Politica energetica tra RIGASSIFICATORI E GASDOTTI: cos’è meglio? il trasporto marittimo (con la creazione di grandi rigassificatori)? o la costruzione di grandi gasdotti dalla Russia, Algeria, Azerbaigian…? – E LE POLITICHE TERRITORIALI DI AUTOSUFFICIENZA ENERGETICA DA FONTI RINNOVABILI?

Il RIGASSIFICATORE di PORTO VIRO (Rovigo) entrato in funzione nel 2009, fuori costa, poggia su un basso fondale marino. Il principio della rigassificazione è semplice: il gas viene liquefatto a temperature bassissime nelle cisterne delle navi e trasportato via mare fino agli impianti che compiono l'operazione inversa, riportandolo al suo stato gassoso e immettendolo nella rete di distribuzione

   Se di questi tempi ogni sera potete essere aggiornati sullo “spread” del giorno, bollettino “essenziale” per capire se il “Paese Italia” potrà salvarsi, da quanto tempo non si fa più il bollettino del costo al barile del petrolio?

   Problema meno rilevante? Meno strategico nel rapportarci a quella che, secondo noi, è la seconda priorità di un paese e dei “territori” cui esso è formato: con il bene comune AGRO-ALIMENTARE, il bene comune ENERGETICO è fondamentale per la sicurezza, la sopravvivenza, l’autonomia di ciascuna comunità territoriale che si riconosca in un luogo geografico più o meno definito (il Veneto… la montagna… l’area adriatica… l’alta o la bassa pianura, la pedemontana…). Pertanto il bollettino, magari non quotidiano, per non stressarci troppo, ma almeno settimanale…) del costo a barile del petrolio sarebbe interessante e utile saperlo. Per la cronaca attualmente è a circa 105 dollari a barile (ma potete leggere qui l’andamento:  http://www.utifin.com/quotazione-petrolio.htm?ref:iaconet  …). Petrolio in uso per raffinare la benzina (due euro al litro oramai, per le accise, l’iva, le tasse insomma… come grande introito alle entrate dello Stato), per il funzionamento degli apparati produttivi, dei servizi al cittadino, per la produzione energetica (le grandi centrali a petrolio…).

In rosso il tracciato del gasdotto russo di prossima costruzione SOUTH STREAM. In verde quello del progetto europeo NABUCCO (che probabilmente non si farà più, perché troppo costoso per l'Unione Europea in difficltà finanziaria) che avrebbe portato in Europa il gas dai paesi dell'Asia centrale (in primis l'Azerbaigian) togliendo il monopolio geopolitico del gas alla Russia

E qui veniamo al punto che ci interessa: la fondamentale necessità dell’approvvigionamento energetico per mandare avanti il Paese e la vita di ciascuna persona.
La nuova strategia energetica nazionale del Governo sembrerebbe in questo momento mettere in discussione gli aiuti alle rinnovabili, e rimettere al centro le fonti energetiche tradizionali. E infatti, a preoccupare gli operatori delle rinnovabili sono state le parole del Ministro dello sviluppo economico (Passera) sulla volontà del Governo di rilanciare la produzione nazionale di idrocarburi. “L’Italia può diventare il principale hub per l’ingresso di gas dal Sud verso tutta l’Europa” – ha detto Passera.

   SI PUNTA SUL GAS: attraverso la costruzione di RIGASSIFICATORI (che rendono disponibile al consumo il metano liquefatto che viene trasportato via nave da luoghi del mondo che ne dispongono, o lo producono, poi diciamo come…). E attraverso pure i grandi GASDOTTI: in particolare ora dalla RUSSIA (il progetto South Stream, che passerà sotto il Mar Nero, la Bulgaria, la Serbia, fino all’Europa centrale…evitando ai russi il problema politico dell’attraversamento dell’Ucraina…), e un gasdotto dall’ALGERIA (il progetto Galsi), che attraversando la Sardegna (arricchendola della materia prima energetica, ma pure a duro prezzo di impatto ambientale) arriva a Livorno e si diffonde a partire dall’Italia centrale (ma anche dalla Libia arriva gas e petrolio).

   Questione assai complessa quella dell’approvvigionamento energetico, potremmo dire LA PIU’ GEOPOLITICA tra le questioni del rapporto tra Europa, Russia, Turchia, paesi del Meditterraneo e i paesi dell’Asia centrale (che questi ultimi, assieme alla Russia, dispongono di riserve enormi di gas).

   È quindi evidente che con l`evoluzione della tecnologia e la riduzione dei costi per il trasporto di Gnl (gas naturale liquefatto, da trasformare in gas “normale” nei rigassificatori), occorre valutare se sia più conveniente il trasporto marittimo o quello via gasdotto (in questo senso la scelta dell’attuale governo sembra privilegiare appunto il trasporto via nave del gas liquefatto e la sua trasformazione nei rigassificatori).

il progetto del GASDOTTO GALSI dall'Algeria

Attualmente però SOLO DUE SONO I RIGASSI- FICATORI FUNZIO- NANTI in Italia: quello di PANI- GAGLIA in provincia di La Spezia e quello di PORTO VIRO in provincia di Rovigo. E ce ne sono 6 APPROVATI (Livorno, Porto Empedocle -Agrigento -, Priolo Gargallo –Siracusa-, Gioia Tauro, Brindisi –che ora sembra che gli inglesi che lo volevano vi abboano rinunciato-, e Zaule –a Trieste-) a altri 5 IN PROGETTO (Rosignano –Livorno-, Taranto, Porto Recanati –Macerata-, Ravenna, Monfalcone –Gorizia)

   Il rigassificatore di Porto Viro, nel Polesine   in provincia di ROVIGO, poggia su un basso fondale marino ed è da 8 miliardi di metri cubi l`anno di riconversione in gas; ed è stato realizzato (nel 2009) con qualche protesta ma ora sta funzionando. Si è capito che almeno un tipo di rigassificatore fuori costa come quello di Rovigo, forse crea meno impatto (almeno sulla popolazione, pur modificando gli equilibri marini, con il surriscaldamento dell’acqua… ne parliamo, come problematica dei gassificatori, in un articolo qui di seguito in questo post).

   Il “gas naturale liquefatto” che proviene, via nave, ai rigassificatori è quasi sempre il cosiddetto “shale gas”, un gas ottenuto attraverso la frantumazione di rocce profonde: pertanto non è proprio un prodotto solo estraibile da un luogo che tanto ne ha. Esistono anche alla fonte, accanto alla valutazione dei vantaggi derivanti da questa risorsa, dei problemi di inquinamento per quelle aree del pianeta interessate alla produzione dello shale gas Negli Usa una sempre più consistente comunità di scienziati mette in guardia sui pericoli di queste estrazione-produzione. Il problema è costituito dai residui di elementi chimici, utilizzati per la frantumazione delle rocce negli strati profondi della crosta terrestre, che riemergendo in superficie contaminerebbero le falde acquifere ed il terreno sovrastante i giacimenti, rendendolo inutilizzabile per molti anni, creando pure incidenti derivanti da micro-terremoti, sversamenti, perdite sotterranee, esplosioni…

   Pertanto, sia all’origine che alla fonte (al consumo) nulla è “gratuito”, pulito, sicuro, quando parliamo di grandi quantità di materie prime energetiche (pur il gas è certo ben preferibile al nucleare, al carbone, al petrolio…).

   E la linea attuale del mondo economico politico italiano sarebbe quella che l’Italia diventi un hub energetico del gas, di smistamento per i paesi del Mediterraneo e dell’Europa centro-settentrionale A noi pare un progetto troppo ambizioso e “pericoloso”: richiederebbe una quantità di rigassificatori che “circonderebbero” le coste italiane diventandone (esse) quasi servitù monopolista di questo tipo di attività… (mentre il litorale italico si presta di più alle attività del turismo e, speriamo ancora e a crescere in futuro, della pesca)

   Ma è pur vero che il “puntare sul gas” non può che rassicurarci e trovarci disponibili a ragionarci su, rispetto a chi pensa ad alternative sicuramente meno ecologiche: come il cosiddetto “carbone pulito” (cioè succintamente carbone cui vengono tolte il più possibile le scorie peggiori e che non si sa dove saranno sepolte) e, ducis in fundo (ancora) il “nuovo” nucleare, quello di “nuova generazione” (anch’esso “pulito”, come il carbone…).

   Pertanto la “politica dell’incremento del gas metano” non è quello che noi vorremmo come prospettiva futura. Ma è la più interessante rispetto ad altre cose (come anche l’importazione di energia, da nucleare, dalla Francia).

   Ma cosa vorremmo? Vorremmo territori che riescono ad essere autonomi nell’autosufficienza energetica, utilizzando al meglio le fonti alternative rinnovabili che ciascun luogo può meglio vantare (il sole al sud, l’acqua al nord, le biomasse dove c’è quantità di legno rinnovabile, il vento dove c’è vento…). Case, fabbriche, scuole ed altri edifici con progetti personalizzati di auto-produzione energetica…. E su tutte una politica di efficienza (sul costruire e ristrutturare) e risparmio (sull’attento e virtuoso uso del non spreco della “risorsa energia”). E non servirebbero megaelettrodotti di trasporto dell’energia, grandi rigassificatori sulle coste marine, gasdotti provenienti da continenti diversi….

   E’ pur vero che l’uso degli incentivi e della vendita dell’energia con l’installazione diffusa del fotovoltaico, molto spesso, nella sua dimensione “macro” (campi agricoli invasi da pannelli) ha avuto (e sta avendo) effetti di pura speculazione economica, di grandi guadagni di pochi pagati nelle bollette elettriche di tutti i consumatori-utenti (è giusto limitare gli incentivi al fotovoltaico a reali progetti di solo autoconsumo abitativo, di famiglie, condomini….).

   Pertanto resta ancora valida, seppur incompiuta, l’idea di una produzione energetica “vicina a casa” e con le fonti meno inquinanti possibili. Ciò non toglie che, nel frattempo, si possa realisticamente gestire la questione energetica, in limiti ecologicamente accettabili, attraverso la preziosa risorsa del gas metano. (sm)

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ITALIA SEMPRE PIÙ «GAS DIPENDENTE»

di Federico Rendina, da “Il Sole 24ore” dell’8/3/2012

   Italia obbligata, o forse condannata, a fare il pieno di gas. A esigere quantità crescenti di metano, nell’auspicabile ipotesi che la ripresa economica trainerà di nuovo i consumi, saranno le nostre centrali elettriche. In gran parte nuove o nuovissime, promosse e dilatate dalla liberalizzazione di 10 anni fa. Accese tutte insieme darebbero all’Italia, istantaneamente, 100mila megawatt. Il doppio di quanto ora chiediamo nei momenti di punta.

   Bruciando, nella stragrande maggioranza dei casi, l’ormai imperante metano, presentato agli albori della nostra liberalizzazione come il carburante più abbondante, sicuro, pulito, economico e per giunta da implementare in centrali standardizzate che si costruiscono (permessi e opposizioni locali permettendo) in tempi davvero rapidi. E che dire della riuscita promozione di cui hanno goduto, negli ultimi 20 anni, gli impianti di riscaldamento a metano?

   Sta di fatto che oggi l’Italia, che più di ogni altro paese d’Europa va a gas, sarà costretta ad aumentare ulteriormente anziché diminuire la sua dipendenza metanifera.
Cresce l’esigenza di irrobustire le infrastrutture in grado di soddisfare la fame. Ed ecco, proprio negli ultimi giorni, l’attenzione non solo per il clamoroso fiasco del rigassificatore di Brindisi, ma anche per un annuncio di tutt’altro tenore: il via libera (pare) alla costruzione del nuovo super-gasdotto South Stream dalla Russia, che dovrebbe baciare l’Europa e l’Italia.
Domanda: saprà ben conciliarsi la nuova intraprendenza russa, spalleggiata dal nostro gigante Eni, con i nostri bisogni? E davvero il South Stream rappresenta un buon tassello del nostro rafforzamento prospettico nei mercati continentali del metano? Forse sì. Ma forse non basta.
South Stream rafforzerà ulteriormente i transiti del gas russo verso l’Europa. E la presenza dell’Eni nell’alchimia societaria di chi lo realizzerà, accanto a colossi continentali come Edf e Wintershall, è un elemento di forza per il nostro paese.
Il nuovo gasdotto costituisce un bypass rispetto al problematico passaggio del gas di Mosca dall’Ucraina, piegherà al sud attraverso il Mar Nero e rientrerà in Europa in parte o in tutto attraverso una tratta adriatica dalla Grecia al nostro paese. Tratta che con tutta probabilità intercetterà le porzioni di gasdotti alternativi che nel frattempo cercano di farsi largo: il Tap o l’Itgi, oppure un progetto frutto – così si ipotizza – della fusione fra questi.

   Ben altra cosa rispetto al mega-gasdotto Nabucco, dato ora per spacciato nonostante aprisse alla possibilità di intercettare non quantità crescenti di metano russo ma le nuove e potenzialmente gigantesche forniture da ovest e dai paesi asiatici che erano nell’orbita sovietica. Proprio questo – avvertono gli analisti – è l’elemento sicuramente negativo per il nostro paese: South Stream rafforza le forniture alla fonte, ma non le differenzia.
Ecco allora il quesito più spinoso: davvero la Russia potrà e saprà far fronte alla crescita della domanda che queste nuove infrastrutture saranno teoricamente in grado di veicolare? Più di un dubbio è lecito.
A fronte del potenziamento dei suoi gasdotti verso l’estero la Russia stenta a sviluppare di pari lena le sue capacità di ricerca ed estrazione (upstream). E suona addirittura come una giustificazione preventiva l’altolà appena lanciato dal capo di Gazprom, Alexander Medvedev, dalle colonne del nostro giornale (si veda Il Sole 24 ore del 6 marzo): investimenti in cambio di nuovi fortissimi impegni pluriennali dagli acquirenti.

   Che naturalmente dovrebbero frenare la sbandierata strategia italiana per i prossimi decenni: se non una differenziazione delle tecnologie di generazione, magari con un riequilibrio verso il carbone “pulito” (in cui la nostra Enel, va sottolineato, è all’avanguardia mondiale) e un investimento prospettico verso il nucleare di nuova generazione, almeno una forte differenziazione delle fonti di approvvigionamento dell’ormai egemone gas metano.
Ecco invece i nuovi grandi tubi che vengono dagli stessi paesi verso i quali stiamo ipotecando il nostro futuro energetico: la Russia, appunto con il South Stream, e l’Algeria con il nuovo gasdotto Galsi attraverso la Sardegna, che sta pian piano prendendo forma.
In tutto ciò la strada dei rigassificatori, capace di creare alternative flessibili alle forniture da tutto il mondo di metano liquefatto trasportato via nave, rappresenta se non altro una sicura alternativa complementare. In grado, ripetono tenacemente gli esperti, di dare un vero respiro alle nostre ambizioni di diventare un grande e lucroso hub del gas al servizio di tutto il continente. (Federico Rendina)

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UN MIX ENERGETICO EFFICIENTE E PULITO

da “Il Riformista” del 6/3/2012

   Gian Maria Gros-Pietro, già presidente dell`Eni dal 1999 al 2002, è ordinario di Economia dell`impresa all`Università Luiss “Guido Carli” di Roma. In questa intervista tocca tutte le problematiche connesse all`emergenza energetica del nostro paese.

Il largo utilizzo del gas nella generazione di energia elettrica nel cosiddetto “mix energetico” fa si che la sinergia fra mercato del gas e mercato elettrico sia fortissima. Questo è particolarmente vero per l`Italia che è, tra i paesi europei più industrializzati e più rilevanti (sia economicamente che demograficamente), quello che maggiormente utilizza il gas per produrre energia elettrica. Perché secondo lei l`Italia ha fatto questa scelta prediligendo il gas ad altre fonti energetiche?

   Vi sono due motivi fondamentali. Uno è che il gas è la più efficiente fonte per la generazione di energia elettrica partendo dalla energia fossile, in quanto con il ciclo combinato si adoperano turbine a elevatissima temperatura per il primo stadio e successivamente turbine a temperatura più bassa per gli stadi successivi, recuperando poi calore per produrre vapore in stadi di turbine successivi ai primi.

   Infine, il vapore che non ha una temperatura sufficientemente elevata per attivare le turbine e generare energia può essere ancora adoperato per altri impieghi. Nessuna altra fonte fossile è in grado di dare gli stessi risultati, sebbene con le nuove tecnologie ci si avvicini molto, è ad esempio il caso del carbone polverizzato.

la mappa dei rigassificatori

   Tuttavia, l`impiego di altri fossili attraverso le nuove tecnologie è meno collaudato, meno sicuro e certamente molto più inquinante dell`impiego del gas. Non va dimenticato, infatti, che il gas naturale è composto quasi esclusivamente da metano la cui formula è CH4, un solo atomo di carbonio per quattro atomi di idrogeno; diversamente, tutte le altri fonti fossili, idrocarburi e carbone hanno un maggior contenuto di carbonio rispetto al contenuto di idrogeno.

   Quindi dal punto di vista di rilascio dell`anidrite carbonica e di inquinanti come lo zolfo, che sono contenuti in maggiore quantità nei fossili non gassosi, la scelta italiana è una scelta di avanguardia sia per l`efficienza, sia per quanto riguarda l`impatto ambientale. Purtroppo però fino a poco tempo fa il gas non era una scelta economica perché il gas costava più caro, a parità di contenuto energetico, rispetto alle altre fonti.

   C`era un premio di prezzo dovuto sia all`efficienza nella produzione di energia elettrica sia alla maggiore compatibilità ambientale. Negli ultimi anni invece si è verificato il disaccoppiamento (decoupling) tra il prezzo del petrolio e il prezzo del gas a causa della forte crescita della disponibilità di shale gas. Questo dovrebbe costituire un elemento favorevole per l`Italia nella misura in cui l`Italia riuscirà ad approvvigionarsi di questo gas ai prezzi che esso ha sul mercato SPOT internazionale.

   Noi sappiamo che proprio perché l`Italia ha investito molto sul gas, ha anche provveduto a coprirsi con dei contratti Take Or Pay (TOP) a lungo periodo e questo purtroppo le impedisce di godere oggi dei prezzi internazionali bassi del gas. La seconda motivazione che ha portato l`Italia a un largo impiego di gas è dovuta al fatto che il nostro paese non è stato in grado di sviluppare in modo rilevante nessuna delle fonti alternative di quelle non tradizionali cioè non dipendenti dai combustibili fossili, fatta eccezione per l`energia idroelettrica, che è tradizionalissima, e in piccola misura per l`energia geotermica.

   Solo negli ultimi tempi si è sviluppato il fotovoltaico. Tuttavia, è stato uno sviluppo fondato su incentivi molto costosi per la generalità degli utenti sicché è dubbio se sia stato veramente nell`interesse del sistema economico italiano anche perché non sembra aver generato nessuna filiera industriale per la produzione degli apparati che danno luogo alla generazione fotovoltaica.

Il terzo pacchetto energetico del 2009 promosso dal Consiglio europeo è volto a rendere il mercato del gas e dell`elettricità più aperto e integrato, nonché più sicuro nei confronti degli approvvigionamenti esterni. L`obiettivo di una maggiore coesione e solidità del mercato energetico interno europeo è tanto più rilevante se si pensa alla conseguenze che il freddo del mese scorso ha avuto sui rifornimenti, con tagli del 25% del gas russo all`Italia o del 30% all`Austria, e alla necessità dei paesi europei di rispondere a tali crisi con strategie e politiche comuni, nonché attraverso un sistema di compensazione interna che riduca gli effetti negativi di impreviste oscillazioni nella domanda di gas. Tuttavia, a quasi due anni dall`adozione di quelle direttive, molti sono ancora i passi da compiere da parte dei singoli stati membri. Quali ritiene siano gli ostacoli principali a tale evoluzione?

   Credo che l`ostacolo principale non sia all`interno dei singoli paesi ma tra i paesi, e sia costituito dall`insufficiente interconnessione delle reti di trasporto e distribuzione del gas e dell`elettricità. In effetti all`interno dei paesi vi sono delle autorità di regolazione, delle buone ed efficienti reti di trasporto e distribuzione sia del gas che dell`elettricità.

   Quindi vi è una competizione e un mercato sia dell`elettricità e del gas che sono, a mio avviso, sufficientemente efficienti. Il grosso ostacolo è dato dal fatto che i mercati nazionali sono piuttosto contenuti di dimensioni e quindi non possono ospitare un numero elevato di grandi produttori che sono quelli più efficienti e che possono avere non solo la capacità, ma anche l`intenzione di competere molto efficacemente e duramente per sottrarsi quote di mercato.

   Lo spezzettamento dei mercati in aree nazionali, forse con l`eccezione dell`area dei Paesi Bassi, Belgio e della confinante zona tedesca, frantuma il mercato e quindi rende più difficile la competizione e favorisce il mantenimento di prezzi elevati. Non si deve dimenticare che si è di fronte a mercati che si fondano su una struttura produttiva capital intensive, a elevata intensità di capitale, che vuol dire forte anticipazione degli input rispetto al momento in cui viene ottenuto l`output.

   L`anticipazione di capitale e quindi la presenza di costi sommersi è un formidabile ostacolo all`accentuarsi della competizione perché erige delle barriere all`entrata. La teoria ci dice inoltre che la presenza di barriere all`entrata pone maggiori ostacoli rispetto alla concorrenza quando esistono anche delle barriere all`uscita che sono costituite dalla difficoltà di destinare a usi alternativi gli investimenti in capitale fisso che sono stati fatti in un determinato mercato.

   Sia nel caso della generazione dell`elettricità e del suo trasporto sia nel caso dell`estrazione del gas, (esplorazione, produzione) e del suo trasporto, siamo davanti a impianti che hanno dei vincoli di localizzazione rigidi, un raggio di vendibilità del prodotto limitato e un costo rilevante in funzione della distanza tra il punto di consegna dell`energia e il punto della sua produzione.

   Ciò indica che siamo di fronte anche a barriere all`uscita. Di conseguenza si deve essere molto attenti quando ci si propone di svolgere delle azioni di politica industriale in campo energetico per facilitare la concorrenza. Su questo punto voglio essere molto esplicito: si ritiene che liberalizzare le reti di trasporto e quindi staccare la proprietà delle reti dalla proprietà della generazione di energia sia un processo che facilita la concorrenza e non c`è dubbio che sia così.

   Tuttavia, una volta che la proprietà sia stata staccata dai produttori che hanno l`interesse a che le reti siano efficienti e capillari, occorre chiedersi chi saranno i proprietari. Qui le risposte possono essere varie. Ci può essere, come in Italia, un assetto proprietario che si basa sulla Cassa depositi e prestiti, che è un organismo privato ma non avulso dalla capacità di indirizzo del potere governativo e soprattutto protetto da eventuali scalate ostili. Ma se noi pensassimo di affidare semplicemente al mercato l`assetto proprietario delle reti, correremmo il rischio di vedere queste reti poi cadere in mano magari a produttori che si trovano all`esterno del perimetro geopolitico nel quale le autorità di regolazione e di tutela della concorrenza hanno poteri ed efficacia.

   Quindi se noi ci affrettiamo a liberalizzare i mercati nazionali prima ancora di aver creato il grande mercato europeo e nello zelo di fare questo lasciamo aperta la porta alla possibilità che le reti staccate dai produttori nazionali finiscano per essere in mano a interessi finanziari vicini a quelli dei paesi produttori, i quali sono fuori dalla sfera di influenza delle nostre autorità di regolazione interne della concorrenza, noi avremmo veramente prodotto un disastro.

Tra gli obiettivi europei per la salvaguardi dell`ambiente vi è la previsione di riuscire a coprire il 20% del fabbisogno energetico attraverso l`impiego di energie rinnovabili come l`energia solare, eolica, idroelettrica. Quale posto è riservato a queste fonti in Italia? Ritiene che il loro impiego sia adeguato o sottodimensionato?

   Ritengo che per quanto riguarda l`energia idroelettrica l`Italia abbia prodotto praticamente tutto quanto era possibile in base alle condizioni del paese, certo è possibile aumentare ancora la produzione idroelettrica ma con costi energetici crescenti e anche con costi ambientali e paesaggistici crescenti.

   Quindi in questa direzione non può essere fatto molto di più anche se io insisto sull`importanza dell`energia idroelettrica perché è quella che da tempo ha raggiunto la green parity, essendo in molti casi più efficiente di qualsiasi altra fonte.

   L`energia eolica in Italia non è particolarmente favorita perché non sono molte le località in cui disponiamo di venti di una certa consistenza e soprattutto di una certa regolarità e resta quindi l`energia solare. Per l`energia solare, allo stato attuale della tecnologia impiegata, dubito che possa arrivare a coprire una quota importante del fabbisogno italiano, ma è probabile che un miglioramento della stessa possa aiutare a raggiungere costi comparabili con quelli delle fonti tradizionali, anche con tipologie di impianto meno invasive di quelle che si sono viste sviluppare dagli incentivi messi a disposizione negli ultimi anni e recentemente rallentati.

   Mi riferisco soprattutto agli impianti di vaste dimensioni collocati direttamente a terra che sottraggono terreno coltivabile e talvolta anche pregiato, si pensi agli impianti fotovoltaici in zone vocate a vigna. Questo naturalmente pone dei problemi anche di tipo paesaggistico, così come criticità legate alla capacita di generare occupazione delle diverse forme di attività economica. Ne consegue, che i pannelli solari posti nei terreni coltivabili non sono un`ottima soluzione né dal punto di vista paesaggistico né di quello dell`occupazione.

   Diversamente i pannelli messi sui tetti, soprattutto di edifici non storici, rappresentano un`ottima soluzione anche se si tratta di superfici non così razionalizzate come nel caso dell`impiego a terra. In questo caso sarà la tecnologia a dover giocare un ruolo fondamentale e sicuramente l`Italia è in grado di sviluppare il know how necessario per queste superfici difficili ed esportarlo in paesi a elevata domanda energetica come la Cina. Sicuramente andiamo in tale direzione.

L`Italia riveste in Europa un posto sicuramente strategico per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo che ne fa l`interlocutore diretto e privilegiato non solo dei paesi del Nord d`Africa, ma anche dei paesi dell`Est e caucasici. Che ruolo crede che l`Italia potrà rivestire nel tentativo di diversificare gli approvvigionamenti europei di gas dai paesi extra-europei, soprattutto in considerazione dei due progetti del South Stream e del Nabucco?

   È evidente che l`Italia abbia un ruolo strategico in Europa e se ne può giovare tanto più quanto più saranno interconnesse le reti di trasporto e distribuzione fra i paesi europei.

   Tuttavia, non bisogna esagerare nel sottolineare questa posizione centrale dell`Italia nel Mediterraneo attraverso i nuovi gasdotti provenienti dall`Asia o anche dall`Africa (come il Galsi che dovrebbe attraversare la Sardegna per poi arrivare sulla penisola) perché occorre tener presente che un ruolo sempre maggiore verrà svolto dal Gnl (gas naturale liquefatto, ndr).

   Questo per due motivi: primo perché è meno rigido e quindi permette una maggiore competizione; secondo perché è in crescita lo shale gas proveniente da paesi molto distanti.

   Occorre a tal proposito considerare che il trasporto del gas rappresenta un aspetto centrale nella determinazione del suo costo. In effetti, la funzione del costo del trasporto via gasdotto ci indica che questo cresce al crescere dei kilometri del percorso che esso deve coprire e che un km di trasporto via gasdotto costa molto di più rispetto a un km di navigazione.

   Tuttavia, nel caso del trasporto del Gnl occorre considerare il costo degli impianti di liquefazione e rigassificazione necessari per la trasformazione del gas. C`è quindi un ipotetico punto di indifferenza che dipende dalle tecnologie e dalla pressione dei gasdotti e che si attesta attorno ai 4/5.000 km.

   È quindi evidente che con l`evoluzione della tecnologia e la riduzione dei costi per il trasporto di Gnl, occorre valutare se sia più conveniente il trasporto marittimo o quello via gasdotto. Un gasdotto
transatlantico sarebbe ad esempio impensabile così come un gasdotto come quello transahariano avrebbe dei costi elevati che devono essere valutati.

   Ecco perché è importante riconsiderare il ruolo geostrategico dell`Italia nel Mediterraneo in funzione dell`esistenza e della convenienza del Gnl perché una volta che il Gnl viene caricato su una nave, che esso navighi per 10 giorni o per 12 può rappresentare un differenza esigua rispetto alla possibilità che venga trasportato in qualsiasi porto europeo, con costi più ridotti rispetto al trasporto via gasdotto, nonché con rischi geopolitici contenuti e maggiore flessibilità di rotta.

   La scelta a favore del passaggio attraverso l`Italia del gas destinato all`Europa quindi non è scontata e va ponderata in base ai vari aspetti menzionati, tra cui la tecnologia che può ridurre di molto i costi di trasporto del Gnl. Si tratta si vedere dove portiamo il punto di equivalenza nonché la penetrabilità dei mercati.

   Per questo la risposta a questa domanda è strettamente legata alle interconnessioni fra i paesi europei. L`Italia può svolgere un ruolo importante se i mercati sono interconnessi. Per fare ciò occorrerebbe sviluppare un hub gasiero così come è stato fatto nei paesi del Nord Europa, Olanda, Belgio, Inghilterra.

Questi hub hanno addirittura la capacità di fare circolare il gas nei due sensi di marcia permettendo un`interconnessione completa e massima.

   Noi dovremmo essere capaci di costruire attorno all`Italia un hub alimentato dai paesi della costa nord dell`Africa e dai paesi caucasici dove, almeno in alcuni tratti, i flussi possano funzionare nei due sensi e soprattutto dotarci di adeguate capacità di stoccaggio oltre che di trasporto. Perché un hub è fatto di possibilità di scambio, senza illuderci d`avere un privilegio di posizione che ci renda possibili destinatari di un pedaggio forzoso. Occorre ricordare che noi non siamo l`Ucraina e non abbiamo la sua posizione. La strategia che dovremmo seguire, quindi, per poter dare all`Italia un ruolo determinante è la creazione di un hub “Mediterraneo”.

Il Gnl ha vissuto negli ultimi anni uno sviluppo importante anche in Europa dove le sue importazioni sono cresciute, soprattutto dopo che gli Stati Uniti hanno iniziato a impiegare massicciamente lo shale gas. Che ruolo crede che il Gnl possa rivestire nella fornitura di gas ai paesi europei e nel garantire una maggiore diversificazione negli approvvigionamenti di gas e una più alta sicurezza energetica?

   Credo che il Gnl avrà un ruolo sempre più importante, perciò come ho detto prima, non bisogna sovradimensionare il ruolo dell`Italia nel Mediterraneo anche perché la nostra capacità di rigassificazione e quindi di importazione del gas è estremamente ridotta rispetto ad altri paesi. Tuttavia un esempio interessante è il rigassificatore di Rovigo da 8 miliardi di metri cubi l`anno, che è stato realizzato con qualche protesta politica ma che ora sta funzionando perfettamente. Si è capito che almeno un tipo di rigassificatore fuori costa come quello di Rovigo, che è sicurissimo perché non è flottante ma poggia su un basso fondale marino, non comporta inconvenienti per le popolazioni e anzi io credo che dia origine a un certo numero di posti di lavoro interessanti sia sulla piattaforma sia a terra.

   Noi dovremmo cercare di immaginare dei luoghi di rigassificazione che abbiano delle caratteristiche ambientali compatibili con il nostro pregiato territorio, e alcuni di questi potrebbero essere sperimentati con la formula della piattaforma galleggiante, perché ci consentirebbe di trarre grosso vantaggio dalla posizione dell`Italia.

   Teniamo conto tuttavia che se noi guardiamo dove sono i centri i produzione di gas, i giacimenti, non ve n`è nessuno, oltre a quelli già sfruttati di Algeria, Libia ed Egitto, che si affacci sul Mediterraneo e dal quale possa emergere una produzione diretta dal Mediterraneo. Quindi si tratta o di gas che non proviene dal Mediterraneo, e quindi per il quale l`Italia non ha alcun vantaggio, oppure di gas che arriva all`Italia tramite un gasdotto.

   Ecco perché per l`Italia il concetto di hub è, come detto, legato in modo rilevante al trasporto via gasdotti.  È inoltre fondamentale capire come evolverà il mercato dello shale gas. Questo è principalmente legato ai contratti SPOT mentre il commercio di gas trasportato via gasdotti è legato prevalentemente ai contratti TOP a lunga durata (generalmente ventennale o trentennale). I prezzi sono certamente molto diversi. In alcuni casi siamo di fronte a un prezzo TOP quasi doppio rispetto a quello SPOT. Questa è una situazione che non si è ancora stabilizzata e la cui evoluzione dipende anche molto dall`espansione che avrà la tecnologia di estrazione con la frantumazione delle rocce da cui deriva Io shale gas. In Europa ci sono giacimenti di shale gas, ma per ora la maggior parte dei paesi non intende sfruttarli per i motivi di cui si parlava prima.

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Sostenibilità

SCIENZIATI USA PROTESTANO CONTRO LO SHALE GAS, RICHIESTE NORME PIÙ SEVERE

New York, 20 feb.2012 – (Adnkronos) – Lo shale gas, il gas attenuto attraverso la frantumazione di rocce profonde, rappresenta una delle principali fonti energetiche negli Stati Uniti e consentirà al Paese raggiungere una totale indipendenza nei prossimi anni. Una condizione che non si è più verificata da oltre mezzo secolo.

   Accanto alla valutazione dei vantaggi derivanti da questa risorsa negli Usa è anche ben presente la consapevolezza dei rischi che ne derivano; se ne è fatta portavoce una sempre più consistente comunità di scienziati che ha manifestato nei giorni scorsi a New York per mettere in guardia le autorità di regolamentazione affinchè varino norme più restrittive per l’estrazione dello shale gas.

   In particolare il problema è costituito dai residui di elementi chimici, utilizzati per la frantumazione delle rocce negli strati profondi della crosta terrestre, che riemergendo in superficie contaminerebbero le falde acquifere ed il terreno sovrastante i giacimenti, rendendolo inutilizzabile per molti anni. In una nota diffusa sabato scorso gli scienziati hanno raccomandato gli Stati della Confederazione di varare norme più severe e di fare eseguire controlli più incisivi nelle aeree dove avviene l’estrazione del gas, con l’obiettivo di prevenire gli incidenti derivanti da micro-terremoti, sversamenti, perdite sotterranee ed esplosioni.

   Queste ultime sono quelle che destano grandi preoccupazioni: esplosioni per accumuli di gas si sono già verificate in Ohio e Colorado ed hanno colpito alcune abitazioni, situate vicino alle zone di estrazione, sotto le cui fondamenta si erano accumulate delle sacche di gas.

   La frantumazione delle rocce scisti, che avviene a più di mille metri di profondità, utilizza acqua ad alta pressione miscelata con particelle e sostanze chimiche. In Gran Bretagna, il gruppo di protesta Frack Off , ha organizzato manifestazioni anti fracking nei siti di prova, mentre Greenpeace ha sostenuto che lo sfruttamento di giacimenti di gas scisti va a discapito dei progetti di sviluppo di energia verde.

   L’estrazione dello shale gas resta tuttavia un obiettivo strategico per gli Stati Uniti, secondo una rapporto indipendente redatto dalla università di Austin nel Texas, lo sviluppo dell’estrazione di shale gas è “essenziale per mettere in sicurezza gli approvvigionamenti di energia degli Stati Uniti e del mondo “.

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RIGASSIFICATORI

“MOLTI VANTAGGI E POCHI RISCHI, MA IL POSTO VA SCELTO BENE”

– Antonio Peretto, docente di ingegneria a Bologna e consulente Ue, spiega perché l’Italia ha bisogno di costruire gli impianti per importare metano allo stato liquido: “Fondamentali per non soffrire nei periodi di crisi, finora nessun incidente grave” –

di STEFANIA PARMEGGIANI da la repubblica del 25/5/2011

BOLOGNA – Che cosa sono i rigassificatori? Perché L’Italia ha deciso di investire su questi impianti? Ci sono rischi per l’ambiente? Lo abbiamo chiesto al professore Antonio Peretto, docente della facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna, consulente della Commissione europea per sistemi di produzione dell’energia termica ed elettrica ad elevato rendimento e per l’abbattimento delle emissioni inquinanti.
Professore, che cosa è un rigassificatore?
“All’origine abbiamo del gas, che per essere trasportato avrebbe bisogno di volumi giganteschi. Viene quindi liquefatto nel sito di estrazione con un considerevole consumo di energia. E’ necessario un sistema di raffreddamento che abbassi la temperatura ad almeno 160 gradi sotto lo zero. Una volta liquefatto il gas è trasportato, via nave, verso quelle nazioni che lo richiedono. Per renderlo disponibile alle utenze lo si riporta allo stato gassoso attraverso un impianto che rialza la temperatura al livello dell’ambiente e quindi scarica il freddo prima utilizzato”.
Ci sono rischi per la sicurezza?
“Di per sé no, ma è ovvio che esistono rischi legati allo stoccaggio di grossi quantitativi di combustibile”.
Di che tipo?
“Incidenti come esplosioni, nel caso il sistema andasse in pressione, o incendi”.
Si sono mai verificati?
“In letteratura non ci sono casi di incidenti significativi per cui, anche

se potenzialmente i rischi non possono essere esclusi, di fatto non esiste una casistica allarmante”.
Quali sono gli aspetti positivi di un rigassificatore?
“L’indipendenza energetica. A differenza di un gasdotto che lega il paese acquirente a quello di produzione, questo sistema permette anche in scenari di crisi internazionale di evitare la sofferenza energetica. Non è un vantaggio secondario, anzi è un aspetto di vitale importanza”.
Ci sono altri vantaggi?
“Tra carbone, petrolio e gas, quest’ultimo è quello con il minore impatto ambientale. Però sarebbe opportuno prevedere i rigassificatori in zone isolate”.
Quindi non vicino a impianti industriali?
“Nella vicinanza potrebbe esserci un solo aspetto positivo: riutilizzare l’energia spesa a suo tempo per liquefare il gas. Semplificando, invece di disperdere il freddo nell’ambiente, destinarlo agli impianti che possono sfruttarlo”.
In mare questo è possibile?
“No, il discorso cade”.
Ma la vicinanza con una raffineria non crea problemi? Ad esempio in caso di incidente non si rischia un effetto domino?
“Sono fondamentali, nella valutazione sui rischi, la distanza e la logistica dei due impianti. Sia chiara una cosa però, tra una raffineria e un rigassificatore i problemi maggiori per l’ambiente sono legati alla raffineria”.

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RIGASSIFICATORE DI FALCONARA, QUALI RISCHI PER L’AMBIENTE

da http://www.galileonet.it/ del 15/3/2012

   Non c’è pace per Falconara Marittima. Dopo le polemiche, mai sopite, per la presenza di una raffineria Api nel bel mezzo della cittadina marchigiana, questa volta a tenere banco è il progetto di un rigassificatore offshore di gas naturale liquefatto (GNL) proposto da Api Nòva Energia, costola della stessa azienda petrolchimica, a 16 chilometri dalla costa.

   L’impianto sfrutterebbe la struttura già esistente per l’attracco delle petroliere; da costruire ex novo, invece, il metanodotto per il trasporto del gas fino alla rete nazionale. Contenti i sindacati dei lavoratori e il Comune, per la creazione di nuovi posti di lavoro e la prospettiva dell’autosufficienza energetica. Ma i cittadini non ci stanno: troppi i rischi per l’ambiente e la sicurezza in un’area classificata ad elevato rischio di crisi ambientale per la presenza di un aeroporto, di una ferrovia, della raffineria (vedi Galileo: Falconara in fiamme), e della annessa centrale IGCC che lavora gli scarti della raffinazione, a cui potrebbero poi aggiungersi altre due centrali turbogas da 580 MWe con cui Api intende trasformare in energia elettrica il metano che arriva dal mare.

   Per questo alcune associazioni hanno fatto ricorso al Tar del Lazio contro la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) del Ministero, che il 22 luglio 2010 ha dato parere favorevole al progetto del rigassificatore. In attesa della Conferenza dei servizi del prossimo 12 luglio, che potrebbe dare il via libera ai lavori, i comitati
cittadini
chiedono alla Regione un piano di sviluppo basato sulle energie rinnovabili e la piccola cogenerazione, già previsto dal Piano Energetico Ambientale Regionale (Pear) del 2005, che coniughi al meglio lavoro, salute e ambiente e impresa.

Ma quali sono le obiezioni al rigassificatore?

In primo luogo, quelle relative alla sicurezza: il gasdotto e gli impianti ausiliari sarebbero collocati dentro il cono di atterraggio e decollo degli aerei, il traffico di navi rigassificatrici – oltre alle attuali petroliere – aumenterebbe il rischio di incidenti navali, e la vicinanza con la raffineria non fa stare tranquilli. Ma preoccupano anche i rischi per la salute dell’ambiente marino. Per capirne di più, Galileo ha intervistato Carlo Franzosini, biologo marino dell’area marina protetta di Miramare (Trieste), e Roberto Danovaro, docente di biologia marina e direttore del Dipartimento di Scienze del Mare dell’Università Politecnica delle Marche.

Un rigassificatore come quello di Api Nòva Energia pone dei rischi per l’ambiente marino?

Franzosini: “Uno dei rischi è la perdita di produttività del mare. Per essere stipato nella nave, il gas naturale deve essere trasportato in forma liquida, a una temperatura di -160°C. Per passare allo stato gassoso il processo prevede il prelievo di acqua di mare per riscaldare i radiatori nei quali circola il GNL. Il problema è che l’acqua contiene organismi marini come plancton, larve e uova di molluschi e pesce, che potrebbero attecchire e intasare le tubazioni dell’impianto.

   Perciò viene filtrata e sterilizzata con l’aggiunta di acido ipocloroso (analogo alla varechina, ndr.). La clorazione avviene con un dosaggio di 2 mg per litro e garantisce che l’impianto funzioni senza intoppi. Questo però comporta la quasi totale sterilizzazione e denaturazione di tutto quanto è contenuto nell’acqua, che poi viene reimmessa nel mare. Stimando una profondità media di 35 metri nella zona interessata dall’impianto, la perdita per sterilizzazione riguarda 230 ettari all’anno di habitat marino per il solo rigassificatore e 8.202 ettari se si sommano anche le nuove centrali termoelettriche e quella IGCC già esistente. In termini economici, la perdita per le attività di pesca sarebbe di oltre 590 mila euro all’anno per il solo rigassificatore, e di poco più di 18 milioni di euro per tutti e tre gli impianti”.

Danovaro: “L’impianto di rigassificazione sarebbe posizionato molto lontano dalla costa, in un’area fangosa a basso pregio naturalistico. La struttura di attracco esiste già, quindi non ci sarebbe l’impatto dovuto alla realizzazione di una nuova struttura. Per quanto riguarda l’impianto, consisterebbe in un semplice gasdotto appoggiato sul fondo del mare e il suo impatto è da considerarsi oggettivamente modesto. I timori di molte persone riguardano un aspetto collaterale al rigassificatore in quanto tale, ovvero il rilascio in mare di biocidi da parte della nave che trasporta metano.

   I biocidi sono utilizzati per evitare che gli organismi marini, come cozze o idroidi, presenti nell’acqua prelevata per scaldare le tubature in cui circola il gas liquefatto, colonizzino i tubi e ostruiscano l’impianto. Ma la piattaforma lavorerebbe part-time e le concentrazioni di ipoclorito di sodio utilizzato per trattare l’acqua non sono tali da ritenersi dannose per l’habitat marino. Se si va a dare un’occhiata nelle condutture trattate con ipoclorito a queste concentrazioni, infatti, si trovano totalmente ricoperte da una fauna infestante, perché l’ipoclorito a basso dosaggio serve a controllare la crescita, non a uccidere. Si può quindi escludere, con dati alla mano, un effetto di ‘sterilizzazione’ del mare sia dal punto di vista microbiologico che di riproduzione da parte degli organismi che vivono nell’habitat marino adiacente al sistema.

   Se poi si teme per le attività di pesca, bisogna dire che l’area intorno all’isola dove attraccherebbe la nave non è concessa alla pesca. E’ logico prevedere che dove avviene lo scarico di acqua fredda ci siano anche dei cambiamenti della fauna, come la sostituzione di popolazioni di pesci da acqua calda con quelli da acqua fredda. Ma non si tratta di un’area di ripopolamento e di riproduzione, e il rilascio di acqua trattata nell’impianto non comporterebbe la mortalità di specie e microrganismi marini.

   E’ chiaro però che l’introduzione di biocidi deve essere vista sempre nell’ottica di un’analisi costi-benefici e nell’ambito di un approccio che mira alla sostenibilità ambientale, con l’obiettivo di ridurne sempre di più l’utilizzo e di utilizzare biocidi più eco-compatibili.

   Un aspetto che sarebbe davvero da approfondire, perché non esistono studi ecologici disponibili, riguarda l’effetto combinato della bassa temperatura, con cui l’acqua ritorna a mare, con i biocidi. L’acqua di mare utilizzata per scaldare il gas liquefatto, che ha una temperatura di -160°C, e rilasciare metano gassoso, ritorna al mare più fredda di alcuni gradi. Mentre esistono numerosi dati sul rilascio di acqua calda contenente biocidi, non esistono studi sul rilascio di acqua fredda con biocidi. Anche in questo caso però il sistema avrebbe un limite. Ovvero non potrebbe funzionare quando la temperatura del mare è inferiore a 8-10°C e questo succede spesso in inverno nella zona interessata”.

I comitati cittadini temono, oltre al possibile inquinamento del mare, anche i danni alla salute. Ne hanno motivo?

Franzosini: “A mio parere, sì. Oltre al danno diretto, cioè la perdita di plancton, larve, uova, ecc, c’è anche un danno indiretto per l’immissione in mare di solfati e cloro-derivati. Il cloro attivo in uscita dall’impianto non deve superare per legge gli 0,2 mg per litro. Per questo viene abbattuto e neutralizzato dal bisolfito e per reazione si ottiene il solfato, che va a finire in mare. Inoltre, la sostanza organica disciolta nell’acqua usata per riscaldare il gas, attaccata dal cloro, si trasforma in cloro-derivati organici, come trialometani e clorammine, sostanze tossiche, persistenti e mutagene, che intaccano il ciclo vitale degli organismi planctonici e marini e si accumulano nella catena alimentare. I primi problemi in tal senso sono stati recentemente segnalati dalla Regione Veneto per il terminal GNL di Porto Viro, a Rovigo, da poco inaugurato”.

Danovaro: “Non mi risulta che vengano aggiunti rame, bisolfiti o altri sali di zolfo per trattare o abbattere il cloro in eccesso nell’impianto di Falconara. In ogni caso è bene ricordare che i solfati sono già presenti in mare, e dopo i cloruri sono il sale più abbondante in tutti i mari. Non sono competente per aspetti che riguardano la salute umana, ma per quanto riguarda i cloro-derivati organici non mi risulta che siano bio-accumulabili, cioè non aumentano la loro concentrazione negli organismi marini all’aumentare della loro taglia, né biomagnificabili, cioè non aumentano in concentrazione con l’aumentare del livello trofico. In altri termini non si comportano come il mercurio o altri metalli pesanti, quindi non possono costituire un problema per la dieta a base di prodotti di mare. Tuttavia è necessario condurre analisi ad hoc in campo per valutare gli effetti significativi e poi modulare il tipo di azione e la frequenza con cui si effettuano i trattamenti biocidi”.

Le valutazioni di Impatto Ambientale del Ministero pongono dei limiti agli scarichi in mare e controllano la compatibilità ambientale dei progetti. In questo caso, la VIA ha dato parere positivo al rigassificatore di API. Nonostante questo, molti cittadini non si sentono garantiti e sono preoccupati per l’aggressione a un territorio già abbastanza sotto pressione. Cosa ne pensa?

Franzosini: “Il Ministero si limita a valutare il cloro attivo residuo in uscita da impianti di questo tipo, che non deve superare gli 0,2 mg/litro, paragonabile a quello presente nell’acqua di acquedotto. Ma si tratta di una valutazione miope, perché ignora i quantitativi di cloro-derivati e solfati immessi in mare insieme al cloro attivo. Se si considera il quantitativo di acqua che l’impianto macina, 16.400 metri cubi all’ora, e quello di sostanza organica disciolta in acque costiere non eutrofiche, che in Adriatico è di 2mg/litro, il funzionamento dell’impianto immetterebbe in mare quasi 800 kg di cloro-derivati al giorno (161 tonnellate all’anno) e 328 kg di solfati al giorno. Inoltre, la VIA non prende in considerazione la perdita delle risorse dovuta alla sterilizzazione di cui abbiamo parlato prima. Purtroppo i progetti vengono presentati separatamente e anche le VIA procedono parallelamente, ignorando gli effetti cumulativi degli impatti”.

Danovaro: “La valutazione ministeriale a volte non si avvale del supporto di tecnici e quindi non sempre entra nel merito delle questioni. Da questo punto di vista capisco che a volte i cittadini possano non sentirsi completamente tranquilli. Tuttavia, i rigassificatori in mare aperto come quello previsto a Falconara non sono certo il problema maggiore che minaccia la salute dei nostri mari. L’area mare prospiciente Falconara è un sito di interesse nazionale per via di una contaminazione storica che è iniziata con la Montedison e andrebbe bonificata al più presto. Inoltre, un rapporto appena pubblicato evidenzia come priorità per migliorare la qualità dei nostri mari la riduzione dell’impatto della pesca industriale e la salvaguardia degli habitat. Le turbosoffianti che vengono utilizzate per raccogliere vongole sono certamente più impattanti di tante altre attività, ma non vedo rivolta a questi problemi l’attenzione che essi meritano”.

Esistono delle alternative in grado di coniugare il rispetto dell’ambiente e la salute?

Franzosini: “Esistono alternative serie di progetto, che non comportano l’impiego di acqua di mare e/o di biocidi economici ma pericolosi. Si potrebbero raccogliere le acque esauste già disponibili in zona, come gli scarichi caldi industriali e le acque dei depuratori, trasportando queste acque già sterilizzate e clorate in uscita dagli impianti a terra verso il rigassificatore al largo, attraverso una conduttura parallela al gasdotto di collegamento. Oppure bisogna prevedere che, in acque territoriali, le navi rigassificatrici funzionino solo a circuito chiuso, cioè bruciando una piccola parte del metano trasportato, tra l’1 e il 2 per cento, per ricavarne il calore necessario a rigassificare il GNL. Ma queste alternative vengono ignorate dai progettisti che puntano a realizzare impianti al minor costo e facili da gestire, senza che la commissione VIA intervenga a correggere questa distorsione”.

Danovaro: “La soluzione è creare un più stretto legame tra ricerca e industria. La ricerca può aiutare l’industria a essere più ecocompatibile, per esempio attraverso gli studi su biocidi più ecocompatibili. La scelta dell’ipoclorito di sodio non è la migliore che si possa fare, ma l’utilizzo di altri biocidi meno tossici è vista con diffidenza dall’industria per la loro instabilità chimica e perché sono stati scarsamente testati. Poi bisogna sperimentare dei trattamenti più calibrati, con concentrazioni ancora più basse. La vera garanzia al cittadino la da solo il ‘controllo retroattivo’, gli anglosassoni lo chiamano feedback monitoring, ed è già largamente utilizzato nel nord Europa.

   Consiste nello stabilire, al momento dell’approvazione del progetto, che l’attività non deve determinare impatti ambientali, altrimenti si ferma tutto. Si definiscono sistemi di monitoraggio efficaci e avanzati e si usano i migliori strumenti tecnologici per controllare che l’ambiente non ne esca danneggiato. Se va tutto bene si continua anche per sempre, ma se le cose non vanno come auspicato ci si ferma e si aspetta/favorisce il recupero della qualità ambientale. Questo sistema renderebbe il rispetto dell’ambiente utile anche per l’azienda, che sarebbe incentivata a investite risorse adeguate per garantire che gli impianti rispettino l’ambiente e non superino le soglie di impatto prestabilite. Tutto questo deve essere però deciso prima di partire e deve essere sottoscritto da privato e pubblico insieme, nella trasparenza e reciproco rispetto. Sarebbe un cambiamento rivoluzionario, ma perché non sperarci?

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L’IDOLO INFRANTO: IL NABUCCO ALL’ULTIMO ATTO

di Giuseppe Sanna, da LIMES – rivista italiana di geopolitica, 8/3/2012, http://temi.repubblica.it/limes/

– Costi insostenibili in tempi di crisi e dubbi sulla capacità di garantirsi i necessari approvvigionamenti di gas sembrano condannare il progetto europeo. La Turchia vince su tutti i fronti e la Russia non perde terreno. Occasione persa per l’Italia. –

Il progetto per la costruzione del gasdotto Nabucco potrebbe essere definitivamente abbandonato. L’ultimo atto dell’opera drammatica di Verdi si intitola “l’idolo infranto” e tale sorte sembra essere fatalmente prestabilita anche per quello che voleva essere il più ambizioso progetto di approvvigionamento energetico dell’Ue. Il Nabucco poteva spezzare il monopolio del gas russo e rilanciare il ruolo di Bruxelles in Asia Centrale e in Medio Oriente. Ma ultimamente una serie di fattori ha determinato l’insostenibilitá del grandioso progetto.

Il Consorzio Shah Deniz 2 sta compiendo la sua prima fase di selezioni preliminari al fine di determinare l’alternativa infrastrutturale vincente del cosiddetto “Corridoio Sud” alla quale si vorrebbe destinare l’incredibile dotazione di gas naturale azero. Nella definizione dell’opzione meridionale (via Italia) erano contrapposti due progetti simili: Itgi (Interconnettore Turchia-Grecia) e Tap (Trans-Adriatic Pipeline) .  Dall’altra parte, entro l’estate verrà presa una decisione tra le due possibilità settentrionali-balcaniche (Nabucco o Seep). Entro il 2013 verranno messe a confronto le due alternative finaliste (Sud-Nord), determinando l’opzione ultima.

In questi giorni, il Consorzio ha escluso la variante italo-greca Itgi optando per l’alternativa Tap (Trans-Adriatic Pipeline), promossa dalla compagnia svizzera Egl (42,5%), dalla norvegese Statoil (42,5%) e dalla tedesca E.On Ruhrgas (15%). Il progetto prevede l’utilizzo delle infrastrutture già esistenti e la realizzazione di una conduttura sottomarina di 115 km che colleghi la Grecia all’Italia attraverso l’Albania.

Il Tap avrebbe una portata di 10 bcm annui (estendibile fino a 20 bcm) e sarebbe stato preferito a Itgi perchè avrebbe offerto un percorso più breve e non avrebbe avuto bisogno di supporti finanziari da parte dei governi interessati e dall’Ue. Il progetto però non disporrebbe ancora di tutte le autorizzazioni necessarie e sarebbe indietro sul piano esecutivo.

Eppure Itgi era l’opzione operativamente più avanzata. Promosso dalla compagnia greca Defa e dall’italiana Edison SpA (ora passata ai francesi di EdF), prevedeva l’allacciamento dell’Itg (Interconnettore Turchia-Grecia) all’Italia attraverso la realizzazione di un gasdotto sottomarino (il Poseidon) che avrebbe portato il gas azero fino agli impianti di Otranto. L’opera avrebbe avuto una portata di 11,5 bcm annui (estendibile fino a 24 bcm); avendo ricevuto le autorizzazioni del ministero dell’Ambiente e di quello dello Sviluppo economico, era già in fase di progettazione esecutiva.

Itgi poteva essere considerata l’opzione più avanzata ed efficiente sotto il profilo ecologico ed economico in quanto avrebbe garantito, con tempi e costi minori, l’approvvigionamento del gas azero verso l’Europa. A indebolire la credibilità dell’investimento nel progetto sarebbe stata la drammatica situazione economica della Grecia e il fatto che Defa appartenga per il 65% allo Stato greco e per il 35% alla società semipubblica Hellenic Petroleum.

Il Consorzio avrebbe preferito il Tap per la determinante influenza endogena di Statoil. Infatti, non va dimenticato che la compagnia norvegese partecipa per il 25,5% al cartello di Shah Deniz 2 ed è una delle maggiori promotrici del progetto transadriatico. Tali accuse sono state respinte ufficialmente dalla società, ma è difficile credere che una simile scelta sia stata presa in totale autonomia.

L’Italia ha perso un’importante opportunità. I lunghi mesi di trattative e di pressioni diplomatiche da parte dei governi di Atene e Roma per sostenere l’iniziativa Itgi non hanno portato a risultati concreti. Qualora il Consorzio scegliesse l’ultima alternativa meridionale del Corridoio Sud (il Tap), l’Italia finirebbe per appoggiare logisticamente un progetto che la taglia fuori dal grosso giro di affari intorno all’oro blu azero. L’Itgi, inoltre, poteva essere un’effettiva opportunità per rilanciare il peso diplomatico del governo di Roma nella determinazione delle politiche strategiche europee.

Ankara vince su tutti i fronti. Ad ogni modo, Qualunque soluzione venga decisa dal Consorzio Shah Deniz 2, infatti, la Turchia risulterà essere il necessario intermediario delle forniture di gas azero verso i mercati europei e conquisterà importanti posizioni sul piano diplomatico e commerciale. I turchi si sono già mossi in largo anticipo e nel dicembre 2011 hanno sottoscritto con gli azeri un memorandum che li impegna nella costruzione del Tanap (Trans-Anatolic Pipeline).

Il nuovo gasdotto (da 16 bcm) trasporterebbe 10 bcm di gas azero all’anno in Europa e, potendo ricollegarsi ai suddetti progetti (Nabucco compreso), risulterebbe un’alternativa (o un punto di partenza) per una soluzione integrata del “Corridoio Sud”. La portata di tale progetto è ancora limitata rispetto alle lungimiranti ambizioni europee, ma risulta proporzionata all’attuale domanda di gas e all’ancora limitata offerta di metano azero e centroasiatico.

Inoltre i turchi otterrebbero dei vantaggi, seppure indiretti, anche nell’ipotesi in cui non venisse realizzato il Corridoio Sud europeo e il Consorzio azero decidesse di vendere il gas ai russi. A dicembre, infatti, Ankara ha dato il nulla osta per far passare le condutture sottomarine del South Stream (Gazprom ed Eni) nelle proprie acque territoriali in cambio di una maggiore cooperazione commerciale ed energetica con la Russia.

Anche la Russia non perde terreno. La portata della recente decisione del Consorzio è relativamente importante per Mosca, che prosegue nella realizzazione del South Stream. Negli ultimi mesi, Gazprom sta aumentando la cooperazione con le compagnie energetiche nazionali di tutti i paesi centrasiatici al fine di aumentare le proprie importazioni di gas (facendo svanire le ambizioni europee) e rifornire le nuove condutture.

A gennaio, Mosca ha aumentato gli acquisti di gas azero fino a 3 bcm annui con la prospettiva di ampliare ulteriormente i volumi per gli anni successivi. La sua strategia sarebbe mirata a preservare il suo monopolio sull’’Europa, distogliendo le proposte occidentali e offrendo condizioni commerciali (e politiche) piú competitive di quelle europee. L’ad di Gazprom, Alexei Miller, vorrebbe creare un vero e proprio sistema di economie di scala con i paesi fornitori che possa offrire condizioni reciprocamente favorevoli e vincolare indeterminatamente i produttori al gigante russo. Nei contratti, infatti, sarebbero state indicate alcune restrizioni a eventuali aumenti dei flussi importabili.

Tali volumi sarebbero così estendibili all’infinito. Inoltre, si propone una più economica intermediazione russa che possa abbattere gli annosi costi di transito dovuti ai paesi terzi. Oltre a ciò, l’Azerbaigian sa bene che la Russia è l’unica potenza capace di determinare gli eventi nello scacchiere caucasico e le offre volentieri concessioni energetiche. In tal modo, Baku spera che la Russia applichi delle effettive pressioni politiche sull’Armenia al fine di ottenere maggiori concessioni negoziali sul Nagorno Karabakh. Una simile strategia del Cremlino consolida l’influenza russa nella regione caspico-centroasiatica e infrange le ambizioni europee senza ridimensionare l’assetto geopolitico.

L’unico pericolo per Mosca proverrebbe dal Nabucco, ma questo progetto è sempre più irrealizzabile. Il Nabucco è una colossale infrastruttura che porterebbe nel cuore dell’Europa 31 bcm di gas naturale azero all’anno e risulta essere la massima espressione delle ambizioni geopolitiche di un’Europa che guarda anche all’Asia Centrale e al Medio Oriente. La costruzione di una simile opera potrebbe essere l’unica leva capace di scardinare il monopolio energetico russo nel Vecchio Continente, ma oltre a essere commercialmente insostenibile in un momento di crisi – i costi potrebbero raggiungere i 25 miliardi di dollari – sarebbe giustificata soltanto qualora si riuscisse ad attingere agli approvvigionamenti centroasiatici, in quanto l’Azerbaigian potrebbe coprire soltanto 10-15 bcm annui dei 31 potenziali.

Una condizione fondamentale, quindi, sembra essere la contemporanea realizzazione del Tcp (Trans-Caspian Pipeline), un collegamento sottomarino tra il Turkmenistan e l’Azerbaijan che permetterebbe all’Occidente di raggiungere le immense risorse centroasiatiche. La Russia teme fortemente il Tcp e ne ostacola la realizzazione apponendo questioni legali sullo status del Caspio.

Come detto, nei prossimi mesi il progetto del Nabucco sarà vagliato dal Consorzio Shah Deniz 2. Tale ipotesi, però, oltre a risultare sempre meno conveniente sul piano logistico ed economico-commerciale, potrebbe essere scartata in favore del Gasdotto dell’Europa del Sud-Est (Seep), un progetto avanzato dalla Bp che sarebbe meno costoso e non dipenderebbe dalle sorti del gas turkmeno. Inoltre, il fattore endogeno potrebbe essere nuovamente determinante: Bp è il maggiore azionista di Shah Deniz 2 e, checché se ne dica, preferirebbe – legittimamente – investire nel proprio progetto piuttosto che in ulteriori e lontane soluzioni.

(Giuseppe Sanna, da LIMES – rivista italiana di geopolitica, 8/3/2012)

Tra Turchia e Azerb. cooperazione a tutto gas | Russia: ritorno di fiamme nel Caucaso

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IL BARILE CALA, LA BENZINA SALE. SFIORA IL RECORD DI 2 EURO

di Isidoro Trovato, da “il Corriere della Sera” del 7/3/2012

– Grilli: «Da ottobre l’aliquota Iva salirà al 23%» –

   Se servissero a fini ecologici potrebbero persino essere delle buone notizie. Invece Pasqua senza auto e 23 chilogrammi di arance rosse in cambio di un litro di benzina verde sono due parametri per far capire a quale velocità folle stia sfrecciando l’aumento della benzina.

   Secondo la Faib, la federazione dei benzinai aderenti alla Confesercenti, a Pasqua la benzina rischia di costare due euro al litro «Sarebbe un fatto gravissimo — spiega il presidente di Faib Martino Landi — per la filiera della mobilità e per tutto il mondo produttivo, con una spinta inflazionistica che vanificherebbe i sacrifici degli italiani.

   Possiamo stimare che ogni aumento di 1 punto percentuale del prezzo al litro delle benzine produce entro un periodo di pochi mesi, un aumento del tasso d’inflazione di oltre 2 decimali di punto. Ciò avrebbe un effetto depressivo tremendo sull’economia italiana».

   A rendere ancora più paradossale la situazione è l’andamento del barile sui mercati: l’ondata di ribassi, che ieri ha travolto le Borse mondiali, ha finito per coinvolgere anche i prezzi del petrolio. Nel pomeriggio sul mercato di Londra il barile di Brent, il petrolio del mare del Nord, è sceso di 2,08 dollari toccando quota 121,72 dollari. Ennesima dimostrazione di quanto siano ormai lontani e separati il mercato del greggio e quello del prodotto raffinato. Sul fronte delle imposte, intanto, il viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli, ieri nella trasmissione «Ballarò» ha ricordato che da ottobre l’Iva salirà dal 21 al 23%.

   Ma torniamo alla benzina. In Italia non passa giorno senza un nuovo aumento con una media nazionale che, con un balzo di 4 centesimi, è arrivata a 1,86 euro al litro. Una situazione che «vanta» anche picchi da record in alcune regioni del Centro (come le Marche, dove il peso del Fisco è di quasi un euro al litro) dove si tocca già quota 1,93 euro al litro.

   È il risultato di un raddoppio alla voce Fisco: da una parte il peso dell’Iva, dall’altra l’aumento della tassazione regionale. Una doppia «tagliola» che sta producendo gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti. Si tratta di «una situazione insostenibile», tuonano Adusbef e Federconsumatori. Rispetto a gennaio 2012 ogni automobilista, calcolano le associazioni, «paga, per i propri rifornimenti (considerando 2 pieni al mese), 16 euro in più al mese».

   Preoccupati anche gli agricoltori di Coldiretti, Confagricoltura e Cia che temono l’impatto del caro-carburante sui prezzi degli alimentari. «In un Paese come l’Italia dove l’88% dei trasporti commerciali avviene per strada, il record dei prezzi dei carburanti — sottolinea la Coldiretti — ha un effetto valanga sulla spesa con un aumento dei costi di trasporto oltre che di quelli di produzione, trasformazione e conservazione».

   Resta infine drammatica la situazione degli agricoltori, che, come sottolinea la Cia, hanno visto schizzare il prezzo del gasolio agricolo del 130% in meno di due anni (da 0,49 euro al litro di gennaio 2010 agli attuali 1,13 euro al litro), con un onere aggiuntivo di circa 5 mila euro ad azienda. Per questo motivo gli agricoltori chiedono che si intervenga e che lo si faccia in fretta magari con un bonus sul modello dell’accisa zero per le serre in vigore fino a novembre 2009.

   Per le famiglie invece la richiesta unanime è quella di un intervento di riduzione del peso fiscale, applicando l’accisa mobile e impedendo che l’Iva aumenti ulteriormente dal  prossimo settembre. In un Paese in cui un litro di benzina verde alla pompa costa come 23 chili di arance a Rosarno (dove gli agrumi vengono pagati ai produttori 8 centesimi al chilo) sarebbe veramente troppo. (Isidoro Trovato)

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da WIKIPEDIA –    Il barile (bbl) è un’unità di misura di volume tradizionalmente utilizzata per la misura degli idrocarburi liquidi. Il barile è un retaggio degli inizi dell’industria petrolifera quando i liquidi estratti dai pozzi venivano raccolti in barili di legno per essere trasportati al luogo di vendita o di raffinazione del petrolio utilizzando carri, ferrovie e navi.

   Questa unità entrò in uso nei primi campi petroliferi della Pennsylvania. L’unità di misura in barili rimase in vigore anche successivamente all’introduzione di sistemi di trasporto più efficienti come gli oleodotti e le petroliere ed è ancora oggi correntemente utilizzata (es. il prezzo del petrolio viene indicato in dollari per barile e non metri cubi o litri).

   Un barile corrisponde a 42 galloni USA ovvero a 158,987294928 litri.

   Per BARILE DI PETROLIO EQUIVALENTE (boe) si intende invece la conversione dei volumi di idrocarburi gassosi (espressi in metri cubi o piedi cubici) in volumi equivalenti di idrocarburi liquidi al fine di poterli sommare con quest’ultimi per darne un aggregato (ad esempio nella comunicazione delle produzioni e delle riserve).

   La conversione concettualmente dovrebbe poter esprimere un’equivalenza del contenuto energetico o del valore e quindi variare in funzione del tipo di gas naturale. Di fatto viene effettuata utilizzando dei coefficienti generici che al momento non sono codificati in nessuno standard.

   Le compagnie petrolifere adottano quindi coefficienti diversi, in generale le compagnie nord americane effettuano la conversione 1 barile equivalente = 169,9 metri cubi di gas a (ovvero 6 000 piedi cubici) mentre quelle europee utilizzano la relazione 1 barile equivalente = 164,2 metri cubi di gas (ovvero 5 800 piedi cubici). Nelle comunicazioni (ad esempio nelle relazioni di bilancio) vengono riportati separatamente i volumi di idrocarburi liquidi e gassosi ed il coefficiente per la trasformazione quest’ultimi in barili di petrolio equivalente. (da WIKIPEDIA)

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SECURCONTROL, FUTURO E LAVORO «VERDE»

– nel Veneziano il primo Punto Enel Energia in Italia: con il progetto Green Night nuove assunzioni –

di Gian Nicola Pittalis, da “la Nuova Venezia” del 12/3/2012

VENEZIA – Parte dal Veneto il rilancio economico e punta su quelle che diventeranno le nuove gambe della produttività del Paese: sfruttamento e potenziamento di “energie rinnovabili”. Il progetto “Green Night” investe l’Italia partendo da San Donà di Piave (Venezia) dove è attiva la Securcontrol, azienda leader a livello nazionale, primo Punto Enel Green Power in Italia e Punto Enel Energia.

   Obiettivo principale è diffondere il concetto di “energia rinnovabile” e costruire una cultura che favorisca una mentalità nuova in questa direzione. Un lavoro difficile, non a caso come testimonial sono stati scelti lo scienziato Mario Tozzi e Alessandro Di Pietro, volti famosi della televisione.

   «È nostro compito – racconta Orfeo Granzotto, Ceo di Securcontrol – non solo produrre fatturato, ma contribuire in modo reale a diffondere quel modello di sviluppo energetico alternativo già presente in altre nazioni». Un programma ambizioso con ripercussioni anche sull’occupazione, come sottolineato dall’assessore al Lavoro della Provincia di Venezia, Paolino D’Anna: «Quando multinazionali come Reckitt Benckiser lasciano a casa 80 lavoratori, avere possibilità di dare lavoro è un’opportunità da cogliere al volo».

   «Le opportunità di lavoro – ha riferito Augusto Guerrieri, gm di Securcontrol – nasceranno dalle sinergie con i Comuni interessati dalla Green Night. Saranno aperti sportelli informativi attraverso i quali educare i cittadini, assumendo, dalle locali liste di collocamento, il personale relativo». A industrie che licenziano, Securcontrol risponde con assunzioni.

   Un segnale importante che sottolinea le ambizioni di crescita e la voglia di sentirsi parte del territorio da parte dell’azienda. «È la strada da percorrere – ha sottolineato Tozzi, testimonial d’eccezione – passare dalla centralità della produzione energetica alla possibilità di produrla in casa. Metà degli italiani vive in case singole e i consumi domestici apprestano un terzo degli interi consumi nazionali». Il progetto prevede 40 tappe, cominciando dal 15 aprile a Roma: serate in cui le piazze saranno illuminate con tecnologia led.

   La Green Night sarà accompagnata dallo spettacolo itinerante “Tutto questo danzando” costruito da Natalia Titova e Samuel Peron: «Sarà il nostro modo di unire cultura, arte, intrattenimento», ha concluso Guerrieri. Cultura dell’ambiente e dell’energia pulita che passa anche attraverso il Green Energy Campus, come ricordato dal professor Andrea Poletti dell’Università di Ferrara, il quale ha citato Rifkin: «Nell’ambito delle energie pulite l’Italia è quello che l’Arabia Saudita è per il petrolio: ha vento, sole, energia geotermica». Il Veneto laboratorio del futuro. Costruire la cultura nuova è essere già nel domani.

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CENTRALE A BIOMASSE  PER RISCALDARE GLI EDIFICI COMUNALI

da “il Gazzettino” del 13/3/2012

FARRA D’ALPAGO – Decolla l’importante intervento nel campo del risparmio energetico che il comune di Farra d’Alpago ha messo in programma. Si è tenuta infatti la gara a procedura negoziata per l’appalto dei lavori di costruzione di un sistema centralizzato di produzione e di trasporto del calore per gli edifici comunali.

   Il tutto impiegando come combustibile biomassa legnosa che, ovviamente, è molto abbondante in zona e che dovrebbe consentire importanti risparmi dato il minore acquisto che sarà necessario d’ora in avanti di carburanti e gas. L’importo complessivo dei lavori, secondo il progetto, ammonta a 417 mila euro. Ma la ditta che si è aggiudicata la gara ha praticato un ribasso d’asta di oltre il dieci per cento. Alla fine, pertanto, il costo della centrale sarà di 372 mila euro circa.
Il Comune, una volta esperite le verifiche, intende procedere immediatamente alla consegna dei lavori che potranno iniziare subito e che avranno una durata di 180 giorni..
Il procedimento è stato seguito dal responsabile dell’area tecnica, l’ingegner Luca Facchin. L’operazione rientra in un programma di incentivazione del risparmio energetico al quale l’ente sta lavorando da tempo anche contando sulle opportunità di finanziamento e di contributi che vi sono.(E.P.)

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GREEN ECONOMY PER IL RILANCIO DI PORTO MARGHERA

da “il Gazzettino” del 14/3/2012

VENEZIA – Senza false ipocrisie, i relatori della quarta conferenza internazionale Energy Think «Sustainable energy for all», promossa ieri da Eni e Legambiente alla fondazione Cini, hanno evidenziato come un business «buono» possa risolvere i problemi di approvvigionamento energetico per il miliardo e più di persone ancora senza elettricità nel mondo, purché i governi locali permettano gli investimenti dei privati.
«Sono due le grandi sfide che andranno affrontate a livello mondiale – ha sottolineato Fatih Birol, direttore studi economici dell’International Energy Agency – i cambiamenti climatici e l’accesso all’energia. Per quanto riguarda il nucleare, ci sono delle grandi incertezze.

   I Paesi mediorientali, sudsahariani, Bangladesh, Cina, Russia e India devono investire in innovazione tecnologica». «Il gas si sta affermando come la migliore energia – ha aggiunto Giuseppe Recchi, presidente di Eni – sia per effetto che per basso inquinamento. Il tema delle energie rinnovabili diventa un’opportunità di sviluppo, business e ricaduta sul territorio, come conferma la riqualificazione di Porto Torres all’insegna della green economy. Anche per Porto Marghera questa è un’idea che potrebbe stare alla base del rilancio del settore, attraendo investimenti e nuove aziende».

   Il rettore di Cà Foscari, Carlo Carraro, ha stimato in 50 miliardi di dollari annui l’investimento possibile per portare energia a tutti, mentre Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, ha auspicato un modello organizzativo verso una produzione distribuita dell’energia. (Tullio Cardona)

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Precedente post sull’argomento:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/07/24/gasdotti-da-costruire-ma-anche-da-riempire-%e2%80%93-l%e2%80%99area-del-mar-caspio-strategica-per-l%e2%80%99europa-nella-difficile-ricerca-di-energia/

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il tracciato del gasdotto russo SOUTH STREAM (cliccare sull'immagine per ingrandirla)

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LA MAPPA DEI GASDOTTI (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDRILA)
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7 thoughts on “Politica energetica tra RIGASSIFICATORI E GASDOTTI: cos’è meglio? il trasporto marittimo (con la creazione di grandi rigassificatori)? o la costruzione di grandi gasdotti dalla Russia, Algeria, Azerbaigian…? – E LE POLITICHE TERRITORIALI DI AUTOSUFFICIENZA ENERGETICA DA FONTI RINNOVABILI?

  1. Brunello Zanitti Giuliano venerdì 16 marzo 2012 / 13:58

    Rigassificatori dove e come ???

    Mi sembrano assolutamente condivisibili le ricorrenti affermazioni sulla necessità che un Paese come il nostro debba assolutamente cercare di diversificare le fonti d’approvvigionamento energetico, quindi deve essere presa in considerazione anche l’esigenza di pianificare la realizzazione di alcuni impianti, ma:
    • La loro localizzazione non deve essere potenzialmente in grado di creare condizioni di pericolo per le aree urbane circostanti e per il comparto industriale.

    • Considerate le particolari e notevoli esigenze funzionali del processo di rigassificazione non dovrebbe essere inseriti in siti con fondali non sufficientemente profondi, o comunque in bacini chiusi con scarso ricambio acqueo per non intaccare l’equilibrio dell’ecosistema.

    • L’impatto ambientale complessivo dell’opera rigassificatore e metanodotto dovrebbe essere contenuto e comunque attestato su valori accettabili per le ricadute economiche/occupazionali che l’impianto sarebbe in grado di generare sul territorio Provinciale.

    • Le manovre d’avvicinamento / ormeggio e la posizione del pontile d’attracco non dovrebbero assolutamente condizionare “con limitazioni più o meno temporanee l’operatività dello Scalo” e comunque nemmeno le attività nautiche comprese quelle da diporto.
    Comunque rimanendo sempre in tema dell’assoluta esigenza di dover diversificare le nostre fonti d’approvvigionamento energetico, sarebbe opportuno che nella nostra Regione venga debitamente – affrontato – approfondito – finanziato – lo sviluppo – -del solare/fotovoltaico – del geotermico – dell’eolico – della centrali idroelettriche cercando di ottimizzare lo sfruttamento delle non trascurabili potenzialità dei numerosi piccoli/grandi corsi d’acqua ed invasi naturali ed artificiali presenti sul nostro territorio-.

    Per concludere
    Penso sia comunque anche opportuno che in aggiunta alle doverose verifiche sull’idoneità e sulla sicurezza dei vari progetti presentati relativi alla realizzazione nel Golfo di Trieste in prossimità del Canale Navigabile di un impianto di rigassificazione, prima di concedere le varie ed indispensabili autorizzazioni per un impianto di questo tipo e del previsto gasdotto costiero, venisse valutata attentamente soprattutto la compatibilità con quelli che dovrebbero essere i previsti futuri sviluppi della Portualità Triestina >>> http://triestesuperporto.jimdo.com <<< poiché va preso in debita considerazione il fatto che già l'attuale presenza e l'operatività dei pontili della S.I.O.T. potrebbero generare una serie di vincoli e limitazioni sulla libertà di navigazione in questo specchio di mare, e quindi condizionare inevitabilmente l'eventuale insediamento e l'operatività delle nuove infrastrutture portuali pianificabili e realizzabili nel Vallone di Muggia “siano esse un moderno Terminal Contenitori realizzabile al posto della Ferriera di Servola oppure il nuovo Hub Ro/Ro da porre al servizio delle autostrade del mare previsto nell’area Ex Aquila”.

    BRUNELLO ZANITTI Giuliano

  2. Francesco Masi lunedì 26 marzo 2012 / 9:55

    A quanto ammontano le riserve di gas nei giacimenti in servizio ai quali siamo collegati? Ed a qunto si stima possa consistere ancora la disponibilità di quelli futuri ai quali potremmo essere collegati?

    • lucapiccin giovedì 5 aprile 2012 / 17:15

      Le risposte sono in questo sito : http://www.peakoil.net/

      Il picco petrolifero è già stato toccato, e la crisi in cui viviamo tutti, nel mondo, è correlata a questo problema.

      • lucapiccin giovedì 5 aprile 2012 / 17:24

        Mi son sbagliato, il picco non sembra ancora sia stato toccato, ma è un problema reale, e la crisi attuale ha comunque un legame con questo problema fondamentale.
        E’ un problema imminente.

        • lucapiccin giovedì 5 aprile 2012 / 17:28

          “Quello che possiamo dire con certezza è che la fase storica di continuo aumento della produzione petrolifera che perdura da circa un secolo e mezzo, si è interrotta nel 2004. Da quella data, abbiamo visto una stasi produttiva che perdura ancora oggi. E’ possibile che vedremo a breve una riduzione nella quantità estratta entro tempi abbastanza brevi. Se questo si verificherà, saranno confermate le interpretazioni di ASPO che vedevano il picco situarsi fra il 2005-2010. In ogni caso, la data precisa del picco non ha molta importanza; quello che sta già accadendo è che l’esaurimento progressivo sta già causando aumenti dei prezzi che mettono in difficoltà l’economia. .”
          Aspo italia

  3. lucapiccin giovedì 5 aprile 2012 / 17:54

    “Di certo abbiamo già raggiunto il “picco” della produzione del petrolio e, da oggi in avanti, la quantità estratta ogni anno dalle riserve diminuirà sempre e costerà sempre di più. C’è il gas naturale, le cui riserve, anch’esse limitate, potrebbero coprire i consumi forse per una cinquantina di anni, ma il metano, a differenza del petrolio che è liquido, è difficile e costoso da trasportare. Per ora sta arrivando con grandi metanodotti dall’Africa o dalla Russia, ma dalle zone più lontane deve essere trasportato per nave, allo stato liquefatto, a bassa temperatura, per essere poi riportato allo stato gassoso, “rigassificato”, in qualche porto.”

    http://www.aspoitalia.it/archivio-articoli/109-quanto-ne-resta

    Aspettiamo risposte più precise !?

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