AREE METROPOLITANE: NON SOLO 15 – Una proposta geografica affinché ogni territorio possa dar vita a una propria “AREA-CITTÀ METROPOLITANA” – Assieme alla creazione di MACROREGIONI (al posto delle attuali regioni) e CITTÀ (unendo in progetti politici e amministrativi i comuni)

CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA - MAPPA ripresa dal quotidiano "il Gazzettino" del 1o/4/2012 - Le AREE METROPOLITANE attualmente previste sono 15, ricomprendendo così tutte le aree individuate dalla normativa vigente (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli: specificate nella Legge 142 del 1990); Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo (individuate dalle rispettive leggi regionali); Reggio Calabria (individuata nella Legge Delega per il Federalismo Fiscale n. 42 del 2009)

   La “città metropolitana”, come ente amministrativo, è stato inserito nella Costituzione italiana solamente nel 2001 (con la modifica del titolo V della Carta) (da quel momento il primo comma dell’art. 144 della Costituzione recita: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”).

   Nella realtà geografica, “Metropolis”, la città allargata, di dimensione nuova (di superficie, di attività svolte, di popolazione…) è nei fatti già presente in quasi tutti i contesti della nostra penisola italica. Ed è paradossale che il sistema di suddivisione istituzionale-amministrativo sia così in ritardo rispetto a queste nuove (e già spontaneamente costituitesi) aree urbane geografiche, che “fanno da sé”, interloquiscono al loro interno (ed esternamente con le altre aree urbane limitrofe e non) su nuove più grandi dimensioni per quanto riguarda la vita sociale dei cittadini che le abitano, l’economia, la gestione dei servizi (la mobilità nei trasporti privati e pubblici, infrastrutture e servizi pubblici come smaltimento dei rifiuti, acquedotti, sistema sanitario, etc.).

   La cosa interessante, da un punto di vista legislativo, è che la Legge Delega sul Federalismo Fiscale (n. 42 del 5 maggio 2009), prevede (all’articolo 23, comma 6) che entro 3 anni dall’entrata in vigore della legge (cioè entro il 21 maggio 2012) il Governo è delegato ad adottare un decreto legislativo per l’istituzione di ciascuna delle città metropolitane.

   Dovremmo così essere in queste settimane nel momento più importante per adottare quei criteri (di confini, di ruoli amministrativi, di scioglimento delle Province collocate negli stessi territori…) affinché le 15 aree urbane che hanno come centro principale le città di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo, Reggio Calabria, possano dar concretezza al nuovo progetto urbano.

   Non sarà così facile, e temiamo che i tempi saranno ben lunghi. Forse l’emergenza economica, la crisi del sistema politico partitico, paradossalmente potrebbero agevolare la realizzazione di questa grande riforma del sistema di suddivisione istituzionale e amministrativo urbano. Ma sarebbe interessante, e l’occasione (di crisi generale) forse è propizia, “chiedere di più”, come noi tentiamo di fare in questo post.

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Un esempio: il Veneto – Un’idea delle POSSIBILI 7 “AREE METROPOLITANE” VENETE (al posto delle provincie e nella prospettiva di una MACROREGIONE “NORDEST” –Veneto, Friuli V.G.,Trentino-): 1- PA.TRE.VE. (Padova / Castelfranco / Treviso / Venezia); 2- VENETO NORD-ORIENTALE (costa adriatica a nord di Venezia /  confini del Friuli occidentale -Pordenone-; 3- VENETO SUD-ORIENTALE (Chioggia / Adria / Rovigo / Este); 4- VERONA (Legnago, Verona, Lago di Garda); 5- PEDEMONTANA VICENTINA (Schio / Vicenza / Thiene / Bassano); 6- PEDEMONTANA TREVIGIANA (Asolano / Montebellunese / Conegliano / Vittorio Veneto); 7- VENETO MONTANO (Altopiano di Asiago / Feltrino / Bellunese / Agordino / Cadore)

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   Infatti la costituzione delle prime AREE-CITTA’ METROPOLITANE diventa un’occasione storicamente (e politicamente) forse irripetibile per portare ad un riassetto generale dei territori da un punto di vista istituzionale (ma, ovviamente, con ricadute non da poco sul modo di fare economia –agricolo/rurale, industriale, dei servizi, del terziario…- della conservazione dell’ambiente, della tutela paesaggistica).

   Il problema che noi, come associazione geografica, pensiamo sia il “difetto” di questa creazione di aree metropolitane, è che ci si è limitati ad individuarle (ed ora istituirle) in alcuni luoghi tralasciando, considerando marginali e secondari, tutti gli altri. Così, ad esempio, in Veneto, ci sarà un’attenzione particolare ai meccanismi di sviluppo, modi e qualità di vita (e cospicui finanziamenti arriveranno!) per l’area metropolitana veneziana (l’unica prevista in Veneto dal legislatore) (e i confini e i poteri da assegnarle sono tutt’altro che chiari: ne diamo conto nei primi tre articoli di questo post).

   Ebbene, rimanendo all’esempio veneto, questa regione (necessariamente da “sciogliere” nella Macroregione “Nord-Est”) è costituita anche da altre realtà geografiche, geomorfologiche, politiche, economiche, storiche, paesaggistiche: l’alta e la bassa pianura, l’area collinare, il Veronese che di fatto poco si considera “veneto”, la pedemontana vicentina e trevigiana, la mezza montagna e la montagna bellunese, fino all’Agordino e al Cadore).

   La nostra proposta è che TUTTE LE AREE GEOGRAFICHE italiane siano individuate (e coltivino in sè un loro specifico progetto comunitario di vita), come AREE-CITTA’ METROPOLITANE. Solo così il riassetto territoriale potrà rimettere in gioco democrazia e coinvolgimento fattivo dei cittadini e delle istituzioni locali.

   Insomma pensiamo che le AREE-CITTA’ METROPOLITANE dovranno coinvolgere tutti i territori (non solo alcuni), con contemporaneamente insieme la creazione di nuove CITTA’ al posto degli obsoleti comuni (che si dovranno unire, non per questo non conservando lo spirito originario di municipalità, di “paese”), e con la costituzione di MACRO-REGIONI (al posto delle attuali dispendiose regioni): portando così a una nuova qualità del vivere e a una ripresa della coscienza individuale e collettiva sul valore del “bene comune” rappresentato dal territorio nel quale si vive. (sm)

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IL CORAGGIO DI ABBATTERE I VECCHI CONFINI

di ULDERICO BERNARDI, da “il Gazzettino” del 10/4/2012

   «L’Italia offre gran varietà di paesaggio, di uomini, di ricordi, di costumi e di parlate. Dieci miglia in Italia permettono maggior diversità d’incontri che non cento miglia negli Stati Uniti». Così Giuseppe Prezzolini ottant’anni fa.

   E nel profondo, nonostante industrializzazione, omologazioni, mondializzazione e quant’altro, lo spirito nazionale resta segnato dalla sua storia. Questo significa riconoscere la persistenza e la forza del regionalismo nel nostro Paese. Che ancora fatica a districarsi dalla cappa di centralismo sabaudo e totalitario.

   Tutti sanno che le province sono solo un’invenzione burocratica. Saranno cancellate, ma l’importante è che non si pretenda di sostituirle con altri imbrogli simili. L’occasione potrebbe essere offerta dalla creazione delle città metropolitane, forse.

   Il dubbio resta, perché c’è il rischio che il nuovo assetto non consideri le vocazioni native e spontanee delle aree interessate, e gli interessi politici o addirittura elettoralistici dei partiti, disegnino ripartizioni conformi a un rinnovato manuale Cencelli e non alle esigenze di dare respiro alla vitalità dei territori.
Prendiamo la montagna. Cariche di problemi, stremate per gran parte dalla monocoltura turistica, le terre alte hanno estremo bisogno di recuperare l’autostima, di frenare l’abbandono, di riconoscere che il loro futuro sta nel passato. Hanno bisogno di libertà per opporsi alla logica che tende a ridurle solo a parco giochi per il tempo libero della pianura. Nell’Altopiano dei Sette Comuni cimbri nacque, prima ancora della Svizzera, una Confederazione delle autonomie che rispondeva alla condizione specifica dei luoghi. Venezia Serenissima la riconobbe e sostenne, ricevendone fedeltà. Tutta la montagna veneta e friulana ripete le stesse necessità economiche, antropologiche, sociali. Perché i giovani non se ne vadano, le famiglie non si sentano abbandonate, i paesi recuperino servizi primari e civiltà identitaria. Un abbozzo di città metropolitana ad alta quota.
Per la pianura, stravolta dallo scialo di territorio, il riassetto spontaneo delle municipalità deve avvenire avendo in mente le particolarità di queste nostre regioni. Dove lo spirito di campanile (non già il campanilismo che ne è la degenerazione, come tutti gli ismi) diventa un’opportunità per la coesione sociale. E qui torna utile citare il nostro grande Nicolò Tommaseo, che aveva idee chiarissime sul valore delle autonomie e sulle ossessioni del centralismo: «Pare che la regione sia tanto piccola, da star tutta rannicchiata all’ombra del campanile, – scriveva – altra parola faceta, di quelle che ripetendo a ogni tratto, il secolo beato si reputa originale (…) Io dico dunque, se la nazione volesse (dovrebbe volere), potrebbe in regioni distinguersi senza dividersi in sé medesima, anzi più fortemente costituirsi nel tutto, lasciando i suoi nervi e i suoi muscoli e i suoi umori ben distribuiti alle parti».
Veneto e Friuli, ormai lanciate nel lungimirante progetto dell’Euregione Alpe-Adria, possono consentirsi una ricomposizione del mosaico territoriale secondo una logica che ho altrove definito “agropolitana”, cioè rispettosa delle culture e delle colture, non subalterna alle esigenze di un tardo industrialesimo da capannoni sparsi a man salva, ma orgogliosa insieme delle potenzialità della sua tradizione rurale e dell’altrettanto incredibile emancipazione innovativa sperimentata nei decenni ultimi.

   Non siamo Los Angeles, l’uniforme città diffusa. Siamo i mille paesi tra Mincio e Timavo che custodiscono ciascuno tesori di urbanità, d’arte, di archeologia, di sapienza artigiana. La morte delle undici province nelle due regioni a Nordest può generare molto frutto, come il seme di grano evangelico.   Sempre che siano rimossi limiti micragnosi e meschinerie partigiane. (Ulderico Bernardi)

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CITTÀ METROPOLITANA Lo scontro tra il sindaco Orsoni e la presidente della Provincia Zaccariotto

CONFINI E POTERI, A VENEZIA È GIÀ BARUFFA

– Gli industriali spingono per un’area più vasta della PaTreVe – Legge entro l’anno, la Regione convoca il tavolo delle autonomie –  L’Assessore regionale Ciambetti: «C’è il problema del numero degli abitanti» –

di ALDA VANZAN, da “il Gazzettino” del 10/4/2012

   Se ne parla dal 1990, quando con la legge 142 sulle autonomie locali vennero disciplinate, ed elencate, le città metropolitane. Nell’elenco c’era anche Venezia. Ventidue anni dopo – e dopo quattro referendum, falliti, per separare il centro storico lagunare dalla terraferma – se ne ritorna a parlare.

   Con una novità, però: stavolta, complice la morte – pardon, svuotamento – delle Province, il progetto potrebbe andare in porto. Numero degli abitanti permettendo. Confini permettendo. E ruoli permettendo. Sì, perché sui ruoli si sta già litigando: chi farà il “sindaco metropolitano”? Il sindaco del Comune capoluogo, come dice il sindaco stesso Giorgio Orsoni? O il presidente della Provincia, come dice la presidente stessa Francesca Zaccariotto? Per non dire dei confini: quella di Venezia sarà una città metropolitana “provinciale” o si allargherà ad altre province?
A giorni, in Regione, si terrà un incontro per cominciare a gettare le basi della nuova geografia istituzionale. Dice l’assessore veneto Roberto Ciambetti: «Spetta alla Regione definire, entro l’anno, con una propria legge, le competenze e le modalità di voto delle nuove Province, così come delineate dal decreto salva-Italia».

   Ossia: non più enti eletti direttamente dai cittadini, ma enti di secondo grado, formati da rappresentanti dei singoli comuni che poi, al loro interno, dovranno eleggere il presidente. Belluno (commissariata) e Vicenza (che in teoria doveva andare al voto questa primavera) attendono la normativa regionale.

   Ma la Regione potrebbe “dover” dire la sua anche sul fronte della città metropolitana di Venezia nel caso in cui i confini si allarghino a territori di altre Province. E metti mai che l’allargamento sia necessario: «C’è un problema con l’aritmetica», dice Ciambetti. Il limite minimo per far nascere la città metropolitana è un milione di abitanti. Venezia, con l’intera provincia, non ci arriva, gliene mancano almeno 100mila.
Il pressing, tuttavia, è forte. E il clima, rispetto al passato, lascia ben sperare. Prima ancora che a Palazzo Chigi arrivasse il governo dei tecnici di Mario Monti, alla fine del 2010 era stato il deputato Andrea Martella a riproporre la città metropolitana nella sua proposta per una nuova legge speciale per Venezia. Poi, lo scorso autunno, si erano fatti sentire gli imprenditori, con il presidente di Confindustria Venezia, Luigi Brugnaro, a rilanciare il nuovo ente. La presentazione di un “manifesto” per Venezia città metropolitana era stato il passo successivo.

   Ancora: il nuovo Statuto della Regione Veneto, che sarà promulgato il 17 aprile, conferma lo status di Venezia città metropolitana. La nomina, poi, di Giorgio Orsoni a coordinatore delle città metropolitane è la conferma che si vuole fare sul serio. Tanto più che, con il decreto salva-Italia, siamo allo svuotamento di funzioni delle Province e per Venezia è quasi un atto dovuto realizzare quel che era stato previsto nel 1990 con la legge 142 e rimarcato nel 2009 con la legge sul federalismo.

   Ma a chi tocca muoversi? A sentire il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, non servirebbe neanche arrivare al referendum: basterebbe un decreto del Governo. Ma resta il quesito dei confini. Ora che le Province non hanno più futuro e, col divieto di farne di nuove, decadono tutte le velleità di una Provincia del Veneto orientale, resta da chiedersi che affinità ci siano tra Cavarzere e Portogruaro o se, invece, non siano più omogenee zone di province diverse, come Mestre e Mogliano o, volendo allargarsi, Padova e Treviso o, come suggeriscono gli industriali, anche parti di Vicenza e Belluno.
Solo che, vista la spaccatura sui ruoli e sui vertici del nuovo ente tra Comune e Provincia, a questo punto sarà fondamentale capire come si muoverà la Regione. (Alda Vanzan)

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CONTROTENDENZA

E IN LAGUNA CHIEDONO IL QUINTO REFERENDUM PER SEPARARSI

di ALDA VANZAN, da “il Gazzettino” del 10/4/2012

VENEZIA – Non sono bastati quattro referendum: nel 1979, nel 1989, nel 1994 e nel 2003 i veneziani furono chiamati alle urne per separare il centro storico dalla terraferma. Nessuna consultazione vide mai prevalere i sì. Anzi, nel 2003 non fu nemmeno raggiunto il quorum.

   Eppure, in assoluta controtendenza, mentre altrove i comuni si uniscono e in Regione si normano le associazioni di funzioni degli enti più piccoli, a Venezia ci riprovano: il neonato Comitato per il Comune autonomo di Venezia si propone, sentita la Regione che ha competenza sulla modifica (scorporo e unificazione) dei comuni, di raccogliere da settembre le 7mila firme necessarie per l’indizione del quinto referendum.

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«A questo punto solo Attila può decidere i confini» – «Sarebbe l’occasione per rianimare i territori»

L’INTERVISTA

«FALLIRÀ SE SARÀ CALATA DALL’ALTO. SERVE UN CONFRONTO GENERALE»

– Il professor Bertolissi: «Necessaria una convergenza a tutti i livelli e senza indicazioni precostituite» –

di ALDA VANZAN, da “il Gazzettino” del 10/4/2012

   «Ridendo e scherzando, ci vorrebbe Attila che viene giù con gli Unni e decide lui i confini della città metropolitana. Oppure Napoleone». Scherza il professor Mario Bertolissi, ordinario di diritto costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza di Padova. Ma è il sorriso amaro di chi teme che sull’argomento si continuino ad accumulare parole. Solo parole.
Professor Bertolissi, c’è questa “novità” della città metropolitana.
«Già, una novità che è all’ordine del giorno da qualche decennio, diciamo da 30-40 anni».
Secondo lei, perché non è stata ancora fatta?
«Per certi aspetti c’è il dato che riguarda l’ingegneria istituzionale: c’è l’innamoramento per nuove formule che sulla carta, anche per le esperienze estere, lascerebbero ben sperare, in quanto ritenute funzionali alla soluzione di tanti problemi. Solo che, per realizzarle, è necessario che ci siano delle “condizioni di fatto”. Ad esempio la psicologia delle persone: bisognerebbe che i veneziani ragionassero in un altro modo e lo stesso vale per quanti abitano altrove».
È la questione dei confini: solo Venezia città e qualche altro comune? o la sola provincia veneziana? o la PaTreVe magari allargata a Vicenza e Belluno?
«Le cose pensate a tavolino e che sembrano essere perfette possono poi dimostrarsi inadeguate. Qui la dimensione giusta è quella che nei fatti si dimostrerà giusta».
Sembra un gioco di parole.
«Crede? Ricordo che quando si fecero le Regioni e si dibatteva sulle loro funzioni, uno studioso inglese disse: “prima le facciamo, poi le facciamo funzionare, e poi chiediamo a un italiano cosa abbiamo fatto».
Illuminante. Sui confini, però, da qualche parte bisognerà pur iniziare.
«Certo. E non dobbiamo nasconderci che la perimetrazione è sempre dipesa dalla geografia politica: Comune di Venezia centrosinistra, Provincia di Venezia centrodestra, se smuovi l’uno o l’altro cambia il peso politico. È chiaro che così ciascuno vuole il suo perimetro funzionale».
Quindi non se ne viene fuori?
«Solo se si inverte il meccanismo. Una decisione di questo genere ha bisogno di una convergenza a tutti i livelli. Il decreto, la legge, il referendum sarebbero solo un timbro. Il punto vero è: cosa mettiamo al centro della città metropolitana? gli interessi delle collettività o gli interessi “altri”?».
Professore, lei sembra alquanto pessimista: non vede “condizioni di fatto” per realizzare la città metropolitana?
«Non ne ho viste da nessuna parte, sin dalla legge 142 del ’90, per non dire dell’elenco delle città metropolitane che pareva fatto alla dio-ti-fulmini».
Ammetterà che adesso, con lo svuotamento delle Province, c’è uno stimolo diverso.
«Certo, l’occasione c’è. Ma dovrebbe esserci un bel dibattito, un confronto generale. Della città metropolitana non devono parlare il sindaco di Venezia o la presidente della Provincia di Venezia, perché rappresentano solo se stessi, dicono quel che secondo loro è la volontà dell’istituzione che rappresentano, ma non è detto che la collettività, le parti sociali, i lavoratori la pensino allo stesso modo».
Quindi lei auspica un dibattito?
«Sì, ma senza che qualcuno dica “io farei così”. Prima si fa l’istruttoria e poi si tirano le conclusioni. L’occasione c’è, sarebbe un peccato sprecarla. L’istituzione della città metropolitana dovrebbe essere una occasione per rianimare i territori, creare ricchezza, ridare speranza. Purché ci si creda sul serio. E non si perda tempo».

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VIVA LE CITTÀ METROPOLITANE: PISAPIA, DE MAGISTRIS, ZEDDA E…

– A oggi quelle previste sono quindici, dieci individuate dal Parlamento e cinque indicate dalle Regioni a statuto speciale –

di Nico Perrone, dall’«Agenzia Dire» (www.dire.it ) del 15/3/2012

   Ridurre la spesa senza tagliare le prestazioni: in due parole, città metropolitane. Ovvero l’obiettivo naturale di quel processo di trasformazione iniziato forse utopicamente con il progetto di abolizione delle province e poi scaturito nel recente decreto salva Italia del governo Monti, che cancella le Giunte e trasforma gli enti in organismi di secondo livello.

   Un’occasione rara e preziosa, questa, per arrivare a un traguardo inseguito fin dal 1990, quando la legge 142 si proponeva di riordinare gli enti locali. A dare un nuovo slancio è intervenuto poi l’articolo 114 della Costituzione, successivo alla riforma dell’ordinamento della Repubblica del 2001 con la modifica del titolo V della Carta. Ultima pronuncia del legislatore, quella della legge 42/2009, rimasta però senza seguito.

   Ma cos’è esattamente una città metropolitana? Si tratta di un’area di cui fanno parte un grande comune e i ‘satelliti’ più piccoli che gravitano nell’hinterland e sono legati da ragioni economiche, sociali, culturali e di servizio.

   A oggi le città metropolitane previste sono quindici, dieci individuate dal Parlamento e cinque indicate dalle Regioni a statuto speciale: Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino, Reggio Calabria, Roma, Venezia, Cagliari, Catania, Messina, Palermo, Trieste. La proposta di istituzione spetta al comune capoluogo e alla provincia, su iniziativa comune o separata, e successivamente si deve svolgere un referendum confermativo, previo parere della regione.

   A questo punto l’iter prevede l’istituzione di ciascuna città metropolitana a opera dei decreti legislativi, da adottare entro il 21 maggio 2012. Un consiglio provvisorio sarà quindi composto dai sindaci dei comuni interessati. Gli ultimi passi a livello istituzionale sono stati mossi poche settimane fa. L’11 gennaio scorso si è infatti insediata la Commissione speciale mista, paritetica Governo-Regioni-Enti locali, con il compito di elaborare una proposta di riordino istituzionale.

   In conclusione, con la nascita delle città metropolitane e di conseguenza il riordino dell’amministrazione periferica dello Stato, si possono eliminare tutte quelle spese derivanti dalla sovrapposizione di enti e organismi che svolgono le stesse funzioni. Il risultato è evidente: semplificazione degli assetti istituzionali locali, riduzione della spesa pubblica e investimento di queste risorse recuperate per rilanciare l’economia. senza tralasciare l’aspetto della semplificazione burocratica.

PISAPIA: ‘MILANO LA PRIMA D’ITALIA’

Sindaco Pisapia, sembra più vicino il traguardo di Milano Città metropolitana…

“Milano sarà la prima Città metropolitana d’Italia. Proprio domani (venerdì 16 marzo) presenteremo a Palazzo Marino il Comitato promotore della Città metropolitana milanese. Il traguardo, quindi, comincia a essere ben visibile. Su questo tema, infatti, c’è una grande sinergia anche con la Provincia di Milano. Entrambi, insieme anche ad altri soggetti, abbiamo lo stesso obiettivo nell’interesse dei cittadini. Milano è la città in Italia che più ha la vocazione a essere governata a livello metropolitano. Per Milano il cambiamento è già stato avviato con la delibera sul decentramento che prevede maggiori poteri e maggiore autonomia economica alle zone. Questo percorso, in parallelo con quello per la Città metropolitana porterà ad avere delle proprie e vere municipalità. Per lo stato cambierà l’interlocutore. Non ci sarà più il Sindaco di Milano, né il Presidente della Provincia, ma un solo Sindaco metropolitano”.

Con questa novità ci saranno risparmi, non solo in termini economici?

Sarà data maggiore concretezza alle esigenze dei cittadini, a cui saranno offerti servizi sempre migliori. Meno frammentazioni e una visione di area vasta che potrà finalmente dare soluzioni a tematiche prioritarie per il governo del territorio. Lo smog, i trasporti, il lavoro, la cultura devono essere governati da un’istituzione più vasta, non il singolo – piccolo o grande – comune.

Quali sarebbero invece i principali cambiamenti per i cittadini dei piccoli comuni inglobati? C’è il rischio che si trovino a fare i conti con le problematiche delle grandi città?

I cittadini dei piccoli comuni già si trovano a fare i conti con le problematiche delle grandi città. E’ proprio questo che recriminano: ovvero avere gli stessi problemi, ma non la stessa attenzione. Con la Città metropolitana non sarà più così, perché le tematiche e le problematiche saranno governate su vasta scala. Tra Milano e l’hinterland esistono, infatti, rapporti strettissimi, basti pensare al flusso di gente in entrambe le direzioni che si sviluppa ogni giorno per ragioni di lavoro. I problemi sono comuni e vanno affrontati con politiche comuni.

DE MAGISTRIS: ‘UNA GRANDE OPPORTUNITA”

   Per il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, la Città metropolitana “è una grande opportunità che va colta. E fuori di dubbio che le grandi città hanno una estensione ampia che va oltre il loro confine e si allarga all’area provinciale. Percio’ non ha senso l’esistenza di comune e provincia, poiché crea appesantimenti e rallentamenti burocratici, oltre ad aggravare i costi. Città metropolitana permette che si realizzi una positiva concentrazione di competenze, senza ricadute in termini di rappresentatività: oltre al sindaco della grande città, infatti, sono coinvolti anche gli esponenti delle città minori e si crea una sinergia fra grande e piccole città su argomenti collegati”.

Insomma, ai cittadini conviene….

Una unica centrale istituzionale favorisce il governo soprattutto su temi come la mobilita’, la tutela del territorio o l’edilizia scolastica, solo per fare qualche esempio. Anche sul piano della fiscalità si pone una opportunità in termini di quell’ autonomia costituzionalmente prevista.

Certo ci sono anche degli oneri e dei rischi: penso al fatto che, comunque, il sindaco della città capoluogo si troverà a dover gestire un numero maggiore di abitanti rispetto a quello attuale, per esempio il governo di Napoli non riguarderà più un milione di abitanti bensì tre milioni di cittadini. Ma si tratta di una riforma giusta anche se con aspetti di criticità su cui si dovrà lavorare. Resta da vedere comunque che tipo di riforma, alla fine, verrà attuata: sono vent’anni, infatti, che si parla di introdurre la città metropolitana.

E ci saranno anche risparmi?

Si determinano sicuramente dei risparmi perché l’attuale divisione delle competenze produce un aggravio anche dei costi. Certamente si può ottenere, infatti, una maggiore efficacia, efficienza, razionalizzazione dell’attività amministrativa. Rispetto allo Stato, poi, si rafforzano le autonomie locali in una ottica di vero federalismo, inteso non in termini secessionisti come vuole la Lega, ma come un positivo ritorno ai municipi che rappresentano il radicamento delle comunità e rispondono ad una preziosa democrazia di prossimità. Si deve evitare -ed è questo il principale rischio da contrastare- di rendere la città metropolitana un ‘elefante burocratico’, perché al contrario essa rappresenta un’occasione soprattutto in termini di maggiore rapidità ed efficacia dell’azione amministrativa, concentrata ma allo stesso tempo rispettosa della rappresentatività territoriale incarnata dalle città più piccole.

Ma anche i piccoli comuni sono realtà importanti, non spariranno?

Si devono valorizzare i vantaggi dei piccoli comuni che non devono perdere le loro caratteristiche positive. Dunque va salvaguardata la loro rappresentatività e la loro autonomia su temi di carattere strettamente locale. Da una maggiore centralizzazione dell’attività amministrativa, fatto salvo ovviamente il rispetto delle autonomie locali delle realtà più piccole, si produce comunque un miglioramento dell’attività amministrativa stessa di cui beneficiano tutti i cittadini.

ZEDDA: PIU’ OBIETTIVI COMUNI, PIU’ ACCESSI AI SERVIZI

   ‘Non so se le città metropolitane saranno istituite con norma nei termini previsti. Di certo c’è che con i 16 Comuni dell’Area Vasta e con la Provincia di Cagliari abbiamo riavviato l’iter per il Piano Strategico Intercomunale’. Lo dice all’agenzia di stampa Dire il sindaco di Cagliari, una delle città destinate a diventare città metropolitana, con la particolarità di essere stata indicata da una regione a statuto speciale.

   ‘Le procedure- spiega il primo cittadino sardo- erano iniziate nel 2006 ma in cinque anni non erano state approvate neanche le linee guida. Subito dopo il mio insediamento ho riunito i primi cittadini dei comuni limitrofi e in ottobre abbiamo presentato il documento strategico. Ora lavoriamo ai progetti concreti per tutta l’area, gli unici che d’ora in poi potranno usufruire dei finanziamenti comunitari. La città metropolitana non sarà altro che la forma istituzionale di questo processo che abbiamo già avviato’. Per Zedda sono chiari i risparmi, non solo in termini economici, per il territorio.

   ‘Come assi portanti di quel documento abbiamo scelto quattro direttrici: mobilità e trasporto pubblico integrato, servizi e cultura, residenzialità e ambiente. Rappresentano le quattro linee strategiche per il rilancio delle nostre città. Ad esempio il trasporto pubblico: con la benzina che sfiora i 2 euro, un servizio efficiente da e per il capoluogo verso tutta l’Area Vasta consente alle migliaia di persone che ogni giorno arrivano a Cagliari di lasciare a casa l’auto privata. Oltre a essere un aiuto concreto per le famiglie è anche un modo per salvaguardare l’ambiente e, allo stesso tempo, vederlo come motore di sviluppo. Una via imprescindibile per la ripartenza delle nostre economie’.
Nessun rischio, invece, che le problematiche delle grandi città si possano ripercuotere sui piccoli comuni inglobati. ‘Se pensiamo che Cagliari ha poco meno di 157mila abitanti ma offre servizi per 500mila persone, mettere in comune gli obiettivi di tutta l’Area Vasta può solo facilitare l’accesso ai servizi stessi’, conclude Zedda.

FILIPPESCHI: NON SPRECARE OCCASIONE RIORDINO PROVINCE

   ‘Sono ventidue anni che l’ordinamento prevede l’istituzione delle Città metropolitane, senza produrre alcun risultato. Qualcosa evidentemente non ha funzionato nel modello che, salvo diverse varianti, è sostanzialmente ancora quello della legge 142/90’. Lo dice all’agenzia di stampa Dire Marco Filippeschi, presidente nazionale di Legautonomie.

   ‘Nell’attesa della costituzione della città metropolitana- aggiunge- andavano messi a punto nuovi strumenti per una pianificazione e una programmazione delle politiche e dei servizi di area vasta che poggiasse sua ‘larghe intese’ tra l’amministrazione capoluogo e i comuni contermini interessati da specifici problemi di sviluppo e di assetto territoriale’.

   Anche per Filippeschi non bisogna sprecare l’occasione che si presenta con il riordino delle Province: ‘Bisogna superare i ritardi e rilanciare il progetto, cogliendo l’opportunità di un processo di riforma che non può limitarsi solo a un segmento delle istituzioni locali ma investire tutto il sistema dei poteri locali: dai piccoli comuni, che devono essere agevolati nel processo di associazionismo in ambiti sovra-comunali, fino alla Regione, che deve dismettere funzioni di amministrazione attiva e completare il decentramento a favore degli enti locali’.

   Sul piano pratico, il direttore generale di Legautonomie, Loreto Del Cimmuto, fissa i termini di attuazione del progetto: ‘Prevedere che in sede di prima applicazione la città metropolitana coincida con l’attuale territorio provinciale potrebbe essere la soluzione più praticabile e di più immediata fattibilità. Sebbene non rappresenti indubbiamente la soluzione ottimale, rappresenta tuttavia un punto di partenza per dare una prospettiva di governo all’area metropolitana’.

   Secondo Del Cimmuto, ‘la soluzione è praticabile: si tratta di ereditare, sotto il profilo amministrativo e dei confini territoriali, le attuali province, assumendo le funzioni del comune capoluogo, quelle di area vasta riservate alla Provincia e quelle che deriveranno dal decentramento regionale’.

   C’è però uno scoglio da superare. ‘Tutto ciò ovviamente non basta e si dovrà intervenire sui meccanismi di governance idonei a garantire efficienza, efficacia e rappresentatività alle istituzioni di governo. Ma si tratta di partire da un punto fermo. Gli assetti dovranno essere completati sotto il profilo finanziario da un rafforzamento dell’autonomia fiscale e impositiva, come previsto per le città metropolitane dalla legge delega per il federalismo fiscale’. Infine, spiega Del Cimmuto, ‘potrà sempre essere consentito, in un secondo momento, ai Comuni ricadenti nell’area metropolitana di distaccarsene, con le procedure previste dalla Costituzione, purché sia salvaguardato il principio della continuità territoriale’. (Nico Perrone – 15 marzo 2012 –  dall’«Agenzia Dire») (www.dire.it)

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RIFORMA DELLE PROVINCE, CITTÀ  METROPOLITANE FANTASMA E REGIONI CANAGLIA: CHE FARE?

di Giovanni de Pascalis, da NOTIZIE RADICALI DEL 27/2/2012 (http://notizie.radicali.it/)

   È da alcuni anni che si è riacceso in Italia il dibattito sull’abolizione delle Province, ovvero sulla riforma radicale delle Province, come molti preferirebbero (anche chi scrive). La questione è certo importantissima. Ma a mio avviso sarebbe ancora più importante riflettere sulla necessità, a 65 anni dall’approvazione della Costituzione nel 1947, di un ripensamento complessivo del sistema di governo del territorio nei suoi vari livelli istituzionali sottostanti quello statale.

   Molti poi dimenticano che la questione delle Province si intreccia strettamente con la questione della mancata istituzione delle Città metropolitane, previste fin dal 1990 (legge sugli Enti locali) e poi, soprattutto, previste dalla Costituzione a partire dal 2001 (nuovo titolo V della parte seconda della Cost.) e da allora mai istituite, sicché ci troviamo di fronte a una gravissima, scandalosissima violazione della Costituzione, tra le più gravi della storia della Repubblica.

   Province e Città metropolitane sono in fortissimo rapporto reciproco semplicemente perché le Città metropolitane sono sostanzialmente territori provinciali che si trasformano in “Città metropolitana”.

   Per ciò che riguarda queste ultime, a mio parere finché si continuerà a pensare di affidare la perimetrazione del territorio di queste a una libera scelta da parte dei piccoli Comuni limitrofi alle grandi città, non si andrà da nessuna parte. E infatti da 20 anni che continua questa farsa. E’ ovvio che i piccoli Comuni tutto intorno alle grandi città non hanno alcuna voglia di farsi inglobare nella futura Città metropolitana. Questa, infatti, dovrebbe per forza di cose avere nelle sue competenze sia l’urbanistica che le infrastrutture di trasporto. Passi per le infrastrutture di trasporto, ma tutti sanno che la competenza urbanistica ed edificatoria è in larga parte d’Italia il nocciolo duro del sistema di potere dei sindaci e delle classi politiche locali…

   Ed è lì, tra l’altro, che si annida la parte più consistente della corruzione. Il problema non investe solamente le future – e per ora solo virtuali – Città metropolitane, ma l’intero territorio. A mio parere, preso atto che la continua, inarrestabile cementificazione del territorio non può più evidentemente proseguire, sia perché la popolazione ormai non cresce più, sia perché negli ultimi decenni si è consumata una quota talmente enorme di territorio agricolo da aver ormai da tempo oltrepassato qualunque livello di guardia, si dovrebbe a questo punto decidere di affidare le politiche urbanistiche ad un livello istituzionale superiore a quello dell’insieme dei piccoli o medi Comuni.

   E io credo che l’istituzione più adatta per questa responsabilità dovrebbe essere quella, appunto, delle Province e delle Città metropolitane. Ora, per istituire rapidamente le Città metropolitane l’unica strada percorribile realisticamente è quella di una legge del Parlamento che tagli il nodo gordiano una volta per tutte. Una legge che elenchi le Città metropolitane, una per una, e che indichi anche, in modo abbastanza preciso, il territorio che queste debbano avere e la data a partire dalla quale le dette Città metropolitane saranno istituite ad ogni effetto e si eleggeranno i sindaci e i consigli metropolitani. Per esempio:

Torino, con l’attuale Provincia, ma escludendo le valli alpine e la zona di Ivrea, che diventerebbero piccole nuove Province.
Genova, con l’attuale Provincia e la metà più orientale della Provincia di Savona, compresa la città di Savona.
Milano, con l’attuale Provincia, più la Provincia di Monza/Brianza e la Provincia di Lodi, più il territorio compreso tra Milano e l’aeroporto di Malpensa (oggi parte della Provincia di Varese, per esempio Busto Arsizio), più quelle parti delle Province di Como e Lecco più vicine al territorio della città di Milano.
Mestre/Padova/Treviso, con l’esclusione di Venezia, Cavallino e Chioggia, cioè, sostanzialmente, della Laguna di Venezia, che sarebbe bene si amministrasse da sé. – – — – Bologna, con le attuali Province di Bologna e di Modena.
Firenze, con le attuali province di Firenze, di Prato e di Pistoia.
Roma, con l’attuale Provincia, più il Comune di Aprilia, il Comune di Monterosi e la parte adiacente il Tevere del Comune di Fara Sabina.
Napoli, con l’attuale Provincia di Napoli, più la parte più meridionale della Provincia di Caserta, a Sud del Volturno (quindi i Comuni di Caserta, Capua, Aversa, ecc. ecc.)
Bari, con l’attuale Provincia meno Gravina, Altamura e Santeramo in Colle, inoltre meno i Comuni di Fasano, Alberobello e Locorotondo (Murgia dei trulli) che a mio parere dovrebbero dar vita, insieme con Martina Franca, Cisternino, Ostuni e Ceglie alla nuova Provincia della
Murgia dei trulli.
Palermo, con l’attuale Provincia di Palermo meno l’area di Cefalù, che potrebbe divenire una nuova piccola Provincia.
Catania, con l’attuale Provincia di Catania, meno l’area di Caltagirone e Grammichele.

   Come si vede, in questa ipotesi, le attuali, esistenti Province coinvolte nella trasformazione in Città metropolitana sarebbero 20, con una popolazione complessiva che verrebbe inclusa in una delle 11 ipotizzate Città metropolitane non inferiore a 19 milioni di abitanti…!!!

   Purtroppo il problema, quando si affronta questa questione, è che oggi in Italia si ha un evidente gravissimo ritardo culturale, e politico-culturale, in tema di geografia e di geografia politica (geo-politica). Per cui non si sa più guardare, comprendendola, la carta geografica, l’identità dei vari territori, i rapporti esistenti tra le diverse città e i diversi territori, ecc. Né si hanno a disposizione carte tematiche che ci dicano quanta parte della popolazione delle attuali Province di Como e di Lecco, per fare un esempio, risieda nella parte di queste Province più vicina a Milano e quanta parte invece nei territori più a Nord, effettivamente sul Lago ed immersi e circondati dal paesaggio alpino.

   In linea generale, io sono convinto che le Province siano più utili e più “riconoscibili” da parte dei cittadini rispetto alle Regioni, che si sono rivelate in larga parte un grande disastro, il vero buco nero della Repubblica italiana. Anche se questo è vero soprattutto per il Sud e il Centro- Sud, molto meno per il Nord.

   Sono convinto che la Provincia, che io preferirei chiamare “Contea” all’inglese, o “Dipartimento” alla francese, potrebbe ben essere amministrata da un consiglio costituito da tutti i sindaci dei Comuni facenti parte della stessa, e da un Presidente eletto direttamente dai cittadini. In tal modo sia il Presidente sia i sindaci – quindi in pratica tutti gli attori della istituzione “Provincia” – sarebbero eletti in collegi uninominali. Essendo però i Comuni tutti diversi uno dall’altro per popolazione, i sindaci stessi dovrebbero votare nel Consiglio con voto ponderato, in base alla popolazione (in pratica lo stesso sistema che si ha nelle assemblee di condominio quando si calcolano i millesimi).

   Le maggiori città, quelle per esempio con oltre 25 mila abitanti potrebbero inoltre avere 2 rappresentanti nel Consiglio, il sindaco e il vicesindaco, mentre le città con oltre 50 mila abitanti potrebbero avere 3 rappresentanti, oltre al sindaco e al vicesindaco anche il capo dell’opposizione. Si potrebbe poi stabilire che le decisioni del Consiglio – calcolate con la detta ponderazione – vadano approvate con maggioranza speciale, per esempio di sei decimi. Inoltre, con questo sistema, non si dovrebbero pagare stipendi ai consiglieri provinciali, poiché questi avrebbero già tutti il loro normale stipendio in quanto sindaci (o vicesindaci, ecc.)

   Per ciò che riguarda le Regioni, sono a favore di una drastica, radicale semplificazione. In pratica, con drastiche aggregazioni, si potrebbero realizzare vere e proprie Macro- Regioni. D’altra parte, se la Germania ha 16 Lander, con oltre 80 milioni di abitanti, in proporzione l’Italia dovrebbe avere 12 Regioni. Io sarei per 10 Regioni in tutto, di cui 8 veramente importanti:

– Valle d’Aosta;
– Alto Adige/Sud Tirol;
– Nord-Ovest (Piemonte e Liguria, senza La Spezia, che verrebbe unita alla Provincia di Massa e Carrara);
– Lombardia;
– Nord-Est (Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia);
– Centro-Nord (Emilia-Romagna, Marche, Umbria e Toscana, più La Spezia);
– Centro-Sud (Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata);
– Calabria;
– Sardegna;
– Sicilia.

   Le Regioni hanno oggi, in seguito alla riforma costituzionale del 2001, un immenso potere legislativo. E’ giusto allora che divengano istituzioni davvero importanti e RICONOSCIBILI nella logica dell’identità storico-culturale e della realtà economica, non solo sul piano politico, ma anche su quello GEO-POLITICO.

   Ma perché questo avvenga le Regioni devono essere poche, significative, prestigiose. Si può dire che attualmente questo sia in essere per Regioni come la Liguria, le Marche, l’Umbria, l’Abruzzo, il Molise, la Basilicata, la Campania, la Puglia, e, per certi versi, per il Lazio? In realtà le Regioni attuali che possono vantare una piena identità storica sono a mio avviso il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, la Toscana e, in parte, il friuli Venezia Giulia, oltre, naturalmente, alle due isole maggiori, la Sardegna e la Sicilia.

   Nella mia proposta, oltre alla Valle d’Aosta e al Sud-Tirol (che io restituirei all’Austria), Regioni queste molto “sui generis”, avremmo otto Regioni: credo che non dovrebbero essere in numero maggiore.  Infine, per quel che riguarda le competenze, com’è noto il servizio sanitario pubblico rappresenta oggi la principale competenza e responsabilità delle Regioni. Assorbe circa il 60-65% della spesa complessiva delle stesse.

   Ora, non credo sia giusto che le Regioni debbano avere un potere immenso e totale sul settore della salute. Io conserverei alle Regioni il potere di decidere la dimensione complessiva delle risorse (il denaro) da destinare ai servizi sanitari, quindi il potere di bilancio, il potere di decidere i principali investimenti, ecc. inoltre l’organizzazione delle centrali uniche di acquisto per il settore, ma affiderei poi alle Province e alle Città metropolitane la concreta organizzazione dei singoli ospedali e delle singole aziende sanitarie locali.

   Per quale motivo, infatti, deve essere la Regione e non la Provincia a decidere chi debba essere il direttore di un’azienda sanitaria o il primario di un reparto ospedaliero? Meglio affidare questa responsabilità ad un’istituzione più vicina ai cittadini, come sarebbe la Provincia (e la Città metropolitana) il cui Consiglio fosse costituito dai sindaci di tutti i Comuni della Provincia stessa. (Giovanni de Pascalis)

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TORINO VUOLE DIVENTARE CITTÀ METROPOLITANA

da ECO DI TORINO (http://www.ecoditorino.org/ ) del 20/3/2012

   Il Consiglio comunale ha approvato con 22 voti favorevoli e due astensioni, una mozione presentata da Silvio Viale che impegna il Sindaco e la Giunta “ad attuare, nel più breve tempo possibile, tutti i passi formali possibili previsti dalla legislazione per giungere alla costituzione della Città Metropolitana di Torino, che rappresenta, a livello locale, uno degli strumenti più efficaci da attuare in termini di riorganizzazione e razionalizzazione della gestione e del Governo del territorio”.

   A tal fine l’atto prevede un tavolo con Regione Piemonte, Provincia di Torino e tutti i Comuni confinanti con gli attuali limiti comunali della Città di Torino e di Comuni non confinanti, ma che “comunque sono evidentemente strettamente integrati all’area urbana torinese”.

   Motivo dell’iniziativa è “riorganizzare tutti i servizi su area vasta, per incidere sulla spesa, ottimizzare l’efficienza e ridurre l’incidenza sul territorio delle società partecipate, delegate alla fornitura dei servizi suddetti, con accorpamenti che avrebbero l’effetto immediato di ridurre l’influenza deleteria del sottopotere politico e clientelare”.

   Successivamente a tale proposta, spiega la mozione approvata: “si svolge un referendum confermativo indetto tra tutti i cittadini della Provincia interessata, previo parere della Regione. Dopo il referendum, l’istituzione della Città metropolitana è rimessa a decreti legislativi del Governo, che detteranno una disciplina di carattere provvisorio. I decreti istituiranno il Consiglio provvisorio della Città metropolitana, composto dai sindaci dei comuni e dal presidente della Provincia, e l’individuazione quali funzioni fondamentali della Città metropolitana, della pianificazione del territorio e delle rete infrastrutturali; del coordinamento della gestione dei servizi pubblici; della promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale…

   Il Governo è delegato ad adottare entro 36 mesi dalla data di entrata in vigore della legge (entro il 21 maggio 2012) un decreto legislativo per l’istituzione delle città metropolitane”:
Sul ruolo attuale delle Province, la mozione afferma che “le Province attuali appaiono sempre più come un retaggio risorgimentale superato, le cui competenze, in assenza di un radicale riordino e accorpamento, possono essere pienamente assunte dalle Regioni, dai Consorzi di Comuni e dalle Città metropolitane”.

   La Città metropolitana è stata per la prima volta individuata dalle legge n. 142 dell’8 giugno 1990 sul nuovo ordinamento degli Enti Locali, ma ad oggi non è mai stata istituita. (Fonte Comune di Torino)

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LE CITTA’ METROPOLITANE IN ITALIA. GLI ASPETTI PROCEDURALI, FUNZIONI E OBIETTIVI

di Antonio Maria Leone

da http://www.unideadicitta.it/

   Il Federalismo fiscale è legge. La legge n.42 del 5 maggio 2009, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 6 maggio 2009, entrata in vigore il 21 maggio. Il disegno di legge collegato alla manovra finanziaria, recante delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione era stato approvato in via definitiva dal Senato nella seduta del 29 aprile 2009.

   Il federalismo fiscale per diventare operativo necessita di una serie di provvedimenti che si snodano nell’arco di sette anni: due anni per l’attuazione e cinque di regime transitorio. La legge prevede innanzitutto l’istituzione di una commissione paritetica propedeutica per definire i contenuti dei decreti attuativi che dovranno essere predisposti entro due anni dall’entrata in vigore della legge.

   Il finanziamento delle funzioni trasferite alle Regioni, attraverso l’attuazione del federalismo fiscale, comporterà ovviamente la cancellazione dei relativi stanziamenti di spesa, comprensivi dei costi del personale e di funzionamento, nel bilancio dello Stato. A favore delle regioni con minore capacità fiscale – così come prevede l’articolo 119 della Costituzione – interverrà un fondo perequativo, assegnato senza vincolo di destinazione.

   Il federalismo fiscale introduce un sistema premiante nei confronti degli Enti che assicurano elevata qualità dei servizi e livello di pressione fiscale inferiore alla media degli altri enti del proprio livello di governo a parità di servizi offerti. Viceversa, nei confronti degli enti meno virtuosi è previsto un sistema sanzionatorio che consiste nel divieto di fare assunzioni e di procedere a spese per attività discrezionali.

   Contestualmente, questi enti devono risanare il proprio bilancio anche attraverso l’alienazione di parte del patrimonio mobiliare ed immobiliare nonché l’attivazione nella misura massima dell’autonomia impositiva.  Sono previsti anche meccanismi automatici sanzionatori degli organi di governo e amministrativi nel caso di mancato rispetto degli equilibri e degli obiettivi economico-finanziari assegnati alla regione e agli enti locali, con individuazione dei casi di ineleggibilità nei confronti degli amministratori responsabili degli enti locali per i quali sia stato dichiarato lo stato di dissesto finanziario.

   Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria diventano città metropolitane, contestualmente la provincia di riferimento cessa di esistere e sono soppressi tutti i relativi organi a decorrere dall’insediamento della città metropolitana.

   Prima del recente inserimento di Reggio Calabria, delle 14 future Città Metropolitane sette (Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Catania, Palermo e Messina) avevano delimitato l’area metropolitana, mentre le altre sette (Torino, Milano, Trieste, Roma, Napoli, Bari e Cagliari) non hanno invece proceduto ad individuare formalmente l’area, anche se per alcune di queste sono stati comunque effettuati studi e proposte di perimetrazione.

   Le aree metropolitane sono passate in questo ultimo periodo da 14 a 15, ricomprendendo così: tutte le aree individuate dalla normativa vigente (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli (individuate dalla L. 142/90 e confermate dal D.lgs. 267/2000); Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo (individuate dalle rispettive leggi regionali Friuli 10/1988, Sardegna 4/1997, Sicilia 9/1986); Reggio Calabria (individuata da Disegno di Legge in materia di federalismo fiscale approvato il 29.4.2009 dal Senato della Repubblica Italiana e ratificato con la legge n.42/2009).

   I comuni, le province, la stessa idea di area metropolitana, devono essere intesi non più come ambiti nei quali ricercare un’ordinata gerarchia di soggetti e una dimensione conforme per il trattamento dei problemi, quanto come una rete istituzionale che deve essere disponibile a diverse ricomposizioni. Non è possibile pensare a un’autorità di governo che agisca sulla base del principio dell’inclusione di tutti i territori facenti parte della regione urbana, ma nello stesso tempo deve essere affrontato il problema della costruzione di un quadro di riferimento e di una serie di efficaci politiche settoriali per l’intera area.

AREA METROPOLITANA DELIMITAZIONE PROVVEDIMENTO
Torino non delimitata /
Milano non delimitata /
Venezia Individuata un’area   di cui fanno parte 5 comuni L.R. n.36 del   12.8.1993
Trieste non delimitata /
Genova Individuata un’area   di cui fanno parte 41 comuni L.R. n.12 del   22.7.1991 e L.R. n.7 del 24.2.1997
Bologna Individuata un’area   coincidente con la Provincia L.R. n.12 del   22.7.1991 e L.R. n.7 del 24.2.1997
Firenze Individuata un’area   coincidente con le Provincie di Firenze, Prato e Pistoia D.C.R. n.130 del   29.3.2000
Roma non delimitata /
Napoli non delimitata /
Bari non delimitata /
Catania Individuata un’area   di cui fanno parte 27 comuni L.R. n.9 del 1986 e   Decreto Presidente Regione 10.8.1995
Messina Individuata un’area   di cui fanno parte 51 comuni L.R. n.9 del 1986 e   Decreto Presidente Regione 10.8.1995
Palermo Individuata un’area   di cui fanno parte 27 comuni L.R. n.9 del 1986 e   Decreto Presidente Regione 10.8.1995
Cagliari non delimitata /

Tabella n.1 – Delimitazione delle Aree Metropolitane, 2007 (fonte: Arpa Lombardia)

   Va ricordato inoltre che la normativa in materia (D. Lgs. 267/2000) non fornisce specifici criteri per la delimitazione delle aree metropolitane, ma si limita a definire quali realtà territoriali possono essere considerate tali, ovvero, quelle parti di territorio costituite da una città centrale e da una serie di centri minori ad essa uniti da contiguità territoriale e da rapporti di stretta integrazione in ordine all’attività economica, ai servizi essenziali alla vita sociale, ai caratteri ambientali, alle relazioni sociali e culturali.

   In riferimento alla perimetrazione l’art.23 della legge n.42/2009 definisce la delimitazione delle città metropolitane secondo il principio della continuità territoriale, comprendendo almeno tutti i comuni proponenti. Il territorio metropolitano coincide con il territorio di una provincia o di una sua parte e comprende il comune capoluogo.

…………………………….

CITTÀ METROPOLITANA

da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

« Le città metropolitane possono essere istituite, nell’ambito di una regione, nelle aree metropolitane in cui sono compresi i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. La proposta… »

(legge 42/2009, art. 23 c. 2)

La città metropolitana è un ente amministrativo italiano, non ancora organicamente disciplinato. Previsto per la prima volta dalla legge n. 142 dell’8 giugno 1990 sul nuovo ordinamento degli Enti locali, ha trovato nuovo slancio nel nuovo art. 114 della Costituzione della Repubblica Italiana, dopo la riforma dell’ordinamento della Repubblica del 2001 con la modifica del titolo V della Carta.

Secondo l’articolo 23 c. 6 della legge 42 del 5 maggio 2009, il Governo è delegato ad adottare entro 36 mesi dalla data di entrata in vigore della legge (entro il 21 maggio 2012) un decreto legislativo per l’istituzione delle città metropolitane.

   Una città metropolitana comprende quindi una grande città e i comuni che ad essa sono strettamente legati per questioni economiche, sociali e di servizio, nonché culturali e territoriali. Per l’ordinamento giuridico il territorio della città metropolitana coincide con il territorio di una provincia o di una sua parte e comprende il comune capoluogo. Una città metropolitana (nome giuridico) è quindi un’area metropolitana.

In ogni caso i confini di una città metropolitana così come definiti dalla legge non necessariamente rispecchiano le delimitazioni di studi specifici di settore al riguardo delle aree metropolitane.

Storia dell’ente

L’istituzione della Città metropolitana è stata prevista[3] inizialmente per 14 aree metropolitane[4] italiane; Reggio Calabria, la quindicesima, è stata aggiunta a quelle precedentemente individuate con la legge delega n. 42 del 5 maggio 2009].

Questo l’elenco:

Individuate dal Parlamento italiano:

Bari

Bologna

Firenze

Genova

Milano

Napoli

Torino

Reggio Calabria

Roma

Venezia

Individuate dalle Regioni a statuto speciale:

Cagliari

Catania

Messina

Palermo

Trieste

All’ente sono attribuite le funzioni della Provincia e parte delle funzioni di interesse sovracomunale proprie dei singoli Comuni. Con l’istituzione della città metropolitana la provincia di riferimento cesserà di esistere.

In Italia non è ancora stata istituita nessuna città metropolitana, poiché nel 2008 lo scioglimento anticipato delle Camere ha rinviato il compito di istituire le città metropolitane al Parlamento della XVI Legislatura repubblicana.

Nel 2007 il Governo Prodi II aveva approvato un disegno di legge-delega (per la redazione della Carta delle autonomie locali), che avrebbe dovuto abrogare il d. lgs. n. 267/2000, recante il Testo unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, che a sua volta raccoglieva in un unico testo la fondamentale legge n. 142/1990, la prima che aveva previsto, tra le varie disposizioni, proprio l’istituzione delle città metropolitane[5].

Secondo il predetto d.d.l., ne potevano far parte le Circoscrizioni del Comune capoluogo, trasformate – ed eventualmente accorpate – in Municipi, nonché i Comuni contermini strettamente integrati al capoluogo. L’iniziativa della costituzione della città metropolitana spettava al comune capoluogo o al 30% dei comuni della provincia o delle province interessate, che rappresentassero il 60% della relativa popolazione, oppure ad una o più province insieme al 30% dei comuni della provincia/e proponenti. Sulla proposta la Regione doveva esprimere un parere e successivamente sarebbero stati chiamati ad esprimersi anche i cittadini con un referendum, che non avrebbe avuto un quorum se il parere della Regione fosse stato favorevole, o del 30% in caso contrario.

La materia nel maggio del 2009 è stata oggetto di delega al governo il quale dovrà emanare i relativi provvedimenti normativi[1]. L’art. 23 della legge 42/2009 (legge delega sul federalismo fiscale), approvata dalle Camere nella primavera 2009, ha introdotto una disciplina transitoria che consente, in via facoltativa, una prima istituzione delle città metropolitane situate nelle regioni a statuto ordinario. Le città metropolitane potranno essere istituite, nell’ambito di una regione, nelle aree metropolitane in cui sono compresi i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. La proposta di istituzione spetta al comune capoluogo e alla provincia, congiuntamente tra loro o separatamente (in questo caso è assicurato il coinvolgimento dei comuni della provincia interessata). Successivamente si svolge un referendum confermativo, indetto tra tutti i cittadini della provincia interessata, previo parere della regione. Dopo il referendum, l’istituzione di ciascuna città metropolitana è rimessa a decreti legislativi del Governo, da adottare entro il 21 maggio 2012, che detteranno una disciplina di carattere provvisorio. I decreti prevederanno, tra l’altro, l’istituzione del consiglio provvisorio della città metropolitana, composto dai sindaci dei comuni e dal presidente della provincia, e l’individuazione, quali funzioni fondamentali della città metropolitana, della pianificazione del territorio e delle reti infrastrutturali; del coordinamento della gestione dei servizi pubblici; della promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale. Le province nel cui territorio sono situate le città metropolitane saranno soppresse solo dopo l’insediamento degli organi definitivi della città metropolitana. Questi saranno individuati da un’apposita legge ordinaria, alla quale è rinviata la definitiva istituzione delle città metropolitane e la relativa disciplina. (da Wikipedia)

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5 thoughts on “AREE METROPOLITANE: NON SOLO 15 – Una proposta geografica affinché ogni territorio possa dar vita a una propria “AREA-CITTÀ METROPOLITANA” – Assieme alla creazione di MACROREGIONI (al posto delle attuali regioni) e CITTÀ (unendo in progetti politici e amministrativi i comuni)

  1. alberto r domenica 16 settembre 2012 / 21:18

    Bellissima questa ricerca di articoli, tutti molto interessanti, ma a me sembra che non ci sia molta cognizione su cosa è una città metropolitana e quindi su cosa dibattere. Basta accedere su Wikipedia allo studio relativo alle aree metropolitane per capire che ci sono dei criteri per poter definire in tal maniera delle zone geografiche. Quali la grandezza dell’area, la densità di popolazione, il rapporto demografico tra la città ed i comuni circostanti. Si capirebbe quindi che, per esempio la provincia di Reggio Calabria non ha senso come città metroplitana se non come regalo di qualche politicante alla Calabria. Avrebbero più senso piuttosto Padova o Pescara. In alcuni di questi articoli si fanno dei bei sogni e non si guarda alla realtà dei fatti quando si teorizzano aree metropolitane in zone di campagna o di montagna. La stessa legge è stata concepita male ed in fretta quando pretende che la città metropolitana sia disegnata sopra la provincia. E prevede che i comuni possano solo uscire da essa ed invece comuni limotrofi di altre province non possano entrarvi. Anzi la stessa idea di eseguire prima l’accorpamento delle province e dopo la creazione delle città metropolitane è figlia della stessa assurdità giuridica. Capisco la giusta fretta di metter mano alla geografia delle province, ma bisognerebbe guardare anche ai tagli delle regioni (alcune di popolazione inferiore a diverse province) ed ai comuni (arrivando ad accorpare secondo criteri di popolazione e superficie quelli fino a tremila abitanti).

  2. Francesco Cafaro (Bari) lunedì 1 ottobre 2012 / 16:13

    A mio parere, molto più prosaicamente le città metropolitane dovevano essere introdotte in Italia per ricalibrare sul piano amministrativo quella decina di grandi città che hanno sviluppato coalescenza con i municipi del primo hinterland. E’ fin troppo ovvio che si possa definire una scala di analisi metropolitana a qualsiasi livello, provinciale, regionale, finanche nazionale, ma a cosa serve? Ci sono già gli studi degli urbanisti per questo, possono guidare comunque le politiche di area vasta senza sprecare questa opportunità. Metropoli ben circoscritte servono all’Italia, enti multimunicipali in cui il capoluogo centrale sia “spacchettato” in quattro-cinque municipi per consorziarsi ai municipi della corona.

  3. lucapiccin martedì 16 ottobre 2012 / 7:20

    Io condivido l’approccio “territorialista” della scuola toscana, perché non attribuisce un primato all’urbano sul rurale o viceversa, ma si basa invece su una visione del territorio come risultato di processi e non definito a priori.
    Per esemipo dire che si devono considerare come aree metropolitane delle “città che hanno sviluppato coalescenza con i municipi del primo hinterland” non tiene conto del fattore temporale. Seguendo questa logica, tra dieci anni (piuttosto che quaranta o novanta) le aree metropolitane dovranno essere ancora ricalibrate in eccesso, includendo altro spazio urbanizzato, e il consumo di suolo continuerà a scapito del paesaggio rurale e delle terre agricole. Queste ultime devono essere pensate come “cinture verdi” per nutrire le città, ed anzi, per come la vedo io, un’area metropolitana dovrebbe includere e degli spazi residenziali e degli “spazi alimentari”. Il cambiamento più arduo mi sembra quest’ultimo, quello di oltrepassare il limite fittizio “urbano/rurale” (nella maggior parte dei casi a favore degli urbani e a scapito dei rurali) per una visione più olisitica, territoriale appunto. In breve, sarebbe ora di passare dall’urbanismo al territorialismo.
    Tutto questo necessita evidentemente di rivedere molte cose che oggi vengono insegnate e praticate…

  4. Francesco Cafaro (Bari) martedì 16 ottobre 2012 / 9:43

    Gentile lucapiccin,
    io non assegno il primato all’urbanizzato sul rurale, si tratta di tipologie diverse ma di pari dignità. Il tema delle cinture verdi è rilevantissimo ma proprio per questo va attuato attraverso un confine amministrativo (le nuove “mura” metropolitane) che faccia da discrimine esplicito per la tutela degli ambiti naturalistici e rurali. Quanto al fatto che si tratterebbe di confini flottanti, da cambiare dopo pochi decenni, io sostengo che sarebbe proprio il contrario: ci dobbiamo cioè mettere d’accordo “socialmente e politicamente” sul fatto di rielaborare ormai l’urbanizzazione più spinta entro quei confini, che ci imponiamo di considerare “picchetti” di contestualizzazione estetica, da modificare il meno possibile. Ciò si può fare se siamo d’accordo che le nostre metropoli si stiano avviando ormai verso una fase matura della loro storia, cui dare una forma compiuta proprio di questi tempi. E’ importante percepire sul piano estetico (e quindi deliberare di conseguenza) sulla base della collocazione rispetto al varco metropolitano: sono al di qua o al di là del varco? In base a ciò “giudico” un intervento. Anche per questo motivo credo che una visione bipolare del territorio (metropoli/province, città/natura), per quanto un po’ semplicistica, sarebbe meno pericolosa di una visione olistica del territorio, che si presterebbe ad equivoci ed a possibili speculazioni edilizie.

  5. lucapiccin domenica 21 ottobre 2012 / 18:52

    “La campagna necessaria. Dal consumo di suolo ad un patto di stabilità tra città e campagna”

    “Il rapporto città-campagna è forse tra i fenomeni più studiati della storia moderna, anche perché dalla rottura della relazione simbiotica tra gli antichi insediamenti urbani e il territorio rurale è nata la stessa città contemporanea. Le conseguenze di questa rottura sono state al centro di un dibattito culturale che ci ha accompagnato fino ad oggi, raccontando tutto sulla morflogia e la crescita urbana e sui suoi costi, sulla degradazione del paesaggio agrario e naturale, producendo figure interpretative sulle quali si è fondato il governo di molti territori europei per oltre mezzo secolo. Nonostante l’oggettivo esaurirsi di questa ricerca non è però superfluo porsi oggi, di nuovo, in questa prospettiva.
    Con l’inizio del XXI secolo il rovesciamento di numerosi paradigmi impone nuove interpretazioni della realtà: il post fordismo che lascia spazio ad una “economica di carta” (con tutti suoi limiti); i conflitti globali e l’emergere di nuove potenze economiche che riorganizzano la geopolitica planetaria (nella quale l’Occidente perde continuamente peso); la popolazione mondiale che vive – per oltre la metà – in agglomerati urbani a scapito delle campagne. Questi fatti inducono a guardare la relazione urbano-rurale con occhi diversi, costruendo alleanze evolute, capaci di interpretare la complessità del nostro tempo, per proporre riflessioni critiche, traiettorie di ricerca e un’agenda per l’analisi e il progetto di un nuovo “patto di stabilità” tra città e campagna”

    Se ne parlerà giovedì 25 ottobre, dalle 17.00 alle 19.00, al
    MAMbo – Museo di Arte Moderna di Bologna, via don Minzoni 14 – Bologna.

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