LO SPETTRO DELLA GRANDE DEPRESSIONE – Economia globale e locale: la recessione cambia tutto – l’epoca della fine del LAVORO e della MANIFATTURA come volano di ricchezza – la VITA e le ABITUDINI che cambiano e la ricerca (anche positiva) di UN NUOVO MONDO

   “LA CRISI HA CAMBIATO LA MAPPA PLANETARIA DELL’INDUSTRIA MANIFATTURIERA. Tra il 2007 e il 2010 i paesi emergenti asiatici hanno conquistato 8,9 punti percentuali e sono saliti al 29,7% sul valore della produzione industriale mondiale. La sola Cina è al 21,7% (+7,6 punti) ed è ora saldamente prima. L’Italia è scesa dal 4,5% al 3,4%, dal quinto al settimo posto nel Mondo; resta seconda in Europa, dietro la Germania. Il manifatturiero è il principale motore della crescita economica perché:

_ genera i guadagni di produttività;

_ crea posti di lavoro qualificati e meglio remunerati;

_ effettua la maggior parte della ricerca;

_ fornisce, in Italia, il 78% delle esportazioni.

   Al manifatturiero sono legati direttamente e indirettamente più di un terzo del PIL e 8,2 milioni di unità di lavoro, e senza il suo contributo determinante agli scambi con l’estero, l’economia italiana imploderebbe.”

Luca Paolazzi – Direttore Centro Studi Confindustria

(confindustria_mappa planetaria industria manifatturiera)

LA CURVA DEL LAVORO CHE SCENDE

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   Quando in tutta la cristianità (e non solo) si decise di costruire le cattedrali, ebbene l’idea, il progetto, era chiaro, condiviso. E portava al crearsi di una competizione tra città, stati, principati, nella realizzazione dell’opera più “meravigliosa”, fusione di capacità ingegneristica tecnologica, con le innovazioni dei materiali; ma prima di tutto con la raffinata ricerca artistica della bellezza.

    Questo lo si percepisce molto anche nei medio-piccoli centri urbani dell’Emilia ora massacrati dal terremoto: centri come Mirandola, Crevalcore e tutti gli altri mostrano come nei secoli la mano umana abbia voluto inserire elementi ritenuti indispensabili alla comunità che ognuno aveva: il campanile, la chiesa (le chiese), le piazze, un corollario di ediifici civili (municipio, scuole…) e di abitazioni improntate a uno stile sempre elegante, armonioso, dove viverci è bello, merita.

   E così l’Italia delle cento, mille città, dei diversi poteri (i comuni medioevali, le città rinascimentali, i principati, i regni, gli stati…) vede il sorgere di edifici dove la loro bellezza forse partiva da una sana competizione tra soggetti, poteri diversi (si dice che la ricchezza artistica d’Italia senza pari al mondo sia data da questa disomogeneità, diversificazione geografica di poteri).

   Questa un po’ lunga premessa è per dire che ogni processo di virtuoso sviluppo contiene un’ “idea” da perseguire per migliorare la vita della comunità: ed ora forse il vero motivo della “fine del lavoro”, della depressione pericolosa e che rende dura la vita di molte persone, forse questa crisi nasce proprio dal non credere, da parte degli uomini e donne delle nostre comunità, e dell’Europa intera, che possa esserci un’altra idea, un “altro sviluppo” sul quale investire risorse e creare ricchezza.

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SISMA IN EMILIA: AL LAVORO SOTTO I TENDONI – 13/6/2012 da SKY.IT – Molte aziende del territorio colpito dal terremoto hanno spostato all’esterno la loro produzione. “Non siamo ancora a pieno regime – racconta un imprenditore – ma arriviamo al 60-70%”. TORNARE AL LAVORO, MA ANZICHÉ IN FABBRICA, SOTTO I TENDONI. E’ QUANTO SUCCEDE IN MOLTE AZIENDE COLPITE DAL SISMA IN EMILIA, che per riprendere la loro attività hanno portato macchinari e lavoratori al sicuro fuori da capannoni. Giancarlo Baroni, presidente del maglificio Baroni Spa che ha sede a Concordia, racconta: “Abbiamo portato tutto quello che era il controllo qualità e la costruzione delle collezioni all’esterno, con 800 metri di tenda, per far lavorare il personale in sicurezza. Anche perché anche se i capannoni sono agibili la gente ha paura”. “Non produciamo ancora a regime – continua – ma siamo al 60-70%”. – (nell’immagine: tendoni a San Felice sul Panaro – dal sito http://www.camilliani.org/)

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   La crisi della MANIFATTURA, e del lavoro manuale come base di ricchezza collettiva e della comunità, ora sta producendo problemi molto gravi. L’avanzare (giusto) di paesi poveri, dove si sta peggio, ne è un motivo (loro crescono, si sviluppano, spesso in forma acritica, dirompente, senza diritti alle persone, come nella Manchester della prima rivoluzione industriale europea… crescono e lavorano molto perché c’è una necessità di raggiungere beni di consumo che noi già abbiamo).

   Quel che è peggio, nella “fine del lavoro” da noi, in Occidente, è che questo è un sistema di crisi che colpisce (e colpirà ancora di più) chi ha di meno.

   Come evitare la “fine del lavoro”? Che il lavoro manifatturiero stia sparendo? Innanzitutto gli economisti (ma non solo loro) dicono che serve un rilancio di forme di lavoro manuale che si impegni a realizzare “prodotti” che necessariamente rimangano locali: cioè l’energia (l’autosufficienza energetica) e i beni agro-alimentari (l’alimentazione come garanzia di autonomia di disponibilità di una comunità; la varietà e valorizzazione dei prodotti tipici di ogni nostra terra…).

   Poi, pensiamo che siano molte le possibilità di non far mancare nessuna attenzione a ogni forma di economia generatrice di ricchezza. Come ad esempio la tutela del “paesaggio”, i beni della cultura in tutte le sue forme (urbana, architettonica, letteraria, della ricchezza delle tradizioni, delle lingue….). Fenomeni che oltre ad essere fondamentali alla costruzione dello “spirito” umano, della convivenza, possono anche produrre ricchezza economica, come ad esempio il caso del turismo…

   Ma anche, appunto, la manifattura (di nicchia, specializzata in “qualcosa”) fortemente innovativa, cui il Nordest d’Italia, o l’Emilia che abbiamo imparato a conoscere un po’ meglio solo purtroppo adesso… e tante altre terre, regioni d’Italia… una ricchezza manifatturiera, fatta appunto da mani sapienti che hanno saputo creare prodotti (industriali, artigianali, artistici…) di grande pregio esportabili in ogni dove. Manifattura che si caratterizza proprio dal prevalere del lavoro manuale sul “capitale”, sui grandi investimenti che altri settori industriali in passato richiedevano (la chimica, la siderurgia…); e, manifattura che pure non ha granché bisogno di grande consumo energetico (pensiamo ai costi energetici pazzeschi che la chimica invece ha…).

   Manifattura, motore di tante aree geografiche italiche che ora trascina tutta l’economia in crisi, in primis appunto l’elemento di cui essa, manifattura, ne è l’emblema: IL LAVORO delle persone.

   Come uscirne? Forse ritrovando “il progetto”, le idee di cose nuove, veramente necessarie, da fare, con un’innovazione continua che non può conoscere competizione da lontano, da altri paesi. Se dobbiamo salvare “in loco” “l’autosufficienza energetica”, quella “agro-alimentare”, dobbiamo anche necessariamente salvare la “manifattura”, un “artigianato industriale” che è l’essenza del benessere che adesso (pur con sempre più difficoltà) ancora ci circonda. (sm)

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LE COMMESSE CALANO E LO STATO NON PAGA: SEI MESI, POI SI CHIUDE

di Mariano Maugeri, da “il Sole 24ore” del 6/6/2012

– La Spoon River imprenditoriale del Nord-Est la riconosci dagli sguardi meditabondi di imprenditori che fino alla metà del Duemila apparivano più frizzanti del prosecco – Al posto delle bollicine dei ricavi ora ci sono le croci di aziende piantate su una terra diventata di colpo cruda e avara – La regione più laburista d’Italia si è risvegliata senza il valore fondante della sua economia –

VICENZA – «Abbiamo tutto, tranne il lavoro» frantuma il tabù Angelo Fernando Gnoato, 51 anni, veneto di Laghi di Cittadella, uno strano paese che per metà sta nella provincia di Padova e l’altra metà, canonica compresa, in quella di Vicenza.
La faccia cotta dal sole dei cantieri, i capelli grigi tirati all’indietro e la montatura degli occhiali dello stesso colore, Gnoato intercala in dialetto veneto («Cossa vuto che te diga?») per chiudere un ragionamento e riaprirne un altro. Alle spalle della poltrona del suo ufficio ci sono sette fogli di carta moneta incorniciati. Le vecchie lirette, da 500mila fino a mille lire. Nostalgia? La faccia di Gnoato s’illumina per un attimo ma lo stomaco comincia a strizzare succhi gastrici come calecestruzzo in una betoniera se il pensiero torna all’euro. Nel capannone da mille metri quadrati sono ben allineati caterpillar, asfaltatrici e autoarticolati. Solo una parte dei 25 mezzi di proprietà con su stampigliato il logo “Artigianstrade”. «Sono armato fino ai denti!» dice per scacciare l’angoscia.
Siamo a “Le Prese”, l’ultima area industriale costruita a Rosà, il cuore della Pedemontana vicentina, terra di autonomisti e imprenditori. Gnoato indica i capannoni alzati appena una decina di anni fa: «Hanno chiuso tutti qui intorno: quella di fronte era una falegnameria industriale, sulla destra c’era una fabbrica di prefabbricati: entrambe vuote da mesi». Neppure l’Artigianstrade se la passa bene. Gnoato e altri due soci, tutti e tre capocantieri, nell’88 decidono di mettersi in proprio. Lavorano sodo. E non faticano a trovare clienti di rango: tirano su musei, scuole, case di riposo.
Gnoato parla con foga: «La nostra forza sono le attrezzature e 15 operai, molti dei quali lavorano per me da vent’anni nel rispetto più rigoroso delle leggi sulla sicurezza, di cui mi sono assunto personalmente la responsabilità. Una volta prendevamo 200 mila euro di lavori pubblici al mese, ora a malapena 200mila l’anno. Con una complicazione in più: fino al 2007 per una commessa che valeva 4 facevamo lo sconto del 15 per cento. Adesso lo stesso lavoro è quotato a due e le amministrazioni pretendono lo sconto del 30. Perdiamo schei come una pentola bucata. Sono religiosissimo, ma confesso di non sapere più a che santo votarmi. Per far quadrare i conti ho tagliato tutte le spese: mi sono dimesso dalla carica di presidente della Laghi di Cittadella, una squadra di calcio che faceva la sua bella figura nel campionato di seconda categoria. Struca struca ho dimezzato pure il rimborso mensa degli operai. Adesso applico alla lettera il regolamento: 5,29 euro di rimborso, neppure un piatto di pasta. Una miseria. Cossa vuto che te diga?».

   L’umiliazione si legge in volto. Angelo stringe gli occhi azzurri e ringhia: «Dico la verità: più di sei mesi non siamo in grado di reggere. Sono in attesa di incassare 600 mila euro, 350mila euro dai Comuni qui attorno. Cittadella ha 13 milioni di attivo ma non può sforare il patto di stabilità. Due anni fa pensavamo di aver toccato il fondo. E invece si precipita sempre più in basso. Lascerò a casa quelli con una situazione familiare appena appena decente. È un colpo al cuore. Ho provato di tutto, ma le commesse pubbliche sono sparite. Comuni, Province e Regioni hanno chiuso i rubinetti: vantiamo crediti per opere di uno o due anni fa, l’anno prossimo non ci saranno neppure quei soldi. Lo dico in dialetto veneto, mi riesce meglio: ghe xé qualcosa che no va».

   Lunga vita a Gnoato ed Artigianstrade. Se la ditta di Rosà non dovesse farcela, allungherebbe un elenco che sempre di più assomiglia a una Spoon River. Tra il 2011 e il 2012 in Veneto c’è stata una morìa d’imprese. Un imprenditore di Galzignano Terme che vuole rimanere anonimo le elenca a memoria: la Gecchele e la Scavi Adami di Verona, la Baldizzera di Fonzaso, la Bortoluzzi di Puos d’Alpago, la Merlo di Borgoricco, la Giuseppe Alessio di Camposampiero, la Belluco di Cervarese, la Saf di Vigonza, la Sac e la Asergen di Padova. Spiega: «Erano aziende radicate nel territorio, solide. Il ritardo nei pagamenti e la pratica sempre più diffusa di gare d’appalto con il massimo ribasso sono stati fatali».
Pure all’Ance di Padova si preparano al peggio. Tiziano Nicolini, il presidente, elenca i numeri di un arretramento che potrebbe essere il prologo di una disfatta: «Dal 2007 al 2011 le ore lavorate sono crollate del 30 per cento. Esattamente di un terzo sono calati gli appalti nello stesso periodo: da 308 a 181 milioni.

   A Padova e provincia ci sono 180 aziende edili in attesa di incassare crediti da committenti pubblici per un controvalore di cinque milioni. Il fallimento è alle porte: scriva che tra sei mesi chiuderemo tutti».
Una boccata d’ossigeno è arrivata ai Comuni e alle Province dalla vendita ai privati del pacchetto dell’autostrada Brescia-Padova: dei 34 milioni incassati dal Comune di Padova 13 sono stati girati alle aziende creditrici. La stessa mossa delle Province di Vicenza e Padova dopo aver verificato che la sofferenza delle aziende avrebbe provocato l’abbandono dei cantieri. La Martini di Carbonara di Rovolon, che sta eseguendo il rifacimento del piazzale della stazione ferroviaria, ha annunciato al Comune con 24 ore di anticipo la sospensione dei lavori a causa del mancato incasso dello stato di avanzamento.
Lo stato d’animo che serpeggia in quella che fu una delle aree più ricche e industrializzate d’Italia lo sintetizza Renzo Tessari, carpentiere di Mira, in provincia di Venezia, cresciuto nell’indotto del petrolchimico di Marghera e poi ingaggiato per i grandi lavori del Mose, le paratie mobili alle bocche di porto della Laguna: «Siamo passati da 160mila euro di fatturato al mese a 30 mila. Per la prima volta dopo quarant’anni mi ritrovo a non fare nulla: in ufficio regna il silenzio e il telefono non squilla mai. Non so più a chi chiedere aiuto: passo notti insonni e prego Dio che la conclusione dei lavori del Mose non coincida con la morte della mia azienda». Forse ha ragione Gnoato: c’è qualcosa che proprio non va. (Mariano Maugeri)

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DI PIÙ DI TUTTO, QUEL MONDO SENZA SCELTE ORMAI FINITO

di Gian Arturo Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 4/6/2012

– La ripresa economico arriverà (forse) ma non ci restituirà il mondo di ieri –

   Con le crisi economiche, quelle vere, c’è poco da scherzare. Il partito nazista nel 1928, un anno prima della crisi, valeva il 2,6 per cento. Alle elezioni del settembre 1930, meno di un anno dopo il Grande Crollo (24 ottobre 1929), balzò al 18,3. Avrebbe raggiunto il 37,4, primo partito del Reich, nel luglio 1932. Questo con libere elezioni e in una Germania assai democratica.

   Le mandibole della crisi frantumano perbenismi, buone intenzioni, fedeltà, appartenenze, speranze, dignità, ideali. Restano rabbia e frustrazione, volontà di scovare (o fabbricare) i colpevoli, desiderio di vendetta. Non siamo a questo, non ancora. Ma per non arrivarci dobbiamo andare al fondo del nostro disagio, capirne le ragioni intime, liberarci di confortevoli e fallaci modi di pensare, di ideologie comode e sonnolente.

   Non è difficile capire il perché di questo torpore venato da incubi che ci avvolge. Le generazioni nate dagli anni della guerra in avanti, cioè praticamente tutte quelle oggi esistenti – tutti noi, senza eccezioni -, hanno (abbiamo) avuto la ventura di vivere il più formidabile balzo, il più forte e rapido incremento di ricchezza nell’intera storia dell’umanità. Non ce ne siamo resi conto.

   Questo spettacolare ritmo di crescita è apparso non come un evento eccezionale, ma, essendoci nati e vissuti dentro, come la normalità, come la semplice evidenza della realtà. Non avendo mai conosciuto altro, abbiamo pensato che la legge del «di più di tutto» (non del casalingo «di tutto di più» della Rai) fosse una legge di natura. La crescita, e il suo spettacolo, è diventata emblema, bandiera, religione. Il fatto che ora vistosamente vacilli ci sbigottisce.

   In realtà, in un segreto angolo della mente continuiamo a coltivare la speranza che anche questa sia solo una delle decine di crisi che si sono susseguite, praticamente senza soluzione di continuità, dagli anni Sessanta in avanti. Riti penitenziali celebrati con compunzione e alti lamenti mentre i redditi salivano, si aprivano nuove imprese e i soldi correvano.

   Raffreddori diagnosticati come broncopolmoniti. Questa volta è diverso: ci spiegheranno poi se è finito un ciclo o cos’altro è successo, ma sta di fatto che non torneremo più come prima, con la stessa ingenua voracità, con la stessa inconsapevolezza. Ed è inutile strologare su quando ci sarà la ripresa, se tra sei mesi o un anno o due o tre.

   Ci sarà, probabilmente, ma non ci ridarà tal quale il mondo in cui abbiamo vissuto. Il che non vuol dire che ci si debba iscrivere tra i fautori della decrescita, questa sorta di taglio lineare su scala cosmica, in realtà un altro espediente consolatorio, un altro modo per eludere le scelte. Perché invece il punto è proprio questo, le scelte e la necessità di compierle.

   Finita l’infanzia felice del «di più di tutto», non ci ritroviamo per questo nella catastrofe, non camminiamo su una strada grigia sotto un cielo grigio in un paesaggio di cenere come il protagonista de La strada di Cormack McCarthy. Al contrario, entriamo nel mondo del qualcosa di più e del qualcosa di meno, un mondo più sottile e più intelligente di quello cui siamo abituati, un mondo fatto di scelte, appunto.

   Ma che cosa di più e che cosa di meno? Ebbene, questo è il terreno proprio della politica o per meglio dire della proposta politica.

   Le forze politiche, se volessero riguadagnare la grandezza e la nobiltà di questo nome, dovrebbero spiegare e motivare con chiarezza che cosa vogliono promuovere, dove vogliono investire, dove vogliono che il Paese cresca. E parimenti – ma con maggior puntiglio – che cosa invece intendono posporre, ridurre, eliminare. Rifuggendo, se possibile, da miracoli, taumaturgie, eldoradi e paradisi. È ora di svegliarsi. È ora di buttar via i dolcificanti, di riassaporare il gusto aspro della verità. (Gian Arturo Ferrari)

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L’ITALIA E LA POTENZA INDUSTRIALE PERDUTA

di Oscar Giannino, da “Il Messaggero” del 7/6/2012

   L’Europa fa temere al mondo di essere una nuova Lehman Brothers, ancora più temibile e potente nelle sue conseguenze di freno dell’economia rispetto a quanto avvenne con l’esplosione delle banche di modello anglosassone ad alta leva. Il presidente Obama continua a tempestare di telefonate gli euroleader perché escano dal tunnel dei rinvii, e ieri è stata la volta di Monti e della Merkel.

   Le Borse hanno provato a scrollarsi di dosso un po’ di pessimismo, reagendo positivamente alle garanzie ribadite da Mario Draghi sulla liquidità illimitata garantita in questo terribile 2012 all’eurosistema. Ma l’industria italiana perde terreno, e non è certo solo colpa dell’eurocrisi. Perché i mali dell’economia italiana sono colpa nostra, preesistono all’euro e alla globalizzazione.

   È in particolare su quest’ultimo aspetto che ieri il Centro studi Confindustria ha rilasciato l’ennesimo aggiornamento delle difficoltà con cui è alle prese il sistema produttivo italiano. L’Italia in tre anni arretra dal quinto all’ottavo posto nella graduatoria della produzione manifatturiera mondiale, perdendo quote di mercato, che a livello planetario passano dal 4,5% al 3,3%. India, Brasile e Corea del Sud ci hanno sopravanzato. Cina, India e Indonesia tra il 2007 e il 2011 hanno conquistato 8,7 punti percentuali di quota di manifattura, passando dal 18% al 26,7%.

   Ma non è solo la concorrenza dei Paesi emergenti, a sopravanzarci. Altri Paesi di «vecchia industrializzazione» reggono assai meglio di noi l’urto della crisi: il Giappone resta ancora terzo, la Corea del Sud recupera due posizioni e si colloca al quinto posto. Di qui l’appello di Giorgio Squinzi, il presidente di Confindustria. «L’Italia sta perdendo terreno. Occorre metterci più impegno e affrontare le debolezze del nostro sistema per mettere al riparo le imprese.

   La variabile tempo è una variabile chiave ma serve anche lavorare tutti insieme per migliorare». La cassa integrazione torna a correre a maggio, con richieste aumentate del 22,5% rispetto ad aprile. Il sisma in Emilia colpisce una delle aree a più alta concentrazione e specializzazione d’impresa, e ci farà perdere un terzo di punto di Pil per lo stop produttivo di qualche mese che ne deriverà.

   Non ci dobbiamo rassegnare, dobbiamo lottare, è stato il commento di Squinzi. Perché sia davvero così, serve una grande chiarezza nelle politiche che tutti invocano, quelle per la crescita. Se mettiamo in fila i tre più potenti fattori che attentano alla crescita, lo Stato è il primo colpevole. E lo Stato italiano l’unico tra gli euromembri ad aver impostato l’80% dell’azzeramento triennale del suo deficit pubblico su più tasse da chi già le pagava a livelli record. E lo Stato italiano il primo a dare il cattivo esempio tra i cattivi pagatori, negando 7 punti di Pil tra debiti commerciali e crediti fiscali non corrisposti alle imprese. A tutto questo si aggiunge una restrizione di credito durissima, poiché il sistema bancario si avvia a redditività zero in questo 2012, è stressato patrimonialmente. Ma è ancora una volta lo Stato, che malgrado tutto questo è tornato a chiedere alle banche italiane di immobilizzare più di 30 miliardi di euro al mese in titoli del debito pubblico, impedendo così alle banche di dare credito a famiglie e imprese.

   Titolava ieri Der Spiegel: «È finita l’illusione tedesca di essere al riparo dall’eurocrisi». Vedremo in pochi giorni se è così. Vedremo se alla Spagna sarà consentito per le sue banche fallite di avere aiuti da Efsf-Esm senza passare per l’umiliazione della Trojka riservata invece alla Grecia. Vedremo se la richiesta americana, francese e italiana di costituire un pool di debito pubblico comune – una quota eguale per ogni euromembro – davvero verrà accolta dai tedeschi. Vedremo se dopo il voto greco del 17 giugno, al G20 che si tiene nei due giorni successivi all’ordine del giorno ci sarà l’uscita di Atene dall’euro oppure no.

   Ma è inutile illudersi. Qualunque cosa avvenga dell’eurocrisi, il male profondo che ha generato in decenni la bassa crescita e la bassa produttività del nostro Paese è colpa nostra, è responsabilità italiana. Finché non si comprenderà che occorre una profonda discontinuità nel costo e nel perimetro dello Stato, che intermedia in maniera dilapidatrice mezzo Pil e regolamenta in maniera invasiva e inefficiente l’altra metà, per le imprese italiane la concorrenza mondiale resta una gara con le mani legate dietro la schiena.

   Si vede anche dalle piccole cose. Nelle misure sviluppo dell’attuale governo scompare il credito alle imprese per la ricerca, sostituito con un incentivo per assumere personale ad alta qualificazione che non ha neanche lontanamente lo stesso effetto. Lo Stato pretende di sapere lui che cosa è meglio. Ma di fatto impedisce alle imprese ogni seria pianificazione fiscale – perché quanto si paga davvero lo si sa solo alla fine – amministrativa – di qualunque pratica autorizzativa si sa forse la data di inizio, mai quella di chiusura – del personale – resta sempre un giudice di mezzo, per licenziare – e legale – si può essere perseguiti in Italia anche per reati che non esistono nel codice, come l’abuso di diritto.

   L’Italia ha in sé la forza per tornare quinta potenza industriale. Purché la politica capisca che decenni di errori hanno bisogno di ravvedimenti profondi. E, soprattutto, rapidi. (Oscar Giannino)

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UN PAESE CHE CAMBIA ABITUDINI

di Mario Calabresi, da “la Stampa” del 4/6/2012

   Mentre l’Italia è prigioniera delle polemiche, della rabbia, del disfacimento del sistema politico e sembra paralizzata, gli italiani hanno messo in atto una delle più grandi trasformazioni degli ultimi decenni.
Abituati ad aumentare, anno dopo anno, i nostri consumi, a rincorrere telefonini, televisori al plasma, viaggi e a riempirci le case di oggetti «assolutamente indispensabili», nei primi cinque mesi di questo 2012 abbiamo riscritto il nostro modo di vivere e di acquistare, non solo in modo più frugale, ma anche in una chiave più intelligente e sorprendente. Siamo diventati «scienziati della spesa»: diminuisce il valore dello scontrino ma nel carrello ci sono sempre lo stesso numero di pezzi. Cambiano i formati, le marche e soprattutto si assiste ad un ritorno a casa: a colazione, a cena, per festeggiare un compleanno e perfino all’ora dell’aperitivo.
Ogni direttore di supermercato, ogni responsabile degli acquisti di una grande catena, ogni proprietario di ristorante e i manager degli autogrill, dei colossi dell’elettronica e della telefonia, ognuno di loro si è trasformato in un sociologo e ha passato il tempo a scrutare dentro le nostre borse della spesa.
Ne ho incontrati molti negli ultimi mesi e ho raccolto lo stupore per una capacità di adattamento molto veloce, che ha recuperato tradizioni e comportamenti che sembravano appartenere ormai soltanto alle memorie familiari.
Perché il cambiamento più interessante da notare non è quello che porta alla rinuncia ma quello che punta sulla trasformazione: il bilancio familiare si fa quadrare non rinunciando alla carne ma cambiando il taglio, non smettendo di mangiare la torta alla domenica ma tornando a farsela nel forno della cucina, non cancellando il rito dell’aperitivo ma trasferendolo a casa.
Si è anche rimodulata la settimana: le rinunce si possono fare dal lunedì al venerdì pomeriggio ma non nel week-end.
I dati di vendita dei supermercati sono una spia perfetta di questa trasformazione: crescono a due cifre gli alcolici, perché l’happy hour si continua a fare con gli amici ma non più al bar; così la colazione la mattina che è tornata prepotentemente in cucina, come ci raccontano il boom dei frollini e delle merendine; e la voglia di pizzeria è in parte soddisfatta dalle pizze surgelate
Se lo scorso anno c’era stata un’impennata dei preparati per le torte e i budini – segno che al dolce nessuno vuole rinunciare, anche se lo si compra di meno in pasticceria – quest’anno a crescere sono addirittura gli ingredienti base: zucchero, farina, uova, cioccolato in polvere e in tavolette. Perfino il pane si ricomincia a fare in proprio, come racconta il successo di un elettrodomestico di nicchia come la macchina del pane.
Ci sono poi le tendenze che determinano la nostra dieta: è noto a tutti un calo della carne rossa in favore di quella bianca, ma le cose sono un po’ più complesse e anche qui parlano di uno spostamento più che di una trasformazione. Si mangia meno la fettina e si comprano più hamburger, si riscoprono tagli meno pregiati che non consideravamo più (la guancia, il collo, la schiena, la spalla, per spezzatini, stracotti e polpette), tanto che, per dirla con Carlin Petrini, «si rimangia tutta la mucca» magari presentata sotto forma di carpaccio. Sugli scaffali sono tornate le ali di pollo che insieme alle cosce stanno surclassando il petto, più costoso e meno richiesto.
A pagare la crisi e il cambio dei menù sono soprattutto il pesce (che cala quasi del 10 per cento), considerato troppo caro, e la frutta. Quest’ultima è vittima del fatto che non viene considerata una portata essenziale del pasto e così la si può tagliare senza avere la sensazione di aver perso qualcosa (diverso naturalmente è il discorso dietetico e di salute).
La verdura invece tiene meglio, perché gli ortaggi fanno parte del pranzo e della cena e anzi possono sostituire una portata: dal contorno spesso vengono promossi a piatto forte. Da notare che un comportamento che sembrava elitario come la riscoperta dei prodotti locali e stagionali ha preso piede in comportamenti di massa, perché è chiaro che ciò che percorre meno chilometri ed è di stagione costa meno.
E la capacità di cucinare, di inventare e di recuperare gli avanzi è tornata ad essere un’arte apprezzata, come ci racconta il fatto che è diminuito il volume della spazzatura e degli scarti di generi alimentari.
Nel fare la spesa gli italiani si stanno spostando sui primi prezzi e sulle “private label”, cioè su quei prodotti che portano il logo delle grandi catene e costano meno dei corrispettivi prodotti di marca. Anche i formati cambiano perché lo scontrino deve calare ma nella busta della spesa ci deve essere lo stesso numero di prodotti, così dopo anni di corsa verso flaconi e confezioni sempre più grandi ora si torna ad acquistare in piccole dimensioni. La spesa si fa con più frequenza, spesso più vicino a casa, e a farne le spese sono le confezioni famiglia. Un’inversione di tendenza che sta spingendo le aziende a ripensare in gran fretta le dimensioni dei contenitori.
Se si cerca di non sprecare, si cerca anche di razionalizzare eliminando quei prodotti di cui non si sente più una necessità impellente, dai deodoranti per l’ambiente ai detersivi di alto prezzo.
Il ritorno a casa significa anche «portato da casa»: basta entrare nell’atrio di un’università tra l’una e le due per notare quanti studenti mangiano panini con la frittata, paste fredde, insalate di riso o di pollo conservate nei contenitori di plastica che sono stati riempiti la mattina presto. Ogni dialetto ha il suo modo di definire la pietanziera, ma quello che gli americani chiamano «lunch box» è davvero tornato di moda, se ne sono accorti anche negli autogrill dove i camionisti entrano sempre più spesso solo per il caffè.
Lo spettro della benzina a due euro ha fatto calare le presenza sulle autostrade, ridotto i tragitti e i fine settimana (ormai da un anno lo notiamo anche guardando ai dati di vendita di questo giornale e notando che lo spostamento di copie e lettori verso il mare e la montagna nel week-end si è ridotto).
La fuga nel fine settimana dalle grandi città, che sembrava un fenomeno inarrestabile negli ultimi due decenni, segna il passo. La crisi ma anche un’offerta sempre più intensa di manifestazioni, festival, corsi e gare sportive hanno cambiato il nostro modo di vivere il tempo libero. Anche in questo caso rimanere a casa non è più vissuto come una rinuncia o un’umiliazione.
La mania per i telefonini e l’elettronica sembra invece continuare a stregare gli italiani: non si cambia più il forno, il frigo, la lavatrice, se non in caso di guasto irreparabile, ma lo smartphone quello sì, continua a vendere nonostante sia ben più caro di un semplice cellulare.
Tra gli elettrodomestici uno solo sta vivendo una stagione felice: l’aspirapolvere robot, capace di alleviare fatiche e sensi di colpa in una botta sola. Accanto sta rispuntando un oggetto di modernariato: la macchina da cucire, segno che la cultura dell’usa e getta ha perso il suo fascino e perché l’Italia di oggi ha bisogno di essere rammendata. (Mario Calabresi)

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UN GOVERNO CREDE ALLE NOSTRE IMPRESE: È QUELLO AUSTRIACO

di Cristina Giudici, 7/6/2012, da LINKIESTA (http://www.linkiesta.it/)

   Mentre il governo annaspa, ieri quattro rappresentanti della Carinzia sono andati ad illustrare a degli imprenditori di Varese i vantaggi che si hanno a spostare alcune attività nella regione austriaca, dove, ad esempio, l’Irap non esiste. Fin qua tutto normale, se non fosse che a organizzare l’incontro è stato il presidente della Confapi, l’associazione delle piccole e medie imprese varesine. Ma perché sponsorizzare un governo straniero? «Semplice: perché vogliamo aiutare gli imprenditori a continuare a fare impresa».

Della serie come sparare sulla Croce Rossa. O come essere bravi a farsi del male.

   Ieri alla sala della Provincia di Varese si è tenuto un seminario per gli imprenditori locali sulle agevolazioni fiscali, lo snellimento della burocrazia, il sostegno economico per aziende che vogliono rilanciare le loro attività puntando sull’ innovazione e sulla ricerca. Non in Italia o in qualche virtuoso distretto industriale della Lombardia, ma nella vicina e sempreverde Carinzia. Fin qui nulla di strano. Già da diversi anni molte aziende italiane hanno trasferito parte della loro produzione o insediato società per commercializzare i loro manufatti nel paradiso austriaco, dove non esiste quella macabra parola, Irap, che lo scrittore Edoardo Nesi, ex imprenditore tessile, ha ribattezzato in un romanzo Iraq, solo per citare una delle seducenti attrazioni per investitori italiani offerte dal governo della regione austriaca.

   La cosa bizzarra per chi crede ancora nel made in Italy è che le quattro signore spesso in Italia per fare shopping aziendale, che rappresentano società di investimenti, come Marion Biber di Aba, di Austrian Business Agency, o Natascha Zmerzlikar, di Entwicklungsagentur Karnten Gmbk (Eak) e l’ avvocatessa trevigiana Enrica Maggi dello studio legale di Klagenfurt, Maggi Brandl Kathollnig, siano state invitate dal presidente della Confapi, l’ associazione delle piccole e medie imprese varesine, l’imprenditore Franco Colombo. Che, dopo aver illustrato la corsa ad ostacoli affrontate dagli imprenditori italiani, ha lasciato campo alle austriache per illustrare le bellezze della regione meridionale dell’ Austria. «Tutte donne», ha fatto notare Colombo per sottolineare il gap di genere, oltre a quello fiscale, che ci divide dalla Carinzia.

   E poi è cominciata una lezione per piccoli imprenditori che, attoniti, prendevano appunti davanti alle slide che scorrevano, illustrando i miracoli che si compiono nel piccolo Eden, che confina con il Veneto. Distretti industriali, loro li chiamano parchi, dove i capannoni si comprano a basso costo, le tasse sono basse, si attiva una licenza commerciale nel giro di pochi giorni. «Vi prendiamo per mano e non vi lasciamo mai soli» ha ribadito Natascha Zmerziklar di Eak, responsabile dello sviluppo di sette parchi tecnologi e industriali, facendo venire l’ acquolina in bocca ai presenti con i dati del fondo federale regionale di 500 milioni di euro messi a disposizione per dare contributi agli imprenditori, che vogliono investire nella formazione e riqualificazione del personale. Con la possibilità di ottenere il 25% di contributi per gli investimenti e fino al 60% per la ricerca e l’innovazione. Eccetera, eccetera eccetera. Roba da leccarsi le dita, insomma. E infatti le aziende che stanno cedendo alla girandola carinziana sono molte, ma alla lecita domanda della cronista al presidente della Confapi varesina,

   «Perché lo fate? Perché aiutate il governo della Carinzia, perché sponsorizzate un paese estero ad attrarre investimenti, perché incentivate i vostri imprenditori ad andarsene o quanto meno a trasferire parte della produzione o a creare società per commercializzare prodotti per l’ export, insomma perché?» Colombo, ha risposto con sensata disinvoltura: «Semplice: perché vogliamo aiutare gli imprenditori a continuare a fare impresa. O quanto meno ad aprire una seconda filiale delle loro aziende che crei altri posti di lavoro o permetta a chi è in difficoltà di usufruire dei benefici. Soprattutto nel campo della ricerca e dell’ innovazione». Oibò. Da un punto di vista formale niente da eccepire per carità.

   Se a forza di tener da conto Monti dopo mesi di aspettative deluse, siamo qui a chiederci come difenderci dal rigorismo senza riforme per la crescita, viene da accarezzare la carta patinata delle brochure che illustrano i parchi industriali immersi nella natura e pubblicizzano gli investimenti in Carinzia come se fossero depliant di un viaggio low cost in qualche villaggio turistico con un pacchetto all inclusive. Ed è lecito che si permetta ai carinziani di offrire i loro gioielli a una classe imprenditoriale smarrita (e piuttosto incazzata) di resistere altrove, se è vero che il modello Carinzia funziona. Eppure da un punto di vista politico potremmo chiederci come mai un’ associazione di categoria deve ammettere pubblicamente i propri fallimenti. Semplice e al contempo amaro il responso: siamo passati dal resistere al desistere. (Cristina Giudici)

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Il sisma in Emilia In campagna

TRA LE CASCINE VENUTE GIÙ «COM’È DIFFICILE RICOMINCIARE»

di GIUSI FASANO, da “il Corriere della Sera” del 4/6/2012

CREVALCORE (Bologna) – I primi giorni dopo il crollo Luca ha lavorato con rabbia, con le lacrime agli occhi. «Ma come?», se l’ è presa con il cielo, «finalmente c’ è uno che a 22 anni sa già bene quello che vuole dalla vita, cura come fossero bambini migliaia di peri, immagina un futuro nella cascina di famiglia e poi bastano pochi secondi di scossa…».

   È stato martedì scorso. La terra ha tremato e ha trascinato giù la sua adorata cascina, la stalla e il fienile, edifici tanto belli quanto vecchi che in qualche modo hanno retto al sisma del 20 maggio ma che si sono sbriciolati come biscotti davanti alla potenza del secondo scossone.

   «Adesso c’ è l’ impianto di irrigazione che non funziona perché non c’ è più la casa e quindi niente corrente», elenca il primo dei problemi Luca, che di cognome fa Bozzoli, perito agrario e appassionato della vita agricola da sempre. Ogni giorno lui e suo nonno Valentino lavorano nei campi dietro il cascinale collassato, alla periferia di Crevalcore. Qualche attrezzo manca, seppellito dalle macerie, ma la piantagione di pere (Abate, Williams, Kaiser, Conference), il mais e il grano hanno bisogno di trattamenti contro le malattie e ci si arrangia come si può, «per esempio si lavora fra i mattoni che sono finiti in mezzo ai filari delle piante» spiega Luca.

   E come i vecchi contadini previdenti pensa alla prossima raccolta: la cascina serviva come riparo delle pere prima di consegnarle ai clienti, adesso si dovrà trovare un altro sistema. Sua madre Elena chiede «che non si lasci solo un ragazzo come lui, è giusto aiutarlo e ci aspettiamo una mano per ridargli fiducia nel futuro anche se dopo la scossa di martedì non abbiamo visto nessuno».

   A Finale Emilia (Modena) Meri Guerzoni ha appena finito di tagliare il prato davanti alla sua azienda: una bella casa in mattoni (lesionata) e un fienile antico «che era bellissimo», come dice lei. Era, appunto. Ne resta in piedi una parte che pare incollata al cielo e pronta a venir giù al primo colpo di vento. «Vede questa distesa verde?» si emoziona Meri. «È la mia azienda, coltivo 38 ettari di erba medica. Quel fienile serviva come ricovero per gli attrezzi, era necessario, avevo rifatto il tetto da poco e a vederlo così… ci vorranno 300-400 mila euro per rifarlo».

   Da oggi Meri promette di affrontare la questione in Comune: «Non voglio pericoli nella mia proprietà. Vado e chiedo “quando posso demolirlo?”. Vabbè che ci sono interventi più urgenti ma la messa in sicurezza non possono negarmela, giusto?».

   Lontano dalle zone rosse, dalle tendopoli, dalle transenne e dai mille uomini in divisa che si incrociano lungo le vie dei Comuni più devastati, la sensazione è che ci sia ancora molto da aspettare, per qualsiasi cosa.

   «Siamo stati abbandonati» si lamenta Laura Franchi, 74 primavere alle spalle la prima delle quali vissuta nel casale che ha davanti agli occhi. «Io sono nata qui, sa», indica un punto esatto della cascina semidistrutta da una parte e in piedi per miracolo dall’ altra. La signora Laura riavvolge il filo dei ricordi: «Da sposata ho vissuto altrove e adeso che sono vecchia sono tornata qui con mio marito, il casale è di un avvocato di Modena, che ora è disperato. Noi l’ abbiamo sempre tenuta come un gioiello, adeso non possiamo nemmeno entrare, è tutto pericolante».

   La scossa di martedì scorso sulle prime sembrava non aver fatto grossi danni alla struttura, dopo ore dal sisma si sono sentite le crepe aprirsi e in dieci secondi è venuta giù la parte del vecchio fienile e si è aperto uno squarcio in mezzo al tetto. Vietato avvicinarsi, «abbiamo affittato un container per dormire» mostra la signora Laura. E dice che si è avvicinata solo per recuperare i suoi fiori amatissimi. Decine e decine di vasi di gerani, petunie, portulache in una esplosione di colori che commuove e che la gente si ferma a fotografare.

   A Medolla, in provincia di Modena, nella corte dei Puviani sono rimasti in piedi soltanto alcune facciate e la casa padronale che rischia il crollo ogni giorno. Enzo Puviani, 63 anni, uno degli otto fratelli che un tempo vivevano qui, dice che gli fa male al cuore vedere che tutto è crollato. Tutto. La stalla, il fienile, il pollaio… «Ci sono i miei ricordi di bambino, sotto quelle macerie. Ci sono tanti sacrifici». La corte era in vendita, «ma ovviamente adesso non ci facciamo illusioni».

   E non si fa illusioni nemmeno Giuseppe Roncadi, proprietario di una tessitura di maglierie che sta proprio di fronte alla cascina della sua infanzia, ovviamente abbattuta dalle scosse. Non si illude di poter ritrovare sana e salva nessuna delle sue 15 botti di aceto balsamico invecchiato 10, 20 e 25 anni: erano proprio nella parte collassata del cascinale e sul muro rimasto in piedi si vedono le macchie scure. Se ti avvicini puoi perfino sentirne l’ odore. (Giusi Fasano)

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IMMIGRAZIONE / LAVORO

FLUSSI BLOCCATI

di Maurizio Ambrosini, 21.05.2012, da LA VOCE.INFO http://www.lavoce.info/

   Il governo rinuncia quest’anno all’emanazione del decreto flussi, se non per lavoro stagionale. È una decisione sbagliata. Perché sottintende che agli immigrati non si debba riconoscere l’aspirazione a conciliare lavoro e famiglia, a cercare posti di lavoro migliori, a evitare faticosi trasferimenti. Inoltre, la previsione di quote di ingressi regolari per lavoro è uno strumento di politica migratoria. Infine, i decreti flussi sono sanatorie mascherate, per mettere in regola lavoratori già presenti in Italia. Davvero sono un lusso che non possiamo più permetterci?

   Ci sono decisioni che all’apparenza sembrano ragionevoli, ma valutate in modo più attento si rivelano perniciose. Le politiche migratorie ne offrono parecchi esempi. Vediamo l’ultimo caso.
IN CERCA DI UN LAVORO MIGLIORE
   Nei giorni scorsi la ministra Cancellieri ha comunicato la rinuncia del governo all’emanazione di un nuovo decreto flussi, se non per lavoro stagionale: la situazione economica è drammatica, i disoccupati sono troppi, quindi gli immigrati già presenti in Italia sono più che sufficienti.
Il ragionamento funzionerebbe se il mercato del lavoro fosse un mercato come tutti gli altri, ma non è così.  Agli immigrati tendiamo ad attribuire una flessibilità e una disponibilità all’adattamento che non osiamo nemmeno più domandare ai nostri connazionali. Siamo ormai persuasi che se si libera un posto di lavoro a Sondrio, un disoccupato di Agrigento, magari sposato e con figli, difficilmente si candiderà per occuparlo. A meno che non sia un laureato, e quel posto di lavoro sia così qualificato o così garantito da meritare l’investimento. Agli immigrati invece l’aspirazione a conciliare lavoro e famiglia, a cercare posti di lavoro migliori, a evitare faticosi trasferimenti, non siamo molto disposti a concederla.
In realtà, invece gli immigrati nel tempo tendono prima di tutto a ricongiungere la famiglia e poi a sviluppare esigenze e atteggiamenti non molto dissimili da quelli degli italiani.
L’esempio tipico è quello dell’assistente domiciliare degli anziani in regime di convivenza, detta volgarmente badante: un tipico lavoro di primo ingresso, che viene di norma accettato per alcuni anni, ma che tende poi a essere abbandonato, quando le lavoratrici riescono a mettersi in regola e soprattutto a ricongiungere i figli. Si produce così la necessità di nuovi arrivi per rimpiazzare chi esce dal settore. Di conseguenza, come per gli italiani, anche per gli immigrati possono coesistere disoccupazione e posti vacanti. Di qui la necessità di nuovi ingressi regolari, se non vogliamo che ci pensi, come al solito, il mercato nero.
In secondo luogo, la previsione di quote di ingressi regolari per lavoro è anche uno strumento di politica migratoria e in una certa misura di politica estera: vengono negoziate con i paesi di origine per ottenere collaborazione nel controllo dei flussi non autorizzati e per consolidare rapporti di partenariato. Servono poi a lanciare un messaggio preciso: anziché tentare l’avventura, si può entrare e lavorare regolarmente. Uno dei modi più sensati per contrastare l’immigrazione non autorizzata è quello di rendere praticabili canali di immigrazione regolare e regolata.
SANATORIE MASCHERATE
   Ma vi è un’altra e più seria ragione per cui Anna Maria Cancellieri e i suoi tecnici sbagliano. I decreti flussi, come certamente sanno per primi al ministero degli Interni, sono principalmente delle sanatorie mascherate. Servono a mettere in regola lavoratori già presenti in Italia, ma privi delle autorizzazioni previste. Sono una delle tante ipocrisie delle norme sull’immigrazione, ma hanno avuto il merito di far emergere centinaia di migliaia di lavoratori.
Attualmente, le stime più attendibili dell’immigrazione irregolare si aggirano intorno al mezzo milione di unità (Fondazione Ismu). Non emanare il decreto flussi, senza prevedere altri meccanismi di emersione, significa semplicemente dire: non abbiamo il coraggio di far transitare una parte di questa umanità dolente e sfruttata verso la sponda della legalità e dei diritti. Preferiamo lasciarli invischiati nella palude dell’economia sommersa. Se chi li impiega farà concorrenza sleale agli imprenditori onesti e ai lavoratori in regola non è affar nostro. Se in caso di impiego domestico evaderà i contributi previdenziali, meglio per lui.
Ci sarebbe poi un quarto aspetto, ma forse significa volare troppo alto per le ambizioni di un governo tecnico come l’attuale: i decreti flussi erano uno dei pochi canali di ingresso per lavoro non qualificato e non stagionale oggi disponibili nel panorama dei paesi sviluppati. Rappresentavano un piccolo contributo al diritto umano alla mobilità e alla ricerca di una vita migliore. Un modesto passo verso un’idea di giustizia globale a livello internazionale. È davvero un lusso che non possiamo più permetterci? I regolarizzati dei decreti-flussi precedenti non sono diventati in gran parte onesti lavoratori e contribuenti? Che cosa ne pensa in proposito il ministro all’Integrazione?
L’ultimo governo Berlusconi, malgrado pacchetti sicurezza, respingimenti in mare, retoriche impresentabili, ha realizzato una sanatoria nel 2009, dunque a crisi già iniziata, per colf e assistenti domiciliari (quasi 300mila domande) e varato un decreto-flussi all’inizio del 2011 (circa 100mila posti in palio). Su aspetti rilevanti le politiche attuate si discostavano da quelle dichiarate.
Sorge allora un dubbio piuttosto inquietante: non ci toccherà rimpiangere Roberto Maroni? (Maurizio Ambrosini)

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Le riforme Il Welfare Il rapporto Ilo «Le politiche del rigore acuiscono la crisi»

SE IL MONDO PERDE 50 MILIONI DI POSTI – SOLO 6 PAESI VIRTUOSI

– Trend positivo: le nazioni in controtendenza sono Germania, Austria, Israele, Lussemburgo, Malta e Polonia – Il record negativo dei giovani italiani –

di ROBERTO BAGNOLI, da “il Corriere della Sera” del 30/4/2012

   L’ austerità non paga. Il rigore sul bilancio, accompagnato alla deregulation sul mercato del lavoro, peggiora la crisi dell’ occupazione e in Europa potrebbe portare a un’ altra recessione. L’ allarme viene dall’ ultimo rapporto dell’ Ilo, l’ Istituto internazionale del lavoro. E nel suo corposo dossier di oltre cento pagine, che verrà presentato oggi, si rileva che dal 2007 solo 6 Paesi tra le economie avanzate sono andati in controtendenza creando nuova occupazione.

   Sono Germania, Austria, Israele, Lussemburgo, Malta e Polonia. L’ Italia è in netto peggioramento con un tasso di disoccupazione passato al 9,7% (circa 2,1 milioni di senza lavoro) che potrebbe aumentare se si aggiungono i 250 mila lavoratori in cassa integrazione. I giovani sono quelli che più ci hanno rimesso, con una disoccupazione arrivata alla fine del 2011 alla preoccupante soglia del 32,6%, più che raddoppiata dall’ inizio del 2008. Il mondo non sta meglio: dall’ inizio della crisi finanziaria (2007) a oggi a livello globale mancano ancora 50 milioni di posti di lavoro e le politiche di rigore non migliorano ma peggiorano le prospettive.

   Le conclusioni del rapporto Ilo, realizzato da un pool di economisti sotto la regia del francese Raymond Torres, ex responsabile delle politiche sociali dell’ Ocse, sono nettamente controcorrente rispetto a quanto deciso dalla Commissione europea e dalla Bce con il varo del fiscal compact e con le raccomandazioni di forti liberalizzazioni sul mercato del lavoro consigliate dalla Banca centrale europea e dagli istituti internazionali come il Fondo monetario. «La crisi dell’ occupazione – scrive Torres – è dovuta al fatto che molti governi, specialmente nelle economie avanzate, hanno dato priorità a una combinazione di misure di austerità e di riforme drastiche del mercato del lavoro».

   Queste decisioni, secondo il rapporto, hanno avuto conseguenze disastrose sulla creazione di posti di lavoro senza contare che «nella maggior parte dei casi questi provvedimenti non hanno portato a una riduzione dei deficit». Invece, i Paesi che hanno scelto per «politiche di sviluppo hanno ottenuto risultati migliori in termini economici e sociali». «Molti di questi Paesi – scrive ancora Torres – sono diventati più competitivi e hanno superato la crisi meglio di quelli che hanno optato per l’ austerità». Il rigore in pratica crea un pericoloso effetto avvitamento che diventa devastante se collegato con la restrizione del credito da parte delle banche al sistema produttivo.

   In Europa, che ha adottato nella maggior parte dei casi questo tipo di politica, non è prevista la ripresa dell’ occupazione sino al 2016 «a meno che i governi non cambino rapidamente direzione». Inoltre la poca occupazione che si è creata è quasi tutta precaria, così almeno sta avvenendo in 26 dei 50 Paesi di cui l’ Ilo ha studiato il trend di sviluppo. Grazie a efficaci politiche sociali e del lavoro Paesi come il Brasile, l’ Indonesia e l’ Uruguay stanno realizzando tassi di crescita anche nella qualità del lavoro. Non così in Paesi come l’ Italia, la Spagna e la Grecia dove la percentuale di lavoro precario e part time ha superato nel 2010 la soglia del 50% e non accenna a diminuire.

   Dai dati illustrati dal rapporto si vede chiaramente che i Paesi sotto stress nel controllo di bilancio da parte della Commissione sono quelli che hanno pagato di più in termini di occupazione e di proliferazione di lavoro precario. Oltre a Italia, Grecia e Spagna ci sono infatti l’ Irlanda, la Slovacchia e anche la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sebbene in misura minore.

   Le conclusioni del rapporto sono destinate a far discutere. Sono infatti un forte assist alle proposte di economia fatte dal candidato francese Hollande che ha già annunciato – in caso di vittoria – di chiedere una revisione del fiscal compact voluta dai rigoristi della Bundesbank. Gli studiosi Ilo non mancano di rilevare come, da un punto puramente teorico, a una più scarsa protezione del mercato del lavoro (abolizione dell’ articolo 18 per esempio) dovrebbe corrispondere una aumento del tasso di impiego. Ma le esperienze sul campo dimostrano che le cose non vanno così.

   Commentando il caso italiano l’Ilo rileva che il nostro Paese – visto l’ alto livello di debito pubblico – non può sottrarsi alle misure di risanamento ma il rapporto dimostra che anche gli investimenti pubblici sono importanti per stimolare la domanda interna mentre invece negli ultimi anni è diminuita del 2%. Per la riforma in corso del mercato del lavoro l’ Ilo esalta il ruolo delle parti sociali «nell’ individuare le ricette giuste». (Roberto Bagnoli)

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One thought on “LO SPETTRO DELLA GRANDE DEPRESSIONE – Economia globale e locale: la recessione cambia tutto – l’epoca della fine del LAVORO e della MANIFATTURA come volano di ricchezza – la VITA e le ABITUDINI che cambiano e la ricerca (anche positiva) di UN NUOVO MONDO

  1. lucapiccin mercoledì 27 giugno 2012 / 10:52

    Per chi volesse approfondire :

    Bertoncin M., Pase A., Frontiere mobili. Delocalizzazione e internazionalizzazione dei territori produttivi veneti, Ed. Marsilio, Venezia.

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