IL CENSIMENTO DECENNALE ISTAT: la fotografia di UN’ITALIA METICCIA, e dove c’è chi viene e anche chi va (italiani e “stranieri”) – La mobilità delle persone e la positiva presenza interetnica potranno essere il volano di un nuovo sviluppo?

Le novità più importanti rilevate dal 15° CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE? GLI STRANIERI, LE CASE E LE BARACCHE. L’Istat ha divulgato una prima parte dei risultati dai quali emerge che negli ultimi dieci anni, la popolazione residente in Italia è di 59.464.644 e di questi, il 6,3% sono stranieri. L’altra novità emersa dall’analisi delle dichiarazioni sono le ABITAZIONI: +5,8%. Ma se aumentano case, esercizi commerciali, garage incredibilmente SONO IN AUMENTO ANCHE LE FAMIGLIE CHE RISIEDONO NELLE BARACCHE. Un incremento, quest’ultimo, che lo stesso Istat definisce “vertiginoso”e che probabilmente sarà destinato ad aumentare con l’analisi definitiva dei dati. (Nadia Francalacci, da Panorama.it del 28/4/2012)

   I dati degli Istituti di Ricerca (in primis il censimento decennale della popolazione italiana gestito dall’Istat) si accavallano. Positivamente (ci danno una fotografia sempre più chiara, nel caos di spostamenti della popolazione, di urbanizzazione diffusa e confusa, di lavoro che manca…), ma anche con qualche patema di necessità, nella quantità di dati, di riuscire a fare una sintesi il più possibile adeguata. Per programmare, prendere provvedimenti. Fare in modo che le entità istituzionali (dai Comuni allo Stato centrale) possano adeguare politiche di sicurezza, benessere per tutti (o perlomeno che non si verifichino condizioni di assoluta disumanità), gestione dei servizi pubblici essenziali.

   Quel che emerge ad esempio dalla prima trance dei dati sul censimento decennale, dati resi pubblici dall’Istat il 27 aprile scorso (ve ne diamo ampia descrizione e lettura qui) è che nei quasi 60milioni di abitanti, sono aumentati gli stranieri (e lo sapevamo) quantificabili (quelli regolari ovviamente) nel 6,3% della popolazione. Ma tra le righe, confrontando statistiche e analisi annuali ben più recenti del penultimo censimento di confronto del 2001 (come i dati annuali della Caritas), ci si accorge che molti immigrati “non ci sono più” (si parla di un milione in meno rispetto a due-tre anni fa: o “spariti” nell’illegalità, diventati o ridiventati clandestini; oppure, in molti casi, che se ne sono tornati nei loro paesi di origine, causa la crisi economica. Infatti: che senso ha faticosamente sopravvivere in un paese dove il costo della vita è alto e il lavoro magari o non c’è più, o è assai precario (e malpagato)? (ma magari i loro figli andavano a scuola.. si erano ambientati qui…)

   Poi il censimento ci dice che molti “residenti” vivono in case “provvisorie” (baracche?), e qui si denota la povertà crescente, uno stato latente di vita ai margini, difficoltosa nello scorrere delle giornate. E, dall’altro, appartamenti vuoti frutto dell’ultima speculazione edilizia di questi anni (anche questa ora in pausa (la pressione a costruire).

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MA DOVE VANNO GLI IMMIGRATI? – 27.04.2012 da http://www.lavoce.info/ – Elaborazione lavoce.info a cura di Isabella Rota Baldini e Filippo Teoldi su dati Istat –    Dopo due decenni di stallo, tra il 2001 e il 2011 la popolazione italiana ha ripreso a crescere, grazie all’arrivo degli immigrati o ai nuovi nati figli di immigrati. Lo certificano i dati del censimento divulgati dall’Istat.   In quali aree del paese sono affluiti o sono nati (nel periodo 2001-2011) questi cittadini stranieri? Come mostra la nostra elaborazione dei dati Istat, prevalentemente nelle regioni del Nord, dove i nuovi stranieri arrivati o nati rappresentano tra il 5,5 e il 6 per cento della popolazione residente a fine 2011. E contribuiscono in maniera significativa allo sviluppo economico di queste aree.

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   Da tutto questo, dai dati non solo del censimento (ma di altri rilevazioni: ad esempio vi proponiamo in questo post pure quella apparsa qualche settimana fa che rilevava una diffusione di cognomi stranieri nelle maggiori città, specie del nord d’Italia), dai dati statistici noi ricaviamo, “facciamo sintesi”, che la “mobilità” delle persone sta crescendo: quasi sempre per un malessere latente, non per una propria volontà positiva. In cerca di lavoro qual e là. In difficoltà a pagare un’abitazione dignitosa (ma quante persone ora vivono in auto?… l’Istat non può riuscire a dircelo).

   E’ significativo che il fenomeno migratorio interessi pure le giovani generazioni di italiani: ragazzi del sud e del nord che vanno in Australia a lavorare (lì trovare lavori manuali sembra sia molto facile: quel paese sta vivendo un intenso sviluppo…).

   E popolazione che si spostano, si “mischiano” tra di loro portano alla maturazione di un METICCIATO sempre più marcato…. e, attenzione, questo fenomeno è significativamente positivo. Ogni società caratterizzata dal “sangue misto” (di persone di provenienza etnica diversa) denota una vitalità sociale che alla fine si realizza in uno sviluppo economico rilevante (la Venezia degli splendori era fatta da “popoli accolti” che arrivavano a gestire commerci e servizi strategici per la Serenissima…).

   Ma non è solo un fatto di possibile rilancio economico, di ritrovare una spinta propulsiva nella dinamica dello sviluppo. E’ anche, il METICCIATO, prima di tutto un’apertura al mondo, una conoscenza delle diversità (pensiamo solo alle lingue parlate, alle tradizioni, al cibo…), un arricchimento che apre le menti anchilosate da chiusure tipiche delle comunità che finora hanno potuto assaporare un po’ di diversità solo la sera davanti al televisore (non ci pronunciamo con quali effetti). (sm)

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NEL CENSIMENTO L’ESODO DI UN MILIONE DI IMMIGRATI

di Fabrizio Caccia, da “Il Corriere della Sera” del 29/4/2012

– Il demografo: effetto crisi, la maggior parte è tornata al Paese d’origine – Lo scarto nei numeri tra la rilevazione dell’ottobre 2011 e una ricerca sempre a cura dell’Istat –

   Che fine hanno fatto? «I conti non tornano, in effetti», osserva preoccupato il professor Gian Carlo Blangiardo, demografo della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) e professore all’università Milano-Bicocca.

   Sul suo tavolo i dati provvisori dell’ultimo censimento generale della popolazione—ottobre 2011—secondo cui gli stranieri residenti in Italia sarebbero 3 milioni e 800 mila. Un bel numero, sicuramente, anzi un vero e proprio boom dell’immigrazione rispetto al dato del censimento 2001: un milione e 300 mila persone.

   Già, ma il professor Blangiardo ha davanti agli occhi anche la statistica del settembre 2011, appena un mese prima cioè della rilevazione dell’ottobre scorso. Una ricerca intitolata «La popolazione straniera residente in Italia », sempre dell’Istat, secondo cui però gli stranieri iscritti all’anagrafe ammonterebbero a 4 milioni e 570 mila. A cui poi andrebbero aggiunti i 397 mila regolari ma non residenti (fonte Caritas/Migrantes), cioè quelli muniti solo di un visto per motivi di lavoro, famiglia, studio. Totale: 4 milioni 968 mila.

   Rispetto ai 3milioni e 800 mila appena censiti, dunque, ne manca più di un milione. Dove sono finiti? Che fine hanno fatto? Il demografo dell’Ismu è cauto, i dati Istat sono ancora provvisori, ma la sua impressione è che la maggior parte di questo milione che manca all’appello se ne sia andata. Abbia lasciato cioè, anche solo temporaneamente, il nostro Paese.

   Un esodo clamoroso, insomma. Il motivo? La crisi economica, certo. Il crollo dell’offerta di lavoro e delle retribuzioni. «Qualcuno, scaduto il permesso, decaduto il titolo di soggiorno, si sarà pure nascosto, sarà diventato irregolare e quindi è chiaro che non si è fatto beccare dal censimento — ragiona il professore —.

   Ma il vero problema è che è fallito per moltissimi il progetto migratorio, non essendoci più condizioni di lavoro adeguate, penso alla crisi dell’edilizia per esempio, così tanti romeni, tanti albanesi, hanno preferito tornare indietro, rientrare in patria, pensando “poi si vedrà”…». «Il nostro — continua Blangiardo— è un Paese di accoglienza, gli episodi di razzismo sono davvero isolati, eppoi i matti nel mondo ci sono ovunque, perciò non c’entra la xenofobia e non è neppure colpa di Monti se la crisi economica morde in questo modo. È chiaro però che tutti questi “missing” costituiscono un fenomeno allarmante».

   Stefano Solari, direttore scientifico della Fondazione «Leone Moressa », istituto nato nel 2002 che sforna ogni anno statistiche interessanti legate alla presenza degli stranieri in Italia, condivide l’analisi cupa dello scienziato dell’Ismu: «Per fare un esempio — dice Solari — i polacchi si sono resi conto ormai di guadagnare molto meglio in patria che da noi. E anche tanti romeni, che avevano lasciato a casa le famiglie ed erano venuti in Italia in cerca di lavoro, hanno concluso che visto che qui c’è disoccupazione tanto vale fare marcia indietro e aspettare tempi migliori. Molti nordafricani, invece, hanno proseguito la strada verso il nord: la Francia, la Germania. Così se ne sono andati anche loro».

   Attenzione, però. «Il censimento 2011 si è svolto un po’ al risparmio — osserva Solari — perciò non è detto che proprio tutti gli stranieri siano stati raggiunti dai rilevatori dell’Istat…». «Non solo – nota Paolo Ciani, della Comunità di Sant’Egidio – Vanno considerati anche alcuni fattori specifici legati proprio all’immigrazione: per esempio, l’estrema mobilità. Nel senso che se uno straniero non trova più lavoro in un posto, logicamente se lo va a cercare altrove e dunque diventa difficile da rintracciare. Nelle grandi città, poi, è diffuso il fenomeno degli affitti irregolari, dei subaffitti, perciò alla fine in molti preferiscono non farsi censire…».

   La conferma diretta arriva da Bachcu, presidente dell’associazione dei bengalesi a Roma «Dhuumcatu», con quasi 9mila iscritti: «Molti immigrati non hanno partecipato volutamente al censimento — dice Bachcu— Lo hanno fatto per paura, per evitare problemi con le Asl e i municipi di zona, perché spesso vivono in 10-12 dentro una stessa casa, in «nero», senza contratti d’affitto regolari.

   Però è anche vero che molti sono andati via: negli ultimi tre anni per colpa della crisi molti capifamiglia, di Paesi africani, asiatici, hanno rimandato a casa le mogli e i figli. Un terzo degli stranieri che manca all’appello, secondo me, è costituito da donne».

   Marco Marcocci, studioso di migrant banking, cui ha dedicato un libro e poi anche un sito (www.migrantiebanche.it ), dice che il fenomeno cominciò nel 2008 in America e ora si sta riproducendo fedelmente da noi: «Non c’è più lavoro, la gente così torna a casa, molti migranti che nel vecchio censimento del 2001 erano regolari ora son diventati clandestini. Nel 2011 per la prima volta da noi il flusso delle rimesse è calato, perché gli stranieri non riescono più a mettere i soldi da parte per spedirli in patria. Addirittura, in America, dove la crisi è stata davvero mortale, è successo che le famiglie del Messico, dell’Ecuador, del Perù, si son viste costrette a mandare loro dei soldi negli Usa per aiutare i propri congiunti anziché il contrario. Ecco, almeno questo speriamo che in Italia non succeda». (Fabrizio Caccia)

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CENSIMENTO: NEL BELPAESE PIÙ STRANIERI, CASE VUOTE E BARACCHE

di NADIA FRANCALACCI, da PANORAMA.IT DEL 28/4/2012

   Le novità più importanti rilevate dal 15° censimento della popolazione? Gli stranieri, le case e le baracche. L’Istat ha divulgato una prima parte dei risultati dai quali emerge che negli ultimi dieci anni, la popolazione residente in Italia è di 59.464.644 e di questi, il 6,3% sono stranieri.

La popolazione straniera residente nel nostro Paese è praticamente triplicata, passando da 1.334.889 a 3.769.518. La maggior parte risiede nell’Italia settentrionale ed in particolare nel Nord-Ovest (36,0%) seguito dal Nord-Est (28,3%) e dal Centro (23,0%). Il Sud Italia invece è stato scelto solo dal 9,0% mentre il 3,7%, ha preferito stabilirsi nelle isole: Sardegna e Sicilia.

   L’altra novità emersa dall’analisi delle dichiarazioni sono le abitazioni: +5,8%. Secondo l’Istat in Italia si contano 14.176.371 edifici, l’11% in più rispetto al 2001, e 28.863.604 abitazioni, di cui 23.998.381 sono occupate da residenti (83%).

   La rilevazione dell’Istat ha poi censito 9.607.577 numeri civici. E’ emerso che di questi il 53,4% è di tipo abitativo mentre il 45,9% non abitativo (ad esempio, esercizi commerciali a piano terra, garage, unità produttive); lo 0,6% è associato a complessi di edifici non abitativi (come ospedali, università, caserme). Il confronto tra il numero di interni ad uso abitativo di ciascun indirizzo e il numero di famiglie registrate in anagrafe allo stesso indirizzo ha generato- segnala l’Istat- 2.708.087 potenziali abitazioni non occupate o di famiglie dimoranti non iscritte in anagrafe. Insomma, l’Istituto di statistica ha “scoperto” oltre 1 milione e 571 abitazioni in più rispetto al precedente censimento, con un aumento di quasi il 6%.

   Ma se aumentano case, esercizi commerciali, garage incredibilmente sono in aumento anche le famiglie che risiedono nelle baracche. Un incremento, quest’ultimo, che lo stesso Istat definisce “vertiginoso”e che probabilmente sarà destinato ad aumentare con l’analisi definitiva dei dati. Più che triplicate in dieci anni, infatti, le famiglie residenti in Italia che dichiarano di abitare in baracche, roulotte, tende o abitazioni simili: 71.101 contro le 23.336 del 2001.

   Ma “spulciando” i dati Istat emergono anche statistiche “curiose”. Ad esempio in Italia, le donne sono quasi 2 milioni in più dei maschi: 30.713.702 femmine contro i 28.750.942 dei maschi. Insomma, ci sono 52 donne ogni 100 abitanti.

   Il comune più popoloso in Italia è Roma: 2.612.068 residenti mentre quello meno popoloso è Pedesina, Sondrio, con soli 30 residenti. Ma il comune più densamente popolato è Portici in provincia di Napoli che ha 12.311 abitanti per km/q.
Il comune che dal 2001 ha aumentato di più gli abitanti, +220,1%, è Rognano (Pavia); Paludi (Cosenza) detiene invece il primato del più forte calo (-41,2%). Roma, con 1.307,7 km/q di superficie, è anche il comune più esteso mentre quello più piccolo è Fiera di Primiero a Trento con appena 0,2 km/q.

   I dati non sono ancora definitivi, ma già ci sono le prime polemiche e “numeri” discordanti. E’ successo a Pisa. Nella città della Torre pendente sono circa 90 mila i residenti, un numero ancora da precisare ma che presenta discrepanze tra i dati Istat e quelli dell’ufficio anagrafe pisano. Non a caso i dipendenti comunali sono già a lavoro per effettuare le verifiche e nuovi conteggi. Tuttavia il dato più significativo che riguarda la città toscana è l’arresto della verticale perdita di abitanti rispetto agli anni Novanta quando passò dai 99.032 del 1991 a 92.112 del 2001. Ora la tendenza sembra essersi invertita e Pisa pare si tornata ad attrarre in modo stabile italiani e stranieri. (NADIA FRANCALACCI, da PANORAMA.IT DEL 28/4/2012 – http://blog.panorama.it/ )

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vedi il sito dell’Istat sul Censimento: 

http://www.istat.it/it/archivio/59815

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TRA BARACCHE E CEMENTO L’AUTORITRATTO DELLA NUOVA ITALIA

di Michele Serra, da “la Repubblica” del 28/4/2012

   PROVANDO a immaginare il quindicesimo censimento degli italiani come una gigantesca fotografia aerea, forse il primo colpo d’occhio, il più evidente, è che rispetto al 2002 c’è un aumento molto consistente degli edifici censiti: oggi sono 14 milioni e rotti, l’undici per cento in più in soli dieci anni.

   Nello stesso periodo la popolazione è cresciuta solo del 2,5 per cento: siamo 59 milioni e mezzo. Anche se le statistiche sono una lingua che chiede di essere tradotta con molta circospezione, questi due dati, incrociati, sembrano dare ragione a chi denuncia una cementificazione indiscriminata e immotivata (o motivata solo dalla speculazione) del nostro territorio.

   Gli edifici sono aumentati di una percentuale quattro volte più grande rispetto all’aumento degli umani. E nel paese dei mille borghi abbandonati, dei centri storici svuotati, della superfetazione delle villette a schiera che vanno a smarginare e confondere il confine tra città e campagna, i dati del nuovo censimento aiutano a capire che la gestione del territorio è una delle questioni più gravi e irrisolte.

   Il secondo colpo d’occhio vede triplicati, in dieci anni, i residenti stranieri. Sono 3 milioni e 769 mila, ed è il loro arrivo (e la loro forte natalità) ad avere compensato la pigrizia demografica di noi italiani indigeni. Sono, gli immigrati, il solo vero elemento di percepibile dinamismo e di mutamento sociale e culturale di un paese altrimenti “fermo” (a parte il fiume di cemento…).

   La famiglia Rosaria Di Guglielmo e i suoi tre bambini sono stati accolti nel campo rom di via Bonfadini, nella periferia Sud di Milano vicino all’Ortomercato. Gli edifici sono aumentati in modo impressionante e così le case. Sono state create aree di nuova urbanizzazione con quartieri fantasma senza servizi.

   Sta alla lettura e all’ideologia di ognuno, naturalmente, decidere se questa “contaminazione” dall’esterno sia minacciosa o promettente. Certo è un fenomeno oramai strutturale (gli stranieri erano il 2,4 per cento della popolazione totale nel 2002, oggi sono il 6,34), e così “italiano” che risulta difficile, per chi ha meno di quarant’anni, immaginare o ricordare un’Italia senza stranieri, senza asiatici, africani, slavi, arabi.

   Il censimento, per altro, conferma in modo inoppugnabile che l’immigrazione è anche un termometro implacabile del benessere economico di un territorio: due stranieri su tre vivono nel Nord Italia, nelle regioni dal reddito più alto e dal tessuto economico più sviluppato. L’assenza di immigrazione è segno chiarissimo di gracilità economica. Anche questo dovrebbe insegnarci ad accogliere gli stranieri, quando bussano alla nostra porta, come una buona notizia.

   Terzo colpo d’occhio: il cambiamento delle famiglie. Il loro numero è aumentato (i nuclei familiari censiti sono circa 2 milioni e mezzo in più rispetto al 2002), ma le dimensioni sono più ridotte: 2,4 il numero medio dei componenti (era 2,6 dieci anni fa). Influisce fortemente sul dato la frammentazione del concetto stesso di famiglia: le famiglie allargate sono illeggibili dalle statistiche, ma si moltiplicano con il forte aumento di separazioni e divorzi.

   Così che il concetto stesso di “nucleo familiare” perde progressivamente senso, e i 2,4 componenti di ogni nucleo non riflettono la densità e la varietà dei rapporti, anche coabitativi, tra persone non più facilmente definibili come membri di questo o quel nucleo. Si pensi, per esempio, ai tanti figli di separati che sono censiti in una sola casa, ma vivono abitualmente in due case.

   Quarto e ultimo colpo d’occhio: sono aumentati in modo esponenziale, rispetto al censimento di dieci anni fa, i residenti in Italia che dichiarano di abitare in baracche, roulotte o tende. Da 23 mila a 71 mila. È uno dei contraccolpi più vistosi, anche se quantitativamente meno rilevanti, dell’immigrazione, dell’aumentato ingresso di nomadi e dunque di poveri, che ci rimettono di fronte a immagini anche estreme di indigenza e di disagio sociale.

   Un piccolo grande cortocircuito storico, che rende a noi coeve situazioni da dopoguerra, rifugi di fortuna e villaggi di lamiera che sorgono nel fango e tra le erbacce delle periferie urbane, questua diffusa, grande difficoltà di integrazione e di scolarizzazione. L’Italia è stata, per moltissimi arrivati da lontano, un approdo dignitoso e un progetto di vita. Per pochi è un parcheggio precario, una parentesi di stenti. È importante, ed è anche civile, che il quindicesimo censimento nazionale sia una fotografia così grande, e così minuziosa, da essere riuscita a inquadrare anche le baracche,i camper arruginiti, i tetti di lamiera, le vie di terra battuta dove i bambini giocano con niente, come è pratica diffusa nelle infinite lande povere del pianeta. (Michele Serra)

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IMMIGRATI, DAL PANICO AL BUONSENSO

di Giovanna Zincone, da “La Stampa” del 28/4/2012

   La popolazione italiana è fatta sempre più di immigrati. E, come sappiamo, la nozione di abitante è sempre meno collegata a quella di cittadino. I primi dati del Censimento 2011 ci dicono come l’Italia abbia raggiunto il massimo storico nel numero di abitanti l’anno scorso, sfiorando i 60 milioni, e tenendo quindi il passo con le altre grandi nazioni europee, come Francia e Gran Bretagna, che hanno varcato questa soglia nell’ultimo decennio. Ci dicono anche come la popolazione sia cresciuta maggiormente al Nord, e come due grandi città, Roma e Torino, abbiano invertito la tendenza alla decrescita, recuperando abitanti rispetto al 2001.
È uno scenario diverso da quello registrato 10 anni fa, e soprattutto è uno scenario del tutto difforme da quello che le migliori previsioni demografiche degli Anni 80 e 90 avevano ipotizzato. Rilevando la bassa natalità registrata tra la popolazione nazionale, prevedevano per il 2011 un’Italia più piccola – ben staccata dalla pattuglia di testa dei Paesi europei – e più vecchia, più meridionalizzata e de-urbanizzata. La variabile che ha cambiato radicalmente le carte in tavola, il singolo più importante fattore di mutamento ha un nome ben preciso: immigrazione.
Rispetto al censimento 2001 la popolazione straniera «abitualmente dimorante» in Italia è quasi triplicata: da circa 1.300.000 a circa 3.770.000 (un dato provvisorio). E il censimento, per quanto ci dia i dati più approfonditi, non è l’ultima foto scattata, e non può utilizzare né il grandangolo né il macro: molti italiani si sottraggono alla rilevazione, e a maggior ragione questo accade per gli stranieri. Se guardiamo ai dati Istat basati sulle rilevazioni anagrafiche, gli stranieri residenti in Italia, secondo gli ultimi dati disponibili, sono 4.570.317, pari a circa il 7,5% della popolazione. Ma anche così aggiornata, la consistenza degli stranieri in Italia resta sottovalutata dai dati ufficiali.
Se ai residenti si aggiungono, secondo la stima del Dossier Caritas, le persone regolarmente presenti ma non registrate in anagrafe, e i veri e propri irregolari, la cifra sale ulteriormente e supera ampiamente i cinque milioni.
Non meraviglia quindi che una trasformazione così rapida e importante abbia suscitato una sensazione di spaesamento: tanti immigrati, così in fretta, e per di più tanti irregolari, non sono un fenomeno al quale ci si adatti con disinvoltura.
Soprattutto il carattere irregolare preoccupa, ma un po’ a ragione e un po’ a torto. A ragione, perché segnala un’immigrazione fuori controllo e potrebbe far supporre che le nostre frontiere siano porose. A torto, perché il grosso degli irregolari non è entrato clandestinamente pur di trovare una via di fuga da situazioni disperate. Gran parte degli irregolari entra legalmente, seppure da un uscio laterale: utilizzano cioè un permesso di soggiorno valido che poi scade, perché magari era stato rilasciato per improbabili motivi turistici, mentre i titolari volevano cercare lavoro e fermarsi. E, almeno finché la situazione economica non si è fatta dura, ci sono pure riusciti. Quegli immigrati di straforo sono diventati lavoratori in regola con il permesso di soggiorno.
Dal 1998 al 2012 ci sono state tre sanatorie, per un totale di circa 1.160.000 persone, ma non si è trattato di grandiose estrazioni di biglietti tutti vincenti. Per essere regolarizzati c’era bisogno di un contratto di lavoro. Quindi quel vasto universo, quelle impressionanti cifre che oggi registriamo di lavoratori immigrati, di decorose famiglie e di cari bambini che hanno origini straniere, hanno attraversato la porta stretta dell’irregolarità. Meglio ricordarselo, quando siamo presi dal panico di perdita di controllo.
Meglio consolarsi constatando che la stragrande maggioranza di chi entra, anche se di straforo, fa più bene che male al nostro Paese. E se si pensa che si debba contenere l’immigrazione, bisogna osservare che a dissuadere i potenziali immigrati a entrare, e a spingere quelli presenti a rientrare nella patria di origine, ben più della repressione sta cominciando ad agire la recessione.

   Gli immigrati continuano a crescere, ma di poco, a un ritmo più ridotto degli anni precedenti. La disoccupazione ha colpito in particolare i lavoratori immigrati. Il tasso annuale medio è passato dall’11,6% del 2010 al 12,1% del 2011, crescendo molto più di quanto non sia accaduto per gli italiani. E, se anche nel 2011 ci sono stati 170.000 lavoratori immigrati in più, il loro livello di occupazione è sceso dal 63,1% del 2010 al 62,3%, pur rimanendo comunque più alto di quello dei lavoratori italiani, che è al 56,6%.
Insomma, gli immigrati sono formalmente – come detto all’inizio – il 7,5% della popolazione, ma costituiscono il 9,4% della forza lavoro. La presenza degli immigrati, dei lavoratori immigrati non è dunque un’opzione che si può rifiutare, si può semmai governare con buon senso. Gli italiani sembrano averne.

   In un sondaggio comparato che include vari Paesi europei, gli italiani risultano i meno preoccupati della concorrenza degli immigrati nel mercato del lavoro. Due terzi (69%) non ritengono che portino via posti agli italiani e tre quarti (76%) affermano che gli immigrati vengono impiegati per mansioni che non potrebbero essere svolte altrimenti. Insomma gli italiani sono pronti ad augurare anche ai lavoratori immigrati un buon 1˚ maggio. (Giovanna Zincone)

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IL METICCIATO DEI COGNOMI

di VITTORIO FILIPPI, da “Il Corriere del Veneto” del 22/4/2012

   Nomen omen si dice utilizzando quel po’ di latino che ancora circola. Cioè il destino è nel nome, come pensavano i Romani che ritenevano che il nome contenesse un presagio davvero ineluttabile. Bisogna dire che c’è del vero. Lo prova una curiosa ricerca sui cognomi effettuata per conto dell’Associazione dei comuni utilizzando le anagrafi dei circa 8100 comuni italiani. Ricerca che registra fedelmente le trasformazioni sociali date dalla mobilità che attraversa i territori.
Sappiamo già dai numeri che il Veneto, nell’ultimo secolo e mezzo, ha conosciuto rilevanti flussi migratori in uscita come anche robusti flussi in entrata. Sono stati più di tre milioni i veneti emigrati nel mondo «a catàr fortuna» ed oggi sono circa 260 mila i veneti che vivono all’estero, specie in Brasile, in Svizzera, in Argentina. Portandovi la loro toponomastica e la loro onomastica.

   Come nel Brasile meridionale con le città di Nova Schio, Nova Veneza o Monteberico nonché riempiendo gli annuari telefonici di certe parti del Messico o del Brasile con cognomi chiaramente veneti. E lo stesso successe nell’Agro Pontino dopo le bonifiche fasciste: per cui a Latina si ha che il quinto cognome più diffuso è Marangon. Oggi è il Veneto ad essere socialmente mescolato, ibridato.

   Lo testimonia la diffusione dei cognomi di origine meridionale o semplicemente stranieri. In realtà l’immigrazione dal Mezzogiorno non è un vecchio discorso degli anni sessanta, ma una realtà che continua. Nel 2010 si sono spostate dal sud quasi un milione e 400 mila persone ed il Veneto è una regione di (moderato) assorbimento di questa mobilità interna.

   Che la recessione potrebbe amplificare. E poi ci sono gli stranieri, più di mezzo milione, perlopiù tra i trenta ed i quaranta anni, che producono il 6,4 per cento della ricchezza regionale rinfrescando anche la stanca demografia locale. Con due osservazioni. La prima è che, dopo vent’anni di immigrazioni, comunque invecchiano anche loro: oggi già due centenari sono stranieri. Inoltre la recessione li bastona non solo attraverso la disoccupazione, ma anche nella fecondità: per la prima volta infatti le loro nascite indietreggiano, si riducono.
Sempre dietro i numeri ci sono i nomi: ecco la diffusione dei cognomi meridionali e di quelli del caleidoscopio migratorio straniero, come sanno soprattutto gli insegnanti quando devono fare l’appello in classi in cui ormai mediamente il 12 per cento degli alunni proviene da varie parti del pianeta. Ma se dietro i numeri ci sono i nomi, dietro i nomi ci sono le persone.

   Con le loro storie, i loro talenti, i loro progetti. Inevitabilmente. Il Veneto è sempre stato una regione socialmente stabile, ma mai statica. Anche perché, con la sua geografia e la sua storia, è una frontiera. Per cui il meticciamento è nella sua natura profonda.

   Non a caso Shakespeare pose un generale moro (Otello) al servizio di una Serenissima aperta all’oriente. Tra mezzo secolo gli stranieri (stranieri?) saranno un milione e mezzo, più di un veneto su quattro. Con i loro nomi chiameranno un Veneto ad arcobaleno. Appunto, nomen omen. (Vittorio Filippi)

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COGNOME HU, NOME MATTEO. SEI CINESE O ITALIANO? “IO MI SENTO A CASA A MILANO”

di Alessandra Coppola, dal blog LA CITTA’ NUOVA del Corriere della Sera – 17/4/2012 – http://lacittanuova.milano.corriere.it/

   Battezzato e pure cresimato, un diploma in gestione aziendale, il servizio militare nel 2° Bersaglieri. Il cognome è Hu, ma il nome è Matteo, e la storia è quella di un ragazzo nato e cresciuto a Milano, 32 anni. «La Cina? Bella, per carità, ho fatto due o tre viaggi. Ma è in Italia che mi sento a casa». L’ha notato Marco Wong, presidente onorario di Associna. In città più Hu che Brambilla? «Oltre al cognome bisognerebbe vedere i nomi: tantissimi saranno italiani». È il caso di Pin Matteo Emilio Hu. «Vedendomi di persona, al primo impatto sono cinese». E invece? «Mi sento milanese».

   È una scelta consapevole che hanno fatto i suoi genitori, arrivati — come la gran parte degli Hu — dalla provincia dello Zhejiang, 35 anni fa.

   «I miei si sono sposati qui e quando sono nato sapevano che avrebbero passato in Italia il resto della vita. Per questo hanno voluto battezzarmi: gli è sembrato il percorso più giusto».

   Il primo passo per l’integrazione. «Voglio sfatare il luogo comune per cui i cinesi sono chiusi: semplicemente per la prima generazione che non conosce la lingua è dura. Per i bimbi è più facile». Mai avuto problemi a scuola? «Qualche pregiudizio. Ma con la conoscenza, si supera. Il problema è l’ignoranza». E con i bersaglieri? «Come a scuola. Qualche parola di troppo, poi nasce l’amicizia e queste cose spariscono. Piuttosto è negli ultimi anni che mi sento discriminato». Da quando, racconta, ha deciso di aprire un’attività: «Cerco un negozio, mi rispondono che non si affitta ai cinesi…»

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COGNOMI: MERIDIONALE RUSSO CONQUISTA TORINO, A BRESCIA ARRIVA SINGH

da http://www.agi.it/  del 17/4/2012

   Sorprese sui cognomi più diffusi nell’Italia del XXI secolo in base ai dati delle anagrafi dei Comuni, analizzati dal linguista Enzo Caffarelli per “Anci Rivista”. Il cognome tipicamente meridionale Russo conquista Torino; a Brescia Singh, cognome indiano-pakistano, si trova sul gradino piu’ alto del podio; a Milano due cognomi cinesi, si collocano tra i primi 10: Hu al 4ˆ posto e Chen al 10ˆ.

   Il cognome Esposito è 12ˆ a Torino e Milano; mentre ad Aosta sono calabresi ben 8 cognomi sui primi 10 e 11 sui primi 15. Secondo lo studio Anci, per la prima volta una grande citta’ del nord registra il primato di un cognome esclusivamente meridionale: Russo conquista Torino, scalzando il nome di famiglia piemontese per eccellenza, Ferrero. Sempre per la prima volta un cognome straniero conquista il primo posto assoluto in una delle prime 10 citta’ italiane piu’ popolose del nord: accade a Brescia, con il cognome Singh, indiano-pakistano.

   Ed ancora, per la prima volta anche citta’ medie o piccole presentano cognomi stranieri tra i primi: il tunisino Fatnassi 2ˆ a Imperia, i singalesi Fernando e Warnakulasuriya, 14ˆ e 22ˆ a Verona. La ricerca sui cognomi italiani, realizzata da Enzo Caffarelli, professore di onomastica presso l’università di Roma, Tor Vergata, grazie alla collaborazione delle anagrafi dei Comuni italiani e pubblicata sull’ultimo numero di Anci Rivista, può vantare molti primati: per la prima volta sono disponibili dati del XXI secolo e per la prima volta un’inchiesta sui cognomi più diffusi nelle città italiane viene realizzata sull’intera popolazione anziché sui titolari di abbonamenti telefonici, che sono invece soltanto una piccola parte dei residenti e non rappresentano milioni di giovani e di bambini.

   I dati che emergono meritano attenzione: a Milano due cognomi stranieri, entrambi cinesi, si collocano tra i primi 10: Hu 4ˆdavanti a Bianchi, Villa e Brambilla e dietro ai soli Rossi, Colombo e Ferrari, mentre Chen si classifica 10ˆ. Il cognome Esposito e’ ora 12ˆ sia a Torino che a Milano. Se confrontiamo i dati forniti dai Comuni ad Anci Rivista nel 2011 con quelli di Seat/Pagine Gialle del 1999-2000, si verifica, per esempio, che Rossi non e’ piu’ il primo cognome a a Latina, superato da Russo; ma e’ invece primo a Viterbo, dove sorpassa il locale Delle Monache, a Udine al posto di Rizzi nonché a Rovigo per Ferrari. Russo è il primo cognome per diffusione in Sicilia, il 2ˆ in Campania, Puglia, Basilicata e Calabria e complessivamente il numero 1 del Meridione, mentre nel Centro-nord il primato appartiene a Rossi. Secondo le leggi fonetiche della nostra lingua e nei nostri dialetti, Russo non può essersi in alcun modo generato in Piemonte né in Lombardia, in Emilia, in Toscana o nel Lazio.

   Eppure oggi è diventato il primo cognome a Torino e a Latina, e sale a Novara dal 14ˆ al 5ˆ posto, a Genova dal 19ˆ al 12ˆ, a Bologna dall’86ˆ addirittura al 14ˆ, a Trieste dal 46ˆ al 14ˆ, a Livorno dal 98ˆ al 44ˆ, a Grosseto dal 98ˆ al 17ˆ. Relativamente ai cognomi stranieri, invece, nella seconda città italiana, Milano, per ogni Brambilla ci sono più di 2 Hu; per ogni Sala, Cattaneo, Galli, Mariani, Barbieri s’incontra almeno un Chen.
Sempre a Milano Zhou è 17ˆ, più numeroso di Fontana, Negri, Riva, Pozzi, Grassi, Gatti, tutti cognomi ambrosiani tipici e Mohamed è tra i primi 33. Tra i primi 100, se ne contano 9 cinesi, 3 arabi e uno di Sri Lanka Fernando.

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Sul senso del meticciato

LO STRANIERO NELLA BIBBIA

di ERRI DE LUCA

   “Con questa faccia da straniero” cantava il greco-francese Moustaki negli anni ’60. Chi è straniero nel Mediterraneo, il territorio più misto di epidermidi, altari e gruppi sanguigni?  Certezza è che siamo meticci a dozzine di varianti.

   La pagina uno del Nuovo Testamento è un elenco di nomi maschili interrotti dall’intrusione festiva di cinque

nomi di donne. Tre di loro non sono ebree ma appartenenti a popoli dell’area: la più preziosa dinastia, quella del messìa e del ceppo di Davide, è meticcia. Perfino il messìa respinge la purezza di sangue.

   Chi è del Mediterraneo non può escludere dai suoi antichi antenati nessuna stirpe, nessuna origine. Fenici,

ebrei, greci, normanni, saraceni, slavi, e altri uccelli migratori ci hanno arricchito il patrimonio genetico  attraverso invasioni, commerci, espulsioni, piraterie, rapimenti, epidemie, pellegrinaggi.

   C’entra la storia che ci ha rimestato nel suo calderone ma di più c’entra la geografia che ci offre spalancati ai mari e non abbastanza recintati dalla cresta di gallo delle Alpi. Chi è lo straniero?

   In principio tutti nella scrittura sacra a partire da Abramo, raggiunto e afferrato dalla voce che gli ordina di

andarsene dalla sua terra, dalla casa di suo padre verso una destinazione ignota. Abramo deve farsi straniero per continuare a ascoltare la voce del suo mandante. Una notte gli arrivano parole che l’invitano all’aperto e sotto la più fitta carambola di stelle gli avvisano una discendenza innumerevole quanto lo scintillio che lo sovrasta.

   Bisogna essere stati almeno per un poco stranieri per afferrare un bordo dell’entusiasmo di Abramo in una notte carica d’immenso. Bisogna riconoscere nel proprio sangue l’istinto di accamparsi e di spaesarsi per respirare con lui il gas piovuto dalle stelle. Abramo capomastro di monoteismo, è lo straniero che ha battuto pista per tutti quelli che si sono messi in viaggio. Dopo di lui si è fatta comune l’esperienza di chi per trovarsi, deve prima perdersi. Dopo di lui l’esilio volontario è diventato scuola.

   Ogni persona che si incammina per una destinazione sconosciuta, su un percorso incerto, è sulla scia dello straniero Abramo suscitato dall’ordine:”Vai, vattene dalla tua terra”. E’ scritto che la divinità ama lo straniero. In lui si deve riconoscere non il fratello ma colui che è stato a lungo atteso.

   L’imparo da una storia maledetta che è accaduta e perciò non smette di accadere. Era settembre del 1941, giorni di capodanno ebraico e quattromila ebrei di una cittadina Lituana vengono condotti al cimitero per essere abbattuti sul bordo delle fosse comuni. E’ una strage ben pianificata, efficiente: a gruppi di venti si devono spogliare nudi e ricevere la raffica.

   Uno di loro, un ragazzo di sedici anni, si spoglia insieme al padre. Si concentra sulla cadenza degli spari

ascoltati prima del suo turno. Hanno una ripetizione regolare che lui cronometra a mente. Quando tocca a lui si butta nella fossa un istante prima degli spari. Cade vivo sul mucchio dei corpi nudi, morti o in agonia. Su di lui cadono altri uccisi. E’ buio quando tutto è finito. Si alza districandosi dai cadaveri, è ricoperto di sangue e di escrementi. Va verso le case illuminate dei non ebrei. Bussa alle loro porte e ovunque si sente rispondere di tornarsene alla fossa da dove è uscito. Infine batte a un uscio isolato, dove vive una donna anziana, sola.  Lo accoglie armata di un tizzone ardente, scacciafantasmi, per respingerlo. Allora il ragazzo le dice:”Donna non mi riconosci? Sono il tuo salvatore sceso dalla croce”.

   La donna si butta in ginocchio, lo fa entrare, lo lava, lo veste, lo nutre. Dopo tre giorni il ragazzo si congeda ordinandole di non dire della sua venuta. Poi si inoltra nei boschi, si unisce ai primi insorti, si batte,  sopravvive.

   Questa non è una parabola ma una storia accaduta a lui che si chiama Zvi Michalovskij. A me fa sapere che è lui lo straniero che bussa alla porta e che va accolto come chi è stato a lungo aspettato (Erri De Luca)

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post già pubblicato sull’argomento “Censimento”:

https://geograficamente.wordpress.com/2011/01/26/censimento-2011-giovani-e-anziani-nord-e-sud-macro-e-micro-economia-geografia-di-una-societa%e2%80%99-e-territori-in-forte-cambiamento-e-senza-un-chiaro-progetto-futuro-serviranno-le-cifre-e-l/

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da "il Post.it"
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One thought on “IL CENSIMENTO DECENNALE ISTAT: la fotografia di UN’ITALIA METICCIA, e dove c’è chi viene e anche chi va (italiani e “stranieri”) – La mobilità delle persone e la positiva presenza interetnica potranno essere il volano di un nuovo sviluppo?

  1. lukeskyrunner sabato 2 agosto 2014 / 15:38

    Grazie per l’articolo, molto interessante. Io studio discriminazione di vario tipo, anche su base etnica, per il mio dottorato.

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