VENEZIA CHE CAMBIA – tra (mega)progetti proposti di sviluppo “cementizio” (alcuni fortunatamente o ritirati o in faticoso itinere), e qualche idea per UNA VENEZIA NON SOLO TURISTICA: la possibilità di un ritorno a una PORTUALITÀ strategica (con gli altri porti dell’ALTO ADRIATICO) nei commerci del MEDITERRANEO

FONTEGO DEI TEDESCHI, a RIALTO: il progetto è di creare un magastore di 6.800 mq.; ma contestata in particolare è la terrazza aperta, panoramica, ricavando così un altro piano (ma ora Venezia sembra dire no)

   Tante (troppe) cose da dire sulla “Venezia che cambia”, si muove, in questi anni, non senza ambiguità, contestazioni, paure che essa diventi una “città omologata” alle tante altre: città dei consumi per i “foresti” (come la maggior parte delle capitali, europee e non, stanno divenendo). Intendiamoci, Venezia lo è più di tutte quante (città del turismo di massa, città museo…) ma nonostante questo è riuscita a mantenere modi e identità sue specifiche (forse per la permanenza di ancora (sempre meno, sotto i 60.000) cittadini veneziani, che pare riescano a conservare nel loro DNA una peculiarità propria inimitabile…).

   Ma i tanti progetti proposti (e che vanno avanti) per Venezia e per la sua terraferma urbana (Mestre e l’hinterland) fanno temere che di qui a poco una massa di cemento e confusione urbana (ad esempio negli iper-centri commerciali che apriranno e chiuderanno, e ancora altri ancora ne verranno…) sommergerà ogni specificità urbana, di vita veneziana.

   Tessera City, la Sub-lagunare, il Mose, il Palazzo del cinema al Lido costruito con una complessa operazione immobiliare e con la vendita del vecchio ospedale (in un crescendo dei costi e cambi di progetto col rischio di cementificare l’intera isola del Lido), una miriade di interventi urbanistici di dubbia valenza (di cui in questo post qui di seguito accenniamo) a scapito di un eco-sistema delicato, straordinario ed unico al mondo….. tra faticosi (per fortuna) iter di approvazione, opposizioni di associazioni e cittadini che si fanno (sempre per fortuna) sentire, e qualche ripensamento (positivo) dell’Amministrazione comunale: che (quest’ultima) forse si rende conto di aver esagerato in questi anni nell’aver messo in campo mega-progetti suggeriti dalle sirene ammalianti di gruppi economici rilevanti che vedono in Venezia un’opportunità di altri facili guadagni.

NAVI DA CROCIERA A VENEZIA (a pochi metri da Punta della Dogana, e da Palazzo Ducale…): il governo ha bloccato (lo denuncia Italia Nostra) il decreto che vieta l'ingresso delle imbarcazioni oltre le 30mila tonnellate

Si sta parlando in queste settimane della realizzazione (come progetto di ristrutturazione) di un megastore nel Fondaco dei Tedeschi, mirabile cinquecentesco “palazzo, magazzino, sede di botteghe”, ora di proprietà del gruppo Benetton che con la multinazionale “Prada” e con “Rinascente” intende appunto realizzare, a pochi metri dal Ponte di Rialto, un centro commerciale che si avvarrebbe pure di un’enorme terrazzo con vista sulla città: uno snaturamento urbano che, nel cursus storico della città dei dogi, andrebbe perlomeno proposto a referendum di tutti quelli che amano Venezia. Ora (per dire del lancio di proposte e poi di freni, a volte buoni a volte appaiono più rattoppi che vi si mettono…) si dice che non si farà più, nel Fontego dei Tedeschi, la contestata terrazza a cielo aperto sul tetto, ma “solo” un belvedere coperto, molto meno impattante all’esterno. La nuova proposta edilizia è all’esame della Soprintendenza, e ad essere stata stralciata dal progetto è proprio la terrazza a vasca pensata dall’architetto olandese Rem Koolhaas (diamo qui di seguito conto della battaglia di Italia Nostra per far rivedere questo piano commerciale).

   Oltre ai tanti progetti di espansione speculativa senza prospettiva, solo dediti a rendere “brutti” luoghi di una città così unica come Venezia, si sta però anche investendo su cose che sono sì da valutare attentamente, ma interessanti: come ad esempio la rivalutazione ed espansione del porto di Venezia (si sta pensando a una struttura in mare aperto, un “porto d’altura”) in collaborazione e strategia comune con gli altri porti dell’Alto Adriatico (Ravenna, Trieste, Capodistria, Rijeka-Fiume), per dare valore agli scambi con tutto il Mediterraneo, l’Est europeo, il Medioriente (…si pensi poi all’interesse della Turchia verso l’import-export avente come punto strategico proprio l’Alto Adriatico). E poi ci sono i progetti di riconversione dell’area di Marghera da polo della chimica a centro per lo sviluppo di nuove tecnologie, per attività economiche finalmente eco-compatibili e rivolte a una società meno inquinante di quanto è finora stata; con la capacità di dare e creare occupazione in settori nuovi che saranno “il futuro” come la “green economy” (su questo diamo qui anche conto dell’ancor piccolo ma significativo esperimento della centrale Enel a idrogeno a Fusina).

  Pertanto la modernità “innovativa” di Venezia, intesa come città architettonica inimitabile ma anche per la sua laguna così importante, è data proprio, questa modernità, dai suoi parametri di città così antica da essere modernissima, che pur “ci si deve adattare ad essa”, ai suoi ritmi diversi dalle altre città, a una sua “lentezza virtuosa” (nello spostarsi); quasi monito concreto a chi afferma di voler cambiare vita ma non fa niente per praticare lentezze e nuove (appunto antiche) qualità. Venezia dovrà puntare in primis su questo, ad essere “se stessa”, ed esprimere il suo storico dinamismo del periodo della “Serenissima” (un dinamismo portuale, di innovazione culturale, di ricerca scientifica…). Andando oltre la città del turismo. (sm)

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MEGASTORE CON VISTA SU RIALTO, IL PROGETTO CHE DIVIDE VENEZIA

di SALVATORE SETTIS, da “la Repubblica” del 13/2/2012

– Intesa Benetton-Comune: 6 milioni per il via in tempi record. Denuncia di Italia Nostra alla Procura: gli interventi violano l’integrità dell’edificio. Il piano contestato prevede la costruzione di una terrazza panoramica –

   Dopo le navi-grattacielo, nuove delizie sono in arrivo a Venezia per gli amanti dello snobismo low cost di guardare, ed essere guardati, da una sommità. Basterà salire sulla neo-terrazza in cima al Fondaco dei Tedeschi, passando dal neo-centro commerciale Benetton, per guardare dall’alto il ponte di Rialto e il Canal Grande. Una “vista mozzafiato”, pazienza se a scapito della legalità e della storia.
E questo mentre il governo, inspiegabilmente, ha bloccato (lo denuncia Italia Nostra) il decreto che vieta l’ingresso delle imbarcazioni oltre le 30mila tonnellate, con legioni di vacanzieri intenti a guardare dall’alto in basso il Palazzo Ducale.
Il Fondaco dei Tedeschi fu costruito ai primi del Cinquecento per “la Nazione Germanica, che concorreva a Venezia con le sue merci e le conservava in questo luogo. Le galee Viniziane, portando le speziarie di Levante, le diffondevano per tutte le parti di Ponente [l’Europa del Nord], e i Tedeschi ci portavano ori, argenti, rami e altre robe da le lor terre”: così Francesco Sansovino (1581).
Le facciate esterne “furono dipinte dà primi uomini d’Italia, vi lavorò Tiziano con sua grandissima lode, e Giorgione da Castelfranco, ambedue principalissimi in queste parti” (sopravvivono pochi frammenti). Dopo esser stato sede delle Poste, il Fondaco è stato acquistato dal gruppo Benetton nel 2008 per 53 milioni, per trasformarlo in un “megastore di forte impatto simbolico”.

   Il progetto prevede non solo l’inserimento di incongrue scale mobili, ma anche la sostituzione del tetto con una terrazza panoramica: l’equivalente, appunto, di una mega-nave piombata nel cuore di Venezia. Lo firma Rem Koolhaas: come ha scritto Giancarlo De Carlo, le operazioni speculative cercano spesso la copertura professionale di grandi architetti (per esempio Norman Forster progettò a Milano il quartiere di Santa Giulia, che doveva sorgere sopra un immenso deposito illegale di scorie nocive).

il FONTEGO se si realizzasse la terrazza

   Nuova “terrazza a vasca”, rifacimento del lucernario per ricavare un altro piano, demolizione di parti del ballatoio: questi i pesanti interventi del progetto, esposto alla Biennale prima di presentarlo in Comune, con l’aria di voler forzare la mano. Il sindaco Orsoni allora fu “allibito” di tanta arroganza, ma si è ridotto a più miti consigli e ha docilmente firmato, il 28 dicembre, una convenzione con Benetton. Che cosa mai avrà piegato il fiero erede dei Dogi?
Benetton, dice la convenzione, creerà nel Fondaco “una superficie di vendita non inferiore a mq 6.800”, e perciò presenterà svariate domande di autorizzazione edilizia e commerciale, anche in deroga al vigente piano regolatore. Per parte sua, il Comune si impegna a elargire ogni permesso “con la massima diligenza e celerità”, e in modo da “non pregiudicare la realizzazione integrale del progetto”.
La chiave di questa resa incondizionata è nell’articolo 5: il gruppo Benetton si impegna a versare al Comune entro il 30 dicembre 2012 “un contributo in denaro a titolo di beneficio pubblico di sei milioni di euro”, ma solo a condizione che il Comune rilasci tutti i permessi necessari entro 12 mesi e che tutti i lavori si concludano in 48 mesi, senza di che l’intero importo dovrà essere restituito, e con gli interessi. In altri termini, per assicurarsi piena e veloce ubbidienza, Benetton versa nelle esauste tasche del Comune una sostanziosa mancia.
Se questo esempio sarà seguito, c’è da scommettere che le autorizzazioni edilizie verranno ormai bloccate finché il proprietario interessato non versi “a titolo di beneficio pubblico” una congrua regalia. Se i meno abbienti non possono permetterselo, peggio per loro. Per il Fondaco, gli uffici comunali hanno completato in meno di una settimana l’istruttoria sulle pratiche: quali sarebbero stati i tempi per un cittadino normale?
Sei milioni sono tanti? Sono pochi, se servono ad aggirare le leggi. Secondo la denuncia di Italia Nostra alla Procura della Repubblica e al ministero dei Beni Culturali, alcuni degli interventi previsti “violano le inderogabili prescrizioni conservative” di legge, al punto che possono ricadere sotto le sanzioni non solo del Codice dei beni culturali (art. 170), ma anche del Codice penale (art. 635). Tale è la neo-terrazza “per futili ambizioni di belvedere”, “alterazione gravissima che offende la fabbrica”, con “stravolgimento strutturale dell’edificio e danno gravissimo alla sua integrità fisica e alla sua identità storica”.
L’uso commerciale dell’edificio di per se non è incongruo con la sua originaria destinazione d’uso: Sansovino ricorda che “di fuori lo circondano 22 botteghe, dalle quali si trae grossa entrata”, e anche nei piani alti si vendevano mercanzie. Ma la legge prescrive di preservare rigorosamente l’integrità dell’edificio, mentre il progetto Koolhaas la deforma.
La Fondazione Benetton da anni coinvolge i cittadini della provincia di Treviso nella conservazione dei Luoghi di valore, un progetto di qualità. Stupisce che nell’adiacente provincia di Venezia un’operazione edilizia dello stesso marchio voglia stravolgere un luogo di altissimo valore come il Fondaco dei Tedeschi. Che Benetton lo stia facendo, secondo la moda dei nostri tempi, a sua insaputa? (Salvatore Settis)

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PROGETTO DEL FONTEGO SEMPRE PIÙ A RISCHIO

di Enrico Tantucci, da “La Nuova Venezia” del 23/2/2012

– La Soprintendenza sta completando l’istruttoria, il parere è in arrivo ma crescono le perplessità sulle demolizioni interne ed esterne dell’edificio –
Fontego dei Tedeschi, è in arrivo una profonda revisione al progetto che l’architetto olandese Rem Koolhaas ha elaborato per il gruppo Benetton che dovrebbe portare a una sua ampia modifica, con alcuni stop. E’ infatti in corso in questi giorni l’istruttoria negli uffici della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia che sta esaminando la mole di materiali inviati dallo Studio Oma si Koolhaas, da cui dovrà poi scaturire il “verdetto” firmato dall’architetto Renata Codello.
Il parere non è stato ancora emesso, ma già dalla fase istruttoria sarebbero emerse perplessità soprattutto per ciò che riguarda le demolizioni a parti della struttura dell’edificio cinquecentesco, non solo per ciò che riguarda l’abbattimento di una porzione del tetto e dei solai per realizzare la famosa maxiterrazza con vista Rialto, ma anche all’interno, per la realizzazione delle scale mobili legate al centro commerciale che dovrebbe impiantare la Rinascente. Anche la scala mobile prevista nell’atrio, con la possibilità di «spostarla» quando ci saranno eventi, va comunque agganciata alla struttura in muratura, comportando comunque una serie di demolizioni.
Per quanto riguarda invece la sommità dell’edificio, la terrazza «a vasca» non c’è più, modificata con un belvedere sul tetto e la copertura in vetro semovente. Soluzione meno rivoluzionaria rispetto a quella iniziale, ma comunque impattante rispetto alla forma originaria dell’edificio. Lo stesso progetto prevede anche la realizzazione di un nuovo piano nel sottotetto con pavimento in cristallo e sul Canal Grande un pontile di 25 metri per 5 da utilizzare come plateatico per i clienti del bar, in un punto tra l’altro delicato per l’intenso passaggio di vaporetti e imbarcazioni, a due passi da Rialto.
Su tutto questo la Soprintendenza sta ragionando per un parere che dovrebbe essere emesso nel giro di pochi giorni e sono pertanto presumibili, a questo punto, sulla base dell’istruttoria in corso, che esso possa contenere sostanziali prescrizioni che lo modifichino in modo sensibile, prima dell’invio al direttore regionale dei Beni Culturali Ugo Soragni, che ha già annunciato che esso verrà comunque inviato all Ministero dei Beni Culturali perché lo giudichi anche il Comitato tecnico-scientifico per i Beni Architettonici e Paesaggistici, accompagnato anche da una sua relazione.
Si tratta di un elemento non trascurabile nel giudizio finale, perché l’architetto Soragni ora ha avocato a se la delega sulle demolizioni per edifici vincolati – prima concessa al soprintendente Codello – e proprio la parte che riguarda gli abbattimenti è di fatto diventata centrale nel nuovo progetto di ristrutturazione del Fontego dei Tedeschi.
Questo intervento è ormai del resto diventato un caso nazionale, dopo la dura presa di posizione contro di esso dello storico dell’arte Salvatore Settis, l’esposto su di esso presentato da Italia Nostra alla Procura della Repubblica di Venezia e la forte reazione del gruppo Benetton, che attraverso la controllata Edizione minaccia azioni legali per il possibile danno d’immagine e anche i problemi che uno stop al progetto nella forma attuale potrebbe creargli con il partner già designato per realizzare un centro commerciale all’interno del Fontego dei Tedeschi: il gruppo Rinascente. Difficile approvarlo come se niente fosse. (Enrico Tantucci)

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11-02-2012: da http://www.italianostra.org/?p=19140

GRANDI NAVI A VENEZIA: ITALIA NOSTRA BOCCIA I PROGETTI DI CLINI E PASSERA

No al tunnel nella Laguna. No al riutilizzo come nuova area portuale per le grandi navi della provvisoria piattaforma in cemento. Fuori le grandi navi! Nuovo appello all’UNESCO. “E’ in corso un vero assalto a Venezia, l’amministrazione la sta svendendo. La terrazza al Fontego Tedeschi lo dimostra. La soprintendenza blocchi il progetto” –
   Le scelte dei ministri Clini e Passera per Venezia sono inaccettabili. Italia Nostra boccia le proposte avanzate sia dal Governo italiano, sia delle amministrazioni locali per il transito nella Laguna delle grandi navi, e rivolge un altro appello all’UNESCO chiedendo di intraprendere azioni per fermare la sua devastazione.
La pressante richiesta di Italia Nostra è dovuta al drammatico peggioramento della situazione veneziana. La nuova fonte di forte preoccupazione è causata dai progetti ventilati dal Governo italiano al fine di estromettere il traffico delle grandi navi da crociera dalla Laguna di Venezia, individuando, però, soluzioni che arrecano comunque gravissimi danni al bacino.

   In particolare le ipotesi individuate da Clini e Passera sono:

1. riutilizzo come nuova area portuale della provvisoria piattaforma in cemento, di 11 ettari, costruita presso Pellestrina dal Consorzio Venezia Nuova per il Magistrato alle Acque al fine di alloggiare i temporanei cantieri del Progetto MOSE.
2. in attesa che il Mose venga ultimato e la piattaforma liberata (anno 2017) è previsto l’escavo di un nuovo, grande canale di navigazione all’interno della Laguna per consentire il passaggio delle grandi navi in Laguna solo in un senso, al fine di dimezzare i transiti in Bacino di San Marco. Il canale è previsto funzionare anche dopo il 2017: avremo dunque, fra Laguna e mare, un numero di navi ben superiore all’attuale.

   Contrariamente a quanto prospettato in un primo tempo, invece, è stato inspiegabilmente sospeso dal Governo italiano il decreto che avrebbe dovuto bloccare l’ingresso delle navi con stazza maggiore di 30mila tonnellate.
Si ricorda che era stato disposto che la piattaforma provvisoria, oggetto di ispezioni da parte di Commissari europei, dopo l’ultimazione del Mose dovesse venir distrutta e l’ambiente ripristinato, in quanto si tratta di opera gravemente impattante, costruita a ridosso di aree protette e accanto all’antico Murazzo eretto a barriera del mare dalla Serenissima. Si ricorda inoltre che un altro grande canale di navigazione, il Canale Malamocco-Marghera, più noto tristemente come Canale dei petroli, ha provocato il degrado morfologico della Laguna trasformandola in un braccio di mare. Gli interventi proposti darebbero dunque il colpo di grazia al fragile ambiente lagunare e marino veneziano, e apporterebbero un gravissimo danno alle isole del Lido e Pellestrina e alla salute dei loro abitanti.
Italia Nostra, nel sostenere che il traffico delle grandi navi superiori alle 30mila tonnellate debba essere estromesso dalla Laguna e non solo dal Bacino di San Marco, senza peraltro pregiudicare la vita delle comunità insulari minori, ritiene che debba essere anche instaurato un numero chiuso per i visitatori della città, al fine di limitare lo sfruttamento turistico che altera profondamente il tessuto sociale di Venezia, privandola del suo futuro.
Italia Nostra, ricordando che Venezia non è qualcosa di diverso dalla sua Laguna e dal suo mare, come compreso appieno dall’Unesco quando dichiarò Venezia sito culturale di importanza mondiale assieme e inscindibilmente alla sua Laguna, si dichiara nuovamente disponibile a essere ascoltata dall’UNESCO e a presentare il proprio dossier documentale.
Ma le preoccupazioni per Venezia, ormai, sono all’ordine del giorno. L’amministrazione alla tutela ha scelto la svendita pregiudicando la storicità della città.(….) Alessandra Mottola Molfino – Presidente nazionale Italia Nostra; Lidia Fersuoch – Presidente della sezione Venezia, Italia Nostra

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Il MO.S.E. (acronimo di MOdulo Sperimentale Elettromeccanico) è un'opera, in corso di realizzazione, consistente in un sistema integrato di opere di difesa costituito da schiere di paratoie mobili a scomparsa in grado di isolare la laguna di Venezia dal Mare Adriatico durante gli eventi di alta marea superiori a una quota concordata (110 cm) e fino a un massimo di 3 metri. Queste operazione, insieme ad altre complementari come il rafforzamento dei litorali, il rialzo di rive e pavimentazioni e la riqualificazione della laguna, dovrebbero permettere la difesa della città di Venezia da eventi estremi come le alluvioni e come il degrado morfologico, per il quale la laguna sta progressivamente cedendo al mare, e l'abbassamento del livello del suolo. L'opera è stata avviata nel 2003 alle tre bocche di porto del Lido, di Malamocco e di Chioggia, i varchi che collegano la laguna con il mare e attraverso i quali si svolge il flusso e riflusso della marea. Concessionario dei lavori è il Consorzio Venezia Nuova, che fa da interfaccia tra il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti - Magistrato alle Acque di Venezia e le aziende incaricate dei lavori e unificate nel Consorzio stesso (da Wikipedia)

MOSE «IMPUTATO» PER TEMPI E COSTI

da “La Nuova Venezia” del 18/2/2012

VENEZIA – Mose sotto accusa sulla stampa italiana – dal “Mattino” al “Messaggero” per la presunta poca trasparenza nei costi e nei tempi dell’opera, paragonata, in negativo all’Expo milanese del 2015 che naviga tra molte difficoltà.

   A prendere posizione contro lo sforamento dei costi dell’opera, con un proprio intervento, anche un dirigente d’azienda di grande peso come Gian Maria Gros-Pietro – già presidente dell’Iri e dell’Eni. «Nel caso del Mose – ha scritto Gros-Pietro – i rientri non sono proprio previsti: vuol dire che non c’è alcun limite, neppure concettuale, alla dilatazione dei tempi e dei costi, il che aumenta il rischio».

   E aggiunge: «L’ammontare degli investimenti spesso lievita esageratamente perché la realizzazione straordinaria viene usata come veicolo per far passare ogni sorta di desideri, e anche talvolta qualche speculazione: il confronto tra il costo di opere realizzate in Italia e opere analoghe realizzate all’estero in molti casi porta a coefficienti di due o tre volte».

LE TRE "BOCCHE" da chiudere (l'isolamento del sistema lagunare di Venezia dal mare)

Sulle questione Mose “spara” in un’intervista anche il patròn dell’Harry’s Bar Arrigo Cipriani. «Siamo a 5000 milioni – dichiara – e l’opera è stata costruita soltanto al 60 per cento. Manca da fare la parte più difficile e onerosa. Cioè le porte mobili, o meglio le paratie mobili, e il rifacimento del fondo su cui dovranno essere incardinate».

   Impossibile da prevedere secondo Cipriani quanto costerà alla fine «vista la lievitazione continua del prezzo. Non si sa neppure quando mai vedrà la luce questo Mose. Venezia è stata espropriata dei suoi poteri, della sua cultura e della sua volontà. Qui siamo tutti contro il Mose».

   Alla domanda se nessuno ha mai controllato l’utilità e i prezzi dell’opera, Cipriani risponde così: «Come no. Per fare il Mose si sono rivolti e continuano a rivolgersi a professori di università conosciute, pagando ricche consulenze, per farsi dire che il Mose è necessario e risolutivo».

   Alle critiche ha risposto con una nota ufficiale, il Consorzio Venezia Nuova, che sta realizzando il Mose. «Il contratto a “prezzo chiuso” – si giustifica il Consorzio – ha definito costi e tempi certi a fronte di flussi certi di finanziamento. Così non sempre è stato e dunque si sono registrati ritardi, ma i cantieri a mare, lunghi 18 chilometri, non si sono mai fermati, gli interventi sono sempre proseguiti al meglio e questa primavera si procederà al varo dei primi alloggiamenti delle paratoie della barriera nord del Lido».

   Nessuna indicazione precisa su quando entrerà effettivamente in funzione il sistema di dighe mobili alle bocche di porto, mentre le previsioni oscillano tra 2014 e 2015. (e.t.)

– per sapere l’iter del MOSE:

http://www2.comune.venezia.it/mose-doc-prg/

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PORTO MARGHERA

MARGHERA O TESSERA?

   Il porto di Marghera è un’area industriale in dismissione, molto inquinata e che blocca la trasformazione di Mestre in una città aperta sul mare. Mi ricorda il waterfront di Boston, prima che la città abbattesse le barriere che la separavano dal mare e trasformasse quell’area un tempo degradata in uno dei quartieri più belli ed eclettici di tutti gli Stati Uniti. Sul waterfront di Mestre, aperto su Venezia, si potrebbe trasferire, come è avvenuto a Boston, il porto turistico: sia per imbarcazioni da diporto che per grandi navi da crociera. Il nuovo porto darebbe un futuro a migliaia di lavoratori oggi occupati in cantieri e raffinerie senza alcuna prospettiva. In questo modo si libererebbe Santa Marta, un’altra area che soffoca Venezia— senza parlare della follia di transatlantici di oltre 100 mila tonnellate che passano a poche decine di metri dalla Punta della Dogana. Ci sarebbe spazio anche per il nuovo casinò che tanto sta a cuore all’amministrazione della città. La ex giunta Cacciari aveva scelto invece un progetto diverso: la costruzione di un nuovo insediamento vicino all’aeroporto di Tessera, in aree oggi ancora agricole. Questa scelta ha certamente favorito chi, anticipandola, ha acquistato terreni a Tessera: ma ha senso cementificare la campagna e lasciare Marghera nel degrado? Poiché, se si investe a Tessera, non ci saranno i soldi per riqualificare Marghera, né per spostare il porto. (FRANCESCO GIAVAZZI)

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VEGA: UN PROGETTO NUOVO A (E PER) MARGHERA  

   Uno dei progetti tra i più interessanti che si sta portando avanti nell’area di Porto Marghera è VEGA, un tentativo di riqualificazione dell’area più importante della chimica industriale nel Nordest del dopoguerra, di oltre 2000 ettari, tra le più grandi d’Europa. VEGA sta per “VEnice GAteway for Science and Technology” ed è un Parco Scientifico Tecnologico, network tra l’Università, i Centri di ricerca e il settore produttivo, volto alla promozione e allo sviluppo di iniziative di ricerca scientifica per facilitare il trasferimento di conoscenze a favore della crescita tecnologica e della competitività delle imprese. Opera nei settori di punta dell’innovazione tecnologica: Nanotecnologie, Green Economy… è uno dei più importanti Parchi Scientifici Tecnologici italiani, un tentativo di modello di riconversione ambientale. E a Porto Marghera viene ad essere situato in una posizione geografica strategica, nel cuore del sistema economico del NordEst, nelle vicinanze del centro storico di Venezia, a pochi minuti dall’aeroporto “ Marco Polo”, dal Porto commerciale, dalle principali infrastrutture d’acqua e viarie,

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HI TECH (DA VEGA) A VENEZIA

il futuro nasce a Marghera Un parco scientifico fa da incubatore a progetti su nano e biotecnologie, green economy e informatica –

di Michele Neri, da “la Repubblica D”del 17/12/2011

   Il viaggiatore che va a Venezia spera sempre nell’immutabilità. Prima di arrivare, mentre attraversa l’intricata, arrugginita landa industriale di Marghera con i suoi impianti per lo più scheletrici, non ci fa caso, pensa sia una triste anticamera prima del Ponte della Libertà e dell’incanto. Si sbaglia: se guarda meglio e prova ad entrare in uno di quei cinque palazzi allungati che costituiscono l’involucro di VEGA, il Parco scientifico e tecnologico di Venezia (VEnice GAteway), scopre che da questa anticamera ben camuffata, come in un racconto di fantascienza si passa al futuro o a un presente migliore.

   E viene accolto dalle invenzioni dei quasi duemila scienziati e ricercatori vegani divisi in decine e decine di società piccole e medie: dagli specchi che non si appannano ai sacchetti di materiale biologico più resistenti, ai biochip che presto potranno monitorare meglio i malati di tumore. Frutti di idee buone e di un modo di pensare il lavoro che poggia su concetti quali: pensiero laterale, nomadic work, pandoragami (la specialità del posto), disintermediazione, coworking, l’importanza di visualizzare i dati.

   Costruito a partire dal 1997 (grazie ai 33 milioni di euro della Comunità europea per il recupero dei terreni da bonificare dell’Agrimont), ha “vendicato” i duemila lavoratori lasciati a casa dalla chimica e svolto un ruolo raro in Italia. Un centro di ricerche che non si limita a vendere i brevetti all’estero per poi costringerci a ricomprare i prodotti fatti da altri, ma che accompagna la ricerca alla produzione, dentro il Parco o nelle fabbriche del nordest.

   Qui il tragitto dalla formula alla fattura è possibile, e spesso veloce. E questo, oltre a essere l’avamposto di una nuova Marghera, potrebbe diventare un modello per una Venezia diversa. Sulla laguna è nata una delle prime università commerciali, venivano stampati i primi libri e sono stati inventati i brevetti, caposaldo della ricerca applicata.

   È stato soprattutto negli ultimi due anni, con la direzione di Michele Vianello, già vicesindaco di Venezia con Cacciari, parlamentare e vicepresidente della commissione d’inchiesta sui rifiuti, che VEGA è diventata uno stile di pensiero da replicare, un modello di autosufficienza, e ha scelto di presidiare quell’importante snodo composto da tecnologie dell’informazione (ICT), la cosiddetta “green economy”, nano e biotecnologie.

   Portare Google in laguna, perché no? Se lo si lascia parlare, il suo entusiasmo, unito al ripetuto “io sono matto”, crea un’onda di visioni, desideri, orgoglio: “VEGA è una società consortile di diritto privato, il che ci permette di essere liberi e anche di non avere finanziamenti; ma ci arrangiamo”.

   Di chi è convinto di alcune cose: “La virtù della collaborazione tra le aziende. Perché oggi non è più come una volta: la piccola dimensione di un’impresa è una debolezza. È ora di fare una sorta di “wiki” della piccola e media impresa.  Basta attivare quello che io chiamo pensiero laterale. In giro c’è finalmente una richiesta diffusa di innovazione. Sabato sera ero a Chioggia, in una sala pienissima di venti-trentenni che volevano discutere di questo. Ma l’innovazione è tale solo se scomoda. Volevo portare Google o Facebook a Venezia, all’Arsenale. Bene, ma se venissero, Venezia dovrebbe smettere di chiudersi in casa a guardare la televisione ed essere aperta 24 ore su 24. Se porti qui Facebook devi adottare lo stile dei ragazzi che ci lavorano. Cambiare il sangue della città. D’altra parte la storia millenaria della Serenissima è morta da secoli. Perché prima attirava gente? Perché era la città più innovativa dell’epoca”.

Cercasi un iPhone per l’ambiente. Un giro per i corridoi dei vari edifici Cygnus, Pegaso, Auriga… è sentirsi dire spesso e con allegro pudore: eh, ma di questo però non possiamo ancora parlare… La prima laureata italiana in Scienze Ambientali lavora qui. È Gabriella Chiellino e la sua azienda, nata a VEGA nel 2003 grazie ai contributi per l’imprenditoria femminile e arrivata in fretta da zero a 32 dipendenti, si chiama eAmbiente.

   Dopo un duro apprendistato di verifiche ambientali per le grandi imprese, ha accettato l’invito di creare una start-up al VEGA. La sua pratica ambientalista è legata agli anni in cui “Ambiente voleva dire fare bonifiche serie e non era ancora stato sporcato dall’eccesso di “sostenibilità”, del marketing del verde e della via di fuga nell’ecofriendly. M’interessano le questioni ambientali vere. Noi diamo consulenze produttive per imprese, sulla qualità dell’aria e dell’acqua, certificazioni ambientali. Quello che manca nel nostro Paese è una base di dati certi per poter monitorare l’ambiente. Spesso non c’è un modo unico per la rilevazione, e poi i dati non li archiviano, così non diventano la base per prevenire gli “hot spot” (traduciamo pure in tragedie). Ci vuole un cambiamento nelle persone. Così come iPhone e iPad hanno modificato il modo di vedere il mondo, vorrei un iPhone dei dati ambientali”.

   “Ora il tema fondamentale è quello del risparmio e dell’efficienza. Nei prossimi 50 anni sarà questo a guidare l’economia. Me lo dice l’industriale, quando guarda la bolletta energetica che è la più cara: così come il comune che comincia a tenere buie le strade la sera per risparmiare. Abbiamo cominciato a occuparci di energia, progettato 700 mega di fonti rinnovabili”.

Il privilegio di fare soltanto ricerca. “Le cose rotolano, non riusciamo nemmeno a seguirle”, conclude così la chiacchierata Raffaele Andreace, presidente di Ennova, ingegnere a capo di quest’azienda nata quattro anni fa e che ora impiega una quarantina di ricercatori. Campo d’azione, il mondo dell’ICT e della multimedialità.

   “Felici di essere qui perché non ci si deve occupare di niente se non della ricerca, perché il direttore trova sinergie nascoste tra le varie aziende e sa unirci per essere più forti nei bandi europei”. Tra le realizzazioni belle e di cui mi può parlare, la creazione di uno store per Toshiba equivalente e anche migliore di quello di Apple.

   Un’altra cosa che Andreace racconta volentieri sono i due anni di vantaggio sui concorrenti italiani nello sviluppo di software per i tablet, al punto che ora “possiamo restituire agli altri un po’ di quello che abbiamo ricevuto: mettiamo a disposizione la nostra conoscenza dando ad altri sviluppatori di applicazioni la possibilità di concentrarsi su queste e non sullo studio delle piattaforme tecnologiche. Chiaro, non lo facciamo gratis”.

   C’è poi una cosa di cui comincia a parlare allegro e poi si ferma di colpo: “Stiamo studiando un social network che connetta le relazioni su scala locale e permetta l’interazione con ambiente e cose reali”. La rivoluzione assomiglia a un apricancello.

   Se per lui il passaggio dall’idea al prodotto è stato rapido, così non è per il biotecnologo Giorgio Fassina e la sua Xeptagen. L’incontro dopo aver superato laboratori silenziosi e molto ben sorvegliati. “Il nostro sogno di ricercatori era quello di sviluppare dei sistemi per la diagnosi precoce dei tumori. Il sistema individuato è quello dei marker tumorali (tento una breve descrizione: si tratta di proteine che in condizioni patologiche vengono iperprodotte dall’organismo malato e possono essere rilevate nel sangue, ndr). Il fatto raro per l’Italia è che dopo aver avuto l’idea per una ricerca, fossimo andati noi, uomini di scienza, a recuperare capitali di rischio per creare una start up. Sono poche le società così, all’estero sono 10 o 100 volte tanto”.

   Il prodotto c’è, sembra un piccolo apricancello nero ed è appoggiato sulla scrivania. Un biochip. “Basta una goccia di sangue e viene fatto un esame in simultanea su più marcatori tumorali, di patologie diverse. La rivoluzione è enorme, permette il monitoraggio della popolazione senza complicare la vita”.

   Ma è una rivoluzione lenta, il terreno delicato: le validazioni cliniche hanno bisogno di anni. “Siamo a buon punto: il prodotto, dopo aver superato la fase della valutazione, sta entrando in quella delle pratiche cliniche. Comincia a entrare negli ospedali, ma perché possa essere inserito nel cosiddetto prontuario, ci vorranno ancora un paio d’anni. Oltre alla diagnosi precoce, permette di capire se il paziente risponde o meno alle cure e di creare terapie mirate”.

   Fassina è contento di essere al Vega, meno di essere in Italia. “La crisi ha reso ancora più difficile ricevere il sostegno di privati e ministero. Continuano a chiederci di trasferirci nei parchi scientifici del Kent, in Alsazia, Ontario o Baviera e noi siamo pazzi a non farlo. Lì chi fa ricerca come noi conta su sgravi fiscali del 40%. Certo, provarci in Italia è una sfida”.

Il bello della disintermediazione. Nei corridoi lucidi e quasi scolastici (di quelli molto seri, però, dove tutti sono dietro le pareti a vetro a lavorare), si affiancano strutture diverse ma che rimandano a una Venezia futuribile.

   “Eravamo quattro amici al ristorante, una decina di anni fa”, spiega Marco Bonaso, fondatore del marchio Nozio. Capiscono subito i vantaggi di creare siti per gli albergatori, ma l’idea che li contraddistingue e crea valore in questi tempi di crisi, è quella della disintermediazione. Per farlo risparmiare, spingono il turista a prenotare direttamente sul sito dell’albergo. Non prendono commissioni sulle prenotazioni delle stanze. Oggi curano l’offerta internet di 600 alberghi tra Italia e estero. Neoinquilini del VEGA, 50 dipendenti.

   La consapevolezza che rende più felice Bonasi, oltre al fatto che esista sempre il tavolo della trattoria veneziana dove è partita l’avventura, è che Tripadvisor abbia appena accolto sul suo celebre sito proprio i giudizi targati Nozio, unica società italiana.

   “Le prime nanotecnologie? I vetri di Burano”, spiega ridendo Diego Basset, direttore scientifico della Veneto Nanotech, la più importante realtà italiana di ricerca industriale legata alle nanotecnologie: quaranta scienziati, soprattutto fisici, e poi chimici, ingegneri, età media 35 anni, da tutta Italia e dall’estero. Molti fisici, perché questa tecnologia si occupa principalmente delle superfici dei materiali e di come renderle migliori.

   Si vogliono usare materiali a basso consumo di risorse non rinnovabili: occorre che siano anche funzionali. Veneto Nanotech si occupa di creare packaging più robusti, trovare soluzioni per attaccare materiali diversi che non stanno facilmente insieme usando meno collanti (“Non possiamo entrare nei dettagli”). Cambiano la resistenza antigraffio dei gioielli, evitano che sulle superfici si fermi la nebbia, trovano il modo per attivare la superficie di un affresco del ‘400 e togliere lo sporco senza solventi.

Un palazzo che piange e ride: è Pandora. Il progetto più vegano di VEGA, non si vede e non si immagina. Un nuovo palazzo di 9 mila metri quadri. Cerco di canalizzare la fantasia di Vianello. “Pandora nasce dall’idea di un edificio con parti che dialogano tra loro come organi in un corpo. Primo utilizzo: intercettare la novità nella produzione, il nomadic worker. La virtualizzazione della conoscenza si estenderà sempre di più.

   Un esempio, i dipendenti pubblici: che senso ha, quando hai rete, banda ecc, che le norme tecniche di un piano urbanistico debbano essere scritte dalle 9 alle 16 in un palazzo sul Canal Grande? Puoi scriverle di notte a casa o qui di sera. Materializzare la cultura wiki”.

   “Penso a un non edificio, con non pareti e non mobilio. Per il non mobilio, i giapponesi hanno lavorato al “pandoragami”, tutto in cartone, con supporto su iPad o iPhone: uno arriva e scarica le istruzioni per il suo mobile. Si lavora in piedi, niente sedie; il lavoratore nomadico avrà bisogno anche di scivoli, non solo scale; di sensori del suo stato fisico. Il meglio sarà l’esterno: un’immensa “media façade” fatta con fibra ottica soggetta agli eventi meteo. Sul tetto, fogli di silicio al posto di pannelli: sensori che rilevano acidità della pioggia e qualità dell’aria. Voglio che i dati siano visualizzati e bene; ora vedi grafici che non dicono niente. Quando la pioggia è sporca, la facciata dell’edificio piange, se pulita, ride. Emozioni. Ci aiuta il Medialab del M.I.T., il team di Federico Casalegno. Il progetto è in Comune, ho l’autorizzazione Asl; a fine anno l’edificabilità, poi la ricerca di componenti e fondi. Bastano 10-12 milioni di euro, per zero o mille nomadi. Un’esperienza unica in Italia, la prima “digital experience factory”. Ah, solo un pazzo come me. Però, ci pensi, sarà un luogo dove arrivi, ti attacchi (è ovvio, in rete, ma meglio precisarlo, ndr) ed è Venezia!”. (Michele Neri)

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PROGETTO VEGA:

VEGA cos’è

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LA SUBLAGUNARE: METRO SUBACQUEO TRA LE PRECARIE FONDAMENTA LIGNEE DI VENEZIA

Tra le follie proposte da chi non ha compreso la diversità di Venezia, e quindi pretende di omologarla alla città “moderna”, particolarmente minacciosa quella di realizzare una metropolitana sott’acqua (fra l’aereoporto di Tessera, Murano e l’Arsenale), che minaccerebbe l’equilibrio ambientale, aumenterebbe la massa dei turisti, non migliorerebbe in modo sensibile l’accessibilità per i residenti. Ma anche in questo contesto esistono dei “ripensamenti”.  

LA SUBLAGUNARE NON SI FA

da “La Nuova Venezia” del 23/12/2011

– Gli assessori Micelli e Bergamo: «Adesso non è una priorità» –

   Niente sublagunare, non è una priorità. La svolta arriva inattesa, sotto forma di risposta al presidente della Camera di commercio Giuseppe Fedalto che aveva chiesto al Comune nuovi studi. «Non fa parte delle nostre priorità», scandisce secco l’assessore all’Urbanistica Ezio Micelli, «da mesi illustrando il Pat sto spiegando che la sublagunare non è adesso una cosa di cui la città ha bisogno».

tracciato (in rosso) della Sublagunare

   E d’accordo con lui è anche Ugo Bergamo, assessore alla Mobilità che quando era sindaco, nel 1990, aveva lanciato per primo l’idea del collegamento veloce sotto la laguna. «Gli studi non ci convincono», dice, meglio aspettare. Rispetto al 2002 quando – sindaco Costa e assessore al Patrimonio l’attuale sindaco Giorgio Orsoni – la sublagunare era stata inserita tra le opere di pubblica utilità, con richiesta di finanziamenti al Cipe – sembra passato un secolo.

   In mezzo c’è anche la crisi economica e i grandi progetti del Lido. Che dovrebbe diventare l’isola del turismo d’elite. Poco a che fare con un mezzo di trasporto che porterebbe in pochi minuti altre masse di turisti. La sublagunare figurava anche tra i punti programmatici di Orsoni.

   Ma adesso la linea è cambiata. Complice lo studio commissionato da Comune e Camera di commercio a un gruppo di superesperti che ha dato esito negativo. Troppi i problemi, non solo di impatto ambientale, per una grande opera che adesso nessuno vuole più. Non significa che il «collegamento veloce» tra Fusina e le Fondamente Nuove sia archiviato per sempre. «Intanto», dicono a Ca’ Farsetti, «miglioriamo il collegamento su acqua». (a.v.)

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«AVANTI TUTTA COL PAT TESSERA CITY NON È UNA SPECULAZIONE»

– Il sindaco Giorgio Orsoni difende a spada tratta il piano «C’era un milione di metri cubi, adesso solo stadio e servizi» –

di Alberto Vitucci, da “La Nuova Venezia” del 15/1/2012

   «Non facciamo speculazione. Il modello di speculazione semmai è quello di Veneto city, dove si fa cemento senza sapere cosa ci andrà poi dentro. La nostra è un’idea di sviluppo del territorio di cui questa città ha bisogno».

   Il sindaco Giorgio Orsoni ci tiene a precisare il suo pensiero sul nuovo Pat, il Piano di Assetto del territorio.  (…) Strumento urbanistico che non è come i vecchi Piani regolatori, che pianificavano ogni cosa, dice Orsoni, ma un’idea di città che andrà concretizzata poi con i Piani di Intervento. Un appello alla maggioranza, dunque. Ma anche a chi «non vuol capire» e continua ad accusare la giunta di voler cementificare il territorio, a cominciare dall’area di Tessera.

   «Cerchiamo di ricordare», attacca Orsoni, «che l’accordo Cacciari Marchi prevedeva fino a un milione e mezzo di metri cubi di nuovi edifici. Noi adesso stiamo parlando di 900 mila al massimo, quasi tutti impianti sportivi e attrezzature dedicate».

   Dunque, lo stadio, le foresterie, i negozi in larga parte di natura sportiva. «le strutture che a questa città mancano», scandisce il sindaco, «e che noi abbiamo scelto di mettere in gronda lagunare, vicino all’aeroporto. La speculazione? Non c’è e non ci sarà mai».

   Ma i comitati vanno all’attacco. Ieri si sono riuniti in terraferma, annunciano una grande manifestazione per sabato prossimo davanti al municipio e un presidio a Ca’ Loredan. Michele Boato continua il suo sciopero della fame. «Chi ha gli strumenti per capire e non vuole capire forse non è in buona fede», taglia corto il sindaco, «magari persegue altri scopi».

   E la sublagunare, la contestata grande opera che secondo i comitati si cela dietro le belle parole del nuovo Pat? «Ho sempre detto e ribadisco», dice Orsoni, «che per lo sviluppo è necessario mettere in collegamento le varie parti della città. Abbiamo cominciato con il tram, adesso bisognerà continuare con la tratta Tessera-Fondamente Nuove-Arsenale. Ci sono dei problemi tecnici ma quella è la strada, dobbiamo trovare il sistema migliore per rendere più rapidi i collegamenti».

   Dunque, niente cementificazione e niente speculazione. «E’ una cosa completamente diversa dai vecchi Piani regolatori», continua Orsoni, «le cubature ancora non sono decise, lo saranno con i piani futuri. In teoria potrebbero anche non esserci. Ma noi con questo Pat rendiamo possibile quello che avevo detto in campagna elettorale, cioè una nuova idea di città. Meglio che lo capisca chi continua a parlare a sproposito».

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VENEZIA E IL QUADRANTE DI TESSERA (con due video dell’Ecoistituto Alex Langer di Mestre)

QUADRANTE DI TESSERA. LO SHOPPING VILLAGE E LA CITTÀ

da :http://www.terranews.it/.

Nei pressi dell’aeroporto Marco Polo di Venezia, in un’area di circa 200 ettari di terreni agricoli, due società immobiliari private hanno tirato quattro linee con il righello sulla cartina geografica e ne è scaturita una delle più grandi urbanizzazioni che il Veneto ricordi.
Alcuni hanno paragonato, per estensione, questo intervento immobiliare, al polo industriale di Porto Marghera. Le similitudini però finiscono lì. A Tessera non si prevede infatti l’insediamento di attività industriali ma nemmeno manifatturiere o del terziario avanzato, bensì alcuni classici esempi del paesaggio metropolitano padano: centri commerciali, fitness center, alberghi, edifici con scrivanie vuote ed i cartelli “affittasi” appesi alle finestre e un mare di asfalto abbellito da quattro alberi rachitici che fungerà da parcheggio per 27 mila veicoli.
Inoltre, a differenza di Porto Marghera che portò almeno un sacco di lavoro, “Tessera city” potrebbe sì generare alcuni posti di lavoro in loco (per lo più commessi, camerieri e posteggiatori) ma causare altrove disoccupazione e chiusura di aziende. Il motivo è semplice: Venezia ha raggiunto livelli ineguagliabili di saturazione nella grande distribuzione e nella ricettività alberghiera. Se si aggiunge a questo la crisi finanziaria mondiale, il boom di bed & breakfast spesso abusivi nel centro storico e il trend demografico a saldo zero il quadro è completo.

DUE VIDEO DELL’ECOISTITUTO ALEX LANGER DI MESTRE:

http://www.youtube.com/watch?v=VvJTsnE5De4

http://www.youtube.com/watch?v=0PGTrI9ZtSA&feature=youtu.be

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VENEZIA: IL PORTO ALLA CONQUISTA DI VENETO E FRIULI

di Michele Fullin, da “il Gazzettino” del 14/2/2013

– Due terzi delle merci locali transitano nelle infrastrutture del Nord Europa Paolo Costa: «Indispensabile lo scalo d’altura, unica soluzione per fermare qui i grandi armatori» –

– La strategia di Costa per riconquistare il Nordest si basa su sei punti. 1-Entro il 2012 raggiungimento della massima profondità consentita in laguna. 2-Entro il 2013 completamento del terminal traghetti. 3-Entro il 2014 attivazione del terminal container nell’area ex Syndial-Montefibre. 4-Entro il 2016 primo molo del porto d’altura. 5-Dal 2020, secondo molo d’altura. 6-Entro il 2030, il terzo molo. –

   Due terzi del traffico generato dalle imprese del Nordest prende la via dei porti del Nord Europa: Rotterdam, Anversa e Amburgo. Le enormi navi per l’estremo Oriente, capaci di portare anche 12mila container per volta, approdano lì perché le operazioni sono efficienti e veloci e gli armatori non possono aspettare.

   «Questa è una tassa logistica che non ci possiamo più permettere» – ha detto il presidente della Regione Luca Zaia, intervenuto alla cerimonia per l’inaugurazione dell’Anno portuale 2012 a Venezia. Lo scalo veneziano ha bisogno di riconquistare il suo entroterra. Il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa (in scadenza, ma in odore di riconferma) ha lanciato la sfida già lo scorso anno: un’unione dei porti dell’Alto Adriatico per far concorrenza al Nord.

il "porto d'altura" proposto

Il porto d’altura a 9 miglia dal Lido è la soluzione, capace da solo di movimentare fino a tre milioni di container da 20 piedi (il cosiddetto Teu, l’unità di misura per questo genere di trasporto) e in grado di mettere in moto un meccanismo tale, secondo il team di Costa, da consentire al sistema Alto Adriatico di movimentarne 6 milioni entro il 2030.

   «Sembra una data lontana – ha detto il presidente dell’Autorità portuale – ma se vogliamo cogliere questa opportunità dobbiamo muoverci. La produzione si sta spostando sempre più verso est e verso sud, e Venezia ancora una volta si trova al punto giusto al momento giusto».

   Passando per Suez, le navi impiegano infatti otto giorni di navigazione in più per arrivare ai porti del Nord Europa invece che fermarsi a Venezia. Se la convenienza economica è sicura, per convincere i grandi armatori ci vuole dell’altro, cioè una banchina in grado di caricare e scaricare velocemente e un fondale di gran lunga più importante rispetto ai 12 metri attuali di Marghera.
«Venezia è costretta a pensare in grande – ha proseguito Costa – e deve pensare in sinergia con i porti di Ravenna, Trieste, Capodistria e Fiume. Tutti si stanno potenziando in questo periodo e tutti hanno aumentato i loro traffici in un’ottica di sistema. Qui o cresciamo tutti o perdiamo tutti».

una gru al porto di Venezia

   Una ricerca ha mostrato come, di qui al 2030 gli scali del Nord cresceranno ancora, raggiungendo i 31 milioni di Teu, mentre se l’Adriatico non riuscirà a gestirne 6, anche questo traffico prenderà la rotta dell’antica Lega anseatica.

   Il decreto Monti sulle liberalizzazioni consente ai Porti di farsi promotori di un sistema logistico assieme agli interporti di Padova e Verona, che consentirà a Venezia di integrare il servizio offerto dalle sue banchine con l’intermodalità.

   «È proprio nel settore trasporti – ha commentato Costa – che in Italia registriamo una forte diseconomia rispetto all’Europa (perdite di circa 40 – 50 miliardi di euro di indotto di tutto il sistema). Il Governo punterà molto sulle infrastrutture che sono un poderoso incubatore di sviluppo».

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UNA CENTRALE A IDROGENO A FUSINA

Tratto da GENTE VENETA, n.41/2011, 30 ottobre 2011

   La prima candelina è arrivata, il segno più anche. La centrale a idrogeno realizzata dall’Enel a Fusina, la più grande in Italia, ha superato bene il primo esame.
E’ un passo in più che Enel fa – ma si potrebbe dire che il Paese fa – per essere pronti nel momento in cui l’idrogeno diventasse anche economicamente competitivo nella produzione di energia elettrica. Allora gli scenari, per ora in gran parte utopistici, di una civiltà basata su un’energia pulita e pressoché illimitata, potrebbero concretizzarsi.
Combustione e effetti sui metalli: le due scommesse. A Fusina, intanto, l’impianto va. Costruito di fianco alla centrale “Palladio”, ha dimostrato di saper funzionare, con risultati confortanti per i tecnici che ne hanno seguito la progettazione e la costruzione.
Lo conferma Stefano Sigali, 36enne ingegnere aerospaziale toscano, le cui competenze erano particolarmente utili ad Enel nello studiare una macchina del genere: «I due temi principali di ricerca erano: la combustione – perché la combustione dell’idrogeno non è un tema banale, e su di esso bisogna fare ricerca – e i materiali».
Questo perché i duemila e più gradi che si raggiungono nella camera di combustione e la composizione dei fumi prodotti nel bruciare questo gas hanno effetti da verificare in termini di scambio di calore e di corrosione dei metalli: «Nel 2010 abbiamo fatto le prime 1000 ore di esercizio, e molte altre ne abbiamo fatte nel 2011. Le ispezioni fatte finora sono state molto confortanti: ci hanno detto che le scelte tecniche fatte evolvono come intendevamo. C’è sì un degrado dei metalli, ma a queste temperature è naturale ed è secondo le previsioni».
Dai camini esce acqua e (pochi) ossidi di azoto. Stesso discorso per le emissioni inquinanti. Perché è vero che dai camini esce vapore acqueo; però è anche vero che nel processo di combustione si generano anche degli ossidi d’azoto: «Si tratta – chiarisce Sigali – dell’unico inquinante prodotto. In effetti non si tratta di prodotti dell’idrogeno. Gli ossidi di azoto sono composti da azoto e ossigeno e si formano dall’aria per effetto dell’alta temperatura che si ha nella camera di combustione. Entrambi i camini dell’impianto sono monitorati con un sistema di controllo in continuo delle emissioni, così come si fa con gli impianti a carbone. C’è un limite di legge per questo inquinante e mensilmente mandiamo all’Arpav il dato. E siamo saldamente sotto i limiti autorizzati».
Elettricità per ventimila famiglie. Anche il rendimento dell’impianto – attorno al 42% – è quello previsto. Questo significa che, bruciando 1,3 tonnellate di idrogeno all’ora – e facendo funzionare l’impianto continuativamente – si può produrre circa 60 milioni di chilowattora l’anno, così da soddisfare il fabbisogno di 20.000 famiglie medie, evitando di rilasciare in atmosfera oltre 17.000 tonnellate di anidride carbonica.
Così il prossimo sviluppo sarà l’installazione di una nuova camera di combustione, oggi allo studio secondo un progetto cui contribuisce la Regione Veneto. Ma a questo punto si tratterà di vedere verso dove si andrà con l’idrogeno.
Il futuro: idrogeno dal carbone o… Un anno fa, all’inaugurazione di Fusina, si puntava molto su impianti di grande taglia, che usano come fonte primaria il carbone. Dal carbone si ricaverebbe un gas, da cui sarebbero separati l’idrogeno e l’anidride carbonica. Il primo potrebbe essere a sua volta bruciato per produrre elettricità, e la seconda verrebbe stoccata sottoterra; in particolare, la si inietterebbe in giacimenti petroliferi in esaurimento, perché consentirebbe una migliore estrazione del petrolio residuo.
o idrogeno dal vento. Ma nel giro di dodici mesi le fonti energetiche rinnovabili hanno fatto, sopratutto in Italia, un balzo notevole. Il fotovoltaico, con i suoi 11 Gigawatt installati e in esercizio, l’eolico (in Italia vale 5 Gigawatt) e la geotermia (meno di un Gigawatt) hanno fatto progressi notevoli in termini di potenza installata e diffusione. Tanto da creare problemi di gestione di un’energia che, per sua natura, è intermittente. Se ne produce quando c’è il sole e quando c’è vento.
Una delle soluzioni è lo stoccaggio di questa elettricità – che in certi momenti è eccedente rispetto alla richiesta – tramite l’idrogeno. «L’idrogeno – spiega l’ing. Sigali – permette di fare accumuli energetici. Si potrebbe usarlo per la generazione distribuita, in celle a combustibile, oppure in un impianto a turbina come quello che stiamo sperimentando a Fusina. Quindi l’idea potrebbe essere quella di creare impianti di qualche decina di megawatt integrati con grossi parchi eolici. Nei momenti in cui l’energia prodotta grazie al vento è eccedente rispetto alla domanda, con essa, per elettrolisi, si produrrebbe idrogeno, che rimarrebbe immagazzinato fino a quando, cresciuta la domanda – e magari calato il vento – il gas verrebbe usato per generare elettricità».
Previsioni difficili. Tecnologie del genere, a emissioni nulle di CO2, servirebbero per grandi impianti ma anche perfino per piccoli condomini. Bisogna però vedere che piega prenderanno gli scenari globali, le politiche per l’ambiente e, di conseguenza, le convenienze economiche.
Link all’articolo
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Per una centrale così servono 12 camion l’ora (APPROFONDIMENTO) – Gente Veneta, 27 Ottobre 2011

   Ma quanto idrogeno serve per far funzionare la centrale di Fusina? La risposta è 12mila metri cubi di gas l’ora, che corrispondono ad un peso di 1,3 tonnellate.
Tutto questo gas arriva, tramite un tubo lungo 4 chilometri, da Polimeri Europa, azienda che opera a Porto Marghera e per la quale l’idrogeno è un sottoprodotto delle proprie lavorazioni.
Ma per capire meglio cosa significano questi numeri, bisogna pensare che per trasportare 12mila metri cubi – quanti ne servono per fare funzionare l’impianto per un’ora – occorrerebbero 12 camion-cisterna pieni di idrogeno (uno ogni 5 minuti, dunque), stivato ad una pressione di 200 atmosfere.
D’altro canto, se alimentata di continuo, la centrale produce in un anno 60 milioni di kilowatt/ora, una quantità di energia elettrica in grado di soddisfare le esigenze di 20mila famiglie medie (calcolando per ciascuna un consumo di 3.000 kilowatt/ora l’anno). Il tutto senza emettere inquinanti, se non ossidi di azoto entro il limite di legge.

   Va però detto che, fino ad oggi, l’energia elettrica prodotta con l’idrogeno è diseconomica: costa 5-6 volte in più di quella prodotta a partire da carbone o gas. Link all’articolo – (articoli di GENTE VENETA da noi ripresi da http://margheraonline.it/ )

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 Vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2011/08/09/l%e2%80%99enigma-venezia-%e2%80%93-tra-tanto-cemento-al-lido-all%e2%80%99ombra-della-mostra-del-cinema-e-nuove-aperture-economiche-verso-oriente-ma-la-portualita-adriatica-e-ancora-troppo-debole/

https://geograficamente.wordpress.com/2009/10/28/venezia-che-continua-a-spopolarsi-l%e2%80%99idea-di-due-citta-in-una-quella-inevitabile-dei-turisti-regolamentati-e-quella-dei-veneziani-da-rilanciare-ma-la-sublagunare-aiuta-solo-il-turis/

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