Le 19 NEW TOWN de L’AQUILA: così non si ricostruisce una città – la DISPERSIONE DEMOGRAFICA della popolazione colpita dal sisma – In che modo riportare a vera vita l’Aquila (in un’epoca di generale crisi economica e culturale) – la possibile creazione di una CITTA’ NUOVA CHE GUARDA AL FUTURO (assieme ma oltre la riproposizione del suo nobile passato)

Messaggi degli aquilani sulle transenne della Zona Rossa de L'Aquila (foto ripresa dal sito http://www.lavoroculturale.org)

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UNA MAPPA DEI RICORDI PER RICOSTRUIRE L’AQUILA – Foto, testi, video, sentimenti e memoria. Basta qualche click per comporre il diario di come era la città prima del terremoto del 2009. Google, con il progetto “Noi L’Aquila”, donato al Comune e all’Associazione nazionale famiglie emigrati, permette di caricare sul sito www.noilaquila.it testimonianze personali legate a un luogo.

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   Poco meno di tre anni fa, parlando del sisma in Abruzzo del 6 aprile (2009), e dei “sintomi”, “necessità” cui tener conto per la ricostruzione, citavamo così: “In una sincera confessione fatta a Norbert Schultz, l’architetto Gerald Kalman, profugo negli Stati Uniti, ricorda che, nel rientrare nella Berlino distrutta dalla Guerra, aveva superato il disorientamento causato dalla rovina udendo i propri passi risuonare sul selciato: attraverso quel solo carattere superstite egli in qualche modo percepì di poter ancora abitare la sua città. Anche di fronte alla più terribile distruzione, i fili che legano un uomo alla sua abitazione, costituiscono una maglia così fitta e complessa, che la peggiore lacerazione fisica può comunque venire medicata attraverso l’attivazione di una sensibilità emozionale e morale che ha il suo centro nella memoria”.

   Non era casuale la citazione. Queste frasi appaiono in una mostra fotografica permanente nella piazza principale di Venzone in Friuli, a significato della possibilità di tornare a rivivere il proprio luogo, la propria città, dopo un evento catastrofico che la ha distrutta. E ben si adatta anche alla necessaria ricostruzione (di ben più ampie dimensioni) del centro storico dell’Aquila. Ancora quel messaggio, quel manifesto urbanistico della cittadina friulana ricostruita magnificamente, dà altri spunti interessanti nel suo proseguo: “Si può comparare la riproposizione dell’assetto urbano di Venzone al paziente lavoro di un filologo che si trova a dover reimpaginare un antico codice sfasciato; l’esito dell’operazione deve essere valutato stabilendo quanto la nuova edizione riesca a comunicare il senso dell’originale. La ricostruzione del centro storico –almeno negli intenti di chi l’ha promossa- ha voluto significare inanzitutto un’opera di cultura, ove questa venga intesa come la potenza formale di ‘far passare nel valore ciò che in natura corre verso la morte (Ernesto De Martino)’ ”.

   Marco Romano, docente di estetica della città a Milano, usa una metafora sanitaria: «Quando uno arriva in ospedale spappolato dopo un incidente, la prima cosa che si guarda è il cuore: se non funziona quello, inutile rimettere a posto il resto. Ecco, il cuore dell`Aquila, il centro storico, finora è stato ignorato. La Protezione civile ha deciso di partire dalle fratture agli arti»(“la Stampa”, 28/10/2010).

   Il 6 aprile 2012 saranno 3 anni dal terremoto a l’Aquila (e in tutta l’area abruzzese comprendente 57 comuni). E a tre anni dal terremoto ci sono ancora 9.779 aquilani in «autonoma sistemazione». Persone che hanno perduto la casa e si sono arrangiate. Dire che non si è fatto niente è ingeneroso, e anche il governo Berlusconi, con tutte le prese di distanza possibili per affarismi e il modo propagandistico (miracoli annunciati) di mostrare che tutto si risolveva subito o quasi (le 19 New Town create… new town, case antisismiche costruite in cinque mesi, un record… però avulse da ogni realtà urbana dei cittadini colpiti dai disastri del sisma…), ebbene un impegno c’è stato.

   Resta comunque che a tre anni più di trentamila persone vivono in abitazioni provvisorie; e migliaia di imprese economiche, di attività commerciali, sono ancora chiuse, gli uffici pubblici smembrati, una viabilità caotica e la ricostruzione del centro più che mai da iniziare.

Progetto C.A.S.E. di Paganica 2 (foto ripresa dal sito http://www.lavoroculturale.org)

   Le famose C.a.s.e. (la sigla sta per “Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili”) dove sono state alloggiate 13.000 persone, i Map (“Moduli abitativi provvisori”, che ospitano fra L’Aquila e gli altri Comuni ben 7.186 persone), i Musp (“Moduli a uso scolastico provvisorio”, e i Mep (“Moduli ecclesiastici provvisori”)…. ebbene tutto questo alla fine lascia il fatto che L’Aquila (70.000 abitanti), con gli altri 56 comuni del cosiddetto “cratere sismico”, porta ad avere ancora una persona su due che non vive più a casa propria (metà ci son tornati nelle loro case, perché poco danneggiate, o perché han deciso così, a prescindere…). E in più tremila residenti che dal giorno del terremoto non danno più notizie; nel senso che sono nelle liste anagrafiche ma non hanno chiesto mai né aiuti né contributi: cioè se ne sono andati per sempre… (il fenomeno della “dispersione demografica” temuta).

   Due anni e mezzo fa, da questo blog proponevamo, prospettavamo un graduale inserimento di giovani (nuovi nuclei famigliari) da qui ai prossimi anni (decenni) per venire progressivamente a “riabitare” completamente la città; oltre a sostenere tutti quelli che ritengono non definitiva la loro sistemazione attuale nelle new town: un recupero graduale e incessante delle aree (la zona rossa) della città ancora adesso del tutto o quasi abbandonata.

   Dopo la fase dell’emergenza serviva una nuova spinta propulsiva (e virtuosa)…. e si è puntato sulle New Town… un errore paradossale, che neanche famosi urbanisti, architetti, pianificatori, di ispirazione culturale diversissima (…. sinistra – destra – centro …), “impegnati e non”, hanno poco o niente avuto l’effettivo coraggio di denunciare…

   La logica delle “new town” non funziona quasi mai: spostare persone, popolazioni, in luoghi avulsi dalla loro vita e dalla vita di altri, porta a fenomeni di alienazione…. Meglio sarebbero stati i prefabbricati come nel Friuli (avrebbero affrontato bene il duro inverno abruzzese…) e da lì pensare a ritornare in fretta nella città…

…. È da sperare in una spinta propulsiva adesso, come sembra voglia esserci con il nuovo governo tecnico, e il ministro Barca, delegato per la ricostruzione nel terremoto abruzzese, ha proposto un piano e una relazone che sono interessanti (vedere qui: LA RICOSTRUZIONE DEI COMUNI DEL CRATERE AQUILANO )

   Anche l’Ocse, l’organizzazione mondiale per lo sviluppo e la cooperazione economica, è disposta a finanziare progetti di innovazione per la “nuova Aquila” (vi diamo conto in un articolo qui di seguito in questo post).

   Ed è necessaria la capacità di guardare al futuro progettando e ricostruendo una città anche diversa da quella di prima, ma che conservi però la sua originalità e antica straordinaria bellezza. Pur nel guardare al futuro e ai modi di una città post-moderna, unica nella sua originalità ma capace di vivere positivamente la globalità. (s.m.)

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L’AQUILA, LA FERITA CHE RESTA E QUELLI CHE NON SE NE VANNO

di Giovanni D’Alessandro, da “Avvenire” del 18/3/2012

   C’era una volta una città che non era una città, ma un ventoso altopiano a 800 metri d’altezza, con un declivio sulla sponda sinistra dell’Aterno, che sgorga non lontano da esso, e poco dopo la sorgente è già impetuoso e pronto ad attraversare l’Abruzzo.

   È così dalla creazione, quella piana col declivio, e tale resta fino alla metà del XIII secolo. Per la verità è così bella, col fiume in mezzo, che già vari secoli prima di Cristo sorge qui una capitale dei Sabini, Amiternum, patria di Sallustio, della quale restano imponenti rovine. Conquistata da Roma al tempo delle guerre sannitiche, l’area comincia a gravitare intorno all’Urbe, cui è vicina. Nel 211 a. C. ci passa Annibale e 22 secoli dopo, da uno sbanco di terra, riemerge intatto lo scheletro di uno dei suoi elefanti, ricostruito e ospitato nel museo nazionale, che la città–non–città si è data.

   Solo che i suoi abitanti non si contentano di un elefante di Annibale, lo vogliono molto più antico, di migliaia d’anni, quando l’altopiano era una savana quasi africana, in modo da potersi chiedere, come Hemingway per il leopardo tra le nevi del Kilimangiaro, cosa ci facciano le ossa di un mammut tra le nevi dell’Appennino.

   Poi, alla metà del 1200, ecco che la città, unendo castra e castella, si dà il nome di un grande rapace ch’è tutt’un programma, quanto a regalità e forza, di ciò che la città intende diventare: chiama se stessa l’Aquila.   E diventa ricca, commerciando con mezz’Europa in lane, stoffe, ori, argenti, smalti e manufatti.

   Diventa bellissima: siccome è il tempo in cui lo spirito dell’uomo desidera elevarsi in cuspidi, pinnacoli e merlettate punte in pietra verso l’Alterità – per penetrare l’azzurro e far sentire la sua voce, de profundis, in excelsis – si trasforma in una meraviglia gotica.

   Ma l’altopiano sorge tra due direttrici di moto della terra che i sismologici chiameranno, secoli dopo, faglie.  Nel 1703 le faglie si muovono, molto, e tutta la meraviglia gotica se ne viene giù, sbriciolandosi. L’Aquila stringe le ali. È ferita. Si fa curare dall’azzurro e dal vento. E in 50 anni risorge splendida, barocca. Ridiventa florida. È capoluogo d’Abruzzo.

   Nel XX secolo si dota di università, e qui accade una cosa bellissima: la severa città, dal combattivo nome di rapace, si addolcisce e apre le ali, a ospitare decine di migliaia di giovani, che sciamano dopo le lezioni tra le sue antiche vie, piazze, chiese e architetture. È, per eccellenza, una città universitaria. Ma il 6 aprile 2009 le faglie tornano a muoversi, la città crolla in parte o diventa insicura, inagibile, inabitabile. Parecchi studenti muoiono.

   L’Aquila pare svuotarsi di giovani, non essere in grado di trattenerli, mentre si va riempiendo di transenne, ponteggi, tiranti, fasce e gli abitanti migrano nelle circostanti new town. Ma l’impressione è fallace. Con la ripresa dell’anno accademico si vede una cosa insperata, che prevale su tante altre, brutte bruttissime, come le speculazioni, i furti e, peggio di tutte, sulla sensazione di abbandono, denunciata dal popolo delle carriole, che si è ritrovato da solo, dopo le promesse e le lacrime a uso telecamere e dopo i trionfalismi di un’annunciata, troppo rapida rinascita: succede che gli studenti non se ne vanno, si riscrivono all’università per il 2009–2010.

   E non si limitano a guardare, dalle new town, la città. Piano piano ci rientrano, portandosi dietro gli scioccati abitanti. Tornano nei pochi bar aperti. Ricominciano a sciamare lungo le strade e piazze, sin dove possono. Si riprendono i loro luoghi. Si riprendono la città. La perlustrano come facevano prima del terremoto. L’assaltano amorosamente, la penetrano, la rimpiangono ma non la piangono, perché si piange qualcosa che si ama solo quand’è perduta, e la città non lo è.

   L’Aquila non è perduta. È solo transitoriamente retratta e sottratta, come fa sempre, per un po’, dopo i terremoti. I giovani lo sentono. Soprattutto gli studenti non aquilani, divenuti cittadini di una città–non– città mondiale, simbolo della fragilità e precarietà proprie della bellezza.

   Perché non se vanno, aquilani e non–aquilani, giovani e vecchi, dall’Aquila? È facile rispondere: perché una città sana e integra, com’era una volta, la si vive, semplicemente, ma la si dà anche un po’ per scontata. Mentre una città che si è rischiato di perdere la si tesaurizza, la si cura, la si protegge e ci si stringe ad essa, dicendosi fortunati di averla conservata. E levando un ringraziamento a quella Alterità da cui unicamente può venire la forza per fronteggiare il presente. Perché l’Aquila ferita la si ama molto di più. (Giovanni D’Alessandro)

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Finita l’emergenza, l’Abruzzo colpito dal terremoto è stato dimenticato

L’AQUILA TRE ANNI DOPO: TUTTO UGUALE

– In centro restano le macerie. E 383 cittadini vivono in albergo –

di SERGIO RIZZO e GIAN ANTONIO STELLA, da “il Corriere della Sera” del 7/3/2012

   «Soldi spesi finora? Chi lo sa…». Basta la risposta di Fabrizio Barca, il ministro delegato al problema, a dare il quadro, agghiacciante, di come è messa l’Aquila quasi tre anni dopo il terremoto del 2009. Nel rimpallo di responsabilità ed emergenze, dopo gli squilli di tromba iniziali, s’è perso il conto. Un numero solo è fisso: lo zero. Quartieri storici restaurati: zero. Palazzetti antichi restaurati: zero. Chiese restaurate: zero. Peggio: prima che fossero rimosse le macerie (zero!), è stata rimossa l’Aquila. Dalla coscienza stessa dell’Italia.
È ancora tutto lì, fermo. Le gonne appese alle grucce degli armadi spalancati nelle case sventrate, i libri caduti da scaffali in bilico sul vuoto, le canottiere che, stese ad asciugare su fili rimasti miracolosamente tesi, sventolano su montagne di detriti e incartamenti burocratici.

   Decine e decine di ordinanze, delibere, disposizioni, puntualizzazioni, rettifiche e precisazioni che ammucchiate l’una sull’altra hanno fatto un groviglio più insensato e abnorme di certe spropositate impalcature di tubi innocenti e snodi e raccordi che a volte, più che un’opera di messa in sicurezza, sembrano l’opera cervellotica di un artista d’avanguardia.

Ti avventuri per le strade immaginandoti un frastuono di martelli pneumatici e ruspe e betoniere e bracci di gru che sollevano cataste e carriole che schizzano febbrili su e giù per le tavole inclinate. Zero. O quasi zero. Tutto bloccato. Paralizzato. Morto. Come un anno fa, come due anni fa, come tre anni fa. Come quando la protesta del popolo delle carriole venne asfissiata tra commi, virgole e codicilli.
«Noi sottoscritti ufficiali di Pg… riferiamo di aver proceduto, alle ore 10.20 circa odierne, in corso Federico II, di fronte al cinema Massimo, al sequestro di quanto in oggetto indicato perché utilizzato dal nominato in oggetto per una manifestazione non preavvisata…». Trattavasi di «una carriola in pessimo stato di conservazione con contenitore in ferro di colore blu con legatura in ferro sotto il contenitore e cerchio ruota di colore viola» oltre a «una pala con manico in legno».
Sinceramente: se lo Stato italiano avesse affrontato il problema della ricostruzione con lo stesso zelo impiegato nel reprimere l’esasperazione sacrosanta degli aquilani, saremmo a questo punto, trentacinque mesi dopo? Quaranta persone che quel giorno entrarono nella zona rossa per portare via provocatoriamente le macerie sono ancora indagate. Quanti soldi sono stati spesi per questo procedimento giudiziario surreale, oltre al tempo gettato inutilmente per compilare verbali e riempire i magazzini di grotteschi corpi di reato? Boh!

   Si sa quanto fu speso per gli accappatoi dei Grandi nei tre giorni del G8: 24.420 euro. Quanto per ciascuna delle «60 penne in edizione unica» di Museovivo: 433 euro per un totale di 26.000. Quanto per 45 ciotoline portacenere in argento con incisioni prodotte da Bulgari per i capi di Stato: 22.500 euro, cioè 500 a ciotolina.  Quanto per la preziosa consulenza artistica di Mario Catalano, lo scenografo di Colpo grosso chiamato a dare un tocco di classe, diciamo così, al summit: 92 mila euro. Quanto è stato speso in tutto, però, come detto, non lo sanno ancora neanche gli esperti («Avremo le idee chiare a metà marzo», confida Barca) messi all’opera da Monti.
Intanto il cuore antico dell’Aquila agonizza. E con L’Aquila agonizzano i cuori antichi di Onna e Camarda e gli altri centri annientati dalla botta del 6 aprile 2009. Ridotti via via, dopo le fanfare efficientiste del primo intervento («Nessuno al mondo è stato mai così veloce nei soccorsi!») a un problema «locale». Degli abruzzesi. E non una scommessa «nazionale». Collettiva. Sulla quale si gioca la capacità stessa dello Stato di dimostrarsi all’altezza. In grado di sanare le ferite prima che vadano in putrefazione.

   Chiusa la fase dell’emergenza l’Abruzzo è piombato nel dimenticatoio. Come se la costruzione a tempo di record e al prezzo stratosferico di 2.700 euro al metro quadro dei Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili, le famose C.a.s.e. dove sono state trasportate 12.999 persone, avesse risolto tutto.

   «Adesso tocca agli enti locali», disse Berlusconi. E dopo il G8 e la passeggiata con Obama non si è praticamente più visto. Rarissime pure le apparizioni di altri politici. Mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci metteva come al solito una pezza: tre visite.
Cos’è rimasto, spenti i riflettori, di quella generosa esibizione muscolare sulla capacità di «fare bene, fare in fretta»? Le cose fatte nei primi mesi. La riluttanza di Giulio Tremonti ad aprire i cordoni della borsa. L’addio di Guido Bertolaso. La disaffezione del Cavaliere che, osannato dalle tivù amiche per le prime case donate a fedeli in delirio, si è via via disinteressato del centro storico, che secondo la «leader delle carriole» Giusi Pitari avrebbe visto «solo due volte, nei primi due giorni».
Resta una rissa continua, estenuante, sul cosa fare «dopo». Travasata via via nelle campagne elettorali per le provinciali, per le europee e oggi per le comunali. Di qua la destra, di là la sinistra. Di qua il governatore berlusconiano Giovanni Chiodi, commissario straordinario per la ricostruzione, di là il sindaco democratico del capoluogo (ora ricandidato dopo le primarie) Massimo Cialente.
Il primo picchia sul secondo: «Lo stallo è frutto della saldatura di interessi locali, dai professionisti alle imprese, che hanno sbarrato la porta a competenze esterne. Avevo raccolto le disponibilità di un trust di cervelli bipartisan, da Paolo Leon a Vittorio Magnago Lampugnani, ma non li hanno voluti. Un atto di arroganza. Il fatto è che la politica locale non ha esercitato la leadership». Il secondo, che fino al momento in cui fece sbattere la porta era vicecommissario, spara sul primo: «A parte il fatto che lui sta a Teramo, a Roma o da altre parti e all’Aquila lo vediamo raramente, è stato un muro di gomma».

   Un esempio? «La ricostruzione degli alloggi periferici. Per sei mesi si è dovuto attendere il prezziario regionale, con il risultato che nessuno ha potuto presentare i progetti». E mostra una lettera spedita a Chiodi per sollecitare un contributo di 630 mila euro destinato a Paganica: «È un mese e mezzo che lo tiene fermo sul tavolo. Gli ho scritto: “Questi non sono i tempi di un commissario ma i tempi, forse, di un piantone”».

Veleni. Che sgocciolano su tanti episodi. Come quei 3 milioni di euro stanziati dall’ex ministro Mara Carfagna per un centro antiviolenza, che invece sarebbero stati dirottati un po’ per i lavori della Curia e un po’ per la struttura della consigliera di parità della Regione. O ancora i due milioni messi a disposizione dall’ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni per un centro giovani, milioni che secondo il sindaco sarebbero chissà come evaporati.
Per non dire delle chiacchiere intorno a una struttura nuova di zecca tirata su mentre tanti edifici d’arte sono ancora in macerie: il San Donato Golf Hotel a Santi di Preturo, pochi chilometri dal capoluogo. Sessanta ettari di parco in una valletta verde, quattro stelle, conference center , centro benessere… Inaugurato a ottobre con la benedizione di Gianni Letta, ha scritto abruzzo24ore.tv , «è meglio noto come l’hotel di Cicchetti». Vale a dire Antonio Cicchetti, ex direttore amministrativo della Cattolica di Milano, uomo con aderenze vaticane, stimatissimo da Chiodi e Letta nonché vicecommissario alla ricostruzione.
Ma il resort è qualcosa di più d’un albergo di famiglia. Nella società che lo gestisce, la Rio Forcella spa, troviamo parenti, medici di grido, uomini d’affari. E molti costruttori: il presidente dell’Associazione imprese edili romane Eugenio Batelli, Erasmo Cinque, la famiglia barese Degennaro… Ma anche la Cicolani calcestruzzi, fra i fornitori di materiali per il post terremoto e una serie di imprenditori locali. Come il consuocero di Cicchetti, Walter Frezza, e suo fratello Armido, i cui nomi sono nell’elenco delle ditte impegnate nel progetto C.a.s.e. e nei puntellamenti al centro dell’Aquila: per un totale di 23 milioni. Appalti, va detto, aggiudicati prima della nomina di Cicchetti. Però… Né sembra più elegante la presenza, tra i soci del resort, dell’ex vicepresidente della Corte d’appello aquilana Gianlorenzo Piccioli, nominato un anno fa da Chiodi consulente (60 mila euro) del commissariato.

L’intoppo più grosso però, come dicevamo, è il groviglio di norme, leggi e regolamenti. Gianfranco Ruggeri, titolare di uno studio di ingegneria, li ha contati: 70 ordinanze della Presidenza del Consiglio, 41 disposizioni della Protezione civile, 96 decreti del commissario. Più 606 (seicentosei!) atti emanati dal Comune dell’Aquila. Senza contare una copiosa produzione di circolari interne. Massa tale che a volte una regola pare in plateale contraddizione con l’altra. Un delirio.
Non bastasse, c’è la «filiera». Una specie di cordata para-pubblica che gestisce le istruttorie. I progetti si presentano a Fintecna, società del Tesoro. Poi vanno a Reluis: la Rete laboratori universitari di ingegneria sismica, coordinata dalla Federico II di Napoli. Quindi al Cineas, consorzio di cui fanno parte 46 soggetti, dal Politecnico di Milano a compagnie assicurative quali Generali e Zurich, che si occupa dell’analisi economica delle pratiche. A quel punto il percorso per avere il contributo erogato dal Comune è completo. Teoricamente, però. Nella sostanza non capita quasi mai al primo colpo. E la pratica rimbalza dentro la filiera come una pallina da flipper.
La Cineas ha valutate positivamente 4.163 delle 8.722 pratiche per le abitazioni periferiche? Ebbene, il Comune ha emesso contributi per sole 2.472 di loro, a causa di vari motivi. Per esempio il fatto che ben 1.138 riguardano singoli appartamenti, ma siccome manca la pratica condominiale a chiudere il cerchio, il finanziamento non può scattare. E nemmeno i lavori. Perché allora non prevedere una pratica unica per ogni condominio? Misteri…

   Il risultato di tanti impicci è paradossale: in una città da ricostruire i costruttori mettono gli operai in cassa integrazione e licenziano i dipendenti. E quello che doveva essere il motore della ripresa è fermo. L’opposto esatto di quanto accadde in Friuli, esempio accanitamente ignorato a partire dal coinvolgimento dei cittadini. Il Friuli si risollevò per tappe: prima in piedi le fabbriche, poi le case, poi le chiese.

   Qui le fabbriche non hanno visto un euro, il miliardo promesso per rilanciare le attività è rimasto in cassa e l’economia è allo stremo. Si è preferita la strada della Protezione civile, del commissario, degli effetti speciali assicurati dalle C.a.s.e. spuntate come funghi dopo il sisma. Quelle con le «lenzuola cifrate e una torta gelato con lo spumante nel frigorifero». Peccato che adesso, dopo le fanfare e i tagli dei nastri, stiano saltando fuori anche le magagne. Alcune ditte che le hanno costruite sono fallite e non si sa chi deve risolvere certi guai. Come a Colle Brincioni, dove dopo le nevicate di febbraio si è dovuta puntellare una scala.
Sarebbe ingeneroso dire che sia stato tutto un fallimento. Ma dopo la fase dell’emergenza serviva un colpo di reni degno di questo Paese. E quello no, non c’è stato. A tre anni dal terremoto ci sono ancora 9.779 aquilani in «autonoma sistemazione». Persone che hanno perduto la casa e si sono arrangiate. Qualcuno di loro magari pregusta un appetitoso minicondono per le casette che hanno potuto costruire nel giardino dell’abitazione crollata. Nelle aree del terremoto ce ne sono la bellezza di quattromila. Ma è una magra consolazione. Anzi, rischiano alla lunga di essere, con l’attesa sanatoria, una ferita in più nella immagine della città antica da ricostruire.
Per le «autonome sistemazioni» lo Stato continua a pagare 100 mila euro al giorno. Una quarantina di milioni l’anno, a cui bisogna aggiungere la spesa per i 383 abruzzesi ancora in alberghi o «strutture temporanee» come la caserma delle Fiamme Gialle di Coppito, dove sono in 147.

   Il tutto va a sommarsi al totale, come dicevamo ignoto, sborsato finora. Una cifra nella quale ci sono i costi delle famose C.a.s.e. (808 milioni), dei Map, i Moduli abitativi provvisori che ospitano fra L’Aquila e gli altri Comuni ben 7.186 persone (231 milioni), dei Musp, i Moduli a uso scolastico provvisorio (81 milioni) e dei Mep, Moduli ecclesiastici provvisori (736 mila euro). Ma anche dei puntellamenti dei centri storici: solo per L’Aquila 152 milioni.

   Più i soldi per la prima emergenza (608 milioni) e i contributi già erogati per la ricostruzione delle case private: un miliardo e 109 milioni. Nonché i compensi della «filiera»: altri 40 milioni l’anno. E le opere pubbliche, le tasse non pagate, i costi delle strutture commissariali e dei consulenti… Il conto è salatissimo, ed è destinato a crescere esponenzialmente. Basta dire che per le sole abitazioni periferiche si dovrebbero spendere 1.524 milioni. E almeno il doppio per quelle del centro. Poi le chiese, le fabbriche, i ponti, le strade…

Ma L’Aquila vale il prezzo. Qualunque prezzo. È inaccettabile che si vada avanti così, navigando a vista, mentre uno dei centri storici più belli d’Italia si sbriciola, popolato soltanto di rari operai ai quali fanno compagnia ancora più rari cani randagi.

   Case disabitate, chiese vuote, negozi chiusi. Non si può accettare che il terremoto diventi solo il pretesto per far circolare del denaro, foraggiando una burocrazia inefficiente e strapagata, stormi di consulenti famelici, campioni del mondo di varianti in corso d’opera e revisioni prezzi, con l’unico obiettivo di impedire che la giostra infernale si fermi.
Un secolo e mezzo fa, scrivono Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise nello studio Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni , la nuova Italia savoiarda commise un errore storico ignorando la tragedia del sisma catastrofico avvenuto nel 1857 in Basilicata ai tempi in cui era sotto i Borboni: «La sfida delle ricostruzioni fu forse una delle prime perse dal nuovo regno». Se lo ricordi, Mario Monti: la rinascita dell’Aquila è una sfida anche per lui. (SERGIO RIZZO E GIAN ANTONIO STELLA)

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TERREMOTO L’AQUILA: BARCA ANNUNCIA NUOVA ORDINANZA

da http://www.blitzquotidiano.it/ del 16/3/2012

L’AQUILA – Le 43 pagine della relazione ”La ricostruzione dei Comuni del cratere aquilano”, presentata oggi ai vertici abruzzesi dal ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca, si apre premettendo che ”due sono le urgenze: accelerare la ricostruzione e avviare lo sviluppo”.

   E quindi, per dare vita alle cinque linee di azione descritte nella relazione, cioe’ ”informazione, comunicazione, programmazione, semplificazione, rigore”, e’ necessaria l’emanazione di una nuova ”ordinanza che assicuri fino a tutto il 2012 sia i contributi per l’autonoma sistemazione dei cittadini”, oltre agli oneri dell’emergenza e delle spese straordinarie, ”sia l’impegno e l’efficacia della filiera istituzionale che oggi esamina e valida le richieste di ricostruzione degli edifici privati e che contestualmente introduca semplificazione nella gestione straordinaria corrente e ne rafforzi il rigore”. La nuova ordinanza del Governo sara’ anche un ”lavoro su un provvedimento per uscire dalla fase straordinaria e per avviare l’amministrazione ordinaria della ricostruzione”.

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VIA LE MACERIE, CAVALCHIAMO IL FUTURO COSÌ RICOSTRUIREMO LA QUALITÀ DELLA VITA

di Giuseppe Caporale, da “la Repubblica” del 17/3/2012

L’ AQUILA – Da città morente a città moderna e “intelligente”, “smart”. È questa la sfida. Da una parte c’è L’ Aquila di oggi, semi-paralizzata, e dall’ altra L’Aquila di domani tutta da costruire. In mezzo, c’ è un nuovo governo che vuole “recuperare la fiducia nelle istituzioni per ricostruire una città nuova”.

   Ha idee e progetti chiari il ministro alla Coesione territoriale Fabrizio Barca, delegato dal premier Monti per sottrarre L’ Aquila al suo destino quasi segnato. L’obiettivo “alto” è «fare dell’ Aquila una città veloce, rispettosa dell’ ambiente e capace di creare nuovi posti di lavoro attraverso l’uso delle nuove tecnologie». Una smart city, appunto.

Si può fare davvero ministro Barca? Anche dopo tre anni in cui lo Stato ha speso 5 miliardi di euro e i cittadini hanno la percezione che è tutto bloccato?

«Certo che si può fare. E lo faremo partendo da azioni concrete. La prima è tornare a dare certezze su tempi e modi della ricostruzione. In un mese sbloccheremo migliaia di pratiche di case completamente distrutte. Entro il 2012, poi, toglieremo tutte le macerie “pubbliche”. I cittadini hanno bisogno di vedere azioni rapide per tornare a credere nelle istituzioni».

E il suo progetto per L’ Aquila è quello di una città “intelligente”.

«Ci vorrà la condivisione della popolazione. Certo, l’ Ocse ci dice che si può fare. Penso a centrali energetiche comuni, alla qualità costruttiva di scuole e asili, a condomini dove non si disperda calore. Ad una diversa raccolta dei rifiuti, al trasporto urbano».

Il presente però racconta di una fase post-sisma quasi paralizzata, nonostante i soldi spesi.

«Abbiamo trovato una macchina burocratica ingolfata. Abbiamo tagliato costi, razionalizzato la filiera. Messo mano al motore della macchina. Confidiamo che ora si cominci a correre».

Avete trovato una cittadinanza sfiduciata.

«È vero, ma abbiamo un piano che offre risposte concrete. Ripeto, ricostruiremo e toglieremo le macerie. Ma gli aquilani devono aprirsi a nuovi modelli di ricostruzione per agganciare il treno dello sviluppo». (Giuseppe Caporale)

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“INTERNET PER TUTTI ED ENERGIA PULITA. L’AQUILA SARÀ UNA CITTÀ INTELLIGENTE”

– Ecco il piano eco-sostenibile dell’Ocse. Ma gli abitanti aspettano ancora una casa. Monti metterà il sigillo al progetto che sarà presentato nei laboratori del Gran Sasso. Le idee dei giovani architetti locali per trasformare la tragedia in una opportunità. Una rete digitale per migliorare tutti i servizi. –

di RICCARDO LUNA, da “la Repubblica” del 17/3/2012

L’AQUILA – Ci vuole tanto coraggio per venire a parlare di smart city a chi non ha più una city perché un terremoto se l’è portata via ormai tre anni fa. Ci vuole tanto ottimismo per parlare di soluzioni intelligenti a chi in questi anni ha subito la stupidità di chi poteva decidere per il bene comune e non lo ha fatto. I professoroni sbarcati ieri a L’Aquila sono giovani, coraggiosi e ottimisti.

   Lavorano per l’Ocse, l’organizzazione mondiale per lo sviluppo e la cooperazione economica. Vengono da dieci paesi e cinque continenti. Dicono con entusiasmo frasi come “L’Aquila is beautiful” oppure, in italiano, “vi porto i saluti degli abruzzesi della Nuova Zelanda”, e pensano che questo possa lenire le ferite del cuore.  Sembrano ingenui ma non è così. Per molti mesi, mentre qui tutto era fermo, hanno studiato la situazione, hanno fatto tante interviste e ieri si sono presentati con un piano. Un grande piano.
Si chiama “Abruzzo verso il 2030: sulle ali dell’Aquila”, ovvero “come rendere una regione più forte dopo un disastro naturale“. La parola magica è smart city. Ovvero la città intelligente. La terra promessa attorno a cui lavorano in tutto il mondo architetti, ingegneri, ambientalisti per costruire un pianeta migliore.
Un modello chiaro e definito di cosa sia una smart city ancora non esiste, ma l’Unione Europea ha stanziato svariati miliardi di euro per spingere almeno trenta città europee a diventare smart entro il 2020: tra le città italiane Genova ha appena vinto la gara con Torino aggiudicandosi i primi tre lotti. Ma è solo l’inizio. Il ministro Profumo ha messo sul tavolo altri 200 milioni per chi volesse realizzare progetti “smart” in alcune regioni del Centro sud. Intanto il progetto dell’Expo 2015 ha abbandonato la via degli orti urbani e preso con decisione quello della smart city ottenendo così i soldi e la tecnologia di Telecom, Cisco, Accenture, mentre altri nove partner sono in arrivo per un totale di 400 milioni di euro di fondi privati da investire in un quartiere di Milano.
Cosa vuol dire “smart”? Vuol dire meno traffico, meno inquinamento, energia pulita, niente file e tante altre bellissime cose. Il presupposto è dare Internet a tutti, persone ma anche oggetti: lo scenario sono migliaia di sensori che mandano dati in tempo reale a supercomputer che li analizzano trovando soluzioni per farci vivere meglio in città sempre più affollate. Ma non basta Internet a rendere una città intelligente.  Contano anche i materiali (più legno meno cemento, per esempio). E i comportamenti delle persone: con azioni stupide è impossibile avere una città intelligente. Insomma come ha spiegato qualche giorno fa il direttore del centro Nexa, il professor Juan Carlos De Martin, “una città digitale non è necessariamente smart, mentre una città smart è necessariamente digitale“.
Ma torniamo al piano. Oggi i professoroni guidati dagli olandesi della università di Groningen lo presentano in pompa magna nei laboratori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare del Gran Sasso, uno dei gioielli della ricerca italiana. Uno dei pochi simboli felici della regione. Non sarà un momento banale: nel corso della giornata è atteso anche il presidente del Consiglio Mario Monti che secondo molti verrà a mettere il sigillo del governo sul progetto “L’Aquila Smart City” dopo che anche Expo2015 ha detto di voler mettere a disposizione le proprie soluzioni tecnologiche per la ricostruzione. Vedremo se sarà così. Ieri pomeriggio intanto il piano è stato anticipato agli aquilani.

   Si chiama strategia di “condivisione e partecipazione”. O anche “ricostruzione dal basso”. Serve a creare consenso, ma anche a fare piani migliori. L’appuntamento era alle tre del pomeriggio nel ridotto del teatro comunale, proprio nel centro storico sventrato, tra macerie e transenne che sembrano eterne, come fossero monumenti alla nostra incapacità di ripartire. La sala era strapiena, gonfia di umori cattivi e con qualche speranza che affiorava negli applausi convinti dopo i discorsi dei professori Ocse, così belli e astratti a volte.
In ventesima fila, come un cittadino qualunque, c’era Fabrizio Barca, che non è solo il ministro che ha avuto dal premier Monti la delega ad occuparsi della ricostruzione. È anche l’artefice del piano l’Aquila Smart City. La storia è questa. L’idea di una ricostruzione intelligente non è venuta ai signori dell’Ocse, ma ai giovani architetti aquilani. Meno di un mese dopo il sisma si sono costituiti in una associazione che hanno chiamato “Collettivo 99“, dove collettivo non ha il senso di una collocazione politica, ma solo di un lavoro comune, tengono a precisare; mentre 99 è il numero che rappresenta la storia dell’Aquila, i castelli della fondazione, le piazze, le fontane.

   Insomma i giovani architetti aquilani, mentre il governo Berlusconi e la Protezione Civile di Bertolaso allestiscono in fretta case provvisorie e danno il via alla solita ricostruzione all’italiana, scrivono documenti su documenti per dire che il dramma del terremoto può essere una opportunità, perché con le nuove tecnologie si può ricostruire una città migliore, con spazi comuni diversi, verde ed energia al centro di tutto. Una smart city. Naturalmente non li ascolta nessuno.
Ma in qualche modo riescono a far sì che una parte degli otto milioni di euro raccolti da sindacati e Confindustria, in un fondo di solidarietà, vengano usati per uno studio strategico. Così arrivano al ministero dello Sviluppo Economico e lì intercettano Barca, che allora era un alto dirigente con eccellenti contatti all’Ocse. Il piano parte così. Per questo alla fine non è tanto diverso dalle cose che scrivevano gli architetti aquilani. In più dice tre cose. Indire una gara internazionale per la ricostruzione. Candidare l’Aquila a capitale europea della cultura del 2019. Diventare un laboratorio mondiale di innovazione.
Poi si sono alzati i cittadini aquilani. Con il dolore impresso sul viso e nella voce la rabbia per essere stati ignorati finora. Hanno detto che L’Aquila intelligente è una cosa bella, certo, ma prima di tutto vogliono tornare a dormire in una casa. Prima di tutto. (Riccardo Luna)

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GOOGLE: MAPPA VIRTUALE PER RICOSTRUIRE IL FUTURO DELLA CITTA’ DELL’AQUILA

da http://www.abruzzoweb.it/ del  14/6/2011

L’AQUILA – Google, in collaborazione con il Comune dell’Aquila e l’associazione nazionale famiglie emigrati (Anfe) ha realizzato ‘Noi L’Aquila’ (accessibile all’indirizzo www.noilaquila.it) un progetto che unisce diversi strumenti tecnologici della società Mountain View in un sito che intende preservare la memoria del patrimonio artistico, culturale e sociale della città dell’Aquila, duramente colpita dal sisma del 2009 e promuovere la rinascita.

(…) ‘Noi, L’Aquila’ consentirà a chiunque lo desideri di condividere un’esperienza o una memoria legata all’Aquila, da cittadino o da visitatore. Immagini, racconti, video o testi, che nel tempo popoleranno di ricordi una mappa virtuale dell’Aquila, manterranno così viva l’attenzione sulla città e la sua comunità rendendola accessibile a chiunque su internet.

   Inoltre, sempre sul sito www.noilaquila.it tutti gli interessati potranno portare avanti il progetto di modellazione 3D del centro urbano, nato alcuni mesi fa da un’idea dell’architetto inglese Barnaby Gunning.

“Il progetto ‘Noi, L’Aquila’ – ha affermato il sindaco Cialente – costituisce una sinergia nel vero senso della parola. Subito dopo il sisma del 6 aprile 2009 avevo illustrato ai miei collabortori l’idea di creare una finestra sul web per far conoscere la mia città, com’era e com’è e per promuovere i suoi principale monumenti, allo scopo di incentivare un contributo alla ricostruzione da parte della comunità nazionale e internazionale. All’epoca, però, non avevamo i mezzi né le risorse per poterla realizzare. Restò un sogno nel cassetto, direi un’opportunità mancata. Poi è arrivata questa iniziativa e la proposta, da parte di Google, di condividerla e lavorarci insieme”. (….) (s.cas.)

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L’AQUILA NON ABITA PIU’ QUI: IL CENSIMENTO IMPOSSIBILE NELLA CITTA’ TERREMOTATA

di Paolo Viana, da “AVVENIRE” del 7/10/2011

   Tra tagli e pensionamenti, le scrivanie dell`ufficio anagrafe sono tutte vuote e Gianfranco Ciccozzi ne occupa due. Seduto a quella di responsabile comunale del 15° censimento, riceve i rilevatori che danno forfait: nella città del terremoto trovare un residente a casa propria è come cercare un ago nel pagliaio e i cinque euro promessi dall`Istat per ogni modulo consegnato appaiono del tutto inadeguati alla fatica.

   Ma in un ufficio pubblico, ancorché terremotato, una scrivania non vale l`altra, ed ecco che il funzionario si sposta puntigliosamente a quella della toponomastica per spiegare, con accento emiliano, al proprietario di una casa appena costruita che la pratica sarà pure lunga ma che non si può rinunciare al proprio numero civico, perché, per rintracciare una persona, «quello è l`unico numero identificativo certo». E l`altro che gli risponde in abruzzese stretto: «Dottò, io intanto ci abito e questa è l`unica cosa certa!».

   Più di trentamila persone che vivono in abitazioni provvisorie, migliaia di imprese chiuse, uffici pubblici smembrati, una viabilità caotica e la ricostruzione del centro ancora ferma: ridare certezze all`Aquila è una missione impossibile, proprio come censire una popolazione terremotata.

   Dal tempo di Augusto, che lo indisse per sapere quante tasse far pagare alle province dell`Impero, ogni censimento si nutre di certezze: difficile dire lo stesso nei 57 comuni del cratere sismico, dove quello civico non è più un «numero identificativo certo» e consegnare una lettera può diventare un`impresa.

   L`Istat invia i suoi questionari in base alla lista anagrafica comunale ma l`aggiornamento non avviene da vent`anni e il terremoto, facendo cambiare tetto a migliaia di abruzzesi con la frequenza dei pastori dannunziani, ha dato il colpo di grazia.

   Non a caso, qui e solo qui, l`Istat ha introdotto il concetto – paradossale in una rilevazione censuaria – di “temporaneità” della dimora e questa non è l`unica deroga accordata a chi, non avendo più la propria casa, è chiamato a decidere quale alloggio dichiarare e a descriverlo.

   Elisabetta Temperilli fino al 6 aprile del 2009 dimorava nella centralissima via Roma: «dopo il sisma sono stata in hotel, poi da mia figlia e ora abito a Preturo, in un prefabbricato del progetto Case, 30 metri quadrati con la badante, ma sto cercando casa». Antonio Ciminà, ex calciatore, viveva in via Amiternum 22. Il palazzo è distrutto, lui ha scelto l`autonoma sistemazione e cambiato due appartamenti. Ora vive «da un amico, perché gli affitti all`Aquila hanno prezzi da sciacalli». Entrambi risultano residenti nelle loro vecchie case, come se il sisma non ci fosse mai stato.

   Con quest`operazione l`Istat si ripromette di individuare i residenti, fornire un quadro degli edifici e aggiornare l’anagrafe comunale. In una città di settantamila abitanti dove una persona su due non vive più a casa propria, la residenza, che per il codice civile corrisponde alla dimora abituale, diventa un concetto aleatorio.

   L`Istat ha previsto per questo che si possa dichiarare il domicilio temporaneo e, entro certi limiti, scegliere “dove” risultare residenti.

   Per salvare la coerenza statistica, sono stati create anche “sezioni fittizie” dove stoccare i dati. Non tutti dovranno rispondere alle domande relative all`alloggio; curiosamente, però, la deroga vale solo per chi utilizzerà il modulo cartaceo mentre la procedura online non ammette eccezioni.

   Deroga totale – e fatale – invece per il censimento degli edifici. Recita la circolare Istat: «Nelle zone eventualmente non agibili la rilevazione degli edifici avverrà d`ufficio tramite l`uso di informazioni in possesso del Comune». Ettari di zona rossa non saranno mai censiti, la “fotografia” degli immobili sarà quella ante-sisma.

   Tutti questi problemi potrebbero non porsi neppure se migliaia di aquilani risulteranno irreperibili al postino e ai rilevatori. Gli indirizzi provvisori dove si dovrebbero trovare gli sfollati sono certi solo in parte per i 18.000 che vivono in strutture del governo (Case e Map).

   Inoltre, per le famiglie che usufruiscono del contributo di autonoma sistemazione, conferma Altero Leone della Struttura di Gestione dell`Emergenza, «non è possibile individuare l`indirizzo in quanto gli interessati o non hanno comunicato la nuova dimora oppure non lo hanno mai indicato».

   Parliamo di 10.000 cittadini. Parecchi nutrono una vera e propria idiosincrasia per i numeri civici, forse perché l`ordinanza 3754 prevede che chi trova una sistemazione stabile perda gli aiuti dell`emergenza…

Con questi problemi si scontreranno i rilevatori (oggi sono 75) che dai 21 novembre cercheranno di rintracciare chi non ha risposto al questionario. Ciccozzi guarda con preoccupazione all`aggiornamento dell`anagrafe: «Dopo i censimenti del 1991 e del 2001 non siamo riusciti a farlo e non solo all`Aquila. A Roma sono tornati indietro 280.000 questionari…» Il suo accento emiliano e il rigore con cui cerca di difendere il regolamento anagrafico ti fanno sentire sul set di “Benvenuti al Sud” e anche il Ciccozzi, come Bisio, alla fine abbozza: «l`Istat considera fisiologico il 10% di mancate consegne – riferisce – ma noi ce ne aspettiamo di più».

   Difficile, in effetti, che si facciano vivi quei 3.000 residenti che dal giorno del terremoto non danno più notizie: sono nelle liste anagrafiche ma non hanno chiesto mai né aiuti né contributi; vien da pensare che si tratti di persone che con la città hanno ormai ben pochi legami.

   Nei palazzi della politica aquilana si inizia a temere che il censimento certifichi un esodo di massa che potrebbe mettere in discussione il ruolo del capoluogo e la ripartizione delle risorse del federalismo fiscale.

   L`assessore all`anagrafe, l`avvocato Pierluigi Pezzopane (Idv) mette le mani avanti: «l`unica certezza è che le risorse diminuiscono e che l`Aquila dovrà godere di un trattamento speciale in quanto città terremotata. Speriamo nella legge di iniziativa popolare per la ricostruzione, ora in Parlamento».

   Anche lui è sfollato: «Viviamo in paesini satelliti che prima non conoscevamo neppure e che non hanno i servizi necessari; è più che naturale che gli aquilani continuino a traslocare e tutti i giorni tornino in città, intasando la viabilità. La ricostruzione del centro è l`unica alternativa al clima di provvisorietà che ci avvolge». Che, tuttavia, in qualche caso, anziché respingere, può radicare l`aquilano a un numero civico, anche molto saldamente.

   E` il caso della delibera comunale che, a poche settimane dal sisma, aveva autorizzato la costruzione di abitazioni provvisorie: immediatamente sono sorte tremila villette che, stando al testo unico dell`edilizia, dovranno essere abbattute tre mesi dopo la fine dell`emergenza. Come si sa, sono passati più di quarant` anni e quella del Belice è ancora aperta. (PAOLO VIANA)

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Postini e rilevatori a caccia degli aquilani: uno su due ha cambiato indirizzo e migliaia non l`hanno mai comunicato Tremila “fantasmi” per l`anagrafe

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LO STORICO“La società civile è sparita, ci stiamo disperdendo”. La fotografia dell`Aquila al 6 aprile del 2009 non è né quella della capitale della cultura né dell`antica città dei tratturi. Per lo storico Raffaele Colapietra «almeno dall`ultimo secolo questa è stata una città burocratica e terziaria. Il tratturo è folclore. La realtà cittadina è rappresentata dagli uffici amministrativi e dobbiamo tenerne conto se vogliamo ricostruire la città».

   Il turismo e l`ambiente? Suggestioni interessanti, ma «i parchi sono lontani – obietta – e se si vuole investire in quella direzione non potrà farlo la città da sola e neanche il solo Abruzzo». Per Colapietra, il punto debole è «sparizione del tessuto comunitario, la cosiddetta società civile aquilana, che ha abbandonato la città, ora vive altrove, non c`è più».

   La prospettiva di una dispersione demografica è chiara e non si può neppure sperare nella rinascita delle antiche frazioni, i castelli dell`epoca prefedericiana. «Esiste una tendenza centrifuga – precisa lo storico aquilano – ma non è rivolta a obiettivi determinati. Se gli aquilani si stabiliscono a Pizzoli lo fanno in modo occasionale e ciò conduce alla lunga alla dispersione demografica».

   L`alternativa? Colapietra spiazza chi pensa che gli storici siano attaccati al passato: «Non credo nella ricostruzione, ma nella costruzione di una città nuova, moderna, con un vero centro direzionale».

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L’URBANISTA«Cinque anni senza ricostruzione e inizierà la decadenza» – «La letteratura scientifica dice che se non si ricostruisce un tessuto urbano dopo cinque anni inizia la decadenza». Pierluigi Properzi, aquilano, è vicepresidente dell`istituto nazionale di urbanistica. E’ convinto che la città si stia disperdendo anche se «questo processo è nascosto dal dinamismo della popolazione che si traduce in un brulichio delle attività che fioriscono intorno alla ricostruzione, tuttavia quelle non sono le attività di una vita associata e strutturata».

   Per l`urbanista non è facile prevedere che città uscirà dalla rilevazione: «la vera Aquila non c`è ancora perché una città ha bisogno di luoghi identitari che ora sono confinati nella memoria e nell`immaginifico di qualcuno. Deve partire la ricostruzione pesante prima di capire esattamente in quale tipo di città vivremo, tuttavia scordiamoci che l`Aquila torni a essere quella di prima: resteranno le memorie identitarie irrinunciabili ma la storia va avanti».

   I complessi del progetto Case – le famose new town su cui si sono spesi fiumi di parole – resteranno e «intorno ai servizi nasceranno nuovi poli che prima non c`erano, mi riferisco a Sassa e Bazzano». C`è una gran curiosità intorno al censimento anche tra chi deve progettare la nuova città. Il futuro è denso di incognite: «inutile far riferimento a modelli, porta fuori strada» avverte Properzi. (da “AVVENIRE” del 7/10/2011)

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“L’AQUILA, RICOSTRUIRE E’ IMPOSSIBILE”

di Giuseppe Salvaggiulo, da “la Stampa” del 28/10/2010 (ndr: riprendiamo questo articolo, “datato”, perché interessante)

– La denuncia degli urbanisti: tra dieci anni, quando i lavori saranno finiti, il centro non esisterà più –

   «Quando tra dieci anni sarà ricostruita, l`Aquila non esisterà più». A un anno e mezzo dal terremoto, l`Istituto nazionale di urbanistica, massimo ente di ricerca nel settore, ha pubblicato uno studio sulla ricostruzione che, più che un «libro bianco» come recita il titolo, è un libro molto nero.

   Si scopre che ancora non si sa chi, come e quando ricostruirà l`Aquila: il decreto legge varato nel pieno dell`emergenza parlava genericamente di un «piano di ricostruzione» rimasto lettera morta. La struttura tecnica che ha ereditato la gestione dalla Protezione civile conta solo cinque dipendenti, di cui un autista e un vigile del fuoco, senza nemmeno un architetto. Comune (guidato dal Pd Massimo Cialente) e commissario straordinario (il governatore Pd] Gianni Chiodi) presentano a distanza di pochi giorni due bandi diversi per progetti sulle stesse aree, generando effetti fantozziani nei cittadini che non sanno a quale partecipare. La deregulation urbanistica (il Comune ha detto: costruite dove vi pare) ha prodotto 1500 villette (metà delle quali abusive) in zone vincolate e persino a rischio idrogeologico.

   Il centro storico non solo resta inaccessibile, ma è persino vietato ai proprietari ristrutturare le case a spese proprie, né si sa per quanto tempo ancora. Fuori dalla zona rossa, il vaglio dei progetti non avviene a l`Aquila: è stato affidato a due consorzi universitari (valore dei contratto 12 milioni di euro) che smistano le pratiche a tecnici sparsi in tutta Italia.

   Sicché i fascicoli fanno giri incredibili prima di tornare in Abruzzo. «A me è capitato di presentare un progetto che poi è stato valutato da un perito di Forlì e da uno di Bagnara Calabra, che non sono mai venuti a l`Aquila», racconta Piero Properzi, docente di urbanistica nel capoluogo abruzzese e curatore del rapporto, a cui il sisma ha distrutto casa e ufficio.

   Gli urbanisti dell`Inu – al dossier, presentato a Venezia nell`ambito della rassegna UrbanPromo, hanno lavorato 170 studiosi – non sono talebani e anzi riconoscono alla Protezione civile di aver fatto un miracolo nella costruzione delle new town («Case di qualità costruite in cinque mesi, record mondiale»). Però, spiega Properzi, «l`intervento straordínarío funziona benissimo per l`emergenza, malissimo per governare». Tanto da costringere I`Inu a fare una richiesta disperata e paradossale: «Serve una legge speciale per ripristinare le procedure normali».

   A cominciare dall`approccio di fronte alla città distrutta dal quattordicesimo terremoto della sua storia.

   Marco Romano, docente di estetica della città a Milano, usa una metafora sanitaria: «Quando uno arriva in ospedale spappolato dopo un incidente, la prima cosa che si guarda è il cuore: se non funziona quello, inutile rimettere a posto il resto. Ecco, il cuore dell`Aquila, il centro storico, finora è stato ignorato. La Protezione civile ha deciso di partire dalle fratture agli arti».

   Così nascono le new town, 19 quartieri per 21 mila persone (ora ce ne sono 15 mila) su aree agricole attorno alla città «scelte frettolosamente – spiega Federico Oliva, presidente dell`Inu – e assecondando un calcolo politico, non un disegno strategico».

   Il rischio è che quando la ricostruzione sarà finita, il centro storico sarà privo di negozi e residenti, tutti definitivamente emigrati nelle nuove periferie. E le new town, polverizzate sul territorio lungo un asse di 14 chilometri, diventeranno «ghetti per marginalità sociali».

   Inoltre L`Aquila, così atomizzata, «da città dei parchi si trasformerà nella più motorizzata d`Italia, un luna park di mobilità impazzita, perché per ogni cosa bisogna prendere l`auto». Problemi in parte già esistenti, visto che il Comune fatica a fornire gli scuolabus e alcuni genitori hanno fondato un comitato di protesta.

   «Qui tutti si sentono dei piccoli Bertolaso», chiosa Properzi. Che vede ancora più nero per il futuro: tra archistar e fondi immobiliari scatenati, elezioni comunali alle porte (si eleggerà il sindaco della ricostruzione) e strane imprese campane che si offrono agli aquilani con generosi prestiti, «l`assalto alla diligenza è destinato a continuare».

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L’AQUILA E LA SINDROME DA ISTITUZIONALIZZAZIONE

di Emanuele Sirolli [*], da lavoroculturale.org (http://www.lavoroculturale.org/ ) del 16/12/2011

– Lo stato della popolazione aquilana emerso da una ricerca e da un progetto di ascolto attivo realizzato dal Gruppo di Umana Solidarietà nelle new towns de L’Aquila post-sismica –

   Il G.U.S. (Gruppo Umana Solidarietà) è un’Organizzazione Non Governativa basata sulla laicità, la solidarietà e la giustizia sociale, che dal 1993 interviene a supporto di popolazioni afflitte da guerre o calamità naturali.

   Dopo il sisma del 6 aprile 2009 il G.U.S. ha immediatamente fornito il proprio sostegno alla popolazione aquilana e in seguito alla prima fase emergenziale ha deciso di restare a L’Aquila per continuare ad offrire, in collaborazione con i volontari aquilani, il suo contributo alla popolazione, con l’obiettivo di ricostruire la rete sociale locale che il sisma e soprattutto la nuova pianificazione territoriale avevano disgregato.

   Due anni dopo il sisma, infatti, solo la minima parte della popolazione aquilana è rientrata ad abitare nelle proprie abitazioni, la maggior parte vive o in abitazioni provvisorie (autonoma sistemazione) o in casette di legno removibili (soluzione adottata solamente nei piccoli paesi limitrofi a L’Aquila, non in città) o nei progetti C.A.S.E., 19 grandi agglomerati abitativi periferici alla città che ospitano più di 15000 persone.

   I progetti C.A.S.E. sono generalmente luoghi isolati dal contesto urbano, privi di servizi
sociali e di negozi, e scarsamente collegati con i luoghi di aggregazione sociale che a fatica tornano a esistere nei pressi del centro cittadino.

   In tale realtà si è svolto il progetto “Centra L’Ascolto”, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali [1], grazie al quale il G.U.S., con il supporto dell’Associazione 180 Amici L’Aquila ONLUS, è stato presente sul territorio con un camper che si è spostato tra i progetti C.A.S.E. di Cese di Preturo, Coppito 3 e Paganica 2 offrendo un servizio di ascolto attivo alla popolazione.

   La durata complessiva del progetto è stata di sei mesi, due mesi per ciascun progetto C.A.S.E. selezionato. Parallelamente al servizio di ascolto attivo sono stati somministrati dei questionari alla popolazione delle tre new town volti a indagare lo stato psicofisiologico dei residenti e ad individuare loro eventuali bisogni o problematiche.

   I test utilizzati sono stati proposti in due momenti: all’inizio della presenza al centro di ascolto e alla fine dell’intervento (circa 2 mesi). L’intervista conteneva: domande per acquisire dati socio-anagrafici, domande aperte sugli effetti e la programmazione degli interventi, test MANSA (Manchester Short Assesement quality of life) per registrare gli indicatori soggettivi e oggettivi della qualità della vita, test BSI (Brief Symptom Inventory) per valutare il livello dei sintomi psichiatrici e fisici e il test IES-R (Impact of Event Scale) per valutare le situazioni di disagio legato agli eventi della vita.

   La modalità di campionamento della popolazione è stata casuale, un campanello ogni tre di ciascun complesso residenziale selezionato e sono stati somministrati 198 questionari in tutto. La maggior parte degli intervistati 98% ha subito il trauma del terremoto e il 92% sono stati accolti in campi o in alberghi nel periodo successivo al sisma.

   Nell’analisi dei dati si riscontra un sensibile aumento del consumo di farmaci (prima del terremoto consumavano farmaci il 20% della popolazione, dopo il sisma il consumo è salito al 41%), i principali disturbi sono relativi a problemi cardiaci, renali, tiroidei, diabete, ansia, depressione e insonnia. Nell’analisi della IES-R la presenza di sindrome post traumatica da stress (PTDSD) non sembra essere rilevante.

   Attraverso un’analisi qualitativa delle informazioni raccolte con l’ascolto attivo e l’organizzazione di eventi relativi al progetto “Centra L’Ascolto” la popolazione risulta essere tendenzialmente apatica, depressa, incapace di pianificare il futuro e di immaginarlo in positivo e tendente alla delega.

   Tutte queste sintomatologie possono essere riferite alla PTDSD ma questa paradossalmente non sembra essere stata rilevata neanche da altri studi [2].

   Personalmente ritengo che lo stato della popolazione aquilana non sembra essere dovuto al sisma stesso ma alla gestione post-sismica dell’emergenza che ha indotto determinati processi di pensiero della popolazione. Processi di pensiero non molto dissimili a quelli individuati da Barton nel 1959 in persone affette da “sindrome da istituzionalizzazione” o “institutional neurosys”.

   Alcuni cenni storici per meglio comprendere di cosa stiamo parlando e perché questo raffronto apparentemente estremo: la popolazione aquilana dopo il 6 aprile 2009 è stata soggetta alla più grande evacuazione della storia italiana dopo la seconda guerra mondiale, in tre giorni circa 33000 persone sono state accolte in 187 campi e la restante parte della popolazione (circa 30000) è stata trasferita in alberghi perlopiù situati sulla costa abruzzese.

   Tale condizione è rimasta invariata per 9 mesi. Il comune e gli enti locali sono stati esautorati e sostituiti da Dipartimento di Comando e Controllo per due anni circa.

   Tale metodo d’intervento è stato già stato usato precedentemente negli Stati Uniti a seguito di catastrofi naturali (confronta “Shock Economy” di Naomi Klein, 2009, per permettere, secondo l’autrice, di imporre alla popolazione un repentino cambiamento dei propri stili di vita a favore di un “liberismo hard”).

   In Louisiana, per esempio, a seguito dell’uragano Katrina la popolazione è stata evacuata per mesi e nel frattempo sono state chiuse tutte le scuole e gli asili pubblici e sostituiti con scuole e asili privati (ibidem). A L’Aquila sono state costruite in 9 mesi 19 new town molto spesso in luoghi (parco nazionale) dove nessuno avrebbe mai permesso la costruzione prima del terremoto.

   Le soluzioni ottenute non sono mai state confrontate con la popolazione che ha da sempre richiesto la ricostruzione delle proprie abitazioni e del centro storico e non una nuova riedificazione. Numerose sono state le speculazioni e tuttora non c’è un piano di ricostruzione della città, così come non ci sono i fondi per attuarla. Tutti i fondi a disposizione sono stati utilizzati per le new town.

   Come è possibile che la popolazione si ribella solo 10 mesi dopo a tutto questo? A cosa è dovuto questo ritardo di presa di coscienza? Perché ancora oggi le persone che abbiamo potuto conoscere nel nostro lavoro di ricerca sono ancora tendenzialmente apatiche, depresse e gestiscono con difficoltà la loro vita?

   Probabilmente perché la lunga permanenza in campi e in alberghi e poi la vita in contesti lontani dalle abitudini precedenti possa aver causato una sorta di “istituzionalizzazione soft” della popolazione, mi riferisco alle teorie di Goffman, Foucault, Basaglia, Burton.

   Secondo Goffman “l’istituzione totale è il luogo in cui gruppi di persone risiedono e convivono per un significativo periodo di tempo.” I tratti distintivi di detta istituzione sono: l’allontanamento e l’esclusione dei soggetti istituzionalizzati, l’organizzazione formale e centralmente amministrata del luogo e delle sue dinamiche interne, il controllo operato dall’alto sui soggetti-membri.

   In base a questa teoria possiamo considerare i campi di accoglienza, così come gli alberghi delle “istituzioni totali”.

   “Oltrepassato il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale (risultato della malattia che Barton chiama institutional neurosis e che chiamerei semplicemente “istituzionalizzazione”); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità. […]

   L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata sui tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo.” (Franco Basaglia, La distruzione dell’ospedale psichiatrico).

   Rileggere le parole di Franco Basaglia alla luce di quanto è successo e sta tuttora succedendo a L’Aquila conduce ad un risultato sorprendente: non servono mura di coercizione fisiche ma, al pari del prigioniero di Goffman o dell’internato di Basaglia, la vita dei cittadini aquilani dimostra che ciò che accade in un’istituzione totale è applicabile ad una società libera. Il campo di accoglienza è un “ammassamento di corpi e non di energie”, per dirlo con le parole di Foucault.

   Possiamo ritenere che la popolazione aquilana sia stata generalmente affetta da una “sindrome da istituzionalizzazione”: una condizione psicopatologica che è possibile riscontrare sia in soggetti sottoposti ad una lunga permanenza in istituzioni chiuse sia anche in soggetti la cui struttura di vita sia improntata al rispetto di rigide e restrittive regole comportamentali.

   È denominata in letteratura come “nevrosi istituzionale” ed è generalmente caratterizzata da chiusura in se stessi, indifferenza verso il mondo esterno, apatia, regressione a comportamenti infantili, atteggiamenti stereotipati, rallentamento ideico; è inoltre possibile che il soggetto elabori convinzioni deliranti di tipo consolatorio: i cosiddetti “deliri istituzionali” (ideazioni di cui il soggetto è radicalmente convinto ma che non presentano riscontri nella realtà oggettivabile).

   L’essere allontanati dalla propria casa, dal luogo del trauma ha inoltre non permesso alla popolazione aquilana di elaborare velocemente il trauma subito; per molti di loro è come se il tempo si fosse fermato al momento del terremoto. Alcune persone non sono mai più tornate a vedere la propria casa, è come se dopo la morte di una persona cara non si partecipasse al suo funerale (che ricordiamo ha la funzione psicologica di elaborare il lutto).

   Infine dopo circa due anni di sopravvivenza in condizioni precarie la popolazione aquilana si ritrova a vivere non nella propria casa, con il proprio vicinato, nella sua rete sociale di appartenenza ma in luoghi “altri” lontano dai suoi contesti di vita, vicino a persone che non conosce e lontano da negozi e da qualsiasi luogo di aggregazione (fatta eccezione per la tenda chiesa, sempre presente nelle new town).

   La popolazione aquilana ha bisogno di molto tempo per poter tornare a vivere adeguatamente, la storia ci ha insegnato che è molto facile creare contesti istituzionalizzanti e allo stesso tempo è molto impegnativo superare tali contesti e le problematiche socio economiche di questo periodo sicuramente non aiutano. Gli aquilani si stanno muovendo, ma forse non abbastanza. EMANUELE SIROLLI [*]

[*] Psicologo, collaboratore alla ricerca per il progetto “Centra l’Ascolto”.

[1] Ai sensi della lettera f) della legge 383/2000 (direttiva annualità 2009).

[2] Cfr anche progetto SPES “programma di supporto psicosociale e tutela della salute mentale per l’emergenza sisma”, Casacchia M., 2009.

da lavoroculturale.org (http://www.lavoroculturale.org/ ) del 16/12/2011

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MONTI, L’AQUILA E LA TAV

di Alberto Puliafito,da “il Fatto Quotidiano” del 18/3/2012

   Mario Monti si è meravigliato della situazione, in visita all’Aquila. E anche se ha speso parole di elogio per Gianni Letta (ennesima dimostrazione della continuità formale fra il suo Governo e quello di Berlusconi), la relazione prodotta dal Ministro Fabrizio Barca, del suo esecutivo, se analizzata fra le righe dei pilastri fondamentali, non fa che dimostrare una cosa: che le istanze di tutti quegli esponenti della società civile che protestavano e, fin dal mese di aprile del 2009, poco dopo il terremoto, si erano spesi per mettere in guardia a proposito della facile propaganda governativa sui “miracoli aquilani” di Berlusconi e Bertolaso erano assolutamente centrate.
Altrimenti non si spiega come mai nella sua relazione il ministro Barca rilevi la necessità di trasparenza, di raccogliere e diffondere dati in maniera esaustiva ed esplicativa; come mai, a distanza di tre anni, si parli della necessità della partecipazione delle popolazioni locali alla ricostruzione e allo sviluppo; come mai si inviti a redigere le white list delle imprese virtuose per mettere al riparo la città dalle infiltrazioni mafiose nella ricostruzione.

   La relazione, senza esplicitare le critiche, è una cartina di tornasole perché rivela l’assenza di dati certi delle spese nella prima fase emergenziale, evidenzia i costi degli interventi permanenti (le famigerate C.A.S.E.) e le lungaggini per partire con la ricostruzione pesante.
Insomma, leggendo fra le righe – con buona pace di Monti che elogia Letta – vi si trova il più grande fallimento del Governo Berlusconi, raccontato agli italiani come il suo più grande successo. D’altro canto, lo stesso Monti ha ammesso: «Non immaginavo una situazione del genere». (…)
All’Aquila la democrazia della comunicazione era stata sospesa. La situazione è molto simile a quel che accade in Val di Susa a proposito della Tav: il pensiero unico che veicola, fatte salve rare eccezioni, le ragioni del sì alla grande opera, come l’unica soluzione possibile (è la stessa retorica con cui si è raccontato all’Italia l’intervento all’Aquila, con la costruzione di 4.500 appartamenti ex novo che hanno come risultato il fatto che a distanza di tre anni dal sisma ancora la metà della popolazione vive lontana dalle proprie abitazioni e che i 19 “new village” snatureranno per sempre il tessuto sociale e urbano della città).
Forse, vista la “sorpresa” di Monti in visita al capoluogo abruzzese terremotato e che stenta a ripartire, come spiega bene la relazione di Fabrizio Barca, bisognerebbe invitare il premier al “cantiere” di Chiomonte. Così si potrebbe sorprendere ascoltando le ragioni di centinaia di tecnici che spiegano per filo e per segno il “no” alla Tav e si potrebbe meravigliare vedendo di persona il cantiere-che-non-c’è.
La sospensione della democrazia (della comunicazione e non solo) all’Aquila e in Val di Susa hanno molti punti in comune. (Alberto Puliafito)

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LIBRO SU COSTRUZIONI E TERREMOTO «ATTENZIONE ALLA SPECULAZIONE»

da http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/ del 20/3/2012

L’AQUILA. «L’Aquila è una facile preda per una generalizzata e spietata speculazione edilizia». A lanciare l’allarme sono Simonetta Ciranna e Manuel Vaquero Pineiro nel volume «L’AQUILA OLTRE I TERREMOTI. COSTRUZIONI E RICOSTRUZIONI DELLA CITTÀ» presentato nell’auditorium della Carispaq. La presentazione del volume è stata curata da Gaetano Sabatini, professore di Storia economica di Roma Tre, e da Gianfranco Spagnesi, professore di Storia dell’architettura della Sapienza.

   «La ricostruzione dell’Aquila non solo offre l’occasione di riflettere sulla governance del territorio e dei fenomeni urbani» spiegano gli autori «ma anche di rimettere al centro della scena il fragile destino di una città, colpita dalla natura e non sorretta da un favorevole contesto politico-economico. La speculazione temiamo potrebbe essere legata al cambio d’uso dei suoli, all’edificazione pur in presenza di popolazione in calo, alla creazione di patrimoni immobiliari dove prima non c’erano, alla crescita delle rendite da affitti e vendite».

   Un quadro a tinte fosche i cui meccanismi sono di difficile gestione e che viene indagato nel testo ripercorrendo le tappe principali della storia della città, dalla sua fondazione.

One thought on “Le 19 NEW TOWN de L’AQUILA: così non si ricostruisce una città – la DISPERSIONE DEMOGRAFICA della popolazione colpita dal sisma – In che modo riportare a vera vita l’Aquila (in un’epoca di generale crisi economica e culturale) – la possibile creazione di una CITTA’ NUOVA CHE GUARDA AL FUTURO (assieme ma oltre la riproposizione del suo nobile passato)

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