Le RISPOSTE PER UN MONDO PIÙ GIUSTO che ancora non arrivano dai potenti del mondo, tra G8 (18-19 maggio) e VERTICE NATO (20-21 maggio): tra necessità di rilancio dell’economia in Europa (in che modo?!?) e protesta diffusa contro la politica militare della NATO (a Chicago, di “OCCUPY”)

le proteste a CHICAGO prima del vertice NATO del 20-21 maggio – foto ripresa da PANORAMA.IT

   Un’epoca la nostra di grandi trasformazioni (in ogni campo, micro e macro: degli equilibri geopolitici, della finanza, del lavoro e di quale sviluppo…). Tutto però stenta a realizzarsi, o perlomeno a iniziare in modo nuovo. L’Europa tra negative spinte di volontà di smembramento (lasciar andare a se stessa la “piccola” ma simbolicamente grande Grecia)(per fortuna sembrano rientate…), e incapacità di iniziare un processo di sviluppo economico, sotto la spinta tedesca che propende solo per il pareggio di bilancio (con ragioni loro non peregrine). Gli Stati Uniti che senza il mercato e il ritorno al benessere europeo saranno essi stessi trascinati nel gorgo (e Obama si gioca la rielezione…). I paesi emergenti (Cina, India, Brasile, SudAfrica, Russia…) che continuano a tirar fuori dalla povertà masse della loro popolazione, ma con contraddizioni, sfruttamenti di persone e dell’ambiente, e nuove mafie (nuovi straricchi) che si affermano.

   Nonostante tutto segnali di “presa di coscienza” si affermano: la necessità  di fermare lo strapotere di finanzieri che hanno fatto i soldi senza muovere positivamente in alcun modo l’economia (andate a vedere MARGIN CALL, film che vi fa percepire il crollo del 2008 di una ricchezza fatta di castelli di carta…); una spesa pubblica, anche mondiale, più razionale: uno dei temi del Vertice Nato del 20 e 21 maggio, oltre alla defatigante e forse inutile presenza militare in Afghanistan, c’è il modo di come razionalizzare le spese della Nato che sui bilanci dei Paesi appartenenti, specie gli USA non sono più sostenibili (si parla di SMART DEFENCE).

PROPOSTA CINEMATOGRAFICA – VI CONSIGLIAMO: “MARGIN CALL”, Regia di J.C. Chandor – LA TRAMA: New York, 2008. La crisi finanziaria che coinvolgerà tutto il mondo sta iniziando. Otto dirigenti di una grande banca si ritrovano in 24 ore a dovere decidere il futuro di milioni di persone. Cominciando da loro! Il bivio è tra sacrificare se stessi o i clienti. Indovinate cosa decideranno

E c’è tutto il movimento “OCCUPY” che specie in America, ma ora anche in Europa (vi diamo conto in un articolo in questo post della manifestazione tenutasi a Francoforte, città che dovrebbe essere la capitale della “finanza comune” europea) sta facendo salire la protesta, tra crisi delle fasce giovanili senza lavoro e necessità politica percepita di dover costruire un mondo migliore.

   E’ sicuro che nei prossimi mesi, nelle prossime settimane, ad esempio in ambito europeo si tenterà (temiamo inutilmente) di rinforzare il processo politico unitario europeo (è già qualcosa che comunque tutti i capi di stato dell’Eurozona, Germania compresa, abbiano ribadito che la Grecia non va abbandonata a se stessa, deve cioè restare nell’euro…); e, in merito all’improbabile rafforzamento della finora blanda politica unitaria europea, si inizierà però a trovare i soldi, ad investire, su tentativi di sviluppo, di creazione di posti di lavoro. Ci preoccupa un po’ il fatto che i cosiddetti PROJECT BOND che si metteranno in campo, cioè prestiti agevolati fatti di obbligazioni per finanziare progetti di sviluppo, ebbene è sicuro che essi saranno dati, questi soldi, per la realizzazione di improbabili grandi opere qua e là per il continente europeo (già, per quel che riguarda l’Italia, il ministro Passera ha preannunciato che il piano di sviluppo nazionale si baserà sulle grandi opere infrastrutturali…).

   Quando invece vi è una necessità fondamentale non di sprecare soldi in mega-opere inutili per confermare un modello di sviluppo che ci ha portato al disastro, bensì la necessità di iniziare opere diffuse di recupero territoriale, urbano…. Ma per far questo ci vogliono idee e volontà innovative, e il tessuto politico (italiano ed europeo) non è in grado in questo momento di esprimere una classe dirigente competente per capire cosa si possa concretamente fare per rilanciare l’economia con attività e investimenti di qualità. Piace, nel quasi deserto di idee su questo, riportare qui l’opinione di un grande architetto, Renzo Piano in merito a quel che è necessario fare nelle città: “… Nelle nostre città sono molte le cose da fare, ma l’errore è pensare solo a grandi opere, utili magari alla politica spettacolo, ma non alla vita di tutti i giorni. Bisognerebbe invece cominciare dal piccolo, dalle piste ciclabili, dai giardini, dai mille minimi interventi per ricucire il tessuto urbano, a partire dalla periferia fino al cuore delle città…. Riacquistare uno sguardo più lungo…”. (s.m.)

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SUMMIT NATO A CHICAGO, LA PROTESTA

IN VIAGGIO CON OCCUPY

di Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 19/5/2012

– Occupy Wall Street alla conquista di Chicago: “Non si torna più indietro” – Sul pullman con gli indignati: sfonderemo la porta per la rivoluzione –

   «Andiamo a Chicago per non tornare più indietro». Magari esagera Louis a parlare così, ma l’enorme tatuaggio che gli copre tutto il braccio destro è chiaro: «Faith is Pain», per credere bisogna soffrire.
Il fatto che siamo dentro una chiesa, la West Park Presbyterian Church di Amsterdam Avenue, non c’entra molto col tono evangelico del tatuaggio. Questa è una delle parrocchie più liberal di Manhattan, la prima ad aver integrato i fedeli gay, e si è offerta come punto di raccolta per i manifestanti di Occupy Wall Street che vanno a rovinare la festa della Nato nella città di Obama.
Louis, 22 anni, tecnico dell’aria condizionata al Bronx, è uno dei ragazzi che si sono dati appuntamento qui per la marcia su Chicago. Bus gratuiti, organizzati dal gruppo «99% Solidarity» e finanziati dal sindacato National Nurse United.

slogan di OCCUPY: “noi siamo il 99% della popolazione, loro l’1%”

Partono da otto città, New York, Washington, Philadelphia, Boston, Providence, Atlanta, Los Angeles e Portland, per convergere tutti insieme in Illinois e unirsi alle proteste pianificate da Occupy Chicago. Sono le due del mattino e gli attivisti arrivano come congiurati. Diane, uno dei leader che fa l’avvocato civilista in New Jersey, è vestita con pantaloni e camicetta, come se stesse per discutere una causa; Barbie e Toxic, studenti di Brooklyn, sfoggiano capelli fuxia, anfibi, borchie, giacca di pelle, e piercing dove neppure un torturatore della Santa Inquisizione si sarebbe azzardato a infilare metalli appuntiti.
L’atmosfera però ricorda una gita scolastica, o al massimo una missione di hooligans per una partita di calcio inglese. Qualcuno suona il piano della chiesa. Una signora dai guanti neri con le dita mozzate distribuisce panini al tacchino: ha fatto dumpster diving nello Starbucks all’angolo della strada, recuperando confezioni intatte dai rifiuti.
Diane passa i manuali per il comportamento in caso di arresto, e il numero di emergenza della National Lawyers Guild che offre assistenza gratuita ai detenuti: «Quando vi fermano dite che non acconsentite ad essere perquisiti, e poi tacete». È preoccupata: «Non vado a Chicago per farmi prendere, ma prevediamo centinaia di arresti. La polizia si è addestrata a lungo: cannoni assordanti, barricate. Dopo tanta fatica, vorranno usare l’apparato che hanno costruito».
Yoni Miller, 18 anni, mostra ai colleghi come usare il sistema di messaggi Vibe mettendo un doppio hashtag prima di ogni testo, per nascondere le parole e comunicare in maniera segreta. A Zuccotti Park lo chiamavano il «Presidente di Occupy Wall Street»: «Non ci sono presidenti qui, solo gente che protesta per avere una vita decente». Lui passa per genio della matematica, ma ha lasciato l’high school e creato un sito per le ripetizioni online agli studenti superdotati delle scuole pubbliche.
Arriva Stephen Webber, capo spedizione, cinquant’anni e i capelli bianchi. Aveva un’azienda digitale per la comunicazione medica, ma a ottobre l’ha venduta e ora fa il manifestante a tempo pieno. Lui, insieme a un «captain» che c’è su ogni bus, appartiene alla categoria degli «inarrestabili»: se la polizia lo ferma gli altri devono farlo scappare, perché ha il compito di riportare la carovana a casa dopo le proteste.
Sul suo iPad controlla i nomi degli iscritti e li indirizza ai pullman. Sono le quattro del mattino, quando finalmente si parte. Ci aspettano 1.200 chilometri di autostrada, ma i ragazzi cantano: «Burn Chicago, burn!». La prima sosta è a Kylertown, Pennsylvania, per il caffè.
Louis arrotola una cartina, con dentro una roba da finire in galera: «È la mia colazione». Lo guarda perplesso Yuri, che sul braccio porta una crocerossa: «Sono uno degli infermieri. Vengo da Irkutsk, in Siberia. Ho fatto il corso per l’assistenza in combattimento con l’Armata Rossa. A settembre sono venuto in vacanza, ho visto la protesta di Zuccotti Park, e non sono più ripartito».
Risaliti sul bus, Stephen spiega il progetto: «Per me è un fatto personale. Sono nato a Guantanamo da un pilota di caccia, che poi è stato abbattuto in Vietnam e ha fatto due anni di prigionia. Mia madre protestava contro il nucleare, e la prima volta venni arrestato con lei nel 1982. Vedere stravolta la missione per cui è stata fondata l’America è insopportabile. Io ero favorevole alla guerra in Afghanistan, ma ora è troppo. Obama è meglio di Bush, ma di poco: anche lui è nella tasca delle lobby. Andiamo a protestare contro la Nato perché è il braccio armato del complesso militare industriale, che indirizza le risorse del paese dove vuole l’1% dei più ricchi, e affama il 99%».
Fuori dal finestrino scorrono le colline della Pennsylvania rurale: «Qui si lamenta Yoni – è tutto fracking, quella tecnica tossica per l’estrazione del gas».
Webber riprende il discorso: «Durante l’inverno Occupy Wall Street è stata calma, perché dovevamo ridefinire il messaggio, che era troppo confuso. Abbiamo fatto riunioni ogni settimana, con amici tipo l’ex leader di Tiananmen Shen Tong, professori della Columbia University come Todd Gitlin, che nel Sessantotto guidava la Sds, ribelli internazionali tipo il serbo Ivan Markovic. Pensavamo di puntare sull’ineguaglianza, ma è un’idea negativa. Abbiamo scelto il concetto di fairness, giustizia per tutti. Sotto questo ombrello puoi infilarci ogni cosa: dalla riforma fiscale ai costi dell’università. L’obiettivo è trasformarci in un movimento politico, fare raccolta fondi con il crowd sourcing, e in prospettiva favorire l’elezione in Congresso di parlamentari vicini alle nostre posizioni.

   Il modello è un po’ il Tea Party, che non è diventato partito, ma ha aperto la strada alla protesta contro il sistema e condiziona gli uomini e le scelte dei repubblicani. Qui a Chicago la manifestazione più dura sarà domani. I prossimi obiettivi poi sono una grande evento a Filadelfia il 4 luglio, il 17 settembre l’anniversario di Occupy Wall Street, e l’inauguration del presidente a gennaio, dove contiamo di portare un milione di persone a Washington. Serve per costruire la visibilità, altrimenti tutte le energie della protesta vanno perdute».
La sosta pranzo è a Youngstwon, Ohio: pizza per tutti, offerta dai sindacati. Poi altre otto ore di bus, tra i silos nella campagna dell’Indiana, ascoltando Paul Simon e guardando il film «Breakfast Club» su una banda di studenti ribelli. Con i cartoni della pizza i ragazzi hanno disegnato cartelli appesi ai finestrini: «Healthcare not Warfare». E anche messaggi per il G8: «Support the Robinhood Tax», la tassa sulle transazioni finanziarie.
Alle porte di Chicago Diane spiega le possibili sistemazioni per la notte: «A, ospitalità da amici. B, campeggio in aree autorizzate. C, occupare un manicomio di South Side appena chiuso». Dal fondo del bus si alza una voce rumorosa e compatta: «Manicomio, manicomio!». Stephen sorride con sguardo paterno, compiaciuto e preoccupato: «È così in tutte le rivoluzioni: ci vuole qualcuno che sfondi la porta, affinché gli altri possano passare». (Paolo Mastrolilli)

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G8 a CAMP DAVID del 18 e 19 maggio:

   Afghanistan e primavera araba, sviluppo sostenibile e riduzione della povertà, democrazia e stabilità internazionale. Queste le tematiche che, il 18 e il 19 maggio, erano state programmate come argomento di discussione al summit del G8, in programma a Camp David, in Maryland, nella residenza del presidente degli Stati Uniti. Problematiche, però, che sono state solo il contorno al vero tema del vertice: la crisi europea. E, in particolare, la situazione della Grecia.
Il dossier Grecia, le misure di austerity, gli investimenti per la crescita. E le ripercussioni dell’elezione del socialista Francois Hollande alla presidenza francese e della sconfitta alle elezioni amministrative di Angela Merkel, cancelliere tedesco. Con l’America che teme le ripercussioni della crisi – come ripetuto dal segretario al Tesoro, Timothy Geithner – e chiede all’Europa ulteriori sforzi per tornare a crescere.
Al summit hanno partecipato le 8 grandi potenze mondiali: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Canada, Giappone e Russia. Presenti anche l’Unione europea – rappresentata dal presidente del consiglio europeo, Herman Van Rompuy, e da quello della Commissione, Jose Manuel Barroso – e come ormai tradizionale, alcuni leader africani, invitati dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a discutere di sicurezza alimentare: il presidente del Benin, Yayi Boni; il primo ministro etiope, Meles Zenawim; il presidente della Tanzania, Jakaya Kikwete, e il capo di Stato del Ghana, John Evans Atta Mills. (da www.tmnews.it/web/sezioni/news/ )

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G8 a CAMP DAVID (MARYLAND)

DEBUTTA L’ASSE OBAMA-HOLLANDE «LA CRESCITA DEV’ESSERE LA PRIORITÀ»

Di Massimo Gaggi, da “il Corriere della Sera” del 19/5/2012

– Al G8 spinta congiunta di Usa e Francia per convincere Merkel –

WASHINGTON — I leader europei arrivati la sera del 17 nella tenuta di Camp David per la cena inaugurale del G8 hanno trovato ad accoglierli un Barack Obama come sempre sorridente e cordiale, ma anche molto teso. Il presidente di un’America che, dopo qualche mese di tregua, sta scivolando di nuovo nell’incubo di un’Europa che la trascina nel gorgo della sua crisi: sabbie mobili capaci di inghiottire la debole ripresa degli Stati Uniti.
Come nell’estate e nell’autunno scorsi, quando confessò che «Angela è la persona con la quale parlo di più, in assoluto», il presidente Usa si ritrova di nuovo a incalzare una Merkel recalcitrante, contraria a bruciare le risorse della Germania sull’altare del salvataggio dell’euro. Ma stavolta, oltre che con le pressioni di Obama, la cancelliera tedesca dovrà vedersela con l’attacco concentrico dei Grandi d’Europa, convinti che ormai siamo pericolosamente vicini al punto di rottura.
Una condizione estrema che per una volta spinge nella stessa trincea il conservatore britannico David Cameron e il socialista francese François Hollande, che, pur avendo su molti temi, dalle pensioni alle tasse, visioni inconciliabili con quelle di Londra e anche di Washington, ieri ha registrato «una forte convergenza di opinioni» con Obama sulla filosofia della crescita e sugli interventi d’emergenza necessari per salvare l’euro.
Del resto, che questo sia un vertice d’emergenza ospitato da un Paese deluso dall’Europa, i leader della Ue l’hanno capito fin dal loro arrivo a Washington, segnato da un’accoglienza gelida.
Che Wall Street, sempre scettica sulla solidità della costruzione della moneta unica, non scommetta più sull’euro non è una novità. Ma ieri il benvenuto a Monti, Hollande, Cameron e ad Angela Merkel l’hanno dato, prima di Obama, titoli e commenti della stampa. «L’apocalisse, abbastanza presto» era il titolo dell’articolo di Paul Krugman sul futuro dell’euro pubblicato dal New York Times — il più autorevole ed «europeo» dei quotidiani Usa — che, a quello dell’economista della sinistra liberal, ha affiancato un commento del conservatore David Brooks: un rimprovero all’Europa «che pretende di mantenere uno stile di vita grandioso senza lavorare di più, che vuole il capitalismo ma con la sicurezza sociale garantita, col risultato che il suo “welfare” va in bancarotta cercando di realizzare l’impossibile».
Un terzo editoriale, quello anonimo che rispecchia la posizione del giornale, era dedicato alla «questione Merkel»: la necessità di convincere la Germania ad allentare la morsa della sua strategia «austerity-only», accettando una politica non solo più permissiva sul piano monetario e dei sostegni alla crescita per la Grecia e gli altri Paesi finiti in recessione, ma anche filosoficamente diversa.
La Merkel si è presentata al G8 con qualche concessione sulle politiche d’investimento, ma non sarà il rifinanziamento della Bei o qualche emissione di titoli finalizzati a piani di opere pubbliche a diradare le nubi che si addensano di nuovo sulla costruzione monetaria europea.
Questo vertice era stato concepito per «registrare» i rapporti tra vecchi alleati: Obama voleva rassicurare un’Europa allarmata dallo spostamento degli interessi degli Usa verso l’Asia e chiedere ai partner una maggiore cooperazione anche finanziaria in campo militare (se ne parlerà da domani al vertice Nato di Chicago) e nelle iniziative per debellare la povertà nei Paesi più arretrati.

   Ma l’aggravarsi della crisi greca, i segni di cedimento del sistema bancario spagnolo, hanno sconvolto l’agenda del vertice. Che a questo punto, al di là dei comunicati che verranno emessi alla fine per rassicurare i mercati, non può che risolversi in un confronto molto franco, forse brutale, coi leader che prendono in considerazione anche scenari estremi.

   Gli Usa sono preoccupati quanto l’Europa: le immagini delle file davanti alle banche greche e spagnole vengono trasmesse anche qui e non aiutano di certo l’America a ritrovare fiducia nella crescita. Senza la quale, tra l’altro, la rielezione di Obama diventa sempre più problematica.
La Merkel cercherà di tener duro sulla sua linea etica: aiutare senza, però, premiare le «cicale». Ma davanti ai Commissari della Ue che parlano nelle interviste di «piani d’emergenza» per l’eventuale uscita di Atene dall’euro e a un capo della Commissione di Bruxelles, Barroso, che alle Nazioni Unite salta a piè pari la parte del suo discorso nella quale assicura che l’Europa continuerà a sostenere la Grecia, Obama chiede alla leader tedesca di cambiare filosofia: basta imperativi morali, è l’ora del pragmatismo per salvare il salvabile.

   Anche a costo di modificare il ruolo della Banca centrale europea, facendola rassomigliare di più alla Fed, e di fare più inflazione. (Massimo Gaggi)

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IL G8: “L’IMPERATIVO È LA CRESCITA”

di Maurizio Molinari, da “La Stampa” del 20/5/2012

– Passa la linea Monti-Hollande-Obama. “Ora l’Europa agisca in fretta. E la Grecia resti nell’euro” –

   «Il nostro imperativo è promuovere la crescita e i posti di lavoro». Sono le prime parole del comunicato finale del summit del G8 a svelare quanto avvenuto al summit di Camp David: il presidente Barack Obama, sostenuto dal francese François Hollande e dall’italiano Mario Monti, ottiene l’avallo della cancelliera tedesca Angela Merkel a portare la crescita in cima all’agenda delle maggiori economie. Nell’austera cornice della residenza di Camp David, seduti attorno a un tavolo rustico in un bungalow immerso nei boschi del Maryland, gli Otto concordano la svolta. Dopo due anni di consolidamento finanziario per arginare la crisi del debito, l’urgenza ora è di «adottare tutti i passi necessari per rafforzare e rinvigorire le nostre economie e combattere gli stress finanziari».
Il focus è anzitutto sull’Eurozona: «E’ importante che sia forte e coesa, la Grecia deve rimanerne parte, abbiamo interesse nella sua crescita». Da qui la declinazione di una vera e propria agenda per far ripartire produttività e occupazione: «Sosteniamo riforme strutturali, investimenti nell’educazione e nelle infrastrutture, sostegni alla domanda, dalle piccole aziende alle partnership fra pubblico e privati» assieme a un «commercio giusto, forte e nel rispetto delle regole fra mercati aperti». E’ la prima volta dall’inizio della tempesta finanziaria che investe la moneta unica europea che i maggiori Paesi dell’Eurozona si ritrovano attorno ad una piattaforma di rilancio delle proprie economie e il fatto che ciò avvenga sotto l’egida degli Stati Uniti e con il sostegno di Russia e Giappone dà una veste di interesse globale alle scelta compiuta.
La Merkel, alfiera dell’austerity ma rimasta senza alleati dopo la sconfitta di Sarkozy a Parigi, ammorbidisce le resistenze e incassa comunque il sostegno alle politiche di «responsabilità fiscale» da lei promosse. «Sosteniamo misure di consolidamento che tengano conto delle condizioni nei singoli Paesi» recita il comunicato finale, assegnando di fatto alla Germania il riconoscimento per averle rese possibili. Ma il cambio di passo è lampante e si rispecchia nelle parole di Obama: «Siamo tutti assolutamente impegnati a far sì che crescita e consolidamento fiscale procedano di pari passo». Ovvero, se finora a prevalere sono stati tagli ai bilanci e tasse ora arriva il momento di adoperare le risorse ricavate per creare produttività e occupazione al fine di rimettere in moto i consumi.
La Merkel si adatta in fretta al nuovo clima, sposando la formula concordata da Obama e Hollande nel bilaterale di venerdì alla Casa Bianca: «Crescita e riduzioni del deficit si rinforzano a vicenda, dobbiamo lavorare su entrambi i fronti» tenendo presenti, come il comunicato finale sottolinea in omaggio alle posizioni del britannico David Cameron, «le situazioni dei singoli Paesi perché le misure giuste non solo le stesse per ognuno di noi». Essere riuscito a trovare una composizione fra le differenze europee è un risultato che consente a Obama di guardare con maggiore fiducia ai prossimi mesi – decisivi per la rielezione – anche perché il G8 risponde all’emergenza del caro-petrolio, che pesa sulle tasche dei consumatori americani, promettendo di «agire assieme» in caso di future turbolenze dei mercati ovvero ipotizzando possibili ricorsi congiunti alle scorte strategiche per ridurre i prezzi.
A summit concluso Hollande rende omaggio a Obama ringraziandolo per «lo stile informale che ha facilitato il nostro lavoro» sebbene proprio il presidente francese sia stato ripreso da Barack per essere arrivato alla cena in cravatta. Ma questo episodio, come il bacio di Obama sulla guancia della Merkel e la torta di compleanno per il premier nipponico, si è rivelato utile per rompere il ghiaccio, rendendo possibile il «nuovo inizio» auspicato dalla Casa Bianca. Anche se Obama avverte: «Per l’Eurozona molto resta da fare». Come dire, ora tocca ai Paesi europei mettere in atto l’agenda per la crescita. (Maurizio Molinari)

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VERTICE NATO A CHICAGO DEL 20 e 21 MAGGIO:

 TUTTE LE SFIDE DEL VERTICE NATO

di Federica Mogherini, da “Europa” del 19/5/2012

   Con il vertice NATO dei Capi di Stato e di governo a CHICAGO del 20 e 21 maggio, la Nato ha un’occasione per affrontare questioni non banali, che riguardano il futuro e l’essenza stessa dell’Alleanza Atlantica. L’agenda è densa, il contesto internazionale fluido e complesso come raramente negli ultimi decenni, e la crisi economica impone scelte che non facciano i conti solo con le priorità strategiche ma anche con esigenze di bilancio sempre più stringenti.

   La difesa ai tempi della crisi, l’occidente ai tempi della complessità globale – potrebbe essere questo il sottotitolo del vertice di Chicago.

   Sono anni che si parla dell’evoluzione del quadro delle minacce alla sicurezza internazionale, ed il nuovo Concetto Strategico approvato a Lisbona nel 2010 delineava già uno scenario molto differenziato di fattori di rischio – dalla pirateria al terrorismo, dalla proliferazione nucleare fino alle frontiere della cyber-security.

   Un contesto in cui la tradizionale dimensione militare della difesa va necessa- riamente accompagnata da strumenti diversi, più efficaci per prevenire e contrastare minacce che tradizionalmente militari non sono: intelligence; cooperazione civile e sostegno allo sviluppo economico e all’institution building; promozione dei diritti umani e di sistemi giudiziari efficienti; misure di disarmo e non-proliferazione nucleare, messa in sicurezza degli arsenali e creazione di zone libere da armi di distruzione di massa; rafforzamento degli strumenti diplomatici e di governance regionale e globale; investimenti per la cyber-security.

   Il confine tra operazioni militari e strumenti non militari per garantire la sicurezza internazionale si fa labile, permeabile, confuso: nel bene (la rivincita del soft power sull’hard power, del valore del partenariato sullo scontro di civiltà) e nel male (la confusione di ruoli tra civili e militari nell’ambito delle missioni internazionali, l’uso non sempre lineare dei già miseri fondi per la cooperazione).
In più, risulta ormai del tutto evidente che la distinzione tra operazioni “in area” e “fuori area” è diventata fittizia: se la minaccia è globale, frammentata, delocalizzata, diventa ridicolo ragionare in termini di frontiere nazionali, o anche continentali, perchè la dimensione della sicurezza si slega sempre più da quella territoriale, e viaggia sui binari più indeterminati e difficilmente governabili delle dinamiche globali. È, in fondo, la categoria stessa di “fuori area” ad essere saltata. Oggi viviamo in un’unica “area comune“, che ci piaccia o no, ed è con questa realtà che dobbiamo fare i conti.

   Di fronte a questo scenario, la Nato potrebbe quindi fare dell’appuntamento di Chicago l’occasione per affrontare alcuni dei nodi che sono rimasti irrisolti dopo il vertice di Lisbona. Ci proverà? In parte sí, tenendo però bene a mente che la priorità di questo vertice “elettorale” sarà quella di “andare liscio”, “smooth”. È il primo vertice Nato che gli Stati Uniti ospitano da 13 anni a questa parte, e non per caso si tiene nella città di un presidente (e del suo quartier generale elettorale) che da premio nobel per la pace non può concedere nessun pretesto ai repubblicani per accusarlo di essere un “commander in chief” debole.

   E’ il primo vertice Nato di Hollande, che deve da una parte assumere credibilità in un contesto internazionale non facile per un Presidente non solo francese ma anche socialista, e dall’altra non perderne con i suoi elettori, che dovranno votare ancora per lui alle legislative di metà giugno. È il primo vertice Nato dopo il reinsediamento di Putin al Cremlino, e l’assenza di Mosca a Chicago – con la conseguente impossibilità di tenere il Consiglio Nato-Russia – è senz’altro dovuta ad una persistente difficoltà di condivisione del progetto di difesa missilistica, ma non può che essere letta anche come un messaggio di portata più generale sul carattere e sugli orientamenti del “nuovo” presidente, da sempre meno incline di Medvedev ad un dialogo più sereno con gli Stati Uniti (e non sembra estranea a questo messaggio anche la scelta che sia proprio Medvedev a partecipare al G8 di Camp David immediatamente prima del vertice di Chicago).

   Sarà anche il primo vertice Nato a fare pienamente i conti con la crisi economica e con i suoi effetti sia sui bilanci degli Stati, sia sulle opinioni pubbliche – e non è un caso che proprio a Chicago si lancino 20 progetti di “Smart Defense” che, al di là di quanto siano realmente nuovi e condivisi, passeranno il messaggio della razionalizzazione ed ottimizzazione delle risorse.

   Sarà quindi senz’altro un vertice dominato dalle esigenze interne di molti dei suoi protagonisti, con la conseguente necessità di posticipare le decisioni più problematiche – come nel caso dell’approvazione della Defense and Deterrence Posture Review, che se pure porterà la Nato a fare qualche passo avanti sulla via della revisione della sua politica nucleare, non ne scioglierà certamente tutti i nodi.

   Sarà però impossibile, anche in questo anno elettorale, ignorare la portata delle sfide che questo tempo porta con sè. Non è un caso infatti che proprio quello di Chicago sia il vertice Nato più affollato, con la partecipazione, accanto ai 28 paesi membri, di partner che hanno partecipato o partecipano a missioni congiunte, per un totale di 53 Capi di Stato e di governo – un potenziale passo verso la trasformazione dell’Alleanza Atlantica in vero e proprio hub di reti di partnership globali.

   E sarà l’ultimo vertice Nato ad occuparsi della priorità Afghanistan, tenendo insieme rassicurazioni di non abbandono del paese a se stesso (rafforzate dalla stipula di accordi bilaterali di lungo periodo, ma minate dal grido di allarme di donne ed attivisti per i diritti umani in Afghanistan), e voglia di mettere fine il più rapidamente possibile alla dimensione strettamente militare dell’intervento – cosa che oggi, con il 75% della popolazione sotto il controllo delle forze di sicurezza afghane, appare non solo possibile ma anche necessaria ed urgente.

   Sullo sfondo, da una parte il tema delle relazioni tra un’Alleanza Atlantica forse in crisi di identità ma piuttosto solida dal punto di vista operativo, ed un’Unione Europea ancora orfana di una politica estera, di sicurezza e di difesa comune, e distratta da altre urgenze; dall’altra la spietata consapevolezza che non è più l’Atlantico il centro del mondo – neanche per gli Alleati Atlantici.

   Forse il vertice di Chicago non riuscirà ad affrontare e risolvere tutta la complessità di questi scenari, ma dovrà almeno porre le basi per affrontarla utilmente in un futuro prossimo, lasciando aperta la porta a riflessioni e decisioni di più lungo periodo. (Federica Mogherini)

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NATO ALLA PROVA DELLA SMART DEFENCE

(da http://www.affarinternazionali.it/ di ALESSANDRO MARRONE) (7/5/2012)

   In preparazione del vertice Nato di Chicago -del 20 e 21 maggio- negli ultimi mesi è emerso IL TEMA DELLA SMART DEFENCE – il senso del termine Smart, in questo contesto, potrebbe essere meglio tradotto con “efficace” o anche “utile” più che con il letterale “intelligente”.

   Il concetto non è nuovo, ma sono nuove le circostanze in cui potrebbe trovare applicazione, sebbene la sua attuazione incontri notevoli ostacoli politici. –

   Il concetto di SMART DEFENCE allude ad UN USO DEL BILANCIO DELLA DIFESA, AD UN’ORGANIZZAZIONE E PIANIFICAZIONE DELLE CAPACITÀ MILITARI, BASATO SULLA COOPERAZIONE TRA I PAESI MEMBRI DELLA NATO volta a TRE OBIETTIVI: la CONSULTAZIONE PREVENTIVA riguardo alle capacità da mantenere o da tagliare in tempi di austerità; la MESSA IN COMUNE DI RISORSE nazionali per generare capacità comuni inter-alleate – il cosiddetto pooling and sharing; la SPECIALIZZAZIONE DEGLI STRUMENTI MILITARI NAZIONALI per garantire, in modo complementare e con una alto grado di interdipendenza, la generazione di tutte le capacità necessarie a rispondere alle minacce alla sicurezza transatlantica e alle crisi attuali e prevedibili nel prossimo futuro.

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VERTICE NATO, A CHICAGO: TIENE BANCO IL CONFLITTO AFGANO

di GIANANDREA GAIANI, da Panorama.it Mondo (http://blog.panorama.it/mondo/ ) del 18/5/2012

   Il vertice che la Nato terrà a Chicago domenica e lunedì è già fin d’ora un successo, se non per il segretario generale Andrs Fogh Rasmussen, che dal summit si aspetta di scogliere molti nodi importanti, quanto meno per gli operatori economici della città di Barack Obama. Le delegazioni di 60 Paesi hanno fatto arrivare in città 6 mila politici e funzionari, 2 mila giornalisti oltre a 50 mila manifestanti che affolleranno hotel e ristoranti creando un indotto economico valutato in 128 milioni di dollari.

   Al centro dei colloqui la svolta nel conflitto afghano. Gli Alleati dovranno definire e approvare la strategia di transizione dei compiti di sicurezza alle truppe di Kabul e il calendario del ritiro dei 130 mila militari di Isaf previsto per il 2014 ma già forzato da alcuni Paesi, come la Francia che con il neo presidente Francois Hollande anticiperà a quest’anno il rimpatrio del suo contingente.

   Dopo il 2014 gli alleati hanno concordato di garantire un’attività di addestramento e supporto al nuovo esercito e alle forze di polizia afgane che dovrebbero ridursi da 352.000 uomini a 228.000 per limitare i costi di mantenimento. La Nato non vuole spendere più di 4,1 miliardi dollari all’anno per sostenere Kabul: la metà verrà finanziata da Washington ma gli altri alleati dovranno esprimersi sull’impegno finanziario come hanno già fatto Gran Bretagna (210 milioni annui) e Germania (190) . “Ci dovrà essere uno sforzo di finanziamento multilaterale” ha avvertito il portavoce del Pentagono George Little e “noi pensiamo che ci debbano essere contributi da altri Paesi” anche esterni all’Alleanza Atlantica.

   Sul tavolo del summit di Chicago anche il completamento della prima fase dello scudo antimissile dispiegato nell’Europa dell’Est contro la minaccia dei missili balistici iraniani e che dovrebbe essere pienamente operativo nel 2018 .Lo scudo è avversato da Mosca che lo ritiene una minaccia rivolta al suo deterrente nucleare e alla sua sicurezza anche se negli ultimi tempi sembrano essersi aperti margini per una trattativa.

   A Chicago la Nato darà ufficialmente il via al programma Smart Defense la “difesa intelligente” che mira a promuovere la cooperazione nei programmi militari di acquisizione integrati tra i vari alleati o tesi a unire le capacità e sviluppare competenze complementari in almeno 25 campi d’applicazione.

   Un programma ineccepibile sul piano finanziario, specie in tempi di crisi e di tagli ai bilanci della Difesa, ma difficile da attuare perché proprio i conflitti afghano e libico hanno dimostrato che i Paesi più forti non sono sempre disposti a condividere sistemi d’arma con gli alleati ma anche perché non tutti i Paesi della Nato accettano di partecipare a conflitti e operazioni militari.

   La Smart Defense dovrebbe parzialmente compensare le ridotte risorse finanziarie messe i campo dai partners europei di una Nato nella quale oggi gli Stati Uniti si fanno carico del 75 per cento delle spese militari complessive.

   Al summit si discuterà anche di difesa da attacchi informatici, contro i quali la Nato punta su un sistema centralizzato di protezione e di coordinamento dei servizi di intelligence alleati, e dello sviluppo della flotta alleata di velivoli-radar Global Hawk per il controllo degli spazi terrestri.Il programma Alliance Ground Surveillance (AGS) prevede che i velivoli acquistati da 13 Paesi della Nato siano basati a Sigonella, in Sicilia, a due passi dai teatri operativi africani e mediorientali.

   Anche la criosi siriana entrerà nell’agenda del summit e se finora la Nato ha sempre escluso un intervento nella guerra civile il pesante ruolo della Turchia nel sostegno ai ribelli potrebbe cambiare in breve tempo le prospettuve per un’azione militare internazionale.

Gianandrea Gaiani ha seguito sul campo tutte le missioni militari italiane. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista di Radio Capital. Ha scritto Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane

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APPELLO DI 45 LEADER EUROPEI PER VERTICE NATO DI CHICAGO

– Un appello sottoscritto alla vigilia del vertice NATO di Chicago –

19 maggio 2012 – di Roberto Del Bianco – da http://www.peacelink.it/disarmo/a/36281.html

   Dall’on. Federica Mogherini, parlamentare molto attiva sui temi del disarmo, ecco una possibile good news alla vigilia del vertice NATO di Chicago.

E’ un appello sui temi del disarmo e della non proliferazione nucleare sottoscritto da 45 leader europei (tra cui diversi ex Premier e Ministri, politici, diplomatici e militari) raccolto e diffuso dall’ELN (European Leadership Network Multilateral Nuclear Disarmament and Non-Proliferation), www.europeanleadershipnetwork.org).

Alleghiamo qui sotto la versione dell’appello in italiano.

Note:

Le versioni dell’appello in altre lingue (inglese ecc.) si possono scaricare da questa pagina del sito di ELN:
http://www.europeanleadershipnetwork.org/group-statement-on-outcomes-required-from-chicago_387.html

Allegati (VERSIONE IN ITALIANO):

ELN_Chicago_Statement_Italian(336 Kb – Formato pdf)

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“BLOCKUPY FRANKFURT”, SECONDO GIORNO

da http://www.ilpost.it/del 18/5/2012

Manifestazione a FRANCOFORTE il 17 maggio

   Durante il secondo giorno della protesta di “Blockupy Frankfurt“, le manifestazioni programmate da una quarantina di organizzazioni a Francoforte, in Germania, dal 16 al 19 maggio, la situazione è rimasta complessivamente pacifica anche se la polizia ha effettuato decine di arresti.

   “Blockupy Frankfurt” è una manifestazione che protesta contro le istituzioni finanziarie internazionali – dalla Banca Centrale Europea al Fondo Monetario Internazionale e alle grandi banche tedesche – cercando di bloccare il centro di Francoforte, dove ha sede una delle più importanti borse d’Europa, e in particolare il suo distretto finanziario, dove ha sede anche la Banca Centrale Europea. Hanno aderito molte sigle diverse da tutta Europa, dal movimento anticapitalista di origine francese ATTAC alla sezione dell’Assia (il Land dove si trova Francoforte) del partito Die Linke (“la sinistra”).

   Gran parte dei permessi per le manifestazioni sono stati negati nei giorni scorsi dalle autorità, con l’unica eccezione del corteo principale di sabato. La polizia sta impiegando migliaia di agenti in assetto antisommossa per controllare le proteste, mentre molte attività commerciali del centro della città sono rimaste chiuse, anche perché in Germania ieri era festa (si festeggiava la festa cristiana dell’Ascensione, che in molte aree della Germania è anche la festa del papà).

   La Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, racconta che ieri intorno a mezzogiorno la piccola piazza vicino alla chiesa di San Paolo, nel centro della città, era piena di persone, con circa 400 manifestanti (tutti piuttosto giovani o piuttosto anziani, scrive l’inviata), a cui bisogna aggiungere un paio di centinaia di persone nella stazione ferroviaria e altrettante vicino all’università. La polizia permetteva l’accesso ad alcune zone solamente ai residenti, il distretto finanziario era deserto e intorno alla piazza, nelle strade semivuote, molte persone venivano perquisite.

   Nel primo pomeriggio la polizia ha cominciato ad annunciare ai manifestanti che la protesta non era autorizzata, ma gli arresti sono avvenuti quasi tutti di sera, dopo le otto, quando la polizia ha sgomberato i manifestanti che iniziavano ad accamparsi con le tende a Römerberg, la piazza principale del centro storico della città. Secondo la FAZ sono state trattenute e successivamente rilasciate circa 150 persone.

   Con un comunicato, il movimento ha protestato contro il comportamento della polizia e delle autorità, dicendo che l’arrivo dei pullman dei manifestanti è stato ritardato con lunghe soste fuori dalla città e che sono state fermate complessivamente 500 persone, mentre i permessi per manifestare sono stati negati in modo pretestuoso e con scarso preavviso.

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da http://www.ilpost.it/ del 19/5/2012

   Oggi è in corso a Francoforte sul Meno, in Germania, la manifestazione principale dei quattro giorni di proteste del movimento “Blockupy Frankfurt“, a cui stanno partecipando circa 20.000 persone.

   Le proteste, previste tra il 16 e il 19 maggio approfittando di un giorno di festività nel paese, hanno come obiettivo la finanza internazionale e la gestione della crisi economica da parte delle autorità europee, compresa l’imposizione di misure di austerità nei paesi più colpiti. Il movimento intende bloccare gran parte del distretto finanziario nel centro della città, che comprende anche la sede della Banca Centrale Europea e uffici del Fondo Monetario Internazionale e di grandi società finanziarie.

   Il corteo di oggi era l’unica manifestazione autorizzata, dopo che nei giorni scorsi le autorità avevano negato diversi permessi. La polizia aveva disperso più di una manifestazione e una festa a partire da giovedì sera, facendo anche alcune centinaia di arresti (solitamente per poche ore) in diverse occasioni. La manifestazione è iniziata alla stazione centrale di Francoforte e si concluderà nel piazzale di fronte alla sede della Banca Centrale Europea.

   Nonostante il timore di scontri e le migliaia di agenti schierati nella città (oggi circa 5.000), il corteo si sta svolgendo per lo più in maniera pacifica. La polizia ha detto che ci sono stati alcuni scontri tra un piccolo gruppo di autonomi e gli agenti, e che sono stati accesi due fumogeni all’interno del corteo.

   Il movimento “Blockupy” è formato da alcune grandi organizzazioni anticapitaliste come Attac, fondata alla fine degli anni Novanta in Francia, sindacati e partiti politici, tra cui la sezione dell’Assia del partito tedesco Die Linke (“la sinistra”). “Blockupy” ha protestato per la forte presenza delle forze dell’ordine, che hanno spesso bloccato ampie zone della città intorno ai manifestanti, e ha detto che a molti manifestanti è stato impedito o rallentato l’accesso attraverso una serie di controlli e posti di blocco nelle vie di accesso alla città.

da WWW.ILPOST.IT – Un cartello di protesta contro il “FISCAL COMPACT”, il TRATTATO SUL RIGORE NEI BILANCI PUBBLICI (firmato da quasi tutti i paesi dell’Unione Europea), durante le PROTESTE DI “BLOCKUPY” A FRANCOFORTE IL 17 MAGGIO 2012. (Carsten Koall/Getty Images)

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HA SENSO LA GRECIA FUORI DALL’EUROPA?

UNA FANCIULLA RAPITA DA ZEUS L’EUROPA INVENTATA DAI GRECI

di EVA CANTARELLA, da “il Corriere della Sera” del 19/5/2012

   L’Europa senza la Grecia: se ne parla come se fosse una possibilità, spiegando le tragiche conseguenze economiche che questo porterebbe con sé. Ma non solo di economia si tratta, quando si parla della Grecia. Si tratta anche del nostro presente e di quello che esso è grazie ai greci e alla loro storia: grazie a quella Grecia, vale a dire, la cui presenza è ancora parte essenziale della nostra vita, a cominciare come ben noto dal nostro vocabolario.

   Da dove vengono, se non da quella Grecia, parole come mito, teatro, diavolo, politica, democrazia, demografia, apoteosi, antropologia, geografia, psichiatria, telefono, diagnosi, terapia (solo alcuni tra gli innumerevoli esempi, pochi nomi a caso, tra i primi che vengono alla mente).

   Ma il lascito linguistico non è che una delle tante loro eredità che (anche se non lo sappiamo o non ci pensiamo) ci accompagnano nella vita quotidiana. Per ricordare le quali, o almeno parte delle quali, proviamo, in modo semiserio, a immaginare l’inimmaginabile: come sarebbe la nostra vita oggi, come e cosa sarebbe l’Europa se non fosse mai esistita «quella» Grecia? Quella di Omero e di Eschilo, della battaglia di Maratona e di Pericle, di Zeus, degli dèi dell’Olimpo e dei miti…
Per prima cosa, il nostro continente non si chiamerebbe Europa. A farci sapere perché ci chiamiamo europei, infatti, è un mito (ovviamente greco): quello della ragazza Europa, figlia di Antenore, re della città fenicia di Tiro, sulle coste dell’Asia minore.

   Un giorno, mentre giocava con le compagne sulla spiaggia, Europa venne rapita dal solito Zeus che, colpito dalla sua bellezza, assunse le sembianze di un bellissimo toro bianco, dalle corna così lucenti che sembravano spicchi di luna. Bello e apparentemente mansueto l’animale andò a sdraiarsi ai piedi di Europa che, fiduciosa, sedette sulla sua groppa.

   E subito Zeus-toro, rizzatosi sulle zampe, si gettò in mare, raggiungendo a nuoto le coste di Creta, ove si unì a Europa sotto dei platani cui, da quel giorno, fu concesso di non perdere mai le foglie. Potenza del mito: vicino alla città cretese di Gortina esiste un platano, ove tuttora i giovani sposi si recano in pellegrinaggio, la sera del matrimonio…

   Ma prescindiamo pure dal nome. Difficile ricordare le infinite cose che mancherebbero alle nostre vite in una immaginaria Europa della quale Grecia non avesse contribuito a fare la storia: non potremmo leggere Omero, Saffo, la lirica, i grandi tragici, Erodoto e Tucidide, e non mi pare cosa da poco. Non avremmo i templi di Paestum e di Selinunte. I musei (tutti, non solo quelli europei) sarebbero infinitamente più poveri: niente frontone del Partenone al British Museum, niente arte greca al Louvre e al Metropolitan, niente altare di Pergamo al Pergamon Museum di Berlino…

   Chissà se Frau Merkel lo ha mai visto. Non c’è momento e aspetto della nostra vita che non ci riconduca all’esistenza dei greci. Un solo esempio, la psicoanalisi (che ovviamente avrebbe un altro nome): come avrebbe fatto Freud a spiegare i misteri della nostra psiche senza Edipo? E per finire, ma solo per ragioni di spazio, e tralasciando, sempre per motivi di spazio, i loro lasciti in campo scientifico, come sarebbe l’Europa se nel 490 a.C. l’immane esercito persiano non fosse stato sconfitto nella piana di Maratona da Milziade a capo di 10.000 opliti ateniesi?

   La storia non si fa con i se, lo sappiamo bene, ma una cosa è certa: i greci combatterono e vinsero per difendere la loro libertà di cittadini, per non essere sottomessi a un impero dove esistevano solo dei sudditi. E nel farlo consentirono a noi di conoscere e di ereditare la democrazia. Come sarebbe stata la nostra storia, se essi non l’avessero sperimentata e non ce ne avessero insegnato il valore? Come saremmo, oggi, se non ci avessero trasmesso l’orgoglio di essere noi, i cittadini, i titolari della sovranità?
Che mondo povero sarebbe il nostro, senza quella Grecia. Eppure, nel discutere la possibilità (pur cercando di scongiurarla) di escludere la Grecia di oggi dall’Eurozona, tutto quello cui si pensa è l’aspetto economico del problema.

   Che è, ovviamente, assolutamente fondamentale. Ma, accanto a esso, la Grecia non meriterebbe che venisse preso in qualche considerazione anche tutto quello che le dobbiamo? Quanta ingratitudine, oggi, per la ragazza Europa. (Eva Cantarella)

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IL FILM CHE VI CONSIGLIAMO:

MARGIN CALL

(Margin Call, 2011, Usa) – Regia: J.C. Chandor – Con: Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto, Penn Badgly, Simon Baker, Mary McDonnell, Demi Moore, Stanley Tucci

   New York, 2008. La crisi finanziaria che coinvolgerà tutto il mondo sta iniziando. Otto dirigenti di una grande banca si ritrovano in 24 ore a dovere decidere il futuro di milioni di persone. Cominciando dal loro!

   Dagli ultimi piani di un grattacielo di Wall Street, un pugno di banchieri, speculatori e analisti guardano la notte su Manhattan. Sono i testimoni di quelle che loro, e solo loro, sanno essere le ultime ore di un’era. Quando sorgerà il sole e si riapriranno le contrattazioni, il mondo piomberà in una crisi finanziaria epocale… una crisi che solo loro vedono arrivare e che hanno contribuito a creare.

   Eric Dale (Tucci), uno dei capi settore di questa multinazionale del credito finanziario, viene licenziato in tronco. Ha solo pochissimo tempo per prendere i suoi effetti personali ed andarsene. Fa in tempo però a consegnare una chiavetta di computer al giovane analista Peter Sullivan (Quinto) dicendogli di fare attenzione.

   Peter, dopo che i suoi compagni di lavoro sono usciti, scopre che i dati che emergono dai file di Eric dicono che la banca, appoggiandosi su azioni virtuali, ha le ore contate. Sullivan mette in allarme le alte sfere e si convoca nella notte una riunione di emergenza. Bisogna decidere in tempi rapidissimi il da farsi o il crollo dell’Istituto sarà verticale. Le scelte da compiere dovranno fare, o non fare, i conti con l’etica… In simili circostanze, come riuscire a convivere con se stessi?

   L’esordio nella regia di J.C. Chandor è stato di quelli che non si dimenticano. Margin Call, oltre a mostrare una regia nervosa, instancabile, che non molla mai lo straordinario cast che ha a disposizione, riesce anche ad essere una storia molto coinvolgente in un mondo di squali. “Ho scritto e diretto Margin Callha affermato il regista – sulle basi di quello che ha vissuto mio padre che ha lavorato per quasi 40 anni per Merrill Lynch. Risalendo all’inizio di questa crisi finanziaria disastrosa, in una America che vedeva contrapposti Obama e McCain, la verità che saltava agli occhi era al contempo toccante e sconvolgente – gli uomini e le donne che hanno creato l’attuale disastro economico sono persone comuni che, malgrado la loro abilità, intelligenza e spesso compensi sorprendenti, sono state vittime della loro stessa negligenza, della loro miopia e dell’ordine sbagliato delle priorità.

   Wall Street può essere senza anima, ma non tutte le persone che vi lavorano. Margin Call è la storia di queste anime, diverse, e della loro notte più lunga, più cupa, quando sono costrette a fissare l’abisso di cui sono responsabili”.

   Non c’è da sorprendersi che la sceneggiatura di Margin Call sia stata nella black list di Hollywood per lungo tempo. Il film, girato nell’arco di una notte fino all’alba del giorno dopo, affonda su dialoghi taglienti, arguti e pieni di ritmo che fotografa un fatto di cronaca contemporaneo senza alcun filtro buonista. Più che mai per questo tipo di cinema servivano attori di calibro e il giovane Chandor ha avuto a disposizione il meglio per fare esplodere la ‘bomba’.

   Da Stanley Tucci a Zachary Quinto che ha anche prodotto il film, ad un superbo Kevin Spacey nei panni di un imbolsito dirigente fino a Jeremy Irons, Demi Moore e Paul Bettany. Dosando egregiamente tragedia e humour, Margin Call, riesce a tenere incollato lo spettatore a dialoghi, a volte surreali, purtroppo reali, dove alti dirigenti giocano col denaro e con le vite dei loro investitori unicamente in nome dell’avidità. (tratto da http://www.primissima.it/ )

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