PIAZZA FONTANA, la fine del sogno di un mondo nuovo e l’innocenza perduta – il VENETO NEOFASCISTA della fine degli anni ‘60 (esportatore di bombe e morte) ma anche il VENETO DEL CORAGGIO di chi denuncia la violenza (un professore, Guido Lorenzon, due magistrati, Calogero e Stiz)

L’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano dopo lo scoppio della bomba (alle 16.37 del 12 dicembre 1969) che provocò 17 morti

Per un volta questo blog geografico si allontana dal tema che è connaturato ad esso, cioè la GEOGRAFIA (nelle sue diverse rappresentazioni dei luoghi, dei territori, descrittive e propositive); per parlare di quello che sta diventando in queste settimane un AVVENIMENTO  antropologico e mediatico assai significativo: ci riferiamo all’uscita, nelle sale cinematografiche del film del regista Marco Tullio Giordana “ROMANZO DI UNA STRAGE”.

   Abbiamo detto “avvenimento antropologico” perché, improvvisamente, ha risvegliato il passato di una nazione, emotivamente, dolorosamente, ricordando un accadimento che ha segnato gli ultimi 40 e più anni della nostra epoca (dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso ad oggi).

   Il film parla della strage avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano alla Banca Nazionale dell’Agricoltura  (17 morti e 84 feriti) con un attentato terroristico con un bomba lì messa da gruppi neofascisti veneti; e con l’istigazione e l’appoggio di parte degli apparati dello Stato (militari, dei servizi segreti…) cosiddetti “deviati” (questa interpretazione è data dalla ricostruzione documentale, storica e giudiziaria: i veri colpevoli di fatto non sono mai stati definitivamente condannati).

   Tutta la tragica vicenda che ha portato a diciassette vittime innocenti a Piazza Fontana è comunque il risultato di moltissimi fatti ed elementi assai complessi, e per la sua “lettura” il più esaustiva possibile (ancora non lo è esaustiva per nessuno) vi rimandiamo agli articoli che abbiamo inserito in questo post, che appunto tentano di darne una traduzione di quel che è accaduto e le responsabilità.

   Quel che qui dobbiamo aggiungere “di nostro” è come lo spunto ideologico, e poi operativo, nel commettere la strage, provenga dal Veneto. E molto di quella terribile epopea denominata “strategia della tensione” (che dal 1969 al 1980, dai neofascisti alle Brigate Rosse, portò a 12.690 attentati con 362 morti e 4.490 feriti) “debba molto” al Veneto. A partire da Piazza Fontana: ideologi ed esecutori della strage sono, dai riscontri dei fatti, considerati i neofascisti veneti.

   Pertanto il tentativo di colpo di stato (con la strategia terroristica violenta) nasce nelle “tranquille” realtà sociali padovane, trevigiane, veneziane; per poi propagarsi nei veri centri del potere economico e politico di quel momento (appunto Milano in primis: da lì si iniziò con la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in quel pomeriggio del 12 dicembre 1969).

   E’ pur vero che al Veneto “nero”, fascista, di quell’epoca, ad esso si è contrapposto chi, sempre veneto, ha denunciato con coraggio quelle trame eversive: la rivelazione della pista nera fascista sulle stragi è “merito” di un professore di scuole medie (GUIDO LORENZON) di Arcade (un paesino del trevigiano) che rivelerà a un giudice (GUIDO CALOGERO) e poi a un pubblico ministero (GIANCARLO STIZ) notizie avute sui veri autori neofascisti degli attentati (mettendo in quelli anni a rischio la propria vita e dei suoi famigliari).

   La “strategia della tensione” partita in quelli anni ha impedito la modernizzazione del “paese Italia”, nel senso di una democrazia matura, capace di essere uno “Stato di tutti i cittadini” (e non di “più stati” e lobby interne che si contrappongono nella conquista del potere).

da una scena del film di Marco Tullio Giordana “ROMANZO DI UNA STRAGE”

Il film “Romanzo di una strage” riapre uno squarcio salutare sul vissuto italico di quelli anni così importanti. Pur con dei limiti (nel film, nella narrazione), che appaiono paradossali, quasi inspiegabili, per un regista della levatura di Marco Tullio Giordana. La cosa più contraddittoria appare verso la fine della proiezione: si deduce che non è stata una “sola” bomba a scoppiare alle 16.37 di quel pomeriggio del 12 dicembre nella sala della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Ma ben due bombe messe in due valigette affiancate sotto un tavolo: una portata dagli anarchici (ma di debole potenza e che sarebbe dovuta scoppiare due ore dopo quando in banca non c’era più nessuno) e l’altra “neofascista” di grande potenza, fatta di dinamite, che scoppierà subito (facendo ovviamente scoppiare anche l’altra). E, in forma ancor più paradossale ed improbabile, si dice che tutti gli attentati di quell’anno e in altri luoghi a Milano e a Roma, le bombe erano sempre due… attentati alcuni riusciti e altri senza scoppi, senza conseguenze (ma in quelli non “riusciti” ci si avrebbe dovuto accorgere della “doppia bomba”?!…o no?…). Questa tesi il regista la ha ripresa da un libro-inchiesta di Paolo Cucchiarelli (“Il segreto di Piazza Fontana”), ed è stata completamente “smontata” da un libro di 132 pagine di ADRIANO SOFRI dal titolo “43 anni” che è stato messo dall’autore gratuitamente online su http://www.43anni.it/ (che vi invitiamo a leggere, dato il suo rigore scientifico nel parlare della tragica vicenda).

   Nonostante i limiti interpretativi e narrativi del film, questo doloroso excursus storico di quella strage e quelli anni, rappresentato cinematograficamente, risulta di considerevole pregio e interesse (pertanto consigliamo di andare a vedere questo film). Una possibilità storica irripetibile (l’evento del film) per curare delle ferite nascoste della comunità italica nate in quelli anni, e che sono nel DNA comune di chi ha vissuto (seppur magari ancora bambino) quell’epoca. Ma forse ancor di più è utile e proficua, la narrazione di quegli avvenimenti, a chi è nato dopo il 1969: per conoscere e far proprio quel “peccato d’origine” nazionale irrisolto, e poter “liberare” ciascuno, specie appunto i giovani, delle energie e creatività necessarie a un futuro europeo e mondialista. (sm)

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IL FILM SU PIAZZA FONTANA. E UNA TESTIMONIANZA IN DIRETTA: LA MIA

di Mario Scialoja, da “L’Espresso.blog” del 2/4/2012 (http://scialoja.blogautore.espresso.it )

   Ho visto in ritardo il film di Marco Tullio Giordana sulla strage di Piazza Fontana. Le riflessioni, le critiche, le valutazioni contrapposte si moltiplicano. Come è giusto che sia.
Non sono un critico cinematografico, non mi atteggio a storico – ricercatore, una categoria inflazionata e spesso poveramente rappresentata. Ma sento il bisogno di parlare di quelle vicende che mi riguardano direttamente, mi hanno coinvolto emotivamente (come dirò) e professionalmente.

   Non solo perché per anni ho lavorato all’Espresso a cronache e inchieste su Valpreda, Merlino, Delle Chiaie, piste nere, Freda e Ventura, istruttorie di Stiz e D’Ambrosio, omicidio del portiere Muraro, servizi manipolatori e manipolati, La Bruna, Giannettini, Maletti…

   E su, su, fino all’ammiraglio Eugenio Henke (capo del Sid dal 66 al 70, poi Capo di Stato Maggiore della Difesa), oggi stranamente dimenticato, ma che fu il vero dominus della strategia della tensione: uomo di raccordo tra i gruppi e i servizi della destra Usa e i servizi italiani che hanno supportato e manovrato i bombaroli neofascisti. Insomma il mondo che ha ruotato attorno a Piazza Fontana e la sua lunga coda.

   Dicevo che sono coinvolto non solo per gli anni dedicati a tutto questo, ma perché io c’ero. Voglio dire che c’ero nel salone della Banca dell’Agricoltura meno di cinque minuti dopo lo scoppio della bomba.
E adesso, con le immagini del film di Giordana, mi preme far tornare a galla i ricordi di quell’evento che, casualmente, mi ha coinvolto così da vicino. E darne testimonianza.

   Quel 12 dicembre ero a Milano con amici romani, in vacanza. Lavoravo da un paio d’anni all’Espresso e avevo dato l’esame da professionista l’anno prima.

   Verso le 16 e 10 esco da solo dalla Rinascente (sul lato di Piazza Duomo dove c’è la Galleria) per andare a fare una passeggiata turistica. All’epoca conoscevo poco Milano. Dopo un po’, quando mi trovo davanti alla facciata della chiesa, sento un boato forte, ma come un po’ soffocato. Istintivamente guardo l’ora e il mio orologio, che andava indietro, faceva le 16,35.
Mi dirigo velocemente dalla parte in cui ho sentito il botto e subito vedo persone che corrono giù lungo la strada che fiancheggia il lato destro della piazza. “E’ scoppiata la banca”, gridano alcuni.
Per pura curiosità comincio a correre in senso opposto alla gente che scappa. Tra il lato destro di Piazza Duomo e Piazza Fontana ci sono meno di 300 metri (a occhio, non ho mai controllato). Quando arrivo davanti alla pesante facciata della banca devono essere passati meno di cinque minuti dallo scoppio.
Dal portone spalancato e dalle finestrone frantumate esce ancora polvere. Non fumo.
Per terra uno strato di vetri rotti e calcinacci. Davanti all’ingresso non più di 4 o 5 persone ferme, in silenzio. Vicino a me un ragazzo con un grande grembiule bianco, forse cameriere in un bar. Ci guardiamo un attimo e, come d’intesa, entriamo nel breve ingresso che porta al salone della banca. Difficile camminare sullo strato di vetri e detriti.

   La prima cosa che vedo, sul lato sinistro, per terra, è un uomo appoggiato al muro con le gambe tese. Vedendolo di lato, da destra, sembra solo accasciato. Quando mi avvicino e gli vado davanti mi accorgo che tutta la parte sinistra della faccia non c’è più, un teschio nero, carbonizzato. Un orrore che mi colpisce la pancia, ma lascia il cervello vuoto, come anestetizzato.
Faccio qualche passo dentro il salone e mi accorgo che ci sono tre o quattro persone, entrate prima di me, che si muovono lentamente guardando per terra.
Inutile descrivere la scena, è quella ben nota delle foto e anche del film arrivato adesso. Tutto frantumato, il grande buco nero al centro, fogli sparsi dappertutto. E polvere, molta polvere che copre ogni cosa.

   Però io vedo anche qualcos’altro. Una gamba su un pezzo di tavolo rotto e, sotto una sedia, una mano con mezzo braccio. E’ la mano, soprattutto la mano, che mi fa capire che per me basta così. Decido di uscire. Non ricordo niente del mio tragitto verso l’esterno e neanche dove fosse finito il ragazzo col grembiule bianco.
Quando sono sulla soglia vedo arrivare la prima volante, polizia o carabinieri, non so. E, pochi secondi dopo, la prima ambulanza. Mi fermo fuori. In pochi minuti cambia tutto. Arrivano altre volanti, altre ambulanze, le macchine dei pompieri… Il piccolo gruppo di persone che si è radunato davanti alla banca viene fatto arretrare. Vengono messe le transenne.
Rimango anche io lì fuori. Ho visto, vorrei sapere cosa è stato. Passano dei minuti, non pochi, e da alcuni pompieri arrivano le prime voci. “E’ scoppiata la caldaia”. La caldaia ? “Si, la grande caldaia che stava sotto…”.
Allora giro l’angolo e vado in un bar a telefonare al giornale. Parlo col direttore, Gianni Corbi. Guarda che qui in una banca è scoppiata una caldaia, ci sono molti morti, una cosa tremenda… Sicuro che è la caldaia? chiede lui. Così dicono i pompieri. Allora stai lì, segui e fammi sapere.

   Torno davanti alla banca. Quanto tempo passa prima dell’arrivo del primo mormorio riguardo alla bomba, non sono in grado di dirlo. Poi però, rapidamente, il mormorio diventa notizia. ”E’ stata una bomba”.
Ritelefono a Corbi. Della bomba ha appena dato notizia l’Ansa. Mi dice di aspettare l’arrivo di Camilla Cederna sul posto.
La Cederna arriva, gentile, un po’ concitata. Comincio a raccontare. Si accorge che sono parecchio sconvolto e mi consiglia di andare a dormire. Ci vediamo con calma domani mattina a casa mia, dice. Avremo le idee più chiare.
La mattina dopo gli faccio il rendiconto completo. Mi spiega che il direttore aveva deciso che fosse lei a scrivere il pezzo e che doveva citare il mio racconto come testimonianza.
Così è stato. Al momento mi seccai del fatto che il direttore avesse deciso di mettere tutto in mano a Camilla. Poi, capii che aveva avuto ragione, ero ancora giornalista considerato di primo pelo e, soprattutto, troppo coinvolto emotivamente. Comunque, negli anni successivi, ho avuto ampiamente modo di dedicarmi alla materia.

   Adesso due parole sul film. Nel complesso non mi è dispiaciuto e trovo la drastica stroncatura fatta da Goffredo Fofi decisamente eccessiva. Giordana e gli sceneggiatori Rulli e Petraglia hanno fatto uno sforzo per sintetizzare vicende ampie, complesse, intricate, diramate in cento rivoli. Non era facile e, a volte, hanno risolto i problemi muovendosi in superficie e lasciando nell’ambiguità alcuni risvolti.
Ma i veri difetti del film a mio avviso sono due.
Il primo è di aver idealizzato eccessivamente la figura del commissario Calabresi. Presentandolo come un poliziotto gentiluomo che soccorre i giornalisti pestati dai celerini. Non era esattamente così. Si può capire la voglia di riabilitare la figura del commissario e di umanizzare il personaggio protagonista, ma qualche eccesso poteva essere evitato.

   Ma il difetto più serio è che tra tutti i libri e le inchieste sulle bombe del 12 dicembre e dintorni che Giordana poteva trovare come filo conduttore (”liberamente ispirato da…”) sia andato a scegliere proprio il peggiore. Quello di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, pieno di inesattezze, forzature, scenari immaginari spacciati per verità accertate.
Come la fantasiosa versione della doppia bomba (”buona” quella anarchica e “cattiva” quella fascista), della doppia borsa, del doppio taxi… Un’amenità che Adriano Sofri, nel suo istant book “43 anni” già pubblicato on line, si fa carico di distruggere meticolosamente.
La sceneggiatura del film ha tentato di attenuare un po’ questa versione fantastica, presentandola come scenario possibile e verosimile. Sta di fatto che, purtroppo, chi vede il film senza essere un esperto di piste nere e stragi di stato (cioè il 99 per cento delle persone) si fa l’idea che quella fantasia sia l’esatta versione dei fatti.

   E questo non è certo un buon risultato, soprattutto per i giovani che, nelle intenzioni del regista, dovrebbero uscire dalla sala almeno un poco informati su uno dei più drammatici periodi della nostra storia.
Aggiungo, per chi ha visto il film e può capire, che quando sono stato nel salone della Banca dell’Agricoltura pochi minuti dopo lo scoppio non ho sentito nessun odore di mandorle amare. Solo odore, e sapore, di polvere e calcinacci. (Mario Scialoja)

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LA REPUBBLICA DELLE TENEBRE. SE IL CINEMA CERCA LA VERITÀ

di GIANFRANCO BETTIN, da “il Mattino di Padova” del 28/3/2012

   Si svolge a Padova una delle prime scene di Romanzo di una strage il film di Marco Tullio Giordana sull’attentato alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, che fece diciassette morti e ottantaquattro feriti.

   Vi si vede l’acquisto, da parte dei neofascisti padovani guidati da Franco Freda, dei timer per le bombe usate negli attentati che nel 1969 scuoteranno il paese in un crescendo impressionante, dalla bomba contro lo studio del rettore padovano Opocher a quelle su otto treni nella notte tra l’8 e il 9 agosto fino, appunto, a piazza Fontana.

   Altri luoghi della nostra regione trovano posto nel film e in questa nera, feroce storia di potere cinico e di delirio ideologico. Mestre e Venezia, in primo luogo, dove in quegli anni ha sede il gruppo che resta più a lungo segreto, Ordine Nuovo di Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, tuttora sotto processo per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 1974 e già imputati e assolti, dopo alterne vicende, per piazza Fontana, e poi Treviso e Castelfranco, con il gruppo di Giovanni Ventura.

   A questo gruppo veneto, la sentenza definitiva della Cassazione riconosce la responsabilità operativa della trama culminata con la strage del 12 dicembre, anche se, assolti in precedenti processi, Freda e Ventura non possono più essere giudicati mentre per gli altri protagonisti non è stato possibile dimostrare in tribunale la specifica responsabilità.

   Ma è quello il contesto locale della strage. Come lo è di coloro che per primi hanno intuito qual era la pista giusta e l’hanno seguita, tra mille ostacoli, depistaggi e persecuzioni. Sono il commissario Pasquale Juliano della questura di Padova, che segue da subito la pista di Freda, e verrà prima sospeso dal servizio con accuse false e quindi allontanato da Padova fino a lasciare la polizia, e il portinaio ed ex carabiniere padovano Alberto Muraro, fatto precipitare nel vano scala del condominio in cui prestava servizio e dove aveva visto qualcosa che non doveva vedere e che aveva accettato di testimoniare.

   Sono i magistrati Pietro Calogero e Giancarlo Stiz della procura di Treviso (e il fedele collaboratore, il maresciallo dei carabinieri Alvise Munari) che, con pochi mezzi e tra diffidenze e boicottaggi, indagano tenacemente sulla pista nera, e il trevigiano Guido Lorenzon, amico di Ventura che da una sua spavalda confidenza capisce che è implicato nella strage di Milano e si reca in Procura a raccontarlo e finirà a sua volta minacciato, dileggiato, ma terrà fede alla verità.

   Se li avessero ascoltati e aiutati la nostra storia sarebbe stata diversa. Sono, costoro, l’altra faccia della società civile e delle istituzioni, che consentirà di resistere all’assalto più pericoloso sferrato contro la democrazia e infine, sia pure a prezzo di ferite e compromessi, di prevalere.

   C’è una scena cruciale, nel film di Giordana, al quale va anche il merito di aver illuminato questo aspetto finora rimasto in ombra: è il drammatico colloquio al Quirinale, subito dopo la strage, tra il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il ministro degli esteri e leader della Dc Aldo Moro.

   Moro ha capito tutto della strage e della trama nera, come Saragat, ma ha reazioni diametralmente opposte a quelle del capo dello Stato, che intende cavalcare la paura del disordine, alimentando la tesi della pista rossa o anarchica che, sulla scia delle grandi mobilitazioni operaie e studentesche dell’”autunno caldo”, può dare la spinta finale alla richiesta d’ordine che sale da settori importanti della società italiana e incontra l’adesione di parte dell’amministrazione degli Usa (e degli apparati Nato e Cia, soprattutto quelli presenti in Italia e in diretta relazione con i nostri servizi segreti e con gli altri apparati di sicurezza, in particolare con l’Ufficio affari riservati del Ministero degli Interni, guidato da Federico Umberto d’Amato, personaggio chiave e descritto benissimo nel film).

   Lo scontro tra Moro e Saragat è una delle scene chiave e più inquietanti del film e della nostra storia contemporanea. Romanzo di una strage ha il merito di illuminarlo nitidamente e quanto più lo illumina tanto più ci appare chiaro che la nostra repubblica ha un cuore di tenebra, fin dalle origini.

   Pulsando oscuramente ha ordito intrighi, delitti, stragi, ha impedito una piena democrazia. La strage di piazza Fontana e l’opera sistematica di depistaggio che, tra Veneto, Milano e Roma, ne ha coperto i mandanti e gli autori, sono il punto di incrocio tra diverse dimensioni palesi e occulte della politica e delle istituzioni nel contesto della “guerra fredda” della seconda metà del XX secolo.

   Con la fine del “socialismo reale” e con l’avvento di altri conflitti, questo lato oscuro dello stato ha lavorato per cancellare le tracce del lavoro sporco e sanguinoso dei decenni precedenti, quelli appunto della “guerra fredda”, e per assicurare l’impunità ai responsabili (nel frattempo, nuove complicità si andavano intessendo con antichi o recenti alleati del potere, come le mafie vecchie e nuove, e con nuovi spregiudicati circoli affaristici e criminali).

   Come raccontare una tale storia, soprattutto ai più giovani, ma come raccontarla a noi stessi, cittadini di questa repubblica comunque irrinunciabile, che l’eroismo civile, la politica più nobile e il migliore giornalismo hanno difeso dal peggio del Novecento?

   Non ci sono sentenze che la certifichino tutta, che dicano i nomi dei colpevoli, anche se quelle emanate, definitive, fissano almeno il perimetro di quella “zona oscura”. Da quelle sentenze, dalle indagini che le hanno rese possibili, e da certe inchieste giornalistiche come da certi studi storici, si può incominciare a ricostruire una verità plausibile. Il suo disvelamento, oggi, può forse assumere con efficacia anche la forma della narrazione. E’ questa la sfida che il film di Giordana si propone. (Gianfranco Bettin)

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 CALOGERO E LA PISTA NERA DI VENTURA

di Enzo Favero, da “la Tribuna di Treviso” del 16/3/2012

NERVESA DELLA BATTAGLIA – «Era il giorno di Santo Stefano del 1969 e al cimitero di Gaiarine, dove mi ero recato per assistere alla mia prima autopsia, ho avuto il primo incontro con Guido Lorenzon che mi ha raccontato delle confidenze che gli aveva fatto Giovanni Ventura e che gli avevano fatto pensare che fosse implicato nella strage di piazza Fontana».

   Così ha avuto inizio l’inchiesta trevigiana sulla pista nera: quella di Freda e Ventura. Lo ha raccontato il procuratore Pietro Calogero l’altra sera in una gremitissima sala parrocchiale. Sono state tre ore di ricostruzione storica, di analisi sulle trame eversive e sulla strategia della tensione, sull’attività degli apparati deviati dello Stato.

   «Tutto era nato pochi giorni prima, quando al sostituto di turno al tribunale di Treviso si era presentato l’avvocato coneglianese Alberto Steccanella a dire che un suo cliente aveva delle cose da raccontare sulla strage alla Banca dell’Agricoltura. Ma voleva un incontro privato, non in tribunale».

   Erano i giorni in cui a Milano e a Roma battevano la pista degli anarchici. Ci fu il primo incontro al cimitero di Gaiarine, il secondo in un pianobar a Spresiano il 31 dicembre, il terzo invece in tribunale anche se Guido Lorenzon era titubante. E tuttavia aveva poi messo a verbale quanto aveva appreso da Giovanni Ventura, del «libretto rosso» che sembrava ricalcare quello maoista ma propagandava una ideologia di destra. Poi la voglia di ritrattare perchè non era sicuro e non voleva mettere nei guai un amico senza avere la certezza che avesse a che fare con quella strage, nonostante Calogero gli avesse detto che in quel caso sarebbe stato indiziato per calunnia. Infine la decisione di confermare.

   «Ha prevalso e non poteva essere altrimenti – ha spiegato Guido Lorenzon – il senso della giustizia e della legalità. Ero titubante a mettere a verbale perché nella mia mentalità di veneto, una volta date le indicazioni, dovevano essere giudici e poliziotti a trovare conferme e verità».

   Rievocato anche un episodio chiave che ha fatto capire come ci fosse la regia di apparati deviati dello Stato: la scoperta di una cassetta di sicurezza intestata alla madre di Giovanni Ventura al cui interno erano stati trovati documenti del Sisde in cui si parlava «di una strategia, appoggiata anche da stati esteri, per arrivare a sostituire i governi di centro-sinistra con governi centristi». (e.f.)

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LORENZON IN SALA: «QUESTO FILM NON È LA VERITÀ»

– Romanzo di una strage, il testimone: «La bomba è nata in Veneto ma non lo si dice. Caratteri distorti e forzature» –

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 31/3/2012

   L’appuntamento è a Treviso, al cinema Corso. A pochi passi da dove tutto è cominciato. Nello spazio di cento metri c’erano la Galleria del libraio, il magazzino dov’erano custoditi armi e documenti, la trattoria dove andavano a mangiare insieme, il parcheggio dove parcheggiavano la Bmw e la Mini Minor.

   Luoghi dove Giovanni Ventura discuteva con lui di Evola e bombe sui treni, di Pound e timer per esplosivi, di Celine e pistole e fucili.

   Guido Lorenzon, «il testimone», è teso e rigido, come ogni volta che piazza Fontana ritorna dal fiume carsico dei processi, delle sentenze, dei libri, dei protagonisti che scompaiono con i loro frammenti di verità.  Quando morì Ventura, ad esempio, lui si chiuse in silenzio. Questa volta accetta, non senza molte resistenze, di vedere Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana insieme a noi. E saranno due ore di emozioni e rabbia, inseguendo ancora una volta la scia di un incubo che dal 1969 non lo ha mai abbandonato.

  «Mi sono chiesto un milione di volte se lo rifarei, ma la risposta è sempre stata la stessa: sì». Con un po’ di malizia in più, avrebbe trasformato la sua vita di testimone in carriera politica o letteraria. Lui ha continuato a fare l’insegnante di scuola media e l’addetto stampa nel mondo economico. Nella città dove, grazie alla testimonianza di questo insegnante di francese, è partita la pista che ha portato a ricostruire la verità sulla strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, al cinema siamo in nove.

   Nella prima sequenza c’è Prato della Valle, unica concessione vera allo sfondo veneto di questa vicenda. Franco Freda che ordina cinquanta timer usati per la bomba. Giovanni Ventura, interpretato da Denis Fasolo, è la prima delusione: un capellone impulsivo e spavaldo, che parla veneto come appena uscito da una balera. «Ventura non era così – sussurra Lorenzon – parlava lentamente e in italiano. Era calmo e glaciale».

   Anche Lorenzon, interpretato da Andrea Pietro Anselmi, è dipinto dentro a un discutibile cliché del veneto pavido e ignorante. L’impatto, insomma, non è positivo. L’umore peggiora quando il regista mostra Ventura che blandisce Lorenzon sulla propria tesi di laurea. E più tardi quando Freda lo piglia per il collo rimproverandolo per essersi rivolto alle «guardie».

   «Due scene che semplicemente non corrispondono assolutamente alla verità: non sono mai avvenute» sibila dritto sulla poltroncina. L’impressione migliora quando il regista indugia su alcuni aspetti: la strategia della tensione, le infiltrazioni dei servizi, l’atteggiamento degli apparati dello Stato.

   Più che su piazza Fontana, è un film sulla figura del commissario Luigi Calabresi e sul suo rapporto con Giuseppe Pinelli (la moglie Licia è una grande Michela Cescon). Guido Lorenzon si commuove, impreca sotto voce, si lascia sfuggire qualche commento. Davanti alla scena dei funerali di Stato per le vittime esclama: «Quest’immagine di piazza Duomo gremita da migliaia di persone ha salvato l’Italia. La vidi alla media di Arcade, dove insegnavo, perché un bidello portò una televisione e sistemò un’antenna di fortuna. La sera andai a trovare l’avvocato Steccanella».

   Il volo dalla finestra di Pinelli e le rabberciate ricostruzioni dei questurini fanno sorridere, tanto sono improbabili: «L’Italia era spaccata, ma certamente era difficile credere a una versione del genere».

   E aggiunge, davanti alla scena della madre di Pinelli che cerca il figlio all’ospedale in un ventaglio di medici che scompaiono: «Bella questa, perché rende l’idea, in fondo, dell’isolamento di chi cerca la verità».

   Il film esalta la figura di Giancarlo Stiz, giudice istruttore a Treviso, che non si arrende all’archiviazione del fascicolo e, per primo, fa arrestare Giovanni Ventura e Franco Freda dando il via, appunto, alla «pista di Treviso». «Sa, le registrazioni sono state trascritte da un carabiniere di Alcamo, come faceva a capire il dialetto della Marca trevigiana?» fa dire il regista a Stiz che va a casa di Lorenzon.

   Ma alla fine la delusione c’è tutta: «Più inutile o dannoso?» insiste il cronista. «Dannoso. Perchè non ricostruisce la verità ma insiste sulla pista anarchica, sulla presenza di due bombe nella banca: una che doveva scoppiare a banca chiusa e l’altra messa dai servizi segreti. Perché, pur avendo tutti i riscontri giudiziari, non dice che la bomba è nata nel Veneto e portata dal Veneto a Milano».

   «C’è una fetta delle vicenda che conosco molto bene – conclude Guido Lorenzon –:è la sorgente trevigiana della strategia della tensione e le indagini dei magistrati Calogero e Stiz. Voglio confermare che questo film non racconta la realtà dei fatti. La verità, per quanto incompleta, sta scritta negli atti giudiziari ed è quella che va raccontata alle giovani generazioni. Freda e Ventura sono stati protetti dai depistaggi ma alla fine la Cassazione ha chiuso dicendo che sono i responsabili della strage». E Lorenzon li ha denunciati. (Daniele Ferrazza)

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 UN FILM SECCO E PUDICO CHE METTE MANO (E CUORE) SU UNA DELLE PAGINE PIÙ TRAGICHE DELLA NOSTRA STORIA RECENTE

di Marzia Gandolfi, da http://www.mymovies.it/

   Milano, dicembre 1969. Giuseppe Pinelli è un ferroviere milanese. Marito, padre e anarchico anima e ispira il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa. Luigi Calabresi è vice-responsabile della Polizia Politica della Questura di Milano. Marito, padre e commissario segue e sorveglia le opinioni politiche della sinistra extraparlamentare. Impegnati con intelligenza e rigore su fronti opposti, si incontrano e scontrano tra un corteo e una convocazione.

   L’esplosione alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, in cui muoiono diciassette persone e ne restano ferite ottantotto, provoca un collasso alla nazione e una tensione in quella ‘corrispondenza cordiale’. Convocato la sera dell’attentato e interrogato per tre giorni, Pinelli muore in circostanze misteriose, precipitando dalla finestra dell’Ufficio di Calabresi. Assente al momento del tragico evento, il commissario finisce per diventarne responsabile e vittima.

   Perseguitato con implacabile risolutezza dagli esponenti di Lotta Continua, ‘implicato’ dalla Questura e abbandonato dai ‘dirigenti’, continuerà a indagare sulla strage, scoprendo il coinvolgimento della destra neofascista veneta e la responsabilità di apparati dello Stato. Una promozione e un trasferimento rifiutati confermeranno la sua integrità, determinandone il destino.
È un film secco e pudico quello di Marco Tullio Giordana che mette mano (e cuore) su una delle pagine più tragiche della nostra storia recente. Come e insieme a “Pasolini. Un delitto italiano, Romanzo di una strage è un film sulla morte, sulla morte al lavoro. Il regista milanese affronta una delle stragi più devastanti e destabilizzanti della nazione e vi cerca dentro il ‘senso’ della vita di Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi, assieme ai segni e alle tracce della nostra prematura morte civile.

   Perché in Piazza Fontana, sull’asfalto della questura di Milano e in Largo Cherubini non sono morti solo loro. In quella terra di nessuno della coscienza e della memoria sono caduti anche i sogni e le speranze degli anni Settanta.
Nella notte di Giordana, come in quella di Bellocchio, si muove la generazione che ha ucciso due padri e non è riuscita ad assumere e a fare propria la loro storia. Potenzialmente popolare, il cinema di Giordana prova ancora una volta a superare le rigidità ideologiche e a recuperare l’umanità del gesto, ricostruendo l’Italia di allora con scrupolo filologico (e giuridico) di grande rigore.

   Asciutto come un giallo ed essenziale come un courtroom drama, Romanzo di una strage dimostra con l’eloquenza dei fatti che non c’è stata giustizia e che la Legge dei tribunali si risolve troppo spesso in un’opera di rimozione.
Pronto a reinventare per il grande schermo paure e passioni, Giordana ribadisce la sua assoluta predilezione per il melodramma (lirico), di cui elude l’emotività iperbolica ma assume i ‘movimenti’ musicali. L’opera, che accompagna la narrazione ‘in atti’ e viene dichiarata ‘in scena’ da un burocrate, è l’ “Anna Bolena” di Gaetano Donizetti.

   Come la regina inglese, consorte ripudiata e ‘spinta’ alla morte da Enrico VIII, Pinelli e Calabresi sono figure autenticamente tragiche, profondamente maltrattate, profondamente dolenti eppure sempre dignitose e nobili. Abile a scardinare l’omertà e a rompere pesanti silenzi, il regista ‘esplora’ la materia drammatica di una nazione, guidando lo spettatore con assoluta empatia nella sofferenza di due uomini ostinati e contrari.
Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi hanno rispettivamente il volto di Pierfrancesco Favino e Valerio Mastandrea, sorprendenti nel sottrarsi al rischio corso da un attore chiamato a interpretare un personaggio reale. Nessuna mimesi o impudica spavalderia nelle loro performance, piuttosto frammenti, intuizioni, visioni parziali di quei corpi nel teatro di un delitto senza castigo.

   ‘Romanzato’ da Rulli e Petraglia e agito in pomeriggi declinanti e in interni da cui si esce in qualcosa che non sembra il mondo ma solo un altro interno, Romanzo di una strage semplifica, ‘interpreta’ e agevola (la comprensione di) una strage impunita.
Nell’assurda e crudele immodificabilità delle cose, a due mogli-madri (Licia Pinelli e Gemma Calabresi nell’interpretazione misurata e composta di Michela Cescon e Laura Chiatti) appartiene altrimenti lo smottamento di tenerezza, restituito con una sciarpa calda e una cravatta bianca. (Marzia Gandolfi, da http://www.mymovies.it/)

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PIAZZA FONTANA, D’AMBROSIO: “SU QUELLA STRAGE C’È UNA VERITÀ STORICA”

da Il Fatto quotidiano dell’1 aprile 2012

   Il giudice istruttore che indagò a Milano sulla morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli dà ragione alla versione che Adriano Sofri racconta nel suo libro “43 anni” e che invece confuta le teorie espresse nel volume da Paolo Cucchiarelli.

   Tesi a cui si è ispirato “liberamente” anche l’ultimo film di Marco Tullio Giordana. “La pellicola – come ha detto il figlio del commissario Calabresi – lascia i fatti in una nebulosa come se non ci fosse nessun fatto certo”

   Gerardo D’Ambrosio, il giudice istruttore che indagò a Milano sulla morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli e sulla “pista nera” per la strage di piazza Fontana, ha letto tutto d’un fiato il nuovo libro di Adriano Sofri.

   “Questa volta Sofri ha proprio ragione”, dice. Il libro, 132 pagine, s’intitola “43 anni”, è disponibile online in rete (scarica il volume) ed è una dura confutazione delle tesi espresse da Paolo Cucchiarelli nel suo volume “Il segreto di piazza Fontana”, da cui è “liberamente ispirato” il film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana.
“Ha ragione Sofri”, spiega D’Ambrosio, “perché il libro di Cucchiarelli è pieno di balle enormi, ripropone e cuce insieme elementi e ipotesi che noi avevamo già escluso dopo le nostre indagini: le responsabilità nella strage dell’anarchico Pietro Valpreda, ma anche di Pino Pinelli”. Tesi centrale del libro di Cucchiarelli, la doppia bomba: “Una intenzionata a fare il botto”, sintetizza Sofri, “l’altra a fare morti”.

   La prima, dimostrativa, messa il 12 dicembre 1969 nel salone della Banca nazionale dell’agricoltura da Valpreda, la seconda dai fascisti con la copertura dei servizi segreti. “Il film”, continua Sofri, “avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe innocue, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che raddoppiano bombe fasciste”.
“Ipotesi aberranti”, conferma D’Ambrosio. “Quella di Cucchiarelli è la riproposizione quarant’anni dopo della teoria degli opposti estremismi. Che noi magistrati di Milano non volemmo seguire: e allora ci scipparono l’inchiesta, mandandola più lontano possibile, a Catanzaro”. “No, non c’era anche una miccia, nella bomba di piazza Fontana. Ma ve lo vedete, l’anarchico con i capelli lunghi che entra in banca e accende la miccia (che fa luce, fumo e puzza) e poi esce tranquillo? C’era un timer, questo sì, uno di quelli che noi scoprimmo comprati personalmente a Bologna dal neonazista Franco Freda.
È una falsità assoluta anche la storia dei due taxi. Il secondo di cui parla Cucchiarelli era quello, preso in via Cappuccio, non da un sosia di Valpreda (Claudio Orsi, dice, ma il suo alibi fu verificato!), bensì da una fotomodella ventitreenne, Gunhild Svenning che, come scrive Sofri, andò in banca a cambiare un assegno di 35 mila lire avuto in compenso del suo lavoro.

   Al tassista Cornelio Rolandi, che aveva trasportato una persona elegante con il cappotto, fu poi fatto riconoscere Valpreda in un confronto all’americana molto discutibile. Il tassista fece pochi metri, da piazza Beccaria a via Santa Tecla. Lì (e non davanti alla banca) aspettò il cliente, che dunque non vide neppure entrare nell’edificio, che era dietro l’angolo. Il tragitto era così breve che certo il trasportato non ebbe il tempo di preparare la bomba: aprire la borsa, estrarre la cassetta metallica, caricare il timer, poi richiudere tutto…”.
D’Ambrosio continua: “Ma se tutte le bombe erano doppie, avrebbero dovuto esserlo anche le due trovate non esplose nell’agosto 1969 sui treni: per quelle (come per le altre decine scoppiate nei mesi prima di piazza Fontana) sono stati condannati i neri Franco Freda e Giovanni Ventura”. Anche Pinelli sapeva delle bombe, scrive Cucchiarelli, e ha passato il pomeriggio del 12 dicembre in modi “indicibili”. (“Il film di Giordana se ne guarda”, commenta Sofri, “risparmiandosi così la calunnia postuma”).

   “Ma è una balla enorme”, insorge D’Ambrosio, che ha processualmente liberato il commissario Luigi Calabresi da ogni responsabilità per la morte dell’anarchico. “Pinelli in questura ha raccontato che cosa ha fatto quel giorno e ha detto la verità. Se ha taciuto di aver incontrato Nino Sottosanti”, spiega D’Ambrosio, “è solo per non indebolire la testimonianza che questi aveva appena fatto in favore di un anarchico. Alla fine, condivido il giudizio di Mario Calabresi, direttore della Stampa”.
Il figlio del commissario ha dichiarato che il film lascia i fatti “in una nebulosa oscura. Ti lascia la sensazione che non sappiamo niente, che non abbiamo né verità né giustizia. Invece la verità storica c’è, eccome. Noi oggi, come ha detto il presidente Napolitano, sappiamo chi è stato, e perché. Conosciamo le responsabilità oggettive e morali. Sappiano che è stata la destra neofascista veneta, conosciamo complicità e depistaggi dei servizi deviati e dell’Ufficio affari riservati”.
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LUCARELLI SU PIAZZA FONTANA: «MA QUALE DOPPIA BOMBA»

Lo scrittore smentisce la tesi del film di Giordana (VIDEO): «Nessuna prova, si rischia di oscurare la verità»

di Oreste Pivetta, da “L’Unità” del 1/4/2012

   «Il 12 dicembre 1969, alle 16,15 in piazza Fontana non arrivò soltanto Nino Sottosanti. I taxi che arrivarono furono due, i tassisti furono due, i viaggi furono due, i passeggeri furono due, e per uno strano caso tutti e due i passeggeri vennero ricordati, tutti e due i tassisti si presentarono, ma Cornelio Rolandi fu dei due quello che si presentò per primo e rese inutile la testimonianza del secondo tassista».

   Sono poche righe tratte dal libro di Paolo Cucchiarelli, un libro pubblicato nel 2009, da Ponte alle Grazie, Il segreto di Piazza Fontana. Il segreto è proprio lì: nel doppio. Doppia bomba, doppio attentatore, doppio taxi, doppio autista. Una sola testimonianza, quella di Cornelio Rolandi. Una rivelazione, nel solco di una storia che comincia con la bomba, che continua con la morte di Pino Pinelli, con l’uccisione del commissario Calabresi, con la fine di Aldo Moro, nel solco dei «doppi estremismi».
Il trailer del film: VIDEO
Credibile? Lo chiediamo a Carlo Lucarelli, scrittore, autore soprattutto di una storia di Piazza Fontana, un docu-film (insieme con Giuliana Catamo). A Lucarelli toccò d’essere tra i primi a leggere il libro di Cucchiarelli (che presentò pubblicamente, con «dichiarato contrasto con l’autore», ricorda oggi).

Credibile o no, dunque?
«Già molti hanno smentito la fondatezza di una simile versione. In generale, è accaduto che a proposito di una vicenda come quella di piazza Fontana si siano costruite negli anni, e sono quarant’anni, una verità storica e una verità giudiziaria. Può succedere che qualcuno si provi a smentirle, magari sulla base di una voce anonima o di chissà quale imprevedibile documento riemerso da chissà quale cassetto».
Come è capitato di recente per misteriosi e futuri attentati vaticani…
«Cucchiarelli, nel caso di Piazza Fontana, non è stato l’unico. Peccato che la sua tesi sia sostenuta dal nulla o quasi di una voce anonima, smentita dalla mancanza di altri documenti e persino da quella logica e da quel buon senso che dovrebbe guidare le azioni e la loro interpretazione: perché mai servizi segreti internazionali avrebbero dovuto ricorrere ad una simile tattica per compiere quella strage, perché mai inventarsi le due bombe. Cucchiarelli sostiene che questa ipotesi darebbe spiegazione ai buchi, alle incertezze che lui rileva nelle indagini, ai depistaggi, agli inquinamenti possibili. Ma questo è un “a posteriori” inaccettabile: prima la teoria della doppia bomba, poi la giustificazione tra le pagine dell’inchiesta».
In realtà circolò a un certo punto la voce di Valpreda fattorino inconsapevole di una bomba di morte, mentre pensava ad un attentato dimostrativo e basta… Voce, peraltro, con scarsissimo seguito.
«Sono pienamente convinto dell’innocenza di Valpreda e siamo da capo: quali documenti a sostegno?».
Viene da chiedersi perché un film che nasce con l’ambizione di rappresentare la storia, ricostruita peraltro con cura in molte parti, accetti alla fine di sostenere una così mal fondata «verità»?
«Lo vorrei chiedere al regista, autore di ottimi film, e agli altri sceneggiatori, Rulli e Petraglia, di lunga esperienza. Vorrei incontrare Giordana per chiederglielo. Perché si è assunto una responsabilità così grande nel raccontare non un episodio qualsiasi, ma un momento fondamentale, di svolta, nella nostra storia del secondo novecento. Che si sia persa o meno l’innocenza, allora. Perché moltiplicare ambiguità, quando di quella strage, e di alcune delle sue conseguenze, si sa moltissimo, molto di più di quanto si sappia per qualsiasi altra strage, documenti, testimonianze, sentenze passate in giudicato, immagini».
Sì, ci sono anche le immagini, quelle vere, di fortissima comunicazione, come quelle che hai usato per la tua ricostruzione. Come quelle dei telegiornali dell’epoca con Vespa in primo piano.
«Immagini che parlano moltissimo, anche attraverso particolari che paiono irrilevanti: Vespa, ad esempio, che annuncia la colpevolezza di Valpreda, il “mostro”, mentre si leggono insofferenza e perplessità sul volto di un funzionario di polizia sullo sfondo, oppure ministri e generali intimiditi che testimoniano in un’aula di tribunale a Catanzaro, a colpi di “non so”, “non ricordo”. Tuttavia, chi immagina una fiction ha l’ambizione di ricostruire le scene e ne ha tutto il diritto. Però nel caso della storia, e di una storia così dentro ancora la nostra coscienza, la responsabilità è enorme. La narrazione, anche quella cinematografica, diventa a sua volta documento nelle mani di chi non c’era o di chi non ha capito e vuol capire».
Una domanda circolava appunto dopo la visione del film: che cosa potrà capire un ragazzo d’oggi?
«C’è il rischio di oscurare verità storiche che sono state accertate: che la bomba fosse fascista, che corpi dello stato avessero tramato. Per questo di storie così ci si dovrebbe occupare con estrema delicatezza». (Oreste Pivetta)

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dal “Corriere della Sera” del 14 novembre 1974

COS’È QUESTO GOLPE? IO SO

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato. (Pier Paolo Pasolini)

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One thought on “PIAZZA FONTANA, la fine del sogno di un mondo nuovo e l’innocenza perduta – il VENETO NEOFASCISTA della fine degli anni ‘60 (esportatore di bombe e morte) ma anche il VENETO DEL CORAGGIO di chi denuncia la violenza (un professore, Guido Lorenzon, due magistrati, Calogero e Stiz)

  1. lucapiccin giovedì 12 aprile 2012 / 12:00

    Anche io so. So per certo che “la nostra repubblica ha un cuore di tenebra, fin dalle origini”. E per questo me ne sono andato lasciandoci, malgrado tutto, un pezzo di me stesso.

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