Nella nuova realtà della LIBIA post Gheddafi una parte dell’Africa cerca di riassestare i suoi poteri – il MALI nel caos, tra colpi di stato e avanzata dei TUAREG che “vogliono una nazione” – L’ISLAMISMO INTEGRALISTA che cerca spazi ma (per fortuna) non attecchisce – il SAHEL e il NORD-AFRICA aree comuni geografiche strategiche per una riuscita della PRIMAVERA AFRICANA

I TUAREG sono una popolazione berbera africana che vive nomade nel Sahara (soprattutto Mali e Niger ma anche in Algeria, Libia, Burkina Faso e nel Ciad). Essi sono BERBERI e la loro lingua è un dialetto del berbero. In Libia i Tuareg erano (e lo sono stati fino alla fine) alleati a Gheddafi. E ora, nella nuova situazione politica di quel paese, i tuareg “gheddafiani” si sono spostati, “espansi”, specialmente in Mali (ma anche in Mauritania) e sognano UNA NAZIONE TUAREG che accorpi porzioni di ALGERIA, NIGER, MALI E CIAD

   L’Africa centro-settentrionale (dal Sahel al Sahara, fin su nella parte nord mediterranea) è ora in un conflitto permanente (di uomini e poteri, ma anche di emergenza umanitaria). In Mali ad esempio, il 21 marzo scorso un golpe militare ha posto fine al presidente Amadou Toumani Touré, defenestrato da un gruppo di ufficiali, i quali si dichiarano mossi dal desiderio di gestire in maniera efficace la guerra contro i ribelli TUAREG nel nordest del Paese. Ad ora però la situazione sembra già cambiata: c’è un accordo tra gli autori del colpo di stato e i Paesi confinanti: fare in Mali un presidente ad interim ed indire le elezioni entro 40 giorni. Ma intanto i Tuareg hanno dichiarato l’indipendenza dell’AZAWAD (vasta regione nel Mali di nordest, verso l’Algeria) e, pare, si sono separati dagli islamisti integralisti (per fortuna…), che a loro volta controllano la famosa millenaria città di TIMBUKTU.

7/4/2012: Accordo tra gli autori del colpo di stato in MALI del 21 marzo e i Paesi confinanti: presidente ad interim ed elezioni entro 40 giorni. Ma intanto I tuareg, il popolo del deserto, ha dichiarato l'indipendenza dell'AZAWAD, spezzando il fronte con gli islamisti. Che controllano TIMBUKTU. Gli esperti: "Così il Mali rischia di diventare un nuovo Afghanistan". Continua l'emergenza umanitaria

Situazione da “nuovo Afghanistan” in questi luoghi dell’Africa centro-settentrionale. Aggravata da un’EMERGENZA UMANITARIA che interessa tutta la fascia del SAHEL (grande geo-regione africana, che separa ma in particolare unisce/univa il deserto del Sahara con a sud la zona umida equatoriale -Gabon, Congo, Kenia,Tanzania…). Il Mali poi è una delle nazioni col sottosuolo più ricco, terzo produttore di oro al mondo, con petrolio, gas e uranio. Pertanto appetibile a “molti”.

(CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA) - Il SAHEL occupa la zona di transizione fra deserto e zone umide dell`Africa - STRISCIA DI TERRA semideserta compresa tra Sahara e Africa tropicale, è tra le aree più depresse del pianeta. Adesso oltre dieci milioni di persone soffrono per un grave stato di insicurezza alimentare, e oltre UN MILIONE DI BAMBINI SONO A RISCHIO di malnutrizione acuta grave con seri pericoli di vita - LA CRISI. Otto i paesi coinvolti: MALI, MAURITANIA, BURKINA FASO, TOGO, NIGER, NIGERIA, CAMERUN, SENEGAL – ALLARME UNICEF: "STRAGE DI BAMBINI" - SENZA RISORSE. Raccolti magri, acqua potabile impossibile da trovare: «Serve un intervento immediato» - LE MALATTIE. Le infezioni intestinali fanno migliaia di vittime

Questa situazione in forte sommovimento (nell’area del Sahel) è anche dovuta all’’anarchia generata dalla fine del regime libico di Gheddafi: un liberarsi di forze (in particolare i TUAREG) e poteri verso un po’ tutti i paesi vicini alla Libia che si trovino in situazioni deboli. E la prima vittima dell’inarrestabile contagio è appunto il MALI. Tuareg gheddafiani, che ora si sono spostati, “espansi”, non solo in Mali ma anche in Mauritania e sognano – esattamente come i curdi a cavallo fra Turchia, Iraq e Iran – UNA NAZIONE TUAREG che accorpi porzioni di ALGERIA, NIGER, MALI E CIAD. Con il rischio “islamista”, cioè di imporre la Shari’a, la legge islamica (anche se ora pare meno certo questo accordo dei Tuareg con l’ala dura dell’Islam).

   Ma, pensiamo noi, è “normale” che ciò accada. Per fare un esempio storico proprio africano, la fine del colonialismo europeo nel secondo dopoguerra ha portato a “liberazioni” dei vari paesi con l’ascesa al potere di dittatori e classi dirigenti ben peggiori di quelle europee che fino a quel momento avevano dominato. Dittatori che, prima di tutto, han pensato di farsi ricchi (super ricchi) e di affamare ancor di più il popolo “liberato”.

   Pertanto alcuni effetti delle primavere arabe forse porteranno a rimescolamenti e pericoli ancor peggiori: ciò non vuol dire che tutto doveva rimanere fermo, ai dittatori tunisini, egiziani, libici… semmai è mancato (ma non ne avevamo dubbi…) l’azione internazionale (in primis europea) di sostegno alle forze più aperte, democratiche, pluraliste… ed è mancato, da noi, un progetto per rapportarsi positivamente (anche nell’economia, nella conoscenza) con queste aperture nordafricane e del Medio Oriente (pensiamo qui alla grave situazione in Siria) verso la richiesta di “libertà”, fatta in particolare dalla predominante presenza giovanile, che vuole legittimamente vivere i modi e i miti di tutti gli altri giovani del mondo “ricco”.

   Ora, in molti di quei paesi interessati dal vento della primavera araba, è il tempo di elezioni e di redigere carte costituzionali (in primis in Egitto). Tutti mettono in guardia dall’islamismo integralista che pare prevalere (anche nelle elezioni…). Va qui detto che nei casi dove partiti islamici hanno già ampiamente vinto le elezioni (come in Tunisia), essi, vincitori, hanno ben ribadito che non c’è alcuna intenzione di un ritorno a un passato religioso “chiuso al mondo” (questo lo dicono in particolare rivolti ai “timori” occidentali). E pare piuttosto che possano e vogliano essere un punto di congiunzione e mediazione tra una società islamica integralista (assai pericolosa) e le nuove spinte mondialiste del pensiero delle “primavere” che restano obiettivi e valori imprescindibili.

   Pertanto, tra il proteggere i diritti o imporre solo un ritorno alla Shari’a, è assai probabile che la base di queste nuove costituzioni (e nuovi governi) sarà sì islamica, ma in forma moderata e dialogante con le nuove esigenze. Così i “fratelli musulmani” in Egitto se non garantiranno i diritti dei partiti laici presto la tensione tornerà a salire. Quasi tutti gli studiosi ed osservatori di queste aree geopolitiche concordano che l’unica via d’uscita ai nuovi poteri sorti con il ribaltamento che hanno prodotto “le primavere” sono il largo consenso e la tutela dei diritti dei singoli, se no l’instabilità politica prenderà il sopravvento. E’ per questo che è da essere fiduciosi (Occidente, noi, Europa, permettendo… cioè che li si dia una concreta mano alle forze più aperte…).
Resta una constatazione, dall’evoluzione e trasformazione che la Libia ha procurato in tutta quest’area africana: il rischio del  RITORNO, a breve, del FENOMENO MIGRATORIO massiccio e senza prospettive verso l’Europa (in crisi di economia). Infatti  il popolo invisibile dei subsahariani, che nel Paese di Gheddafi trovavano fino a un anno fa la porta d`ingresso verso il mare, il barcone, il miraggio di Malta, di Pantelleria, di Lampedusa, oggi hanno ritrovato la strada verso l’Europa, da Timbuctu, da Ndjamena, da Dakar, dalla Nigeria. Una strada che troppo spesso si conclude tragicamente sul fondo del mare. Il flusso è ricominciato. (sm)

CAOS NEL SAHARA: LA SECESSIONE DEI TUAREG

L’ULTIMA EREDITA’ DI GHEDDAFI: UNO STATO PER GLI UOMINI BLU

di Gian Micalessin, da “IL GIORNALE” del 7/4/2012

– Proclamata l`indipendenza dell`AZAWAD, nel nord desertico del Mali. Dietro ci sono le armi libiche e gli emiri di Al Qaida –

   II caos genera caos. Con il senno di poi l`Onu e la Nato, Parigi e Washington si guarderebbero bene, probabilmente, dal lanciarsi nell`avventura che portò alla caduta e alla morte di Muammar Gheddafi. Gli effetti dell`effetto domino avviato nel marzo di un anno fa con il voto della «no fly zone» sono sotto gli occhi di tutti.

   L`anarchia generata dalla fine del Colonnello si sta rapidamente diffondendo dalla Libia ai Paesi vicini.

La prima vittima del virulento e inarrestabile contagio è il Mali. Lì le tribù tuareg rappresentate ufficialmente dal Movimento Nazionale di Liberazione dell`Azawad (Mina) hanno appena proclamato l`indipendenza delle regioni settentrionali.

   La rivolta Tuareg nel nord del Mali dura dal 1958, ma dietro l`immagina romantica dello Stato di Azawad – patria degli «uomini blu» – si nasconde quella assai più minacciosa di Al Qaida nel Maghreb, l`organizzazione che gestisce i traffici di uomini, armi e droga nel Sahel e nel nord d`Africa.

   Per comprendere i complessi retroscena di questa vicenda, preceduta il 21 marzo dalla caduta nel Mali del regime del presidente Amadou Toumani Touré, bisogna fare un salto indietro di tre mesi.

   All`inizio di gennaio l`endemica rivolta delle tribù tuareg del Mali settentrionale si trasforma in insurrezione generalizzata. Il dilagare della sollevazione è strettamente collegato al rientro dalla Libia di qualche migliaio di miliziani famosi per aver combattuto al fianco di Gheddafi e per essere stati lautamente ripagati. I reduci tuareg non tornano a mani vuote. Nei cassoni del loro fuoristrada sono accatastate migliaia di armi nuove di zecca prelevate negli arsenali libici. Non solo kalashnikov, mortaio lanciagranate, ma anche missili antiaerei e sistemi anticarro di penultima generazione acquistati al mercato nero.

   Il ritorno di quei veterani pieni di dollari, armati fino ai denti e temprati da un anno di combattimenti mette in crisi l`esercito governativo, che si scopre incapace di contrapporsi agli assalti dei rivoltosi.

   In verità il movimento degli «uomini blu» è tutt`altro che unito e coeso. Mentre i capi militari legati al Mina combattevano al soldo del Colonnello, altri comandanti tuareg avevano ceduto alle lusinghe di Al Qaida Maghreb schierandosi al fianco degli emiri integralisti impegnati a monopolizzare i lucrosi traffici di droga, ostaggi e armi che s`intrecciano lungo le piste del Sahara.

   Il capofila degli «uomini blu» più vicini al terrore fondamentalista è Iyad ag Ghaly, un comandante tuareg conosciuto come il leader di «Ansar Dine», una fazione ispirata all`estremismo salafita e strettamente connessa ad Al Qaida Maghreb. Un`alleanza confermata dallo stesso Iyad ag Ghaly che il 3 aprile annuncia di avere imposto la legge islamica a Timbuctu, la leggendaria capitale del deserto.

   Malgrado le tribù legate al movimento di liberazione dell`Azawad si affrettino a smentire, la realtà appare tutt`altro che rassicurante. Da alcuni giorni la popolazione cristiana avrebbe abbandonato in massa Timbuctu dandosi alla fuga nel deserto. Nelle altre città del nord la situazione non sembra molto diversa.  Il potere reale, a dar retta agli abitanti, è saldamente nelle mani dei miliziani barbuti che controllano le strade, sventolano la bandiera nera di Al Qaida e costringono le donne a indossare il velo e ad uscire solo se accompagnate da un familiare di sesso maschile.

   Le armi e le capacità militari dei manipoli di miliziani ritornati dalla Libia hanno insomma fatto piazza pulita dell`esercito del Mali, ma non sono riuscite ad evitare che il controllo della rivolta cadesse nelle mani delle fazioni qaidiste.

   Il caos del nord rischia ora di generare la completa dissoluzione di quel che resta del Paese. I capi militari, rivoltatisi contro un regime accusato di non metterli in condizione di difendere la nazione, sono già alle corde e incapaci di amministrare quel resta del Mali.

   Grazie agli errori e all`improvvisazione dell`Onu e della Nato, la boria di un Gheddafi sempre pronto a presentarsi come l`unico argine all`infiltrazione di Al Qaida nel nord Africa rischia così di trasformarsi in tragica verità postuma. (Gian Micalessin)

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NEL CAMPO DI FELLAH INFERNO A CINQUE STELLE

di Giorgio Ferrari, da “AVVENIRE” del 4/4/2012

   Khaleb è legato come un cane. Una corda lunga due metri gli serra la caviglia, a malapena può uscire dal prefabbricato e raggiungere la ringhiera, da dove osserva digrignando i denti il profilo color ocra di Tripoli all`orizzonte e più lontano – ma è un miraggio impossibile per lui – il mare piatto e azzurro. «È disturbato – dice Ahmed, che lo sorveglia da vicino – non può stare con gli altri; a volte li aggredisce, altre volte si fa del male da solo».

   Benvenuti a Fellah, 20 chilometri dal centro di Tripoli, in quello che Walid Jalloud chiama appropriatamente “l`unico campo profughi a cinque stelle”. «Gli altri campi – dice – come Gheryan, Tarhouna o Al Wahat lei nemmeno se li immagina. Qui almeno hanno un tetto». Sono almeno duemila i rifugiati di Fellah, e hanno due cose in comune tra loro: vengono tutti da Tawergha e sono tutti di colore.

   «Nel passato Tawergha – dice Walid – era una cittadina di schiavi, per questo sono quasi tutti neri.

Quando la Libia si è sollevata gli abitanti di Tawergha hanno preso le armi e invece di appoggiare la rivoluzione hanno marciato su Misurata.

   Gheddafi gli aveva promesso il diritto di saccheggio e la proprietà della terra se avessero sconfitto la resistenza della città. Invece Misurata non ha ceduto, ma loro hanno commesso molte atrocità. E allora sono scappati, in trentamila. Ce ne sono almeno ventimila tra Fellah, Jansour, Trigmatar, Masna Jibes. Gli altri diecimila sono svaniti».

   Walid la sa lunga. Lui è nipote di quel Jalloud che per decenni è stato il numero due di Gheddafi e che alla vigilia della capitolazione di Tripoli è fuggito a Roma, con le sue colpe (fu il principale finanziatore del terrorismo sponsorizzato dalla Jamahiryia), i suoi ricordi e i suoi tanti segreti.

   Ma i profughi di Tawergha sono una goccia nel mare dell`indescrivibile mosaico libico. Tra profughi, sfollati, rifugiati e clandestini si arriva a centomila unità. Settantacinquemila li ha censiti l`Unhcr, ma ci sono i prigionieri politici (quelli direttamente compromessi con il passato regime, che i vari clan tengono chiusi in prigioni disumane in attesa che la Libia si doti di un sistema giudiziario in grado di esaminare il loro caso), i militari irriducibili (che non hanno saputo o voluto cambiare bandiera come invece hanno fatto in molti, oggi ai posti di comando e ora sono chiusi in caserme divenute penitenziari sorvegliati dalle milizie dei tuwar, i giovani guerrieri protagonisti della rivoluzione) e poi, piaga irrisolta della Libia, il popolo invisibile dei subsahariani, che nel Paese di Gheddafi trovavano fino a un anno fa la porta d`ingresso verso il mare, il barcone, il miraggio di Malta, di Pantelleria, di Lampedusa e che oggi in qualche modo hanno ritrovato la strada da Timbuctu, da Ndjamena, da Dakar, dalla Nigeria. Una strada che troppo spesso, come sappiamo, si conclude tragicamente sul fondo del mare.

   Innegabilmente il flusso è ricominciato. «I prezzi ci aiutano a capire meglio di ogni statistica- dice Salem Nashnush, operatore turistico forzatamente a corto di clienti -: quando era Gheddafi a imbarcarli a forza per spingerli in Italia bastavano 200-300 dollari per un posto in barca. Ora ce ne vogliono di nuovo 2000. Segno che il mercato tira e che i trafficanti di clandestini hanno rialzato la cresta».

   I punti d`imbarco sono sempre gli stessi: si può salpare da Tripoli o si può attendere un barcone e un mare favorevole a Zuwarah, cento chilometri a ovest della capitale e una sessantina dal confine tunisino.

Ed è ancora una volta la Tunisia a dover spalancare le porte a un altro flusso di profughi, questa volta libici e meglio attrezzati dei dannati subsahariani. Dai valici di Dehiba e di Ras Jedir almeno cinquemila persone hanno passato la frontiera negli ultimi due giorni, diretti a Djerba e a Tunisi.

   Ma in questo puzzle impazzito che è la Libia c`è posto anche per una specie particolare di profughi in armi, gli irriducibili Tuareg gheddafiani, che ora si sono spostati in Mauritania e nel Mali e sognano – esattamente come i curdi a cavallo fra Turchia, Iraq e Iran – una nazione tuareg che accorpi porzioni di Algeria, Niger, Mali e Ciad. Il tutto sotto l`insegna di Al Qaeda, che nella regione fa proselitismo a velocità inimmaginabile. Orfani del Rais, che li vellicava e li pagava bene, i Tuareg ora combattono nel deserto e la loro guerra ha di fatto bloccato una delle vie carovaniere attraverso cui passava il flusso di clandestini diretti in Europa.

   Chiedo a Mohammed, diciannove anni, orfano, profugo di Tawergha, che cosa sarà di lui. «La mia città- dice – non esiste più, l`hanno distrutta e saccheggiata casa per casa. Tornare noi non possiamo di certo. Le milizie vengono qui al campo con delle liste di nomi. Cercano dei colpevoli fra noi. Certamente ce ne sono, ma sono una piccolissima minoranza. Noi non siamo prigionieri in questo campo, ma uscire sarebbe una follia: abbiamo la pelle scura, ci riconoscerebbero subito. Alcuni l`hanno fatto e non sono mai più ritornati».

   La pelle scura. Gheddafi reclutava la bassa forza del suo esercito fra i neri del Ciad, del Mali, della Mauritania. E per quanto il Cnt, i miliziani, i tuwar, chiunque nella Libia della rivoluzione neghi che ci sia del razzismo nei loro confronti, la caccia al nero è cominciata subito, non appena la Tripolitania ha cominciato a cedere.

   Nel pomeriggio arriva un camion di aiuti alimentari e di medicinali. I guardiani di Fellah lo smisteranno tra i profughi degli altri campi, al momento non c`è emergenza sanitaria, ma quando arriverà il caldo per la vasta popolazione dei profughi cominceranno i problemi seri. La stessa Unhcr, la Croce Rossa, la
Mezzaluna Crescente ammettono che stanno ancora organizzandosi e che gestire aiuti e flussi migratori è ancora un problema lasciato per lo più alla volontà delle singole organizzazioni non governative e alla Chiesa cattolica.

   Mohammed è rilluttante a dirlo, ma un anziano del “campo a 5 stelle” di Fellah ci racconta che ha una fidanzata, conosciuta durante la fuga da Tawergha. «Non la può incontrare – spiegano – uomini e donne stanno separati, ma vorrebbero fuggire insieme». Dove? «In Europa, con una barca – dice Mohammed -.  Prima o poi troverò una barca per fuggire in Europa con lei».

   Legato alla sua catena, Khaleb guarda ringhioso il mare. Nemmeno i sogni di Mohammed gli sono permessi. (Giorgio Ferrari)

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SAHEL, ALLARME UNICEF “STRAGE DI BAMBINI”

di Francesco Semprini, da “LA STAMPA” del 4/4/2012

– SENZA RISORSE. Raccolti magri, acqua potabile impossibile da trovare: «Serve un intervento immediato» – LE MALATTIE. Le infezioni intestinali fanno migliaia di vittime. Mandati sul posto team medici mobili –
ALLE PORTE DEL SAHARA. Il Sahel occupa la zona di transizione fra deserto e zone umide dell`Africa – LA CRISI. Otto i paesi coinvolti: MALI, MAURITANIA, BURKINA FASO, TOGO, NIGER, NIGERIA CAMERUN, SENEGAL –

   Ancora un`emergenza, ancora una volta in Africa, e come sempre accade a farne le spese sono soprattutto i bambini. Il segnale di sos arriva questa volta dal Sahel, striscia di terra semideserta compresa tra Sahara e Africa tropicale, tra le aree più depresse del pianeta.

   In questo cuore di tenebra «oltre dieci milioni di persone soffrono per un grave stato di insicurezza alimentare, e oltre un milione di bambini sono a rischio di malnutrizione acuta grave con seri pericoli di vita», avverte Giacomo Guerrera, Presidente di Unicef Italia.

   È per questo che ieri l`agenzia delle Nazioni Unite ha lanciato in contemporanea in tutto il mondo la campagna di sensibilizzazione e la raccolta fondi «Emergenza nel Sahel -1 milione di bambini a rischio -Dai l`allarme».

   A mettere in ginocchio questa zona del pianeta sono le precipitazioni insufficienti e i raccolti scarsi, ma anche la difficoltà di accesso all`acqua potabile, le basse condizioni igieniche di base, e la carenza di strutture di sostegno, gli stessi fattori che causarono emergenze simili nel 2005 e 2010. Ma pure l`uomo fa la sua parte, visto che il recente colpo di Stato in Mali «aumenta l`instabilità nella regione e pone ulteriori rischi per le popolazioni sfollate nel Paese e quelle rifugiate negli Stati confinanti», spiega l`Unicef.

   Otto le nazioni interessate: Ciad, Burkina Faso, Mauritania, Mali, Niger e le regioni settentrionali di Nigeria, Camerun e Senegal, per un totale di 15 milioni di persone bisognose di assistenza nel corso del 2012. Ma sono soprattutto i bambini i più esposti alla fame una piaga che contribuisce per il 35% a tutti i decessi infantili nella regione.

   Ogni anno nel Sahel muoiono 645 mila bimbi, 226 mila per cause legate alla malnutrizione. Cifre drammatiche che hanno spinto l`Unicef a mobilitarsi in forze con una «strategia integrata» articolata in una prima fase di risposta all`emergenza «diretta a salvare il più alto numero di vite possibile», e una seconda fase «volta ad affrontare le cause strutturali ».

   Un impegno a tutto campo che vede l`agenzia Onu mobilitare scorte di alimenti terapeutici pronti per l`uso e per la cura della malnutrizione grave. E con un impegno diretto sul territorio come dimostra la missione del direttore esecutivo Unicef, Anthony Lake, ora in Ciad, un Paese dove almeno 127 mila bimbi sotto i cinque anni rischiano di morire, e dove incombe la minaccia della poliomielite che già lo scorso anno ha fatto registrare 130 casi, il livello più elevato di tutto il continente.

   Ma come spesso accade per nelle crisi si deve fare i conti con risorse limitate, con l`agenzia in grado di far fronte all`emergenza solo fino alla fine di giugno. Dei 120 milioni di dollari necessari a finanziare gli interventi necessari, ne sono stati raccolti solo 37,6 milioni. Ecco allora l`invito ad aderire alla campagna Unicef per centrare «con pochi centesimi al giorno – spiega Guerrera – l`obiettivo Vogliamo zero», ovvero azzerare le cifre della miseria «consentendo ogni volta che scoppia un`emergenza di aiutarci a rispondere sempre: Presente!». (Francesco Semprini)

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MALI, LA GIUNTA RINUNCIA AL POTERE. AL NORD SCONTRO TRA TUAREG E JIHADISTI

da http://www.repubblica.it/esteri/

del 7/4/2012

– Accordo tra gli autori del colpo di stato del 21 marzo e i Paesi confinanti: presidente ad interim ed elezioni entro 40 giorni. Ma intanto il popolo del deserto ha dichiarato l’indipendenza dell’Azawad, spezzando il fronte con gli islamisti. Che controllano Timbuktu. Gli esperti: “Così il Mali rischia di diventare un nuovo Afghanistan”. Continua l’emergenza umanitaria –

BAMAKO – La Giunta militare che ha preso il potere lo scorso 21 marzo in Mali restituirà il potere e darà vita a una transizione in vista di elezioni da convocare entro 40 giorni. Il presidente ad interim sarà l’attuale speaker della Camera, Diouncounda Traore. E’ questo il contenuto dell’accordo siglato dal capo della Giunta, il capitano Amadou Sanogo, e i mediatori della Cedeao, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale.
L’intesa prevede anche l’amnistia per gli autori del colpo di Stato e la fine delle sanzioni economiche decise nei giorni scorsi.
E’ questo dunque il primo passo per cercare di far tornare il Mali alla normalità, ma la strada che ha di fronte il poverissimo Paese africano è ancora lunga e molto tortuosa. Infatti se la questione del potere centrale nella capitale Bamako è in via di risoluzione, il Nord è ancora nel caos. Il movimento tuareg Mnla ha infatti dichiarato l’indipendenza dell’Azawad 1 (un’area che copre le province di Gao, Timbuktu e Kidal, considerata la culla naturale del popolo del deserto) dal Mali come conclusione della rivolta iniziata a gennaio, la quarta ribellione per l’indipendenza dal 1960 quando la Francia restituì la sovranità alla popolazione.
E mentre l’Azawad è sull’orlo di una catastrofe umanitaria 2 – con circa 200mila famiglie, tra cui 60mila bambini, in fuga verso gli stati confinanti – il fronte che ha combattuto in questi due mesi contro il potere centrale si è spaccato in due
Da una parte c’è l’Mnla, soddisfatto della dichiarazione d’indipendenza, che ha assicurato di voler “rispettare i confini con gli Stati limitrofi”. Dall’altra il fronte islamista, composto dai tuareg jihadisti del gruppo Ansar Dine, dalle milizie di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) e da altri volontari qaedisti che stanno arrivando a frotte dalla Nigeria, dalla Libia e da altri paesi.

Ansar Dine, che controlla saldamente la città-crocevia di Timbuktu, ha immediatamente preso le distanze dall’Mlna: “Noi combattiamo in nome dell’islam e contro l’indipendenza. Quello che vogliamo non è l’Azawad, è l’islam”.
Situazione che rimane estremamente fluida e in cui l’Mlna non ha trovato alcuna sponda internazionale: la Cedeao è impegnata a ristabilire l’ordine a Bamako, la Francia ha subito reso noto di considerare “nulla” la dichiarazione “unilaterale” dell’Mlna. L’Ue e gli Usa hanno respinto la secessione assicurando di “voler rispettare l’integrità territoriale del Mali”. Anche dall’Unione africana è giunto il più “totale rifiuto”.
Ma la comunità internazionale difficilmente potrà rimanere a guardare. Il Nord del Mali infatti, denunciano gli esperti, rischia di diventare il nuovo centro di addestramento delle truppe jihadiste, esattamente come fu l’Afghanistan dopo la presa del potere dei talebani. Una possibilità che non può che preoccupare.

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EGITTO, I FRATELLI PRENDONO TUTTO

di Federica Zoja, da “AVVENIRE” del 3/4/2012

– La Costituente è ormai in mano agli islamisti. La Chiesa copta ritira i suoi delegati per protesta –

   L’Assemblea costituente egiziana, che dovrà lavorare alla nuova Carta fondamentale del Paese, continua a perdere pezzi. Dopo il ritiro dei membri appartenenti al fronte politico liberale, del rappresentante della Corte costituzionale e di quelli della moschea universitaria di al-Azhar, ieri è stata la volta della Chiesa copta, che ha deciso di ritirare i suoi delegati per protesta contro un organismo considerato troppo sbilanciato in favore dei Fratelli musulmani.

   Nel comunicato del sinodo si invoca «una rappresentanza più equilibrata delle forze in Egitto, evitando che un`unica forza domini la riscrittura della Costituzione», che dovrebbe essere basata sull`intesa nazionale e «non sulla maggioranza parlamentare».

   L`Assemblea costituente, formata da 50 deputati delle due Camere del Parlamento e da 50 figure della società civile e delle istituzioni, è ora monocolore: riflette la maggioranza politica, formata dal partito Libertà e giustizia, che fa capo alla Fratellanza musulmana, e dai salafiti di al-Nur (La luce).

   Ora c`è attesa per la sentenza di un tribunale del Cairo sulla validità giuridica della Costituente, prevista per il 10 aprile.

La scorsa settimana, l`Assemblea ha eletto come proprio presidente il numero uno della Camera bassa del Parlamento, Saad el-Katatny, esponente di spicco di Libertà e giustizia. Il voto è avvenuto nonostante l`assenza di circa un quarto dei componenti.

   Ad accrescere la tensione politica l`annuncio della Fratellanza musulmana di aver scelto il proprio vice presidente, Khairat al-Shater, come candidato alle elezioni presidenziali, in programma il 23 e 24 maggio. Finora la confraternita, uscita dalla clandestinità dopo le dimissioni del presidente Hosni Mubarak (11 febbraio 2011), ha sempre negato di voler correre per la presidenza.

   Ma da tempo la stampa liberale riferisce di un accordo fra giunta militare e islamisti per la spartizione del potere. Accettando la prestigiosa investitura, al-Shater si è dimesso dalla sua carica «per concentrarsi sulla campagna elettorale».

   Ora la confraternita è impegnata a chiarire la posizione di al-Shater di fronte alla legge: in prigione sotto Mubarak (dal 2007 al 2011) per aver contribuito all`organizzazione di milizie paramilitari, adesso il candidato sostiene di aver recuperato diritti civili e politici.

   Intanto, fra i candidati già usciti allo scoperto, l`ex segretario generale della Lega araba, Amr Mussa, risulta in testa nei sondaggi del centro al-Ahram di studi politici e strategici del Cairo. La previsione di voto per Mussa è del 31,5%. Al secondo posto i predicatore salafita e avvocato Salah Abu Ismayl, al 22,7%.

Al terzo posto l`ex premier Ahmed Shafiq, al quarto, con i 9,2%, Omar Suleiman, ex numero uno dei servizi segreti e braccio destro del raìs Hosni Mubarak. Seguono l`ex esponente dei Fratelli Musulmani, Abdel Muniam Abu al-Futuh, con l`8,3%, e al-Nasri Hamdin Sabahi (4,9%), ex deputato e presidente del partito al-Karama (La Dignità). Per il sondaggio, condotto tra il 25 e il 29 marzo scorso, sono state interpellate 1.200 persone di diverse aree egiziane prima della candidatura di al-Shater.

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«LA PRIMAVERA ARABA È BOLLENTE. E L’ESTATE DEMOCRATICA LONTANA»

di Matteo Sacchi, da “il Giornale” del 16/3/2012

   Lui si chiama Eugene Rogan ed è direttore del «Middle East Centre» dell’Università di Oxford. È uno dei massimi esperti del mondo arabo contemporaneo ed è appena stato tradotto in italiano quello che è forse il suo lavoro più corposo e importante: GLI ARABI (Bompiani, pagg. 764, euro 26). Il saggio racconta l’evoluzione del Medioriente negli ultimi cinque secoli ma con un occhio di riguardo all’interpretazione dell’oggi, della difficile situazione che si è venuta a creare nella prima decade del nuovo millennio. Ecco perché oggi alle 11 sarà ospite all’università di Ca’ Foscari a Venezia per parlare di primavera araba, nel tentativo di fare un bilancio e di delineare le prospettive per il futuro. Il Giornale lo ha intervistato in anteprima.

Professor Rogan, il Nord Africa e il Medio Oriente sembrano essere soggetti a un’ondata rivoluzionaria senza precedenti. E inaspettata…
«La pressione nel mondo arabo stava salendo da svariati anni. C’era e c’è una profonda insoddisfazione. Quella che un intellettuale libanese, Samir Kassir, sintetizzava così: “Non è piacevole sentirsi arabi in questi tempi. Alcuni si sentono perseguitati altri si odiano…”. A questa insoddisfazione venata di impotenza si somma il fatto che la maggior parte dei governi della regione, democrazie o monarchie non importa, erano o sono autocratici, economicamente inefficienti e incapaci di promuovere il benessere della popolazione… Se a questo si aggiunge che i giovani sono circa il 50% della popolazione e sono più propensi a contestare, risulta chiaro che la miscela era destinata a deflagrare prima o poi…».
Meglio parlare di primavera araba o di “primavere arabe”?
«Se mi passa una battuta, siamo di fronte ad una “quattro stagioni” araba. Nel senso che i Paesi in cui si sta diffondendo la protesta sono molto diversi tra loro. Però è indubbio che ci sono tratti comuni. La Tunisia, nel contesto arabo, è sempre stata una nazione relativamente marginale ma quando le proteste popolari hanno fatto cadere Ben Ali tutti hanno iniziato a pensare: “Se può accadere là, può accadere anche qua”. Quando poi è accaduto in Egitto, nel mondo arabo si è diffusa l’idea che “accadrà dappertutto”. Quindi gli slogan sono uguali, il clima e le idee, aiutate dalla presenza di una lingua comune, anche. Gli esiti molto variabili».
Sotto certi regimi autoritari all’opposizione c’era di tutto. Dai filo occidentali agli islamisti  conservatori intenzionati a tornare alla Shari’a. Ora chi la spunterà?
«Per ora il potere è chiaramente in mano ai partiti di stampo islamico. La questione chiave però è come evolveranno le nuove costituzioni… Proteggeranno i diritti o imporranno solo un ritorno alla Shari’a? Io credo che la base di queste costituzioni sarà islamica, ma comunque dovrà esserci una trattativa. Se i fratelli musulmani in Egitto non garantiranno i diritti dei partiti laici presto la tensione tornerà a salire. L’unica via d’uscita sono il largo consenso e la tutela dei diritti dei singoli, se no l’instabilità politica prenderà il sopravvento».
E i diritti delle donne?
«Bella domanda… In Tunisia il principale partito islamico ha metà dei candidati donne. E quindi ora il Parlamento è pieno di rappresentanti donne. In Egitto la rappresentanza femminile è bassissima, anche se nelle piazze durante la rivolta le donne hanno avuto un ruolo fondamentale. Ci sono retaggi patriarcali fortissimi… La battaglia, in generale, è ancora tutta da combattere».
L’Occidente come deve muoversi? Per ora ha preso posizioni diverse, caso per caso. Basti pensare alla Libia e alla Siria…
«Dobbiamo porci obiettivi modesti. La situazione cambia molto velocemente e in modo imprevisto. Dobbiamo anche scegliere tra i nostri valori e i nostri interessi immediati. A volte scegliere i valori – come privilegiare i diritti e la democrazia – significa scontentare degli alleati. Barack Obama ha subito pressioni pazzesche quando ha chiarito che non avrebbe aiutato Hosni Mubarak… Poi la questione siriana ci sta chiarendo che siamo costretti a trattare anche con Russia e Cina… Quindi obbiettivi piccoli e concreti».
Se da un lato c’è la tentazione democratica – ma la democrazia è un’idea tutta occidentale – dall’altro in queste Nazioni resta forte il mito dell’Ummna, l’unità islamica, e la tentazione revanscista…
«Altra questione complessa. Quando vado in questi Paesi e parlo di democratizzazione la cosa viene vissuta male. Scambiano il termine per “occidentalizzazione”, pensano a Bush e alla campagna per esportare la democrazia. Ma la gente in strada chiede diritti individuali e diritto di voto, usa spesso la parola dignità… Non la chiameranno democrazia ma di fatto potrebbe esserlo. La Umma resta al centro dei piani di fanatici alla Osama Bin Laden ma di fatto è una cosa impossibile, inesistente, cancellata dalla storia… A crederci è una minoranza. La questione è questa: non far più governare le minoranze estremiste o autocratiche».

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IL SUDAN NON FA PRIGIONIERI

di Antonella Napoli, da LIMES – rivista italiana di geopolitica, (6 aprile 2012)

– Mentre Khartoum continua a bombardare i campi petroliferi del Sud Sudan, in Sud Kordofan il governatore incita a uccidere tutti i ribelli. Gli scontri in Darfur coinvolgono anche i caschi blu dell’Onu –

   Ormai è guerra aperta tra Khartoum (Sudan) e Juba (Sud Sudan). Le Forze armate sudanesi del nord continuano a bombardare le regioni del sud dove si produce petrolio, accusa il ministro dell’Informazione del Sud Sudan Barnaba Marial Benjamin.

   L’obiettivo è scoraggiare gli investimenti nel settore del greggio, cruciale per il paese che a luglio dello scorso anno ha proclamato l’indipendenza diventando il 54° Stato africano. I vertici del Sudan people’s liberation movement, il partito al potere, denunciano che nell’ultimo mese “la Repubblica del Sudan ha bombardato la maggior parte del territorio dello stato di Unity, compresi villaggi inermi e campi petroliferi”.

   I timori che gli ultimi scontri al confine possano sfociare in un nuovo conflitto civile tra il settentrione a maggioranza musulmana e il meridione, dove vivono soprattutto cristiani e animisti, sono crescenti. Soprattutto a fronte delle minacce di esponenti importanti del governo guidato da Omar Hassan al Bashir, documentate con video circolati nelle ultime ore.

   Ha suscitato particolare preoccupazione un filmato mandato in onda da Aljazeera nel quale si vede il governatore del Sud Kordofan, Ahmed Harun – già incriminato dal Tribunale penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Darfur – arringare le truppe impegnate contro i ribelli che si contrappongono al regime sudanese, ordinando ai soldati di non fare prigionieri. Insomma di uccidere anche chi si arrende.

   L’escalation di violenza degli ultimi giorni ha allarmato il dipartimento di Stato Usa che ha sollecitato entrambe le parti a cessare il fuoco.

   Il confine tra Sud e Nord Sudan non è l’unico fronte aperto a preoccupare le diplomazie internazionali. Anche in Darfur, nelle ultime settimane, sono stati registrati nuovi scontri. Questa volta i tumulti sono scoppiati nella cittadina di Kabkabiya, situata a circa 130 chilometri ad ovest di El Fasher, capitale del Nord Darfur, dove i residenti si sono scontrati con la polizia per opporsi allo spostamento del mercato locale disposto da un Commissario nominato da Khartoum. La polizia ha risposto con armi da fuoco, uccidendo sul posto dieci civili, tra cui due donne, e ferendone una ventina, come riportato da Radio Dabanga.

   Gli scontri sono proseguiti per alcuni giorni e l’Esercito ha colpito, con una serie di bombardamenti, l’area di Sortony village causando ulteriori vittime. Fonti locali non governative parlano di una trentina di morti e un centinaio di feriti. L’ondata di violenza ha coinvolto anche il compound dell’Onu-Ua, la missione di pace ibrida in Darfur, conosciuta con l’acronimo Unamid: una folla di oltre 200 persone ha preso d’assalto la base, credendo che vi avesse trovato rifugio il referente del governo sudanese fuggito appena sono iniziati i tumulti.

   La missione di peacekeeping in Sudan ha diffuso un bollettino informando che i manifestanti, molti armati di pietre, bastoni e machete, hanno cercato di forzare l’entrata nel campo, costringendo i militari a difendersi con le armi. Sette caschi blu sono rimasti feriti e un civile, colpito da un proiettile, è morto prima di arrivare in ospedale ad El Fasher. Questo ‘incidente’ che ha coinvolto i militari mandati in Darfur per proteggere la popolazione locale ha generato la reazione rabbiosa del principale gruppo di ribelli del Darfur, il Movimento giustizia e uguaglianza (Jem), che ha emesso un duro comunicato di condanna sia per le uccisioni ad opera della polizia sudanese sia per la vittima e i feriti causati dalle forze Unamid.

   Il portavoce ufficiale del Jem, Jibril Adam Bilal, ha dichiarato che il movimento ritiene l’inviato speciale dell’Onu Ibrahim Gambari responsabile delle violenze. La tensione, dunque, ha raggiunto livelli incontrollabili soprattutto perché la gente del Darfur non si fida del comando Unamid e attraverso i rappresentanti dei campi profughi ha inviato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la richiesta di cambiare i vertici della missione ritenuti troppo vicini al presidente del Bashir.

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