IL TERREMOTO IN EMILIA – geografia di una terra antica e moderna, solidale e ricca, ora ferita nella sua bellezza e normalità – e con l’irresponsabilità di non essere riuscita a immaginare i pericoli della sua esposizione al rischio sismico – la LEVA DELL’ESENZIONE FISCALE come VOLANO PER LA RICOSTRUZIONE

foto tratta dal “Corriere della sera di Bologna.it” del 21/5/2012

   Quel che ne viene, dai pochi articoli che abbiamo cercato qui di raccogliere sull’evento tragico del terremoto in Emilia del 20 maggio, è la ferita profonda di una terra assai bella nella sua ricchezza antica (anche artistica), nei morti che ci sono stati (cinque o sette, se si contano anche le morti “indirette” dovute alla paura e allo stress del terremoto); che tra queste morti vi è pure il sacrificio di persone extracomunitarie che lavoravano in una fabbrica (tutti dicono con grande volontà) in orari notturni (alle quattro del mattino…); degli aiuti che hanno funzionato (e anche del fatto che nessuno ha posto particolari lamentele: dimostrazione di pacatezza e dignità delle genti emiliane); e che già si pensa a come ripartire, nella ricostruzione, nel recupero del patrimonio artistico.

   Fa specie ricordare per quest’ultimo (il patrimonio artistico: le chiese, i monumenti, le torri dello splendore estense…) che qualcuno stia concretamente pensando (supportato da un Ministero per i Beni e le Attività Culturali che, in mano ai cosiddetti “tecnici”, pare per la prima volta funzionare nelle emergenze) di adottare il “metodo Venzone”, cioè  numerare le pietre che sono crollate e rialzare le torri, le chiese, per “anastilosi” (così si chiama tecnicamente la ricostruzione utilizzando i materiali originari accuratamente riordinati) (e questo è appunto straordinariamente accaduto con il duomo di Venzone, nel terremoto del Friuli del maggio 1976, duomo interamente caduto e ricostruito pietra su pietra -numerata- ed ora più splendente che mai).

   Resta l’idea di sempre che uno dei grandi volani di sviluppo italico potrebbe proprio essere la messa in sicurezza di abitazioni e altri manufatti (pubblici, industriali, di servizi, storici, artistici e non), messa in sicurezza antisismica, riducendo così drasticamente i danni umani e materiali dei terremoti che avvengono periodicamente in buona parte dei nostri territori.

Municipio di Sant’Agostino

Qualcuno porrà il problema del reperimento dei finanziamenti. Qui il problema (finanziario) diventa assai politico (e tecnico)(parliamo sempre dei possibili sviluppi della ricostruzione in Emilia nella fase post-terremoto). C’è stato un decreto del Governo, il 16 maggio scorso, di riforma della Protezione Civile che praticamente prevede che in caso di calamità naturale non sia più lo Stato a pagare i danni ma le compagnie di assicurazione, cui devono assicurarsi enti locali e popolazioni in zone a rischio (lo Stato non ce la fa più a sostenere gli indennizzi, i danni degli eventi naturali…). Ma, chiaramente, questo non può valere per eventi catastrofici a breve distanza dalle nuove disposizioni legislative, ci sarà un regime transitorio…. E’ ovvio poi che chi “dovrà” assicurarsi, in qualche modo potrà rientrare della spesa con agevolazioni fiscali congrue….

   Questo sistema però pare sia anticostituzionale (lo è a nostro avviso sicuramente!) perché crea disparità tra cittadini che vivono in zone a rischio e altri in zone più “felici”. Pertanto si opterà per un’assicurazione obbligatoria per tutti. In questo contesto la drastica riduzione fiscale (fiscalità che ora ha raggiunto quasi il 50% di ogni operazione di lavoro) per chi deve ricostruire o “mettere a norma antisimica” significherebbe incentivare fortemente ogni intervento per la ristrutturazione delle abitazioni private (potrebbe avvenire a costo ridotto alla metà, togliendo tutte le tasse), e potrebbe rilanciare una ristrutturazione del patrimonio pubblico (scuole, servizi vari) e artistico.

Mappa di pericolosità sismica nel Centro-Nord Italia

   Insomma, il tragico evento del terremoto in Emilia può diventare la possibilità di un rilancio virtuoso di un’economia edilizia basata sulla ricostruzione, sulla sicurezza dei cittadini, sulla prevenzione dagli eventi naturali, sul ripristino delle “belle architetture” (antiche e moderne), sul ripristino della vivibilità dei centri urbani e delle periferie diffuse lungo le strade. Si saprà “cogliere l’attimo”? (sm)

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UN RISCHIO SOTTOVALUTATO

di EMANUELA GUIDOBONI, da

http://www.centroeedis.it/articoli/Terremoto_20_maggio.html

Domenica 20 maggio 2012
   E’ accaduto da poche ore: un terremoto di magnitudo 5.9 o 6, secondo gli ultimi calcoli, alla profondità di circa 10 km, ha colpito il nord del ferrarese, un’area che aveva di sé un’immagine non sismica, espressa dalla cultura diffusa e dalla resistenza e quasi sottovalutazione, con cui i suoi amministratori hanno spesso trattato questo tema. Quando si perde la memoria di eventi distruttivi del passato, come i terremoti, quando i risultati delle ricerche non vengono diffuse, si perde anche la percezione del rischio a cui si è esposti. Questo terremoto del ferrarese è un’amara dimostrazione: la maggior parte della popolazione non era consapevole di trovarsi in un’area sismica.
Un fulmine a ciel sereno. Non basta quindi che qualcuno studi i terremoti del passato, che i risultati circolino in ambienti ristretti per formare la consapevolezza del rischio. Anzi, questi dati, passando fra culture diverse e poco comunicanti, come quella scientifica e quella storica, rischiano di essere scarsamente capiti e contestualizzati da chi poi li dovrebbe rendere noti.

   Ridotti a meri parametri numerici, i risultati degli studi storici non dicono molto del potenziale distruttivo che indirettamente indicano, dei costi sociali ed economici che quei numeri dovrebbero richiamare alla mente, per trovare soluzioni, per vigilare.
E’ la “memoria consapevole” che può quindi stimolare un efficace e responsabile controllo sulla qualità delle costruzioni, a partire da quelle in cui si abita, dei monumenti e delle vetuste costruzioni con cui si convive e a cui è legata la propria memoria individuale.

   Chiese, torri, rocche: le vogliamo conservare? Anche terremoti di elevata magnitudo non sarebbero necessariamente dei disastri, a condizione di accadere in società preparate a sostenere questa sfida.

Se prevedere è ricordare
Di questi paesi del ferrarese le cronache di oggi ci mostrano desolati crolli, crepe sulle case, lesioni, muri lacerati di alcune costruzioni, capannoni crollati. Ancora non abbiamo un bilancio dei danni, oltre a quello delle cinque persone decedute e dei primi video.

   Per questi paesi, per Sant’Agostino in particolare, ai margini del grande bosco della Panfilia – uno dei rari boschi di pianura sopravvissuti – ho girato in bicicletta da bambina, e spesso ritorno ad esplorare questa pianura ampia e bellissima, piena di storia, strappata in molti punti alle acque delle esondazioni ricorrenti nella sua storia.

   Una terra che solo da alcuni decenni è stata regolamentata e resa florida, dopo secoli di perdite e di tormentosi abitare. Una terra i cui abitanti hanno l’attenzione nel DNA. E i suoi abitanti sono ben capaci di risolvere i problemi che questa terra pone. Ma i caratteri sismici non si vedono, né i terremoti si valutano prima che accadano. Però la storia ci mette in condizione di conoscere i danni già indotti. Però le scienze della Terra ci possono dare altre informazioni.

   Però chi sa deve preoccuparsi di far sapere. E quindi deve essere ben chiaro che la trascuratezza sul rischio sismico e la sua sottovalutazione finisce per essere fortemente una responsabilità di chi amministra, e non ci sono deleghe e alibi.
E’ la responsabilità di chi deve informarsi e informare, e poi scegliere per altri. Se governare è prevedere, mai come nel caso dei caratteri sismici si deve aggiungere che prevedere è ricordare ciò che è già accaduto in passato. E qui, nel ferrarese, di terremoti ce ne sono stati già molti. (EMANUELA GUIDOBONI)

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SOLIDARIETÀ IMMEDIATA E WEB, IL TERREMOTO IN EMILIA MOSTRA LA FACCIA DELL’ITALIA MIGLIORE

di Beppe Boni, da “IL RESTO DEL CARLINO – Modena” del 21/5/2012

Bologna, 20 maggio 2012 – La pianura padana si è svegliata stamattina con il terrore in camera da letto. Quei lunghi secondi di oscillazione che ci hanno scosso bruscamente dal sonno hanno riportato tutti noi all’incubo de L’Aquila.

   E man mano che passano le ore il bilancio si aggrava mentre affiorano ovunque, tra Ferrara e Modena, storie di straordinaria solidarietà e altre che scaldano il cuore in questo disastro. Come quella della bambina di cinque anni che per due ore è rimasta intrappolata sotto le macerie nella sua casa. La mamma ha potuto riabbracciarla grazie ad un inusuale ponte telefonico partito da una conoscente emiliana che ha avvisato il medico di famiglia che si trovava New York, il quale a sua volta ha messo in moto la questura di Roma e quindi i vigili del fuoco che erano già da quelle parti.

   Una storia commovente che però non lenisce il dolore per gli operai morti mentre lavoravano durante i loro turni di notte in due distinte aziende di Ferrara, crollate come castelli di carta. Il bilancio potrebbe aumentare perché si parla di possibili dispersi e di altre persone morte per malore. Senza contare un centinaio di feriti, gravi e meno gravi, e le migliaia di persone costrette ad adattarsi nei campi di tende poichè le loro case sono lesionate.

   L’incubo di questa alba domenicale ha mosso però cuori e coscienze. I soccorsi sono stati puntuali, i soccorritori come angeli nella polvere sono stati straordinari. Anche la gente comune si è mobilitata per aiutare chiunque ne avesse bisogno. Nelle prime ore del mattino a Finale Emilia e Mirandola di Modena, a Sant’Agostino e Bondeno di Ferrara c’era chi aveva già preso in mano pala e badile per liberare le strade o aiutare a rimuovere i calcinacci del vicino. E’ la faccia pulita dell’Italia.

   La solidarietà e l’anima della gente però si sono rivelate anche attraverso il web, Twitter, Facebook. E’ il segno dei tempi. Mentre ancora i lampadari oscillavano i messaggi volavano già nell’etere come le rondini della canzone di Lucio Dalla. C’era chi lanciava appelli, chi segnalava le situazioni di maggiore disagio, i crolli, le richieste di soccorsi.

   L’Italia del web si è mobilitata come un esercito di peacekeeping diffondendo ad amici e parenti lontani il quadro della situazione ma fornendo anche un aiuto ufficioso a chi era già in prima linea per portare soccorso ai paesi sfregiati. I nostri lettori ci hanno inondati di messaggi fotografie, testimonianze, segnalazioni.

   Serve anche questo: la Rete in silenzio, rapidamente, racconta la cronaca in diretta svelata dai lettori, con le emozioni, il dolore, la passione. Aiuta anche questo nei momenti tragici. E’ partecipazione ma è anche il segnale che il futuro è già qui, presente fra di noi.

   Un assessore provinciale di Modena invece ha detto una cosa giusta stamane: stiano lontani dalle zone colpite i turisti del disastro. Niente pellegrinaggi per un clic fotografico da tenere come ricordo. In questi momenti non c’è n’è bisogno. Meglio un twit che può salvare la vita di qualcuno. (Beppe Boni)

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È verosimile che possano verificarsi altri sismi di 5°grado

CHE COSA STA SUCCEDENDO ALLA PIANURA PADANA?

di GIOVANNI CAPRARA, da “il Corriere della Sera” del 21/5/2012

– Fino al 2003 non era nelle carte sismiche, poi la svolta – Rischio medio-basso, 3a categoria: L’Aquila è in 1a – (le risposte che qui vi proponiamo sono state redatte con la collaborazione del sismologo MASSIMO COCCO dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia)

1. Come mai un terremoto nel mezzo della Val Padana di intensità medio-alta (5.9 della scala Richter) seguito da una fitta sequenza di altri sismi, alcuni altrettanto potenti?
È il frutto dello scontro tra le placche della crosta terrestre, l’africana contro quella europea. Questo in generale. In particolare è la conseguenza della compressione tra nord e sud che si crea fra le due zolle del pianeta. La spinta degli Appennini, al di sopra della microplacca Adriatica, domenca 20 maggio ha prodotto una faglia lunga una quarantina di chilometri tagliando la Val Padana tra est e ovest, fra Ferrara e Modena, scuotendola vigorosamente. Nell’arco della giornata si è registrato oltre un centinaio di sismi di varia magnitudo ma alcuni con livelli tra 4 e 5 della scala Richter, quindi rilevanti e in grado di provocare seri danni, disastri e purtroppo vittime.

2. Queste zone della Val Padana sembravano in passato un’area relativamente tranquilla ma negli ultimi tempi tutto pare cambiato. Come mai?
Fino al 2003, quando si è compilata l’ultima carta del pericolo sismico, non era nemmeno considerata. Non essendo stati fino ad allora raccolti dati strumentali non era classificata e quindi giudicata a bassa sismicità. Altrettanto successe a San Giuliano di Puglia. Ma gli eventi accaduti hanno costretto a una revisione ponendola all’improvviso nella classifica del pericolo nella terza categoria; vale a dire medio-bassa. L’Aquila, per fare un confronto, è in prima categoria. Negli anni precedenti si erano verificati episodi consistenti. Ad esempio il terremoto di Cento (5.4 della scala Richter) nel 1987 e di Rovigo (4.7) del 2011. Nei mesi più recenti i fenomeni si sono intensificati scuotendo l’intera regione. Dal gennaio 2012 la zona appenninica di Reggio Emilia e Parma venne colpita da terremoti di magnitudo 4.9 e 5.4, a distanza di pochissimi giorni. I due sismi di gennaio, pur avvenuti a profondità molto diverse (30 e 60 km) rispetto ai 6-8 km di quelli di ieri, sono anch’essi legati ai movimenti della stessa «microplacca adriatica», che negli ultimi tempi ha avuto un’attività piuttosto intensa.

3. Questi avvenimenti erano considerati segnali premonitori di scosse più forti o venivano giudicati normali?
Nessuna sorpresa, sottolineano i geofisici. Tutto rientrava nel quadro conosciuto del territorio e anche un sisma lievemente superiore al passato, intorno a 6 gradi della scala Richter, era ritenuto nella norma, prevedibile. Ed è quello che è accaduto. Storicamente il caso più violento di cui si abbia traccia risale al 1570 riguardante un terremoto a Ferrara con una magnitudo di 5.5 della scala Richter. Un altro evento studiato di recente è quello avvenuto nel 1639 con epicentro nei pressi di Finale Emilia dove produsse danni analoghi a quelli di ieri. Gli effetti, poi, dipendono anche dalla profondità dell’ipocentro del sisma e più sono superficiali più si fanno sentire. Quelli di ieri erano tutti inferiori ai dieci chilometri di profondità e infatti le onde si sono trasmesse rapidamente in modo ampio facendo scattare i sismometri nell’intera Italia settentrionale, dal Friuli, al Trentino, alla Liguria, e verso Sud, fino all’Italia centrale. C’è da aggiungere che la Pianura Padana è ricoperta da uno spesso strato di sedimenti e questo tipo di suolo genera degli effetti di amplificazione che si distribuiscono nel territorio.

4. Come mai una sequenza di scosse così prolungata nel tempo e di consistente intensità?
La compressione fra le due placche che ha generato la faglia deve liberare l’energia accumulata. E questo può avvenire in tre maniere. La prima in un breve arco di ore, come sembra stia avvenendo in questo caso, con movimenti tellurici di media intensità superiori al quinto grado della scala Richter; la seconda con piccoli sismi che si distribuiscono in qualche giorno; il terzo modo è invece un rilascio di energia lento e lieve al punto da non fare nemmeno sussultare i pennini dei sismografi e quindi nessuno se ne accorge. I geofisici non possono sapere che cosa sia realmente accaduto nel sottosuolo e come le rocce, nella loro diversa natura, reagiranno alle pressioni.

5. È possibile sapere che cosa accadrà nei prossimi giorni, settimane o anche mesi, cioè se la Terra proseguirà nei suoi tremori?
La Pianura Padana è prevedibile che continuerà a sussultare come ha fatto negli ultimi tempi. E quindi terremoti intorno al quinto grado della scala Richter è verosimile che possano ancora verificarsi. Troppo spesso dimentichiamo che viviamo in un Paese altamente sismico. Ora i sismologi dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia compiranno una campagna di indagini nell’area coinvolta e installeranno nuove apparecchiature per analizzare più in dettaglio i movimenti che il suolo manifesterà al fine di approfondirne la conoscenza e di decifrare meglio eventuali comportamenti. (Giovanni Caprara)

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Crollano tre fabbriche

TERREMOTO IN EMILIA, MORTE DEI TURNISTI NEI CAPANNONI ACCARTOCCIATI

di Andrea Pasqualetto, da “il Corriere della sera” del 21/5/2012

– Sotto le macerie Nicola Cavicchi, Leonardo Ansaloni, Gerardo Cesaro e Naouch Tarik che si era messo in salvo ma poi è rientrato –

SANT’AGOSTINO (Ferrara) – Poteva essere una strage di fedeli se la terra avesse tremato così solo qualche ora dopo. Ricca di chiese e di campanili in parte crollati, questa landa padana di confine fra Emilia, Lombardia e Veneto, così piatta da non scorgere all’orizzonte neppure una collina, ha scritto invece la pagina più nera degli operai della notte.

   Ben prima che sorgesse il sole Nicola Cavicchi, Leonardo Ansaloni, Gerardo Cesaro e Naouch Tarik erano tutti al lavoro, chi a scaricare lastre di alluminio, chi alle prese con i forni delle ceramiche, chi a controllare il polistirolo. Tutti turnisti dalle 20 alle 6 del mattino, sotto i rispettivi capannoni, così movimentati e assordanti da non accorgersi della prima scossa, quella dell’una di notte. «Non l’abbiamo sentita, c’era il rumore delle presse», ha detto Ghulam Murtaza, il miracolato della Tecopress.

   Tutti assunti, regolari, Ansaloni e Casaro con moglie e figli da mantenere, i più giovani Cavicchi e Tarik con il sogno della famiglia. «Nicola si era fatto un mutuo e una casa e voleva sposarsi, pensava a questo» ha detto suo fratello Cristiano. «Naouch stava aspettando il ricongiungimento con sua moglie Widad, risparmiava per questo», sospirava il papà del giovane marocchino. Per questo lavoravano anche di notte, anche il sabato notte. Eppure la domanda che molti si facevano domenica mattina davanti alle macerie era quella sospetta: come mai sotto i capannoni alle quattro del mattino?

LE VITTIME

NAOUK —Si chiamava Naouch Tarik, aveva 29 anni ed era arrivato nel 1994 in Italia da Beni Mellal, Marocco, con papà Mustafà e mamma Fatiha. Operaio da sei anni della Ursa di Bondeno, una fabbrica di polistirolo, sabato notte non ce l’ha fatta a sfuggire al crollo.

   Dopo essere uscito perché tremava tutto, dice un suo collega, Naouch è tornato nel capannone a riprendere qualcosa o forse a chiudere il gas. «Sostituiva il capoturno, si sarà sentito responsabile. Mi hanno detto che gli è caduto addosso qualcosa », sussurra il padre con gli occhi lucidi, mentre poco più in là la madre urla di dolore e il fratello Hassan scuote la testa.

   E mentre lo dice la terra sussulta forte un’altra volta, alle 15 e 18, anche se lui non ci fa più molto caso: «Naouch era importante per me», ripete. Vivono in una grande casa immersa nelle campagne modenesi di Bevilacqua. Ci sono anche le due sorelle, un cognato e un’altra ventina di persone fra cui il console del Marocco a Bologna, Driss Rochdi.

   Il cognato alza un po’ i toni: «Voglio capire perché la struttura non ha retto». Il console usa la diplomazia: «Un grande dispiacere, confido nelle autorità italiane». Naouch, dicono tutti, era persona allegra e sportiva. Aveva chiesto da poco la cittadinanza italiana perché voleva portare a Bevilacqua Widad, la sua giovane moglie marocchina. Rimasta vedova a 18 anni.

GERARDO —Era l’uomo del muletto, l’operaio più esperto, 55 anni, una vita nella Tecopress di Dosso, fabbrica a ciclo continuo di lamierati per macchine. E lui, alle quattro del mattino si trovava al centro del capannone con il suo mezzo a caricare lastre di alluminio.

   L’ultima, drammatica corsa di Gerardo Cesaro di Molinella, sposato con due figli, la racconta l’operatore pachistano delle presse, Ghulam Murtaza: «A un tratto si è mosso tutto, una cosa forte, molto forte, mi sono detto è finita e siamo scappati fuori. Gerardo era sul muletto, l’ha fermato e anche lui ha iniziato a correre. Ma era indietro. Appena siamo passati dalla porta è venuto giù tutto. Lui era vicino all’uscita ma non è riuscito a evitare le lamiere che hanno distrutto tutto, anche la mia macchina parcheggiata fuori». Murtaza ha 40 anni, una moglie, quattro figli e 1.400 euro al mese di stipendio.

   «Gerardo era un uomo molto bravo e molto gentile». Per la notte, che sarebbe finita alle sei, lavoravano in dieci. Fra questi anche il nigeriano Casmir Mbanoske, che il titolare dell’azienda, Sergio Dondi, ha accompagnato a casa ieri insieme con Murtaza, rimasti appiedati. Siccome nessuno dei suoi connazionali l’ha più rivisto, una decina di amici di Casmir hanno protestato fuori e dentro i cancelli della Tecopress. «Stiano tranquilli, il loro amico prima o poi si farà rivedere », hanno tentato di tranquillizzarli i carabinieri.

NICOLA —Era stata una sua piccola conquista quella del turno di giorno alla «Ceramica Sant’Agostino». Ma venerdì e sabato a Nicola Cavicchi è toccata la notte. Un piacere al collega che non poteva andare al lavoro, una fatale sostituzione.

   L’hanno trovato sotto una trave del reparto altoforni, crollato con la scossa delle 4 del mattino. Senza vita. «Nicola è morto sul colpo — non ha dubbi suo fratello Cristiano —. Bastava qualche metro più in là e forse si sarebbe salvato». Perito elettrotecnico, 35 anni, ferrarese di San Martino, Nicola era stato assunto come manutentore. «Aveva provato per un po’ a fare l’elettricista in proprio, ma alla fine i conti non tornavano». Il suo pallino era il calcio.

   Accanito tifoso del Milan, ha giocato fino allo scorso anno come difensore di fascia del San Carlo, una squadra dilettantistica locale. Altra passione, il mare. «Andava ai Lidi Ferraresi il fine settimana. Ricordo che venerdì scorso, dopo aver accettato la sostituzione, ha guardato le previsioni, ha visto due gocce sull’Adriatico e ha detto “ma sì, non mi perdo un granché”». Sognava una famiglia. «Si era fatto anche la casa, sotto la mia, pensando di sposarsi con la fidanzata ma poi gli è andata male e si sono lasciati». Domenica notte alle 4.15 Cristiano ha iniziato a chiamarlo: «Ma lui niente, niente, niente…».

LEONARDO — Era la prima notte in fabbrica dell’operaio Leonardo Ansaloni, addetto agli altoforni. È stato sorpreso dal crollo del tetto mentre tentava la fuga con il collega Nicola Cavicchi.

   Entrambi dipendenti della Ceramica Sant’Agostino che con i suoi 380 addetti rappresenta il colosso industriale di questo piccolo centro nato fra i campi di grano del Ferrarese. Cinquantuno anni, originario di Bondeno, viveva a Sant’Agostino con la moglie Gloria e i loro due figli di 8 e 18 anni. Lavoro pesante il suo, conduttore dei forni ceramici, cioè cuoco delle lastre da pavimento e rivestimento che l’azienda produce e distribuisce in mezzo mondo.

   A differenza di Cavicchi, per il quale i primi soccorritori hanno capito subito che non c’erano margini di salvezza, Ansaloni è rimasto aggrappato alla vita per un po’. Poi, in mattinata, il cedimento. Il responsabile di stabilimento non si dà pace: «Giovanni è corso a chiamarmi dicendomi che erano rimasti sotto, ma io non riuscivo ad aiutarli». Giovanni è Giovanni Grossi che si trovava con loro nell’ala vecchia dello stabilimento ed è il miracolato della notte. Davanti agli occhi dei dirigenti rimane un immenso groviglio di legno, ferro e ceramica. C’è chi piange, chi si dispera, chi tace. «È una lama nel cuore di Sant’Agostino». (Andrea Pasqualetto)

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LA PIANURA SI SBRICIOLA: “È COME UN’ALLUVIONE”

– Viaggio nelle terre stravolte dall’onda sismica: “Mi sono affacciata e ho visto la ringhiera spostata di mezzo metro” –

di PAOLO COLONNELLO, da “LA STAMPA” del 21/5/2012 – inviato a Sant’Agostino (Fe)

   Tra il campanile dell’orologio pericolosamente inclinato e il municipio ferito a morte da uno squarcio laterale che ne mette a nudo la bella sala consiliare, ci sono non più di 150 metri che diventano improvvisamente chilometri infiniti, da percorrere di corsa con la polvere in gola e i calcinacci che c’inseguono, mentre un boato sordo e maligno esplode in un fragore bestiale e sommerge le grida di chi cerca rifugio senza sapere dove andare.
Cinque, dieci secondi: non di più. Ma di puro terrore. Sono le 15,20 di una domenica triste e piovosa quando la seconda forte scossa di assestamento del terremoto che alle 4 e 5 del mattino ha messo in ginocchio questa landa padana tra Ferrara e la luna, convince anche i più restii che qui, a Sant’Agostino, 6000 anime sparse tra fabbriche e campagne, quattro morti accertati, epicentro di un sisma magnitudo 5.9, non è più il caso di rimanere.
Non adesso, non stanotte. Perché la paura dell’ignoto che ieri, poco prima di un’alba livida e maligna ha sbalzato dai letti più di cinquantamila persone tra Modena, Ferrara e Bologna, sembra non voler finire mai. E non è più il caso di stare nemmeno a Mirabello, Vigarano Mainarda, Bondeno, Finale Emilia, San Felice sul Panaro dove il tempo peggiora e nessuno dopo quest’ultima scossa, nonostante la pioggia si faccia battente e il freddo morda le braccia, se la sente di rientrare in casa.
Anche se, incredibilmente, non ci sono dispersi e i morti sono stati relativamente pochi: cinque (4 operai e una donna sepolta dalle macerie di casa) colpiti direttamente dal terremoto, più due donne morte per lo spavento. Poco più di 50 i feriti.
La gente vaga per le strade in attesa di soccorsi, di tecnici di vigili del fuoco per l’agibilità dei palazzi, di un consiglio, di un conforto, della semplice indicazione di una farmacia ancora aperta. Vengono evacuati gli ospedali di Finale e Mirandola. Si montano le tende della Protezione Civile nelle piazze più sicure e nei praticelli all’inglese che abbelliscono centinaia di villette monofamigliari, forse la vera salvezza di un disastro che poteva essere ben peggiore, spuntano igloo e canadesi per una notte da passare all’addiaccio.
Quanti sono gli sfollati? Nessuno esattamente lo sa, si dice almeno 3.000 ma è un numero che aumenta con il passare delle ore. I luoghi dell’epicentro sono stati colpiti da un terremoto dai movimenti sussultori che è stato appena più lieve di quello che nel 2009 devastò l’Aquila e l’Abruzzo e che, per la durata relativamente breve (c’è chi parla di minuti ma si va dai 20 ai 30 secondi) ha risparmiato città più grandi come Modena o Bologna, che dista da qui non più di 40 chilometri.
Così, in questa giornata infinita di spaventi e stanchezza, alle tre e mezzo del pomeriggio gli elicotteri si alzano di nuovo in volo, le sirene delle ambulanze e degli uomini dei soccorsi ricominciano a suonare, saltano le tubature dell’acqua potabile ancora intatte e si verificano nuove fughe di gas: chi sperava che il peggio fosse passato, si deve ricredere. Alcuni paesi sono travolti dalla fanghiglia causata dagli allagamenti e c’è chi dice: «È come se fosse passata un’alluvione». In altri, una guerra. Chi può abbandona queste grasse terre emiliane, verso i Lidi Ferraresi o anche più lontano.
Perché lo sciame sismico che sembrava attenuato con il passare delle ore, che rilasciava piccole scosse, tremolii quasi impercettibili, nel pomeriggio ha battuto un nuovo colpo, tremendo e imprevedibile, devastando e lesionando dove il primo passaggio aveva risparmiato danni peggiori, cogliendo di sorpresa perfino una macchina dei soccorsi che è apparsa preparata ed efficiente, con il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli e il Presidente della Regione, Vasco Errani, che alle 10 del mattino erano già in pista per visitare i luoghi colpiti e iniziare una stima dei danni.
Gli esperti rassicurano: non potranno più tornare scosse forti come quella di ieri notte, annunciata da un primo breve sussulto all’una e un quarto: «Ho sentito il letto tremare e mi sono affacciata alla finestra: nella piazza sembrava tutto tranquillo, dei ragazzi ridevano tornavano dalla discoteca. Mi sono sentita stupida», racconta Maura, 48 anni, mentre osserva desolata la Rocca degli Estensi di Finale, sbriciolata per metà. Così è tornata a dormire: «Ma ero inquieta: alle 4 e 5 ho sentito un rumore fortiss mo, come un’esplosione prolungata. La ringhiera del balcone si è spostata di 50 centimetri, ho infilato le ciabatte e sono corsa per le scale: questa volta in piazza urlavano tutti…».
A Finale è crollato un po’ tutto: la torre del municipio, la facciata del Duomo, il castello, la Torre dell’Orologio si è squarciata a metà seppellendo diverse auto.
Invece a Sant’Agostino, dove il municipio pur accartocciato e sbilenco è rimasto in piedi mentre il campanile sta ormai sfidando le leggi di gravità, i morti sono stati quattro e tutti in un raggio di due chilometri: due operai della Ceramiche Sant’Agostino, uno della Tecnopress e infine un’anziana di 103 anni, rimasta sotto le macerie della propria casa.
Un altro operaio è morto a Bondeno. Arrivando fin qua, passando tra i paesini che punteggiano i luoghi dell’epicentro, srotolato in un arco di non più di 15-20 chilometri, sono davveropochi i campanili, i tetti delle chiese e le fortezze estensi rimasti intatti. Eppure, nonostante la paura, molti sono tornati a lavorare: bar, ristoranti, supermercati hanno riaperto già dal mattino. La crisi, forse, spaventa ancora più del terremoto. (Paolo Colonello)

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I RISCHI SISMICI SONO NOTI (E IGNORATI)

LE FATALITÀ PREVEDIBILI

di GIANANTONIO STELLA, da “il Corriere della Sera” del 21/5/2012

– I RISCHI SISMICI SONO NOTI (E IGNORATI )-

   L’altra volta, quando venne giù mezza città e dappertutto era pieno di morti e perfino il duca Alfonso II d’Este e la famiglia dovettero accamparsi «come zingari» nel cortile della reggia, i ferraresi accusarono quel menagramo del gabelliere e il pittore Helden disegnò sulle rovine un drago fiammeggiante e il papa Pio V ci vide la punizione di Dio per la protezione accordata agli ebrei.

   Qualche secolo dopo, però, è inaccettabile che davanti alle vittime e alle macerie del terremoto ferrarese, non potendo più incolpare draghi ed ebrei, si parli ancora di tragica e imprevedibile fatalità. Certo, i nostri avi li fecero bellissimi ma fragili, quei campanili e quelle rocche che ieri si sono sgretolati aggiungendo dolore ai lutti per le vite umane. Non avevano gli strumenti, le tecnologie, i materiali di oggi per reggere l’urto di un sisma.

   Ma proprio a Ferrara, dopo il devastante terremoto del 1571, ricorda www.centroeedis.it , l’architetto Pirro Ligorio, successore di Michelangelo alla Fabbrica di San Pietro, progettò la prima casa antisismica. E se con strazio possiamo accettare il collasso di certe residenze antiche, non possiamo rassegnarci al crollo di palazzine e capannoni ed edifici vari tirati su, nel Ferrarese come altrove, in tempi recenti.

   Perché noi sappiamo esattamente quali sono le aree a rischio, già colpite in passato e fatalmente destinate a esserlo ancora. I sismologi storici del gruppo di Emanuela Guidoboni hanno contato negli ultimi cinque secoli, in Italia, 88 disastri sismici dagli effetti superiori al 9° grado della scala Mercalli, cioè più gravi di quello abruzzese.

   Fate i conti: uno ogni cinque anni e mezzo. Catastrofi che hanno causato complessivamente, solo dall’Unità a oggi, oltre 200 mila morti e danni pesantissimi.
Siamo un Paese ad alto rischio. Forse più di tutti per la densità abitativa e il patrimonio storico, monumentale e artistico di cui siamo (forse immeritatamente…) custodi. Altri fisserebbero norme edilizie rigidissime e farebbero regolari corsi d’addestramento per i cittadini e lezioni in classe per i bambini fin dalla materna. Noi no.

   Da noi gli ascensori salgono dal piano 12° al 14°, gli aerei non hanno la fila numero 13 e chi ha abusivamente costruito in zone pericolose invoca il condono e meno lacci e lacciuoli antisismici. Come se già due secoli e mezzo fa Jean-Jacques Rousseau, dopo il terremoto di Lisbona, non avesse sottolineato amaro: «Non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani».

   Sapete come si intitola un lavoro recentissimo della Guidoboni? «Terremoti a Ferrara e nel suo territorio: un rischio sottovalutato». Vi si spiega che, al contrario di quanto pensavano nel Medioevo, anche sotto la pianura più piatta possono esserci faglie capaci di dare scossoni tremendi e che l’area colpita ieri nell’ultimo millennio aveva contato già 22 «botte» più o meno gravi «eppure quanti sono i cittadini di Ferrara e della sua provincia ad avere percezione della pericolosità sismica dell’area in cui abitano?».

   Per mesi e mesi gli amministratori locali erano stati martellati: occorre un progetto per affrontare il tema. Risposte? Sorrisi. Ringraziamenti. Rinvii. Perché parlarne se porta iella? (Gian Antonio Stella)

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RADIOGRAFIA DI UN DISASTRO «MA NUMERIAMO LE PIETRE E RICOSTRUIAMO SUBITO»

di Paolo Conti, da “il Corriere della Sera” del 21/5/2012
– Danni a decine di chiese, a palazzi e castelli estensi –

   L’elenco dei danni è provvisorio, nella sua devastante gravità, già lungo e dettagliato per la rapidità dell’intervento. Stavolta il dicastero per i Beni culturali si è mosso in tempo reale. Il ministro Lorenzo Ornaghi, a marzo, ha creato un’unità di crisi coordinata dal segretario generale Antonia Pasqua Recchia, in stretto contatto con la Protezione civile e i Vigili del fuoco per fronteggiare ogni emergenza.

   Ieri, amarissimo, concreto debutto. Il segretario generale Recchia si è alternata al coordinamento col neoprefetto Fabio Carapezza Guttuso, capo della Commissione sicurezza patrimonio. Il risultato operativo, per esempio, è stato il rapido arrivo dei Vigili del fuoco specializzati, gli stessi spediti a suo tempo a L’Aquila.
L’area modenese è la più colpita. A Finale Emilia crollata la Torre dei Modenesi, perduto il Mastio della Rocca Estense, danni alla Torre del Municipio e al campanile del cimitero monumentale, alle chiese di San Bartolomeo o della Buonamorte, del Rosario, dell’Annunciata (XVI e XVII secolo), giù il timpano e le navate interne del Duomo.

   Salva la pala del Guercino della chiesa del Seminario. Distrutta la chiesa di San Carlo, nel comune di Sant’Agostino, dove i Vigili hanno salvato la tela dell’altare con un’operazione spettacolare. Nella chiesa di Buoncompra, vicino Finale, metà della facciata è crollata.
Gravissimi danneggiamenti a un’altra Rocca Estense, quella di San Felice sul Panaro, con una storia che comincia nel 927 dopo Cristo. Di nuovo a San Felice crollata in gran parte la Chiesa Arcipretale del 1499 e lesionata la Torre dell’Orologio.

   In quanto a Ferrara, crollati alcuni cornicioni del Castello Estense, chiusi per precauzione i tre musei statali (Pinacoteca, Museo Archeologico, Casa Romei). Danni alle chiese di San Carlo e Santa Maria in Vado.

   Nel ferrarese crollata la torre dell’orologio del Castello Lambertini a Poggio Renatico (XV secolo), a Mirabello cedimenti all’oratorio di San Luca e alla chiesa di San Paolo, stessa situazione alla chiesa di San Lorenzo a Casumaro di Cento. Crollata la chiesa di San Martino a Buonacompra di Cento.
Dice Antonia Pasqua Recchia: «Impossibile procedere a una quantificazione economica. Ma il danno è vastissimo. La situazione dei beni culturali in quell’area è ancora più drammatica di quanto non emerga dalle immagini. Se pensiamo che solo a causa della neve sono stati necessari interventi per 20 milioni di euro, possiamo immaginare quanto denaro occorrerà. Il direttore regionale per i Beni culturali dell’Emilia-Romagna, Carla Di Francesco, che sta coordinando le operazioni in tarda serata mi ha parlato di un quadro disastroso».

   Aggiunge Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali: «Manca una completa mappatura del rischio sismico dei beni culturali. Mancano soprattutto i fondi. Quest’anno il ministero dispone di fatto di appena 85 milioni di spesa con un ulteriore taglio di 9 milioni. Una situazione drammatica, al limite del collasso».
La ferita alla cultura italiana è immensa, come spiega Andrea Emiliani, a lungo soprintendente in Emilia-Romagna: «L’area ferrarese e modenese ha un’importanza estrema sia per quanto riguarda l’architettura militare e di Signoria, quanto per l’intensità della vita intellettuale della corte estense che produsse una densa creazione architettonica e pittorica». Ecco perché tante chiese, tante strutture militari, questa fitta tessitura di bellezza architettonica sul territorio.
L’Italia, come teorizzava Cesare Brandi, è un grande museo diffuso sul territorio e un terremoto può devastarlo. Ma una volta tanto Vittorio Sgarbi non è catastrofista. Anzi: «Non ci sarà un altro Abruzzo, dove prevale una cultura assistenzialistica. La laboriosità degli abitanti della zona è famosa, non staranno lì ad aspettare gli aiuti dal cielo, si organizzeranno. Assisteremo a qualcosa di paragonabile a quanto avvenne in Friuli nel 1976».
Già si ipotizzano possibili ricostruzioni. Per esempio del simbolo dei danni culturali di questo sisma, la Torre dei Modenesi, o dell’Orologio, di Finale Emilia: data di nascita 1213, emblema secolare della zona. Dice Antonia Pasqua Recchia, segretario generale del Ministero per i Beni e le attività culturali: «È possibile immaginare un’operazione molto complessa ma realistica. Numerare le pietre e rialzare la torre per anastilosi», cioè ricostruire utilizzando i materiali originari accuratamente riordinati.

   C’è il precedente del duomo di Venzone, in provincia di Udine. Crollò nel terremoto del 1976 e fu ricostruito tra il 1988 e il 1995 proprio per anastilosi, pietra dopo pietra. Rialzare una torre è importante per una comunità, come spiega Luca Zevi, neoresponsabile del Padiglione Italia alla Biennale Architettura: «Parliamo di un simbolo fondamentale legato all’identità civile e territoriale, visibile da lontano, attorno al quale accorrere in caso di necessità.».

   Cominciare a recuperare immediatamente sarebbe importantissimo. Proprio per non riscrivere la catastrofica, tristissima pagina del centro storico dell’Aquila. Oggi nuove riunioni al ministero per organizzare squadre di storici dell’arte destinati all’inventario dei danni. (Paolo Conti)

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La scienza

“L’APPENNINO STA PREMENDO SULLE ALPI. LA PIANURA PADANA STRETTA IN UNA TENAGLIA”

– I sismologi e la sorpresa del Nordest: “Non è più immune dal rischio”. Alla base del sisma il movimento verso nord della placca adriatica, in corso da tempo –

di ELENA DUSI, da “la Repubblica” del 21/5/2012

   L’allarme suona immediatamente. I pennini hanno appena iniziato a ballare sul rullo di carta cerata che gira a velocità appena percettibile. Nella sala sismica dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), a Roma, la scena si è ripetuta più di cento volte dall’una del mattino (primo tremore: 4,2 di magnitudo) alle cinque del pomeriggio, passando per la scossa più violenta, di magnitudo 5,9 delle 4:03, e per l’allarme rosso alle 15:18, magnitudo 5,1.
A ogni suono della sirena un sismologo analizza la forma dell’onda sismica, localizza l’epicentro, calcola la magnitudo, e un punto rosso si aggiunge sul maxischermo che mette insieme tutte le scosse di quest’ondata che non vuole saperne di scemare. Unendo gli epicentri dello sciame appare una striscia di 30 km che corre da est a ovest. Lì, nel sottosuolo, la placca adriatica si sta agitando. Spostandosi verso nord-est alla velocità di 4 millimetri all’anno, e sollevandosi nello sforzo di cavalcare la Pianura Padana, la faglia si è spaccata. Ora, come una molla, sta rilasciando l’energia compressa. Il tremore ieri notte è stato avvertito da Bolzano a Rieti e da Torino a Trieste. Perfino il rombo si è fatto udire in tutta la Pianura Padana.
“Non è finita qui. Ci vorrà tempo prima che le scosse di assestamento diminuiscano. Non escludiamo che si tocchino di nuovo magnitudo elevate” mette in guardia Warner Mazzocchi, uno dei sismologi dell’Ingv buttati giù dal letto ieri notte. A fine gennaio un altro sciame sismico aveva scosso Parma e Reggio, raggiungendo magnitudo 5,4.
“È evidente che in quell’area c’è un’attività parecchio vivace” conferma Stefano Gresta, che dell’Ingv è neopresidente. “Ma non è la prima volta che accade” aggiunge Concetta Nostro. “Nel 1570 si registrò un sisma di magnitudo 5,5 sempre vicino a Ferrara, mentre nel 1987 raggiungemmo magnitudo 5,4”. E risalendo più indietro, nel 1117 tutto il Nord Italia fu squassato da un sisma monstre di 6,4 che fu avvertito fino in Svizzera. Eppure nelle mappe ufficiali del rischio la zona tra Ferrara, Modena, Rovigo e Mantova è classificata come “medio-bassa”.
Sotto accusa oggi c’è quell'”Arco di Ferrara” colpevole già del terremoto disastroso del 1570. “La falda dell’Appennino avanza sotto alla Pianura Padana, comprimendosi e rialzandosi lungo un fronte che ha la forma di un arco e dove si concentra la pericolosità sismica” spiega Claudio Chiarabba, funzionario di sala sismica. “Quando si rompe una faglia – spiega il sismologo Luca Malagnini – gli epicentri delle scosse si distanziano di una decina di chilometri l’uno dall’altro. Ma stavolta le scosse coprono un fronte di oltre 30 chilometri. Segno che a rompersi è stata più di una faglia”.
In tutti i casi (come forse anche per i 6,2 gradi raggiunti all’Aquila nel 2009), la colpevole è sempre lei: la placca adriatica che dall’Africa preme verso nord-est. Questo blocco di roccia rigido e frastagliato confina a ovest con l’Appennino e a nord con le Alpi di Veneto e Friuli. Nella sala sismica dell’Ingv, quasi tutti i punti rossi recenti sono concentrati lungo i suoi bordi. Ma se si allarga lo sguardo del maxischermo sulla Terra intera, un’altra zona molto calda compare in Giappone. “Sono ancora le scosse di assestamento di Fukushima” spiega Alessandro Amato dell’Ingv. “In casi di sismi così violenti, l’assestamento può durare anche anni”. Ma gli esperti assicurano che non sarà il caso della Pianura Padana. (Elena Dusi)

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CHE COSA E’ UN EVENTO ESTREMO?  E CHE COSA E’ UN DISASTRO?

da http://www.centroeedis.it/index.html

Un “EVENTO ESTREMO” è qualsiasi evento di origine naturale fuori dalla norma misurata per quel determinato ambiente geofisico in un determinato spazio di tempo. Un “DISASTRO” è l’interazione distruttiva fra un evento estremo e i caratteri del contesto abitato in cui esso accade.

PERCHE’ IN GENERE NON SI RICORDANO I DISASTRI?  IL PESO INSOSTENIBILE DELLA MEMORIA “DISASTROSA”
I disastri sono sentiti come una sconfitta nel rapporto uomo-natura, o peggio si fa leva sul vittimismo delle comunità e degli individui, in un rapporto spesso di dipendenza con i decisori (quasi sempre poteri statali). Ma proprio nei momenti di crisi si possono aprire nuove prospettive, in un rapporto istituzionale equilibrato, dove la responsabilità individuale può diventare un perno di decisioni diverse. Ricordare per imparare.

SCIENZA E DISASTRI: QUALCOSA NON TORNA?
Oggi le scienze lavorano tutte sul presente: tecnicamente si sa benissimo come difendersi dai terremoti, come consolidare versanti, come evitare che le acque di piena travolgano case ecc. Eppure i disastri non flettono in frequenza, anzi negli ultimi decenni è aumentata la propensione ai disastri. Eppure siamo più ricchi, più colti, più bravi di cinquanta o cento anni fa. I saperi scientifici e tecnici non fermano speculazioni e interessi individuali, anzi sono spesso utilizzati per soluzioni–tampone. Serve una cultura diversa e diffusa, basata su conoscenze e consapevolezza. Serve una conoscenza delle pericolosità ambientali ben radicata. Serve sapere cosa chiedere a chi amministra un territorio e serve che il rispetto delle norme divenga una priorità nazionale inderogabile.

PERCHE’ CONIUGARE SCIENZA E STORIA?
E’ possibile conoscere con molti dettagli e per un lungo arco di tempo la sismicità, l’attività vulcanica, la piovosità o la propensione alle frane di intere aree abitate. L’interazione di questi eventi di origine naturale, con la vita delle persone e dei luoghi abitati, significa conoscere quanto i disastri abbiano pesato sulle generazioni che ci hanno preceduto e le risposte che siano state date o meno a quei caratteri ambientali. Addentrarsi in questa storia consolida l’identità culturale e rafforza la consapevolezza che a quegli stessi rischi siamo ancora esposti, se non si interviene adeguatamente.
I fenomeni naturali geodinamici (terremoti, eruzioni vulcaniche) e quelli di origine atmosferica o climatica (alluvioni, siccità), anche se non sono eventi estremi, divengono disastri in un contesto abitato reso fragile e vulnerabile dalle azioni umane.
La conoscenza scientifica e storica degli eventi distruttivi già accaduti è in grado di mostrare, senza distorsioni catastrofiste o paure, la pericolosità e la sua stabilità nel tempo, quasi mai nota. Alla pericolosità sismica e vulcanica sono esposti paesi e città. Conoscere la storia di queste interazioni con i centri abitati è la base per non temere la pericolosità della natura, ma cercare risposte corrette.

E IL DESTINO? CI SONO AREE “MALEDETTE”?
Atteggiamenti fatalistici e irrazionali favoriscono la perdita di consapevolezza della pericolosità ambientale e dei rischi connessi. Perché affidare le nostre prospettive di futuro a un “destino” ancorato a fantasiose cabale e coincidenze? Gli elementi di pericolosità sono noti all’ambiente scientifico degli addetti ai lavori. La possibilità di trovare soluzioni corrette dovrebbe essere valutata dai cittadini, così come si valuta l’eliminazione dei rifiuti urbani o la circolazione delle merci, o lo stato di efficienza delle automobili. Occorre attivare sempre più la comunicazione fra ambienti della ricerca e società. Se si conoscono i rischi a cui si è esposti, si accettano in modo responsabile norme di tutela e vincoli. Queste sono le basi di una nuova cultura della sicurezza abitativa.

POSSIAMO FERMARE I DISASTRI DI ORIGINE NATURALE?  SENZA ILLUSIONI – Non cerchiamo rassicurazioni – Non vogliamo allarmismi

Questo titolo SENZA ILLUSIONI poteva essere quello della giornata di Studio del 12 dicembre 2011, organizzata a Roma dal Centro EEDIS, nella prestigiosa sede storica dell’Accademia di San Luca, a due passi dalla fontana di Trevi.
La giornata atmosferica è stata fedele al tema: nella mattina un potente acquazzone ha mandato in tilt i trasporti di Roma, dando una pallida idea di quello che succede quando non si è pronti a sopportare eventi climatici, ben lontani dall’essere estremi!
All’insegna quindi della nostra debolezza di sistema, per così dire, hanno preso la parola oltre venti specialisti presentando uno spaccato inedito della storia d’Italia dal punto di vista dei disastri di origine naturale, e dei problemi connessi. Terremoti, frane, alluvioni, eruzioni vulcaniche hanno segnato la vita del Paese appena unificato, come d’altra parte era già successo nei secoli precedenti, negli antichi stati italiani, e come – non facciamoci illusioni – continuerà a succedere nei prossimi anni e secoli. Senza allarmismi, ma con le idee chiare, si è aperta una riflessione a più risvolti. Perché la scienza non riesca a comunicare correttamente e con convincimento i rischi che stiamo correndo, la cui conoscenza è invece alla base di ogni strategia di difesa? Perché rendere responsabile chi abita nelle aree a rischio sembra così difficile, come se si trattasse di bambini da rassicurare, anziché di adulti da responsabilizzare? Perché i beni culturali, la nostra ricchezza italiana, continuano ad essere erosi dai terremoti e da altri eventi distruttivi? La verità è che l’Italia, paese sviluppato e industrializzato, non è ancora riuscita a dare una risposta condivisa e di lungo periodo al problema dei disastri, ossia a formare una cultura della sicurezza, per la quale non sono sufficienti le conoscenze scientifiche e tecniche. Cosa possiamo fare fra i due poli portanti del problema, istituzioni e decisioni individuali?
Da questo incontro, ricco di dati e di riflessioni multidisciplinari, volto a un pubblico non specialistico, si farà nel corso del 2012 un libro, una sorta di manuale di sopravvivenza per il futuro, in cui la memoria storica e la consapevolezza dei danni subiti saranno la base da cui trarre gli orientamenti. (DA http://www.centroeedis.it/index.html )

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SUL NOSTRO BLOG, PRECEDENTEMENTE, SUI TERREMOTI:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/04/14/%e2%80%9ci-profeti-del-terremoto%e2%80%9d-ma-davvero-gli-eventi-sismici-non-si-possono-prevedere-ma-almeno-facciamo-una-prevenzione-seria/

…….

https://geograficamente.wordpress.com/2009/04/15/ancora-sul-prevedere-i-terremoti-il-rischio-statistico-come-e-dove-costruire-antisismico/

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4 thoughts on “IL TERREMOTO IN EMILIA – geografia di una terra antica e moderna, solidale e ricca, ora ferita nella sua bellezza e normalità – e con l’irresponsabilità di non essere riuscita a immaginare i pericoli della sua esposizione al rischio sismico – la LEVA DELL’ESENZIONE FISCALE come VOLANO PER LA RICOSTRUZIONE

  1. Patti Ala mercoledì 23 maggio 2012 / 16:53

    Efficace commento, e adesso che sappiamo cosa posssiamo fare. Io abito all’ottavo piano e sto ancora tremando e dopo tre giorni non dormo. E allora? Mi sento ben impotente e non posso stare fuori dalla porta tutto il giorno.

  2. anna lolli martedì 29 maggio 2012 / 15:30

    Mia madre mi parlava che dopo la grande neve del 1929 vi fu il terremoto con scosse ripetute e che con la famiglia dormirono in tende per parecchio tempo (tende distribuite non iniziativa privata) e che vi era anche una canzoncina che ricordava l’evento “la scossatina va, la scossatina vien” diceva circa così. non ne sento però parlare, possibile?.

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