DISOCCUPAZIONE ed ECONOMIA che non produce sufficiente ricchezza per tutti – tra le ricette possibili: RIPARTIRE DAL LAVORO ARTIGIANO e dal recupero della capacità creativa

“IL LAVORO ARTIGIANO è una delle cifre della cultura e dell’economia italiana; se si tornasse a scommettere su di esso, contaminandolo con i ‘nuovi saperi’ tecnologici e aprendolo alla globalizzazione, l’Italia si ritroverebbe tra le mani un formidabile strumento di crescita e innovazione” (STEFANO MICELLI, autore del libro FUTURO ARTIGIANO (Marsilio ed.)

   Se dati economici recenti dicono che qualche ripresa ci potrebbe essere (ad esempio informazioni di questi giorni dicono che i distretti industriali e agroalimentari del Nord-Est d’Italia hanno quasi ripreso le esportazioni ai livelli della pre-crisi) (cioè di prima del 2008: ricordate l’inizio di tutto? Il fallimento della Lehman Brothers…). Dall’altra è evidente che non si può mentire (ma pochi lo fanno!) sulla gravissima crisi economica che è ben lungi dal passare (anzi peggiorerà).

   E una ripresa della geografia del benessere del mondo (anche i cosiddetti Brics, Brasile Russia India Cina SudAfrica, appaiono in un momento di appannamento del loro sviluppo, risentendo della riduzione delle loro esportazioni verso l’Europa e gli Usa che han ridotto i consumi), ebbene, un ritorno a forme di sviluppo, di ricchezza, nel mondo (ahinoi, non per tutti: l’Africa ad esempio in gran parte continua a soffrire fame e sottosviluppo…) richiede di pensare e attuare veramente un nuovo modello di vita e di lavoro.

   Qui proponiamo un primo assunto, una prima considerazione, sulle varie proposte che appaiono profonde e concrete nel “ripensare” i vecchi obsoleti paradigmi economici (del PIL, della “crescita”, del mero sfruttamento della natura…). Le persone, gli uomini e le donne, devono tornare ad imparare un mestiere. Basta pertanto con “l’uomo macchina”, modello prospettato dall’era industriale e enfatizzato ancor di più negli ultimi trent’anni di “neocapitalismo-neoliberismo globale” (con la “persona-merce” vista come qualsiasi altro fattore della produzione – noi non saremmo neanche d’accordo che i beni della natura siano meri fattori produttivi -).

   “Persona-merce” che viene cercata, li si propone ad essa lavoro, dove costa meno (prima nell’Europa dell’Est post-caduta del muro, poi in Cina e altri paesi dell’estremo oriente, ora nei paesi balcanici e nordafricani e poi chissà dove…).

Nella foto RICHARD SENNETT, sociologo americano di fama mondiale: il suo ultimo libro "INSIEME” (ed. Feltrinelli) è dedicato alla capacità-necessità degli uomini di collaborare tra di loro nei processi lavorativi; e racconta come i luoghi che più hanno costituito comunità e democrazia dal basso sono stati nella storia gli "WORKSHOP", i laboratori artigiani

   “Rivoluzione economica” allora (riprendiamo in questo post l’idea di “Futuro Artigiano”, fortunato libro-inchiesta-saggio di un docente di Ca’ Foscari a Venezia, Stefano Micelli. Ma anche “Rivoluzione culturale”: che quest’ultima parola d’ordine significherebbe riprendere la propria manualità, saper fare delle “cose”, recuperare una propria creatività perduta.

   Tornare a sentirsi inseriti in un mondo sì globale, ma dove ogni individualità vale per sé stessa: e dare ad ogni persona un suo specifico significato storico. Fa impressione che idee (che qui riportiamo) di uno dei massimi filosofi-sociologi di trent’anni fa, IVAN ILLICH, si connettano in modo così naturale sulle più innovative proposte del momento per “uscire dalla crisi” di un’economia e di un modo di lavorare che non va più bene: pensiamo a quel che dice uno dei più importanti sociologi statunitensi (e mondiali) RICHARD SENNETT (presentiamo in questo post il suo ultimo libro sul “lavoro conviviale” intitolato INSIEME), o del padre della teoria economica e filosofica della “decrescita” SERGE LATOUCHE. Tutti questi studiosi (Illich prima, Sennett e Latouche adesso, ma non sono i soli) chiedono di andare oltre, nello sviluppo economico e nel percorso di vita lavorativa di ciascun individuo.

Il filosofo austriaco IVAN ILLICH (1926-2002) è stato uno fra i primi teorizzatori della decrescita e del vivere conviviale

   Andare oltre la concezione che appunto ha caratterizzato la nostra epoca iper-sviluppista (peraltro fallita nel suo scopo), che ha pure creato un nuovo modello economico, il “neoliberismo” (con il MERCATO che decide tutto), la finanza aggressiva e senza alcun rapporto con l’economia reale… cioè che la persona non sia più considerata un mero “fattore di produzione” da trattare come un automa e al minor costo possibile per la produzione di merci e servizi.

   Il sistema “artigiano” toglie spazio e potere a un sistema di depersonalizzazione. Questo indubbiamente richiede capacità e “potere” dell’individuo di saper fare un mestiere, ma anche che egli sia un consumatore intelligente, critico, responsabile nelle sue scelte, nei suoi acquisti, nei suoi bisogni soggettivi da realizzare.

   Proponiamo allora qui un piccolo mix di idee e proposte in questo senso, dove chi leggerà dovrà farsi carico di vedere quali sono le loro connessioni, L’intenzione è quella di trovare vie praticabili, concrete, di uscita dal “tunnel della crisi”: perché “crescita” e “ripresa”, nel senso comune che governi e istituzioni possono prospettare (rifacendosi alle teorie economiche classiche) pare che non possano più funzionare. (sm)

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È LA DISOCCUPAZIONE CREATIVA CHE CI DIFENDERÀ DAL MERCATO

di FRANCO LA CECLA, da “la Repubblica” del 13/4/2012

   Sono passati più di trent’ anni da quando Ivan Illich scrisse un corrosivo pamphlet, “Il diritto alla disoccupazione creativa“, nel quale teorizzava che contrariamente alle preoccupazioni sulla piena occupazione e al verbo di sinistra e di destra sul valore del lavoro c’era un’altra via, quella di concepire la propria disoccupazione come un’occasione straordinaria per uscire dalle logiche solite del salario e del mercato.

   Illich rivendicava uno spazio alla disoccupazione creativa nel quale si mettevano in dubbio le logiche che avevano trasformato il lavoro in qualcosa da fare per un salario e invece si riscattava la natura liberatoria di pratiche, azioni, saper fare, attività individuali e collettive che lui chiamava vernacolari. Vernacolare era secondo lui quello che nasceva dalla logica del fare qualcosa per sé o per gli altri, dall’orto all’asilo gestito in comune, dal mutuo appoggio al fare artigiano, artistico o letterario.

   Il diritto alla disoccupazione creativa leggeva nella schiavitù del lavoro salariato la peggiore delle maledizioni che l’uomo moderno si era inventato e nel recupero del fare per sé e per gli altri una magnifica strada per una società conviviale.

   Oggi le tesi di Ivan Illich sono riprese da Richard Sennett nel suo bel libro “Insieme” che racconta come i luoghi che più hanno costituito comunità e democrazia dal basso sono stati nella storia gli “workshop“, i laboratori artigiani proprio perché è nel fare con le mani, con il corpo e con gli altri che si crea quel legame che consente alle comunità di resistere alla stupidità suicida del capitalismo.

   L’ arte del fare cose belle, utili, insieme cioè dell’avere un saper fare individuale o collettivo è ben lontana dall’idea di lavoro propugnata da un neoliberalismo che vorrebbe tutti dequalificati e decentrati e che sembra diventato più un piagnisteo bancario che un progetto di società.

   Strano che in un paese come l’Italia che ha inventato la qualità del fare ci si faccia prendere in giro da formule di rilancio dell’economia che non tengono conto dello straordinario potenziale che hanno le pratiche in cui la gente si realizza, sente di essere utile, sente di possedere un mestiere.

   Mi sono commosso poco tempo fa visitando un laboratorio di sarti di altissimo livello in un paesino sperduto e bello dell’Abruzzo: le mani di sarti che vi lavoravano conoscevano stoffe e corpi che dovevano indossarle, sagomavano, davano il garbo a giacche, tendevano pantaloni e dettagliavano asole con una felicità che poi spiegava come mai tra i loro clienti c’era e c’è Obama, Clinton e tutti i James Bond.

   Ma la logica del lavoro artigiano di alta qualità è la stessa degli artisti che non pensano di “lavorare” quando dipingono o quando scolpiscono, o degli scrittori che non ragionano con un tanto a parola, ma con la soddisfazione che gli viene mentre buttano giù le righe. Effettivamente la crisi attuale potrebbe essere un modo di uscire finalmente dalla logica risicata dei banchieri e degli economisti nostrani.

   È solo l’ energia, la gioia, la creatività, quella che soprattutto hanno i giovani a potere inventare “valore”. Il valore, e questo gli economisti una volta lo sapevano, esiste prima del denaro. In altri paesi è così che si è fatto il salto in avanti, dando spazio proprio a queste arti e a queste culture del fare spremendo l’entusiasmo giovanile nelle passioni pratiche.

   Ma come si fa ad aspettarsi una cosa del genere in un paese come l’Italia che ha pianificato il genocidio dei propri giovani, che è stata la prima generazione a ricordo d’uomo ad avere deciso che per i giovani non c’era altra strada che quella di mettersi in ginocchio di fronte agli sdentati e pavidi adulti.

   In Cina, in Brasile, in Argentina, in India gli artisti, gli artigiani, coloro che si riappropriano delle risorse della terra, le cooperative di consumo, le cooperative di autocostruzione, l’educazione autogestita, i social network, l’informatica come accesso alle informazioni e come dibattito e discussione, tutto questo ha consentito e consente il “grande balzo in avanti”.

   E non si tratta della banalizzazione delle idee di Ivan Illich operata oggi da coloro che si battono per la decrescita. La decrescita è ancora nella logica economica. Qui si tratta di riappropriarsi del valore del tempo, dei gesti, delle pratiche, dei saper fare e saper dire, del saper stare insieme e sapere gestire le risorse naturali e culturali. Il tesoro che i banchieri tanto cercano sta qui, e non si tratta di tirare la cinghia ma proprio del contrario dell’avere della vita e della società una concezione ricca e creativa.

   Quella che l’Italia ha insegnato al mondo nella sua passione per il bello, l’interessante, il fatto bene e che è stata cancellata dal ventennio più volgare che questo paese abbia avuto. Ma chissà che invece la crisi non aiuti anche noi a riscoprire il “valore” del valore. – FRANCO LA CECLA

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RICHARD SENNET: PER USCIRE DALLA CRISI IMPARIAMO A COLLABORARE

di Paolo Magliocco, da “il Sole 24ore” del 4/4/2012

   Se volete dar retta al professor Sennett, potete guardare alla crisi economica che sta colpendo l’Occidente, quella attuale ma anche quella precedente del 2008, anche con un occhio diverso rispetto ai mutui subprime americani o alla crisi di fiducia degli investitori.

   Per esempio, potreste provare a considerare la crisi dal punto di vista della riduzione della capacità di cooperare tra le persone, e soprattutto tra i lavoratori dei settori economici più avanzati, della finanza e delle nuove tecnologie. È da lì allora che sono nate le difficoltà del sistema economico? «No, no», si affretta a precisare il professore, «la crisi è una crisi economico-finanziaria».

   L’incapacità sempre più accentuata di mettersi insieme per ottenere risultati è stata solo una conseguenza. Ma poi, a sua volta, ha complicato le cose. Ed è solo lì, nella capacità di fare qualcosa con gli altri, con quelli che non conosciamo, ai quali non vogliamo bene e che anzi a volte possiamo anche ritenere antipatici, che può esserci una strada per il nostro futuro.
Richard Sennett è un sociologo americano che insegna alla London School of Economics e alla New York University. Nato a Chicago da una famiglia operaia, praticamente fin dall’inizio della sua lunga carriera di ricercatore, di docente e di autore di saggi si è occupato delle condizioni di vita nell’ambiente urbano e sul lavoro, con una attenzione particolare alle classi lavoratrici.

Richard Sennett – INSIEME, Rituali, piaceri, politiche della collaborazione - (traduzione di Adriana Bottini)
Collana Campi del sapere, Feltrinelli, 2012 (euro 25,00)

I suoi libri più famosi, però, sono sicuramente gli ultimi, che già dal titolo rimandano alla sua visione delle dinamiche del nostro mondo e delle sue crisi più attuali: “L’uomo flessibile“, del 1999, “Rispetto. La dignità umana in un mondo di disuguali“, “La cultura del nuovo capitalismo” (2006). Si definisce senza timori un uomo di sinistra, ma ha molto da dire sul modo in cui la sinistra politica è stata incapace di capire quello che succedeva e in definitiva «ha fallito e disgustato i giovani» (anche se precisa di non conoscere la situazione italiana).

   A Milano abbiamo potuto incontrarlo grazie alla Fondazione Cariplo che, insieme alla casa editrice Feltrinelli, lo ha invitato a presentare il suo ultimo libro dedicato, appunto, alla capacità degli uomini di collaborare e intitolato “INSIEME“. In copertina, l’esempio che a Sennett più piace: un gruppo di vogatori impegnati in una gara.

   «È un’immagine che spiega bene come la collaborazione non sia l’opposto dell’altra grande forza, la competizione: quei rematori collaborano per competere. E in definitiva sono entrambi processi dinamici». Nel suo libro mette sotto esame tutti gli aspetti del modo in cui le persone arrivano a fare le cose insieme. Sennett è convinto che la collaborazione sia innata nell’uomo, sia un tratto genetico della nostra specie, ma pensa anche che a collaborare si possa e si debba imparare, esercitando vere e proprie tecniche.
Questa capacità di agire insieme per uno scopo nel nostro sistema economico si è andata indebolendo, benché sia «un aspetto molto importante per il capitalismo moderno e fondamentale per poter superare la sua crisi». Dietro quello che è successo c’è sicuramente la riduzione delle risorse a disposizione, l’aumento delle disuguaglianze, che riducono gli spazi di collaborazione e l’attenzione agli altri, facendo crescere l’egoismo, ma tutto questo non basta.

   Quello che Sennett ha scoperto, per esempio andando a intervistare con i suoi studenti i lavoratori di Wall Street finiti disoccupati, è che nelle loro società avevano completamente perso la capacità di lavorare insieme. E ci sono almeno due fattori che hanno portato a questa situazione.

   C’è l’orizzonte sempre più breve rispetto al quale si muovo le aziende: i risultati vanno raggiunti in meno di un anno, i capi sono sempre in cerca di un successo veloce e magari cambiano. E c’è quella che lo studioso definisce la “burocratizzazione” della collaborazione: «Nella nuova economia tutto diventa più formale e regolato, anche la cooperazione. E più si chiede alle persone di cooperare, meno succede. le vecchie teorie suggerivano che più le persone imparavano a collaborare fuori dall’ambiente di lavoro, più lo avrebbero fatto anche all’interno dell’azienda. Nel sistema moderno c’è una istituzionalizzazione della collaborazione che non porta a niente».

   Alla fine, i lavoratori di Wall Street non potevano fidarsi gli uni degli altri e nemmeno del giudizio dei capi. Persi, isolati, costretti a puntare continuamente a nuovi obiettivi per andare avanti, avevano smarrito completamente il senso del proprio lavoro .

   E, soprattutto, non riuscivano a collaborare perché dovevano continuamente guardarsi le spalle dai propri colleghi. Quello che ha visto succedere nel mondo della finanza, a quanto pare, rappresenta un po’ il paradigma del lavoro contemporaneo, nella visione del sociologo americano.
C’è ancora modo, però, di rimediare alla situazione. Perché la capacità di cooperare è genetica, ma si impara anche, anzi per Sennett è proprio una abilità dell’uomo, alla quale ci si può applicare, come la capacità del buon artigiano di uno dei sui libri più famosi (“L’uomo artigiano”, del 2008).

   E il professore indica tre strade da seguire, da usare proprio come in un manuale pratico a partire dalle relazioni in cui siamo coinvolti ogni giorno: riscoprire la capacità dialogica, di guardare oltre il significato delle parole e cogliere l’intenzione di quello che ci viene detto; imparare a usare il condizionale, essere meno assertivi e sicuri nel dire le cose, lasciando spazio al dialogo, perché «la chiarezza è nemica della collaborazione»; guardare agli altro con empatia anziché con simpatia, chiedendoci cosa ci sia che non va in chi sta male anziché limitarci a compatirlo.

   «Queste tre capacità sono state dimenticate e messe da parte dalle aziende e nell’economia moderna». Ma questo, ovviamente, non significa che la collaborazione sia morta: Occupy Wall Street, gli Indignados e gli altri movimenti «di cui abbiamo un gran bisogno», sono esempi di collaborazione, in cui persone diverse si uniscono per fare davvero qualcosa insieme. «È un modo differente di affrontare la crisi del capitalismo moderno».

   Per capire se le cose avranno funzionato, forse non si dovrà guardare solo al fatturato di fine anno o al Pil dei Paesi. «La tendenza è sempre quella di riportare le cose a come erano prima, tutto quello che è stato fatto per affrontare questa crisi cerca di riparare ciò che si è rotto, per tornare al boom economico. Io non credo che le aziende debbano tornare ad essere quelle di un tempo. Credo che il sistema vada davvero riconfigurato. Cresceranno i profitti? Forse. Però di sicuro crescerà la soddisfazione per le persone». (Paolo Magliocco)

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In merito al libro “Futuro Artigiano” di Stefano Micelli

“IL FUTURO È L’ARTIGIANATO: IL LAVORO NON SI CERCA, SI CREA”
di Gabriele Catania, da http://www.linkiesta.it/ del 26/1/2012

– L’uovo di Colombo per la crescita italiana è l’artigianato. Oltre a rappresentare una grande risorsa, è anche una scelta di vita appagante e da valorizzare. Non a caso, nel paese innovatore per antonomasia, cioè gli Stati Uniti, la causa dei “makers”, di coloro che si fanno le cose da soli, sta guadagnando sempre più consensi –

   Lo spiega a Linkiesta Stefano Micelli, docente di Economia all’Università Ca’ Foscari, autore di un saggio dal titolo provocatorio: Futuro Artigiano. Micelli ricorda la frase del rettore di Harvard in un film:   «Qui i laureati pensano che sia meglio inventarsi un lavoro che trovarne uno».
Il futuro è artigiano. Lo profetizzava Philip K. Dick nelle sue opere visionarie, dove spesso il protagonista era una sorta di artigiano, abilissimo nel costruire o riparare le cose. Lo scrive oggi Stefano Micelli. Veneziano doc, docente di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Ca’ Foscari, e autore di un libro, Futuro artigiano (Marsilio), che ha riscosso l’interesse di tutto il mondo produttivo italiano. Nonché successo tra il grande pubblico.

Le tesi di Micelli sembrano l’uovo di Colombo: il lavoro artigiano è una delle cifre della cultura e dell’economia italiana; se si tornasse a scommettere su di esso, contaminandolo con i “nuovi saperi” tecnologici e aprendolo alla globalizzazione, l’Italia si ritroverebbe tra le mani un formidabile strumento di crescita e innovazione. Come dimostrano alcune delle più dinamiche imprese italiane (da Geox a Zamperla, da Gucci a Valcucine) il “saper fare” rimane un ingrediente indispensabile per l’intero manifatturiero italiano.  Che, alla fine, è uno dei pochi settori vitali della nostra economia.

   «Parliamo sempre di trasferimento tecnologico – dice Micelli – ma bisognerebbe parlare di osmosi. Osmosi tecnica e tecnologica. Cioè mescolare le abilità artigianali con le competenze industriali; le capacità dei tecnologi e dei manager con quelle, straordinarie, dei tecnici e degli artigiani».

   Quella di Micelli potrebbe sembrare una provocazione nostalgica, quasi passatista. In realtà c’è una buona dose di pragmatismo, nella sua riflessione. Non a caso, nel paese innovatore per antonomasia, cioè gli Stati Uniti, la causa dei “makers”, di coloro che si fanno le cose da soli, sta guadagnando sempre più consensi. Per tanti motivi. Ad esempio, per sfuggire alle logiche impersonali della produzione di massa. O perché manutenere è meglio che riciclare; riparare un oggetto che non funziona è spesso un gesto più ecologico che comprarne uno nuovo. Con buona pace dei diktat consumisti.

   E poi il lavoro artigianale non restituisce dignità solo alle cose; anche alle persone. Nelle prime pagine del suo libro, Micelli cita la parabola di Matthew Crawford. Laureato in fisica, PhD in filosofia politica, Crawford finisce presto in un noto think tank conservatore. Un lavoro ben retribuito, importante. Ma che non lo appaga. E così, pochi mesi dopo, molla tutto e apre a Richmond (Virginia), un’officina di riparazioni, la Shockoe Moto. Qui aggiusta vecchie motociclette: un lavoro che magari non fa arricchire, ma rende orgogliosi e gratificati.
Riscoprire il “saper fare”. Ben consapevoli però della globalizzazione e dei “nuovi saperi.” In un Paese come l’Italia, famoso per i suoi prodotti di qualità, e dove la disoccupazione giovanile è altissima ma scarseggiano carpentieri, fornai, sarti e scalpellini, non sembra una cattiva idea.

Professore, il titolo del suo libro suona provocatorio. Oggi tutti parlano di economia della conoscenza, e lei tesse le lodi dell’artigianato.
Nel mio libro ho provato a ribaltare una prospettiva, una visione ormai radicata. Noi siamo vittime di un concetto, quello di “economia della conoscenza”, che si fonda su un assunto quasi ideologico: cioè che solo la conoscenza formalizzata è rilevante, ed essa non ha a che fare né con la tradizione né con la manualità. Abbiamo abbracciato il presupposto in base al quale l’unica conoscenza economicamente rilevante è quella scientifica, di tipo generale-astratto. Il nostro presupposto, il Canone occidentale contemporaneo, è questo. Pensi solo al testo L’economia delle nazioni di Robert Reich, e alla sua influenza sulla mia generazione.

Lei lo cita, nel suo libro. «Vent’anni fa Robert Reich […] metteva a fuoco la figura degli analisti simbolici come pivot di una tecnocrazia capace di imporre il proprio ruolo a livello globale. Gli analisti simbolici […] che, di mestiere, “individuano e risolvono i problemi e fanno opera di intermediazione mediante l’elaborazione intellettuale di simboli”».
Robert Reich sosteneva che il futuro sarebbe appartenuto ai cosiddetti analisti simbolici. Gli analisti simbolici sono i consulenti finanziari, i trader, gli intermediari immobiliari e così via. E tutto il mondo gli ha creduto, dando credito a chi si limita a lavorare con PowerPoint dietro lo schermo di un computer. Questa idea oggi è in crisi negli Stati Uniti. Ed è in crisi in tutto il mondo.

Torniamo all’Italia. Cosa c’entra il cosiddetto “quarto capitalismo”, nuova gloria della nostra economia, con gli artigiani?
Oggi, in Italia, si parla tanto di multinazionali tascabili. Ebbene, io ho voluto capire cosa ha fatto e cosa fa la ricchezza di queste medie imprese. Ho preso in considerazione, ad esempio, il settore del lusso. Qui è significativo il passaggio dall’idea di moda, di fashion, a quella di patrimonio culturale, l’heritage. Con il termine heritage le case di moda indicano tutto quello che ha a che fare con il contenuto culturale di un prodotto e con il suo retaggio simbolico. Oggi, se lei entra in un negozio di Gucci può vedere un video con degli artigiani al lavoro su una borsa. È una cosa incredibile: quella borsa vale migliaia di euro, e Gucci mostra come la si realizza. Stiamo parlando di uno dei principali marchi del Made in Italy e di un’azienda con un fatturato di tre miliardi di euro! Deve far riflettere che l’imprenditore francese François-Henri Pinault abbia costruito un’intera strategia su questo.

Sull’artigianalità?
Assolutamente. Pensi a Bottega Veneta. Quando l’ha comprata Pinault, una decina di anni fa, fatturava una trentina di milioni di euro. Adesso fattura oltre mezzo miliardo. Tutto scommettendo sull’artigianalità.

Però si tratta di lusso. E il lusso non è il classico settore industriale. In altri campi, ad esempio quello delle macchine utensili, la musica sarà diversa.
Per scrivere il mio libro ho analizzato una serie di casi, cercando di capire come nascano queste macchine, e anche lì ho scoperto delle cose ai più ignote. Si dovrebbe vedere quanta artigianalità c’è ancora nella realizzazione delle macchine utensili. Quanto sia alto il grado di personalizzazione, il livello di “fatto su misura per te”.

Stiamo parlando di pmi o anche di realtà più grandi?
Prendiamo Geox, che è leader nel lifestyle casual. Geox ha decine di artigiani che fanno i modellisti. Una delle forze di Geox è aver internalizzato competenze straordinarie, che una volta erano disseminate nei distretti, e che loro hanno portato in house. Uniscono il meglio delle tecnologie e il meglio dell’artigianato per produrre prototipi che poi vengono industrializzati in giro per il mondo.
Oppure prendiamo un caso dalla provincia di Vicenza, Zamperla. Zamperla è un mix di high tech e artigianalità: in una sala c’è solo tecnologia, computer con i software per calcolare le spinte centrifughe e altro; poi entri nell’altra sala e ci si imbatte in un gigantesco laboratorio di artigiani che fanno pezzi unici.  Gente che salda, carpentieri, pittori, decoratori…. Come in Geox, questa combinazione di ricerca scientifica ad alto livello e di manualità, ha dato ottimi risultati. Quando la città di New York ha offerto a Zamperla la possibilità di costruire il luna-park di Coney Island, le ha dato appena 100 giorni di tempo per completare tutto, e loro hanno potuto fare una cosa del genere solo perché dominano un saper fare unico.

Combinare artigiano e alta tecnologia, insomma.
Noi abbiamo seguito acriticamente l’idea che esistesse una conoscenza astratta-scientifica che si traduceva automaticamente in valore economico. È più complicato di come pensavamo. C’è molta intelligenza nel fare, soprattutto quando i prodotti sono pensati per clienti con richieste specifiche o devono evolvere rapidamente nel tempo.

Insomma, rivalutare l’artigianato per poter essere più competitivi sui mercati globali.
Noi, figli dei dogmi di cui le ho appena detto, abbiamo sempre ripetuto il mantra “dobbiamo investire in ricerca”, considerando invece l’artigianato e le professioni manuali come un retaggio del passato. Se si inizia a ragionare diversamente e a vedere nell’artigianato una risorsa, si ottiene di colpo un acceleratore di innovazione di cui non si riesce nemmeno a immaginare la portata. Anziché giocare alla guerra dei mondi, pensi a cosa si potrebbe fare combinando gli artigiani della meccanica, o della moda, o del vetro, e abbinandoli a un ingegnere, a un esperto di comunicazioni.

Combinare il sapere non formalizzato con quello formalizzato e accademico.
Io, che insegno a Ca’ Foscari, ci ho provato con i miei studenti. Ho fatto sette gruppi da cinque ragazzi; ciascun gruppo ha lavorato con un’azienda per sperimentare modi nuovi di valorizzare il saper fare artigiano. Aziende apparentemente low tech, che fanno biscotti, biciclette, o divani. Prima di tutto ho dovuto far capire ai ragazzi che non stavano studiando un caso di folklore, ma che dovevano scoprire una miniera di sapere con il compito di realizzare dei piani di crescita rapida. In questa iniziativa ho coinvolto banche, esperti di relazioni pubbliche, l’ICE.

Mi scusi, ma i suoi studenti come l’hanno presa?
E i ragazzi ne sono rimasti entusiasti. Molti di loro non avevano neanche mai preso in considerazione un’idea del genere.

Bisogna far riscoprire agli italiani, anche ai più giovani, il lavoro manuale dunque.
Se si riuscisse a riconciliare gli italiani con il lavoro manuale sarebbe un sollievo: questa concezione manichea, che ha separato il sapere manuale da quello accademico e scientifico, è stato un errore madornale.

Una cosa non esclude l’altra, però: posso puntare sia sulle nuove tecnologie, sia sulla tradizione.
Certo, può. Però se vediamo quali sono i prodotti che vendiamo nel mondo, notiamo che non esportiamo biotech o nanotech, ma la meccanica, la componentistica, gli abiti di alta sartoria, l’agroalimentare, (un po’ meno) il design. Un giorno, forse, venderemo anche le nanotecnologie, ma stiamo parlando di un orizzonte di lungo termine. La crisi ci impone di rimettere in moto la macchina economica in tempi brevi.

Lei dunque dice: valorizziamo ciò che abbiamo.
Valorizziamolo nel senso economico e culturale del termine. Negli ultimi dieci anni, il numero dei cosiddetti creativi si è centuplicato. Da quando Richard Florida ha scritto della classe dei creativi e delle 3 T (tecnologia, tolleranza e talento), tutti hanno voluto fare i creativi. Mentre il numero degli artigiani è rimasto lo stesso, o è addirittura calato. Quello che deve fare la nostra economia è ragionare proprio sulla saldatura tra il secondario e terziario, tra servizi e industria. Avere tante fabbrichette ormai serve a poco: molto più utile combinare le competenze artigianali di cui ancora disponiamo con quelle degli ingegneri, dei ricercatori, dei medici, degli esperti di comunicazione. Un cocktail così può generare l’inverosimile, a condizione che la nostra cultura riconosca il saper fare come un vero sapere.

Ecco, di nuovo, saltar fuori il titolo del suo libro: futuro artigiano.
C’è un aneddoto rivelatore. Quando Ettore Sottsass, celebre designer italiano, è andato alla Nasa, e gli hanno fatto vedere le componenti delle capsule spaziali, lui, colpito, ha commentato: «Questo posto è pieno di artigiani». L’aneddoto è divertente perché fa capire come l’high tech che servì a mandare l’uomo sulla Luna fosse in realtà tutto “fatto su misura.” Noi crediamo sempre che sia la scienza l’unico modo per risolvere i problemi. Dietro a molta scienza e sperimentazione c’è invece una capacità di fare che magari facciamo difficoltà a formalizzare, ma che rappresenta una risorsa straordinaria per l’innovazione.

I giovani non fanno gli artigiani anche perché spesso sognano di lavorare come dipendenti, pubblici o privati. C’è, secondo lei, una mancanza di cultura del rischio tra i giovani?
È paradossale, ma tutta la discussione sulla meritocrazia negli ultimi anni non ha aiutato la cultura del rischio. È paradossale perché oggi molti dei nostri migliori studenti, proprio in virtù del fatto che hanno ottimi curricula, si aspettano che qualcuno li assuma. Molti di loro si sono semplicemente adeguati a un percorso deciso da altri; lo studente rischia poco di suo.

    Oggi viviamo in una società che invece esige che l’imprenditore vada controcorrente, facendo cose diverse, scommettendo su quello che altri non fanno. Ecco perché trovo tutto quanto paradossale: da un lato coltiviamo una cultura della meritocrazia, e dall’altro ci aspettiamo che basti un buon curriculum scolastico per farcela. Un film come The Social Network ha forse cambiato un po’ la percezione. Colpisce, nel film, la frase del rettore di Harvard: «Qui i laureati pensano che sia meglio inventarsi un lavoro che trovarne uno». (Gabriele Catania)

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“DISOCCUPAZIONE CREATIVA” DI IVAN ILLICH

di Paolo Calabrò (http://paolocalabro.blogspot.it/ )

– “La mia è la ricerca di una politica dell’autolimitazione, grazie alla quale, anche oltre gli orizzonti dell’attuale cultura, il desiderio possa fiorire e i bisogni declinare”(Ivan Illich) –

   Quello di Illich è un sogno di libertà e di umanità: egli immagina un uomo che non produce nulla di superfluo (perché non è stupido) e che perciò non impiega più energia di quella necessaria (perché sa essere efficiente ed aborre lo spreco). Ciò lo spinse a dire, a proposito dell’energia nucleare, che l’abbondanza di energia paralizza l’azione dell’uomo (il quale tende ad affidarsi sempre più alla megamacchina industriale divoratrice di energia) e che – invece di rifiutare l’energia atomica per motivi “ambientalistici” o politici – si dovrebbe sostenere la possibilità di una produzione energetica minore, anziché semplicemente diversa.
Illich intende restituire all’uomo ciò di cui il mercato lo ha progressivamente privato, della sua creatività (omologata dalla standardizzazione industriale), della sua autonomia (inducendo sempre nuovi bisogni si è reso l’uomo dipendente dalle relative forme di soddisfazione), perfino del linguaggio:

“siamo testimoni di una trasformazione appena percettibile del linguaggio corrente, per cui verbi che una volta indicavano azioni intese a procurare una soddisfazione vengono sostituiti da sostantivi che indicano prodotti di serie destinati a un consumo passivo: “imparare” diventa “acquisto di un titolo di studio”».

   Tutto assume una forma istituzionale, e la titolarità di ogni azione passa dal singolo all’ente: “io apprendo” diventa “l’istruzione”, “io guarisco” diventa “l’assistenza sanitaria”, “io mi muovo” diventa “i trasporti”, “io mi diverto” diventa “la televisione”.

   L’idea sottesa a questa impostazione è che l’uomo non sia nient’altro che un fascio di bisogni che è possibile soddisfare tramite il consumo di beni e servizi acquistabili sul mercato. Anche ogni attività umana diventa una merce, quantificabile in base a un valore di scambio che ne oscura il valore d’uso “qualificabile”: non avere un impiego significa passare il tempo in triste ozio, e non essere liberi di fare cose utili a sé o al proprio vicino. La donna attiva che manda avanti la casa, alleva i propri figli ed eventualmente ha cura di quelli degli altri è distinta dalla donna che lavora, ancorché il prodotto di tale lavoro possa essere inutile o dannoso” (Ivan Illich)

   Quello di Illich è un sogno di liberazione da un meccanismo economico che scredita ogni forma di gratuità (nel doppio senso dell’assenza di prezzo e di somma libertà) e mortifica il gusto della bellezza:

mungere la capretta di famiglia era una libertà fino a quando una pianificazione più spietata non ne ha fatto un dovere, per contribuire al PNL.

   Un sogno di liberazione dall’infernale dispositivo (che a molti pare elementare buon senso) “produci-consuma-crepa”. La cattiva notizia è che è difficile, perché tutto sembra remare contro. La buona notizia, dice tuttavia Illich, è che è possibile. («l’Altrapagina», maggio 2010)

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OCCUPAZIONE O LAVORO? LA ‘CRISI’ SECONDO IVAN ILLICH

– Ivan Illich e la ‘Disoccupazione creativa’. La rilettura di un saggio della fine degli Anni Settanta del precursore della decrescita si rivela estremamente attuale per riflettere sull’ambivalenza della crisi, sulla nostra percezione della realtà economica e sulla possibilità, sempre aperta, di un cambiamento reale. –

di Elisa Magri – 11 Agosto 2011 da http://www.ilcambiamento.it/

   In tempi come quelli attuali, in cui allarmano le elevate percentuali della disoccupazione e la crisi funge da spettro (e spauracchio) per le prospettive delle nuove generazioni, sono poche le proposte concrete capaci di ridisegnare il presente. Lo ha fatto di recente Michele Dotti con un bell’ articolo che ben illustra la differenza fra possibilità reali di lavoro e incapacità politica di progettazione. Proprio questo è il punto da cui bisognerebbe ripartire per una riflessione di più ampio respiro sul significato della ‘crisi’.

   L’emergenza che circonda la discussione sul tema fa venire in mente quanto Ivan Illich (1926-2002), filosofo austriaco fra i primi teorizzatori della decrescita e del vivere conviviale, scriveva in un saggio dal titolo: Il diritto alla disoccupazione utile, apparso per la prima volta in Gran Bretagna nel 1978, e tradotto in italiano dalla Boroli nel 2005 come Disoccupazione creativa.

   Illich inizia osservando lo straordinario mutamento di significato che lo stesso termine ‘crisi’ ha subito rispetto al passato: in greco antico la parola (dal verbo krinein, separo o divido) rinviava alla dimensione della scelta e del cambiamento, mentre le lingue moderne l’adoperano per significare la ‘spinta sull’acceleratore’, ovvero una minaccia da contrastare spingendo con denaro, potenza e management.

   Concepita in questi termini, la crisi rappresenta un buon mezzo per commissari, burocrati, educatori, politici e medici: l’accelerazione, infatti, rimette più potere al controllo del guidatore, mentre stringe più strettamente i passeggeri con le cinture di sicurezza. Soprattutto, la crisi giustifica la deprivazione di spazio, tempo e risorse a vantaggio della produzione di macchine e comodità che limitano persino la libertà dell’uomo di usare i propri piedi per spostarsi.

   Più precisamente, però, sul finire degli anni Settanta, Illich addita una differenza decisiva rispetto al decennio precedente e la individua in una nuova forma di percezione della realtà economica. Se, infatti, nel 1968 si accantonava la denuncia della professionalizzazione del sistema sociale bollando ogni protesta come il frutto di fantasie romantiche ed oscurantiste; appena dieci anni dopo la riorganizzazione del modello industriale secondo bisogni, problemi e strategie professionali costituiva la norma stessa del giudizio comune.

   Si era venuta a creare una comunità perfettamente fiduciosa nel progresso realizzato dalle politiche pubbliche basate sul parere degli esperti; non si metteva in questione l’efficacia dei trattamenti medici, così come non si discutevano i metodi educativi impartiti nelle scuole. In breve, i rituali relativi all’organizzazione dell’educazione, del trasporto, della sanità e dell’urbanizzazione erano stati solo in parte demistificati, ma per nulla compromessi nella loro stabilità. All’opposto, aveva preso piede una differente forma di povertà modernizzata, prodotta dalla stessa modernizzazione dei bisogni.

   Si tratta di una discriminazione determinata dal venir meno dell’immaginazione sociale e dei valori propri di una cultura a seguito dell’introduzione di beni e comodità divenuti insostituibili e imprescindibili. Benché questi limitino la potenzialità creativa umana, nessuno si permetterebbe più di togliere tempo al proprio lavoro per occuparsi di quelle utilità e di quei servizi per i quali occorre fare assegnamento alla tutela di un ‘esperto’. La povertà modernizzata è, quindi, vissuta da tutti quanti, ad eccezione di coloro che sono così ricchi da vivere nel lusso estremo.

   Il diritto del cittadino a essere assistito e approvvigionato si è quasi tramutato in diritto delle industrie e delle professioni a prendere la gente sotto la propria tutela, a rifornirla del loro prodotto e a eliminare, con le loro prestazioni, quelle condizioni sociali ed ambientali che rendono utili le attività non inquadrabili in una ‘occupazione’.

   In questo modo la metà del XX secolo, con la sua straordinaria specializzazione e separazione dei saperi, si guadagna a pieno titolo la denominazione di ‘Età delle Professioni Disabilitanti’ (Age of Disabling Professions), nella misura in cui queste garantiscono la soddisfazione dei bisogni dei cittadini al prezzo della riduzione di questi ultimi in clienti. Accade il paradosso per cui non avere un impiego significa passare il tempo in un triste ozio, e non essere liberi di fare cose utili a sé o al proprio vicino, poiché ciò non produce nessun incremento del PIL.

   Fa riflettere, al riguardo, la torsione che Illich ravvisa proprio nel linguaggio in uso, quando nota che le attività designate da verbi intransitivi sono ormai completamente sostituite da realtà istituzionali cui ci si riferisce per mezzo di nomi: così “educazione” sostituisce “Io mi istruisco”; “assistenza sanitaria” al posto di “Io guarisco”; “trasporto” per “Io mi muovo”; “televisione” per “Io gioco”.

   Eppure la crisi può significare anche altro da ciò; può segnare il momento della scelta, quando gli individui diventano finalmente coscienti delle gabbie che si sono auto-imposti e della possibilità di una vita differente. Si può ispirare la società con un’austerità conviviale che protegga il valore delle persone dall’arricchimento che le disabilita.

   Il principio di tale convivialità consiste nel togliere i beni e le comodità dal centro del sistema economico e nell’impedire che siano gli specialisti del settore ad assicurare il collegamento dei nostri bisogni con quel centro. Con un’inversione sociale si possono collocare al centro i valori d’uso creati e giudicati personalmente dai soggetti stessi.

   Gli individui stabiliscono un limite massimo dei mezzi di cui disporre per sé e per garantire i servizi del vicino; gli strumenti sono valutati in funzione dell’uso cui sono asserviti, anche se prodotti industrialmente. A fare la differenza è proprio la scelta che orienta i singoli come i gruppi nella determinazione dei bisogni e di ciò che li può soddisfare. (ELISA MAGRI)

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LA NUOVA TERZA VIA: SIATE REALISTI CHIEDETE IL POSSIBILE

di Massimiliano Panarari, da “LA STAMPA” del 18/4/2012

– Tramontato il blairismo, in anni di crisi si ridefinisce il pensiero liberal, per andare oltre il mero “Occupy” –

   E se fosse una sorta di «neoTerza via»? – L’espressione evoca immediatamente l’invenzione politica di Anthony Giddens e Tony Blair (e alcuni altri): una formula oltre (o forse in condominio tra) laburismo e neoliberalismo, all’insegna di una vision cosmopolitica (che diede vita a una novella «Internazionale riformista»), e con l’aggiunta di una spruzzata di Cool Britannia . Si shakeri il tutto e si otterrà una delle esperienze di centrosinistra più vincenti (e maggiormente criticate) del Secolo breve.
Ma quelli erano i ruggenti Anni Novanta della new economy (campione della sua versione a stelle e strisce fu, infatti, Bill Clinton); in seguito, a incrinare l’eredità del blairismo ci hanno pensato la guerra irachena e anche la crisi finanziaria (e poi produttiva), che, anziché rilanciare le chance delle forze politiche di ispirazione socialdemocratica, sembra tenerle sotto scacco (o sotto choc).
Proprio dalla crisi prende però ora le mosse un arcipelago di pensieri e idee progressiste che, forzando un po’, potremmo provare a etichettare come «neo-Terza via» (o, se si preferisce, «post-Terza via»).  Elaborazioni che ci arrivano da noti intellettuali della sinistra democratica e liberal oppure da economisti che conoscono bene dall’interno gli ingranaggi della finanza e indicano le vie di uscita per ripulirla, tornando a far crescere (e a ridistribuire) la ricchezza.
Facendo un salto in libreria si possono trovare, ordinatamente disposti sugli scaffali, diversi titoli riconducibili sotto il capiente cappello di questa rinnovata Terza via. Come Lo Stato minimo (Raffaello Cortina) di Antoine Garapon (direttore del parigino Institut des Hautes Études sur la Justice e membro del comitato editoriale di Esprit , la rivista per antonomasia della gauche social-liberale francese), che analizza il diffondersi dei modelli della «negoziazione» e dell’«efficientizzazione» nell’amministrazione della giustizia (dagli indicatori di costo alla valutazione dell’operato dei magistrati, sino al trattamento telematico dei procedimenti).

   O Insieme (Feltrinelli) del sociologo statunitense Richard Sennett e Questa Europa è in crisi (Laterza) di Jürgen Habermas. E, ancora, libri di economia come Zombie economics (appena pubblicato da Università Bocconi editore) dell’australiano John Quiggin – un autentico successo negli Usa – che invita a buttare le «idee morte» ultraliberiste responsabili della catastrofe, come la deregolamentazione a tutti i costi e il fondamentalismo di mercato, senza tuttavia indulgere in quella che considera la «nostalgia keynesiana».

   O come Terremoti finanziari (Einaudi) di Raghuram G. Rajan, il teorico di un «mondo post-finanziario» acclamato dall’ Economist , già capo economista del Fondo monetario internazionale e attualmente professore alla Booth School of Business dell’Università di Chicago (che neppure la sfrenata fantasia dei seguaci di Rick Santorum potrebbe qualificare come un «simpatizzante socialista»); uno dei pochissimi, assieme a Nouriel Roubini, ad avere lanciato una serie di Sos a proposito del disastro imminente.
Tratto condiviso da tutti gli studiosi e pensatori citati è la diagnosi senza infingimenti sulle responsabilità del neoliberismo e dell’individualismo selvaggio – cui Sennett aggiunge, tra i guasti contemporanei, il tribalismo di ritorno. Ma prestando attenzione al fatto che la condanna della degenerazione «tossica» della finanza non si traduca in un suo rigetto sic et simpliciter .

   E senza che la critica politica di quella che Foucault definiva la governamentalità neoliberale debba necessariamente portare a rifiutare gli aspetti positivi della tipologia di modernità che a essa si accompagna, come sottolinea Garapon, facendo finta che l’efficienza non sia un’opportunità positiva per utenti e cittadini.
Anche perché – altro denominatore comune – occorre riconoscere con chiarezza come una delle cause essenziali del caos e dei pericoli cui siamo esposti consista nell’eccessiva complessità delle «macchine»all’interno delle quali conduciamo le nostre esistenze, dalla burocrazia europea (Habermas) all’ordinamento giudiziario (Garapon).

   Di qui, l’esigenza di semplificare e regolare attentamente i meccanismi che governano i sistemi complessi, per evitare truffe, prevaricazioni e la solitudine del cittadino globale. Ed ecco, allora, che Rajan e Quiggin perorano la causa di nuove regole per i mercati finanziari e la riduzione degli incentivi per chi sceglie investimenti troppo rischiosi (come, per fare un esempio tristemente ben noto, la cartolarizzazione dei mutui subprime ).
Occorre, poi, procedere alla rivitalizzazione della democrazia attraverso le «politiche della collaborazione» (Sennett), evitando l’effetto-silo nei luoghi di lavoro (con tempi e luoghi per socializzare e scambiarsi idee ed esperienze e una rinnovata autorevolezza e capacità d’ascolto da parte dei capi); e serve un approccio post-ideologico, che sappia generare e selezionare programmi e soluzioni funzionanti, liberandosene senza rimpianti non appena si trasformano in «idee zombie».

   Insomma, meno avventatezza e più senso di responsabilità. E una specie di rovesciamento del famoso slogan di sessantottina memoria (liberamente tratto dal Caligola di Albert Camus) «siate realisti, chiedete l’impossibile».

   Perché le riflessioni di questa intellighenzia plurale non domandano l’impossibile, ma propongono, più realisticamente, una reinvenzione dei valori del liberalismo progressista in un’epoca che non può non dirsi neoliberale. E ci presentano un paradigma di «neo-Terza via», giustappunto, in grado di fornire ai progressisti una piattaforma differente dal mero Occupy Wall Street… (Massimiliano Panarari)

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l’ultimo libro del padre della teoria della decrescita, SERGE LATOUCHE

DECOSTRUIRE I MITI ILLUSORI DELLA MODERNITÀ PER USCIRE DALLA CRISI

– Un’analisi della decrescita insieme all’antropologo CRISTIANO VIGLIETTI, attraverso l’ultimo libro di SERGE LATOUCHE –

di LUCA ATERINI, 13 aprile 2012, da GREENREPORT.IT ( http://www.greenreport.it/ )

   «In effetti, il progetto di società della decrescita, al di là dello slogan blasfemo, è una sfida provocatoria». Così il filosofo ed economista francese Serge Latouche – nelle pagine del suo ultimo volume “Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita”, edito da Bollati Boringhieri – si esprime a proposito del pensiero decrescista. Un pensiero ed un movimento difficili da catalogare, definire e metabolizzare da parte di una società il cui orizzonte ancora ruota attorno al totem della crescita.

   Avversata in partenza per uno slogan tacciato come fazioso – più che di decrescita si dovrebbe parlare di a-crescita (intesa come un’uscita dalla religione della crescita), è stato successivamente e giustamente osservato – all’idea di decrescita si accomunano posizioni radicali portavoci di improbabili idee decliniste con altre più moderate, nelle quali trova spazio la cruciale domanda: data l’insostenibilità dell’attuale paradigma della crescita economica esponenziale, cosa nelle nostre organizzazioni sociali deve e può ancora crescere, e cosa non deve e non può più crescere?

   Del resto, questa varietà di posizioni è riconosciuta dallo stesso Latouche, guru moderno della decrescita, quando afferma che «gli obiettori di crescita non hanno la vocazione ad avere una risposta a tutto e a chiudere il dibattito: ci sono controversie anche all’interno del movimento della decrescita». Partendo da questo presupposto, greenreport.it ha cercato, insieme all’antropologo Cristiano Viglietti, di far luce su alcuni dei punti meno chiari del pensiero decrescista, facendo leva proprio sulle pagine dell’ultimo volume di Latouche.

«Dobbiamo rivedere i valori nei quali crediamo. La povertà materiale e una certa sobrietà sono state per secoli valori positivi. È stata l’economicizzazione del mondo a creare la miseria che oggi conosciamo in numerose regioni del pianeta», scrive Latouche all’interno del suo libro “Per un’abbondanza frugale“. Individua nel pensiero che anima la decrescita un riflesso di principi di parsimonia e moderatio che erano fondamentali già nella Roma arcaica?

«Nel pensiero che anima l’idea contemporanea di decrescita, di cui Serge Latouche è l’esponente più noto, confluiscono i riflessi di molte correnti di pensiero: la bio-economia di Nicholas Georgescu-Roegen, il pensiero conviviale di Ivan Illich, l’ecologismo libertario di Jacques Ellul e Bernard Charbonneau, il socialismo critico di Cornelius Castoriadis e quello utopico di Pierre-Joseph Proudhon e William Morris, l’antropologia-economica come forma di critica culturale che si ispira a Marcel Mauss, Karl Polanyi e Marshall Sahlins, fino all’etica civile e religiosa di Mohandas Gandhi.

   Il filo rosso che tiene insieme tutte queste visioni dell’economia e della società è il riconoscimento della omologia tra il pianeta Terra e gli esseri umani che su di esso vivono: come le risorse presenti sulla terra sono finite, così l’uomo deve sviluppare delle pratiche di vita che devono contenere i suoi bisogni e desideri. È proprio Latouche a sostenere in “Per un’abbondanza frugale”: «la nostra vita può diventare tanto più ricca quanto più sappiamo limitare i nostri bisogni» (p. 116). Tra le culture che praticarono questa filosofia di vita ci furono, almeno per un certo periodo, anche i Romani che, da un certo momento in poi iniziarono a usare il termine frugalitas – da cui ‘frugalità’ deriva – come sinonimo di parsimonia, che indica esattamente quell’attitudine a porre un limite, un modus, ai desideri e bisogni materiali.

   Sotto questo aspetto si può dire che anche la cultura romana, a cui talora Latouche fa riferimento (ad es. in La scommessa della decrescita, trad. it Milano, Feltrinelli, 2007, p. 18) può essere annoverata tra le ispiratrici della moderna idea di decrescita».

Circa la decrescita, Latouche ne parla come di «uno slogan al livello delle parole e un ritorno dentro gli argini al livello delle cose», per poi aggiungere che, «inoltre, per decrescere bisogna “de-credere”», riferendosi evidentemente alla cosiddetta “religione della crescita”. Come crede si giunga, da questa posizione, a quelle ben più estreme che definiscono come ambizione della decrescita quella di rinunciare a qualsiasi tipo di sviluppo?

«Che quelli di ‘crescita’ e, ancor più, di ‘sviluppo’ siano fedi, o miti, propri della società occidentale lo evidenzia bene l’antropologo Marco Aime nell’introduzione a un altro libello che Latouche ha scritto recentemente insieme a Didier Harpagès (Il tempo della decrescita, trad. it. Milano, Elèuthera, 2011): “se un politico fa affermazioni che vengono regolarmente smentite, alla lunga perde credibilità. Nel campo dello sviluppo, invece, le promesse sono instancabilmente ripetute e gli esperimenti costantemente riprodotti. […]  Appare quindi evidente che la problematica dello sviluppo è inscritta nell’immaginario occidentale e ne costituisce il mito fondante” (p. 9).

   E ancora: “la maggior parte delle definizioni dello sviluppo sono basate sul modo in cui una o più persone immaginano una condizione ideale di vita” (p. 7). L’idea di sviluppo ha, in qualche misura, sostituito il mito dell’età dell’oro, e come un mito ha molte varianti (sviluppo durevole, sostenibile, compatibile, umano etc.) e sempre ragione, pur non basandosi su logiche razionali.

   A conferma di quanto Aime, e con lui Latouche, sostiene le faccio un paio di esempi. Si ritiene che la crescita economica faccia crescere i posti di lavoro, ma non è necessariamente vero: “dal 1960 al 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che triplicato, passando da 423.828 a 1.416.055 miliardi di lire […], la popolazione è cresciuta […] con un incremento del 16,5 per cento, ma il numero degli occupati è rimasto costantemente intorno ai 20 milioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998)” (M. Pallante, La decrescita felice, Roma, Editori Riuniti, 2005, p. 44). In Francia i posti di lavoro nell’industria sono diminuiti di un milione e mezzo dal 1978 al 2002, mentre gli agricoltori sono quasi spariti; in Spagna negli ultimi 20 anni il PIL è cresciuto del 74% e la disoccupazione non è certo diminuita, come nota ancora Latouche in Per un’abbondanza frugale (pp. 96 e 94).

   Un altro mito, e dunque una fede, da sfatare è quello secondo cui quella sviluppata rappresenti l’economia più razionale, e dunque più in grado di ottimizzare le risorse a disposizione, ma non è affatto così. Dice ancora Latouche “il cespo di lattuga della valle di Salinas (California) […] arriva sui mercati di Washington dopo un viaggio di 5000 chilometri, e per il suo trasporto si consuma 36 volte più energia (petrolio) di quella rappresentata dal suo contenuto calorico. Quando finalmente la lattuga arriva a Londra in aereo, ha consumato 127 volte più energia (petrolio) di quella che contiene” (p. 58). O ancora: “i gamberi scozzesi espatriano in Thailandia per farsi sgusciare a mano in uno stabilimento […] e riguadagnano la Scozia per farsi cuocere prima di essere venduti” (pp. 58-59). All’obiezione che questi meccanismi apparentemente aberranti sono in realtà determinati dalla cosiddetta “legge della domanda e dell’offerta”, si può facilmente replicare che quei meccanismi stessi non tengono conto, e colpevolmente, dei costi ambientali che contengono: tutti quegli spostamenti delle merci da una parte all’altra del mondo, infatti, inquinano, e molto (senza contare che fanno perdere il lavoro a chi potrebbe coltivare, a km zero, la lattuga in una serra a Londra, o a chi potrebbe sgusciare i gamberetti appena pescati direttamente in Scozia). Ma, appunto, quella della crescita-sviluppo è una fede, non una visione economica organica e scientifica. Non è forse un caso se i Camerunesi di lingua eton traducono la nostra idea di sviluppo come “il sogno del bianco”.

   È vero anche che, al fanatismo della crescita, corrispondono talora dei fanatismi della decrescita, specialmente di tipo anti-tecnologico e luddista, o autarchico, che però riguardano un numero minimo di persone e non mi pare appartengano a Latouche. E che in ogni caso non producono particolari danni».

Nel volume di Latouche si legge come auspicio della decrescita una rottura del «circolo infernale della creazione illimitata di bisogni e di prodotti, come pure dalla frustrazione crescente che questa genera, e contemporaneamente che si compensi attraverso la convivialità l’egoismo derivante da un individualismo ridotto a una massificazione uniformizzante». La corrente della decrescita si fa così portavoce anche di un cambiamento di stampo morale?

«La mia impressione è che, in questo momento, esistano due atteggiamenti rispetto alla questione della crisi economica. Uno secondo cui la crisi c’è, è grave, e per uscirne l’Occidente è chiamato a un radicale cambio di rotta. L’altro atteggiamento è quello che Latouche indica criticamente con l’espressione “tutto piuttosto che mettere in discussione il nostro modo di vita” (p. 42).

   Almeno in Occidente, attualmente ci troviamo in una condizione di dominanza, almeno a livello politico, del secondo paradigma. Se invece i popoli occidentali decideranno di ri-orientare i propri stili di vita è evidente che anche i modelli di riferimento morali, i paradigmi comportamentali e, nondimeno, le forme economiche e istituzionali dovranno cambiare.

   Se si arrivasse a ritenere, ad esempio, che i bisogni, i desideri, e dunque i possessi, devono essere limitati si potrebbero introdurre, come Latouche propone, imposte dirette progressive: “per i redditi superiori al massimo legale (la fissazione di un reddito massimo fa parte del programma della decrescita) la progressività potrebbe arrivare addirittura al 100%. Dovrebbe poi essere […] introdotta una fiscalità indiretta sui beni di lusso, che potrebbe colpire […] il cattivo uso delle risorse naturali, dei beni e dei servizi” (p. 17). Si istituirebbero, insomma, nuove leggi di tipo suntuario, animate anche da esigenze ecologiche, che ad oggi paiono impensabili perché nella nostra società l’accumulazione illimitata della ricchezza è considerata un bene. Tali leggi hanno rappresentato, tuttavia, la norma in molte società antiche, in gran parte dei comuni medievali italiani, e negli Stati europei (Inghilterra e Francia compresi) fino al 1700, cioè prima che si affermassero le filosofie della crescita progressiva.

   E ancora, se si affermasse l’idea che la natura va sfruttata nella misura più bassa possibile, e dunque secondo una diversa forma di “razionalità”, si potrebbero produrre merci destinate a durare a lungo nel tempo, e aggiustabili, esattamente al contrario di quanto avviene oggi con la cosiddetta “obsolescenza programmata” che ben conosciamo. Ancora ne Il tempo della decrescita (pp. 41-42) Latouche e Harpagès raccontano che in una caserma dei pompieri di New York, nel 2008 si è scoperto che era in funzione una lampada acquistata nel 1896. Oggi le lampadine vengono costruite per durare 2000 ore, a tutto vantaggio della crescita del PIL, ma certo non dell’ambiente, del tornaconto dei consumatori e, direi, dello stesso progresso tecnologico».

Lo stesso Latouche, all’interno del suo libro, osserva come «parlare dunque di una buona crescita o di una buona accumulazione del capitale, di un buono sviluppo – per esempio di una mitica «crescita al servizio di un migliore soddisfacimento dei bisogni sociali» – equivale a dire che può esistere un buon capitalismo (che si presenta come verde o sostenibile/durevole), con tanto di buono sfruttamento. Per uscire dalla crisi che è al tempo stesso, e inestricabilmente, ecologica e sociale, bisogna uscire da questa logica di accumulazione senza fine del capitale e di subordinazione di tutte le decisioni alla legge del profitto». Qual è il suo giudizio in merito a tale passaggio?

«Questa questione riporta ai miti di fondazione della modernità. Tra questi, uno potentissimo e che non appartiene agli economisti delle prime generazioni, ma a quelli della fine del XIX e soprattutto degli inizi del XX secolo, è il cosiddetto “postulato di scarsità“, cioè l’idea (che viene data per scontata, ma scontata non è affatto) che i desideri umani siano naturalmente illimitati e che, dunque, i mezzi del loro soddisfacimento presenti in natura siano scarsi. Questo postulato spinge, da un lato, molti individui ad accumulare quanti più beni e ricchezze possono, sottraendone ai loro simili, dall’altro a consumare in modo crescente la natura.

   Il postulato di scarsità appare come la formalizzazione apparentemente scientifica dello hobbesiano bellum omnium contra omnes, in cui gli uomini, al contempo avidi di ricchezze e frustrati per non averne mai abbastanza, lottano l’uno contro l’altro per avere sempre di più, destabilizzando i rapporti sociali e distruggendo le risorse naturali per il proprio tornaconto. La messa in discussione, e lo svelamento dell’illusorietà di miti di questo genere, che fondano molti dei comportamenti degli Occidentali – in special modo dei ricchi e di chi ricco vuol diventare (la decrescita, d’altronde, “non è roba da ricchi!”, ammoniscono Latouche e Harpagès, Il tempo della decrescita, p. 78) – potrebbe indicare dei percorsi per uscire dalla crisi profonda della nostra società».

«L’esempio della Grecia è eloquente per illustrare il fallimento della pseudoalternativa di sinistra: un popolo vota in massa per un partito socialista con un programma socialdemocratico classico; sotto la pressione dei mercati finanziari il governo socialista attua una politica di austerità neoliberale, obbedendo alle ingiunzioni congiunte della Commissione europea di Bruxelles e del Fondo monetario internazionale (FMI)». In questo passaggio Latouche sembra denunciare – in modo del tutto condivisibile – la debolezza delle democrazie di fronte al chomskyiano “Senato virtuale”, termine col quale il linguista e filosofo americano intende riferirsi alla determinante influenza sulla politica della finanza internazionale. Pensa che quella della decrescita sia una corrente che ambisca e possa inglobare in sé una risposta a tale debolezza?

«Credo che non ci siano due visioni più lontane tra loro di quella di austerità, esemplificata da molti governi occidentali attualmente in carica, e quella di decrescita o di frugalità. L’austerità è la risposta automatica della cultura economicista e sviluppista alle crisi: si contengono le spese al massimo e ci si inventa qualche tassa finché non passa la bufera per poi, se le cose migliorano, tornare a comportarsi esattamente come si faceva prima. È evidente che queste politiche di piccolo cabotaggio non costruiscono alternative per il futuro.

Va tuttavia detto che se gli Stati occidentali, e in particolare la Grecia, l’Italia, la Spagna e l’Irlanda, si trovano schiacciati dalle politiche di austerità, è perché si sono indebitati pesantemente, anche a causa di politiche sociali mal programmate e sprecone.

   A risanare gli Stati indebitati non credo che possa bastare una “inflazione controllata al 5%” (Per un’abbondanza frugale, p. 20). Va semmai concepita un’etica “frugale” dello Stato in cui chi è chiamato a gestire la cosa pubblica non agisca sulla base dell’avidità e dell’interesse personale. Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile introdurre criteri meritocratici che, per realizzarsi, hanno bisogno al contempo di modelli autorevoli e di un ripensamento dell’educazione dei cittadini. Sono temi, questi, su cui alcuni padri della decrescita, come Ivan Illich, hanno scritto pagine importanti e su cui Latouche si sofferma, nel complesso, poco.

   Non vi è dubbio che i modelli di comportamento e le politiche di stampo capitalistico abbiano prodotto ineguaglianze incredibili in Occidente, e ha senso riflettere su modi per raggiungere una maggiore equità e una migliore redistribuzione della ricchezza prodotta, come i sostenitori della decrescita fanno. Ma è anche vero, come ha recentemente sostenuto il Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali Andrea Carandini ne Il nuovo dell’Italia è nel passato (Roma-Bari, Laterza, 2012), che “l’orizzontalità democratica dell’uguaglianza deve tornare a combinarsi alla verticalità liberale delle competenze” (p. 37), e dunque al merito. In questo senso credo che la decrescita, accanto alle idiosincrasie della destra “egoista”, dovrebbe sviluppare idee per superare anche gli eccessi di certo “egualitarismo” di sinistra – a cui a volte Latouche (pp. 85-86), invece, fa l’occhiolino».

La dialettica tra crescita, sviluppo e decrescita spesso si gioca essenzialmente sul filo di lana della semiologia, del significato delle parole. Frequentemente tale dialettica innalza barricate ideologiche e piccate contrapposizioni, ma un nuovo paradigma sociale, ecologico ed economico ha essenzialmente il compito di definire cosa di questi aspetti della vita umana può (e deve) ancora crescere e svilupparsi – e cosa no – tenendo conto del contesto globale e molteplice nel quale tutti ci troviamo a muoverci, non crede?

«Certamente. Credo che, seguendo e insieme sviluppando il pensiero del padre dell’antropologia economica, primo lucido e non ideologico critico dell’economia occidentale, cioè Karl Polanyi, il paradigma auspicabile per il futuro dell’Occidente dovrebbe cercare di “re-incorporare” l’economico nel sociale.

   L’idea che tutti i problemi e le questioni vitali delle nostre società passino per l’economico (inteso in senso capitalistico) è un’altra di quelle credenze che ci fa vivere male e che non ci consente di comprendere la natura della crisi dell’Occidente, che è una crisi socio-culturale e, di conseguenza, anche economica.

   Per quanto i negazionisti non manchino – e in queste settimane sui quotidiani se ne sono messi in mostra diversi, vecchi e, ahimè anche giovani -, credo che tutti i contributi che possono portare a sviluppare consapevolezza rispetto allo stato attuale, mostrando le cause della crisi nella loro complessità, e non nascondendo dei dati, siano i benvenuti. L’idea di un’abbondanza frugale che si realizza tramite la volontaria riduzione dei desideri può essere un punto di partenza importante, che dovrà tuttavia trovare delle formulazioni più ampie nel campo politico-istituzionale e in quello educativo-formativo».

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