La faticosa strada dell’ABOLIZIONE DELLE PROVINCE – la RIFORMA urgente della ridefinizione degli attuali obsoleti enti locali (comuni, province e regioni) e la necessaria entrata in scena di CITTA’, AREE METROPOLITANE e MACRO-REGIONI

   Per i sostenitori del mantenimento delle Province è da augurar loro che non si vada adesso a un referendum per la loro abolizione, perché l’esito sarebbe scontato: ci sarebbe, ne siamo sicuri (nell’aria di desiderio di rinnovamento che gli elettori stanno esprimendo) un quasi plebiscito per la loro abolizione.

province della Sardegna

Quel che è accaduto il 6 maggio scorso in Sardegna, dove sono state abolite con una maggioranza che non lascia dubbi (il 97% dei votanti, che era il 35,5% degli aventi diritto che si era recato alle urne) quattro province (Ogliastra, Medio-Campidano, Carbonia-Iglesias e Olbia-Tempio Pausania) istituite una decina di anni fa e operative dal 2005. E, inoltre, i cittadini sardi si sono espressi anche a favore dell’abolizione delle altre quattro “storiche” province (Cagliari, Sassari, Oristano e Nuoro).

   In baseall’articolo 23 del decreto “salva-Italia” promulgato dal Governo Monti nel dicembre scorso, le province diventano enti di secondo grado; cioè non vengono elette dai cittadini ma dai rappresentanti dei comuni, il loro organico viene fortemente ridimensionato, vengono svuotate delle loro funzioni che sono trasferite a Regioni o comuni; e mantengono solo un generale ruolo di indirizzo e coordinamento.

   Non potendo eliminare le province con legge ordinaria (è necessaria una revisione costituzionale), il governo ha appunto optato per il loro svuotamento di poteri. Il nuovo sistema dovrebbe diventare completamente operativo con l’emanazione di una legge che disciplini il passaggio di competenze, che dovrà arrivare entro il 31 dicembre 2012.

L’UNIONE DELLE PROVINCE ITALIANE (UPI) il 25 febbraio scorso ha detto NO A UN’ITALIA SENZA PROVINCE. E ha proposto strategie (e ricorsi) per difendere gli enti finiti nel mirino del governo Monti che – con il decreto “Salva Italia” – ne ha stabilito l’abolizione

Le competenze dicevamo. Le ATTUALI FUNZIONI DELLE PROVINCE sono: a) sull’istruzione pubblica, compresa l’edilizia scolastica per le scuole superiori; b) nel campo dei trasporti, della mobilità pubblica su strada; c) nella gestione del territorio (approvazione dei PAT, quando le regioni demanderanno il potere mantenendo solo quello di indirizzo); d) nel campo della tutela ambientale; e) nello sviluppo economico relativo ai servizi del mercato del lavoro – gli Uffici del lavoro, ex collocamento, e cose simili -.

   Ebbene, nella razionalizzazione degli enti, le prime a dover essere abolite sono le province: enti che comprendono quasi sempre territori geomorfologicamente, geograficamente disomogenei; realtà territoriali, storiche che poco hanno in comune tra di loro (anche nei distretti produttivi, come bacini idrici, come esigenze di razionale gestione della formazione scolastica, etc.).

   Però… qualche obiezione dei fautori delle province è molto seria. Abbiamo qui sopra elencato le attuali funzioni provinciali le quali saranno a carico, dal 2013 (con il passaggio di competenze…almeno in teoria dall’ “impegno” con decreto) di regioni e comuni. Ma è da chiedersi se riusciranno i comuni, specie quelli piccoli, ad esempio sotto i 15.000 abitanti che sono il 93% del totale, ad assolvere i compiti nel loro territorio portati avanti dalla provincia (e non ci sarà pericolo di frammentazione nella formazione scolastica, viabilità, collocamento al lavoro…). E’ vero che i compiti “più complessi” potranno essere gestiti direttamente dalla Regione, ma forse qualche problema ci potrebbe essere per funzioni, servizi, che necessitano che essi siano “più vicini possibile al cittadino”, e che in ogni caso i comuni con grande difficoltà potranno soddisfare.

suddivisione del territorio italico nelle attuali province

Per questo, noi riteniamo, che “UNA RIFORMA TIRA L’ALTRA”: cioè bisogna rivedere l’entità, la dimensione, la capacità di azione degli attuali comuni, accorpandoli e facendoli diventare delle “CITTÀ” (in territori geo- morfologicamente, storicamente, economicamente simili, unici, con almeno 60.000 abitanti – sul numero di cittadini, sessantamila, questa è una parametrazione nostra soggettiva, se ne può discutere se di meno o di più…).

   Il rischio è che alla fine questo impellente, necessario, già tardivo a nostro avviso, processo di ridefinizione territoriale di tutti gli enti locali (l’accorpamento dei COMUNI con la costituzione di CITTÀ; l’eliminazione delle PROVINCE; la necessaria istituzione di “CITTÀ METROPOLITANE” in tutti i territori e non solo in 15 aree della penisola italica; l’eliminazione delle REGIONI e al loro posto la creazione di MACRO-REGIONI)… ebbene tutto questo processo di riforma geografico-istituzionale rischia di perdersi nelle nebbie del nulla.

   E il fatto che già qualcuno paventi dubbi e forti opposizioni all’eliminazione delle province; o altri prospettino “solo” accorpamenti di province, e non il loro superamento (tutto questo lo esponiamo in alcuni articoli che qui di seguito in questo post vi proponiamo), e ciò dimostrerebbe la necessità che sempre più forze dell’opinione pubblica con convinzione facciano sentire la loro voce affinché si determini definitivamente questo primo passo essenziale: cioè il SUPERAMENTO DELLE PROVINCE. Solo da questo inizio potrà avvenire a “cascata” la ridefinizione del sistema degli attuali obsoleti comuni e delle anacronistiche (e dispendiose) regioni.

   Pertanto se verranno abolite solo le province senza toccare tutto il resto dell’oramai più che inefficiente sistema attuale di comuni e regioni così come sono ora, hanno ragione da vendere i fautori del mantenimento delle province (…al massimo qualche poco convinto accorpamento si farà…) nel dire che il livello intermedio tra comuni e regioni non si presta ad essere eliminato: cioè che il divario “micro-macro” delle due entità richiede il livello provinciale. E così alla fine non se ne fa niente, tutto rimane come prima, al massimo con qualche piccolo cambiamento.

   Non può essere questo il momento, l’epoca, ancora una volta della “non decisione”: alla fine potrà accadere che le province saranno eliminate da qualche nuovo “tiranno” che apparirà sulla scena quando ci sarà il fallimento di ogni entità pubblica, territoriale, locale, statale…. (…è stato il fascismo ad accorpare dei comuni…). Cosa che non vogliamo che si ripeta: per questo le riforme, la ridefinizione delle istituzioni locali dobbiamo farla davvero, democraticamente, “dal basso” (come nel referendum tenuto in Sardegna), superando parassitismi e deleterie rendite di posizione. (sm)

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LE PROVINCE COMINCIANO A MORIRE, MA NON SENZA LOTTARE

di Tommaso Canetta, da LINKINCHIESTA (http://www.linkiesta.it/ ) del 10/5/2012

   Dopo i referendum sardi, anche il decreto Salva-Italia inizia ad avere i suoi effetti: nove province non sono andate al voto, sono state (o saranno) commissariate, ed entro fine anno entrerà in vigore la nuova disciplina. Sempre che i ricorsi ai giudici e le proteste di chi sarà tagliato non affossino la riforma.

   Per le province niente sarà più come prima. Dopo anni di dibattito politico e mediatico, finalmente qualcosa si muove. I referendum che si sono tenuti il 6 maggio in Sardegna hanno decretato la soppressione delle quattro province di recente istituzione (Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio) ed espresso la volontà di eliminare anche le quattro storiche (Sassari, Nuoro, Cagliari e Oristano). Ma non è tutto.

   La riforma delle province decisa dal governo Monti col decreto “salva-Italia” inizia ad avere i primi effetti tangibili. In questa tornata di elezioni amministrative, nel sorprendente disinteresse dei mass media, non sono andate al voto le nove province che avrebbero dovuto rinnovarsi (sette per scadenza del mandato, due perché indette elezioni anticipate). Si tratta di Como, Vicenza, Belluno, Ancona, La Spezia, Genova, Ragusa, Caltanissetta e Cagliari.

   In base all’articolo 23 del decreto “salva-Italia” le province diventano enti di secondo grado, cioè non vengono elette dai cittadini ma dai rappresentanti dei comuni, il loro organico viene fortemente ridimensionato, trasferiscono quasi tutte le loro funzioni a Regioni o comuni e mantengono solo un generale ruolo di indirizzo e coordinamento.

   Non potendo eliminare le province con legge ordinaria (si richiede anzi una revisione costituzionale), questo è il risultato che è riuscito a raggiungere il governo. Il nuovo sistema dovrebbe diventare completamente effettivo con l’emanazione di una legge che disciplini il passaggio di competenze, che dovrà arrivare entro il 31 dicembre 2012. Questo per le province che si trovano in Regioni a statuto ordinario. Per quelle a statuto speciale entro il medesimo termine dovrà essere emanata un’apposita legge regionale.

   Fino a che non saranno promulgate queste norme, nel decreto è previsto che le province per cui non si è votato vengano affidate a un commissario. Per le sei appartenenti a Regioni a statuto ordinario (Como, Vicenza, Belluno, Ancona, La Spezia e Genova) è stato deciso, con ordine del giorno votato dal Senato il 15 marzo, che vengano nominati commissari i presidenti uscenti e che consiglio e giunta vengano sciolti. Ad oggi tutti hanno accettato l’incarico, tranne Alessandro Repetto, presidente uscente della provincia di Genova in quota Pd, che si è dimesso il 18 aprile, in previsione del commissariamento. Le sue dimissioni sono diventate effettive l’8 maggio e il 9 sera è arrivata la nomina a commissario di Piero Fossati, già assessore provinciale alla viabilità.

   Particolare il caso della provincia di Belluno, che già da ottobre 2011 è commissariata in seguito alle dimissioni del presidente Gianpaolo Bottacin (Lega Nord). Il commissario Vittorio Capoccelli a questo punto rimarrà in carica fino all’emanazione della legge sul passaggio di competenze a Regioni e comuni.

   Nelle regioni a statuto speciale avrebbero dovuto votare Ragusa, Caltanissetta e Cagliari. Il capoluogo sardo era rimasto senza presidente eletto già a dicembre 2011, dopo le dimissioni di Graziano Milia (Pd) condannato per abuso di ufficio. Gli è succeduta la vicepresidente della giunta, Angela Quaquero, che tuttora detiene l’interim. Dalla Regione fanno sapere che la nomina di un commissario non è all’orizzonte, e che si attende l’emanazione di una legge regionale sugli enti intermedi (quali dovrebbero essere le province, a seguito della riforma) per normalizzare la situazione. Complicatasi, peraltro, col referendum consultivo che chiede la soppressione di tutte le province sarde.

   Anche a Caltanissetta, in Sicilia, la provincia era già retta da un commissario. Nell’ottobre 2011 la Consulta aveva stabilito l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di amministratore locale, e a novembre, per rispettare la decisione dei giudici, il presidente della provincia Giuseppe Federico (Mpa) si è dimesso. Da febbraio 2012 l’ente è retto da un commissario, l’avvocato Damiano Li Vecchi, nominato dalla Regione. Non essendo prevista, al momento della nomina, una scadenza per il mandato di Li Vecchi, non è stata necessaria alcuna proroga. La legge regionale siciliana, che rinvia ad altra norma da emanarsi entro fine anno, si limita a congelare lo status quo in attesa di sapere quale sarà il destino dell’ente provincia, anche a livello nazionale.

   Oltre a congelare la situazione a Caltanissetta, la stessa legge regionale ha predisposto il commissariamento della provincia di Ragusa, che sarebbe dovuta andare al voto. Non c’è ancora un nome per il commissario, ma dall’ente ibleo fanno sapere che l’iter per la designazione è avviato. La legge non impone un termine, e fino alla nomina del nuovo commissario rimarrà in carica il presidente eletto, Franco Antoci (Udc).

   In ogni caso le province non intendono scomparire, o quantomeno venire snaturate, senza dare battaglia. L’Upi (unione delle province italiane) ha organizzato il primo febbraio 2012 la “giornata nazionale di mobilitazione contro la cancellazione delle province”, durante la quale 107 consigli provinciali si sono riuniti in seduta straordinaria aperta al pubblico, per spiegare il proprio dissenso contro il decreto “salva-Italia”.

   Al termine della seduta, tutti i consigli provinciali hanno approvato l‘ordine del giorno unitario “No all’Italia senza le Province”, redatto dall’Upi, in cui si dà mandato alle proprie Regioni di promuovere il ricorso alla Corte Costituzionale. Alcune (Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio, Campania) si sono già attivate in tal senso. Oltre a ciò, quattro delle nove province che non sono andate al voto questo maggio, hanno presentato ricorso a diversi Tar, lamentando l’incostituzionalità di una decisione che elimina un diritto di voto per decreto.

   Accanto alla via giudiziaria, si tenta anche di trovare una soluzione politica. Sempre durante la “giornata nazionale” contro l’eliminazione delle province, l’Upi ha invitato governo e parlamento ad approvare una riforma complessiva che si ispiri a questi principi: razionalizzazione attraverso la riduzione del numero delle amministrazioni; ripristino dell’elezione da parte dei cittadini; ridefinizione e razionalizzazione delle funzioni; eliminazione di tutti gli enti intermedi strumentali (agenzie, società, consorzi) che risultino inutili; istituzione delle città metropolitane; destinazione dei risparmi ad un fondo speciale per il rilancio degli investimenti degli enti locali. Secondo l’Upi con una riforma di questo tipo si potrebbero ottenere risparmi anche maggiori rispetto all’abolizione di fatto decretata dall’esecutivo.

   Nonostante le indicazioni dei cittadini e gli sforzi del governo, la “questione province” rimane un ginepraio inestricabile. I ricorsi ai giudici potrebbero annullare gli sforzi compiuti finora, e i tempi lunghi di approvazione delle leggi (nazionale e regionali) che dovranno disciplinare il nuovo sistema lasciano spazio ad ulteriori incertezze. Tra presidenti commissariati, commissari rinnovati, referendum e controriforme, l’unica certezza è che se la politica fosse intervenuta per tempo con una legge costituzionale questa confusione si sarebbe evitata. (Tommaso Chiaretta)

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RIDURRE LE PROVINCE E GLI SPRECHI: DALLA SARDEGNA UN ESEMPIO CONCRETO

di SERGIO RIZZO, da “il Corriere della Sera” del 8/5/2012

   Visto che non era poi così difficile? Mentre qui si chiacchiera senza costrutto sul destino delle Province, dalla Sardegna, dove un referendum ne ha cancellate metà, arriva un segnale importante. Il «sì» dei cittadini sardi all’abolizione di Ogliastra, Medio-Campidano, Carbonia-Iglesias e Olbia-Tempio Pausania è una crepa nel muro che minacciava di resistere anche al decreto «salva Italia».

   Una barriera eretta da quanti confidavano che il sistema delle Province alla fine, magari con qualche modesto sacrificio, sarebbe comunque sopravvissuto. C’è da dire che l’esistenza in vita dei quattro enti in via di sparizione come conseguenza del voto era scarsamente difendibile: almeno in base ai numeri.

   Le Province in questione sono nate nel 2005. La più grande, Olbia-Tempio Pausania, ha 157 mila abitanti. La più piccola, Ogliastra, non arriva a 58 mila. Ci abita meno gente che nel Comune di Fiumicino. Ma non basta. I consiglieri provinciali sono cento. Ognuna di queste quattro Province ha poi addirittura due capoluoghi, con situazioni ai confini della comicità.

   Prendiamo l’ Ogliastra: a Tortolì, 10.838 abitanti, ha sede il consiglio provinciale; a Lanusei, 5.655 anime e 19 chilometri di distanza, si riunisce invece la giunta. Idem, con qualche variante, accade nelle tre restanti Province. Tutto questo non è certamente gratis. Commentando il risultato del referendum in Sardegna l’Istituto Bruno Leoni ricorda come Andrea Giuricin, nel libro Abolire le Province curato da Silvio Boccalatte per Rubbettino-Facco, avesse fatto alcuni calcoli interessanti sul costo di quegli enti. E lo stesso autore oggi invita ad assumere la vicenda sarda come «esempio di moltiplicazione delle spese dovute all’istituzione di una nuova Provincia».

   Il caso di scuola è quello di Carbonia-Iglesias, i cui 23 Comuni appartenevano in precedenza a Cagliari.  Già nel 2007 il bilancio preventivo della Provincia prevedeva un costo di 30 milioni di euro. Contemporaneamente, anziché diminuire, le spese della Provincia cagliaritana che aveva perduto tutti quei municipi erano invece salite a 172 milioni dai 133 del 2005. (Sergio Rizzo)

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PROVINCE, CORAGGIO, TAGLIARLE SUBITO
di SERGIO RIZZO, da “il Corriere della Sera” del 9/5/2012
   L’occasione è ghiotta per smarcarsi finalmente dal gioco a rimpiattino che si trascina da mesi sull’abolizione delle Province. Mario Monti farebbe bene a non lasciarsela sfuggire. Non bastasse la valanga di sondaggi favorevoli all’eliminazione di quegli enti, le elezioni amministrative di domenica e lunedì 6-7 maggio hanno detto con chiarezza che la volontà popolare è per il superamento dei vecchi schemi.
Indubbiamente una spinta in più a favore di un intervento a tutto campo del governo, che dovrà recepire il risultato del referendum della Sardegna. E approfittando di questo potrebbe finalmente tagliare la testa al toro. Non limitandosi esclusivamente a ratificare la decisione dei cittadini sardi, che hanno cancellato le quattro nuove Province operative dal 2005 esprimendosi però anche a favore dell’abolizione delle altre quattro, ma sciogliendo insieme, con un provvedimento, tutti i nodi irrisolti del decreto salva Italia che riguardano le altre Province italiane.

   La manovra Monti di dicembre stabilisce che le loro funzioni siano trasferite ai Comuni o assunte dalle Regioni entro il 31 dicembre 2012. Per quella data dovranno essere anche fissate le regole con le quali gli organi politici elettivi provinciali sarebbero di fatto cancellati, visto che gli attuali consigli dovrebbero essere sostituiti da strutture composte al massimo da dieci persone, emanazione diretta dei Comuni.

   Il problema è che questi passaggi, automatici nella versione iniziale del decreto salva Italia, sono stati in seguito subordinati per le pressioni politiche all’approvazione di una legge: appunto entro la fine di quest’anno. Evidentemente nella speranza di limitare al massimo i danni. Va da sé che per ogni giorno passato in più, le resistenze si rafforzano.

   L’ultimo segnale è la decisione di non commissariare le sei Province che si sarebbero dovute rinnovare in questa tornata di amministrative (Como, Genova, La Spezia, Ancona, Vicenza e Belluno) con la nomina di altrettanti prefetti, com’è prassi e come prevede il testo unico sugli enti locali, ma nominando commissari gli attuali presidenti (tranne quello di Genova, dove Alessandro Repetto si è dimesso). Di fatto, quindi, prorogandoli.

   In Sicilia si moltiplicano gli sforzi perché gli organi della Provincia di Ragusa vengano anch’essi prorogati. Da vero irriducibile, nel frattempo, il presidente della Provincia di Palermo Giovanni Avati ha appena annunciato l’inaugurazione «entro un anno» di una «Città dei giovani» in una ex caserma. Costo: 10 milioni di euro prelevati, scrive il giornale online LiveSicilia, dal «progetto sicurezza».

   E non si demorde nemmeno in Sardegna. Per nulla scoraggiata dal risultato del referendum, né dalle dimissioni subito rassegnate dal presidente di Carbonia-Iglesias Salvatore Cherchi e di quelle annunciate del presidente del Medio Campidano, Fulvio Tocco, l’Unione delle Province sarde annuncia battaglia, contestando il raggiungimento del quorum.

   Mentre c’è chi non esclude che il terremoto politico potrebbe addirittura provocare lo scioglimento anticipato del Consiglio regionale. Questo è dunque il momento per chiudere la partita, una volta per tutte. Aspettare ancora significherebbe offrire ulteriori assist ai frenatori, persuasi che il trascorrere delle settimane giochi a loro favore. Non a torto.

   L’agenda dei prossimi mesi del governo e del Parlamento (dove siedono, è bene ricordarlo, dieci presidenti di giunte provinciali) rischia di essere infernale, e per una faccenda così spinosa come l’abolizione delle Province nella loro versione attuale potrebbero non esserci nemmeno i tempi tecnici per rispettare la scadenza di fine anno. Quando l’Italia, per inciso, sarà già in piena campagna elettorale. E vedremo un altro film. (Sergio Rizzo)

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BCE: PROVINCE DA ACCORPARE, NON PIÙ ELIMINARE

di Luigi Oliveri, da LEGGIOGGI.IT (http://www.leggioggi.it/) DEL 2/5/2012

– Abolirle, fonderle, sostituirle? Da ultimo, la Banca Centrale Europea ha invitato il Governo ad “accorparle”, come misura che consentirebbe un chiaro risparmio ai costi della politica –

   Sulle province continua senza sosta il balletto delle incertezze. Abolirle, fonderle, sostituirle con i comuni, con le regioni, devolvere le competenze o eliminarle? Che intervenire sulle province sia necessario tutti lo dicono, come procedere nessun lo sa. Anzi, la confusione regna sempre più sovrana.

   Da ultimo, la Banca Centrale Europea, per voce di Mario Draghi, ha invitato il Governo italiano ad “accorpare” le province, come misura che consentirebbe certamente un chiaro risparmio ai costi della politica. Dunque, si torna ad utilizzare un verbo, “accorpare”, che non prevede l’eliminazione dell’ente (voce del verbo “sopprimere”), ma la sua conservazione, ma razionalizzandone il numero.

   La Bce ha forse cambiato idea? Si direbbe proprio di no, rileggendo il passaggio della famosa lettera dell’8 agosto 2011 (scritta a tre mani da Draghi, Trichet e Tremonti) riguardante la questione: “3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’é l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali”.

   Come si nota, checché ne possa dire chiunque, nell’estate scorsa la Bce non chiese affatto (la famosa tiritera dell’«Europa che ce lo chiede»…) sic et simpliciter di abolire le province, ma di verificare se fosse opportuno “abolire o fondere” strati intermedi dell’organizzazione istituzionale, facendo riferimento alle province solo come esempio.

   E’, tuttavia, bastata questa semplice e anche logica osservazione della Bce-commissario dell’Italia, perché la campagna già da tempo in atto, ringalluzzisse gli Stella-Rizzo ed epigoni vari, per l’eliminazione pura e semplice delle province. Da qui, la cieca e sorda ottemperanza del Governo-Monti alle presunte indicazioni dell’«Europa che ce lo chiede» che ha prodotto il paradossale disegno contenuto nell’articolo 23 del d.l. 201/2011, convertito in legge 214/2011 (il cosiddetto decreto pomposamente denominato “Salva Italia”, con le province, proviamo a pensarci, chiamate a salvare il Paese…).

   Detto articolo ha previsto un garbuglio inestricabile, dal quale emerge:

a) le province non si aboliscono, né si accorpano, ma restano;

b) tuttavia, le si priva delle loro funzioni, salvo imprecisate e imprecisabili funzioni di indirizzo e coordinamento dei comuni del territorio;

c) le altre funzioni delle province (che né Stato né regioni sanno quali siano…) dovrebbero essere attribuite ai comuni o alle regioni, con leggi statali e/o regionali;

d) le province divengono enti “di secondo grado”, i cui organi di governo, presidente, consiglio e giunta, sono una derivazione dei comuni del territorio, in quanto l’elettorato attivo spetta a sindaci e consiglieri comunali, secondo quanto ha stabilito un recente disegno di legge attuativo della previsione.

   Dopo l’entusiasmo per la grande “ideona” contenuta nel decreto, però, si è iniziato a guardare davvero dentro alla riforma e a fare delle considerazioni meno populiste e da inchiesta scandalistica.

   Si è scoperto, ad esempio, che manca totalmente una norma di carattere tributario e finanziaria che regoli il passaggio delle competenze dalle province a comuni o regioni. L’attività ordinaria delle province è, infatti, finanziata in parte da trasferimenti statali e regionali, in altra parte – preponderante – da entrate tributarie e patrimoniali proprie. Qualunque ente si dovesse sostituire alle province nello svolgere le loro funzioni (che non potrebbero essere abolite) dovrebbe acquisire le connesse risorse per poterle svolgere. Ma, questo determinerebbe effetti devastanti sulle regole del patto di stabilità e sui tetti alle spese di personale per gli enti riceventi.

   Mentre manca ancora totalmente un semplice barlume di norma che possa porre rimedio a questa carenza, nonché alla circostanza che regioni o comuni dovrebbero anche accollarsi il rilevantissimo carico finanziario degli obiettivi che le province assicurano al patto di stabilità, ci si è anche accorti che le funzioni di indirizzo e coordinamento non significano nulla, non servono a nulla e che occorre allora conservare alle province funzioni di area vasta.

   A causa di ciò, le leggi regionali e statali che dovrebbero trasferire le funzioni provinciali a comuni o regioni sono per ora cadute nel dimenticatoio. Mentre, invece, è tornata in auge l’iniziativa normativa pomposamente denominata “Carta delle autonomie”, più empiricamente qualificabile come riforma del testo unico sull’ordinamento delle autonomie locali (d.lgs 267/2000), nell’ambito della quale si intende riattribuire alle province funzioni tipiche di “area vasta” come programmazione urbanistica, tutela dell’ambiente, manutenzione delle strade e sistema dei trasporti, ma contestualmente si eliminano due funzioni fondamentali che non possono non appartenere al livello provinciale, come l’edilizia scolastica e la rete dell’istruzione superiore, nonché il sistema delle politiche attive per il lavoro, per altro fortemente innovato dal contestuale disegno di legge-Fornero.

   Un caos biblico, che per ora, a ben vedere, somiglia ancora al topolino partorito dalla Montagna.

A Francoforte probabilmente se ne sono resi conto. E la Bce, adesso, raddrizza il tiro e precisa meglio. Indicando che non è il caso di avventurarsi nella soppressione delle province, la quale per altro richiederebbe una riforma costituzionale per la quale non vi sono nemmeno i tempi tecnici (per non parlare degli immani costi amministrativi per trasferimento di immobili, utenze, titolarità di contratti e personale).

   Dunque, una più saggia indicazione volta all’accorpamento. Operazione estremamente più indolore e semplice rispetto ad una soppressione sic et simpliciter, in quanto molto più semplice da gestire sul piano finanziario e tributario: infatti, sarebbe possibile in modo trasparente garantire il rispetto degli obiettivi del patto di stabilità, non vi sarebbero problemi anche contrattuali nel trasferimento del personale, si ridurrebbero significativamente le “poltrone” politiche, non si determinerebbe la necessità di modificare radicalmente l’assetto della finanza locale e delle norme tributarie.

   E sarebbe anche possibile lasciare alle province tutte le funzioni tipiche di area vasta, le quali altro non sono se non quelle indicate dall’articolo 21 della legge 42/2009, cioè la legge delega sul federalismo fiscale, quella dei fabbisogni standard, tra l’altro già rilevati proprio in riferimento ai servizi per il lavoro e ai servizi riguardanti l’istruzione superiore. Sarebbe assurdo sprecare questo lavoro già svolto, che consentirebbe nelle province, per prime, di introdurre indicatori di produttività e standard di costi.

   Lecito chiedersi se la nuova indicazione della Bce non sia stata impostata nuovamente a più mani, col Governo italiano, come strategia d’uscita dal vicolo cieco nel quale il Governo stesso, trascinato dalle invocazioni di Stella-Rizzo ed epigoni, si era cacciato con la in felicissima disposizione contenuta nell’articolo 23 del “Salva Italia”. Adesso, infatti, il Governo potrebbe dire che l’Europa non chiede di abolire le province, ma semplicemente di accorparle.

   Si tornerebbe, così, mestamente, al disegno normativo già proposto con l’articolo 15 del d.l 138/2011 (la seconda manovra finanziaria estiva), poi quasi totalmente soppresso dalla legge 148/2011 di conversione, del 14 settembre.

   Sette mesi buttati al vento, per tornare all’unica ipotesi oggettivamente plausibile, quella della riduzione delle province, ma non della loro soppressione, visto che il livello intermedio tra comuni e regioni non si presta ad essere eliminato. In Europa solo Cipro, Lichtenstein, Città del Vaticano e San Marino non hanno il livello provinciale. E lo stesso deleterio articolo 23 del “Salva Italia” prevede, come rimedio all’eliminazione delle funzioni amministrative in capo alle province che “I Comuni possono istituire unioni o organi di raccordo per l’esercizio di specifici compiti o funzioni amministrativi garantendo l’invarianza della spesa”.

   Insomma, il frettoloso decreto di fine anno ha puntato disordinatamente sulla sostanziale soppressione (anche se non di diritto) delle province, per sperare che nuove forme associative comunali ne prendessero il posto, senza considerare gli egoismi tipici dei campanili e, soprattutto, senza ricordarsi della più che fallimentare esperienza delle unioni dei comuni, utili non per rafforzare e razionalizzare i servizi, ma per creare enti ancora più deboli e inefficienti.

   La Bce, adesso, precisa che le province occorre accorparle e non eliminarle. Ma nessuno intende prendere in seria considerazione la necessità di partire a razionalizzare l’organizzazione pubblica in primo luogo eliminando proprio tutti gli enti intermedi tra comuni e province come unioni, consorzi, comunità montane (a proposito, ma anche queste non dovevano essere soppresse), nonché la quantità enorme di enti ed entucoli regionali, i consorzi di bonifica, i consorzi imbriferi, i magistrati delle acque e altre simili parcellizzazioni dell’azione amministrativa, che si presterebbero con estrema facilità ad essere ricondotti proprio al livello di governo provinciale.

   Vedremo se occorrerà attendere l’ennesima lettera o segnale di fumo dell’«Europa che ce lo chiede» o se saremo capaci noi, finalmente, di ragionare davvero con le nostre teste, pensando a ciò che è utile e possibile. (Luigi Oliveri)

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PER L’EMILIA ROMAGNA

PROVINCIA UNICA È ORA DI AGIRE

di Giancarlo Mazzuca, da “Il Resto del Carlino” del 3/5/202

   Se il governo dei tecnici è stato costretto a ricorrere a un altro tecnico (Enrico Bondi, già Parmalat), per frenare le amministrazione pubbliche che continuano a mungere dalla tetta dello Stato, mi chiedo: a chi si rivolgeranno i professori per accorpare le Province?

   Ormai Monti & C. non hanno più alibi: persino la Bce ha chiesto di procedere senza dilazioni al processo di razionalizzazione di questi enti territoriali. Bisogna fare presto perché le Province ci costano dai 12 ai 18 miliardi di euro l’anno. Il decreto ‘Salva Italia’ ne prevede già l’abolizione, ma resto convinto che si tratti solo dell’«ammuina» dei marinai della flotta borbonica: cambiare tutto, per non cambiare nulla, E, allora, è preferibile seguire il pressante invito della Bce: mettiamo assieme le più piccole e quelle che lo richiederanno.

   Torna, così, di grandissima attualità la proposta rigorosamente bipartisan avanzata dal sindaco Pd di Forlì, Roberto Balzani, e dal sottoscritto che hanno chiesto la creazione della provincia unica di Romagna. Con questi chiari di luna, è impossibile pretendere il varo della Regione Romagna: accontentiamoci, dunque, della provincia unica. I romagnoli raggiungerebbero gli obiettivi di una certa autonomia, senza gravare ulteriormente (facendo, anzi, risparmiare qualcosa) sulle casse delle Stato, che oggi debbono mantenere in vita tre amministrazioni provinciali. Non solo: con la provincia unica si riuscirà finalmente a mettere in pratica il progetto di ‘area vasta’ che la Regione non è, finora, stata in grado di attuare anche per colpa dell’eccessivo municipalismo (dalle sedi degli aeroporti agli enti fieristici) che ha costituito la forza trainante dell’Italia dei Comuni, ma che rischia di trasformarsi in un ‘boomerang’ per i cittadini.

   Il nostro progetto avrà pure qualche difetto, ma potrebbe diventare l’occasione d’oro per rifondare una nuova classe dirigente romagnola trasversale, capace, cioè, di superare le vecchie logiche dei partiti e di rompere le ‘lobbies’ cittadine. E’ il momento della Romagna unita, anche perché, come diceva un vecchio intellettuale socialista, Torquato Nanni, solo in Romagna «la politica non è interesse e non è dottrinarismo, è azione, è passione, è ribellione». (Giancarlo Mazzuca, parlamentare Pdl)

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PROPOSTA “LOMBARDA”

PROVINCE LOMBARDE PRONTE A FONDERSI NELLA «GRANDE BRIANZA»

da “il Corriere della Sera” del 4/5/2012

COMO – (a.cam.) Contro l’imminente eliminazione delle Province, i vertici dei dodici enti della Lombardia giocano la carta dell’ accorpamento e propongono la costituzione della Grande Brianza. L’ idea è stata lanciata ieri dalla Consulta dei Presidenti dei consigli provinciali. La riunione è stata convocata a Como perché la Provincia lariana sarà tra le prime in Italia ad essere «cancellata».

   La nomina del commissario è attesa entro il 27 maggio prossimo. «A breve saremo pronti con una proposta concreta di accorpamento che presenteremo alla Regione e al governo – assicura Bruno Dapei, coordinatore della Consulta -. Al momento il progetto è solo abbozzato, ma abbiamo istituito un tavolo di lavoro che procederà in modo serrato per concretizzare l’ idea».

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PROVINCE ACCORPATE, IL REBUS DELLE RIVALITÀ

di Andrea Garibaldi, da “il Corriere della Sera” del 3/5/2012

– Le ipotesi: Lecco con Como, Piacenza con Parma. Nella scelta più drastica, «salve» solo 36 –

   Una delle ipotesi è questa, che la provincia di Lecco finisca accorpata con quella di Como, e di conseguenza dominata, visto che Como comprende quasi 600 mila abitanti e Lecco si ferma a 340. Ma si può? Lecco è provincia da vent’anni solamente e mal sopporterebbe di riunirsi all’altro ramo del lago. Il ramo di Manzoni che si sottomette a quello di Alessandro Volta? Piuttosto, i lecchesi preferirebbero legarsi a Sondrio, che con i suoi 183 mila abitanti finirebbe in posizione gregaria.

   Le due possibilità convivono nel piano di lavoro che i tecnici del ministero della Pubblica amministrazione e dell’Interno stanno elaborando. Il tema è annoso, ha prodotto fiumi di parole, non si è mai tramutato in realtà: il taglio delle 109 province italiane. Un altro «matrimonio» impossibile sarebbe quello di Piacenza (290 mila abitanti) con Parma (442 mila).

   Furono assieme, per tre secoli, ma i parmigiani dicevano «Ducato di Parma e Piacenza (che anche se non c’è facciamo senza)». A Parma hanno sempre guardato verso Parigi, nobilitati dalla Certosa di Stendhal, a Piacenza (in provincia è nato Pier Luigi Bersani, segretario pd) si son sempre sentiti più lombardi che emiliani. Andiamo avanti. Enna (172) con Caltanissetta (272), i due capoluoghi di provincia più alti della Sicilia.

   Ma qui bisognerebbe superare la potestà delle Regioni a statuto speciale sulle autonomie locali…

   Il governo Monti ha già dato un bel fendente. Col decreto «salva Italia», le Province (ultimati i mandati in corso) sono state abbassate a enti di secondo livello. Abolite le giunte. Consigli provinciali eletti non dai cittadini, ma dai consigli comunali interessati. Competenze da trasferire a Regioni e Comuni entro la fine dell’anno.

   Ora siamo agli atti successivi. Presso la commissione Affari costituzionali della Camera si discutono le modifiche agli articoli 114 e 133 della Costituzione. Da una parte, le Province potrebbero sparire dal breve elenco degli enti che costituiscono la Repubblica. Dall’altra, verrebbero cancellate (o accorpate) le province sotto un certo numero di abitanti. In questa fase il Dipartimento riforme istituzionali del ministro per Pubblica amministrazione, Patroni Griffi, e il ministero dell’Interno di Anna Maria Cancellieri forniscono idee e documenti al Parlamento.

   Le ipotesi principali all’attenzione della commissione sono tre: salvare le province con più di 350 mila abitanti, quelle con più di 450 mila, o addirittura solo quelle con 500 mila abitanti. Nel primo caso resterebbero in vita 58 province e le prime «non elette» sarebbero Arezzo (349.651 abitanti) e Livorno (342.955). Fuori anche Trieste, Siena, Campobasso, Grosseto, Prato… Nella seconda lista ci sono invece 39 province, lasciando a terra Brindisi, Potenza, Catanzaro, Siracusa. Infine, l’ipotesi più drastica salverebbe appena 36 province (qui stiamo inserendo anche quelle delle Regioni a statuto speciale), che includono le grandi città, comprese Udine, Reggio Emilia, Latina, Pavia.

   Lo scenario disegnato dai tecnici ministeriali è drastico in ogni caso, se si pensa che suscitò scandalo, esattamente due anni e poi un anno fa, l’idea del ministro Tremonti di sforbiciare tutte le province al di sotto dei 220 mila abitanti o dei 300 mila abitanti, misura che ne avrebbe conservate in attività ben 86, oppure 70. Di fronte alle ribellioni degli esclusi, Berlusconi rinviò a miglior data.

   Nel frattempo in Italia sono andate avanti le rivendicazioni per nuove province, Gela, Caltagirone, anche la Ladinia, promossa dalla Lega Nord. Ora però nel clima generale di risparmi sulla spesa pubblica, perfino l’Unione province italiane ha presentato (febbraio scorso) un testo che propone l’autoriduzione da 109 a 60.
Le decurtazioni proposte dal governo sono accompagnate – come abbiamo visto – dalla possibilità di effettuare accorpamenti fra province contigue, che raggiungerebbero il «tetto» con la somma degli abitanti.

  Oltre ai difficili connubi fra Lecco e Como o fra Parma e Piacenza, ce ne sono altri immaginati nei ministeri.   Con alcuni dolorosi passi indietro. Prendiamo Lodi. La Provincia è giovane, nata nel marzo ’92, dal distacco di 61 Comuni da Milano. Ora quel che si prospetta sarebbe l’accorpamento di Lodi (228 mila abitanti) a Cremona (364 mila). Meglio tornare sotto l’ala di Milano, allora?

   In Consiglio dei ministri, lunedì, il governo ha portato un sistema cartesiano nel quale si dimostra che le Province di maggiori dimensioni hanno spese per abitante notevolmente più basse delle Province più piccole.

   In Sardegna (statuto speciale) ci sono nove province per un milione e mezzo di abitanti. In Molise due province per 300 mila abitanti. Un terzo delle Province, secondo il ministero dell’Economia, spende più del 40 per cento del bilancio in stipendi per i dipendenti. Quanto si potrebbe risparmiare ancora non è chiaro, visto che il personale verrebbe riassorbito nei ranghi dello Stato. (Andrea Garibaldi)

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VOCI CONTRO

“I COSTI DELLA POLITICA” E L’IDEA DI ABOLIRE LE PROVINCE
di Valerio Onida, da “il Corriere della Sera” del 23/7/2011

   Da qualche tempo, in nome della necessità di ridurre i “costi della politica”, ha ripreso vigore l’idea di abolire le Province come enti locali. Ma davvero sarebbe una buona idea? Naturalmente non basta l’argomento che le Province “costano”. Tutte le istituzioni “costano”. Il problema è se “servono”.

   Le Province “enti inutili”? E’ vero che alla Costituente si era pensato che la creazione delle Regioni le avrebbe reso superflue. Ma poi l’idea rientrò; e l’esperienza successiva ha condotto viceversa ad un progressivo rafforzamento delle funzioni del livello di governo provinciale, pur dopo l’istituzione delle Regioni.

   Sono lontani i tempi in cui si diceva che le Province servivano solo per strade, manicomi e assistenza agli illegittimi. Le Province continuano ad occuparsi di strade, ma le loro funzioni sono andate crescendo. Nella legge del 1990 sulle autonomie locali e nel testo unico del 2000 la Provincia è definita come l’“ente locale intermedio tra Comune e Regione,” che “rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi, ne promuove e ne coordina lo sviluppo”.

   Tra le funzioni delle Province vi sono quelle, riguardanti “vaste aree intercomunali o l’intero territorio provinciale”, nei settori della difesa del suolo, della difesa dell’ambiente, dei trasporti, dello smaltimento dei rifiuti, dell’istruzione secondaria di secondo grado. Alla Provincia fanno poi capo rilevanti funzioni di programmazione, in particolare il piano territoriale di coordinamento che determina gli indirizzi generali di assetto del territorio.

   Chi dovrebbe svolgere queste funzioni, se venissero soppresse le Province? Non è pensabile che compiti di “area vasta” possano essere attribuiti agli oltre 8.000 Comuni (dei quali circa 7.500 con meno di 15.000 abitanti): dunque essi andrebbero in gran parte alle Regioni.

   In teoria sarebbe anche possibile immaginare un sistema di “enti intermedi” costituiti da associazioni di Comuni, con uffici e strutture condivisi. Ma l’esperienza dice che mettere d’accordo fra loro 20 o 100 Comuni della stessa area per esercitare insieme delle funzioni è assai complicato, e non è detto costi meno che affidare tali funzioni ad un ente autonomo come la Provincia.

   Né, ovviamente, è proponibile un accorpamento massiccio dei piccoli Comuni: l’autonomia comunale si nutre della storia e del senso di autoidentificazione delle comunità, grandi e piccole, sul quale è destinato ad infrangersi ogni disegno “razionalizzatore” astratto. Sarebbe anche possibile immaginare che la Regione decentri i suoi uffici nel territorio. Le unità organizzative (e il personale) però non diminuirebbero.

   Si “risparmierebbe” solo l’elezione di Presidenti e di consigli: ma siamo sicuri che l’accentramento politico in capo alla Regione, che ne risulterebbe, sia una soluzione soddisfacente? Uno dei timori e dei rischi che da sempre caratterizzano il nostro sistema delle autonomie è quello del “centralismo” regionale. Non è affatto detto che un semplice decentramento amministrativo della Regione sia in grado di soddisfare le aspirazioni di autogoverno delle popolazioni.

   Il punto, semmai, è un altro. Le realtà regionali non sono tutte eguali. La Lombardia ha 9 milioni di abitanti e oltre 1.500 Comuni: immaginare che tutte le funzioni di area vasta siano governate dal Pirellone sarebbe follia pura: provate a dire agli abitanti dei piccoli e grandi Comuni del comasco o del bresciano che tutto ciò che è sovracomunale deve dipendere politicamente da Milano! Non è lo stesso se si tratta di una Regione piccola o piccolissima. La Valle d’Aosta (125.000 abitanti e 74 Comuni) non è suddivisa in Province. Si può discutere se davvero il Molise (320.000 abitanti e 136 Comuni) debba essere articolato in due Province. Ma nelle grandi Regioni l’esigenza di avere enti intermedi rappresentativi delle popolazioni è difficilmente negabile.

   Allora non si tratta di abolire tout court le Province, programma irragionevole e impraticabile. Semmai di limitare le spinte localistiche impedendo che nascano sempre nuove piccole Province (come le otto in cui da ultimo si è frammentata la Sardegna). E, viceversa, di dare vita finalmente, nelle aree metropolitane, a cominciare da Milano, a un vero ente di governo (elettivo) di dimensione corrispondente, che sostituisca la Provincia e riunisca in sé non meno, ma più funzioni rispetto ad essa.

   E’ la Città metropolitana, prevista da dieci anni nella Costituzione e mai realizzata (mentre si è costituita la nuova Provincia di Monza e della Brianza). Si eviterebbe così che i problemi del territorio della “grande Milano” – dalla pianificazione territoriale dei grandi insediamenti agli interventi per evitare le periodiche esondazioni del Seveso – restino affidati all’asimmetrico rapporto fra un Comune capoluogo dai confini ristretti ma che ogni giorno è “usato” anche da centinaia di migliaia di abitanti dell’hinterland, e un gran numero di Comuni piccoli o medi privi di voce in capitolo.

   Meno retorica dell’antipolitica, e più capacità di affrontare i problemi con razionalità: è chiedere troppo, nell’Italia di oggi? (Valerio Onida)

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ABOLIRE LE REGIONI?

LA SPESA PUBBLICA VA SFOLTITA PARTENDO DALLE REGIONI TROPPO VORACI

di Marco Valerio Lo Prete, da “IL FOGLIO” del 9/5/2012

   Quello di limare la spesa pubblica è un obiettivo popolare, almeno a giudicare dal numero di segnalazioni e suggerimenti che i cittadini hanno inviato al governo: 95 mila email spedite in una settimana di consultazione pubblica. Un obiettivo popolare ma complicato da raggiungere, tanto che Piero Giarda, ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alla “spending review”, parlando a decine di dirigenti della Pa riuniti alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione, ha consigliato loro “una purga” per “digerire i risparmi” necessari.

   Alla purga in questione – visto che da dicembre a oggi “la riduzione dello spread non è avvenuta con la velocità che avremmo sperato”, ha detto ieri il premier Mario Monti – dovrà ricorrere l’amministrazione centrale e poi soprattutto gli enti locali, regioni in primis.

   Anche per questo il solitamente compassato Vittorio Grilli, viceministro dell’Economia, non perde occasione pure in privato per punzecchiare i governatori: la spesa per i ministeri, ricorda, rappresenta appena il 5 per cento della spesa pubblica. E ancora, come ha spiegato alla trasmissione “Ballarò”: “I dipendenti pubblici sono 3,2 milioni, nei ministeri sono 175 mila. I numeri più grandi sono nella scuola (1 milione di occupati), nella sanità (720 mila), nelle regioni e negli enti locali (500 mila)”.

   Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, gli ha dato man forte ricordando che contro la riduzione della spesa pubblica “ci sono resistenze nella Pubblica amministrazione, per esempio nei diversi costi sanitari delle regioni”.

   Non solo dipendenti pubblici e sanità; anche l’acquisto di beni e servizi dipende dalle regioni, come ha spiegato Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia: “Parliamo di 130 miliardi di euro. La Consip (società del ministero dell’Economia, ndr) copre solo il 30 per cento di questi acquisti, il resto dipende da province, regioni e comuni”. Per non dire dei debiti di enti locali e regionali verso le imprese, stimati tra i 30 e i 70 miliardi di euro. D’altronde lo stesso Giarda, autore nel 2011 di una “analisi preliminare della spesa” e oggi del “rapporto sulla spending review”, non ha mai risparmiato frecciatine alle regioni.

   Nel rapporto pubblicato la scorsa settimana, e che assieme alla nomina del super commissario Enrico Bondi ha dato ufficialmente il via alla fase operativa della spending review, Giarda azzarda un’ipotesi politologica per spiegare il ruolo decisivo delle regioni nell’alimentare la spesa pubblica: “La sanità trova nei governi regionali (per i quali la spesa sanitaria assorbe il 70 per cento della spesa complessiva) potenti interpreti delle popolazioni interessate, ai quali fanno eco gli interessi delle ditte fornitrici di farmaci e attrezzature sanitarie. Ne deriva una pressione molto forte sulle risorse pubbliche da assegnare alla sanità”.

   Mentre “la scuola e la sicurezza trovano la propria constituency in una successione di ministri tratti, negli ultimi 20 anni, da 13 diversi governi e in una burocrazia dispersa”. Così si spiega il potere relativamente forte delle 20 amministrazioni che si dividono il territorio italiano, anche rispetto a Roma. A fronte di questa voracità, aggiunge Giarda, “è da rilevare che nessuna regione, nessuna provincia e solo pochi comuni riescono a finanziare interamente la propria attività con entrate proprie”.

   Così è diventata “pratica assai diffusa” quella di spendere creando “debiti cosiddetti fuori bilancio, successivamente ripianati con interventi straordinari a carico del bilancio statale”. La tendenza non è nuova, e così oggi – contrariamente a quello che comunemente si pensa – “una parte rilevante” della spesa pubblica complessiva, al netto delle pensioni, è “nella competenza del livello decentrato”: il 60 per cento delle uscite della Repubblica italiana dipende da regioni ed enti locali, solo il restante 40 per cento è di competenza dello stato centrale.

   Dei 295 miliardi di euro di “spesa aggredibile nel medio periodo” – spiega il governo – 20,2 miliardi sono direttamente addebitabili alle regioni, e altri 97,6 miliardi alimentano la sanità dopo essere stati largamente intermediati dalle stesse regioni. C’è da tagliare, non più solo a Roma. (di Marco Valerio Lo Prete)

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Le regioni che hanno fatto ricorso alla corte costituzionale (contro l’art.23 del decreto “Salva-Italia” che porta allo svuotamento delle funzioni delle Province) sono cinque: Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio, Campania. Si veda il seguente link:
http://www.federalismi.it/ApplMostraDoc.cfm?hpsez=Primo_Piano&content=Do…

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SULL’ARGOMENTO VEDI ANCHE IL PRECEDENTE POST SU QUESTO BLOG:

https://geograficamente.wordpress.com/2011/12/08/province-ancora-una-volta-salvate-i-vecchi-regimi-territoriali-difficili-da-superare-e-le-citta-al-posto-dei-comuni-le-aree-metropolitane-e-macroregioni-al-posto-delle-a/

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