EUROPA tra nuovo impegno dei GIOVANI (arrabbiati ma propositivi) e pericolose spinte xenofobe – la PRIMAVERA EUROPEA con gli stessi rischi e le stesse opportunità di quella araba – l’INTEGRAZIONE POLITICA urgente e necessaria, insieme a un nuovo SVILUPPO ECOLOGICO E SOLIDALE

Francois Hollande, nuove presidente francese – “L’elezione di Hollande è prima di tutto la vittoria della speranza. Certo, non posso sapere cosa Hollande riuscirà a fare, ma sono persuaso che sia un uomo capace, se ne avrà i mezzi, di modificare l’ immagine della Francia. So perfettamente che la situazione è difficile” JACQUES LE GOFF

   Le elezioni tenutesi domenica 6 maggio in Francia e Grecia (ma anche in Germania e Italia) hanno dimostrato una volontà di cambiamento: in parte interessante (movimenti giovanili di protesta che si sono espressi, e la decadenza di vecchie oligarchie) ma anche preoccupante (ad esempio espressioni di voto xenofobo in Grecia). Sintomi di una situazione economica che appare senza prospettive chiare e che per poter essere risolta, o perlomeno avviata a una soluzione che sia comprensibile, deve trovare una strada seppur faticosa di uscita.

   Questo doppio sentimento, di speranza e allo stesso tempo di preoccupazione, positivo e negativo, segna spesso epoche nelle quali scelte politiche coraggiose o invece “non scelte” politiche, segnano il destini di popoli, del mondo. Sulla pelle delle persone. Nel nostro caso dell’Europa, dei suoi cittadini (in primis dei giovani).

   Pertanto si intuisce la necessità di “vere riforme”: un’azione vera ed efficace del mondo della politica, della cultura, dell’economia. E pare che in tutti e tre i campi dell’azione umana qui appena citati, serve capacità di innovazione, di positiva “farneticazione”, di messa in pratica e sperimentazione di nuove idee. E di nuovi “soggetti” (persone) che ne siano coinvolte responsabilmente.

   Su tutto emerge l’urgenza di superare il più possibile, politicamente, il sistema europeo delle “tribù nazionaliste”, del far sì che ognuno fa per sè. E il farsi concreto di una protesta diffusa, che il 6 maggio si è espressa con il desiderio di cambiamento: su tutto la vittoria di Hollande in Francia e la bocciatura di Sarkozy e della sua politica europea in tandem con la Germania della Merkel; e dall’altra dei risultati eterogenei e inconcludenti in Grecia (è probabile che tra poco si tornerà in quel disastrato Paese a nuove elezioni…), tutto questo mette in rilievo come si affaccino alla politica nuove masse di giovani (fin qui ai margini di ogni impegno pubblico) e queste nuove forme di “partecipazione” non possono che far sperare di rimettere in movimento positivo un’Europa che in questi anni è rimasta “stagnante”.

il leader del partito della sinistra radicale greca SYRIZA, ALEXIS TSIPRAS – ATENE – Martedì 8 maggio, ore 21.00: il leader del partito della sinistra radicale greca SYRIZA, ALEXIS TSIPRAS, ha ricevuto l’incarico di provare a formare un governo dopo il fallimento per primo tentativo del conservatore Samaras (leader del partito di centrodestra “Nuova Democrazia” che ha vinto le elezioni di stretta misura ottenendo la maggioranza relativa). Ma lo stesso leader di SYRIZA ha ammesso che non sarà facile. TSIPRAS, che ha definito i risultati elettorali come “un messaggio di cambiamento”, ha annunciato che cercherà di formare UNA COALIZIONE PROGRESSISTA CHE RESPINGA LE “BARBARICHE” MISURE DI AUSTERITÀ IMPOSTE DAL PRESTITO UE-FMI

   In questo post vi diamo conto di alcuni spunti e riflessioni del momento, di questi giorni. Riprendendo poi alcuni articoli apparsi prima delle elezioni del 6 maggio, che non facevano altro che confermare, prevedere ciò che sarebbe accaduto: cioè, lo ripetiamo, a nostro avviso come elemento sociologico e politico rilevante, l’affacciarsi delle giovani generazioni (finalmente!) all’impegno politico.

   Per questo ci piace pensare a una PRIMAVERA EUROPEA con i sintomi e i sentimenti positivi (al di là di quel che è accaduto di grave) della Primavera Araba. Chiaramente il contesto geografico è ben diverso: però lo spirito e le esigenze di futuro espresse dal movimento giovanile in fondo sono le stesse. E’ un inseguire un’UTOPIA DI CAMBIAMENTO, di trasformazione; questa volta nell’ambito della politica (ma dev’esserci anche in quello dell’economia e della cultura). “Politica” che dev’essere prima di tutto “speranza”, sennò non lo è. (s.m.)

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È IL MOMENTO DEI VERI LEADER

di GIANNI RIOTTA, da “la Stampa” del 8/5/2012

   Alzi la mano chi sapeva che sulla bandiera del partito di destra greca Alba Dorata, 7% alle elezioni, c’è una svastica stilizzata, chi immaginava che la sinistra radicale di Syriza avrebbe conquistato 50 seggi ad Atene relegando i socialisti al terzo posto. O vi sorprende adesso che il neo presidente francese Hollande faccia sapere di avere lavorato da ragazzo, in America, nel covo dell’americanismo bieco, un ristorante McDonald’s?
Tre partiti lacerano Europa e Stati Uniti in questa frenetica stagione elettorale 2012-2013, partita in  Spagna, passata da Grecia e Francia, a novembre a Washington e l’anno venturo in Germania e Italia: Rigore, Crescita, Populismo. Il partito di chi pensa che i bilanci in equilibrio risolvano la crisi economica, quello avverso di chi punta sullo sviluppo pur a costo di qualche debito, e il terzo schieramento, indignato, restio alle riforme.
Chiamateli Syriza o Cinque Stelle, Tea Party, Occupy Wall Street, Le Pen o Mélenchon i ribelli hanno paura del futuro e nostalgia di un passato in cui welfare e crescita in Occidente erano garantiti, l’emigrazione controllata. La loro foga irriducibile mette in difficoltà il duopolio «Rigore contro Crescita» nella maratona elettorale.

   La bocciatura sonora di Sarkozy a Parigi, la difficoltà della cancelliera Merkel nel voto locale in Schleswig-Holstein, la sconfitta del premier conservatore inglese Cameron in 32 elezioni amministrative, l’incapacità del repubblicano Romney a staccare il pur non fortissimo presidente Obama nei sondaggi, allarmano i Rigoristi.

   Anche i paladini della Crescita e della spesa, dalla sconfitta dei socialisti in Spagna, all’umiliazione greca del Pasók, alla fatica dei democratici per restare alla Casa Bianca, scontentano l’opinione pubblica malmostosa.
Per questo Hollande – che nel giorno della vittoria ha parlato per la prima volta al telefono con la Merkel di un incontro sereno da tenere subito dopo il 15 maggio – non nasconde più di avere fatto saltare hamburger sulla piastra in America. Deve rassicurare i mercati e ieri è sembrato riuscirci. Sa che ora gli slogan elettorali sul patto fiscale europeo da ridiscutere, le promesse su assunzioni nella scuola, salari minimi, baby pensioni e pareggio bilancio nel 2017 dopo 40 anni di deficit, non basteranno a governare. Mitterrand fece il socialista idealista per due anni, prima di piegarsi alla realtà. Hollande non avrà due mesi. Già ieri studiosi come Jeffrey Sachs e Dominique Moisi lo chiamavano a un mix raziocinante di Rigore e Crescita, una via che non abbia la tetragona ostinazione della Cdu tedesca, né si illuda di lastricare di spesa pubblica la ripresa (ne scrive bene su Foreign Affairs Raghuram Rajan).
La storia ha messo il turbo. Aziende che non esistevano pochi mesi fa come Instagram valgono sul mercato più del centenario New York Times , un miliardo di dollari contro 970 milioni. La guerra fredda, aperta nel 1946 e finita nel 1989, ci impose lo stesso schema per decenni, Usa contro Urss, democrazia e società aperta contro comunismo centralista. Guerre, scontri di idee e culture, passioni, non mutavano il duello plumbeo.

   Il nostro tempo ha un passo diverso. Una dozzina di anni fa gli Usa vivevano il boom New Economy, l’Europa sognava il sorpasso dell’euro sul dollaro, Cina e India facevano magliette e giocattoli di plastica. La crisi 2007 porta negli Usa l’angoscia del declino, in Europa l’ansia da default. Oasi invidiate Cina e India, con Russia e Brasile giudicate il futuro, crescita e antiche culture.
Peccato che oggi lo scandalo del populista Bo Xilai e le disavventure dell’avvocato dissidente cieco Chen Guangcheng grippino quello che doveva essere l’efficiente passaggio di poteri dal presidente Hu Jintao al successore Xi Jinping. Solo una volta dalla Rivoluzione di Mao la guardia è cambiata a Pechino senza violenze, appunto con Hu.

   L’India dei miracoli economici vede la crescita languire al 6%, quota miraggio per noi, ma insufficiente per tirare fuori dalla povertà centinaia di milioni di indiani. Tensioni militari, natalità in eccesso o insufficiente, politiche totalitarie o burocratiche, confermano che «i nuovi paesi» non saranno presto leader del nuovo mondo.
Nulla è dunque come appare. I mercati che avrebbero già dovuto condannare Hollande sono guardinghi. Semaforo verde per un programma che privilegi l’acceleratore della spesa sul freno del rigore? No, e se il neo presidente si illudesse sulla tregua in Borsa sarà, brutalmente, corretto. Gli Usa del declino creano poco lavoro, meno di quanto Obama desideri, ma almeno non si fermano da mesi.

   L’Europa non decide ancora che strada prendere, i tedeschi non riconoscono il bene fatto dall’euro alla loro formidabile economia, i paesi mediterranei riluttano davanti a riforme, amare ed indispensabili: è sfida finale anche per il governo Monti. Jean-Marc Ayrault, che Hollande vorrebbe primo ministro, ha detto che l’intesa con la Merkel «si farà su un compromesso in cui tutti faranno passi indietro». Cruciale la mediazione del presidente Bce Mario Draghi tra Parigi e Berlino.
Tocca ai leader, a veri leader, ritrovare equilibrio fra Rigore e Sviluppo. Devono però parlare ai cittadini con calore e onestà, ai cuori non agli algoritmi. Nei paesi sviluppati, come in quelli in via di sviluppo, leader illuminati devono guidare le opinioni pubbliche a conti seri e alla New Economy. Prezzo del fallimento è l’ascesa indignata dei populisti alla Grillo o Syriza che, davanti alla realtà, svaporerà presto lasciando nuovo disincanto. Più aspro sarà sradicare gli estremismi alla Alba Dorata in Grecia a alla Orban in Ungheria, una volta che rimetteranno le radici velenose dell’odio. Perché le riforme servono all’economia, ma anche alla democrazia. (Gianni Riotta)

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QUEI RIBELLI DEGLI EUROPEI

di PAUL KRUGMAN, da “la Repubblica” del 8/5/2012
I francesi si stanno ribellando. E i greci fanno altrettanto. Era ora. Domenica, sia in Francia che in Grecia si sono tenute delle elezioni che erano in realtà dei referendum sull’attuale strategia economica dell’Europa – e in entrambi i casi gli elettori hanno risposto mostrando un deciso pollice verso. Non è dato sapere quanto tempo occorrerà prima che quei voti possano tradursi di fatto in una svolta nella linea politica, di certo però la strategia improntata alla “ripresa attraverso l’austerità” è ormai agli sgoccioli – ed è un bene che sia così.
Inutile dire che questo non è ciò che i soliti sospetti andavano affermando nel periodo che ha preceduto le elezioni. È stato piuttosto divertente osservare gli apostoli dell’ortodossia che tentavano di ritrarre il cauto, garbato François Hollande come una figura minacciosa. È «alquanto pericoloso», ha affermato The Economist, aggiungendo che [Hollande] «crede davvero nell’esigenza di creare una società più equa». Quelle horreur!
Di sicuro c’è che la vittoria di Hollande segna la fine del “Merkozy”: l’asse franco-tedesco che negli ultimi due anni ha imposto il regime di austerità. Una conseguenza che si potrebbe considerare “pericolosa” se quella strategia stesse dando dei frutti, o avesse quanto meno delle ragionevoli probabilità di darne. Ma non è così. È venuto il momento di guardare altrove. A quanto pare, gli elettori europei sono più saggi della loro élite politica.
Cosa c’è di sbagliato nel curare i mali dell’Europa con una terapia a base di tagli alle spese? C’è che la “bacchetta magica della fiducia” non esiste. Ovvero: l’esperienza degli ultimi due anni ha clamorosamente smentito le affermazioni secondo cui una drastica riduzione delle spese del governo avrebbe in qualche modo incoraggiato consumatori e imprese a spendere di più. Ma, in un’economia prostrata, i tagli alle spese non sortiscono altro effetto che quello di aggravare ulteriormente la situazione.
Sembra inoltre che queste restrizioni portino pochi vantaggi, o forse nessuno. Si prenda il caso dell’Irlanda, che durante questa crisi si è comportata come un buon soldato che obbedisce alle consegne, abbracciando un regime di rigorosa austerità nel tentativo di riconquistare i favori del mercato obbligazionario. Stando ai precetti dell’ortodossia dominante, tali sforzi avrebbero dovuto funzionare. E la volontà di crederci è tale che i rappresentanti dell’élite politica europea continuano a proclamare che l’austerità irlandese ha infatti funzionato, e che l’economia di quel Paese ha iniziato a riprendersi.
Ma non è così. Benché se basate le vostre opinioni su quanto affermato dai media non potreste mai rendervene conto, in Irlanda i costi dell’indebitamento continuano a essere ben più alti rispetto a quanto accade in Spagna o in Italia – per non parlare di quelli della Germania. Quali alternative esistono, dunque?
Una possibilità – più sensata di quanto molti in Europa siano disposti ad ammettere – sarebbe quella di rinunciare all’euro, la valuta comune europea.
Dopotutto oggi l’Europa non si troverebbe in questo pasticcio se in Grecia circolassero ancora le dracme, in Spagna le peseta, in Irlanda il punt e così via, perché in quel caso Grecia e Spagna avrebbero potuto ricorrere a un rimedio che permettesse loro di ripristinare la competitività dei costi e rilanciare le esportazioni, ovvero la svalutazione.
A fare da contraltare alla triste vicenda irlandese c’è il caso dell’Islanda, epicentro della crisi finanziaria, che è riuscita a reagire svalutando la propria valuta, la corona, e ha inoltre avuto il coraggio di lasciare che le sue banche fallissero e risultassero insolventi. L’Islanda sta vivendo la ripresa che l’Irlanda avrebbe dovuto avere, ma non ha avuto.
Oltre a rappresentare la sonora sconfitta del “progetto europeo” (il prolungato sforzo di promuovere pace e democrazia attraverso una maggiore integrazione), la rinuncia all’euro avrebbe delle conseguenze estremamente distruttive. Esiste forse una soluzione diversa?
Sì – e i tedeschi hanno dimostrato che può funzionare. Anche se purtroppo non hanno compreso la lezione. Se provaste a parlare della crisi dell’euro con gli opinion leader tedeschi, probabilmente vi sentirete rispondere che anche la loro economia nei primi anni dello scorso decennio ristagnava, ma che riuscì a riprendersi. Ciò che i tedeschi non vogliono ammettere è che a fare da volano a quella ripresa fu l’enorme surplus commerciale di cui la Germania godeva rispetto ad altri Paesi europei (e in particolare rispetto a quelli che oggi sono in crisi), che vivevano una situazione di prosperità e nei quali i bassi tassi di interesse avevano causato un’inflazione superiore alla norma.

   I Paesi europei che oggi sono in crisi potrebbero emulare quel successo della Germania se oggi le condizioni fossero altrettanto favorevoli – ovvero, se questa volta fosse il resto dell’Europa, soprattutto la Germania, a vivere un po’ di crescita inflazionistica.
A dispetto di ciò che credono i tedeschi, dunque, l’esperienza della Germania non offre un’argomentazione a favore dell’austerità unilaterale nei Paesi dell’Europa meridionale; suggerisce semmai l’opportunità di implementare politiche molto più espansive altrove, e soprattutto l’opportunità che la Banca centrale europea la smetta di fissarsi sull’inflazione e si concentri invece sulla crescita.
È inutile dire che né i tedeschi né la leadership della Banca centrale vedono di buon occhio questa conclusione: si attaccano con le unghie e con i denti ai loro sogni di prosperità da raggiungere tramite l’austerità e insistono che l’unica condotta responsabile è quella di perseverare nella loro fallimentare strategia. Sembra però che non godranno più dell’indiscusso sostegno dell’Eliseo. E questo, che ci crediate o no, significa oggi che sia l’euro che il progetto europeo hanno maggiori probabilità di sopravvivenza rispetto a qualche anno fa. (Paul Krugman – traduzione di Marzia Porta)

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SOLO UNA DECISA SCELTA FEDERALISTA ALLONTANERÀ LE OMBRE DALL’EUROPA

di Antonio Puri Purini, da “il Corriere della Sera” del 8/5/2012

Dopo le elezioni in Francia e Grecia (ma anche in Germania e Italia) ombre di confusione e rancore si allungano sull’Europa. Attenzione: non esistono buoni da un lato, cattivi dall’altro. Il rigore non è un’invenzione. Non si tratta quindi di sognare una nuova Europa ma di avviare un percorso di conciliazione imperniato sulla continuità (il rigore) e sull’innovazione (la crescita). La ben impostata strategia di Lisbona del 2000, purtroppo mai attuata, offre ancora spunti importanti d’ispirazione. Non basta.

   È essenziale rispettare la preoccupazione rigorista della Germania; è urgente incoraggiare la Francia a sfoggiare il proprio talento europeo; è necessario mantenere sangue freddo verso il disastro della Grecia. Sarà un paradosso, ma proprio mentre l’economia rimane la principale priorità in un quadro di crescente inquietudine sociale, diventa chiaro che l’Europa ha bisogno anche di una robusta visione. La divisione fra politiche nazionali e cooperazione sovranazionale è logorata. Come si può, ad esempio, prefigurare un rafforzamento dei poteri della Banca centrale europea, senza che una riforma così radicale porti a un’irreversibile unione politica?

Le polemiche sulla gestione della crisi del debito sovrano, la diffidenza della Germania (accentuata dalla tendenza tedesca al pessimismo storico), il richiamo amaro alle Europe divise fra Nord e Sud, i risentimenti e le spinte estremiste, la difficoltà di ragionare in termini d’interessi comuni, la sindrome del bazar e stizzose ringhiosità sono sintomi allarmanti. La convergenza fra gli Stati dell’eurozona è la prima vittima. Le polemiche non possono proseguire all’infinito, tanto più di fronte all’esistenza di fattori disgregativi mai così presenti e dinamici. Per questo, la conciliazione deve diventare lo strumento capace di aiutare l’Unione Europea a ritrovare una capacità d’anticipazione strategica. Questa è l’unione politica.

La politica ha il compito di riunire quello che l’economia divide. Un’Europa che ha progredito senza sosta fino al 2001 (poi il percorso è diventato incerto) sarà ben capace di trovare l’equilibrio fra disciplina fiscale e patto per la crescita e affrontare l’avvenire con scelte unitarie fra destra e sinistra. L’Europa è la nostra ultima spiaggia: dalla Germania all’Italia. Senza l’Europa, nulla ci salverà dal baratro: diventeremo vassalli di esigenti padroni stranieri ed estranei al nostro mondo.

   Tanto vale prenderne atto e reagire. Si parla di unione politica ma manca ogni indicazione sul consolidamento dell’edificio comune; si crea di fatto maggiore integrazione (il fiscal compact) ma la parola federalismo incute timore. Eppure non possiamo arrivare all’unione politica per approssimazioni successive, casualmente, senza legittimazione democratica. Questa situazione è tanto più grave perché coincide con fortissimi cambiamenti internazionali, forze speculative immense che aggrediscono l’eurozona, istituzioni deboli. Mai come in questo momento l’Europa dovrebbe diventare un organismo autorevole che non si lascia mettere nell’angolo da nessuno.

Alcide De Gasperi diceva che la volontà politica è forza determinante. Oggi questa non esiste e il resto del mondo se n’è accorto. È un dramma: senza un proponimento comune è impossibile condividere una visione sull’Europa. Il rigore e la crescita economica sono una condizione necessaria ma insufficiente. Bisogna offrire ai cittadini un modello di appartenenza comune. Ogni Paese europeo dovrebbe assumersi una parte di responsabilità: in pratica, lo potranno fare Francia, Germania, Italia, forse la Polonia, chissà la Spagna.

Urgono messaggi capaci di concatenare gli eventi in una logica della ragione e della sensibilità: ogni progresso nella disciplina di bilancio e della crescita economica richiede nuove condivisioni di sovranità (quindi maggior integrazione); queste facilitano il funzionamento del mercato interno che accresce il benessere per tutti; i singoli obiettivi economici e finanziari (ma non solo) possono essere meglio perseguiti nell’ambito di una vera unione politica. Il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio hanno l’autorevolezza e il carattere per rilanciare un disegno coerente con un’antica tradizione italiana. Il momento dell’azione è adesso.

   L’interesse nazionale non è quello d’incunearsi nella dimensione storica del rapporto franco-tedesco; è far progredire l’integrazione europea attraverso un’avanguardia di Paesi convinti che l’unione politica richiede una convergenza culturale; è mantenere un legame prioritario con Angela Merkel; è dare fiducia a François Hollande; è esaudire il bisogno d’identità degli europei; è prendere atto che l’Unione ha raggiunto i suoi confini storici e culturali.

L’opzione federalista è l’unica che permette la creazione di una comunità storica di valori e interessi comuni, la sola che protegge gli europei da Helsinki fino a Palermo, la sola capace di trasformare l’Europa in una fortezza inespugnabile. (Antonio Puri Purini)

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ATENE – LE ELEZIONI – L’ ANALISI

I GIOVANI IN RIVOLTA E LO SCHIAFFO ALLA VECCHIA POLITICA

– Il rifiuto – Penalizzati anche i nazionalisti che hanno appoggiato il piano di austerity –

di ANTONIO FERRARI, da “il Corriere della Sera” del 7/5/2012

   La Grecia dice un secco no ai durissimi sacrifici imposti per evitare la bancarotta. Troppo pesanti e giudicati inaccettabili dalla maggioranza, soprattutto dai giovani che sono i più colpiti dalla crisi. Le elezioni anticipate di ieri hanno sconfitto, anzi schiaffeggiato la vecchia politica e i vecchi partiti e hanno premiato le forze della contestazione e dell’ intransigenza, a sinistra come a destra.

   Qualche analista prevede che il risultato della Grecia, accostato alla vittoria socialista di Hollande in Francia, sia l’avvio di una «primavera europea» con l’ obiettivo di modificare rapporti di forze che sembrano ormai insostenibili. Il risultato delle urne, in attesa degli ultimi definitivi dettagli percentuali, è ormai chiaro: il centrodestra di Nuova Democrazia vince di stretta misura, ma certo non può esultare: perché ha preso molto meno di quanto sperava e perché al secondo posto non c’ è il socialista Pasok, con il quale si sarebbe potuta fare quella «grande coalizione» sulla quale puntavano gli ottimisti e i mercati.

   La spinta giovanile ha infatti trascinato al successo, a stretto ridosso del centrodestra la Coalizione di sinistra Syriza, nettamente contraria al memorandum firmato con Unione Europea, Bce e Fondo monetario e critica nei confronti delle griglie dell’ eurozona. Quindi disponibile soltanto a rinegoziare drasticamente il gigantesco debito greco. A nuove e ben diverse condizioni. Notizie, quindi, assai poco rassicuranti per chi pensava che si sarebbe comunque creata ad Atene una maggioranza di governo magari disomogenea ma almeno determinata a continuare la realizzazione del piano di risanamento. Piano doloroso per un Paese che è in recessione da quasi cinque anni.

   Ecco perché il voto conferma che sono stati puniti tutti i partiti impegnati sulla linea del rigore, compresi i nazionalisti del Laos, costretti a un brutale ridimensionamento per aver condiviso le responsabilità del governo semitecnico di Lucas Papademos, ex vicepresidente della Bce. Se è vero, come pare, che nell’ analisi dell’ affluenza alle urne l’ astensione ha riguardato i maturi e gli anziani, mentre molti giovani hanno accettato la sfida delle urne, ecco che appare più chiara la nuova geografia del consenso. Che ha riguardato sia la sinistra sia la destra.

   Se Syriza è la clamorosa sorpresa di una sinistra che ha visto tremare per la prima volta le certezze dei neostalinisti del Kke, a destra la contestazione è stata quasi brutale. Perché Nuova Democrazia ha perso la sua costola estrema, con l’ indubbia affermazione degli xenofobi e neonazisti di Alba d’ oro, ma è stata colpita dall’ indubbio successo del movimento Greci Indipendenti di Panos Kammenos, ovviamente nazionalista e contrario ai sacrifici.

   Nelle sedi di tutti i partiti, a cominciare dalle terremotate certezze della vecchia partitocrazia, si tracciano proiezioni sulla distribuzione dei seggi. Ed è davvero un pianto greco, perché è difficile, anzi quasi impossibile formare una maggioranza governativa ignorando l’ urto della volontà popolare, che ha bocciato le forze che sostengono il memorandum con Ue, Bce e Fondo monetario.

   La Grecia insomma è entrata in un tunnel e non si esclude neppure che, in nome del realismo e dell’attaccamento alla poltrona, qualcuno si rimangi le promesse e i rigorosi impegni sottoscritti. La prima risposta, oggi, la daranno i mercati e fra qualche giorno i nuovi eletti della Grecia. Se non si farà un governo, si penserà subito a nuove elezioni. In un clima da brividi. Anzi, da paura. (Antonio Ferrari)

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GRECIA

ATENE, AL LEADER DELLA SINISTRA RADICALE L’INCARICO DI FORMARE IL GOVERNO

– Il leader di Syriza Alexis Tsipras proverà dove ha fallito il conservatore Samaras che ha ottenuto la maggioranza relativa. “Per noi momento storico di grande responsabilità” –

Da “la Repubblica.it”, ore 23.00 del 8/5/2012

ATENE – Il partito della sinistra radicale greca, Syriza, ha ricevuto l’incarico di provare a formare un governo dopo il frammentato di domenica, ma lo stesso leader, Alexis Tsipras, ha ammesso che non sarà facile. Abito grigio, camicia bianca e senza cravatta, Tsipras è giunto a piedi all’incontro con il presidente Carolos Papulias: vincitore morale delle elezioni perché ha conquistato 52 seggi, quadruplicando la sua pattuglia in Parlamento, Tsipras ha definito il momento “storico” per la sinistra e “una grande responsabilità” il suo impegno.
“Valuteremo tutte le possibilità di raggiungere un’intesa, principalmente con le forze di sinistra”, ha aggiunto. Tsipras, che ha definito i risultati elettorali come “un messaggio di cambiamento”, ha annunciato che cercherà di formare una coalizione progressista che respinga le “barbariche” misure di austerità imposte dal prestito Ue-Fmi. In giornata il leader di Syriza avrà colloqui con Fotis Kouvelis, il capo di Sinistra Democratica (19 deputati), composto principalmente da scissonisti del suo partito. Probabile un colloquio anche con l’ex ministro socialista, Louka Katseli, che a marzo diede vita a un partito proprio in opposizione alla politica di tagli.
Il leader di Syriza avrà anche un colloquio con Aleka Papariga, che guida il Partito Comunista (26 deputati), una formazione filosovietica che chiede l’uscita dall’Ue e dalla Nato e rifiuta qualunque accordo con le forze di sinistra, accusate di non non far nulla per metter fine al capitalismo. La tornata di contatti politici proseguirà giovedì, con i conservatori di Nuova Democrazia, vincitori delle elezioni con 108 deputati; con il Pasok (41 seggi, cui spetterà un eventuale ultimo tentativo prima del ritorno alle urne se non si trovano intese) e i nazionalisti greci indipendenti che hanno ottenuto 33 deputati. Syriza, Sinistra Democratica, i comunisti e Greci indipendenti hanno rifiutato lunedì di partecipare a una coalizione con Nuova Democrazia e il Pasok, accusandoli di essere i responsabili dell’impoverimento del Paese

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LA FRANCIA E IL NUOVO PRESIDENTE

È LA VITTORIA DELLA SPERANZA: CON IL NUOVO PRESIDENTE L’ EUROPA CAMBIERÀ STRADA

di JACQUES LE GOFF, da “la Repubblica” del 7/5/2012

   L’ ELEZIONE di Hollande è prima di tutto la vittoria della speranza. Certo, non posso sapere cosa Hollande riuscirà a fare, ma sono persuaso che sia un uomo capace, se ne avrà i mezzi, di modificare l’ immagine della Francia. So perfettamente che la situazione è difficile.

   Ma il suo comportamento e la direzione che prenderà saranno essenziali per il nostro Paese, per l’ Europa e anche per il mondo, poiché la Francia continua a svolgere un ruolo importante nel mondo. Non bisogna tuttavia guardare solo quel che succede da noi. Se vogliamo che questo cambiamento dell’immagine della Francia e dell’ Europa sia davvero consistente, allora dobbiamo sapere che la sconfitta di Sarkozy dovrà essere completata, l’ anno prossimo, da quella di Angela Merkel.

   L’accoppiata franco-tedesca è essenziale, in Europa e nel mondo, su questo non si discute. Ma la coppia composta da Nicolas Sarkozy e Angela Merkel è stata davvero spaventosa. Per me, naturalmente, il presidente uscente ha un’ immagine ben più insopportabile, ma la loro intesa e l’ influenza della cancelliera hanno contribuitoa questo avvilimento dell’ Europa. In quanto francese ed europeista convinto, mi auguro che questa coppia se ne vada.

   E per cominciare, visto che sono francese, mi rallegro della sconfitta di Sarkozy e della sua uscita di scena. Non ho problemi a spiegarmi più in dettaglio su questo punto. Ho sempre pensato che una sua rielezione sarebbe stata disastrosa. Ho la convinzione profonda che sotto la sua presidenza la Francia sia stata davvero avvilita. Durante il quinquennio di Sarkozy la Francia ha perso, nel mondo, l’ immagine di un Paese aperto, di un Paese che sa che la storia è l’evoluzione, che nei conflitti che scuotono purtroppo il nostro mondo la Francia dovrebbe avere un atteggiamento di dignità, di moralità e di rispetto dei suoi valori storici.

   Sarkozy ha realmente rovinato l’immagine del nostro Paese. La sua rielezione, un nuovo quinquennio all’Eliseo sarebbe stato verosimilmente ancora peggiore, senza contare il fatto che sarebbe stato un esempio detestabile per tutta l’ Europa. L’idea di un’Europa sarkozysta mi riempiva di tristezza, soprattutto alla mia età.

   Nell’ appello in favore di Hollande, che ho firmato insieme ad altri colleghi, abbiamo spiegato perché una scelta in suo favore ci sembrasse la migliore per il nostro continente: «Europeista convinto, Hollande sa che nel XXI secolo il miglior modo di difendere le frontiere della Francia e dell’ Europa è di difendere i valori, i principi e le nostre conquiste sociali, e non costruire muraglie come nel Medioevo; per questo avrà a cuore il rilancio di una politica offensiva dell’ Europa in tutti i campi. Aperto alla diversità, sa che se la Francia non può accogliere «tutta la miseria del mondo», deve restare fedele ai suoi valori, non disprezzare né stigmatizzare gli immigrati che vivono sul nostro territorio. Ne va del suo prestigio e della sua identità».

   Per tutti questi motivi sono felice della vittoria di Hollande e credo davvero che rappresenti la vittoria della speranza. (testo raccolto da Giampiero Martinotti) – JACQUES LE GOFF

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LA DEMOCRAZIA E IL FISCAL COMPACT

di Francesco Daveri, da LA VOCE.INFO del 8/5/2012 (http://www.lavoce.info/)

   Le elezioni in Francia, Grecia, Italia e Germania hanno messo in evidenza che nell’Europa in crisi gli elettori premiano chi si oppone ai tagli di bilancio. Ma la revisione delle politiche di rigore di bilancio auspicata dalla maggioranza degli elettori incontra un importante vincolo oggettivo: i governi a cui gli elettori oggi chiedono maggiore spesa pubblica sono quelli nei quali la spesa pubblica è salita di più negli ultimi dieci anni. Alle difficoltà di oggi non c’è via di uscita alternativa a quella di praticare le riforme con anche maggiore decisione rispetto a quanto fatto in passato.

   Domenica 6 maggio è stata un Super-Sunday: tante elezioni tutte insieme in tanti paesi europei. Le elezioni presidenziali che hanno dato la vittoria a Francois Hollande in Francia, le elezioni politiche che hanno lasciato la Grecia priva di una coalizione in grado di governare e le elezioni locali in Germania e in Italia hanno messo in evidenza risultati simili: nell’Europa in crisi gli elettori premiano chi si oppone ai tagli di bilancio.

   Ma la revisione delle politiche di rigore di bilancio auspicata dalla maggioranza degli elettori incontra un importante vincolo oggettivo: i governi a cui gli elettori oggi chiedono una svolta di minor severità fiscale sono quelli nei quali la spesa pubblica è salita di più negli ultimi dieci anni. Alle difficoltà di oggi, non c’è via di uscita alternativa a quella di praticare le riforme con anche maggiore decisione rispetto a quanto fatto in passato.

LO SPETTRO DELLA RIVOLTA ANTI-AUSTERITÀ SI AGGIRA PER L’EUROPA

In Francia il presidente uscente Nikolas Sarkozy aveva archiviato da tempo le 316 proposte di riforma della Commissione per la Liberazione della Crescita di Jacques Attali e della sua commissione di 42 saggi (tra cui il futuro premier italiano Mario Monti). Ha così perso sia pure di misura senza aver rigirato la Francia come un calzino, rincorrendo a destra all’ultimo minuto i voti di Marine Le Pen. Il vincitore François Hollande ha fatto promesse molto generose in campagna elettorale. Qualcuno ha cominciato a quantificarne i costi in più di 20 miliardi di euro.

   In Grecia hanno perso i due partiti principali, i conservatori di Nea Democratìa e i socialisti del Pasok, colpevoli – agli occhi di un elettorato stanco e incerto tra il salto del buio dell’uscita dall’euro e il cappio dell’aggiustamento fiscale – di aver fornito supporto parlamentare alle misure di tagli di bilancio del governo Papademos, visto come l’agente locale della troika Bce-Commissione Europea-Fondo Monetario.

   In Italia la massiccia affermazione del Movimento Cinque Stelle non è qualitativamente molto diversa dal successo elettorale del movimento di sinistra radicale Syriza in Grecia o da quella dei neo-comunisti del “rosso” Mélenchon in Francia. Tutti raccolgono l’avversione dell’elettorato verso politiche fiscali restrittive presentate come necessarie per rimanere dentro ad un euro e che sono invece sempre più identificate come la fonte della crisi e non come un ombrello di protezione.

   Lo stesso vale tra l’altro per il Partito dei Pirati tedesco che ha raccolto più dell’8 per cento dei voti nelle elezioni del Schleswig-Holstein, un land della Germania del nord con una forte minoranza danese. Anche in queste elezioni la sostanziale tenuta della Cdu di Angela Merkel e la parziale ripresa dei suoi attuali alleati liberal-democratici non sono stati sufficienti ad evitare che una coalizione di centro-sinistra conquistasse la maggioranza del land.
Nell’insieme, l’esito del Big Sunday mette in discussione l’impianto del Fiscal Compact, l’accordo raggiunto pochi mesi fa e oggi diventato l’emblema dell’imposizione del rigore alla tedesca sul resto dell’Europa. Lo spettro di una Internazionale anti-austerità si aggira per l’Europa e nessuno sa come affrontarlo.

I VINCOLI ALLA REVISIONE DEL FISCAL COMPACT

La revisione delle politiche rigoriste auspicata dalla maggioranza degli elettori incontra tuttavia alcuni vincoli oggettivi di cui anche i governi più preoccupati dei risvolti sociali dell’adozione di politiche fiscali rigorose non potranno non tenere conto.

   I dati sull’andamento della spesa pubblica nei paesi europei negli ultimi dieci anni, cioè da quando è stato introdotto l’euro, sono esempi eloquenti di questi vincoli. Dalla fine del 2001, infatti, nell’eurozona a 17 paesi la spesa pubblica è aumentata da 3340 a 4665 miliardi di euro (in euro correnti), cioè del 39,6 per cento. In percentuale sul Pil, la spesa è aumentata dal 47 al 51 per cento del Pil dell’eurozona.

   La crisi post-2008 è stata certamente una potente leva per questo aumento. Il punto però è che la crisi c’è stata anche in Germania dove nel solo 2009 il Pil è sceso di più di 5 punti percentuali. Ma in Germania tra il 2001 e il 2010 la spesa pubblica tedesca è aumentata solo del 18,5 per cento, da poco più di 1000 miliardi di euro a 1180 miliardi circa.

   Il modesto aumento della spesa pubblica si è accoppiato con la rapida crescita del Pil e con la moderata inflazione sperimentata dalla Germania in questi anni. Il risultato è che la quota della spesa pubblica sul Pil è rimasta costante. Nonostante la crisi e i salvataggi bancari, gli aiuti alle case automobilistiche e, recentemente, i generosi aumenti salariali al pubblico impiego. La spesa pubblica tedesca rimane piuttosto elevata (essendo pari al 48 per cento del Pil), ma la sua entità è rimasta la stessa del 2001 in percentuale sul reddito prodotto dai tedeschi. Ecco, più o meno, cosa intendono i tedeschi con rigore fiscale.
I numeri sono ovviamente interpretabili ma non sono opinioni. I dati tedeschi implicano che, nel resto dell’eurozona senza la Germania, la spesa pubblica sia invece aumentata del 41,5 per cento, da 2340 a 4480 miliardi di euro, tra il 2001 e il 2010. Si tratta di un aumento di 23 (41,5 meno 18,5) punti percentuali superiore a quello registrato in Germania, cioè nel paese che ha finanziato il fondo salva-stati temporaneo e finanzierà il fondo salva-stati permanente per più del 25 per cento del totale (come stabilito dai trattati, in proporzione al Pil e alla popolazione tedesca).

I PARADOSSI DELL’UNIONE

Da qui, in poche parole, nasce l’attuale insoddisfazione dell’elettorato tedesco nei confronti dell’euro e dell’attuale configurazione delle istituzioni europee – insoddisfazione che spiega una buona parte dell’atteggiamento apparentemente ondivago della signora Merkel degli ultimi anni. Al caso tedesco si può anche aggiungere quello slovacco.

   Come racconta il Wall Street Journal, la Slovacchia ha impegnato, tra fondi sborsati e garanzie, un totale di 13 miliardi di euro nel fondo salva-stati. La cifra è più grande delle entrate fiscali annuali del governo slovacco. E contribuisce a salvare un paese come la Grecia che nel 2010 aveva un reddito pro-capite di circa 20 mila euro, ben maggiore dei 12 mila euro degli slovacchi.
Tra tutti i paesi dell’eurozona ci sono poi degli osservati speciali. Si tratta dei paesi che hanno causato la crisi dei debiti sovrani negli ultimi mesi. Ma anche qui si riscontrano differenze significative. Ad esempio, la spesa è aumentata “solo” del 31 per cento in Italia. E’ aumentata ben di più negli altri paesi sull’orlo del default: del 56 per cento in Portogallo, del 72 per cento in Grecia e addirittura dell’89 per cento in Spagna. In Francia l’aumento della spesa è stato pari al 42 per cento. Gli aumenti della spesa in proporzione al Pil hanno oscillato tra i 5 punti di Francia e Grecia e i 9 punti percentuali del Portogallo, con il +7 punti della Spagna a metà strada.
I dati relativamente meno cattivi dell’Italia sono un merito dei nostri guardiani della cassa pubblica (e soprattutto di Giulio Tremonti, che è stato ministro dell’Economia per la maggior parte del tempo tra il 2001 e il 2010)? Mah. A far crescere poco la spesa in Italia è stato soprattutto l’enorme debito pubblico con cui siamo entrati nell’euro. In Italia il debito pubblico era già il 105 per cento del Pil nel 2001, di poco più alto che in Grecia. In Francia, Spagna e Portogallo il debito era invece molto più basso, pari al 53, 59 e 54 per cento, rispettivamente.

   Con quel debito di partenza, gli altri paesi mediterranei hanno creduto di potere mantenere abitudini di spesa “mediterranee” sfruttando i tassi tedeschi garantiti dall’ombrello dell’euro. Ora stanno pagando e pagheranno il conto delle loro scelte. Con il doppio del debito pubblico degli altri, la spesa pubblica in Italia avrebbe dovuto scendere, almeno in quota sul Pil, non aumentare.

   E invece la spesa in euro è colpevolmente aumentata del 31 per cento. E con la bassa crescita di questi anni, la spesa in percentuale sul Pil è aumentata dal 47,9 al 50,6 per cento. E per un paio d’anni, nel 2007-08, si è addirittura discusso di come spendere un “tesoretto” di entrate fiscali che non esisteva.

LE OPZIONI PER L’ITALIA E PER L’EUROPA

Con in mano i dati comparati sulla spesa pubblica europea del dopo-euro, è obiettivamente difficile e anche ingiusto chiedere alla signora Merkel di rinegoziare un trattato come il Fiscal Compact che mette la stabilità fiscale al centro dell’attenzione. È difficile perché sarebbe come chiedere alla signora Merkel di suicidarsi politicamente. Ma è anche ingiusto perché i tedeschi, sottoposti alle stesse dinamiche demografiche e agli stessi shock economici degli altri, hanno controllato la spesa pubblica con molta maggiore efficacia di quanto abbiano fatto gli altri paesi europei.
È invece possibile e doveroso sfruttare la strada lasciata aperta dal Fiscal Compact nella sua attuale formulazione che consente deviazioni dal rigore fiscale a fronte di comprovato successo nell’adozione di misure che favoriscano la crescita economica. Abbandonare ora la strada delle riforme economiche di modernizzazione delle economie europee appena intraprese sarebbe un grave errore che l’unione monetaria nel suo complesso pagherebbe molto caro. (Francesco Daveri)

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intervista a ROBERTO SAVIANO

PARTECIPARE È POLITICA

“I movimenti di protesta sono una nuova forma di democrazia”

di Federica Fantozzi, da “l’Unità” del 7/5/2012

Nel mondo la crisi economica ha creato nuove forme di proteste sociali. Roberto Saviano, lei è stato a Zuccotti Park e ha detto ai ragazzi di «Occupy»: «Voi state ponendo le basi di un nuovo umanesimo» invitandoli a lottare per un mondo migliore. Questi movimenti di giovani che chiedono redistribuzione di ricchezze e opportunità sono in grado di cambiare il sistema? O sono solo sintomo di impotenza delle istituzioni di fronte ai mercati?
«Questi movimenti sono una molteplicità. Vogliono partecipare, condividere le loro esperienze. Sanno individuare ed esprimere le difficoltà di funzionamento della democrazia durante la crisi economica. Sono così compositi che un’istanza non esclude l’altra. A Zuccotti Park ho incontrato democratici e repubblicani, atei, cattolici, islamici, ebrei, lavoratori e disoccupati, studenti e professori, giovani e anziani. Li unisce ritenersi il 99% rispetto all’1% che governa il pianeta. Insieme per affermare la loro presenza e proporre soluzioni. Potrebbero dare un forte contributo di innovazione ai meccanismi democratici. Soprattutto se si smettesse di etichettare le manifestazioni che nascono dal basso e si autogestiscono come populismi da temere. La democrazia è partecipazione o non è. Sempre: non solo nelle sedi istituzionali. Occupy Wall Street è un laboratorio: non ha leader né società perfette da edificare. Ma proposte di volta in volta. È qualcosa di radicalmente nuovo e incredibile. E sono fiero di avervi preso parte».
Ma come può concretizzarsi il loro contributo? Sono possibili sinergie con la politica tradizionale? Se finora non è avvenuto è perché i partiti hanno paura del nuovo? O perché queste forme di protesta restano individualiste, capaci di promuovere ribellione ma non comunità?
«Bisogna intendersi sul significato di “comunità politica”. Fa politica chi si organizza, ha un programma e dialoga. Non facciamo l’errore di considerare “comunità politica” la “partitocrazia”. Queste nuove forme di protesta non promuovono solo ribellione né vivono in una dimensione solipsista. Piuttosto, ci si concentra poco su come i media raccontino queste esperienze e in generale la democrazia. La politica e la relativa comunicazione sono improntate a un’analisi “personalistica” della realtà. È una scorciatoia descrivere un movimento di massa attraverso il suo leader, la sua “facciata”. Ma il prezzo, in termini di capacità di comprensione delle reali dinamiche, è altissimo. Io non temo i populismi e non demonizzerei i movimenti così etichettati. Proverei piuttosto a studiarne la genesi, a capire su chi e perché fanno presa. A riflettere sulle responsabilità e sulla chiusura della politica istituzionale che non li riconosce come cittadini ed elettori. In passato mi sono occupato della Lega. Il populismo è spesso all’interno del Parlamento, non fuori, e se consente il mantenimento di equilibri consolidati viene blandito e assecondato».
Questi movimenti rilanciano anche il tema dell’essere giovani nelle società occidentali che invecchiano. In Italia lo scarto tra le aspettative e le opportunità dei ragazzi è allarmante. Come può rinascere fiducia se le generazioni future vivranno peggio delle precedenti?
«Dirò qualcosa di impopolare. Posto che la situazione per gli italiani è difficilissima, forse vivremmo questa fase in modo diverso analizzando con onestà gli anni pre- crisi. Non faccio sconti alla classe politica, ma non porta a nulla caricarla ora di ogni responsabilità, poiché i cittadini non hanno assolto alla funzione di controllori, fondamentale per il buon funzionamento di un Paese democratico. C’è una tendenza quasi da revisionismo storico – o meglio economico – ad azzerare responsabilità personali. Non possiamo più nasconderci dietro “le cose andavano così”: siamo stati testimoni di sistemi iniqui che sapevamo ci avrebbero portato allo sfascio. Da questa “omertà” nessuno è immune. Sento dire spesso che chi lavora è raccomandato. In una società corrotta come la nostra succede, ma chi si è sempre impegnato vive dignitosamente. Preferisco pensare che noi vivremo meglio dei genitori: la loro società era più conformista di quella che costruiremo mettendoci in gioco. Saranno le volontà degli individui a disegnare il volto del nostro Paese nei prossimi anni».
È possibile costruire reti di solidarietà umana in una società sempre più individualizzata? La sinistra non può vivere senza una dimensione solidaristica, non può ridursi a puro linguaggio.
«Io credo nell’individuo, ma non l’ho mai contrapposto alla comunità. Anche il ruolo dei partiti sarà cruciale. Ci penso quando rifletto sul concetto di “corpi intermedi”. Se non si fa corpo intermedio, un partito è condannato a essere oligarchia. E le oligarchie, nella storia, hanno sempre fatto una fine indegna. Ma i partiti non sono gli unici momenti di mediazione tra cittadino e governo. Ogni momento aggregante della partecipazione degli individui afferma un’idea solidaristica della società. E questo non riguarda solo la sinistra. Fare rete vuol dire farsi portatore del meglio, non difendere diritti di rendita. Invece le uniche reti che si ritiene necessario mantenere sono in difesa non di diritti ma di prassi consolidate se non privilegi, oggi fuori tempo massimo».
I partiti sono al minimo storico della popolarità, indeboliti da inchieste giudiziarie sull’uso spregiudicato di soldi pubblici e dall’incapacità di auto-riformarsi, ma anche da un sistema che premia il populismo. Lei ha scritto che la rivoluzione non le fa venire in mente «uomini nuovi» né fucilazioni bensì Gobetti: tutti partecipi di un unico Paese e destino. Cosa vede nel futuro prossimo dell’Italia?
« La “partitocrazia”, abusi e sprechi, non sono frutto di accuse infondate. Non sono cause ma effetti di un sistema economico e democratico che non funzionava. Se non ce ne rendiamo conto, il futuro non sarà diverso dal passato. Se attribuiamo responsabilità solo alla politica continueremo a deresponsabilizzarci come cittadini e a ritenere inutile vigilare. Poi, i partiti hanno le loro responsabilità e molti non li ritengono in grado di autoriformarsi».
Lei, con le parole, si è battuto contro i corollari del governo Berlusconi: la macchina del fango, la legge bavaglio, la contiguità con zone grigie di illegalità. E ha rivendicato il diritto di «sognare un’Italia pulita e libera». Con il governo Monti quanto sono cambiate le cose?
«Sono cambiate moltissime cose. Ma è ancora il passato, nelle sue innumerevoli nefandezze, a restituirci la cifra del presente. Restano cose cruciali da fare. Ma sarebbe disonesto giudicare il governo colpevole di non aver portato a termine un cambiamento generale della società, dato che il Parlamento non è cambiato».

Il governo tecnico: badante per l’Italia convalescente dal berlusconismo o sconfitta della politica?
«Entrambe le cose. Sarebbe interessante capire il ruolo dei cittadini in tutto ciò. A volte sembrano spettatori, forse telespettatori, tifosi. L’espressione “scendere in campo” ha proprio questo obiettivo. Il politico agisce, i cittadini tifano, per lo più fischiano. È la sconfitta della politica».
Farebbe mai politica in prima persona?
«Mai. Non è il mio mestiere e l’Italia è un Paese complicato. Non è una strada che fa per me. Continuerò a studiare, ricercare, scrivere, comunicare, diffondere. Politica si può fare anche così, senza candidarsi, partecipando. Cercando di fare bene il proprio mestiere».
La vittoria francese di Hollande può cambiare volto all’Europa e dare una prospettiva diversa anche all’Italia?
«Non so. È tempo che la politica italiana si dia una prospettiva diversa. Sono sincero: parlo soprattutto alla sinistra. Da anni, questa esterofilia di facciata, questa acritica adesione a modelli stranieri (che data la velocità con cui si rinnegano, sembra superficiale), ha sollevato la sinistra dalla ricerca di un’identità. Bisogna rendersi conto di cosa pensano gli italiani, di cosa sono – siamo – diventati. Con tutti gli scandali sui rimborsi elettorali, poi ci sono sedi periferiche di partito che non hanno i soldi per l’affitto. Altro che modello francese, tedesco, inglese. Studiare la realtà calabrese, campana, lucana. Studiare. Tanto più che in Francia chi ha vinto davvero è Marine Le Pen».
Nel dibattito pubblico la cronaca giudiziaria e la competizione tra leader politici hanno più spazio delle questioni sociali. Secondo lei è la via giusta?
«In un Paese con un premier plurinquisito era inevitabile. Ora sta ai media assumersi la responsabilità di scegliere le priorità».

Sta per cominciare su La 7 la sua trasmissione «Quello che (non) ho» con Fabio Fazio. Cosa in questo momento non ha l’Italia?
«L’elenco è lungo. Non ha più unità. Divisa, spezzata, disomogenea. Un Paese che invita risorse e talenti a fuggire. Poi l’Italia ha una capacità: un’immensa comunità di emigrati in ogni angolo del mondo. Bisogna tornare in relazione con loro». (Federica Fantozzi)

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IL RITORNO DELL’IMPEGNO. L’INGRESSO NEI MOVIMENTI DEI GIOVANI INCERTI. UNO SU DUE AMA LA POLITICA (NON I PARTITI)

da “il Corriere della Sera” del 8/4/2012

– Secondo una ricerca Swg il 44 per cento degli under 34 sogna la rivoluzione. Il 15 per cento ha intenzione di organizzare proteste. «È la precarizzazione intellettuale che ha cambiato tutti gli equilibri» –

   La paura e l’incertezza sul futuro sono servite da motore. Una spinta ad «abbandonare una concezione individualistica e abbracciare battaglie che possano riguardare tutti». Il bene comune torna in primo piano, spiega Cristina Pasqualini, ricercatrice dell’Università Cattolica.

   Già perché questa generazione di ventenni che i sociologi chiamano «alfa» o «mobile» ha visto i fratelli maggiori scontrarsi con un mondo del lavoro esclusivo che li ha costretti a una migrazione continua da un posto all’altro. Con contratti che spesso li hanno sfruttati, sottopagati o lasciati a casa. Come quel milione di ragazzi che, secondo i dati di ieri dell’Istat, hanno perso il posto negli ultimi tre anni.

   Il premier Mario Monti ha ribadito che «lo scopo principale della riforma è porre rimedio alla disoccupazione giovanile». A loro rimane una consapevolezza: «Per la prima volta dal Dopoguerra a oggi non arriveremo mai ad avere lo stesso stile di vita dei nostri padri». Così vorrebbero cambiare, migliorare. Costruire una società più armonica, dove non ci siano diseguaglianze marcate.

   Quindi ritrovano nell’impegno in prima persona una necessità. Un ritorno di protagonismo sulle scene, spiega Enzo Risso direttore scientifico di Swg, cominciato nel 2008, quando «la precarizzazione esistenziale è diventata una realtà che ha cambiato tutti gli equilibri. Così siamo di fronte a prodromi». E se il 44% degli under 34 vorrebbe ribellarsi o sogna la rivoluzione, il 15% vuole organizzare movimenti di protesta. Mentre uno su due vuole impegnarsi in una politica lontano dai partiti.

   Jacopo Lanza a vent’anni ci è riuscito. Milanese di nascita, si è trasferito a Roma per entrare nella segreteria nazionale dell’Uds, Unione degli studenti. Una sorta di sindacato che ne difende i diritti. «Viaggio in tutta Italia, incontro ragazzi, cerco di capire le problematiche e come affrontarle». Per lui la parola impegno, «significa responsabilità». E si rammarica, quando «non c’è costanza. In molti hanno cominciato una battaglia per abbandonarla e concentrarsi sul lavoro o sullo studio». Così ha fatto Iacopo Bissi. Al terzo anno di Giurisprudenza alla Statale di Milano, ha accantonato la politica per «disillusione». Cercare di cambiare il Paese «senza interlocutori seri nella classe dirigente, è davvero difficile». Il suo impegno, però, non è finito. «Non sono andato all’estero perché voglio fare il magistrato. Questo sarà il mio apporto alla società».

   Per chi sceglie di rimanere, c’è chi decide di partire. Daniela Deserio, 29 anni, fa parte di quel 37% che si impegna nelle associazioni. Tre settimane e prenderà un aereo per Khartoum, Sudan, dove l’anno scorso ha lavorato sei mesi nell’ospedale di cardiochirurgia di Emergency, il Salam Centre. La definisce «un’esperienza vagamente eccezionale». E c’è da crederci. In Africa Daniela ha conosciuto giovani cooperanti britannici, neozelandesi, serbi, «persone con altri indirizzi mentali con le quali è scattata un’intesa istantanea». Ragazzi che sentono «la missione», certo, ma s’impegnano a dare un contributo concreto.

   Questo ritorno al protagonismo, dunque, non riguarda solo l’Italia. Perché nell’era della globalizzazione quello che accomuna sono anche le idee e la voglia di cambiare. Dagli indignati spagnoli al movimento Occupy presente negli Stati Uniti, in Russia e in Inghilterra. Passando per la Grecia. All’estero si sono riempite le piazze, sono state montate le tende.

   E in Italia? «In questi ultimi anni c’è stata una forte mobilitazione studentesca, così come una risposta sindacale alle problematiche del mondo del lavoro. Ci sono state manifestazioni molto partecipate, come quella di Roma il 15 ottobre con 200 mila persone. Peccato che poi né la polizia né il movimento sia riuscito a controllare la piazza». Lo spiega Donatella Della Porta, professoressa di Sociologia all’Istituto Universitario Europeo. Per lei ci sono diverse ragioni per cui non è nato un Occupy italiano. «Non è mai stato trovato un momento unitario in cui gli obiettivi di tutte le proteste riuscissero a diventare uno e comune a tutti. Poi non c’è stato un crollo drammatico nelle possibilità economiche, come non sono state applicate, politiche di austerity così minacciose. E infine l’arrivo del governo Monti ha trovato d’accordo tutte le forze politiche, lasciando i movimenti senza un vero interlocutore. E un esecutivo tecnico è più difficile da attaccare».

   Qualcuno ci ha provato. A Milano, il 31 marzo, ha sfilato il primo corteo contro il governo Monti. Tra i diecimila partecipanti c’era anche lei: Alice Pennati, 25 anni, di Lecco. I lunghi capelli scuri le incorniciano il viso dalla carnagione chiara. Gli occhi azzurri hanno uno sguardo intelligente, vivo. Studentessa fuorisede all’Università Statale in Scienze Internazionali, si divide tra i libri, un lavoro in una libreria del centro di Milano («mi mantengo da sola») e la militanza: fa parte del collettivo Labout e del centro sociale Zam.

   Quel sabato di due settimane fa è scesa in piazza. «Ci hanno già rubato il futuro, ma non ci possono prendere per stupidi». La fa arrabbiare una riforma del Lavoro che «dicono essere per i giovani, ma non lo è». Snocciola dati, spiega le ragioni. «La militanza è anche questo: cercare di sensibilizzare le persone sui temi che riguardano la nostra società. E provare a mettersi in gioco». La grinta c’è. Anche la consapevolezza che i ragazzi italiani «si fanno scivolare le cose addosso, non hanno troppa voglia di reagire».

   Chi sicuramente non abbandonerà la strada che ha scelto è Stefano Facchini. Lui vive la fede come militanza attiva. Tanto da arruolarsi tra le fila di Comunione e Liberazione, il movimento fondato da Don Giussani, che ha registrato un aumento significativo degli aderenti. «Il piacere a poco prezzo non mi interessa, sono per la soddisfazione totale; per questo partecipo all’esperienza di CL, grazie alla quale Cristo è divenuto sempre più la risposta alle mie esigenze più profonde», spiega Stefano, 24 anni. Tra poco si metterà in tasca una laurea in Astrofisica e partirà per un Phd (dottorato) all’estero. «Il mio lavoro non può prescindere dalla partecipazione al movimento: da futuro scienziato voglio condividere il continuo stupore di fronte all’ordine inimmaginabile dell’universo».

   Si riparte da qui. Dalla partecipazione di una generazione che vuole cambiare un futuro incerto e non garantito. Non si fidano della classe dirigente, tanto che il 41% crede che se avesse uno spazio governerebbe meglio. Intanto però, continua la ricercatrice Pasqualini, «si stanno inventando un modo nuovo di fare politica». E aggiunge Risso: «Credono nel rinnovamento del sistema, perché il capitalismo in questa forma non ha funzionato. Vogliono una società più armonica». Ecco la generazione «alfa».  (Corriere della Sera, 8/4/2012)

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L’APPELLO

L’EUROPA SIAMO NOI: È IL MOMENTO DI RICOSTRUIRLA

di ULRICH BECK e DANIEL COHN-BENDIT

   Un Anno europeo di volontariato per tutti – per tassisti e teologi, per lavoratori e disoccupati, per manager e musicisti, per insegnanti e allievi, per scultori e sottocuochi, per giudici della corte suprema e cittadini anziani, per uomini e donne – come risposta alla crisi dell’euro!
I giovani d’Europa non sono mai stati così istruiti, eppure si sentono impotenti di fronte all’incombente bancarotta degli Stati-nazione e al declino terminale del mercato del lavoro.
Tra gli europei con meno di venticinque anni, uno su quattro è disoccupato. Nei tanti luoghi in cui hanno allestito campeggi e lanciato proteste pubbliche, i giovani defraudati dei loro diritti rivendicano giustizia sociale. Ovunque – la Spagna, il Portogallo, i paesi del Nordafrica, le città americane o Mosca – questa domanda sale con grande forza e grande fervore. Sta montando la rabbia per un sistema politico che salva banche mostruosamente indebitate, ma dilapida il futuro dei giovani. Ma quanta speranza può esserci per un’Europa che invecchia costantemente?
Il presidente americano John F. Kennedy sbalordì il mondo con la sua idea di fondare un Corpo della pace. “Non chiedetevi che cosa può fare per voi il vostro Paese, chiedetevi che cosa potete fare voi per il vostro Paese”.
Noi che firmiamo questo manifesto vogliamo farci portavoce della società civile europea. Per questa ragione chiediamo alla Commissione europea e ai governi nazionali, al Parlamento europeo e ai Parlamenti nazionali, di creare un’Europa di cittadini con un impiego attivo e di fornire i requisiti finanziari e legali per l’Anno europeo di volontariato per tutti, come contro-modello all’Europa dall’alto, l’Europa delle élite e dei tecnocrati che ha prevalso finora e che si sente investita della responsabilità di forgiare il destino dei cittadini europei, contro la loro volontà se necessario. Perché è questa massima non dichiarata della politica comunitaria che sta minacciando di distruggere l’intero progetto europeo.
Lo scopo è quello di democratizzare le democrazie nazionali per ricostruire l’Europa nello spirito dello slogan kennediano: non chiedetevi che può fare per voi l’Europa, ma che cosa potete fare voi per l’Europa, facendo l’Europa!
Nessun pensatore progressista, da Jean-Jacques Rousseau a Jürgen Habermas, ha mai voluto una democrazia che consiste unicamente nel poter andare a votare a scadenze regolari. La crisi del debito che sta mandando in pezzi l’Europa non è semplicemente un problema economico, ma anche un problema politico. Abbiamo bisogno di una società civile europea e della visione delle giovani generazioni se vogliamo risolvere le scottanti questioni d’attualità. Non possiamo lasciare che l’Europa venga trasformata nel bersaglio di un “movimento arrabbiato” di cittadini che protestano contro un’Europa senza gli europei. L’Europa non può funzionare senza l’apporto di europei impegnati per la sua causa, e gli europei non possono fare l’Europa se non possono respirare l’aria della libertà.
L’azione pratica, che trascende i confini ristretti dello Stato-nazione, dell’etnia e della religione, che l’Anno europeo di volontariato per tutti vuole promuovere non dev’essere intesa come una foglia di fico istituzionalizzata per coprire i fallimenti europei. È una visione che vuole aprire spazio per la creatività. Non si tratta di un mezzo per distribuire elemosine ai giovani disoccupati, è un atto di auto-affermazione della società civile europea, un atto che può essere usato per costruire una nuova Costituzione propositiva, dal basso, per ripristinare la creatività politica e la legittimazione dell’Europa. La libertà politica non può sopravvivere in un’atmosfera di paura. Può prosperare e radicarsi solo se le persone hanno un tetto sulla testa e sanno come fare per vivere, domani e quando saranno vecchie. Ecco perché l’Anno europeo di volontariato per tutti ha bisogno di solide fondamenta finanziarie. Noi chiediamo alle imprese europee di dare il loro giusto contributo.
Se vuole costruire una cultura dal basso, l’Europa non può permettersi di ricadere in linee d’azione predefinite. I cittadini di questa Europa andranno in altri Paesi e si impegneranno su problemi transnazionali su cui gli Stati nazionali non sono più in grado di offrire soluzioni appropriate (il degrado ambientale, i cambiamenti climatici, i movimenti di massa di profughi e migranti e il radicalismo di destra). Sfrutteranno le reti europee di arte, letteratura e teatro come palcoscenici per promuovere la causa europea. Bisogna stipulare un nuovo contratto fra lo Stato, l’Unione Europea, le strutture politiche della società civile, il mercato, la previdenza sociale e la sostenibilità ambientale.
Che cosa c’è di buono nell’Europa? Qual è il valore dell’Europa per noi? Quale modello potrebbe e dovrebbe essere la base dell’Europa nel XXI secolo? Sono questioni aperte, che devono essere affrontate urgentemente. Per noi di We Are Europe la risposta è questa: l’Europa è un laboratorio di idee politiche e sociali senza equivalenti in nessun’altra parte del mondo. Ma che cos’è che costituisce l’identità europea? Potreste rispondere che l’europeità nasce dal dialogo e dal dissenso fra molte culture politiche diverse, quella del citoyen, quella del citizen, quella dello Staatsbürger, quella del burgermatschappij, quella del ciudadano, quella dell’obywatel. Ma l’Europa è anche l’ironia, è la capacità di ridere di se stessi. E il modo migliore per riempire l’Europa di vita e di risate è che i cittadini comuni europei agiscano insieme, spontaneamente.

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Al manifesto – che verrà pubblicato su numerose testate europee tra le quali Die Zeit, Le Monde, El Pais, The Guardian – hanno aderito anche: Jurij Andruchovyc, autore; Jerzy Baczynski, giornalista; Zygmunt Bauman, filosofo; Senta Berger, attrice; Patrice Chéreau, regista teatrale e cinematografico; Rudolf Chmel, esperto di letteratura ed ex ministro della Cultura della Repubblica Slovacca; Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea; Gábor Demszky, ex sindaco di Budapest; Chris Dercon, direttore della Tate Modern di Londra; Doris Dörrie, cineasta e scrittrice; Tanja Dückers, autrice; Peter Eigen, fondatore di Transparency International; Ólafur Elíasson, artista; Péter Esterházy, autore; Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri della Repubblica federale tedesca; Jürgen Flimm, direttore della Deutsche Oper Berlin; Anthony Giddens, politologo e sociologo; Alfred Grosser, pubblicista e politologo; Ulla Gudmundson, ambasciatrice svedese; Jürgen Habermas, filosofo; Dunya Hayali, giornalista; Michal Hvorecký, scrittore; Eva Illouz, sociologa; Mary Kaldor, politologa; Navid Kermani, studioso dell’islam e scrittore; Imre Kertész, premio Nobel per la letteratura; Rem Koolhaas, architetto; Kasper König; curatore e direttore del Museo Ludwig di Colonia; György Konrád, scrittore ed ex direttore dell’Accademia delle Arti di Berlino; Michael Krüger, scrittore ed editore; Adam Krzeminski, scrittore e giornalista; Wolf Lepenies, ex direttore del Wissenschaftszentrum Berlin; Constanza Macras, coreografa; Claudio Magris, scrittore; Sarat Maharaj, storico dell’arte e curatore; Olga Mannheimer, autrice; Petros Markaris, scrittore; Robert Menasse, scrittore; Adam Michnik, giornalista e caporedattore della Gazeta Wyborcza; Herta Müller, premio Nobel per la letteratura; Hans Ulrich Obrist, curatore e direttore della Serpentine Gallery di Londra; Thomas Ostermeier, direttore del teatro Schaubühne di Berlino; Petr Pithart, giornalista ed ex primo ministro della Repubblica Ceca; Martin Pollack, pubblicista e autore; Alec Popov, scrittore; Ilma Rakusa, scrittrice e traduttrice; Peter Ruzicka, compositore e direttore di festival; Joachim Sartorius, autore ed ex direttore del Berliner Festspiele; Saskia Sassen, sociologa; Hans-Joachim Schellnhuber, direttore dell’Istituto Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico; Helmut Schmidt, ex cancelliere della Repubblica federale tedesca; Henning Schulte-Noelle, presidente del comitato direttivo dell’Allianz SE; Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo; Gesine Schwan, politologa; Richard Sennett, sociologo e scrittore; Martin M. Šimecka, scrittore e giornalista; Johan Simons, registra teatrale del Münchner Kammerspiele; Javier Solana, ex segretario generale della Nato e alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza comune; Michael Thoss, direttore dell’Allianz Kulturstiftung; Klaus Töpfer, membro fondatore dell’Iass (Istituto di studi avanzati sulla sostenibilità) ed ex direttore esecutivo dell’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente); Klaus Wagenbach, editore; Richard von Weizsäcker, ex presidente della Repubblica federale tedesca; Christina Weiss, ex ministro della Cultura della Repubblica federale tedesca; Wim Wenders, cineasta e fotografo; Bob Wilson, artista e regista teatrale; Michel Wieviorka, sociologo… (ripreso da “la Repubblica” del 3/5/2012 – Traduzione di Fabio Galimberti)

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