EUROPA sempre peggio e LAVORO in progressivo declino (specie per i GIOVANI) – la spinta innovativa, fatta di PARTECIPAZIONE e SPERANZA che ancora manca per risollevarci dalle difficoltà

DISOCCUPATI in coda davanti a un centro per l’impiego a MADRID – foto tratta da http://www.ibtimes.com

Nel crollo dell’Europa cui stiamo assistendo (impotenti?) è probabile che verremmo tutti coinvolti; e ci cambierà molto la vita. Ma alcuni, coinvolti, lo saranno di più. Lo saranno alcuni paesi più “deboli”: come la GRECIA, il PORTOGALLO, ma anche la SPAGNA (il fallimento finanziario in questi giorni della maggior banca ispanica è un segnale assai brutto). Da noi forse ci rimetterà di più il SUD, e le categorie deboli come gli immigrati qui arrivati, integratisi e stabilizzatisi con le loro famiglie (i bambini, in tutto uguali agli altri bambini italiani…). Nuovi poveri che loro malgrado avanzeranno, torneranno ad esserlo. Nazioni che si erano sviluppate. Popoli e persone che avevano raggiunto una dignitosa emancipazione.

E saranno di più coinvolti i GIOVANI, quelli che un lavoro garantito non ce l’hanno ancora. Poi chi ha un lavoro autonomo, non garantito, “ad alto rischio”, cioè che di più risente della depressione dei consumi, oppure della concorrenza dei Paesi emergenti….

MERKEL – Monti: un piano tedesco per salvare l’Europa in sei punti? (vedi il secondo articolo di questo Post, ripreso da IL FATTO QUOTIDIANO)

In questo Post mettiamo alcuni articoli riferiti in particolare alla situazione europea (alla Germania che non vuole assumersi il ruolo di leader di un processo di unificazione), alla Grecia e al disagio di “caos” che lì di più che da altre aperti si vive; e appunto ai giovani, categoria tra le più massacrate dalla crisi, dalla mancanza di lavoro.

Di fronte all’inerzia della politica, e della mancanza di idee nuove del sistema economico (cui la forza del lavoro manifatturiero è andata a vantaggio, pensiamo anche giustamente, del sollevarsi dalla miseria dei nuovi paesi emergenti come Cina, India, Brasile…) tutti gli analisti economici, sociologici, culturali, almeno quelli più attenti e bravi, sembrano concordare che siamo in un periodo in cui prevalgono i cosiddetti AUTOMATISMI: cioè fenomeni sociali, economici, cui ci adeguiamo e siamo succubi: come la TECNOLOGIA (invenzioni, nell’era digitale, nuove che dobbiamo acquistare, spesso superate nello spazio di poco tempo…), il “MERCATO” e le sue regole che, riconosciamo solo ora, abbiamo per troppo tempo lasciato nelle mani del sistema finanziario più spregiudicato (e dal 2007/2008, scoperto il gioco che non poteva reggere di un’economia, una ricchezza “di carta”, è crollato miseramente, ma ancora resiste con un sistema bancario sempre uguale che difende i suoi provilegi…)…. Insomma per dire che “automatismi” economici, sociali (il nuovissimo prodotto tecnologico in tasca; lo “shopping”, parola e atteggiamento detestabile, come stile di vita…) ebbene tutti questi meccanismi automatici vanno fermati: se prima pensavamo alla meglio che dovevano essere “strumenti” e non “fine” delle vite personali e sociali, ora vien da pensare che non debbano neanche essere “strumenti”.

LA SPAGNA E LA GRAVE CRISI DEL SUO SISTEMA FINANZIARIO. La Comisión Nacional del Mercado de Valores (CNMV), l’ente che regola e vigila sul mercato azionario in Spagna, ha sospeso il 26 maggio le quotazioni di BANKIA, una delle più importanti e grandi banche del paese. La sospensione del titolo, hanno spiegato le autorità, si è resa necessaria a “causa di particolari circostanze che potrebbero influenzare il normale andamento delle azioni” in borsa. La decisione sembra essere legata alle voci sulla possibile richiesta da parte di Bankia di un piano di aiuti per 15 miliardi di euro al governo spagnolo per evitare il fallimento. Due settimane fa la banca era già stata in parte nazionalizzata per alcuni seri problemi legati alla natura dei propri debiti

In ogni caso l’era del “consumo” rischia di cessare da se (ancora una volta per “automatismo”, visto che non ci saranno più soldi da spendere). Il recupero di sé stessi, della propria credibilità individuale e collettiva (delle comunità, micro e macro…) passa per due parole. La prima è il ritorno alla PARTECIPAZIONE, al voler contare sulle cose che ci riguardano (e anche a fenomeni di volontariato, di “autogestione”); la seconda parola che deve rappresentare un obiettivo immediato è la SPERANZA: il voler credere che, come individui, come comunità, come Europa, ce la possiamo fare a inventarci una vita interessante e dignitosa, pur nella crisi e nelle difficoltà che, è sicuro, dureranno molto ma molto tempo. (sm)

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«LA GERMANIA NON AFFONDI L’EUROPA. SAREBBE LA TERZA VOLTA IN CENT’ANNI»

JOSCHKA FISCHER, ex leader dei Grunen ed ex ministro degli esteri tedesco – Fischer, nell’intervista al Corriere della Sera (nella quale critica pesantemente la politica europea della Merkel) (intervista che qui sotto riportiamo), racconta un aneddoto: «Sono stato spesso a Venezia, ma solo alcuni mesi fa, per la prima volta ho dormito in laguna. Un’esperienza indimenticabile: alle 7 della sera, la città era vuota, nulla sembrava vivo. E allora ho pensato alla Serenissima, alla grande potenza che ha dominato il Mediterraneo e parte del Medio Oriente, esercitando per secoli una forte egemonia economica, politica e culturale, ridotta a un bellissimo museo deserto. Vogliamo che anche l’Europa diventi questo? Non credo, ma potremmo esservi molto vicini». (Paolo Valentino, da “il Corriere della Sera” del 26/5/2012)

– Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco: «La cancelliera miope. Se l’euro cade, noi saremo i grandi perdenti» –

di  PAOLO VALENTINO, da “il Corriere della Sera” del 26/5/2012

BERLINO – «Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l’ordine europeo. Poi ha convinto l’Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l’integrazione d’Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo».

   Joschka Fischer sceglie parole pesanti come pietre per lanciare un allarme fatto di passione e ragione, cuore e testa d’europeo. L’ex ministro degli Esteri tedesco è «preoccupato» da una situazione che definisce «seria, molto seria» per l’Europa. Ed è anche scettico, perché non vede in giro «forze e leader, disposti a fare i passi necessari», senza i quali «rischia di essere spazzato via il miracolo di due generazioni di europei: l’investimento massiccio in una costruzione istituzionale, che ha garantito il più lungo periodo di pace e prosperità nella storia del Continente».

   Lo incontro nella sede della «Joschka Fischer and Company», la società di consulenza strategica che ha fondato da pochi anni. Le finestre del suo ufficio danno sulla Gendarmenmarkt, la piazza dove i re prussiani facevano sfilare i loro reggimenti e il regime comunista della Ddr organizzava i suoi raduni. Ora è il cuore pulsante della nuova Berlino, magnifica capitale di una Germania cui l’Europa in crisi torna a guardare con diffidenza e malumore.
«Mi preoccupa – spiega Fischer – che l’attuale strategia chiaramente non funziona. Va contro la democrazia, come dimostrano i risultati delle elezioni in Grecia, in Francia e anche in Italia. E va contro la realtà: lo sappiamo sin dalla crisi del 1929, dalle politiche deflattive di Herbert Hoover in America e del cancelliere Heinrich Brüning nella Germania di Weimar, che l’austerità in una fase di crisi finanziaria porta solo a una depressione. Sfortunatamente, sembra che i primi a dimenticarlo siamo proprio noi tedeschi. Certo l’economia della Germania è in crescita, ma ciò può cambiare rapidamente, anzi sta già cambiando».

   L’ex vice-cancelliere del governo rosso-verde invita a non farsi alcuna illusione: l’Europa è oggi sull’orlo di un abisso. «O l’euro cade, torna la re-nazionalizzazione e l’Unione Europea si disintegra, il che porterebbe a una drammatica crisi economica globale, qualcosa che la nostra generazione non ha mai vissuto. Oppure gli europei vanno avanti verso l’Unione fiscale e l’Unione politica nell’Eurogruppo. I governi e i popoli degli Stati membri non possono più sopportare il peso dell’austerità senza crescita. E non abbiamo più molto tempo, parlo di settimane, forse di pochi mesi».

Ma perché non sarebbe possibile limitare le conseguenze di un’uscita controllata della Grecia dall’Eurozona?
«L’Euro è un progetto politico. Non è che avessimo bisogno della moneta unica agli inizi degli Anni Novanta. Doveva essere il vettore dell’integrazione politica: questa era l’idea di fondo. Nessuno oggi può garantire che se la Grecia abbandona l’euro, non si verifichino un crollo della fiducia, una corsa alle banche in Spagna, in Italia, probabilmente anche in Francia, cioè una valanga finanziaria che seppellirebbe l’Europa. Secondo, cosa pensa che farebbero i greci una volta fuori? Cercherebbero altri partner, come la Russia per esempio, che è già pronta e nessuno ne parla. Diremmo addio all’ampliamento verso Sud-Est, l’integrazione europea dei Balcani sarebbe finita. È una follia: si possono avere opinioni diverse sulla vocazione europea della Turchia, ma non c’è dubbio che i Balcani, regione intrinsecamente instabile, siano parte dell’Europa. Senza contare che la Grecia fuori dall’euro precipiterebbe nel caos».

La discussione attuale si concentra sugli eurobond. Ma per concretizzarli occorrerebbero mesi, se non anni. Non è un falso dibattito, rispetto ai tempi brevi di cui lei parla?
«No, è un dibattito importante. In fondo dietro gli eurobond c’è uno dei prossimi passi da compiere. Gli elementi della soluzione sono quattro: Unione politica e Unione fiscale dell’Eurogruppo, crescita e riforme strutturali. Sono per esempio ammirato dal fatto che in questa fase, l’Italia abbia mobilitato i suoi istinti di sopravvivenza dando vita al governo Monti, che sta lavorando bene. Ma rimango perplesso che Hollande, il nuovo presidente francese del quale apprezzo l’impegno per la crescita, voglia riportare a 60 anni l’età pensionabile. Nessuno di questi elementi va trascurato o annacquato, devono viaggiare insieme se l’Europa vuole davvero superare la sua crisi esistenziale».

Perché la cancelliera Merkel non si muove dalla linea dell’austerità?
«Angela Merkel pensa solo alla sua rielezione. Ma è un calcolo miope e fa un grosso errore. Perché sul piano interno è già molto indebolita. Merkel è forte finché l’economia tedesca è forte. In Germania non c’è crisi economica, ma stiamo attenti perché ci coglierà in modo brutale. Se non ci assumiamo la responsabilità di guidare l’Europa insieme fuori dalla crisi, saranno guai grossi, perché noi saremmo i grandi perdenti, sia sul piano economico che su quello politico».

Quale governo tedesco può fare ciò che lei propone?
«Solo un governo di grande coalizione. Altrimenti, ogni partito all’opposizione sarebbe tentato di sfruttare questa situazione. Ma un governo di unità nazionale ce la farebbe. Non è un passo semplice. “Perché dovremmo farlo?”, è la domanda prevalente in Germania”».

Già, perché dovreste farlo?
«Semplice, perché altrimenti vanno a rotoli sessant’anni di unità europea. Fine. Rien ne va plus . Purtroppo non abbiamo più un Helmut Kohl a dircelo».

E come dovrebbero svolgersi gli avvenimenti, qual è il primo passo immediato?
«L’europeizzazione del debito. Il problema, qui la Germania ha ragione, è di evitare che poi le riforme strutturali per migliorare la competitività si fermino o vengano ammorbidite. Non si tratta di europeizzare l’intero debito, ci sono proposte interessanti sul tavolo. Ma il punto di fondo è che la Germania deve garantire con il suo potere economico e le sue risorse la sopravvivenza dell’Eurozona. Bisognerà dire: siamo un’Unione fiscale, restiamo insieme. Sarà difficile, i mercati diranno la loro, le agenzie di rating toglieranno probabilmente la tripla A alla Germania, ma bisognerà resistere e per farlo abbiamo bisogno dell’Unione politica. E qui è la Francia che deve dire sì a un governo comune, con controllo parlamentare comune della zona euro. In gioco è il ruolo globale dell’Europa nel XXI secolo. Vogliamo averne uno? Solo insieme potremo dire qualcosa sul nostro futuro ed essere ascoltati».

Non è troppo tardi per tutto questo?
«No, abbiamo una chance, che probabilmente si aprirà concretamente poco prima del crollo. Bisogna avere nervi saldi, il lusso delle illusioni non ci è concesso. Finora abbiamo solo reagito. Le decisioni dell’Ue hanno sempre inseguito gli avvenimenti. Non abbiamo mai agito in modo strategico. Non basta più».

Cosa vuol dire governo e controllo parlamentare comuni?
«Dimentichiamo per un attimo i 27. Al momento decisivi sono i Paesi dell’Eurozona. I capi di governo agiscono già di fatto da esecutivo europeo, i Parlamenti nazionali hanno la sovranità sul bilancio. Dobbiamo fare passi concreti verso una federazione: nel 1781 c’era una situazione simile in America. Cosa fece Alexander Hamilton? Federalizzò il debito degli Stati, in bancarotta per le spese della Rivoluzione contro gli inglesi. Se non lo avesse fatto, la giovane Confederazione non sarebbe sopravvissuta. Ecco cosa dobbiamo fare anche noi, qui e subito. Purtroppo non siamo governati da leader politici, ma da contabili».

E d’accordo a eleggere un presidente dell’Ue a suffragio universale, come suggerisce Wolfgang Schäuble?
«Non porterebbe nulla. Avrebbe molto più senso se le maggioranze e le opposizioni parlamentari di ogni Stato dell’Eurozona fossero rappresentate in una Eurocamera, dove discutere direttamente, con tutta la legittimità necessaria, l’attenzione mediatica e il coinvolgimento delle popolazioni. Non sarebbe più una creazione esterna come l’Europarlamento, che potrebbe diventare Camera bassa. Mentre i leader sarebbero membri del governo europeo».
L’intervista è finita. Ma Fischer, sempre affascinato dalla Storia, vuole ancora raccontare un aneddoto: «Sono stato spesso a Venezia, ma solo alcuni mesi fa, per la prima volta ho dormito in laguna. Un’esperienza indimenticabile: alle 7 della sera, la città era vuota, nulla sembrava vivo. E allora ho pensato alla Serenissima, alla grande potenza che ha dominato il Mediterraneo e parte del Medio Oriente, esercitando per secoli una forte egemonia economica, politica e culturale, ridotta a un bellissimo museo deserto. Vogliamo che anche l’Europa diventi questo? Non credo, ma potremmo esservi molto vicini». (Paolo Valentino)

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DER SPIEGEL: “LA GERMANIA HA UN PIANO: SEI PUNTI PER SALVARE L’EUROPA”

di Mauro Meggiolaro, da “IL FATTO QUOTIDIANO” del 25/5/2012

– L’esclusiva del settimanale tedesco: “Il progetto della Merkel prevede zone economiche speciali negli Stati periferici colpiti dalla crisi in modo da attrarre investitori con agevolazioni e regole meno stringenti”. Nel mirino i Pigs per i quali sarebbero creati fondi per la privatizzazione delle imprese statali –

   Salvare gli stati periferici adottando il modello tedesco e istituendo zone a fiscalità agevolata. E’ questo il piano che avrebbe in serbo il governo di Berlino per salvare la zona euro ed evitare che il possibile collasso di Grecia, Spagna e Italia finisca per travolgere anche la Germania. Lo rivela oggi il settimanale tedesco Der Spiegel. Un piano di sei punti, che prevederebbe la creazione di “zone economiche speciali” negli stati periferici colpiti dalla crisi “in modo da attrarre gli investitori stranieri con agevolazioni fiscali e regole meno stringenti”.

   Spagna, Italia, Irlanda, Grecia, Portogallo dovrebbero inoltre creare “fondi speciali per avviare la privatizzazione delle numerose imprese controllate dallo Stato” e potrebbero riformare il mercato del lavoro secondo l’esempio tedesco dell’apprendistato “duale”, che prevede la frequentazione di scuole professionali (Berufsschulen) e, contemporaneamente, l’apprendistato all’interno delle imprese. In questo modo, spiega Der Spiegel, “si potrebbero alleggerire le norme sui licenziamenti e aprire la strada a contratti di lavoro gravati da meno tasse e contributi”.

   Il piano del governo sarebbe anche una risposta alle pressioni interne dei socialdemocratici dell’Spd, il maggiore partito di opposizione, che minacciano di non votare il fiscal pact – e quindi di bloccare l’iter di approvazione in parlamento – se prima non si introdurranno misure per la crescita in Europa. “Senza una tassazione dei mercati finanziari e un rafforzamento dei crediti e degli investimenti della Banca Europea per gli Investimenti l’Spd si esprimerà in modo contrario al fiscal pact”, ha dichiarato Frank-Walter Steinmeier, capogruppo dei socialdemocratici in parlamento. “Il fiscal pact potrà esistere solo come complemento di precise misure per la crescita”.

   “La situazione in Europa deve essere stabilizzata in modo da evitare che la Germania sia costretta ad importare la disoccupazione dei paesi confinanti”, ha aggiunto il segretario dei socialdemocratici Sigmar Gabriel. A preoccupare è anche la crescita del sistema Germania che, secondo Gabriel, starebbe declinando e potrebbe rendere presto necessario “un taglio delle ore di lavoro”.

   Parole pesanti per la coalizione di governo formata da Cdu (il partito di Angela Merkel) e dai liberali dell’FDP, che vuole far passare il fiscal pact e il meccanismo europeo di stabilità (ESM) prima della pausa estiva ma ha bisogno dei voti dei socialdemocratici e dei verdi per ottenere l’approvazione dei due terzi del parlamento, la maggioranza qualificata richiesta le due votazioni.

   Intanto, secondo Bloomberg, Angela Merkel sarebbe pronta a un compromesso sugli Eurobond. “Se si considerasse una versione più ristretta degli Eurobond, adottando la proposta del Consiglio degli Advisor Economici del governo tedesco che prevede la creazione di un fondo per la riduzione del debito (debt redemption fund), il governo tedesco potrebbe sostenere il progetto, sempre che siano rispettati precisi impegni di politica fiscale”, ha dichiarato a Bloomberg Julian Callow, capo economista per il mercato europeo di Barclays Capital.

   “Il fondo di riduzione del debito potrebbe essere una buona opportunità per superare le rigidità nel dibattito sugli Eurobond”, ha dichiarato il socialdemocratico Sigmar Gabriel. “Il nostro governo è reticente nei confronti della proposta, anche se non la sta respingendo. Dopo l’ultimo summit abbiamo l’impressione che il fronte dell’ostilità di Angela Merkel rispetto alle misure per la crescita si sia finalmente spezzato”.

   L’idea del “debt redemption fund” è stata lanciata agli inizi di novembre del 2011 dai “cinque saggi” che consigliano il governo Merkel sui temi economici. Prevede la creazione di un fondo da 2.300 miliardi di euro, che raccoglierebbe la parte del debito pubblico che eccede il 60% del Pil richiesto dai criteri di Maastricht e dal fiscal pact e sarebbe garantito congiuntamente da tutti gli stati della zona euro. Più del 40% del fondo di riduzione del debito sarebbe costituito da titoli di stato italiani, mentre i bond tedeschi costituirebbero il 25% degli asset totali. (Mauro Meggiolaro)

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NELLA GRECIA IN CRISI L’ANARCHIA È IN PIENO BOOM

di Andrea Lucchetta, da LIMES (rivista italiana di geopolitica) del 25/5/2012 (http://temi.repubblica.it/limes/)

– Nello storico quartiere di Exarchia, ad Atene, lo Stato non esiste. Rivendicazioni e forme di lotta che un tempo erano appannaggio di circoli ristretti ora fanno breccia nella borghesia. Le due anime del movimento. In questo momento può succedere di tutto –

   A prima vista avrà 25 anni, non di più. Se ne sta con scudo e manganello di fianco all’ingresso del parlamento, un’immagine talmente consueta nel panorama di Atene da mimetizzarsi con lo sfondo. «Sai quanto prendono gli ultimi arrivati? 600 euro. Io arrivo a mille. Secondo te quanto può durare? ». Qualche mese al massimo, dicono tutte le persone che abbiamo incontrato. Poi chissà. «Poi mi aspetto nuovi scontri, sempre più intensi, finché non usciremo dall’euro. Perché usciremo». E tu cosa farai? «Avrò degli ordini. Capisco la gente in piazza, ma dovrei perdere il lavoro?».

   Stelios Stylianidis, professore di psichiatria all’Università di Atene, la vede allo stesso modo. «Credo in due possibilità. O a sinistra emerge una lettura alternativa della crisi, che tenga conto delle contraddizioni a livello europeo. Oppure – e temo sia ben più probabile – si scatenerà un’esplosione di violenza non strutturata, priva di progetto politico. Magari partendo dall’imposizione di nuove misure di austerity». E dopo? «E chi lo sa. Probabilmente assisteremo a una repressione enorme, seguita da una sorta di laissez-faire, perché lo Stato non è più in grado di imporsi».

   A Exarchia, storico quartiere anarchico a un quarto d’ora da piazza Syntagma, si capisce benissimo chi comanda. Qui non si paga il parcheggio, semplicemente perché nessun poliziotto rischierebbe la pelle per una multa. Una sorta di enclave auto-gestita nel cuore di Atene. Il confine, invisibile per uno straniero, è segnato dai presidi di pattuglie in tenuta anti-sommossa. Se lo scenario che attende la Grecia è un proliferare sempre più incontrollato di guerriglia urbana, Exarchia si candida a diventarne la capitale. È la culla dei tanto temuti anarchici greci. Grosso modo, concordano le persone che abbiamo intervistato, nel quartiere convivono due anime del movimento. Gli anarchici sociali, che credono nell’organizzazione e hanno alcuni punti di dialogo con la sinistra; e gli anarchici individualisti, critici nei confronti di qualsiasi forma di struttura e tesi a creare continue occasioni di scontro con le istituzioni.

   Nicholas – 35 anni, ricercatore all’estero – si definisce un anarchico sociale. Voterà per Syriza, la coalizione di partiti alla sinistra del Pasok. Una mezza eresia per un anarchico, giustificata dalla gravità del momento. Come lui, spiega, «faranno moltissimi altri compagni». Dire no all’austerity made in Berlin è la prima necessità. La seconda, contenere la marcia dei neonazisti di Alba dorata. «Se arrivano in parlamento hanno diritto ai rimborsi elettorali. Quei soldi li investirebbero anche per comprare delle armi da usare contro di noi. Già così stiamo perdendo i quartieri intorno a Piazza Omonia», a un tiro di schioppo da Exarchia.

   Reagire con ogni mezzo, per Nicholas, più che una possibilità è un dovere. «Contro la speculazione finanziaria Bruxelles ha scelto la via dell’appeasement. L’ultima volta che è successo era il 1938. C’era la conferenza di Monaco, c’erano Chamberlain e Hitler. La Grecia è solo il primo campo si battaglia». «La violenza politica non è un fine, è un mezzo. Mi oppongo all’idea delle avanguardie, ai gruppi settari che uccidono dicendo di agire in nome del popolo. Ma una violenza di massa, finalizzata a raggiungere degli obiettivi politici, è tutto un altro discorso». E il valore della vita umana? «In Grecia il tasso dei suicidi si è impennato di pari passo con la crisi. Se parliamo del valore della vita non possiamo dimenticarlo. Dobbiamo fermare chi ha reso possibile tutto questo».

   Difficile azzardare una stima delle persone che compongono il nucleo duro del movimento anarchico ad Atene. Nicholas ci pensa su un attimo, poi risponde: «Fra le 3 e le 5 mila». Una cifra condivisa dalla maggior parte delle persone intervistate, sia all’interno sia all’esterno del movimento. Poche per sognare una rivoluzione, anche perché non agiscono in modo coordinato. Troppe però per evitare che i focolai di guerriglia si estendano a macchia d’olio per le vie della capitale. Anche perché gli anarchici non sono i soli a menare le mani. Lo si è visto il 12 febbraio, nella notte in cui gruppi di manifestanti hanno dato fuoco a diversi palazzi nel centro di Atene. «C’erano gli anarchici, certo. C’erano gli ultras, di destra e di sinistra, anche di squadre rivali. E c’era chi voleva semplicemente fare casino o sperava nei saccheggi». A fronteggiarli qualche migliaio di poliziotti, chiamati a tenere sotto controllo un’area immensa.

   Cosa ti aspetti dopo le elezioni? «Siamo a un punto tale che può accadere qualsiasi cosa. Perfino i sogni più selvaggi possono diventare realtà. Di certo è un’occasione unica per sovvertire i paradigmi che ci hanno guidato fin qui. Per uscire dalla logica del denaro facile, degli investimenti in borsa con cui pagare le vacanze a Mykonos». Mentre Nicholas parla passano quattro poliziotti in motocicletta. L’atmosfera all’esterno del bar si fa tesa. Sguardi fra il perplesso e l’oltraggiato. «Devono aver fatto una scommessa» dice uno. «No, devono averla persa». Un avvenimento tanto banale a Exarchia può trasformarsi in qualcosa di imprevedibile.

   È così che è cominciata la rivolta di Atene. Era il 6 dicembre 2008 e la Grecia ufficialmente godeva di discreta salute. Niente austerity, niente recessione e – molto in teoria – debito sotto controllo. L’allarme sui conti truccati risuonò solo qualche mese dopo, nella primavera del 2009. Ma Atene cominciò a bruciare in anticipo, e non è un caso che la prima scintilla sia scoccata a Exarchia. È stata una scena molto simile a dar fuoco alle polveri: una macchina della polizia avventuratasi nel centro del quartiere venne accolta a insulti e (forse) bottigliate. Un poliziotto scese, sparò e uccise così Alexandros Grigoropoulos, 15 anni. Per notti intere il centro di Atene venne messo a soqquadro. «Era un campo di battaglia» ricorda Stylianidis. Per i movimenti di Exarchia, assorbito il lutto, fu un’epifania.

   «Moltissime persone “estranee” adottarono i nostri metodi di lotta. Riuscimmo ad andare oltre ai soliti circoli, e ci scoprimmo accettati dal resto della società» racconta Rita, 30 anni, un passato nella comunicazione. «Adesso sta accadendo qualcosa di simile. Vedo i manifestanti sempre più preparati. Cresce il numero di chi viene ai cortei con le maschere anti-gas, coi bastoni, e risponde colpo su colpo quando la polizia attacca, anziché compiangersi». Rita è una figlia di Exarchia. Cresciuta in una famiglia comunista, ha scelto di passare dalla parte degli anarchici a 17 anni, «perché i comunisti erano capaci solo di parlare». Ci accoglie al “Vox”, un bar inaugurato il pomeriggio stesso all’interno di uno stabile occupato. La polizia è intervenuta per sgomberarlo a fine aprile. «Ci hanno messo 10 ore per sigillarlo con le serrande di metallo. Il giorno successivo siamo tornati con le tronchesi. Ci siamo cronometrati: in 28 minuti eravamo di nuovo dentro». Una settimana dopo, l’inaugurazione. Difficile trovare un’immagine più chiara dell’impotenza dello Stato. «Il governo semplicemente non esiste» dice più tardi un tassista sulla sessantina. «Il mio quartiere è pieno di immigrati. Mia moglie non può nemmeno uscire di casa. Me ne fotto se quelli di Alba dorata sono nazisti. Io li voto perché voglio mandare un segnale. Certo cinque anni fa non li avrei scelti. Ma cinque anni fa non stavamo così».

   A Exarchia manca lo Stato, non però il rispetto di alcune regole. «Se troviamo uno spacciatore lo cacciamo, con le buone o con le cattive» continua Rita, e come lei tutti quelli cui abbiamo rivolto questa domanda. «Le droghe hanno falciato la generazione precedente, qui non sono ben viste. Se mi fumo una canna lo faccio a casa mia, non voglio dare il cattivo esempio». Non mancano altre immagini di auto-governo virtuoso. Come il giardinetto cresciuto al posto di un parcheggio occupato tre anni fa. È curato da un gruppo ad hoc, che ha sradicato l’asfalto e si dà i turni per innaffiare le piante. Un gioiellino improbabile, in mezzo alla colata di cemento che ricopre tutta Atene.

   Sul terrazzino del “Nosotros”, un altro locale occupato, la bandiera rosso-nera degli anarchici sventola di fianco a un megafono gigante. Sembra una scena tratta da Omaggio alla Catalogna, e forse non è un caso che C. B. – professore di Psicologia negli Stati Uniti – paragoni la Grecia di oggi alla Spagna pre-franchista. «Non posso fare speculazioni sul quando. Ma sono sicuro che in Grecia verrà la rivoluzione, anticipata da insurrezioni di volta in volta più lunghe e intense». «Sarà violenta, certo, come è sempre avvenuto nella storia». Pochi mesi fa due parlamentari hanno rischiato il linciaggio. Lei giustifica aggressioni simili? «Chi ci ha ridotto in questo stato non può sperare di farla franca».

   Ovviamente Exarchia non rappresenta uno specchio della realtà greca. È piuttosto un laboratorio, da cui sono partite le prime manifestazioni contro l’occupazione dell’Asse e il regime dei colonnelli. Un’avanguardia per certi versi, per altri un mondo condannato all’isolamento. Quello che stupisce, però, è il grado di accettazione della violenza come strumento di lotta anche al di fuori del quartiere. Inevitabile, forse, in una città che la crisi ha reso più povera e insicura. Non ha torto Rita quando individua una prima svolta negli incidenti del 2008.

   Ce lo conferma una manifestazione cui partecipiamo quasi per caso. Poche migliaia di persone sfilano di fronte al parlamento, chiedendo la liberazione di quattro ragazzi arrestati durante gli scontri di febbraio. In mezzo agli anarchici spuntano decine di persone che in Italia verrebbero subito qualificate come esponenti della “società civile”. Ci fermiamo a parlare con una signora di cinquant’anni e sua figlia. Vengono da Holargos, sobborgo della buona borghesia. «A mio marito – ingegnere, 42 anni di anzianità e laurea nell’Ivy League – hanno tagliato la pensione a 1500 euro al mese». C’è di peggio, in un paese in cui si discute di portare la pensione minima a poco più di 300 euro, ma non per questo la rabbia si placa.

   A Holargos, come in moltissimi altri quartieri, reagiscono alle ristrettezze con la solidarietà. «Adesso prenderemo in affitto un posto in cui la gente possa venire quando vuole, trovare delle medicine o seguire dei corsi gratuiti». Il tutto coordinato da un comitato di cittadini sorto spontaneamente: anche questo un modo di sopperire alla scomparsa dello Stato. «Non apparteniamo al movimento degli “Indignati”» tengono subito a specificare. La figlia aggiunge: «Tutto è cominciato nel 2008, con la morte del ragazzo a Exarchia. Per la prima volta abbiamo protestato insieme». Oggi, insieme a persone con cui quattro anni fa non avrebbero nemmeno condiviso il marciapiede, protestano per chiedere la liberazione di quattro attivisti accusati di teppismo.

   «Certo rifiutiamo la violenza gratuita. Ma è anche vero che la polizia spesso fabbrica le prove. E quando ti attacca è legittimo rispondere. Qui non si lotta solo per la Grecia, ma per tutta l’Europa». (Andrea Lucchetta)

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MOBILITÀ SOCIALE: IN ITALIA È FERMA

di Antonio Schizzerotto, da LA VOCE.INFO (http://www.lavoce.info/ ) del 24/5/2012

   Il Rapporto Istat 2012 evidenzia un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani. Per tutto il ventesimo secolo la mobilità sociale in Italia è stata piuttosto elevata e ha accompagnato il periodo della crescita economica. Ora molti giovani, seppure istruiti, hanno un lavoro che li colloca in una classe sociale più bassa di quella del padre. Serve più meritocrazia nella selezione per le varie posizioni occupazionali. Ma anche politiche pubbliche per emancipare i giovani dalla troppo lunga dipendenza materiale dalla famiglia d’origine.

Tra i numerosi argomenti trattati nel Rapporto annuale 2012 dell’Istat, il tema della mobilità sociale intergenerazionale assume un rilievo particolare. Quest’anno, infatti, l’Istat disegna un panorama poco noto al grande pubblico. Si tratta di un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani, accompagnato da una persistente mancanza di equità dei processi di allocazione delle persone nelle varie posizioni sociali.
UN SECOLO DI MOBILITÀ ASCENDENTE
Per quasi tutto il XX secolo, l’Italia ha fatto registrare tassi di mobilità ascendente piuttosto elevati e di valore crescente nel volgere delle coorti anagrafiche. Il fenomeno deriva principalmente dallo spostamento verso l’alto della struttura occupazionale, a sua volta collegato alla crescita economica. Ma quando, dalla metà degli anni Novanta, quest’ultima è venuta meno, anche l’espansione delle posizioni sociali medie e superiori è cessata. Si sono, così, considerevolmente ridotte le possibilità, per le nuove generazioni, di raggiungere collocazioni occupazionali più elevate di quelle della loro famiglia d’origine. In effetti, era già stato osservato che, a partire dai nati negli anni Settanta, gli italiani avevano conosciuto una riduzione dei tassi di mobilità sociale ascendente e un incremento dei tassi di mobilità discendente. (1)
Ora l’Istat conferma autorevolmente questo stato di cose. In particolare, il Rapporto pone in luce che quasi un terzo dei nati nel periodo 1970-1984 si sono trovati, al loro primo impiego, in una classe sociale più bassa di quella del loro padre e che meno di un sesto di essi è riuscito a migliorare la propria posizione rispetto a quella di origine. Nelle coorti anagrafiche più anziane, invece, la situazione era pressoché invertita. I tassi di mobilità sociale ascendente presentavano, cioè, valori doppi rispetto a quelli di mobilità discendente.
L’Italia si trova, dunque, di fronte a una radicale discontinuità storica. Le persone che oggi hanno un’età compresa tra i 40 e i 25 anni rappresentano la prima delle generazioni nate nel corso del Novecento a rivelarsi impossibilitata a migliorare la propria posizione sociale rispetto a quella dei propri genitori. Il Rapporto ribadisce, poi, che le difficoltà incontrate dai giovani italiani nel raggiungere le classi medie e superiori riguarda anche i figli di queste stesse classi e non solo i discendenti dalle quelle inferiori. Insomma: i posti oggi disponibili nelle posizioni intermedie e sommitali della stratificazione occupazionale sono tutti occupati da adulti e anziani, cosicché molti giovani sono costretti ad accontentarsi, quando riescono a trovare un lavoro, di essere collocati in posizioni economicamente e socialmente poco appetibili.

L’IMPORTANZA DELLA FAMIGLIA
Questo fenomeno si accompagna a due altri, messi opportunamente in rilievo dal Rapporto, che ne accentuano la negatività. Il primo è costituito dalla notevole stabilità, almeno nel corso dell’ultimo decennio, dell’influenza (misurata al netto degli effetti dovuti alla riduzione dimensionale, tra i giovani, delle classi medie e superiori) delle provenienze familiari sui destini sociali delle persone. (2) In altre parole, la consistenza dei vantaggi e degli svantaggi esistenti tra individui di diversa origine sociale, quando competono per raggiungere le collocazioni occupazionali più vantaggiose, non si è affatto ridotta tra i giovani d’oggi. Ne deriva che se, al presente, gli eredi delle classi medie e superiori riescono con minore frequenza di un tempo a ricalcare le orme dei padri, assai maggiore fatica, rispetto al passato, devono fare i discendenti dagli strati inferiori dei colletti bianchi e delle classi operaie per emanciparsi dalle loro origini.
Il secondo fattore che aggrava gli effetti delle ridotte possibilità di mobilità sociale ascendente dei giovani è costituito, un po’ paradossalmente, dalla crescita dei loro livelli di istruzione. Poiché, infatti, sono collocati in posizioni professionali meno qualificate di quelle nelle quali, a parità di istruzione, erano collocati i loro genitori, parecchi di essi vedono disperdersi improduttivamente il loro capitale umano. È anche per questa ragione – oltre che per l’instabilità delle relazioni di impiego e i bassi salari – che da qualche anno a questa parte sta crescendo la quota dei giovani italiani istruiti che cercano impiego all’estero. (3)
Pare evidente che per porre un argine al rischio di scomparsa dalla scena del nostro paese di ogni veicolo di ascesa sociale è necessario porre in essere procedure più meritocratiche di selezione degli aspiranti alle varie posizioni occupazionali e un’organica serie di politiche pubbliche (economiche, lavoristiche, educative, edilizie, di welfare) intese ad accrescere le loro possibilità di emanciparsi da un’eccessivamente lunga dipendenza materiale dalla famiglia d’origine. Se questo non accadesse, si immiserirebbero ulteriormente le aspettative dei giovani rispetto al loro futuro e, con esse, si rafforzerebbero le tensioni che, per effetto della critica congiuntura economica corrente, già percorrono il tessuto sociale del paese. (Antonio Schizzerotto)
(1) Marzadro e Schizzerotto, 2011.
(2) Tra gli inizi del XX secolo e quelli del XXI il grado di apertura sociale del nostro paese è aumentato in misura non del tutto trascurabile (Schizzerotto e Marzadro 2008). Ma questo dato non contrasta con quello dell’Istat. Dieci anni sono poca cosa sull’arco di un secolo. E spesso, l’apertura, o la chiusura, dei sistemi di stratificazione sociale non si configura come un processo graduale. Né la maggiore fluidità attuale di quello italiano, implica che l’intensità dei legami intercorrenti tra origini e destinazioni sociali delle persone siano di poco conto. Tutt’altro.
(3) Mocetti (2011).

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I NAUFRAGHI DEL LAVORO

da “Il Corriere della Sera” del 29/4/2012

– La psicologa da 150 euro al mese e l’esperta d’arte pagata in nero –

   Non sono solo quelli che un’occasione di lavoro vera e propria la stanno ancora aspettando. Quelli come Stefania, 28 anni, che ha raccontato (e fatto indignare) sul blog Solferino 28anni la sua vita da stagista a 300 euro al mese. I naufraghi del lavoro sono anche persone che un impiego ce l’hanno. Ma che nonostante questo cercano un appiglio, qualcosa a cui aggrapparsi che garantisca loro la salvezza quotidiana, per non affogare nel mare del lavoro sottopagato e senza garanzie che sembra estendersi verso ogni settore. Per questi ragazzi non si tratta più di stabilire una rotta, il traguardo è diventato semplicemente riuscire a restare a galla.

   «Una volta, qui a Torino, a battersi per i diritti minimi dei lavoratori erano solo gli operai della Fiat. Oggi sono tutte le categorie. Le istituzioni hanno il dovere di rendere conto. Cosa sta succedendo?».

Questo appello, Paola, 31 anni, lo ripete ogni lunedì davanti al Comune dove con il gruppo degli «operatori sociali non dormienti» formula interpellanze contro le distorsioni del suo settore. Lei è psicologa. Eppure contrattualmente è sempre stata catalogata come educatrice, a 8,6 euro lordi l’ora. Ne potrebbe incassare anche 30.

   I primi contratti «veri» sono stati di sostituzione in una cooperativa per le disabilità: «Sempre precari. Dovevo andare a lavorare in nero nei bar e nei ristoranti per sopravvivere. Mi dicevo: ho sbagliato tutto». Poi gli anni orribili 2009-10: «Ero costretta a lavorare 6 giorni su 7, come affidataria di minori problematici o disabili. Mai incassato più di 300 euro al mese, in media 150. Ma più hai bisogno di lavorare, più accetti contratti qualsiasi, più aumenta la sensazione di umiliazione».

   Circoli viziosi che pochi hanno il coraggio di combattere. Lo ha fatto la brianzola Stefania. Anche lei lavora nel sociale. Per pagarsi gli studi in Scienze dell’educazione alla Bicocca faceva la stenografa in tribunale. Ma l’agenzia incaricata di trovare ragazzi per questo lavoro pagava a tre-sei mesi i già pochi soldi promessi: «Ci siamo stancati e abbiamo fatto causa. Bisogna intervenire legalmente. È l’unico modo, anche se si viene ricattati».

   Secondo Andrea Fumagalli, docente di Economia politica all’Università di Pavia, questa precarietà nei contratti lavorativi «ha creato una svalorizzazione del lavoro, soprattutto cognitivo. Cinque euro sono diventati un salario di massa: dagli aspiranti giornalisti fino a chi raccoglie i pomodori». Si è creato insomma un variopinto esercito di precari. Che a Milano sfilerà il primo maggio per la «Mayday Parade». Con loro ci sarà anche l’avvocato Massimo Laratro: «Si stima siano circa quattro milioni i lavoratori cui viene fatto un contratto precario».

   Tra i 40 modelli esistenti «i più usati sono tre: il tempo determinato, a progetto e la partita Iva mono-committente». Luigi, 29 anni, è un tecnico luci. Assunto a tempo indeterminato per una cooperativa, in realtà lavora a chiamata: «I clienti li trovo io. Poi la fattura viene pagata alla cooperativa che trattiene il 30% e quindi mi gira lo stipendio». Ma le aziende non sempre pagano: «Sto aspettando i soldi di gennaio». Puntuale è Autogrill. Anche se, racconta Marco, un dipendente 26enne che lavora in un punto ristoro di Rho Fiera, «a volte ci pagano con i voucher.

   Una sorta di buono pasto che deve essere cambiato alle Poste».

Se da dietro il banco ristoro si passa a una galleria d’arte, il cambiamento è solamente di facciata. Ci lavora Paola Sangeveri, 28 anni, laureata in Storia dell’arte. Entra in galleria ogni giorno alle 11, esce alle 19. Ma non ha un contratto. Tutto in nero. «Il sistema funziona così. E sono già fortunata. All’inizio lavoravo gratis. Ora almeno ho qualcosa. Arrivano dieci curricula al giorno. Se alzassi la testa per chiedere una giusta retribuzione mi caccerebbero».

   Ricatto e consenso. Un cortocircuito di cui si sente responsabile anche una ragazza il cui sogno era da sempre lavorare a teatro, dietro le quinte. Ora che ha 28 anni accetta di raccontare la sua storia a patto di non dire nemmeno il suo nome. Scelta prudente. «Sono tecnico luci. Lavoro in un teatro milanese: ho un forfettario basso e faccio del nero quando seguo progetti esterni».

   Non ha scelto questa professione per soldi: «Ho una situazione variabile: possono capitare grosse produzioni che ti danno 1.000 euro per dieci giorni oppure mesi in cui guadagno 300 euro, che è il forfettario che mi dà il teatro di cui sono dipendente».

   Nel frattempo cerca «di fare di tutto per non aprire una partita Iva. I commercialisti non sanno bene come gestire persone come noi». Il supporto dei genitori è indispensabile: «Senza loro non potrei fare questa vita. Quanto al domani, evito di pensarci». La rabbia è verso un sistema che sembra impossibile da cambiare: «Lavoro su una scala alta sei metri e non ho tutele.

   I nostri sono contratti di scrittura: come succede agli attori, anche i tecnici vengono scritturati. La distorsione del mestiere è che le compagnie a fine stagione licenziano chi lavora per loro: i tecnici vengono licenziati prima di Natale e riassunti a gennaio e poi a giugno e riassunti a settembre per non pagare ferie e tredicesima». Lo sconforto è non vedere via d’uscita: «Sono in un circolo vizioso imposto da chi ha iniziato ad accettare queste condizioni di lavoro e non so come uscirne».

   Andrea non si è mai scapicollato per arrivare presto a scuola. Sapeva di non essere tagliato per lo studio «e così finite le medie ho iniziato a lavorare». Oggi ha 28 anni e se all’inizio non era difficile lavorare come muratore, da tre anni le cose sono cambiate: «Ora si fatica. La gente spende poco, le ditte chiudono, tanti amici sono in cassa integrazione». Anche per lui, difficile parlare di stipendio: «Si vive giorno per giorno. Se mi pagano 20 euro all’ora va alla grande.

   Tolte le tasse resta più o meno la metà». Si dice fortunato per aver ereditato dalla mamma, alla sua morte, la casa: «Altrimenti non potrei vivere per conto mio. Il futuro non sarà mai nostro». Dal governo vorrebbe aiuti per i giovani: «È talmente difficile aprirsi un’attività che bisogna accettare lavori sottopagati. Ma essere sfruttato ha un sapore diverso se cammini sui tetti».

   Luca, 29 anni, da tre lavora in proprio, con il fratello, come elettricista. «Se sei bravo la gente ti cerca ma le spese sono tante e alla fine guadagno meno rispetto a quando facevo l’operaio: prima avevo 1.200 euro al mese. Ora se va bene 1.000».

   Perché non basta trovare il lavoro, bisogna anche vedere se poi ti pagano: «La gente temporeggia, chiede mille sconti. Oppure proprio non ti paga e lì che fare? Non sono cifre per cui conviene chiamare gli avvocati». E quindi si lascia perdere. «Le banche poi non danno fiducia. Quando ho iniziato questa attività dovevo comprare il materiale, il furgone, gli attrezzi. Avevo portato in banca la mia liquidazione: dieci anni di lavoro. Mi avrebbero fatto solo un finanziamento e a patto che mio padre versasse come tutela i suoi risparmi. A quel punto è stato più logico usarli direttamente».

   Il rame costa, le spese sono tante e Luca, che vorrebbe «metter su casa» con la fidanzata, da due anni non riesce nemmeno ad andare in ferie. E quando si ritrova sui tetti, maneggiando un’antenna, la domanda che ricorre è: «Chi me lo fa fare?». La stessa che si fa Marco (foto), 30 anni, imbianchino: «Ormai nell’edilizia lavora chiunque a prezzi stracciati. Ma le tasse sono altissime: se dovessi stare fermo anche solo un mese sarei rovinato». Perché lui ha anche una moglie a cui pensare, licenziata quando ha detto di essere incinta del loro bimbo che oggi ha tre anni. Non chiede aiuti, ma almeno di non essere ostacolato: «Non solo le tasse sono pesanti ma mi chiedono anche l’anticipo. Non è giusto: perché devo anticipare soldi che non ho ancora preso?».

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http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/@europe/@ro-geneva/@ilo-rome/documents/publication/wcms_179785.pdf

Le riforme Il Welfare Il rapporto “ILO” «Le politiche del rigore acuiscono la crisi»

SE IL MONDO PERDE 50 MILIONI DI POSTI – SOLO 6 PAESI VIRTUOSI

di Roberto Bagnoli, da “il Corriere della Sera” del 30/4/2012

– Trend positivo: le nazioni in controtendenza sono Germania, Austria, Israele, Lussemburgo, Malta e Polonia – Il record negativo dei giovani italiani

   L’austerità non paga. Il rigore sul bilancio, accompagnato alla deregulation sul mercato del lavoro, peggiora la crisi dell’ occupazione e in Europa potrebbe portare a un’ altra recessione. L’ allarme viene dall’ultimo rapporto dell’ Ilo, l’ Istituto internazionale del lavoro.

   E nel suo corposo dossier di oltre cento pagine, che verrà presentato oggi, si rileva che dal 2007 solo 6 Paesi tra le economie avanzate sono andati in controtendenza creando nuova occupazione. Sono Germania, Austria, Israele, Lussemburgo, Malta e Polonia. L’ Italia è in netto peggioramento con un tasso di disoccupazione passato al 9,7% (circa 2,1 milioni di senza lavoro) che potrebbe aumentare se si aggiungono i 250 mila lavoratori in cassa integrazione.

   I giovani sono quelli che più ci hanno rimesso, con una disoccupazione arrivata alla fine del 2011 alla preoccupante soglia del 32,6%, più che raddoppiata dall’ inizio del 2008. Il mondo non sta meglio: dall’ inizio della crisi finanziaria (2007) a oggi a livello globale mancano ancora 50 milioni di posti di lavoro e le politiche di rigore non migliorano ma peggiorano le prospettive.

   Le conclusioni del rapporto Ilo, realizzato da un pool di economisti sotto la regia del francese Raymond Torres, ex responsabile delle politiche sociali dell’ Ocse, sono nettamente controcorrente rispetto a quanto deciso dalla Commissione europea e dalla Bce con il varo del fiscal compact e con le raccomandazioni di forti liberalizzazioni sul mercato del lavoro consigliate dalla Banca centrale europea e dagli istituti internazionali come il Fondo monetario.

   «La crisi dell’ occupazione – scrive Torres – è dovuta al fatto che molti governi, specialmente nelle economie avanzate, hanno dato priorità a una combinazione di misure di austerità e di riforme drastiche del mercato del lavoro».

   Queste decisioni, secondo il rapporto, hanno avuto conseguenze disastrose sulla creazione di posti di lavoro senza contare che «nella maggior parte dei casi questi provvedimenti non hanno portato a una riduzione dei deficit». Invece, i Paesi che hanno scelto per «politiche di sviluppo hanno ottenuto risultati migliori in termini economici e sociali».

   «Molti di questi Paesi – scrive ancora Torres – sono diventati più competitivi e hanno superato la crisi meglio di quelli che hanno optato per l’ austerità». Il rigore in pratica crea un pericoloso effetto avvitamento che diventa devastante se collegato con la restrizione del credito da parte delle banche al sistema produttivo.

   In Europa, che ha adottato nella maggior parte dei casi questo tipo di politica, non è prevista la ripresa dell’ occupazione sino al 2016 «a meno che i governi non cambino rapidamente direzione». Inoltre la poca occupazione che si è creata è quasi tutta precaria, così almeno sta avvenendo in 26 dei 50 Paesi di cui l’ Ilo ha studiato il trend di sviluppo. Grazie a efficaci politiche sociali e del lavoro Paesi come il Brasile, l’ Indonesia e l’ Uruguay stanno realizzando tassi di crescita anche nella qualità del lavoro. Non così in Paesi come l’ Italia, la Spagna e la Grecia dove la percentuale di lavoro precario e part time ha superato nel 2010 la soglia del 50% e non accenna a diminuire.

   Dai dati illustrati dal rapporto si vede chiaramente che i Paesi sotto stress nel controllo di bilancio da parte della Commissione sono quelli che hanno pagato di più in termini di occupazione e di proliferazione di lavoro precario. Oltre a Italia, Grecia e Spagna ci sono infatti l’ Irlanda, la Slovacchia e anche la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sebbene in misura minore.

   Le conclusioni del rapporto sono destinate a far discutere. Sono infatti un forte assist alle proposte di economia fatte dal candidato francese Hollande che ha già annunciato – in caso di vittoria – di chiedere una revisione del fiscal compact voluta dai rigoristi della Bundesbank.

   Gli studiosi Ilo non mancano di rilevare come, da un punto puramente teorico, a una più scarsa protezione del mercato del lavoro (abolizione dell’ articolo 18 per esempio) dovrebbe corrispondere una aumento del tasso di impiego.

   Ma le esperienze sul campo dimostrano che le cose non vanno così. Commentando il caso italiano l’ Ilo rileva che il nostro Paese – visto l’ alto livello di debito pubblico – non può sottrarsi alle misure di risanamento ma il rapporto dimostra che anche gli investimenti pubblici sono importanti per stimolare la domanda interna mentre invece negli ultimi anni è diminuita del 2%. Per la riforma in corso del mercato del lavoro l’ Ilo esalta il ruolo delle parti sociali «nell’ individuare le ricette giuste». (Roberto Bagnoli)

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EUROPA, NON È UN CONTINENTE PER GIOVANI: DALLA SVEZIA ALLA SPAGNA DISOCCUPATI RECORD

di Filippo Santelli, da “la Repubblica” del 16/5/2012

   UN PROBLEMA globale, una piaga europea, un dramma italiano. È la disoccupazione giovanile, nei dati diffusi ieri dall’ OCSE, l’ effetto più pesante degli ultimi anni di crisi. A marzo, nei Paesi dell’ Organizzazione, erano quasi 11 milioni i ragazzi tra i 15 e i 24 anni senza impiego, il 17,1% di quelli attivi sul mercato del lavoro, 4 punti sopra il valore del 2008.

   Un’ emergenza mondiale che, da venerdì, sarà al centro del G20 in Messico. Ma che riguarda in primo luogo i governi europei. Perché se nel totale Ocse il livello massimo toccato resta quello del novembre 2009, al 18,3%, l’ Unione Europa l’ ha appena aggiornato in negativo: a marzo 5,5 milioni di ragazzi senza impiego, il 22,6%. ECCEZIONE TEDESCA In Italia sono 534mila, uno su tre, peggio di noi fanno solo Spagna e Grecia, oltre il 50%.

   Ma se consideriamo i NEET, cioè ai disoccupati sommiamo gli inattivi, è proprio il nostro il Paese meno virtuoso d’ Europa. Un giovane italiano ogni 5, tra gli under25, non ha un lavoro né sta studiando. «In Europa neanche la timida ripresa del 2011 ha invertito il trend», spiega Michele Scarpetta del centro studi Ocse sul lavoro, «la disoccupazione giovanile ha continuato a correre».

   Ancora di più da inizio 2012, con la nuova recessione: a marzo il livello dei giovani senza lavoro ha raggiunto il 22,1% nell’ Area euro e il 22,6 nell’ Unione a 27. Il dato più eclatante è quello di Spagna e Grecia dove, tra gli attivi, un ragazzo su due è senza impiego. Ma anche le economie più virtuose del continente soffrono: nel confronto con dicembre 2007 l’ Inghilterra è passata dal 13,6 al 21,9%, la Svezia dal 19,3 al 22,8, la Svizzera dal 6,5 al 7,5. C’ è una sola, notevole, eccezione: in Germania i ventenni senza lavoro sono scesi dall’ 11,4 al 7,9%. «Merito di politiche efficienti di formazione, apprendistato e ponte tra scuola e lavoro», spiega Scarpetta.

   Quelle che mancano in Italia dove i giovani senza lavoro sono arrivati a 534mila, il 35,9% degli attivi. Più del doppio della media OCSE. SENZA SPERANZE Sempre più ragazzi europei senza impiego. In alcuni Paesi continuano a cercarlo, o magari scelgono un corso di formazione. In altri, tra cui l’ Italia, si scoraggiano.

   Lo racconta il dato sui NEET, giovani fuori dal mercato del lavoro o da percorsi di studio. In Europa sono il 13,2% degli under 25, ma con grandi differenze tra i Paesi. L’ Olanda è al 4,1%, la Danimarca al 5,7, Sveziae Svizzera al 6,8, la Germania al 9,5, tutti sotto la media. Dall’ altra parte dello spettro ci sono i Pigs, la Spagna con il 17,6%, la Grecia con il 18,2%. E in Italia i NEET sono ancora di più, il 19,5%. «È questo il vero dramma, specie al Sud», conclude Scarpetta. Tra i Paesi dell’ Ocse, solo Messico e Turchia fanno peggio. – FILIPPO SANTELLI

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 ECCO COME CREARE LAVORO

di LUCIANO GALLINO, da “la Repubblica” del 15/5/2012
Le preoccupazioni espresse dal ministro Passera circa le conseguenze nefaste della disoccupazione di massa dovrebbero far riflettere molti nel governo, in Parlamento e nei partiti. Di là dai numeri, la disoccupazione comporta povertà, perdita della casa, criminalità, denutrizione, abbandoni scolastici, antagonismo etnico, famiglie spezzate e altri problemi sociali.

   Ne parlava in questi termini già vent’anni fa un economista che si è battuto a lungo per dimostrare che la disoccupazione è un male assai peggiore del deficit (era William Vickrey, premio Nobel 1996). Sentirle riecheggiare ora nelle dichiarazioni di un ministro di primo piano fa pensare se non sia giunto il momento di attribuire alla creazione diretta di occupazione un peso, nella politica economica e sociale, non minore di quello attribuito finora al deficit e al debito pubblico.
Ho richiamato mesi fa su queste stesse colonne quali caratteristiche dovrebbe avere la creazione diretta di occupazione. Lo Stato assume direttamente, tramite un’apposita agenzia, il maggior numero di disoccupati e di precari, che però vengono gestiti dal punto di vista operativo da enti locali. Gli assunti dovrebbero venire occupati in programmi di pubblica utilità diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro.

   C’è solo da scegliere, dagli acquedotti che perdono il 40 per cento dell’acqua che distribuiscono alle scuole per metà fuori norme di sicurezza, dal riassetto idrogeologico del territorio alla tutela dei beni culturali. Il salario offerto dovrebbe aggirarsi sul salario medio o poco al disotto, cui andrebbe aggiunto il costo dei contributi sociali per sanità e previdenza. In totale, circa 25.000 euro l’anno a testa. Volendo cominciare con un numero capace di incidere positivamente sulla situazione, bisognerebbe ipotizzare l’assunzione di almeno un milione di persone, per un costo totale di 25 miliardi l’anno. Non molto, a fronte dei 7 milioni di persone disoccupate o maloccupate indicate dal ministro Passera, ma comunque un miglioramento.
Dinanzi a una proposta del genere si affollano le obiezioni. Mi soffermerò su alcune delle più ovvie: nessun Paese ha mai attuato interventi statali di simile scala; il loro costo sarebbe insostenibile; ce lo vieta l’Europa.
Interventi del genere, su scala assai maggiore, sono stati effettuati negli Usa durante il New Deal.

   Con una disoccupazione che sfiorava il 25 per cento, tra il 1933 e il 1943 tre agenzie statali – la Civil Works Administration, la Federal Emergency Relief Administration e la Works Progress Administration – diedero lavoro a parecchi milioni di persone al mese. E non per scavare buche che altri poi riempivano. Quegli occupati costruirono o ristrutturarono 400.000 chilometri di strade, 4.000 chilometri di fognature, 40.000 scuole, 1000 aeroporti, e piantato un miliardo di alberi. Centinaia di migliaia di disoccupati furono avviati al lavoro nel volgere di tre mesi dalla creazione di dette agenzie.

   Da notare che gli Stati Uniti contavano allora 125 milioni di abitanti, poco più del doppio dell’Italia di oggi. C’è qualche lezione da imparare guardando a quel periodo.
Affermare che il costo della creazione diretta di un milione di posti di lavoro sarebbe insostenibile è privo di senso ove non si proceda a stendere un piano economico che tenga conto di almeno tre elementi. I primi due si contrastano a vicenda. Infatti, da un lato occorre considerare che vi sarebbero spese aggiuntive: i servizi per l’impiego, ad esempio, andrebbero potenziati per metterli in grado di gestire i progetti locali.

   D’altro lato, si potrebbe scoprire che molti neo-occupati costano meno di 25.000 euro l’anno, perché vi sarebbero aziende disposte volentieri a pagarne la metà o un terzo, così come recuperi di fondi potrebbero venire dalla cessazione del sussidio di disoccupazione per i neo-assunti, o dai cassintegrati che a fronte della conservazione del posto nell’azienda d’origine scelgono liberamente di lavorare a 1.200 euro al mese invece che stare a casa con 750.

   Ma l’elemento da considerare è che l’occupazione non è un costo: è un fattore che crea ricchezza. Come scriveva un altro economista, J. M. Keynes, che vedeva nella disoccupazione il peggiore dei mali: “L’insieme della forza lavoro dei disoccupati è disponibile per accrescere la ricchezza nazionale”.
Quanto all’obiezione che sarebbe l’Europa, cioè la Ue, a vietarci di creare occupazione in modo diretto, essa è mezza vera, ma un rimedio ci sarebbe, e mezza falsa. Il divieto di creare occupazione appare insito non tanto nella lettera, quanto nel dispositivo di rientro dal debito pubblico previsto dal Trattato di stabilità firmato dal governo italiano e da 24 altri governi Ue a Bruxelles nel marzo scorso (anche noto come “Patto fiscale”).

   Il Trattato dovrebbe entrare in vigore, previa approvazione dei rispettivi parlamenti, il 1° gennaio 2013. L’articolo 4 prevede che un Paese avente disavanzi eccessivi – ossia con un debito che supera il 60 per cento del Pil – operi “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno”. Poiché il debito dell’Italia supera il 120 per cento del Pil, pari a oltre 1.900 miliardi, essa dovrebbe ridurre il suo debito giusto della metà, cioè 950 miliardi.

   Si tratta quindi di ridurre il debito di 1/20° di tale somma, vale a dire 45 miliardi l’anno. Quanto basta per assicurare al nostro Paese non solo un ventennio di recessione, bensì di miseria nera, impedendo di destinare alla creazione di occupazione un solo euro. Resta soltanto da sperare che qualcuno in Parlamento si renda conto di quale trattato capestro il governo italiano ha firmato, e si adoperi per impedirne l’approvazione. Come forse faranno i francesi dopo la vittoria di Hollande.
D’altra parte, chi volesse insistere sulla necessità di creare occupazione per evitare guai nel prossimo futuro, potrebbe trovare appoggio proprio nel Trattato istitutivo della Ue (che il citato Patto fiscale, secondo alcuni giuristi, calpesta in diversi modi).

   La versione consolidata di esso, del 2008, contiene infatti una “Dichiarazione concernente l’Italia”, la n. 4 9, che recita testualmente: “Le parti contraenti… ritengono che le istituzioni della Comunità debbano considerare, ai fini dell’applicazione del trattato, lo sforzo che l’economia italiana dovrà sostenere nei prossimi anni, e l’opportunità di evitare che insorgano pericolose tensioni, in particolare per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti o il livello dell’occupazione, tensioni che potrebbero compromettere l’applicazione del trattato in Italia”. Se il ministro Passera crede davvero che sia a rischio la tenuta economica e sociale del Paese, ci sono due o tre cose di cui dovrebbe discutere con i suoi colleghi e il presidente del Consiglio. (Luciano Gallino)

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NUSSBAUM: LA BANCAROTTA DEL PIL

di Davide Gianluca Buanchi, da “AVVENIRE” del 26/4/2012

  Martha Nussbaum insegna Filosofia del diritto all’Università di Chicago. È una degli intellettuali più noti a livello planetario, almeno per quanto riguarda la riflessione filosofica. Da tempo è impegnata nel richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul valore apicale dell’uomo non solo nella speculazione teoretica ma anche nel lavoro scientifico a tutto tondo: la sua interpretazione dell’umanesimo non è infatti pura erudizione, ma assume su di sé il senso letterale del termine, per muovere una critica allo specialismo accademico.
Quest’ultimo – si perdoni la metafora – sembra una vettura che avanza spedita senza alcun conducente alla guida: consapevole di questa incongruenza, Martha Nussbaum è da tempo impegnata a favore di un nuovo paradigma che ponga l’uomo al centro dell’impresa scientifica, in concreto, al di là della asserzioni astratte.

   Per esempio, a partire dal problema della misurazione della ricchezza di uno Stato: è sufficiente il Pil come indicatore? Oppure si dovrebbero trovare delle modalità oggettive per verificare la capacità del sistema di rispondere ai bisogni dei cittadini e di offrire loro delle opportunità? In questi giorni esce con IL MULINO la traduzione del suo ultimo libro, CREARE CAPACITÀ. LIBERARSI DELLA DITTATURA DEL PIL (titolo in inglese: Creating Capabilities. The Human Development Approach) specificamente dedicato a questo problema.
Professoressa Nussbaum, qual è l’attività della «Human Development and Capability Association (Hdca)», a cui ha dedicato il libro?
«Si tratta di un organismo internazionale, di carattere accademico, che ha circa 800 membri distribuiti in 80 paesi. Annualmente teniamo un meeting, organizzato sempre in un Paese diverso (quest’anno lo facciamo a Giacarta, in Indonesia); pubblichiamo una rivista scientifica, il “Journal of Human development and Capability”, organizziamo una summer school e vari altri meeting minori. Hdca ha una vocazione multidisciplinare, praticando la filosofia e la pedagogia, l’economia e gli studi sullo sviluppo, le scienze politiche eccetera. L’obiettivo è quello di realizzare delle ricerche legate al paradigma dello “Sviluppo umano”, non senza dare spazio agli orientamenti culturali che si collocano in altre prospettive. Uno scopo ulteriore di Hdca è quello di superare la distinzione fra gli approcci teorici e quelli pratici in materia di diritti umani e teoria dello sviluppo».
Quali sono le caratteristiche dell’«approccio delle capacità e dello sviluppo umano»?
«Lo utilizziamo per misurare il livello di sviluppo di un Paese, partendo dalla domanda: “In questo momento, le persone che ci vivono sono libere di scegliere il proprio destino? Concretamente cosa possono fare?”. Inoltre focalizziamo la nostra attenzione sulle specifiche libertà rilevanti per la qualità della vita, nello sforzo di misurarla con criteri oggettivi. La mia interpretazione si serve di questi concetti per porre a tema la teoria del “grado minimo di giustizia sociale”».
Il premio Nobel per l’economia Amartya Sen – che lei ringrazia pubblicamente nella sua premessa – può essere considerato il «padre» di questo approccio?
«Beh, direi che la galleria dei “padri” include come minimo i nomi di Aristotele, Adam Smith, John Stuart Mill, Rabindranath Tagore e Thomas H. Green. In anni recenti, senza dubbio Sen ne è stato il maggior teorico nell’ambito delle scienze economiche. Le ha praticate in un’ottica comparatistica, ma senza costruire una teoria della giustizia sociale, come nel mio caso».
Lei scrive: «Sono le persone che contano, in ultima analisi; i profitti sono solo mezzi funzionali all’esistenza umana». Sono affermazioni piuttosto ovvie, o almeno dovrebbero esserlo: perché ce ne siamo dimenticati? Perché viviamo sotto la dittatura del Pil?
«Perché la valorizzazione della persona umana è un progetto complesso e difficile, in realtà, mentre il Pil è un semplice numero, che i burocrati preferiscono per facilitare le cose! Spesso si sente dire che il Pil rappresenta bene gli altri aspetti dello sviluppo umano, perché li presuppone o li porta con sé, ma questa tesi non è confermata dall’esperienza. A ben vedere, la libertà politica e religiosa non è correlata al Pil, come dimostra la Cina, e non lo sono neppure la salute e l’istruzione».
Molti lamentano che il Pil non sia più una misura attendibile per stabilire lo sviluppo delle comunità umane e, in modo particolare, la loro qualità della vita: esistono però delle difficoltà obiettive nell’immaginare delle alternative. Lei cosa propone in termini empirici?
«Uno degli impegni più gravosi dell’Hdca è proprio quello di discutere tali criteri di misurazione con cui integrare, non sostituire, il Pil. Faccio qualche esempio: in riferimento alle libertà politiche e religiose, dovremmo servirci di un quadro complesso di informazioni di carattere giuridico e storico per capire le garanzie costituzionali di un singolo Paese, il loro grado d’efficacia e i conflitti che ne stanno alla base. In ordine all’istruzione, sono necessari non solo dei test per verificare l’alfabetizzazione testuale e numerica, ma anche indicatori più complessi sulle conoscenze dei ragazzi in età scolare. E così via. In breve, ogni singola abilità che qualifica lo “sviluppo umano” dovrebbe essere indagata con gli strumenti più raffinati che la scienza ci consente, senza facili scorciatoie». (Davide Gianluca Bianchi)

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