può sottrarsi alle proposte di rioccupazione, altrimenti il diritto decade .

   E il sussidio per le persone in grado di lavorare non è più cumulabile, come in precedenza, con il sussidio sociale di indigenza. Quest’ultimo,a carico della fiscalità generale, e con contributi per una casa e per il sostentamento, gestito dai Comuni, è riservato agli inabili temporanei o permanenti per almeno tre ore di lavoro al giorno al lavoro, è proporzionato al carico familiare, ed è gestito dai Comuni che si riservano di offrire a questa fascia lavori socialmente utili a bassa intensità e bassa remunerazione (fino a 3 euro l’ora e anche meno, in Italia sarebbe considerato uno scandalo).

   Inutile,dire che bisogna comunicare tempestivamente ogni cambiamento del reddito, e che i controlli sono rigorosi e implacabili.

   Su questi quattro punti, io sono per la linea tedesca. E’ possibile farla costare meno alle imprese e meno ai lavoratori, se lo Stato decide di dimagrire invece di continuare ad ingrassare. (Oscar Giannino)

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PERDERE IL POSTO DOPO I 45 ANNI: COME RITROVARLO?

da “la Stampa” del 6/2/2012

– EMERGENZA OLTRE UN MILIONE GLI OVER 40ANTA SENZA LAVORO –

   Uscire dalla trappola dei “troppo giovani per la pensione ma già vecchi per l`impiego”. Sono tanti, ma rischiano di essere dimenticati. Sono in crescita, ma per loro mancano politiche e strumenti per ritrovare il lavoro.

   Sono gli over 45-50; sui quali incombe un amaro destino: troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per lavorare. I senza posto over 45 ufficiali sono oltre 400mila, dice I`Istat, ma secondo stime delle loro associazioni, con cassintegrati a rischio, scoraggiati e inattivi vanno oltre il milione.

Senza pensione La riforma delle pensioni li ha condannati: trattenuti sul posto di lavoro quelli che ce l`hanno (con 42,1 anni di anzianità e 62 dì età o con 66 anni) o finiti nella terra di nessuno quelli che l`hanno perso.

   Siano precoci o semplici disoccupati, un esercito di over 50 è fuori mercato, senza pensione e senza lavoro, e non c`è azienda disponibile ad assumerli.

Reinserimento Apprendisti? Nel nuovo apprendistato c`è spazio anche per gli adulti. Vendetta di un nome, che nell`antropologia collettiva riguarda solo i giovani. Eppure anche i senza lavoro avanti con gli anni possono essere assunti con l`apprendistato.

   Inoltre, per un over 50 senza lavoro da 24 mesi o sospeso e beneficiario di indennità straordinaria, vi è la possibilità di assunzione, con un abbattimento dí 36 mesi dei contributi, del 50% a nord e del 100% a sud, a condizione che il contratto sia a tempo indeterminato.

   Vi è poi il contratto di inserimento per lavoratori svantaggiati, non in grado di inserirsi senza incentivi. Tra questi, persone con più di 50 anni prive di posto di lavoro o in procinto dí perderlo. Per queste categorie è previsto l`intervento delle agenzie autorizzate alla somministrazione.

   Le agenzie del lavoro hanno ricollocato nel solo 2011 oltre 46mila lavoratori appartenenti alle liste di mobilità, oltre ai 26mila del 2010, per un totale di oltre 73mila persone.

Creazione d`impresa. Nella manovra correttiva del luglio scorso, è prevista la possibilità da parte di lavoratori in mobilità di avviare un`attività autonoma e imprenditoriale. Tale possibilità viene incentivata con l`introduzione di una tassazione` di vantaggio, un`imposta sostitutiva sui redditi e sulle addizionali regionali, a favore di un forfait del 5% per cinque anni per persone fisiche che aprono un`impresa dal 1 gennaio 2012.    Se si prosegue un`attività già avviata da altri, i ricavi precedenti non devono superare i 30mila euro.

Voucher e servizi. In alcune regioni sono in corso iniziative. In Piemonte si sono ricollocati il 40% dei cassintegrati.

Altre propongono i voucher. L`esperienza più nota è quella della Lombardia, con le doti di riqualificazione e di ricollocamento, che hanno preso il posto delle doti ammortizzatori sociali. Il sistema prevede l`intervento di società accreditate, che prendono in carico lavoratori con indennità di mobilità e li formano o li ricollocano sul mercato.

Le agenzie che ricollocano ricevono un contributo (6mila euro se over 50). Finora, però, solo un lavoratore su cinque ha ritrovato un lavoro. Inoltre sono disponibili servizi di outplacement da parte di agenzie private.

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INDISPENSABILE ALLARGARE L’OCCIDENTE

MARTA DASSÙ (Sottosegretario agli Esteri) da “la Stampa” del 6/2/2012

Caro direttore,

   l’Occidente è inevitabilmente in declino? A questo ormai annoso dibattito, acutizzato dalla crisi finanziaria, Zbigniew Brzezinski ha risposto di no, ieri sulla «Stampa». Ma l’anti-declino ha bisogno di due condizioni, per riuscire: la prima è domestica, l’America deve riscoprire le ragioni della propria «primazia» (l’innovazione, l’educazione, il dinamismo sociale); la seconda appartiene alla categoria delle «visioni strategiche».

   E la visione proposta dall’ex consigliere alla Sicurezza nazionale è semplice e lineare: l’Occidente deve allargarsi, per non perdere rilevanza e influenza nel secolo asiatico. Allargarsi in che direzione?

   In un libro appena uscito a Washington, Brzezinski sostiene che l’Occidente «plus» potrebbe essere immaginato così, fra un paio di decenni: una testa ancora americana (se anche l’America, appunto, farà i suoi compiti a casa), un cuore europeo (se l’Ue diventerà un’Unione politica vera), braccia e gambe allargate verso una Russia che scelga la democrazia compiuta, verso una Turchia più europea che neo-ottomana e verso vecchi e nuovi alleati asiatici intenzionati a bilanciare la Cina. Visione strategica o schema destinato a restare sulla carta?
In realtà, proprio mentre la crisi finanziaria sta mettendo a dura prova le democrazie liberali e proprio quando la combinazione fra capitalismo e autoritarismo comincia a proporsi come modello alternativo, un ripensamento dei contorni dell’Occidente è indispensabile. Per Brzezinski, è chiaro che la forza comparata degli Stati Uniti va ricostruita anzitutto dall’interno, così come quella degli europei richiede un’Unione più solida. Ma è chiaro anche che il vecchio rapporto transatlantico non è più sufficiente, di fronte allo spostamento del potere economico, demografico, finanziario, verso nuove potenze. La proiezione occidentale verso il continente euro-asiatico è, dal suo punto di vista, la priorità strategica di questo secolo.
La mappa mentale di Brzezinski è ancora «orizzontale», da Ovest verso Est. E continua a riflettere, assieme all’impatto dell’ascesa della Cina, i nodi rimasti irrisolti dal secolo scorso: integrare la Russia nella comunità occidentale è una delle speranze almeno in parte mancate del post 1991. Il veto russo all’Onu sulla Risoluzione di condanna della Siria conferma tutta la distanza che resta. Con conseguenze nefaste: in questo caso per la popolazione siriana, esposta da mesi a una repressione brutale.
Esiste anche, tuttavia, una mappa «verticale» da esplorare: la possibilità, cioè, di associare le sponde meridionali dell’Atlantico, dove grandi potenze economiche in pectore come il Brasile possiedono in teoria un «software» democratico occidentale, quelle radici storiche e culturali che ne costituiscono la base identitaria. In altri termini: l’Occidente più largo potrebbe avere una gamba importante non solo più a Est ma più a Sud.

   E la visione strategica potrebbe essere questa: una comunità «panatlantica» del XXI secolo, in grado di beneficiare di risorse tangibili (la spinta aggiuntiva di un’area emergente) e di fare leva su radici culturali comuni. Per gli europei, prima che per gli Stati Uniti, tenere in vita l’Atlantico è una condizione per continuare a contare, nel secolo del Pacifico. Anche per questa ragione, proposte come la creazione di qualcosa di simile a una free trade area transatlantica andrebbero valutate non solo in chiave economica (con i loro costi e benefici settoriali) ma anche per la loro importanza strategica.
La visione prescritta agli Stati Uniti da Brzezinski guarda peraltro correttamente all’Asia orientale come a una regione dove, economia globale o no, la geopolitica classica continua a contare. L’interdipendenza economica fra Washington e Pechino o l’importanza dei rapporti commerciali fra Cina e Germania non eliminano linee di faglia da ventesimo secolo, con dinamiche fatte di deterrenza e di equilibri militari.

   Alla luce di questo dato, il ruolo di «balancing» che Brzezinski raccomanda agli Stati Uniti in Asia resta necessario; la revisione della strategia di sicurezza americana va del resto in questo senso. Ragione di più perché gli europei assumano una quota crescente di responsabilità ai loro confini, nel Nord Africa e nei Balcani. L’Occidente, per restare influente sul piano globale, non deve solo allargarsi, quindi; deve anche specializzarsi.
Nulla di tutto questo funzionerà, evidentemente, se la prima prescrizione di Brzezinski agli Stati Uniti, che vale in genere per le democrazie occidentali – quella di rivitalizzare se stesse e la propria economia – non reggerà alla prova dei fatti.
Come ha sostenuto Niall Ferguson su Aspenia, una delle cause del relativo declino dell’Occidente è la tendenza a rinunciare alle proprie armi vincenti: la concorrenza, la ricerca scientifica, l’etica del lavoro, fino a dubbi nei propri sistemi politici. Negli ultimi due decenni, la rivoluzione delle aspettative «crescenti», che aveva garantito il successo del modello occidentale, si è trasformata nel suo opposto. Le conseguenze economiche, politiche e sociali sono ancora tutte da misurare.
È questa la ragione essenziale per cui ripensare, allargare, ma anche ritrovare l’Occidente, appare indispensabile. (Marta Dassù, sottosegretario agli Esteri)

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PARTIGIANI CONTRO LA CRISI

di TONINO PERNA, da “il Manifesto” del 29/12/2011

   Nell’ultimo decennio in 25 paesi emergenti il Pil è cresciuto ad un tasso medio annuo del 5.8 per cento (Qatar, Cina, Kazakhstan, India, Vietnam e Nigeria l’hanno nettamente superato), di contro ad una crescita negativa del Giappone, all’1% dell’eurozona, ed all’1,5% degli Usa. Sempre nell’ultimo decennio la distribuzione del prodotto industriale mondiale ha visto il crollo degli Usa (passati dal 24.8 al 15.6%), del Giappone (dal 15.8 al 9,1%) e della Ue (dal 24.2 al 18%).
Mentre tutti i paesi occidentali sono gravati da un pesante debito pubblico, da una bilancia commerciale passiva (eccetto il Giappone e la Germania), da una crisi finanziaria e da una caduta delle Borse da quattro anni, i capitali sovrani – cioè i capitali in mano agli Stati – crescono e si concentrano nelle potenze emergenti, che stanno facendo shopping di imprese, risorse minerarie, terreni agricoli (solo in Africa sono state acquisite dai capitali sovrani terre fertili per una superficie pari alla Francia).
La democrazia rappresentativa, simbolo e vanto dell’Occidente, non regge ai colpi della crisi finanziaria, della crisi fiscale dello Stato, della perdita di competitività verso i paesi emergenti. Proprio nella fase storica in cui l’Occidente, con gli Usa in testa, hanno tentato di “esportare la democrazia” nel resto del mondo (magari con qualche bomba di troppo), questa forma politico-istituzionale è entrata profondamente in crisi, non appare più adeguata a rispondere alle grandi sfide della globalizzazione finanziaria e del mercato mondiale.

   In molti circoli della haute finance, dei Ceo che governano le imprese multinazionali, cresce l’invidia per il modello cinese, un modello di capitalismo di Stato dove le decisioni vengono prese velocemente e vengono eseguite senza i logoranti rituali della democrazia parlamentare, ignorando o calpestando nel sangue le decine di migliaia di rivolte popolari.
L’area occidentale, e l’Europa in primis, dove sono nati lo Stato moderno, il mercato capitalistico (le prime forme si trovano in Italia nel secolo XIII), ed infine le Costituzioni repubblicane e la democrazia parlamentare, appare ormai come una zona del mondo sempre più marginale, travolta dagli eventi, non più in grado di dare una risposta alla crisi che la sta erodendo dall’interno. Il rilancio della “crescita” di cui tutti straparlano in Europa e negli States è il classico miraggio, un’illusione ottica in un deserto di analisi e proposte che non fa i conti con la realtà.
La crescita del Pil a ritmi sostenuti era già finita in Occidente negli anni ’80 del secolo scorso. Solo il ricorso ad un indebitamento massiccio – di imprese, famiglie e Stati – ha permesso di mantenere artificialmente alta la domanda di beni e servizi, di drogare l’economia reale.

   Oggi questa corsa è finita nel default di tutta l’area occidentale e la terapia messa in atto dai governi europei, basata sulla riduzione del welfare e sui tagli all’occupazione ed ai salari, appare sempre più chiaramente come un autodafé.

   In un’area interna al mercato mondiale abbassare il potere d’acquisto della stragrande maggioranza della popolazione e, soprattutto, tagliare i salari ha un senso solo se questa manovra permette di esportare di più ed utilizzare il surplus della bilancia commerciale per ripianare il debito esterno.

   Ma il costo del lavoro incide marginalmente per molti prodotti esportati fuori dall’Ue (per le auto, ad esempio, incide solo per l’8%), ed anche per quei settori più tradizionali dove invece incide (calzature, abbigliamento, ecc) il divario salariale è tale che non è colmabile, salvo affamare letteralmente i lavoratori e fare crollare il Pil, esattamente il contrario di quello che viene sbandierato.
Infine, con una popolazione stagnante ed in gran parte dotata dei beni di consumo di massa, i consumi dei beni non alimentari avvengono in gran parte per sostituzione e spingerli ancora in alto può avvenire solo attraverso una riduzione ulteriore del ciclo di vita delle merci, con accresciuti fenomeni di inquinamento e rifiuti sempre più ingestibili.

   Così come le Grandi Opere, che molti rivorrebbero rifacendosi all’esperienza del New Deal di Roosevelt – senza tenere conto dei profondi cambiamenti intervenuti nell’impronta ecologica occidentale – sono sempre più devastanti, sul piano ambientale, ed inutili su quello dei bisogni sociali. Va poi ricordato che prima del crac delle Borse del 2008 la crescita in Occidente, in particolare negli Usa, si era contraddistinta per un effetto nullo o negativo sull’occupazione. Non a caso era stata definita growth jobless (crescita senza occupazione).
Ben diversa è la situazione dei Bric e di gran parte dell’Africa e dell’America Latina, dove la popolazione continua a crescere e ci sono ancora una marea di bisogni primari e secondari da soddisfare, vale a dire un grande mercato potenziale.
In sintesi, dobbiamo avere il coraggio di dire con chiarezza che la società occidentale è entrata in una fase di crisi profonda, strutturale, che va ben al di là della questione dei cosiddetti debiti sovrani (che i paesi latinoamericani chiamano più correttamente “deuda externa”, perché di “sovrano” non hanno niente).
Certo, nel medio periodo la caduta della domanda dei consumatori occidentali inciderà anche sui Bric e sui paesi emergenti, e la compensazione con la crescita dei consumi nel mercato interno potrebbe non essere sufficiente.

   Soprattutto c’è una resistenza popolare che si sta allargando su scala mondiale e mette in discussione il modello di accumulazione capitalistica su scala globale. Paul Hawken, riprendendo una categoria cara a Toni Negri, l’ha chiamata “Moltitudine inarrestabile”, Marx forse l’avrebbe definita semplicemente una nuova fase della “lotta di classe”, individuando nei nuovi proletari i soggetti che si oppongono all’espropriazione delle terre, delle case rurali, alla devastazione ambientale, all’impoverimento crescente.

   Di fatto si tratta di centinaia di migliaia di lotte sociali che registriamo ogni anno contro le Grandi Opere, i processi di urbanizzazione selvaggia, la privatizzazione dei beni comuni, a partire dall’acqua. Sono i nuovi partigiani del XXI secolo che si oppongono ai processi di espropriazione ed accumulazione capitalistica, dalle circa 5000 culture indigene che tentano di proteggere le terre natie, ai milioni di contadini cinesi espropriati/espulsi dalle terre (come testimoniato su questo quotidiano da Angela Pascucci), alle vittime incalcolabili delle multinazionali del petrolio (a partire dal delta del Niger), fino ad arrivare a casa nostra dove movimenti come il No Tav ed il No Ponte stanno resistendo da vent’anni a progetti di devastazione del proprio territorio.
Se l’Ue diventerà un punto di riferimento politico, scientifico, culturale, per i “nuovi partigiani” di questo secolo avrà ancora un ruolo da svolgere nel mondo. Soprattutto se saprà dimostrare che si può “vivere meglio con meno”, se saprà mantenere alta la qualità della vita ed i diritti sociali . In breve, se sapremo utilizzare la crisi per modificare profondamente questo modello di accumulazione capitalistica, disarmare la finanza e fare emergere i nuovi bisogni sociali e ambientali. (Tonino Perna)

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DECALOGO PER L’AGRICOLTURA

– Dieci cose di cui abbiamo bisogno in vista della Pac 2013 –

di CARLO PETRINI, da “la Repubblica” del 23/11/2011

   Per quale trauma, forse databile con la povertà delle campagne d’inizio Novecento, in questo paese, quando si parla di agricoltura, nella migliore delle ipotesi siamo distratti, e nella peggiore siamo infastiditi?  Ne è un sintomo non soltanto il malcelato recalcitrare di chi ogni tanto ha in sorte il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, ma anche il disinteresse che l’intera società civile manifesta nei confronti dell’attuazione delle sue politiche.

   L’agricoltura parrebbe fuori dall’italico radar. Ma almeno, il nuovo Ministro del Governo Monti, Mario Catania, è un dirigente del MIPAF da più di 30 anni e sicuramente conoscerà l’importanza del settore, soprattutto la necessità di un rapporto forte con la Commissione Europea. Nell’augurargli buon lavoro dobbiamo tuttavia constatare che, dal 2008, egli è il quarto Ministro dellAgricoltura del nostro Paese, e anche questo la dice lunga sull’attenzione della politica verso la questione agroalimentare.
Nemmeno in questo momento storico, in cui la società civile si mobilita su questioni cruciali come quella dell’acqua pubblica o del consumo di suolo, quella miccia prende fuoco: sull’agricoltura non ci entusiasmiamo. E questo vale ovviamente anche a livello europeo. Per esempio, se si chiede in giro che cosa è la PAC, pochi sapranno rispondere.
PAC sta per Politica Agricola Comune, le normative europee in tema di agricoltura. Non mi sembra una cosa normale non saperne niente. Perché se ci dicessero che non capiamo niente di cibo, ci offenderemmo. Ma come si può avere una cultura del cibo se si ritiene l’agricoltura un argomento poco interessante? Oggi lesodo dalle campagne ha toccato il suo punto più drammatico, allora perché non riflettere sul fatto che una nuova idea di agricoltura può favorire progetti di vita per tanti giovani chiamati non a fare la vita grama dei vecchi contadini, ma un lavoro moderno, dignitoso e gratificante? Stiamo parlando di migliaia di nuovi posti di lavoro, di sostenibilità, quindi di assoluto bisogno di nuove politiche agricole.

   La PAC c’è dalla fine degli anni Cinquanta, ed è una buona cosa che ci sia, perché l’Europa è un’unica, gigantesca zolla di terra, che può inquinare o proteggere l’acqua e l’aria di tutto il continente. Occorre che ce ne prendiamo cura tutti con le stesse logiche, altrimenti qualcuno fa il danno di tutti e nessuno riesce a fare il bene di tutti.
Ora la PAC è in fase di revisione: dopo un lungo iter di consultazioni è stata presentata, ad ottobre, la proposta legislativa che dovrà passare attraverso un processo di co-decisione che coinvolge il Parlamento Europeo e il Consiglio Europeo. Questo processo sarà piuttosto lungo prima che la nuova normativa entri in vigore presumibilmente a inizio 2014, quindi c’è un po’ di tempo per partecipare, per far sentire la nostra voce, cercare i nostri parlamentari, raccogliere firme se necessario, fare dibattiti, convegni, … insomma le cose normali di quando le cose ci stanno a cuore.
C’è poi un ulteriore motivo per occuparsi della PAC: tutti i cittadini dei paesi dell’Unione pagano tasse che vengono destinate ai vari settori di attività: dall’agricoltura all’educazione, alla salute etc. Ora, rispetto al budget totale a disposizione dell’Unione Europea circa il 40% viene destinato alle politiche agricole.
Ma la domanda è: a quale agricoltura vanno questi soldi? Prevalentemente all’agricoltura di quantità, quella dell’agrobusiness, dei grandi mercati internazionali, delle monocolture, della grande distribuzione organizzata, delle grandi aziende di capitale.

   Con qualche lieve miglioramento rispetto al passato, anche la nuova proposta presentata ad ottobre sembra andare in questa direzione. Grosso modo l’80% del budget sarebbe ancora destinato a questo tipo di agricoltura e solo il 20% andrebbe a supportare le produzioni sostenibili e di piccola scala.
PERÒ NOI DI COSA ABBIAMO REALMENTE BISOGNO?
Proviamo a fare un elenco, che vale per l’Italia come per il resto d’Europa (oltre che del mondo, ma il mondo non ha ancora un organismo di governo planetario, a meno che non si voglia ritenere che il WTO e la Banca Mondiale svolgano questa funzione):
1) abbiamo bisogno di garantire la fertilità dei suoli;
2) abbiamo bisogno di incentivare l’agricoltura nelle zone a rischio idrogeologico, perchè le attività forestali e agricole prevengono il degrado del territorio, mantenendo le comunità nelle loro sedi naturali a prendesi cura dei paesaggi;
3) abbiamo bisogno di ridurre le emissioni di CO2, in larga percentuale addebitabili agli allevamenti intensivi, al trasporto di generi alimentari per le grandi distribuzioni, agli sprechi energetici che il sistema alimentare globale impone;
4) abbiamo bisogno di ridurre gli sprechi, perché un terzo del cibo prodotto finisce direttamente nella spazzatura (e occorre ulteriore energia per smaltirlo) e questo è innanzitutto immorale, secondariamente stupido; è come buttare soldi, guadagnati usando le risorse di tutti, nella pattumiera, con infaticabile costanza;
5) abbiamo bisogno di proteggere le risorse come gli oceani, le acque interne e l’aria da un processo di inquinamento chimico che non può più essere tollerato;
6) abbiamo bisogno di invertire la tendenza delle malattie da benessere come l’obesità, il diabete, i disordini cardiocircolatori, i tumori, causate in buona parte dall’inquinamento dell’acqua e dell’aria, dall’alimentazione di cattiva qualità, dalla presenza di chimica legalizzata (si pensi ai coloranti, agli additivi, agli aromi naturali) nel nostro cibo quotidiano;
7) abbiamo bisogno di mitigare i cambiamenti climatici;
8) abbiamo bisogno di proteggere le culture locali, che hanno in sé molte informazioni utili in questi tempi di crisi ambientale, sociale ed economica;
9) abbiamo bisogno di proteggere le economie locali, e i mercati di prossimità, che possono rivitalizzare le nostre aree rurali e farle tornare ad essere luoghi di benessere, di produzione di reddito, di valori aggiunti, di occupazione giovanile;
10) abbiamo bisogno di mantenere alte le bandiere del turismo, che non si nutre solo di visite alle città d’arte o agli outlet, ma soprattutto di paesaggi agrari e di territori accoglienti.
E chi fa tutto questo, tutti i giorni, senza ricevere nessun compenso? L’agricoltura di qualità: quella che bada alla qualità del prodotto e a quella della produzione, che ha come obiettivo primario il cibo per le persone e non le merci per i mercati.

   Unagricoltura che, nella stragrande maggioranza dei casi, è un’agricoltura di piccola scala. Ecco, noi vorremmo che la nuova PAC destinasse molto di più a questo tipo di agricoltura, e non soltanto il 20%. Vorremmo questa rivoluzione, che si ricordi che se un pezzo di mondo è ancora in piedi è grazie ad un’agricoltura, per parafrasare Alexander Langer , «più lenta, più dolce, più profonda».
Ci dovevamo pensare prima, dirà qualcuno, e cioè quando abbiamo votato alle europee: ma quelle elezioni da questo punto di vista non andarono affatto male, perché ci fu un importante successo dei partiti ecologisti. Forse allora non tutto è perduto. Se iniziamo a insistere in ogni occasione possibile, su questi argomenti, qualche passo importante si può ancora fare.
Non è solo una questione di bisogni: è anche una questione di diritti, cosa importante, visto che si usano i nostri soldi e non è giusto che li si usino per danneggiarci. Provate a trasformare l’elenco di prima in un elenco di diritti, vedrete che si fa in fretta.

   E il diritto principale, che li racchiude tutti, si chiama sovranità alimentare. Ecco di cosa si stanno dimenticando, a Bruxelles: che abbiamo diritto a un cibo «salubre, culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi sostenibili ed ecologici». E questo, l’agricoltura orientata all’industria e ai grandi mercati, semplicemente, non lo può fare. (Carlo Petrini)

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IL CASO DELL’ARTIGIANO: UN’OCCASIONE PER CRESCERE

di STEFANO MICELLI (docente di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Ca’ Foscari di Venezie)

testo ripreso da

http://politichegiovanili.it/system/article,

a sua volta contenuto sul sito della “Fondazione Italia Futura” (http://www.italiafutura.it/ )

1. UN DECENNIO VISSUTO PERICOLOSAMENTE

   L’Italia è un paese di piccole imprese. Le statistiche ce lo ricordano continuamente. In Italia le imprese comprese nella classe fra 1 e 19 addetti costituiscono il 98,3% del nostro sistema imprenditoriale; la stessa statistica, nel Regno Unito si attesta al 94,9%; in Germania, scende al 93,4%.

   Se si considera il solo  comparto industriale, le imprese con meno di 20 addetti sono oltre 430.000 e pesano per quasi 1.800.000  addetti, più di un terzo degli addetti del manifatturiero (37,9%). Il peso della piccola impresa continua a rappresentare un aspetto caratterizzante del nostro sistema produttivo e ci contraddistingue rispetto alla generalità delle economie avanzate.

   Nonostante il quadro delle statistiche nazionali e internazionali confermi una fotografia a cui siamo sostanzialmente abituati, nel corso dell’ultimo decennio il sistema industriale italiano ha conosciuto profonde trasformazioni.

   Dal 2000 ad oggi, l’industria nazionale ha dovuto confrontarsi con tre shock importanti:  l’introduzione dell’euro, l’entrata a pieno titolo della Cina nel commercio internazionale e la diffusione delle nuove tecnologie nella gestione delle imprese. Questi shock hanno messo in discussione alcuni degli elementi su cui si è fondata la competitività del Made in Italy tradizionale.

   Lungo tutto il corso degli anni ’90, il successo della produzione italiana nel mondo è stato legato principalmente al successo del modello dei distretti industriali. Nel corso degli ultimi dieci anni, è cresciuta sensibilmente l’importanza di una nuova generazione di medie imprese capaci di proporsi in modo originale e innovativo sul mercato internazionale.

   Le caratteristiche salienti delle medie imprese che rappresentano la nuova ossatura del Made in Italy sono  presto dette. Le nuove medie imprese italiane hanno saputo costruire un percorso di crescita internazionale investendo in reti distributive e, aspetto particolarmente importante, avviando nuovi rapporti di fornitura a scala globale.

   Sono imprese che hanno costruito il loro vantaggio competitivo sulla ricerca e sulla comunicazione a scapito della manifattura in senso stretto: spesso hanno delocalizzato la produzione per concentrarsi sulle fasi a maggior valore aggiunto della catena del valore. Sono aziende che hanno mantenuto un rapporto forte con il territorio selezionando, tuttavia, i propri interlocutori sulla base di know how e competenze.

   A fronte di questi importanti cambiamenti, la piccola impresa artigiana ha subito un ridimensionamento delle proprie performance economiche collocandosi, quando possibile, a ridosso delle imprese leader di mercato. La crisi economica, innescata dalla finanza americana nel corso del 2008, ha accentuato ancora di più questo processo selettivo, attivando una nuova fase di differenziazione dei risultati economici.

   I dati forniti dall’Istat a metà 2010 forniscono una conferma che la crisi ha colto in controtempo le piccole e le microimprese, in particolare quelle meno “agganciate” a un circuito di crescita internazionale. Per contro, molte medie imprese hanno dimostrato di poter reagire alle difficoltà di mercato in termini relativamente brevi, riassorbendo in alcuni casi in un solo biennio la riduzione del fatturato legata alla crisi del 2008.

   In questo contesto, è lecito domandarsi se e come è possibile rilanciare la competitività della piccola impresa a carattere artigianale in una fase di crescente globalizzazione dei processi economici. La risposta non è scontata. La media impresa che ha svolto storicamente la funzione di traino della piccola impresa sui mercati internazionali, oggi tende a guardare al potenziale delle economie emergenti per attingere a competenze manifatturiere a basso costo.

   Per questo la piccola impresa artigiana è chiamata a fare oggi un nuovo salto di qualità, reinventando il proprio posizionamento sul mercato.

2. UNA NUOVA CREDIBILITÀ INTERNAZIONALE

   Se è vero che la piccola impresa oggi soffre la competizione internazionale, è altrettanto vero che in questi anni la figura dell’artigiano è stata ampiamente rivalutata. La crisi che si è abbattuta sull’economia mondiale  e le critiche che la finanza ha attirato sul proprio operato hanno contribuito a ridare lustro e legittimità all’economia reale e al ruolo dell’artigiano.

   Negli Stati Uniti alcuni libri sulla modernità del lavoro artigiano hanno conosciuto un certo successo; anche il Financial Times ha dedicato una sua prima pagina alle virtù del lavoro manuale e alla necessità di valorizzare il ruolo degli artigiani in campo sociale e economico.

   A prima vista, questo rilancio della figura dell’artigiano potrebbe suggerire connotazioni regressive. In molti percepiscono la scelta dell’artigianato come una versione elegante del cosiddetto “downshifting”, ovvero una riduzione delle aspettative di carriera e del proprio livello di materiale in cambio di una maggiore attenzione alla qualità della propria vita sociale: meglio vivere facendo qualcosa con le proprie mani, vedendo ogni  giorno i risultati del proprio lavoro, piuttosto che contribuire, spesso in modo inconsapevole, a un processo di alienazione che oggi segna in misura sempre più importante anche i lavori cosiddetti intellettuali.

   Questa scelta “no global”, nel senso stretto del termine, per quanto interessante sul piano umano, rischia di far apparire il lavoro artigiano come una ritirata rispetto alla possibilità di proporre il proprio talento nel mondo della creatività e dell’innovazione.

   In realtà non è così. Oggi sono proprie le grandi imprese più dinamiche e innovative a livello internazionale a rilanciare la figura del lavoro artigiano come ingrediente essenziale della competitività sui mercati. Molte case di moda (Louis Vuitton, Gucci, Kiton, Dolce e Gabbana per citarne alcune) hanno promosso campagne pubblicitarie per mettere in risalto il contributo del lavoro artigianale alla qualità del loro prodotto. Il lavoro artigiano è cura, attenzione al dettaglio, personalizzazione, cultura.

   Il contributo del lavoro artigiano non è cruciale solamente nei settori tradizionali come l’abbigliamento e la calzatura. Di recente Jonathan Ive, responsabile del design di Apple, ha sottolineato l’importanza di  recuperare un rapporto diretto con la materia come ingrediente essenziale nell’innovazione del prodotto high-tech.

   La sensibilità dell’artigiano è cruciale nella sperimentazione di nuove soluzioni e di nuovi materiali. Se si vuole essere davvero eccellenti – ha scritto Thomas Friedman sul New York Times – non basta essere nella media (“average”): si deve fare qualcosa in più, a tutti i livelli. Recuperare uno spirito artigianale (Friedman usa esplicitamente la parola “artisan”) è uno dei modi per uscire dalla crisi.

3. IL LAVORO ARTIGIANO E LA PICCOLA IMPRESA NELLE CATENE GLOBALI DEL VALORE

   Come ripensare il ruolo del lavoro artigiano per la competitività della piccola impresa in uno scenario di economia globale? Un’analisi sulle piccole imprese che hanno avviato in questi anni percorsi di successo parla di un nuovo modo di essere artigiani, non solo a scala locale. Rivela una nuova capacità di dialogo con il mondo della creatività e del design, ma anche con il mondo dell’industria e della distribuzione. Il vantaggio competitivo dei nuovi artigiani deriva nella maggior parte dei casi dalla capacità di trovare un nuovo ruolo all’interno delle catene globali del valore a scala internazionale.

   La gestione di questo nuovo posizionamento competitivo richiede una grande attenzione. Il lavoro artigiano costa. Tradizionalmente abbiamo pensato in termini di contrapposizione fra prodotto artigiano (di qualità, ma costoso) e prodotto industriale (di scarsa qualità, ma economico).

   Quanto emerge dall’attività del nuovo artigiano è il superamento di questa contrapposizione e la ricerca di nuove complementarietà. Il lavoro  artigiano rilancia la sua competitività quando attiva, completa o arricchisce le filiere industriali. Il nuovo artigiano, insomma, non compete più con l’industria, ma diventa parte integrante di catene del valore a cui contribuisce con la sua specificità.

   Qualche esempio. Da sempre le imprese artigiane svolgono un’attività di prototipazione e di produzione di prime serie per le filiere dell’abbigliamento e della calzatura. La traduzione dei bozzetti degli stilisti in manufatti pronti per la produzione in serie è cruciale per ottenere economie di scala nel processo industriale.   Il valore prodotto dall’impresa artigiana dipende dal fatto che grazie a queste prime collezioni è possibile mettere in moto economie che verranno garantite da processi industriali consolidati, magari in paesi  emergenti. Dobbiamo considerare l’artigiano in contrapposizione con l’industria? Piuttosto il contrario.

   Il lavoro artigiano dimostra la sua complementarietà con l’industria anche proponendosi a valle della filiera. Si pensi, ad esempio, al caso dell’edilizia sostenibile. In questo caso le imprese artigiane fanno proprie le economie di scala delle imprese che producono componenti a livello industriale per svolgere una funzione cruciale di adattamento, necessaria soprattutto quando queste nuove tecnologie vengono applicate a edifici già esistenti. In questo caso, il valore del lavoro artigiano dipende dalla capacità di configurare e combinare in modo originale elementi già disponibili sul mercato.

   Anche per il cosiddetto artigianato artistico non vale più la contrapposizione con l’industria e la grande distribuzione. È vero che spesso liutai, maestri vetrai, ceramisti, gioiellieri danno vita ad oggetti che devono il loro valore alla loro esclusività. Immaginiamo volentieri la bottega di questi artigiani, in pieno centro storico,  in contrapposizione con la catena di montaggio della fabbrica sorta nella zona industriale appena fuori città.

   In realtà già oggi il lavoro di questi artigiani può costituire il punto di partenza per produzioni in serie. Il rapporto sui mestieri d’arte e sui saperi tradizionali, curato dalla senatrice francese Catherine Dumas, racconta la storia di Serge Mansau, creatore di vere e proprie sculture in vetro che le grandi case di moda hanno spesso utilizzato come flaconi per i propri profumi. I flaconi prodotti in serie per Dior, Kenzo e Azzaro, solo per fare alcuni nomi, nulla tolgono al valore della produzione originale dello stesso Mansau.

   Tutti questi esempi confermano la necessità che la piccola impresa si dimostri capace di produrre valore attraverso un nuovo dialogo con l’industria e la distribuzione. La piccola impresa artigiana, in altre parole, è chiamata a diventare ingrediente essenziale di processi manifatturieri che hanno bisogno, in fasi specifiche, di creatività, capacità di adattamento e di risoluzione dei problemi. Questo non implica che le filiere siano necessariamente italiane al cento per cento: è possibile contribuire con un servizio “su misura” anche a catene del valore solo in parte nazionali mantenendo un ruolo specifico e visibile.

   Come promuovere una sua presenza originale nelle catene globali del valore? Vale la pena soffermarsi su due grandi tematiche che riflettono altrettanti possibili capitoli di una nuova economia industriale per la piccola impresa: innovazione e internazionalizzazione.

4. INNOVAZIONE E PICCOLA IMPRESA: UN BINOMIO DA RIPENSARE

   Un elemento che oggi qualifica il lavoro artigiano è la specificità del suo percorso di innovazione. Si tratta di un tema cruciale per la competitività dell’impresa artigiana, sul quale vale la pena soffermarsi. Una ricerca di Censis – Confartigianato ha messo a fuoco alcuni aspetti tipici del processo di innovazione dell’impresa artigiana a partire da un’analisi condotta su un campione di piccole imprese dinamiche.

   Dalla ricerca emerge che l’impresa artigiana investe una quota rilevante di ore lavorate (oltre il 10%) in attività di ricerca e sperimentazione. Questo sforzo di ricerca si svolge prevalentemente all’interno del perimetro proprietario dell’impresa; l’artigiano stenta a costruire un dialogo con soggetti come l’università o con altri enti di ricerca.

   Altro aspetto rilevante riguarda l’esito di questo percorso di ricerca: nella stragrande maggioranza dei casi le innovazioni introdotte si traducono in un vantaggio competitivo sul mercato, qualificando l’attività di impresa ben oltre gli standard di mercato.

   Nel caso delle aziende artigiane della sub-fornitura, questo sforzo di innovazione contribuisce in maniera essenziale alla competitività delle imprese committenti. Un terzo delle imprese analizzate da Confartigianato dichiara di adottare un comportamento attivo verso le imprese leader, proponendo soluzioni innovative e lavorando in partnership per risolvere i problemi.

   Anche in un comparto oggi particolarmente delicato come quello delle lavorazioni conto terzi, una quota importante delle imprese artigiane pratica un’innovazione che si traduce in servizi a valore aggiunto.

   La creatività dell’artigiano, la sua capacità di trovare soluzioni innovative e di trasferirle continuamente al prodotto, costituisce un ingrediente essenziale della manifattura di qualità, indipendentemente dal legame ufficiale con la ricerca scientifica e tecnologica.

   Il problema, allora, è come allargare la platea delle imprese artigiane che sono in grado di mettere in moto questi comportamenti e come moltiplicarne il valore. Un aspetto essenziale su cui riflettere è legato al contesto sociale e culturale entro al quale l’artigiano si trova ad operare e a sviluppare il proprio percorso di innovazione.

   Un esempio di progetto in grado di arricchire le relazioni dell’artigiano e stimolare l’innovazione è stato recentemente promosso da CNA Vicenza. Con l’aiuto di alcuni designer di fama internazionale (nel caso specifico Aldo Cibic e Martino Gamper), CNA Vicenza ha selezionato un gruppo di giovani talenti provenienti dal Royal College of Art e li ha ospitati nel vicentino per farli lavorare a stretto contatto con alcuni artigiani attivi in diversi ambiti, dalla ceramica al plexiglass. Nell’arco di pochi mesi, giovani promesse del design e artigiani dall’esperienza consolidata hanno imparato a convivere sviluppando una serie di prototipi che sono stati presentati ufficialmente a conclusione del progetto.

   Altro esempio interessante di creazione di nuove connessioni sociali e professionali è quello del Museo Zauli a Faenza. Il museo sta sviluppando una politica di promozione culturale che punta a legare l’artigianato e l’arte contemporanea per rinnovare radicalmente i linguaggi espressivi della ceramica. Il progetto punta a creare nuovi legami fra mondi che a lungo si sono parlati poco e male. I risultati sono già oggi di grande interesse e superano la dimensione della sperimentazione. In un territorio in forte crisi, la ricostruzione di un nuovo contesto e di nuovi linguaggi ha consentito di generare rapidamente un ritorno economico misurabile.

   In alcuni casi l’emergere di questi legami nasce in modo spontaneo. Il collettivo Gate 08, ad esempio, è un gruppo di designer di tutto il mondo che ha deciso di avviare una collaborazione con un gruppo di artigiani per proporsi in modo innovativo sul mercato. Gate 08 ha proposto i risultati di questa collaborazione al Salone del Mobile di Milano e, a più riprese, a Udine presso sedi commerciali e istituzionali.

   In questo caso Confartigianato sta svolgendo un ruolo importante nel qualificare questa esperienza attraverso lo strumento del contratto di rete, per dare al progetto forza di mercato e visibilità presso la distribuzione.

   In tutte queste esperienze, ciò che emerge è l’importanza di una dimensione sociale nel processo di innovazione. L’artigiano innova attraverso il dialogo diretto, attraverso un confronto che lo mette in gioco come persona a tutto tondo.

   Il mondo dei distretti ha probabilmente esaurito un ciclo di creatività “manifatturiera”, ma chi esce da questa esperienza è pronto a rilanciare la propria esperienza entro un nuovo orizzonte professionale e culturale. I casi ora citati sono solo una selezione dei tanti fermenti che stanno caratterizzando tutta l’Italia manifatturiera.

   Si tratta di incentivare progetti che puntano ad arricchire il contesto del lavoro artigiano

puntando a stimoli nuovi, capaci di innescare dinamiche innovative originali.

5. INTERNAZIONALIZZARE IL LAVORO ARTIGIANO

   Internazionalizzazione e artigianato sono parole che, secondo alcuni, non vanno d’accordo. Se guardiamo i dati dell’export questa convinzione si rafforza. Sono infatti le medie e le grandi imprese a garantire in maniera rilevante l’export nazionale. L’artigianato concorre alla presenza del prodotto italiano sui mercati internazionali solo in minima parte.

   In realtà il tema dell’internazionalizzazione non può essere ricondotto semplicemente alla capacità di esportare prodotti e servizi. Oggi l’internazionalizzazione ha a che fare con la conoscenza, e non solo con le merci. Le reti trasformano il nostro modo di essere “internazionali”, allargando sensibilmente l’orizzonte geografico dell’agire dell’impresa artigiana. Il cambiamento in atto è profondo e richiede – nuovamente – di utilizzare il punto di vista delle catene globali del valore.

   L’impresa artigiana oggi ha la possibilità di informarsi diversamente sui propri fornitori guardando a un orizzonte internazionale; può ripensare il proprio rapporto con il mercato cercando – individualmente o in partnership – di candidarsi a svolgere fasi specifiche di catene del valore a livello globale. La maturità delle tecnologie e dei servizi disponibili in rete consente forme nuove di specializzazione a livello internazionale prima riservate alle aziende di maggiori dimensioni.

   Alcuni esempi. Sul versante della commercializzazione del prodotto la rete propone nuove opportunità di commercio elettronico. Tradizionalmente questo canale non è stato utilizzato dalle imprese del Made in Italy, in parte perché poco adatto a comunicare la flessibilità e la versatilità delle nostre imprese artigiane, in parte perché inadeguato nel comunicare la ricchezza di contenuti storici, artistici e cultuali del prodotto artigiano.  Rispetto alla prima metà degli anni 2000 il contesto, oggi, è profondamente mutato.

   L’introduzione della banda larga e l’innovazione nelle piattaforme di e-commerce hanno consentito di arricchire gli strumenti del commercio elettronico: è migliorato il potenziale di interazione fra domanda e offerta ed è aumentata la possibilità di comunicare il valore di prodotti complessi grazie alla multimedialità.

   Nel campo del commercio elettronico business to business si sono imposte piattaforme globali come www.alibaba.com che hanno saputo intermediare l’offerta di produzioni cinesi presso le imprese e i compratori occidentali. Piattaforme come Alibaba contano oggi milioni di contatti giornalieri e un volume di transazioni considerevole. Non si tratta di compravendite basate solo sul prezzo: esiste la possibilità di gestire processi di personalizzazione delle offerte anche per pochi pezzi. Questo consente di ripensare il proprio modo di acquistare e di vendere on line.

   Chris Anderson, editor di Wired, ha indicato Alibaba come una delle piattaforme su cui si costruirà quella che lui stesso ha definito la prossima rivoluzione industriale (“The next industrial revolution”): grazie alle nuove piattaforme di commercio elettronico è possibile costruire auto su misura (come nel caso dell’americana Local Motors), acquistare e vendere circuiti integrati personalizzati, persino gestire la produzione di prodotti high tech. Insomma un universo di opportunità per artigiani di nuova generazione disposti a raccogliere la sfida.

   Per la piccola impresa italiana, questi nuovi ambienti di lavoro rappresentano una sfida non da poco. Oggi il traffico italiano conta su Alibaba per l’1% delle transazioni contro il 60% delle imprese cinesi e il 7% delle imprese americane.

   Anche nel campo del commercio elettronico business to consumer, lo scenario è molto cambiato in questi ultimi anni. Nel campo dell’hand made si sono consolidate a livello internazionale piattaforme di commercio elettronico in grado di rappresentare delle opportunità anche per l’artigianato italiano. Esty.com costituisce un esempio interessante in questo campo.

   Inoltre, i recenti successi di piattaforme come Yoox.com dimostrano la possibilità di sviluppare canali di distribuzione capaci di comunicare la ricchezza del prodotto Made in Italy.

   In generale, la disponibilità di nuovi strumenti gestionali e di reti a banda larga consente di ripensare il posizionamento delle imprese artigiane nelle filiere internazionali. Attività come la prototipazione e lo sviluppo di prime serie, come accennato in precedenza, possono essere svolte per nuovi committenti a scala globale.

   Le imprese artigiane specializzate in queste attività in campi diversi come la confezione o la produzione di stampi possono inserirsi e consolidare un proprio posizionamento competitivo anche senza una filiera completamente Made in Italy.

   Dall’insieme di queste esperienze emerge un quadro di nuove opportunità per il mondo della piccola impresa artigiana che deve essere preso sul serio, e in tempi brevi. Le economie con cui l’impresa artigiana è chiamata ad orientarsi sono complesse. Esiste un problema di affidabilità delle controparti, di messa a punto di nuove competenze, di tutela della proprietà intellettuale, soprattutto perché le opportunità di crescita che questi strumenti consentono guardano principalmente ad Est, verso le economie emergenti dell’Asia.

6. QUATTRO PROPOSTE PER UN NUOVO ARTIGIANATO

   Esiste un consistente spazio di politica industriale per un rilancio dell’artigianato italiano. Il quadro che emerge da un’analisi del comparto suggerisce iniziative diverse, alcune a scala nazionale, altre in una proiezione internazionale. Tutte hanno in comune l’obiettivo di promuovere la qualità del lavoro artigiano come un tratto distintivo della nostra industria nazionale presente – in forme diverse – nella grande, nella media e nella piccola impresa. Questo ingrediente essenziale ha consentito ai quattro grandi settori del Made in Italy (alimentazione, casa-arredo, moda, meccanica) di mantenere nel tempo la propria competitività a livello internazionale.

   Innocenzo Cipolletta ha definito questa straordinaria capacità di flessibilità e di adattamento alla domanda internazionale “industria su misura”. Se il Made in Italy è stato “industria su misura”, nella piccola impresa così come in quella di maggiori dimensioni, ciò si deve a una qualità del lavoro che oggi riconosciamo come artigianale.

   Abbiamo già cominciato a comunicare e a promuovere il lavoro artigiano in modo nuovo. Chi ha seguito le attività del padiglione italiano all’Expo di Shanghai ha potuto apprezzare il successo riscosso dallo spazio dedicato al lavoro artigiano.

   Nel parallelepipedo di plexiglass in cui sono stati ospitati i nostri artigiani, si sono alternate presenze di grandi imprese ormai consolidate (ad es. Ferragamo), istituzioni di prestigio (ad es. l’Opificio delle pietre dure di Firenze) e laboratori artigiani di talento (ad es. i liutai di Cremona). Il lavoro artigiano è stato presentato come l’enzima che consente alla nostra imprenditorialità di raggiungere l’eccellenza nella qualità e la passione per il dettaglio.

   Il riconoscimento di questo tratto nazionale deve suggerire una prospettiva unificante fra piccola e grande impresa. Il lavoro artigiano costituisce probabilmente il vero denominatore comune di tanta parte dell’industria italiana.

   Riconoscere la sua importanza significa prima di tutto mettere da parte le tante contrapposizioni fra il fronte della piccola impresa, in sofferenza per la crisi degli ultimi due anni, e quello delle imprese più consolidate, ormai proiettate in uno scenario internazionale.

   Il problema da affrontare con urgenza è capire in che modo l’artigianato, che oggi qualifica la piccola impresa italiana, può essere valorizzato a scala globale. Quattro sono le priorità da affrontare con la massima urgenza.

6.1 UNA TASK FORCE PER INTEGRARE L’ARTIGIANATO ITALIANO CON LE ECONOMIE EMERGENTI

   Il primo obiettivo da perseguire è l’inserimento delle piccole imprese artigiane all’interno delle catene globali del valore. La piccola impresa artigiana non può pensare di competere a livello internazionale perpetuando un approccio mercantile: non si tratta necessariamente di imporre il prodotto della piccola impresa sui mercati internazionali. Piuttosto, si tratta di trovare delle forme di partenariato che consentano alla piccola impresa di valorizzare le proprie competenze all’interno di nuove relazioni con l’industria e la distribuzione.

   Come accennato in precedenza, alcune esperienze di partenariato sono già state avviate con successo: in diversi contesti, piccole imprese di matrice artigianale hanno saputo inserirsi in processi di divisione del lavoro a scala internazionale.

   Per favorire un’accelerazione di questi processi di integrazione è necessaria una politica industriale su due fronti. Un primo fronte è legato allo sviluppo di reti di impresa capaci di aggregare una massa critica di competenze distintive in grado di proporsi efficacemente su uno scenario internazionale.

   Difficile pensare che siano le singole imprese a dialogare con i nuovi protagonisti della manifattura industriale nel Far East: più verosimile che gruppi selezionati e organizzati di aziende artigiane possano diventare interlocutori di strutture industriali in forte crescita.

   Lo strumento del contratto di rete costituisce lo strumento cardine per favorire questa proiezione internazionale e per questo deve essere promosso e comunicato a scala nazionale. Un secondo fronte riguarda la cooperazione internazionale.

   Le nostre imprese devono poter essere aiutate e sostenute nel confronto con economie e culture percepite come lontane e poco praticabili. In passato il Ministero dello Sviluppo Economico ha promosso una task force per rendere produttivo l’incontro fra partner russi e italiani e favorire la reciproca conoscenza fra imprenditori.

   La task force ha avuto il merito di affrontare molto pragmaticamente le priorità percepite degli operatori economici e favorire l’identificazione di soluzioni sul piano della concretezza. Questo stesso modello  operativo oggi deve essere replicato per favorire l’integrazione delle nostre reti di impresa con le realtà produttive più dinamiche in Cina e in India.

6.2 OLTRE IL MADE IN ITALY: UN MARCHIO PER LA VALORIZZAZIONE INTERNAZIONALE DELL’ARTIGIANATO

   Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito a un lungo confronto sul tema del marchio Made in Italy. La legge Reguzzoni-Versace (L.55 del 2010) ha rappresentato un importante punto di arrivo per la salvaguardia delle esigenze di informazione e trasparenza verso il consumatore finale: quando saranno predisposti i regolamenti attuativi i consumatori saranno in grado di stabilire con precisione l’origine delle merci e il luogo della manifattura di settori cruciali come il tessile e la pelletteria.

   Difficile pensare, tuttavia, che il marchio Made in Italy – anche quando esteso ad altri settori – possa davvero valorizzare, di per sé, la piccola impresa artigiana nell’economia internazionale. In passato il marchio Made in Italy è stato utile nel rimarcare la differenza fra un modello industriale di matrice fordista (tipico di grandi economie come quella americana) e un modello industriale come quello italiano,  profondamente radicato nella tradizione artigiana e nella cultura dei territori.

   Questa demarcazione non è più proponibile in uno scenario globale: le nuove economie emergenti hanno certamente sviluppato apparati produttivi tipici della produzione di massa (si pensi al sistema industriale cinese), ma continuano a essere caratterizzate da una consistente presenza di lavoro artigiano.

   La tradizione italiana dell’artigianato che ambisce a proiettarsi nel mondo ha bisogno di linguaggi nuovi, capaci di incontrare e riconoscere il valore di culture diverse.

   L’Italia non può pensare di essere l’unico paese depositario di competenze artigiane: deve, piuttosto, diventare il paese promotore dell’artigianato a livello internazionale. Deve diventare il punto di riferimento di una nuova cultura della produzione che fa dell’uomo e del lavoro artigiano un elemento essenziale della qualità materiale e immateriale delle merci.

   L’artigianato, come è stato per l’agricoltura, ha bisogno di marchi e riconoscimenti inclusivi. Se guardiamo all’esperienza Slow Food, vediamo un brand capace di dare senso e includere tradizioni diverse (i presidi locali in Italia e nel mondo).

   Slow Food non difende l’Italia; promuove la cultura del cibo nel nostro paese e nel mondo. Grazie a un linguaggio aperto e universale, il nome Slow Food è stato accolto praticamente dappertutto.

   È ovvio che fra i beneficiari di questo straordinario successo vi siano state anche imprese italiane: Eataly, ad esempio, ha appena ampliato la sua rete distributiva con un importante sbarco negli Stati Uniti; Grom, la catena di gelaterie di qualità che ha conosciuto una grande crescita in questi ultimi anni, beneficia anch’essa delle esternalità positive generate da Slow Food e dai suoi presidi.

   È importante che nell’ambito dell’artigianato emerga al più presto un progetto simile a quello promosso da Carlo Petrini. I fermenti culturali di questi anni dimostrano che esiste un interesse globale per un nuovo riconoscimento del lavoro artigiano (si pensi al movimento dei makers negli Stati Uniti, già oggi organizzato attorno a eventi e riviste di settore). L’Italia deve diventare il punto di riferimento di questa cultura del lavoro promuovendo attività di ricerca, di promozione e, ovviamente, marchi e etichette riconoscibili.

   Al pari di Slow Food, un’iniziativa di innovazione sociale di questo tipo, richiede slancio e imprenditorialità da parte di istituzioni, associazioni di categoria, operatori della cultura e mondo delle imprese.

6.3 UNA IVY LEAGUE DELLE SCUOLE DELL’ARTIGIANATO

   La formazione del nuovo artigiano non ha ancora istituzioni qualificate. Mentre l’artigianato evolveva e si trasformava sotto la spinta delle pressioni del mercato, le scuole dei mestieri si limitavano a riproporre la figura dell’artigiano della tradizione. Non è solo una questione di accesso alle nuove tecnologie, che spesso le scuole non sono in grado di garantire perché in ritardo rispetto al mondo delle imprese ma è, più in generale, un problema di impianto formativo che oggi richiede un abbinamento più stretto fra competenze manuali e strumenti culturali evoluti.

   Come riproporre una formazione artigiana al passo coi tempi? La predisposizione di nuovi curricula, capaci di interpretare il nuovo ruolo dell’artigiano nell’economia globale, richiede una riflessione di carattere nazionale. Il nuovo artigiano ha bisogno di scuole che ne rilancino il profilo e la visibilità oltre la scala regionale e che ne proiettino la legittimità in un orizzonte internazionale.

   È necessario avviare al più presto una serie di corsi di eccellenza che facciano leva su quanto di meglio abbiamo saputo sviluppare nelle  diverse regioni per attrarre nel nostro paese talenti di tutto il mondo, interessati ai mestieri artigiani e alla cultura italiana.

   L’insieme di scuole dovrà costituire una Ivy league dell’artigianato che potrà condividere alcune risorse di base (si pensi all’offerta didattica di carattere generalista) e che potrà specializzarsi in aree elettive coerenti con le diverse vocazioni territoriali.

   In generale, il rilancio della formazione artigiana favorirebbe una diversa percezione del lavoro manuale nella società italiana. Studi recenti di Confartigianato confermano la ritrosia dei giovani italiani nell’intraprendere un percorso di lavoro artigiano perché poco attratti dalle offerte della piccola impresa di carattere artigianale.

   Percorsi formativi di eccellenza, orientati a studenti nazionali e internazionali, in grado di fornire sbocchi professionali sia nella media che nella piccola impresa, potrebbero trainare in maniera sensibile tutto il comparto.

   Queste stesse scuole di eccellenza potranno inoltre diventare le piattaforme di scambio e di integrazione tra competenze artistiche e altri campi del sapere. Come richiamato in precedenza, i percorsi di innovazione nel mondo artigiano passano attraverso la socializzazione e l’esperienza diretta di nuovi saperi. Le scuole avranno la funzione di interfaccia fra artigianato e mondo del design, dell’arte contemporanea,  dell’ingegneria, delle scienze ambientali: saranno queste istituzioni a legittimare e a gestire quei percorsi di incontro che hanno bisogno di mediazione e accompagnamento.

6.4 UN NUOVO MODO DI RACCONTARE L’ARTIGIANATO ITALIANO

   Il racconto dell’artigianato di qualità ha seguito, tradizionalmente, una trama territoriale. Il radicamento dell’impresa artigiana all’interno dei distretti ha favorito una promozione dell’impresa artigiana per aree geografiche omogenee. L’Italia ha promosso il vetro di Murano, l’oreficeria di Valenza, la lavorazione del corallo di Torre del Greco. La lista potrebbe continuare a lungo.

   Il confronto con mercati nuovi, diversi per cultura e per richieste dai mercati tradizionali, spinge a ripensare il nostro modo di comunicare la competenza artigiana, favorendo l’aggregazione di competenze e lavorazioni coerenti con le richieste di mercati specifici.

   CNA, ad esempio, ha promosso la pubblicazione di un libro-catalogo dal titolo “Fatto per te” che raccoglie i profili di una quarantina di artigiani che, sparsi su tutta la penisola, sono a disposizione per confezionare abiti e accessori su misura per clienti russi. In questo caso, la narrazione delle eccellenze riflette il punto di vista della domanda, non più quello della geografia dell’offerta. Cataloghi simili sono già stati prodotti con  successo per altri settori, come quello della casa sostenibile e della moda.

   In alcuni casi il problema non è solo quello di raccontare un artigianato che già esiste e opera sul mercato; si tratta, invece, di aggregare e rendere visibili operatori che devono conoscersi e sviluppare progetti comuni.

   Il progetto DNA Italia, la fiera delle tecnologie per i beni culturali, ad esempio, è stato un importante momento di incontro per operatori del settore, che ha consentito di mescolare e presentare pubblicamente eccellenze della ricerca scientifica assieme a competenze artigianali tipiche del restauro.

   In questo, così come in altri casi analoghi, l’obiettivo è quello di dar vita a momenti fieristici e di confronto che consentono alle piccole imprese di confrontarsi e di dialogare in forme non dissimili da quelle che

tradizionalmente caratterizzano i distretti (non a caso la letteratura chiama questo tipo di eventi temporary cluster).

   Per molti settori del Made in Italy questa riorganizzazione della comunicazione distrettuale è particolarmente urgente. La promozione delle reti di piccole imprese all’estero richiede una maggiore attenzione alle richieste del mercato e una attenta selezione dei partecipanti.

   Nel sistema casa, così come nella moda e nella meccanica, la possibilità di arrivare al mercato con proposte integrate e coerenti rappresenta un elemento distintivo rispetto alla concorrenza. È importante accelerare la produzione di nuovi cataloghi e di nuove aggregazioni di imprese a scala nazionale in vista di una più aggressiva proiezione internazionale.

   In questa prospettiva le associazioni di categoria giocano un ruolo particolarmente cruciale avendo una lettura locale e nazionale della distribuzione delle imprese. (Stefano Micelli)

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LA CRESCITA, UN OBIETTIVO DA RIPENSARE

di Kenneth Rogoff, da “IL SOLE 24 ORE” del 12/2/2012

– Fondamentale per i Paesi poveri e quelli indebitati, non sempre è un indicatore di benessere – superata una certa soglia, il livello di reddito non dice più nulla sulla soddisfazione degli individui –

   La macroeconomia sembra spesso considerare una crescita economica rapida e stabile come lo scopo principale di tutte le politiche, un messaggio che viene ribadito nei dibattiti politici, nelle sale di consiglio delle banche centrali e nei titoli di prima pagina dei quotidiani.

   Ma ha effettivamente senso continuare a considerare la crescita come il principale obiettivo sociale, proprio come presuppongono implicitamente i manuali di economia?

   Diverse critiche nei confronti delle statistiche economiche standard sostengono l`importanza di considerare misure di welfare più allargate a livello nazionale, tra cui l`aspettativa di vita, l`alfabetizzazione etc.  Queste valutazioni sono state espresse anche dall`United Nations Human Development Report e, più recentemente, dalla Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress sponsorizzata dai francesi e presieduta dagli economisti Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi.

   Ma ci potrebbe essere un problema ben più profondo della limitatezza delle statistiche, ovvero il fallimento della teoria della crescita moderna nell`enfatizzazione in termini adeguati degli individui quali creature sociali che valutano il proprio benessere sulla base di ciò che vedono intorno a loro e non solo di standard assoluti.

   L`economista Richard Easterlin ha osservato che i sondaggi sulla “felicità” dimostrano,  sorprendentemente,un`evoluzione minima nei decenni successivi alla Seconda Guerra mondiale a dispetto di un trend consistente di crescita del reddito. Non c`è bisogno di dire che i risultati di Easterlin sono meno plausibili per i Paesi molto poveri dove i redditi in rapida crescita spesso` permettono alle società di godere di importanti miglioramenti della qualità della vita che sono presumibilmente correlati in modo stretto a qualsiasi misura adeguata per il benessere generale.

   Nelle economie avanzate, tuttavia, la metodologia del benchmarking è un fattore decisamente importante per la modalità di valutazione del benessere personale degli individui.

   In tal caso, la crescita generalizzata del reddito potrebbe far evolvere queste valutazioni molto più lentamente di quanto ci si possa aspettare se si osserva il modo in cui un aumento del reddito individuale influisce sul proprio benessere rispetto agli altri.

   In relazione a ciò, la metodologia del benchmarking potrebbe implicare un calcolo diverso dei trade-off tra la crescita e le altre sfide economiche, tra cui il degrado ambientale, rispetto a quanto suggeriscono i modelli convenzionali di crescita.

   Bisogna riconoscere che esiste una ridotta ma importante documentazione che sostiene che gli individui attingono pesantemente ai parametri storici o sociali nelle loro scelte e nelle loro opinioni economiche.  Purtroppo questi modelli tendono a essere difficili da manipolare, valutare o interpretare e tendono, di conseguenza, a essere utilizzati in contesti molto specializzati, come ad esempio per spiegare il cosiddetto “equity premium puzzle” (ovvero l`osservazione empirica che dimostra che nel lungo termine il rendimento delle azioni è superiore a quello delle obbligazioni).

   L`ossessione di continuare a massimizzare la crescita a lungo termine del reddito medio trascurando altri rischi e considerazioni è in parte assurda. Prendiamo in esame un semplice esperimento teorico. Immaginate che la prospettiva di aumento del reddito nazionale pro capite (o una qualche misura più ampia di welfare) sia pari all`1% su base annuale per i prossimi due secoli. Si tratta dello stesso trend del tasso di crescita pro capite del mondo avanzato registrato negli ultimi anni. Con una crescita annuale del reddito pari la generazione ché nascerà tra settant`anni godrà di quasi il doppio del reddito medio attuale. Fra due secoli il reddito aumenterà addirittura di otto volte.

   Supponiamo ora di vivere in un contesto di crescita economica molto più rapida con un aumento del reddito pro capite pari al 2% su base annuale. In tal caso, il reddito pro capite aumenterebbe del doppio dopo solo 35 anni, mentre arriverebbe a crescere di otto volte dopo solo un secolo.

   Chiedetevi, infine, quanto vi importa veramente se ci vogliono 100, 200 opersino mille anni affinché il welfare aumenti di otto volte rispetto al valore attuale.

   Non sarebbe più logico preoccuparsi della sostenibilità e della durata della crescita globale a lungo termine? E non avrebbe più senso preoccuparsi del fatto che un conflitto, oppure il riscaldamento globale, potrebbero provocare una catastrofe in grado di far deragliare la società nel corso dei prossimi secoli se non addirittura oltre?

   Anche se ognuno pensa limitatamente ai propri discendenti, spera senza dubbio che possano avere successo e dare un contributo positivo alla società futura. Presupponendo poi che saranno più ricchi della propria generazione, quanto è realmente importante il livello assoluto del loro reddito? Forse una logica più profonda alla base dell`imperativo di crescita in molti paesi deriva dalle preoccupazioni per il prestigio e la sicurezza nazionale.

   Nel suo influente libro del 1989, The Rise and Fall of the Great Powers (La crescita e la caduta delle grandi potenze, ndt.), lo storico Pani Kennedy è giunto alla conclusione che, nel lungo termine, la ricchezza e la potenza produttiva di un Paese, rispetto a quello dei suoi contemporanei, sono i fattori determinanti del suo status globale.

   Ma mentre Kennedy si era focalizzato in particolar modo sul potere militare, nel mondo attuale le economie di successo godono di uno status in diversi contesti e i policymaker si preoccupano, legittimamente, della graduatoria economica nazionale.

   La competizione economica per il potere globale è di certo una logica comprensibile se il fine è quello di focalizzarsi sulla crescita a lungo termine, ma se questa stessa competizione risulta invece essere la giustificazione proprio per potersi focalizzare sulla crescita a lungo termine, allora bisogna necessariamente riesaminare i modelli macroeconomici standard che non prendono affatto in considerazione quest`aspetto.

   Ovviamente, nel mondo reale, i Paesi considerano, giustamente, la crescita a lungo termine come parte integrante della sicurezza nazionale e dello status globale.

   I Paesi altamente indebitati, che al giorno d`oggi sono gran parte delle economie avanzate, hanno bisogno della crescita per sanare le proprie difficoltà. Ma, come proposito a lungo termine, il motivo per focalizzarsi sulla crescita non è poi così onnicomprensivo come molti policymaker e teorici dell`economia vogliono farci credere.

   In un periodo di estrema incertezza economica potrebbe sembrare inappropriato mettere in dubbio l`imperativo della crescita. Ma in effetti il contesto di una crisi è forse proprio l`occasione per rivedere gli obiettivi a lungo termine della politica economica globale. (Kenneth Rogoff – Traduzione di Marzia Pecorari)

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One thought on “IL LAVORO CHE MANCA – geografie sociali del precariato (i GIOVANI: SENZA LAVORO o PRECARI) e la valorizzazione comunitaria dei BENI ALIMENTARI e dei BENI ENERGETICI come recupero della TERRITORIALITA’ di ogni Comunità

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