UN MONDO SENZA LEADER, tra economia in crisi e guerra latente – i GEOCONTINENTI che si sfidano, nella loro attuale debolezza – un nuovo GOVERNO MONDIALE: per la PACE, la FINE DELLA POVERTÀ e la GREEN ECONOMY (e l’EUROPA riuscirà ad essere unita in Stati federali?)

GIAPPONE un anno dopo - La fatica di rinascere - Il Paese devastato dal sisma e dallo tsunami tarda la ricostruzione: troppa politica e burocrazia – DEPRESSI: la gente non vede progressi nella rinascita delle aree devastate – DISILLUSI: tutti ormai hanno capito che le città e i paesi distrutti non saranno ripristinati - Oltre alle vittime accertate, 19.000, ci sono stati 3.317 dispersi e 6.011 feriti - Oltre a quelli di Fukushima, tutti i 54 reattori giapponesi tranne due sono stati spenti definitivamente o temporaneamente per effettuare i rigidi test di controllo. La produzione di energia dall`atomo in Giappone è crollata - Dopo il sisma il Giappone è molto più dipendente dalle fonti fossili di energia e ha ridotto la produzione di elettricità - SOLE ED EOLICO contribuiscono per meno del 7%, NUCLEARE 7%, FONTI FOSSILI 80%, IDROELETTRICO 6% - Solo l`industria privata è stata rapida nel riparare i danni e ripartire (immagine ripresa da "http://www.fanpage.it/")

   Tracciamo qui una (impossibile esaustiva) breve rassegna stampa del “mondo”: dei contesti di crisi che si stanno evolvendo, a volte in bene, molto spesso in male.

   Il Giappone ancora ben lungi (per tanta parte della sua popolazione) dall’essere uscito dalla triplice tragedia di un anno fa (il sisma, lo tsunami, Fukushima e l’inquinamento radioattivo).

   L’evoluzione (o l’involuzione) delle “primavere arabe” che tanta speranza hanno portato in una fascia di mondo dove l’Occidente aveva “deciso” da decenni di appoggiare dei dittatori. Ora tutto è in movimento, con gravi rischi che si possano creare condizioni uguali o peggiori di prima (il ruolo cresciuto dei partiti integralisti religiosi…). Ma noi riteniamo che non sarà così: in quelle rivoluzioni (ci riferiamo in particolare alla Tunisia e all’Egitto), pur nelle difficoltà attuale (specie dell’Egitto) abbiamo colto la speranza di tanti giovani di mettersi in un contesto di “mondialità”, perseguendo libertà individuali che sono (bene o male) propri dei giovani del “nostro” Occidente. Piuttosto grave è invece la situazione di guerra civile in Siria, di repressione violenta del regime che non se ne vuole andare; di difficoltà di ogni possibile intervento “esterno”. Insomma, le rivoluzioni arabe (e non abbiamo detto della Libia e poco si sa di quel che sta accadendo in quel Paese) sono in una fase critica e pericolosa: ma questo era prevedibile. Ma noi crediamo che l’evoluzione sarà positiva. Di sicuro è mancata una “proposta politica, economica, di collaborazione” dell’Europa, in questo momento fortemente arroccata nei suoi problemi interni.

   Appunto l’Europa. Prima della crisi economica il problema europeo è quello di non credere all’unità politica. Riuscirà in questa fase difficile a fare un salto di qualità? …tra la Germania che non vuole soccombere alla sua identità forte nazionale (e non solo per quanto riguarda la Germania), e stati (come quello ungherese) oberati da nazionalismi integralisti e xenofobi?  Tutti i maggiori osservatori e studiosi sono d’accordo che la salvezza dell’Europa, del suo ruolo forte nel mondo (nonostante tutto), ci sarà solo se si arriverà alla costruzione degli “Stati Uniti d’Europa”. In questo senso interessante e importante è l’appello che in questi giorni sta “girando”, che vorrebbe che si accompagnasse la ratifica del nuovo Patto di bilancio sottoscritto il primo marzo tra i 25 paesi europei – su 27: non lo hanno firmato la Gran Bretagna e la Repubblica Ceca – (con il patto di bilancio i Paesi avranno l’obbligo di inserire nella loro legislazione fondamentale, preferibilmente nelle costituzioni, il principio dell’equilibrio di bilancio), ebbene dicevamo la ratifica ufficiale di questo patto si vorrebbe che fosse accompagnata a un`agenda (un impegno con scadenze precise da rispettare) per realizzare un progetto federale.

   L’appello si intitola «SOLO UN`UNIONE POLITICA PUÒ RILANCIARE L`EUROPA» ed è stato promosso da due giornali (Il “Corriere della Sera” e il tedesco «Die Welt») con l’adesione di personalità italiane e tedesche e semplici cittadini, in vista del prossimo incontro tra la cancelliera Angela Merkel e il premier Mario Monti, il 13 marzo a Roma. L`appello sottolinea l`urgenza di precisi segnali da parte dei Parlamenti nazionali riguardo alla volontà di procedere verso un`Unione politica europea, senza la quale la ratifica del «Patto di bilancio» sarebbe inefficace.

SAHEL (mappa ripresa da Wikipedia) - EMERGENZA ALIMENTARE NEL SAHEL - Il rischio di una catastrofe umanitaria nella regione del SAHEL in Africa occidentale è ormai imminente. I governi di GAMBIA, MAURITANIA, MALI, NIGER E BURKINA FASO, hanno già iniziato a lanciare allarmi preoccupanti. L`allarme alimentare tocca ormai più di 10 milioni di persone

E poi altri scenari mondiali incombono, in un contesto dove l’economia, il lavoro, diventa problematico anche per quei paesi in forte crescita (come Cina, India, Brasile) che vedono restringersi i loro mercati di esportazione (come l’Europa) per la crisi generale che ovviamente riduce i consumi.

   E poi il Medio Oriente e la difficile pacificazione tra israeliani e palestinesi, con il ruolo pericoloso di dominio di tutta l’area dell’Iran (ne diamo conto anche con un bell’articolo dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua).

   Insomma un contesto con vari scenari e possibilità, dove viene a permeare, a nostro avviso, nonostante tutto, il formarsi a poco a poco di un “governo mondiale” possibile, dove diritti umani, ambiente, povertà da superare (parliamo qui anche della GRAVE CRISI ALIMENTARE DEL SAHEL – qui più sopra vedete la mappa della fascia del Sahel -), e nuovo sviluppo economico (fatto dall’autonomia dei territori geopolitici nei settori strategici energetici e agroalimentari)…, tutto questo come una possibilità di “accadimento positivo” che forse proprio la fine di ogni certezza ideologica (politica ed economia) del momento può creare. (sm)

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UN MONDO SENZA LOCOMOTIVA

di Francesco Guerrera, da “LA STAMPA” del 11/3/2012

   Il Big Mac è in difficoltà e la colpa è della crescita anemica dell`economia mondiale. Ormai è ufficiale: il panino più famoso del mondo – due hamburger con pezzi di lattuga un po` troppo grandi e la famosa salsa «segreta» – sta vendendo poco.

   Gli analisti di Wall Street che di solito preferiscono il caviale al fast food – sono stati tutti orecchie la settimana scorsa quando la McDonald`s ha messo in guardia i mercati dicendo che la prima parte dell`anno sarà dura. La povera multinazionale del panozzo non sa dove guardare.

   In Europa, la recessione ha fatto tirare la cinghia un po` a tutti e la gente sta incominciando a portarsi il pranzo da casa. Gli americani si stanno ingozzando meno perché la ripresa è lemme lemme. E persino in Asia, lo Shangri-la di tutte le aziende in cerca di crescita, il rallentamento di economie-guida come la Cina e l`India tiene la gente lontana dai «ristoranti» con gli archi gialli.

   Se si trattasse solo di hamburger e patatine, poco male. Ma il Big Mac – offerto a 68 milioni di avventori in 119 Paesi ogni giorno – è una cartina al tornasole dell`economia mondiale. I risultati non sono incoraggianti.  Per la prima volta nel dopo-guerra, c`è il rischio che il pianeta si trovi senza una locomotiva economica.

   Gli Usa, il motore degli ultimi decenni, mancano all`appello. La ripresa c`è ma sta avanzando come i ghiacciai. La disoccupazione rimane altissima, anche se in calo, e la crisi del mercato immobiliare ha distrutto la fiducia dei consumatori. Il cuore dell`economia americana non ha ancora un battito regolare.

   Di Europa, purtroppo sappiamo pure troppo. La Grecia sarà anche riuscita a persuadere i creditori ad accettare meno soldi al fine di evitare il disastro totale ma si tratta di una vittoria di Pirro. Tra austerità, instabilità politica e problemi finanziari di banche e risparmiatori, l`Europa rimarrà in recessione per un altro anno almeno.

   E l`Asia? Il continente dei poteri emergenti che avrebbe dovuto prendere la guida dell`economia mondiale dalla stanca America e vecchia Europa? Il passaggio di consegne dovrà aspettare. La settimana scorsa Wen Jiabao, il premier cinese, ha ridotto le proiezioni di crescita dell`economia nazionale dal 8% l`anno – un livello che Pechino aveva mantenuto, e superato, sin dal 2005 – al 7,5%.

   Un incremento sempre pìù rapido che nell`Occidente ma che potrebbe non essere abbastanza per dare lavoro ai milioni di persone che continuano a lasciare le zone rurali del centro della Cina in cerca di fortuna nelle fabbriche del Sud e della costa.

   E se la rivoluzione industriale cinese sta rallentando, quella dell`India – l`altro grande polmone dell`organismo asiatico – rischia di fermarsi del tutto. L`economia sta crescendo ai livelli più bassi degli ultimi due anni mentre il governo insiste a spendere soldi che non ha per costruire uno Stato sociale ed alleviare la povertà di massa che attanaglia il Paese.

   Nel 2010, con l`Europa boccheggiante e l`America impantanata nelle sabbie mobili del dopo-crisi, economisti ed operatori di mercato parlavano di una ripresa mondiale «a due velocità»: i mercati emergenti in fuga ed i vecchi continenti ad arrancare nel gruppo.

   Storie di successo come il Brasile dì Lula – e persino il Sud Africa del dopo Mandela – sembravano confermare la forza delle nuove economie. Non solo Cina ed India, dicevano gli speranzosi, ma anche il Sud America e chissà, forse l`Africa, la grande incompiuta dell`economia del globo.

   A due anni di distanza, quei sogni sono stati infranti. I Paesi sviluppati devono confrontare la realtà che governi e cittadini hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi per tanto, troppo, tempo. E le nazioni emergenti stanno imparando una lezione amara: chi di globalizzazione ferisce di globalizzazione perisce.

   Tutti quei giocattoli made in China, le materie prime del Brasile, l`outsourcing dell`India alla fine chi li comprava? Noi.

   Sempre noi. I ricchi consumatori dell`Ovest che divoravamo beni e servizi a basso prezzo.

   Il bello del sistema era che Paesi come la Cina prendevano dollari e euro ricevuti dall`Ovest e li riciclavano nel debito pubblico dì America ed Europa, permettendo all`Occidente di spendere e spandere, e creando un circolo virtuoso di spese, consumi ed investimenti.

   Il circolo si è rotto quando le crisi finanziarie degli Usa e della zona-euro hanno rivelato che noi occidentali eravamo molto meno ricchi di quanto pensassimo. La domanda per i prodotti dei Paesi emergenti è calata e, senza una classe media locale pronta a riempire il vuoto lasciato dagli occidentali, la Cina, l`India e il Brasile si trovano in difficoltà.

   «E’ come se il peso di portare l`economia mondiale sulle proprie spalle abbia sfiancato i Paesi emergenti», mi ha detto uno dei santoni economici di Wall Street. «Altro che economia a due velocità, qui di velocità ce n`è una sola ed è lenta». L`aspetto positivo di questo frangente così insolito è che le crisi che sono scoppiate negli ultimi anni sembrano meno acute.

   In America, nessuno ha più paura che una banca enorme come la Citigroup crolli o che il governo non sia in grado dì tenere in piedi il mercato dei mutui. In Europa il panico per la paventata implosione dell`euro si sta placando. E nei mercati emergenti – terra fertile in passato per crisi di monete, inflazione rampante e debito pubblico fuori controllo – discipline fiscali e fattori demografici hanno rimesso in sesto i conti di molti Paesi.

   Ed è questo il motivo per cui, nonostante tutto, i mercati sono abbastanza tranquilli e in alcuni casi come gli Usa, brillanti. Attenzione, però: gli azionisti e gli operatori di mercato sono i padroni del breve termine e non alzano maì lo sguardo verso l`orizzonte. Sono rilassati perché nei prossimi mesi, l`economia mondiale dovrebbe vivacchiare senza infamia e senza lode e, soprattutto, senza crisi rovinose.

   Ma la mediocrità non aiuta nel lungo termine. Una ripresa forte deve partire dai consumi, trasmettersi alle aziende, spingere i mercati delle materie prime, aumentare le attività finanziarie e persuadere le banche ad aprire i cordoni della borsa, incrementando i consumi e così via. Per ora, quell`impeto non c`è. Nonostante i molti dubbi sul valore nutritivo dei fast-food, l`economia mondiale dovrà mangiare più Big Mac per crescere. (Francesco Guerrera, caporedattore finanziario del Wall Street Journal a New York)

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GIAPPONE

DEPRESSI E DISILLUSI NEL PAESE DEL GRANDE CHOC

di BILL EMMOT, da “LA STAMPA” del 11/3/2012

– Giappone un anno dopo – La fatica di rinascere – Il Paese devastato dal sisma e dallo tsunami tarda la ricostruzione: troppa politica e burocrazia – DEPRESSI: la gente non vede progressi nella rinascita delle aree devastate – DISILLUSI: tutti ormai hanno capito che le città e i paesi distrutti non saranno ripristinati – Oltre alle vittime accertate, 19.000, ci sono stati 3.317 dispersi e 6.011 feriti – Oltre a quelli di Fukushima, tutti i 54 reattori giapponesi tranne due sono stati spenti definitivamente o temporaneamente per effettuare i rigidi test di controllo. La produzione di energia dall`atomo in Giappone è crollata – Dopo il sisma il Giappone è molto più dipendente dalle fonti fossili di energia e ha ridotto la produzione di elettricità – SOLE ED EOLICO contribuiscono per meno del 7%, NUCLEARE 7%, FONTI FOSSILI 80%, IDROELETTRICO 6% – Solo l`industria privata è stata rapida nel riparare i danni e ripartire –

   E`stato un anno di straordinarie ondate emotive. Quando si diffuse la notizia del terremoto, poi dello tsunami e dell`incidente nucleare nel Nord-Est del Giappone, l’11 marzo 2011, la prima reazione fu un misto di shock, stupore e solidarietà.

   Come poteva un Paese ricco e sviluppato essere improvvisamente devastato da una catastrofe naturale di tale portata, nel bel mezzo di un normale venerdì pomeriggio? Grazie alla capillarità degli smartphone e delle fotocamere digitali, questo è stato anche uno dei disastri naturali più ripresi nella storia, così tutti potemmo assistere con orrore all`onda che spazzava via l`entroterra, abbattendo edifici alti e trascinando con sé flotte di auto e di barche.

   Come s`iniziò a capire che erano rimaste uccise migliaia di persone – il numero ufficiale oggi, un anno dopo, è 19 mila, di cui più di tremila ancora elencate come disperse – la nostra reazione fu di tristezza.

   Ma poi il film mostrò la risposta della popolazione all`emergenza, e il rapido intervento delle forze armate giapponesi e della polizia. Questo mutò la nostra emozione in ammirazione, soprattutto per lo stoicismo mostrato dalla gente.

   Ma l`ammirazione si tinse rapidamente di paura, quando si diffuse la notizia dell`incidente nucleare alla centrale energetica di Dai-ichi, a Fukushima. I reportage televisivi non si concentrarono più sulla costa devastata, ma si spostarono sull`esplosione a Fukushima e l`eventualità di una nuova Cernobyl. Alcuni residenti stranieri, tra i quali purtroppo anche alcune ambasciate europee (ma non quelle inglesi e italiane), cominciarono a lasciare Tokyo.

   Poi, accadde una cosa strana. O almeno, è strana per un giornalista che è infinitamente curioso degli altri Paesi e dei postumi delle crisi. La cosa strana è che, non appena divenne chiaro che la centrale elettrica Dai-Ichi di Fukushima in realtà non stava per esplodere provocando ulteriori devastazioni, gli stranieri persero interesse per il disastro giapponese. Le troupe televisive fecero le valigie e se ne andarono. Il Giappone fu più o meno di nuovo dimenticato. Non, naturalmente, dai 120 milioni di giapponesi.

   Da allora le loro emozioni hanno continuato a oscillare, in modo incontrollabile. In questo momento sembra che queste emozioni siano dominate da due sentimenti principali: depressione, nella grande area devastata, per la mancanza di progressi nella ricostruzione di città e villaggi, e disillusione, al confine della diffidenza, verso il governo.

   È difficile stabilire quanto si debba essere critici per la lentezza dei progressi nella ricostruzione. Dopo tutto, il terremoto che ha sconvolto L`Aquila ha avuto luogo nel 2009 e la città italiana non è ancora stata ricostruita.

   La devastazione giapponese è stata su scala molto più vasta, ha distrutto completamente comunità, porti e terre coltivate lungo una striscia costiera fino a dieci chilometri di larghezza e oltre 300 di lunghezza. In quella zona, gli edifici non erano solo danneggiati, come accade in un terremoto. Sono stati completamente distrutti, come colpiti da decine di bombe atomiche. Per questo non potevano essere ricostruiti, nemmeno in parte, in appena un anno.

   Tuttavia, quello che ho provato quando a ottobre ho rivisitato parte della zona devastata, la stessa che avevo visitato meno di un mese dopo lo tsunami, è stata la mancanza di speranza, la sensazione che le città non saranno mai ricostruite. I detriti sono stati eliminati, ma si trovano ancora in enormi cumuli. Per i residenti evacuati sono stati costruiti alloggi temporanei, ma spesso lontano dalle loro vecchie case. Sono sempre in corso di elaborazione e discussione di piani per ricostruire le comunità, ma finora ben poco è stato messo in pratica.

   Lo stesso accadrebbe nella maggior parte dei Paesi occidentali, forse in tutti. La politica e la burocrazia si aggrovigliano l`una con l`altra, soprattutto di fronte a un compito di tale portata. In Giappone, però, le persone hanno imparato ad aspettarsi di più. Sono cresciute credendo che il loro Stato, il loro governo, fossero efficienti e fattivi. Quello Stato, dopo tutto, aveva ricostruito il Giappone dopo il 1945, facendone uno dei Paesi più sicuri, più confortevoli e più ricchi del mondo.

   La disillusione verso lo Stato giapponese, per la politica come per la burocrazia, cresce ormai da due decenni. Ne 1990, l`incapacità di rispondere con successo alla crisi finanziaria che aveva colpito il Giappone scosse la fiducia della gente nel governo, così come una serie di scandali, inclusi diversi piccoli incidenti nucleari. Ora, però, la confusione del dopo disastro, combinata in modo dirompente con la crisi della centrale nucleare Dai-Ichi di Fukushima, ha distrutto la fiducia nel governo, quasi come lo tsunami ha distrutto le comunità costiere.

   Il contrasto con il settore privato è stato netto. La ferrovia ad alta velocità a gestione privata e l`aeroporto di Sendai, nella zona colpita dallo tsunami, sono stati riparati e riaperti nel giro di tre mesi. Il mondo, e i produttori giapponesi nel resto del Paese, inizialmente sono rimasti sconvolti vedendo la dipendenza delle case automobilistiche e delle aziende di elettronica da componenti chiave realizzati in fabbriche che si trovavano nel Nord-est del Giappone.

   In un primo momento, i proprietari di quelle fabbriche danneggiate avevano previsto che sarebbero state riaperte in un lasso di tempo di cinque-sei mesi dopo il disastro. In realtà, la maggior parte è stata riaperta molto prima. È stata una straordinaria prova di ciò che il settore privato giapponese può fare nel caso di una crisi, quando ognuno si rimbocca le maniche e si mette al lavoro.

   La risposta politica e del governo è stata l`opposto. Inizialmente, la crisi ha prodotto forti richiami dei politici al senso di unità nazionale, inviti a sospendere i giochi politici e a dare una risposta collettiva al disastro. Ma quella prima coesione è durata solo poche settimane.

   Da allora la politica è tornata allo stato disfunzionale, erratico e disunito in cui si trovava prima dell`11 marzo. Il Giappone ha cambiato il suo primo ministro cinque mesi dopo il disastro, e sia l`opposizione sia le grandi fazioni all`interno del partito di governo hanno costantemente manovrato per tentare di forzare la mano verso le elezioni.

   In un tale clima non sorprende che la pianificazione per la ricostruzione sia stata lenta, figuriamoci la sua attuazione. Questo ha anche rallentato la ripresa economica. Di solito dopo le catastrofi naturali, il Pil in un primo momento cade, ma
poi rimbalza rapidamente perché il denaro viene speso in grandi quantità per la ricostruzione.

   Qualcosa del genere è successo subito, ma è stato neutralizzato dalle incertezze sulla politica e il governo, che hanno scoraggiato gli investimenti aziendali.

   La più grande e più duratura fonte di sfiducia, delusione e incertezza è stata l`energia nucleare. Un trend positivo è stato rappresentato dalla maggiore apertura da parte del governo e da un coinvolgimento più attivo delle organizzazioni non profit e delle fondazioni nell`indagare che cosa è andato storto. Ma è stata scioccante la rivelazione di quanto fossero addomesticati e inadeguati i controlli di prevenzione per gli incidenti nucleari, della rete di complicità tra legislatori, politici, media e affari per coprire i pericoli, di quanto il Paese sia stato vicino a un disastro ancora peggiore.

   Questo fa sì che in Giappone delusione, sfiducia e persino rabbia siano le eredità emotive più durature dell`ultimo anno. Ci vorrà molto tempo prima che quelle emozioni svaniscano. Tuttavia, un`altra emozione importante non dev`essere trascurata: è la tristezza per la sorte di quelle 19 mila persone in quel giorno incredibile di marzo, un anno fa. (BIL EMMOT, TRADUZIONE DI CARLA RESCHIA)

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 GIORNO DI GUERRA A GAZA – ISRAELE UCCIDE 15 PALESTINESI

di Francesco Battistini, da “Il Corriere della Sera” del 11/3/2012

Medio Oriente – Pioggia di razzi sullo Stato ebraico: diversi ricoverati in ospedale – Giorno di guerra a Gaza: Israele uccide 15 palestinesi – L`omicidio mirato di un miliziano lascia una scia di sangue –

   Non sarà un`altra operazione Piombo Fuso, uguale a quella del 2009. Ma erano tre anni e più che non si scaldava tanto piombo, nel crogiolo di Gaza. Quindici morti e 20 feriti, tutti palestinesi. Un centinaio di razzi, tutti palestinesi pure quelli. Una decina d`attacchi aerei israeliani.

   Una decina di ricoverati per attacchi di cuore o d`isteria, pure quelli israeliani. Con le sirene dell`allarme rosso che tolgono il sonno alle città del Sud. Con le braccia che ai funerali alzano al cielo bare, mitra e minacce.

   Con le mediazioni seppellite. Un`operazioncina vecchio stile: l`intelligence israeliana che giovedì segnala un target ai militari, gli elicotteri che il giorno dopo ammazzano un capataz di Hamas, le brigate Qassam che la notte fanno piovere cento razzi su Ashdod e Beerseheva, i bombardamenti del sabato sulla Striscia…   Trentasei ore di guerra vera. E la truce previsione di Ehud Barak, il ministro della Difesa israeliano: «Ci saranno ancora un paio di giorni di violenza».

   L`ennesima replica del Gaza Horror Show ha un che di già visto e insieme d`inedito. La Striscia è tornata a infiammarsi quando un missile ha squarciato la berlina blu di Zuhar a-Qaissi e del suo genero Mahmoud Hanini, leader d`una succursale di Hamas, i Comitati di resistenza popolari.

   È stata un`esecuzione mirata.  Come non se ne vedevano da mesi: più precisamente da agosto, quando fu ammazzato allo stesso modo il precedente segretario degli stessi comitati, Kamal al-Naraib. «Abbiamo eliminato un terrorista che pianificava attentati contro Israele», la spiegazione.

   «Una pericolosa escalation senza alcuna giustificazione», la risposta. Le batterie dei Grad palestinesi si sono scaldate subito e venerdì notte è cominciata la pioggia, stavolta intercettata («al 90 per cento») dal nuovo scudo antimissile, l`Iron Dome, un gioiellino made in Israel e venduto fino in Corea: contro-razzi che riescono a bloccare qualsiasi cosa s`alzi in un raggio tra i 7 e i 90 km. L`aviazione militare ha terminato il lavoro, ieri, colpendo un po` ovunque: fra le 15 vittime, dice Hamas, ci sono anche civili che non c`entravano nulla.

   «Quante volte abbiamo visto questo film?», sbadigliano i commentatori israeliani al risveglio dallo Shabbat.  «Come possiamo sostenere un`altra violazione della tregua?», s`indignano i media arabi. «Siamo fortemente preoccupati», cerca di farsi sentire Lady Ashton a nome dell`Europa. Qualche motivo d`apprensione vera, c`è.

   Non solo perché Hamas e Jihad promettono vendetta. O perché le ong internazionali ordinano l`evacuazione dei loro uffici di Gaza. O perché i soliti mediatori egiziani non considerano scontato, stavolta,  far siglare una tregua. Il punto è che Qaissi era considerato la mente degli ultimi attentati nel Sinai: una terra di (quasi) nessuno dopo la caduta di Mubarak, una trincea dove Israele vorrebbe colpire le cellule qaediste e fermare il traffico d`armi.

   Se l`Iron Dome funziona e i razzi di Hamas molto meno, molti gruppi sono spinti a un cambio di strategia. E il Sinai fa al caso loro: consente azioni più efficaci, vedi la strage di Eilat dell`estate scorsa (ideata proprio da Qaissi). C`è un`altra pericolosa novità: dopo la liberazione di Gilad Shalit, in ottobre, gl`israeliani si sentono più liberi di colpire chi e dove vogliono, coi rischi che ciò comporta.

   Il medesimo Qaissi, come altri cinque già arrestati o uccisi in questi mesi, era fra i detenuti rilasciati in cambio del soldato ostaggio. Hamas significa sempre e solo Iran, per Israele. «E se Teheran deciderà d`attaccarci – dice una fonte militare siamo certi che userà innanzi tutto i suoi amici». Non è detto che il primo fronte saranno le centrali nucleari: c`è già una guerra, sporca e nascosta, che si combatte nel silenzio del Sinai. (Francesco Battistini)

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LA VIA DELLA PACE CHE PASSA DALLA PALESTINA

di ABRAHAM B. YEHOSHUA, da “la Stampa” del 5/3/2012

   Qualche giorno fa un giornalista televisivo olandese mi ha intervistato a proposito della questione nucleare iraniana. A quanto pare il primo ministro Netanyahu ha vietato ai politici di rilasciare interviste in merito e il giornalista olandese non ha avuto altra scelta che cercare altri candidati, forse più «intellettuali» ma privi di informazioni autorevoli e fondate.
Il giornalista mi ha chiesto se ritenevo che Israele avrebbe attaccato gli impianti nucleari in Iran. Gli ho risposto che non lo sapevo. Mi ha chiesto se ritenevo fosse il caso di colpire la ricerca nucleare iraniana per impedire la produzione di una bomba atomica. Ho risposto che non lo sapevo. Ha insistito a domandare se ritenevo che l’Iran potesse usare un’eventuale bomba contro Israele. Ho risposto che non lo sapevo. Ha poi proseguito chiedendomi se ritenevo che Israele potesse accontentarsi delle sanzioni imposte dall’Occidente contro l’Iran. Ancora una volta ho risposto che non lo sapevo.

   A questo punto ho notato che il giornalista stava cominciando a mostrare segni di disperazione per questo suo intervistato «intellettuale» che rispondeva a ogni domanda con un «non lo so» e mi ha chiesto: «Allora mi dica cosa sa». Ho immediatamente risposto che sapevo cosa andava fatto con urgenza perché tutte le sue domande si rivelassero inutili: riprendere con energia, onestà e serietà il processo di pace con i palestinesi e arrivare a ciò che persino l’attuale governo di destra ha apertamente dichiarato essere un obiettivo politico: due Stati per due popoli.

   E come atto di buona volontà interrompere l’ampliamento degli insediamenti esistenti e smantellare quelli illegali. E se ciò sarà fatto gli iraniani saranno costretti ad abbandonare la loro retorica esaltata e le loro perfide minacce.
Non intendo addentrarmi nella questione della minaccia reale o immaginaria dell’Iran verso i Paesi arabi suoi vicini: l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo. Né intendo addentrarmi nella questione del prezzo del petrolio e delle sue eventuali ripercussioni.

   Che i musulmani, sciiti o sunniti, si sbrighino le loro beghe fra loro. E che gli Stati Uniti e l’Occidente si preoccupino da sé dei loro interessi vitali. E se ritengono che un Iran nucleare possa rappresentare una minaccia per i loro alleati, penso che abbiano a disposizione i mezzi economici o militari e abbastanza portaerei per neutralizzare questa minaccia senza mettere a repentaglio l’incolumità delle loro città e dei loro cittadini.
Una cosa però mi è chiara alla luce dell’esperienza passata e presente. Quando lo Stato di Israele fu fondato Iran e Turchia, due Stati musulmani, lo riconobbero.

   Di più. I rapporti con le antiche comunità ebraiche presenti sul loro territorio si mantennero relativamente corretti e tolleranti, diversamente da quanto avvenne in altri Paesi arabi – e anche in alcuni cristiani – dove agli ebrei fu riservato un trattamento duro e umiliante.

   E negli anni in cui l’ostilità araba verso Israele era assoluta e inequivocabile l’Iran e la Turchia continuarono a mantenere relazioni economiche, diplomatiche, e persino militari con Israele. Anche dopo la guerra dei Sei giorni e quella del Kippur, quando questi due Paesi islamici, come altri Paesi del mondo, chiesero la creazione di uno Stato palestinese a fianco di Israele, non interruppero le relazioni diplomatiche con Israele.
Lo Stato ebraico non ha mai ucciso un soldato iraniano né l’Iran ne ha mai ucciso uno israeliano. I due Paesi non hanno una frontiera comune e non vi è alcuna controversia territoriale tra loro.
Non sono un esperto dell’Iran per cui non so se l’odio cocente che i suoi leader manifestano contro Israele provenga dal profondo del cuore o se permetta loro di dare un contenuto e uno scopo al dominio oltranzista religioso che rappresentano.

   Le intenzioni e dichiarazioni degli iraniani sono serie o sono soltanto slogan intesi a rafforzare l’unità nazionale? L’Iran, nonostante il regime crudele e fanatico che lo governa, non è la Corea del Nord, e questo lo si può vedere dai film profondi e complessi che produce e certamente dalla rivolta popolare avvenuta due anni fa. Anche gli iraniani sono consapevoli dell’evoluzione della situazione in Medio Oriente e della primavera araba che ha indebolito tutti gli Stati arabi.
È vero che dopo l’Olocausto occorre prendere in seria considerazione qualsiasi dichiarazione folle e irrazionale di Paesi totalitari. Non posso quindi biasimare le autorità israeliane che minacciano di bombardare gli impianti nucleari iraniani e si preparano militarmente a una tale eventualità.

   Ma sono sicuro che ogni vero passo verso la pace con i palestinesi farà sì che questi ultimi si uniscano alla ferma richiesta di fermare le minacce di guerra iraniane perché un eventuale conflitto fra Israele e Iran distruggerebbe ogni possibilità di indipendenza nella loro patria. (ABRAHAM B. YEHOSHUA)

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EMERGENZA AFRICANA

CATASTROFE UMANITARIA PER LA GENTE DEL SAHEL

di Matteo Fraschini Koffi, da “AVVENIRE” del 9/3/2012

– Carítas Italiana: allarme cibo per oltre 10 milioni –

DAKAR – Il rischio di una catastrofe umanitaria nella regione del Sahel in Africa occidentale è ormai imminente. I governi di Gambia, Mauritania, Mali, Niger e Burkina Faso, hanno già iniziato a lanciare allarmi preoccupanti. E bisogna agire in fretta.

   «Per questo ascoltiamo e condividiamo l`appello delle popolazioni colpite», spiega un documento di Caritas Italiana e delle altre Caritas del “Gruppo di lavoro sul Sahel”: «Stiamo cercando di rispondere rapidamente, intensificando gli aiuti immediati per prevenire una crisi ancora più grave».

   Le Caritas si sono recentemente riunite a Bamako, capitale del Mali, per discutere le varie modalità su come affrontare questa nuova emergenza che, dopo quella avvenuta in Africa orientale e nel Corno d`Africa, ora sta minacciando gran parte dell`Africa occidentale. «L`allarme alimentare tocca ormai più di 10 milioni di persone – afferma la Caritas Italiana – e se non verranno prese urgentemente misure efficaci, le cifre rischiano di raddoppiare».

   Anche Paesi come Senegal e Ciad sono al momento colpiti dall`emergenza, sebbene con effetti minori rispetto alle altre realtà a ridosso del deserto del Sahara. Le piogge del 2011 sono state insufficienti e danno generato un raccolto deficitario, pari al 25% in meno rispetto all`anno precedente.

   Un radicale aumento dei prezzi dei beni alimentari ha inoltre aggravato le condizioni dei più poveri.

   Secondo i dati dell`Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) che allarga il raggio ad altri Paesi, «sui 13,4 milioni di civili già coinvolti dalla crisi alimentare, almeno un milione è rappresentato da bambini a rischio di malnutrizione acuta».

   Drammatica appare già la situazione in Niger, un Paese poverissimo dove si sono rifugiati migliaia di civili provenienti dal Mali e dalla Libia: nelle zone settentrionali la catastrofe sta ormai assumendo contorni drammatici.

   «Di solito in questo periodo, prima delle piogge, c`è ancora un po` di erba per il pascolo del bestiame», spiega Nassamu Malan, capo del villaggio di Foudouk, nella regione nord di Agadez: «Ma a causa della siccità è già tutto bruciato. Abbiamo sentito che il governo intende vaccinare gli animali continua Malan – vorremmo che succedesse anche nel nostro villaggio cosicché gli abitanti non muoiano».

   Alle cause ambientali dell`emergenza alimentare, si aggiungono diversi fattori sociali tra i quali povertà, forte pressione demografica e debolezza delle economie locali, oltre alle recenti crisi politiche che si sono verificate in Costa d`Avorio, Libia e, ora, nel Mali. Sono infatti migliaia i rifugiati che stanno scappando dai combattimenti tra il governo maliano e i ribelli Tuareg per trovare riparo nei Paesi confinanti e soffrire ugualmente per la mancanza di cibo.

   «Questo livello di insicurezza alimentare sarà più evidente nel periodo tra aprile e settembre», avvertono le organizzazioni umanitarie che operano sul territorio: «Dobbiamo quindi investire fin da subito in programmi a lungo termine che possano salvare le vite della gente più a rischio». (Matteo Fraschini Koffi)

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LA FALSA PRIMAVERA D’ASIA

di BRAHMA CHELLANEY*, da “la Stampa” del 1/3/2012

   Dal colpo di Stato armato che ha spodestato il primo presidente eletto democraticamente delle Maldive, Mohamed Nasheed, al tentativo in atto da parte della Corte Suprema del Pakistan d’indebolire un governo imbelle ma regolarmente eletto incriminando il primo ministro Yousaf Raza Gilani per oltraggio alla corte, i progressi della democrazia nell’Asia del Sud sembrano procedere a ritroso.

   Le dimissioni forzate di Nasheed sotto la minaccia delle armi hanno reso le Maldive il terzo Paese nella regione, dopo il Nepal e lo Sri Lanka, dove è stata tradita la transizione democratica. Le Maldive, un gruppo di isole in posizione strategica nell’Oceano Indiano, ora sembrano avviate a una prolungata instabilità.

   Nel frattempo, il Pakistan deve ancora iniziare una vera transizione democratica, perché il capo dell’esercito resta il vero titolare del potere. Come può avere inizio la democratizzazione se l’esercito pakistano e l’Isi (Inter-Services Intelligence), i servizi segreti, sono immuni al controllo civile e il potere decisionale spetta ai generali?
La mossa della Corte Suprema contro Gilani peggiora le cose. Un colpo di Stato costituzionale – piuttosto che militare – sarà di tutto guadagno per l’esercito e l’Isi, permettendo loro di governare dietro le quinte grazie a un governo più duttile, su cui scaricare tutta la colpa per i disordini civili ed economici.
In Sri Lanka la situazione dei diritti umani sotto la quasi dittatura del presidente Mahinda Rajapaksa continua a suscitare la preoccupazione internazionale. La recente fine della guerra civile durata 26 anni ha lasciato una società militarizzata e incoraggiato Rajapaksa, che ha ridotto la libertà dei media e intensificato gli sforzi per realizzare un’identità mono-etnica nel multietnico Sri Lanka.
In Nepal – una zona di transito strategica tra l’India e l’irrequieto Tibet, dove la Cina sostiene di essere in «guerra contro il sabotaggio secessionista» – regna il caos politico, con i partiti che litigano su una nuova costituzione. Il Nepal rischia di diventare uno Stato fallito, e questo avrebbe importanti implicazioni per l’India, con cui ha una frontiera aperta che consente il passaggio senza passaporto.
Infine, il recente tentato colpo di Stato in Bangladesh ha dimostrato che il settimo Paese più popoloso al mondo, lottando per rimanere una democrazia con il primo ministro Sheikh Hasina Wajed, resta vulnerabile al suo esercito ribelle. Nei suoi quattro decenni d’indipendenza il Bangladesh ha registrato 23 tentativi di golpe, alcuni dei quali riusciti.
Gli sviluppi politici nella regione sottolineano l’insufficienza di elezioni libere, eque e competitive per garantire una transizione democratica. Le elezioni, da sole, non garantiscono un potere genuinamente democratico a livello di base o il rispetto delle regole costituzionali da parte di chi detiene il potere.

   Rispetto alle traballanti transizioni del resto dell’Asia meridionale l’India è oggi l’unico Paese della regione con una radicata democrazia pluralistica. Ciò non è nell’interesse dell’India, perché la mette di fronte a quella che potremmo chiamare la «tirannia della geografia» – cioè, gravi minacce esterne provenienti da quasi tutte le direzioni.
In una certa misura, è una tirannia auto-inflitta. La sicurezza dell’India è minacciata dai disordini di Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, Pakistan per i fallimenti delle sue politiche passate. Per lo meno, il regredire della democrazia nella regione evidenzia l’incapacità dell’India di indirizzare gli sviluppi politici della sua stessa area d’influenza.
Oggi caos politico e incertezza nella regione aumentano il pericolo di ricadute sull’India, minacciando la sicurezza interna del Paese. La crescente instabilità dell’area rende anche più difficile promuovere la cooperazione e l’integrazione regionale, compreso il libero commercio.
L’ascesa di gruppi islamici che ha accompagnato gli sviluppi antidemocratici in Asia meridionale rappresenta un’ulteriore minaccia per la regione. Con un atto di vandalismo che ricorda la distruzione da parte dei talebani dei Budda monumentale di Bamyan in Afghanistan nel 2001, gli islamisti hanno saccheggiato il principale museo delle Maldive a Male, la capitale, il giorno in cui Nasheed è stato estromesso, distruggendo statue buddiste indù in corallo e calcare di valore inestimabile, praticamente cancellando tutte le prove del passato buddista delle Maldive prima che il suo popolo si convertisse all’Islam nel XII secolo.
L’intera storia pre-islamica è perduta” ha denunciato il direttore del museo. Incoraggiati dai politici dell’opposizione, i gruppi islamici delle Maldive sono «sempre più potenti», secondo Nasheed. Allo stesso modo, in Pakistan e Bangladesh, le agenzie di intelligence militari hanno foraggiato gruppi jihadisti, impiegandoli a fini politici in patria e al di là delle frontiere nazionali.
Questo segue un percorso consolidato nella regione: un governo autocratico tende a promuovere gli elementi estremisti, soprattutto quando chi è al potere stringe alleanze opportunistiche con tali forze. Per esempio, le potenti fazioni jihadiste del Pakistan sono nate sotto due dittature militari: Muhammad Zia-ul-Haq, che le ha utilizzate per affrontare i sovietici in Afghanistan, e Pervez Musharraf, che è fuggito a Londra nel 2008, sotto la minaccia d’impeachment e che successivamente è stato accusato di coinvolgimento all’assassinio dell’ex primo ministro Benazir Bhutto nel 2007 – una pietra miliare nella discesa nel caos del Pakistan.
Quando un esperimento democratico funziona come in Bangladesh con Sheikh Hasina, riduce gli spazi di manovra degli estremisti. Ma una lezione più ampia in gran parte della regione è che il progresso democratico rimane reversibile, a meno che le vecchie e radicate forze siano estromesse e lo Stato di diritto sia fermamente stabilito.
Ad esempio, le elezioni democratiche del 2008 alle Maldive, che hanno spazzato via un regime autoritario vecchio di decenni, erano diventate un faro di speranza, dissipato poi in meno di quattro anni.

   Come ha detto l’appena deposto Nasheed: «Non sempre le dittature muoiono quando il dittatore lascia il suo incarico… Molto tempo dopo le rivoluzioni, potenti reti di fedelissimi del regime possono ancora trovarsi dietro le quinte e tentare di strangolare le democrazie nascenti».

   Poiché la sua tirannia della geografia mette maggiore pressione sulla sua sicurezza interna ed esterna, l’India avrà bisogno di sviluppare approcci più innovativi alla diplomazia e alla difesa nazionale. Solo attraverso una difesa e una politica estera più vigorose l’India può sperare di migliorare la sua situazione di sicurezza regionale, rendendosi libera per svolgere un ruolo più globale. In caso contrario, continuerà a essere prigioniera della sua regione geografica.
   (*)Brahma Chellaney, professore di Studi Strategici al Center for Policy Research di New Delhi, è l’autore di Asian Juggernaut and water: Asia’s New Battleground.

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 RUSSIA – Calano i moscoviti che protestano per l’esito del voto. L’opposizione cerca di riorganizzarsi

CONTRO PUTIN UN FRONTE ARCOBALENO

di Giuseppe D’Amato, da “il Gazzettino” del 11/3/2012

– Già si prevede un autunno caldo. Il Cremlino dovrà varare fra pochi mesi una dura austerity –

   La “primavera” russa perde smalto e diversamente non sarebbe potuto essere. Ieri sono scesi a protestare per le strade 20-25mila moscoviti, molto meno degli oltre centomila delle precedenti manifestazioni “per elezioni pulite” di dicembre e febbraio. Le presidenziali del 4 marzo sono ormai alle spalle e la delusione sta prendendo il sopravvento in un movimento composito che rischia di frazionarsi tra le sue molteplici anime.

   La “battaglia di Russia”, come l’ha definita Putin, non è però conclusa: è entrata in una fase più tecnica e meno spettacolare. Verso l’inizio dell’estate il governo sarà costretto a prendere misure economiche impopolari. Ed allora i giochi si riapriranno in un autunno che si annuncia caldissimo.
Nel frattempo, però, le opposizioni avranno avuto il tempo per organizzarsi meglio. Malgrado i partecipanti inferiore alle attese, i leader della protesta non hanno fatto mancare alla folla le loro voci ed il loro entusiasmo.

   “Queste – ha urlato l’ex campione del mondo di scacchi Garry Kasparov – non sono state elezioni, ma un’operazione speciale diretta da una banda che voleva tornare al Cremlino”. Sulla stessa linea intransigente l’attore Maksim Vitorgan, che alle presidenziali di domenica ha monitorato le votazioni. “Noi tutti – ha detto il noto protagonista de ‘Il giorno della Radio’ – siamo stati umiliati ed insultati. Putin ha vinto la guerra dei numeri. E’ il presidente dei numeri, non della gente”.

   Il piatto forte della giornata era proprio la presenza di osservatori che hanno visto sotto i propri occhi irregolarità di ogni tipo. Come continuare la lotta?, è la domanda che si pongono un po’ tutti.

   In Parlamento sono in corso consultazioni con i partiti restati fuori dalla Duma alle legislative di dicembre. “La cosa più importante, che dobbiamo ottenere, – ha sottolineato l’ex deputato Vladimir Ryzhkov – è la riforma politica, ossia nuove elezioni della Duma, del presidente, dei governatori”.
Non è escluso che la prossima manifestazione di protesta si tenga il 7 maggio, giorno del giuramento di Vladimir Putin. Alla fine del meeting sull’Arbat il coordinatore del Fronte di Sinistra Serghej Udaltsov ha tentato di marciare con i suoi verso piazza Pushkin ma è stato bloccato dalle migliaia di agenti. Decine le persone fermate. (Giuseppe D’Amato)

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Un convegno della Comunità di Sant’ Egidio

DEMOCRAZIA E PARTITI ISLAMICI: PRIMAVERE ARABE A CONFRONTO

di Maurizio Caprara, da “il Corriere della Sera” del 1/3/2012

   «Costruire una democrazia è opera più difficile e complessa che distruggere una dittatura», diceva ieri a Roma Rachid Ghannouchi, il capo del partito di maggioranza nella Tunisia del dopo-Ben Ali.

   Benché la tirannia in Siria sia ancora in piedi e sanguinaria, il leader della formazione musulmana «Ennahda», costretto in passato all’esilio, aveva talmente ragione che poco dopo il suo intervento due donne con l’ hijab , velo islamico che copre molti dei capelli o tutti, giravano non distanti da lui accusandolo di aver abitato in Gran Bretagna mentre, stando al loro racconto, il figlio di una delle due veniva ferito nella «Rivoluzione» tunisina.

   «Si chiama Mohammed Rawafi, 19 anni. È scappato in Italia via mare, non si sa dov’ è», diceva la donna con l’ hijab nero, Rebeh Krahiem, assistendo, nel chiedere aiuto a quanti incontrava, la sua amica con il fazzoletto rosa che definiva madre del disperso.

   Non succedeva alla Moschea di Monte Antenne. Sono scene a ridosso della Basilica di Santa Maria in Trastevere ai margini di un convegno della Comunità di Sant’ Egidio, «Primavera araba, verso un nuovo patto nazionale».

   La strage degna di cronaca, in questo caso, è consistita in un’ ecatombe di stereotipi. Invitati di spicco, alcuni dirigenti dei «Fratelli musulmani». «Non si può dividere la società in base a credo, sesso e idee, ma solo sulla base di diritti e doveri. Noi abbiamo subito l’ esser tenuti “fuori”, non cadiamo in questa trappola», sosteneva Abdul Rahman al Barr, «fratello» egiziano.

   Impegni da verificare nei fatti, certo, perché la loro interpretazione può essere molteplice, come una frase di Abdul Malek, della stessa affiliazione in Libia: «La democrazia è un requisito imprescindibile del nostro movimento, ma deve essere compatibile con la nostra cultura e la nostra religione».

   Nei suoi dialoghi interreligiosi, «Sant’ Egidio» ha sempre rivendicato che non si possono dettare le tesi agli interlocutori. Suo merito è stato radunare nella stessa sala voci diverse mentre i cambiamenti nei Paesi arabi richiedono coltivazione di nuove relazioni per classi politiche e governi europei privi dei vecchi alleati nel resto del Mediterraneo.

   «C’è bisogno di improntare il nostro rapporto con l’altro e anche con il mondo islamico sulla simpatia e far cadere distanza e diffidenza», ha affermato Andrea Riccardi, fondatore della Comunità, oggi ministro della Cooperazione.

   Pierluigi Pizzaballa, custode di Terra Santa, ha sottolineato che in Medio Oriente non si può «costruire una nazione senza tener conto anche dell’elemento religioso». Nel ricordare che «in Siria i cristiani sono sempre stati garantiti», ha esortato a puntare sul «partecipare» alla politica più che su «protezioni», invitando tutti a rileggere il proprio passato: «”I musulmani sono tutti vittime”: non è vero. “I cristiani sono tutti vittime”: non è vero». E un oppositore siriano, Haytham Manna, ha condannato l’ipotesi di soldati stranieri in Siria a vigilare su corridoi umanitari. «Può dividere», ha obiettato. – (Maurizio Caprara)

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SIRIA: SULL`ORLO DEL BARATRO

SIRIA, PRESSING DEGLI USA ALL’ONU: ISOLARE DAMASCO, NO A INTERVENTI

di Federica Zoja, da “AVVENIRE” del 7/3/2012

– Obama: «Assad cadrà». Video choc su Homs: torture ai feriti –

   Mentre sul campo peggiora di ora in ora la crisi umanitaria provocata dai violenti scontri fra forze regolari e milizie ribelli, una nuova bozza di risoluzione delle Nazioni Unite sulla Siria, elaborata dagli Stati Uniti, sta passando di mano in mano in attesa che le diplomazie internazionali trovino un accordo.

    Il testo, secondo indiscrezioni, chiede al governo di Damasco immediato accesso nel Paese per gli operatori umanitari, cessazione di ogni forma di violenza e cooperazione piena da parte delle autorità siriane con le Nazioni Unite e con l`inviato speciale dell`Onu e della Lega Araba, Kofi Annan.

   Washington intende così superare la paralisi che affligge da mesi il Consiglio di sicurezza dopo il doppio veto di Russia e Cina. Il presidente americano Barack Obama in persona evoca sempre più spesso il dossier siriano, ribadendo di non voler intervenire militarmente in Siria, ma di puntare a «isolare Damasco» nella regione mediorientale. «Il dittatore alla fine cadrà», ha dichiarato il presidente Usa.

   Da Mosca, tuttavia, i primi riscontri non sembrano positivi: «La nuova bozza Usa della risoluzione sulla Siria al Consiglio di sicurezza dell`Onu è una versione leggermente modificata dell`ultimo documento oggetto di veto», ha scritto ieri su Twitter il viceministro degli Esteri russo Gennadi Gatilov.

   Intanto, si allunga la lista delle atrocità commesse dal regime di Damasco: secondo la tv britannica Channel 4, i siriani feriti dai bombardamenti governativi a Homs, nella Siria centrale, e trasferiti nell`ospedale militare per le cure mediche non sono stati soccorsi, ma torturati con fruste e scosse elettriche dal personale sanitario.

   Questa è la denuncia di un dottore siriano, supportata da immagini girate presso l`ospedale di Bab Amro, distretto bastione della rivolta anti-regime, sotto l`assedio delle forze lealiste per 27 giorni. I media filo-governativi siriani, al contrario, trasmettono filmati di presunti abitanti di Bab Amro mentre rientrano nelle proprie abitazioni, finalmente «liberate» dai terroristi.

   La rappresaglia contro gli insorti continua ora in altre aree del Paese: a Daraa, a Hama e sul confine con il Libano: almeno 41, denuncia l`opposizione, le vittime in tutto il Paese. Un ponte sul fiume Oronte, impiegato da civili e feriti per fuggire dalla Siria nel Paese dei Cedri, nei pressi della città di Qseir, è stato bombardato dalle forze fedeli a Damasco, ha riferito l`Osservatorio siriano diritti umani.

   Secondo l`Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Acnur), soltanto nelle ultime 48 ore sono riparati nel Paese confinante dalla Siria oltre 2mila civili, in maggioranza donne e bambini. Alla luce della chiusura delle ambasciate di Francia e Gran Bretagna e dell`annunciata chiusura di quella spagnola in Siria, ieri i membri dell`Ue si sono riuniti a Bruxelles per ricalibrare la presenza diplomatica a Damasco.

   La missione del servizio diplomatico europeo resterà aperta a Damasco «per monitorare» la situazione anche «su richiesta» dell`opposizione siriana, è stato reso noto. (Federica Zoja)

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SPENTO L’INCENDIO GRECIA, IN EUROPA RESTANO FOCOLAI IN PORTOGALLO E IRLANDA

– Tutto il debito di Lisbona supera di 4 volte la ricchezza prodotta – Le banche irlandesi esposte verso la Bce per quasi il 60% –

di MORYA LONGO, da “IL SOLE 24ORE” del 11/3/2012.

   È il default più grande della storia. È il primo, tra l`altro, che accade in un Paese dell`area euro: evento fino a pochi anni fa inimmaginabile anche per il più incallito dei pessimisti. Eppure la ristrutturazione del debito greco, che ha fatto scattare l`insolvenza venerdì sera, è stata vissuta dai mercati finanziari e dal mondo politico quasi come la fine di tutti i mali.

   «Il problema Grecia è risolto», ha annunciato trionfalmente il presidente francese (sotto elezione) Nicolas Sarkozy. E anche gli spread tra i titoli di Stato dei Paesi periferici e la Germania, ben lungi dal temere un contagio, si sono ridotti. L`Italia, per esempio, negli ultimi giorni ha recuperato quasi 30 centesimi di punto percentuale sulla Germania.

   Tutto bene, dunque? L`Europa è fuori dal tunnel? Bastava così poco per risolvere i problemi? Purtroppo la risposta è negativa. Superato uno scoglio, di fronte al Vecchio Continente ce ne sono ancora tanti altri. Il primo problema porta il nome di alcuni Stati, ancora troppo fragili: Portogallo e Spagna in prima fila, Irlanda in seconda e Italia in terza.

   Poi c`è il nodo del sistema bancario, salvato per il rotto della cuffia dalla Bce ma ancora troppo fragile e troppo legato al destino degli Stati. Il terzo problema riguarda l`economia: senza una ripresa della crescita (purché sostenibile e non drogata da eccessi monetari) l`Europa non può dirsi fuori dal guado. Ecco i nuovi possibili (ma non necessariamente probabili) focolai della crisi.

STATI TROPPO VULNERABILI

Nell`Unione monetaria ci sono 17 Paesi. Di questi, almeno cinque non possono chiamarsi fuori dalla crisi finanziaria e di credibilità. Il primo è, ovviamente, la Grecia: con un debito pubblico che anche dopo la ristrutturazione resterà al 120% del PiI nel 2020, con una recessione che quest`anno porterà via il 4,40% del Pil, con un deficit di bilancio pari al 7% del Pil, con una disoccupazione al 19,9% e con un futuro a metà strada tra l`austerità e il masochismo. Atene resta il ventre molle dell`Europa.

   Tanti economisti sono convinti che presto o tardi dovrà chiedere nuovi, ulteriori, aiuti. Oltre alla Grecia, sono Portogallo e Spagna a impensierire gli investitori. Il primo è pieno zeppo di debiti in tutti i settori dell`economia: quello dello Stato ammonta al 108% del Pil, quello delle famiglie al 95% del Pil, quello delle imprese al 130% del Pil. In totale il debito in Portogallo supera di quattro volte la ricchezza prodotta in un anno. Questo lo rende vulnerabile: «Il paese non è necessariamente insolvente – scrivono gli economisti di Rbs -, ma il default viene evitato solo nel migliore degli scenari prevedibili».

   Come dire: non è detta l`ultima parola, ma di speranze non ce ne sono molte. Anche perché il Paese soffre per una perdita fortissima di competitività nel settore industriale: secondo Rbs il Portogallo ha perso il 19,3% di competitività negli ultimi anni. Peggio ha fatto solo la Grecia (-24,2%).

   È la Spagna, però, che nelle ultime settimane ha attirato l`attenzione (negativa) degli investitori: perché ha sorpreso tutti annunciando un deficit del bilancio 2011 superiore alle attese (8,5%) e chiedendo di alzare gli obiettivi per il 2012 al 5,8%. «Questo porterà a un braccio di ferro con l`Unione europea, ma alla fine credo che si troverà una soluzione», prevede Gregorio De Felice, responsabile servizio studi di Intesa Sanpaolo.

   Il problema della Spagna è anche la trasparenza: «Non comunicano i dati sul fabbisogno da novembre», aggiunge De Felice. Questo non piace al mercato. Così, sebbene la Spagna abbia un debito pubblico basso, il Paese fa paura: perché dà l`impressione di avere i conti fuori controllo, perché ha un`economia in rallentamento e una disoccupazione record al 23%, perché ha un sistema bancario fragile, perché ha un sistema industriale che senza il settore immobiliare non ha più un motore.

   L`Italia è invece in una situazione opposta a quella spagnola: ha un debito pubblico monstre (120% del Pil), ma ha un deficit basso e tendente al pareggio di bilancio e ha un minor debito privato. E, soprattutto, negli ultimi mesi ha riconquistato credibilità.

   Il vero interrogativo, per gli investitori, è dunque sul dopo-Monti: il Paese resterà sui giusti binari? L`altro grande problema riguarda invece la crescita economica: «Il Paese perderà cinque punti di PiI in due anni di austerità – osserva Silvio Peruzzo di Rbs -. L`economia deve reagire a questo tipo di shock. Questo sarà il focus dei mercati».

LE BANCHE SALVATE MA FRAGILI

Il sistema bancario europeo ha inghiottito, in due giganteschi sorsi tra dicembre e febbraio, più di 500 miliardi di euro di liquidità nuova erogata dalla Bce: soldi che hanno evitato possibili crack bancari nel Vecchio continente.

   Eppure, dietro il sollievo di questa massiccia dose di ricostituente, di problemi le banche ne hanno ancora tanti. Il primo è legato proprio ai finanziamenti Bce: molti istituti, nei Paesi in crisi, dipendono da Francoforte per reperire risorse. Quelli irlandesi hanno debiti nei confronti delle Banche centrali europee per 92 miliardi di euro, pari al 59% del Pii. La dipendenza delle banche portoghesi dalla Bce arriva al 27% del Pil. Le spagnole arrivano al 15% e le italiane al 12,8%. Questo significa che molte banche, almeno in Irlanda e Portogallo, se non ci fosse la Bce non starebbero in piedi.

   E non è tutto. La recessione sta aumentando velocemente i crediti in sofferenza. Inoltre la crisi di fiducia nei mesi passati ha causato una fuga dai depositi: il trend, fino a dicembre, era in calo in tutti i Paesi periferici.

   È possibile che nel 2012 l`emorragia si sia arrestata, ma quello dei depositi rimane un elemento di vulnerabilità. Infine c`è un ulteriore problema: tante banche hanno usato i finanziamenti Bce per comprare titoli di Stato del proprio paese. Questo ha aumentato quella concentrazione dei rischi che fino a pochi mesi fa impauriva le Borse: le spagnole hanno aumentato di oltre 50 miliardi i titoli di Madrid in bilancio, le italiane di circa 30 miliardi.

   Tutto bene fin che il mercato gira bene, ma se dovesse cambiare rotta i problemi tornerebbero.

LA CRESCITA CHE NON C`È

C`è poi il problema dei problemi: la crescita economica. La recessione, unita a politiche fiscali restrittive, sta peggiorando la situazione. Se l`economia non cresce, il debito non diminuisce, la disoccupazione non cala, le tensioni sociali aumentano e i conti pubblici non tornano. Ma far crescere un continente intero nonostante la necessità delle banche di ridurre gli attivi e nonostante la necessità di tagliare la spesa pubblica non sarà  facile. Questa, in fondo, è la vera sfida: far crescere l’Europa. Senza droghe monetarie, senza escamotage finanziarie, senza le distruttive scorciatoie del passato. (Morya Longo)

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“SOLO L’UNIONE POLITICA PUO’ RILANCIARE L’EUROPA”

di Paolo Conti, da “Il Corriere della Sera” del 11/2/2012

L`APPELLO – Aumentano le adesioni alla proposta di accompagnare la ratifica del nuovo Patto di bilancio a un`agenda per realizzare un progetto federale – L`iniziativa congiunta Roma-Berlino – Westerwelle: serve una vera Costituzione –

   Il «Corriere della Sera» ha presentato ieri, insieme al tedesco «Die Welt», un appello collettivo di personalità italiane e tedesche preparato in vista del prossimo incontro tra la cancelliera Angela Merkel e il premier Mario Monti, il 13 marzo a Roma.

   L`appello sottolinea l`urgenza di precisi segnali da parte dei Parlamenti nazionali riguardo alla volontà di procedere verso un`Unione politica europea, senza la quale la ratifica del «Patto di bilancio» sarebbe inefficace.

   Tra i firmatari, semplici cittadini e rappresentanti del mondo della politica, della cultura e dell`economia come Romano Prodi, Franco Frattini, Gian Enrico Rusconi, Ulrich Beck, Hans-Gert Pattering.

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   Per avere un`Europa forte non bastano i conti in ordine: urge una solida struttura politica. «Abbiamo bisogno di una reale Costituzione in Europa», ha detto ieri il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle a Copenaghen durante il Consiglio informale dei ministri degli Esteri.

   Il ministro propone di fatto la riapertura di veri e propri negoziati. Secondo fonti diplomatiche tedesche un «piccolo gruppo di ministri» ha concordato un incontro nelle prossime settimane a Berlino per discutere del futuro dell`Europa.

   Esattamente lo spirito dell`appello pubblicato ieri dal nostro giornale e, in contemporanea, su Die Welt, in vista del vertice italo-tedesco del 13 marzo quando il presidente del Consiglio Mario Monti incontrerà la cancelliere tedesca Angela Merkel.

   Il documento è stato sottoscritto da una trentina di personalità italiane (tra loro Giuliano Amato, Franco Frattini, Romano Prodi, Alberto Quadrio Curzio, Franco Bassanini, Andrea Manzella, Antonio Padoa Schioppa) e tedesche (molte vicine ad Angela Merkel): si chiede un impegno comune italo-tedesco per ratificare «nello stesso giorno e prima del Consiglio europeo del 28-29 giugno il cosiddetto fiscal compact» accompagnando però la legge di ratifica «con l`approvazione di una dichiarazione politica per un nuovo passo avanti verso una forte Unione politica con un governo federale e proponendo un metodo e un`agenda per realizzarla».

   Come si legge nella nota del Consiglio Italiano del Movimento Europeo «nessuna ratifica del “patto fiscale” senza un preciso segnale riguardo alla volontà di procedere verso un`Unione politica europea».

   Spiega Giuliano Amato, ex presidente del Consiglio e oggi presidente dell`Enciclopedia Italiana: «Questo appello è importante perché ricostituisce la sperimentata collaborazione italo-tedesca nel far compiere i passi avanti necessari all`integrazione politica europea. E sempre con questo appello si dimostra che in Germania non si pensa solo alla disciplina fiscale ma si ha la lungimiranza di riflettere anche sulla maggiore integrazione politica e sulla più robusta democrazia europea che la stessa disciplina fiscale comune porta con sé».

   Aggiunge Dieter Spóri, presidente dell`Ebd, il Movimento Europeo Tedesco: «I rischi della crisi finanziaria per l`Europa sono enormi ma i pericoli rappresentati da una caduta di fiducia verso l`Unione sarebbero ancora maggiori».

   Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento Europeo Italiano: «E venuto il momento di riaprire il cantiere della riforma dell`Unione europea indicando un progetto, un metodo e un`agenda».

   Concorda un`altra firmataria, Emma Bonino, vicepresidente del Senato: «Vorrei tradurre semplicemente il senso dell`appello. Siamo pronti a trangugiare le misure economiche necessarie ma se non si procede verso un`autentica unione politica e un vero governo federale, quindi una più autentica democrazia rappresentativa, non si va da nessuna parte. Mi sembra molto importante anche perché è stato sottoscritto da molti politici tedeschi vicini ad Angela Merkel. Nessuno pensa a un Superstato europeo ma a una federazione di Stati che metta in comune, oltre all`economia, alla moneta e al sistema fiscale, almeno gli Esteri, la Difesa e la Ricerca».

   Ha firmato anche il filosofo Giacomo Marramao: «L`appello serve soprattutto a indicare in modo amichevole ma anche vigoroso alla Germania che non si può uscire dallo stallo economico con la sola logica della quadratura dei conti senza innescare un circolo virtuoso tra una qualificazione politica dell`Unione, finora mancata, e una capacità di incentivare la crescita e lo sviluppo. Scopo che non si può raggiungere solo ricorrendo a una mera contabilità». – (Paolo Conti)

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 LO SGUARDO CIECO DELL’EUROPA

di Barbara Spinelli, da “la Repubblica” del 7/3/2012
SE E’ VERO quello che disse una volta Jean Monnet – “l’Europa si fa nelle crisi” – siamo davanti a un’occasione unica per diventare un’Unione autentica, capace di pensare e agire con la propria testa.   Unione non determinata all’esterno da Stati-tutori, non corrosa all’interno dai vecchi imperativi dell’equilibrio fra potenze.

   È in crisi la sua economia, lo sappiamo. Ma è in crisi anche la sua democrazia, perché pluralismo e alternanza sono sempre più visti come ostacoli alle decisioni rapide, prese da pochi competenti: lo comprova il disastro greco, e anche i timori che alcuni governi (Berlino in testa) sembrano nutrire verso la possibile sconfitta di Sarkozy in Francia.
È poi in crisi la laicità, che della democrazia è condizione, perché le chiese quando scorgono Stati fragili “si organizzano per vincere” (sono parole recenti del cardinale Martini), non per affinare la capacità profetica, guardando lontano e profondo. Il primato dato a non-negoziabili valori bioetici, il disinteresse manifestato soprattutto in America per l’equità sociale, sono elementi di una lotta solo di potere.
Infine è in crisi la politica estera, legata in Europa agli schemi del dopoguerra e della guerra fredda. Ignari delle mutazioni mondiali, gli europei faticano a prender atto che i centri di potere si sono moltiplicati, che l’Occidente non è più ombelico dell’universo. Sono abituati a seguire Washington, ma Washington

non è più né l’autorità che ci garantisce come nella guerra fredda, né il solo potere globale come supponevano Bush padre, Clinton, Bush figlio.
Che posizione hanno gli europei sul Mediterraneo, e su Israele, sull’Iran, sullo scontro fra Stati sciiti e sunniti? Per ora non ne hanno alcuna: anche in politica estera esiste la tentazione del laissez-faire (il mondo tolemaico che ruota attorno alla terra americana pensa per tutti noi). Ma la svolta è vicina, anzi è già presente. Tocca prendere in mano il nostro destino, se non si vuol ripetere l’inerzia e il non-pensiero che ci contraddistingue da vent’anni e più.
Se guardassero oltre il proprio naso, gli europei vedrebbero quel che sta succedendo nelle presidenziali Usa. Vedrebbero che l’America è uno Stato debole, esposto a ogni sorta di pressioni, e ansioso di liberarsene. Vedrebbero, sulla vicenda Iran, un’amministrazione che ha proprie idee ma stenta ad attuarle perché incapace di imporre la condotta che ritiene razionale a un minuscolo Stato – Israele – che ha il potere di condizionarla.

   Un potere abnorme, alla lunga non sostenibile, dunque pericoloso per Israele stesso. Secondo Gideon Levy, commentatore del giornale Haaretz, il peso è senza precedenti storici e finirà col ritorcersi contro lo Stato ebraico. Non fosse altro perché chi difende Israele negli Usa (l’AIPAC, Comitato Israele-America per gli Affari pubblici) rappresenta solo una parte del paese: i conservatori, avvinti all’occupazione dei Territori da 45 anni.
In tre anni, Obama ha ceduto a tali pressioni, fino a seppellire i piani sullo Stato palestinese. Ora Netanyahu lo spinge a posizioni bellicose sull’Iran, nel preciso momento in cui l’America, spezzata da guerre perdute e inferma economicamente, non è pronta a nuovi atti militari.

   La visita di Netanyahu a Washington, lunedì, ha confermato questo divario di esperienze e intenti, dando l’impressione – falsa – di due potenze simmetriche. Domenica, all’AIPAC, Il Presidente ha detto che “tutte le opzioni sono sul tavolo” (guerra inclusa), ma ha avversato “incontrollati discorsi bellici”: “Per il bene della sicurezza di Israele, della sicurezza Usa, della pace e della sicurezza del mondo, questo non è il momento di fare i gradassi”.

   Netanyahu è avvisato: l’America non si farà trascinare in conflitti incontrollati, e senza lei Netanyahu penerà a gettarsi in azioni militari. Resta il fatto che il suo governo entra nelle elezioni Usa come primo attore, puntando su Obama disfatto.
Non è l’unico gruppo di pressione a operare in tal modo, profittando dell’indebolita democrazia americana. Altre lobby (etniche, confessionali, finanziarie) la comprimono: ricordiamo gli evangelicali o i cattolici. A proposito di questi ultimi sono preziose le analisi di Massimo Faggioli, professore di teologia in Minnesota, sui giornali Europa o L’Unità.

   In maniera abnorme, anche qui, la Chiesa influenza il voto Usa: con i cattolici bianchi attratti dai valori bioetici (la contraccezione, oggi) e i cattolici non bianchi (neri, ispanici) “più attenti alle esigenze di giustizia sociale che alla morale sessuale”.
L’affievolirsi della sovranità politica americana, la sua dipendenza da poteri esterni e lobby interne: sono deperimenti che dovrebbero indurre l’Europa a divenire potenza sovrannazionale non solo economicamente, non solo per fare dei singoli debiti sovrani un comune debito dell’Unione, ma anche in politica estera, di difesa.

   Così come non potremo in futuro affidare il mondo multipolare a una moneta di riserva internazionale, il dollaro, che riflette i bisogni di una sola nazione, così non possiamo affidare la nostra politica estera a una potenza fattasi più influenzabile da paesi, chiese, interessi economici coi quali dobbiamo imparare a costruire un nostro rapporto, fondato sulla lealtà e la storia d’Europa – compresa la storia degli ebrei d’Europa – ma anche sulla laicità (esiste un imperativo di deconfessionalizzazione del mercato e delle diplomazie, oltre che delle chiese).

   Il caso della Chiesa cattolica è significativo; nonostante gli irrigidimenti anti-conciliari, in Europa è più difficile che i cattolici trascurino l’equità sociale come in America.
L’America stessa non potrà farsi guidare da lobby sino a divenire loro ombrello e collettore. Dovrà trovare se stessa, e – l’abbiamo visto – questo potrebbe sfociare in uno scontro con Israele. Tornando a Teheran: la politica che s’impernia sul ricorso ineluttabile alle armi potrebbe esser sostituita in un secondo tempo da altre visioni, fondate sull’arbitrato anziché la guerra.

   La nuclearizzata Corea del Nord non minaccia il Giappone meno esistenzialmente di quanto l’atomica iraniana insidi Israele – eppure Tokyo non ha lo stesso peso sulla politica statunitense. Il 29 febbraio si è aperta una fase negoziale, giudicata con interesse dall’Economist, ma Pyongyang non rinuncia alle testate che ha. Promette di congelare l’arricchimento dell’uranio – in una sola centrale – in cambio di copiosi aiuti alimentari.

   Perché lo stesso non potrebbe avvenire con l’Iran, un giorno? Perverso, nella storia nordcoreana, è che dotarsi di bombe è stato propedeutico ai negoziati odierni. Questo conferma che nessuno Stato può sopportare la spada di Damocle di una guerra preventiva continuamente minacciata. Prima o poi, fatalmente, desidererà dotarsi dell’atomica e santuarizzarsi, proprio per poter meglio trattare e aprirsi. È quel che ha fatto il Nord Corea. È quel che forse medita il governo iraniano.
Dipendere dall’America significa oggi, per l’Europa, dipendere da una democrazia scossa, da un’economia fragile, da una difesa non più prodiga di garanzie. Vale la pena, per l’Europa come per Israele, uscire dai ghetti e cominciare a costruire il proprio destino etsi deus non daretur, come se non esistesse un Dio-custode oltre Atlantico. Quale amministrazione scegliere, migliore di quella di Obama?
Nel 2014, cioè domani, si voterà per il nuovo Parlamento europeo. È sperabile che fra tanti partiti ce ne sia uno che abbandoni gli occhiali nazionali (non fanno vedere più nulla) e inforchi gli occhiali cosmopolitici che vedano e progettino gli Stati Uniti d’Europa. La non – Europa già ci è costata tanto, troppo. Il federalismo non è un’opzione tra le altre: è una via obbligata. Gli Stati-nazione sono più gracili di un’unione. La storia americana, e i suoi regressi, ce lo mostrano con evidenza. (Barbara Spinelli)

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2 thoughts on “UN MONDO SENZA LEADER, tra economia in crisi e guerra latente – i GEOCONTINENTI che si sfidano, nella loro attuale debolezza – un nuovo GOVERNO MONDIALE: per la PACE, la FINE DELLA POVERTÀ e la GREEN ECONOMY (e l’EUROPA riuscirà ad essere unita in Stati federali?)

  1. lucapiccin martedì 13 marzo 2012 / 20:55

    “Nonostante i molti dubbi sul valore nutritivo dei fast-food, l`economia mondiale dovrà mangiare più Big Mac per crescere.”

    Buona questa !
    Se dipendesse da me l’economia mondiale sarebbe ancora agli anni 50, altro che Big Mac !

  2. Agata mercoledì 14 marzo 2012 / 16:43

    CERCATE LA SPERANZA NE VOSTRO CUORE (QUELLA E’ LA MACCHINA DA DOVE RI-PARTIRE – ALLA RICERCA DEL “BENE COMUNE”)

    APPROFONDIMENTI:
    INTERVENTO DI DON GIUSSANI AD ASSAGO, NEL FEBBRAIO 1987. http://www.tracce.it

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