DOMENICHE DI SANGUE nelle chiese cristiane della NIGERIA – rischio di GUERRA CIVILE nel più popoloso paese africano: tra ETNIE CHE SI SCONTRANO e INTERESSI PETROLIFERI internazionali (anche italiani) che fomentano il caos (e l’inquinamento del DELTA DEL NIGER) – QUALE SVILUPPO PER UNA NUOVA AFRICA?

NIGERIA, ANCORA UN MASSACRO DI CRISTIANI: ATTACCHI ALLE CHIESE FANNO MORTI E FERITI
17 giugno, da http://www.adnkronos.com/ – ZARIA – (Adnkronos/XInhua) – Si ripete la strategia degli attacchi durante la messa della domenica. Nel mirino dei radicali islamici di Boko Haram chiese e luoghi di culto nel Nord del Paese. Tra le vittime anche bambini

   In Nigeria ci son stati finora (dal 2009) più di 600 morti di persone di religione cristiana-cattolica, causati dal gruppo islamista “Boko Haram”, la maggior parte dei quali assassinati durante la messa e le celebrazioni festive della domenica. Poi c’è spesso la ritorsione cristiana contro la comunità islamica: domenica 17 giugno, alle tre bombe in città del nord della Nigeria (che hanno causato sette morti di cui quattro bambini) e alle cinque chiese attaccate nello Stato settentrionale di Kaduna (con un bilancio al momento di 21 morti e cento feriti)… a tutto questo è esplosa la rabbia dei cristiani che, per rappresaglia, hanno fermato macchine di musulmani e li hanno uccisi. Almeno 20 musulmani sono morti. Per dire che alla sopraffazione della violenza, altra sopraffazione può crearsi.

   Ma su tutto questo, bisogna invece far presente che l’Africa è cambiata, sta cambiando: una modernità tumultuosa si sta facendo avanti. Fatta di interessi internazionali, di cinesi e altre nazioni alla “nuova conquista”, ma fatta anche di opportunità nuove che possono aprirsi per i popoli africani, per i suoi giovani, per le donne di quel continente.

   In un recente convegno in Etiopia, ad Adis Abeba, della Fondazione per lo sviluppo africano creata da Romano Prodi (si chiama “Africa, 54 paesi, una Unione”) il presidente della Commissione dell’ “Unione africana” (Ua), Jean Ping ha detto: «Non siamo più il continente perduto. Oggi il linguaggio è cambiato. L’Africa è vista come “nuova frontiera”. Si moltiplicano le richieste di partenariato. Tutti vogliono avere relazioni con noi».

mappa della Nigeria (da Wikipedia)

E’ da contesti simili che la minaccia etnica regressiva che da tempo sta avvenendo in Nigeria da parte di questo gruppo integralista islamico, Boko Haram (che in lingua locale significa “l’istruzione occidentale è proibita”, tanto per dire che il nome è il messaggio…), questa minaccia, questo terrorismo contro i cristiani (molti dicono che Boko Haram e altri gruppi estremisti  sono finanziati dall’Arabia Saudita e da altri Paesi arabi radicali) sta rischiando di fermare un processo di cambiamento del maggior paese africano (com’è la Nigeria con i suoi 160 milioni di abitanti) e dell’Africa intera. Un terrorismo che porta avanti l’islamizzazione dei Paesi dell’Africa sub-Sahariana, soprattutto appunto Nigeria, Niger e Mali.

Gas flaring nel delta del Niger – FIRMA L’APPELLO DI AMNESTY CONTRO L’INQUINAMENTO DI ENI DEL DELTA DEL NIGER – http://www.amnesty.it/eni_delta_del_niger – DELTA DEL NIGER: “STRAPPA UN IMPEGNO A ENI!” – Data di pubblicazione dell’appello: 08.05.2012 – Status dell’appello: aperto – Il territorio del delta del fiume Niger, in Nigeria, è ricco di enormi giacimenti di petrolio che da decenni generano ricavi per miliardi di dollari, mentre la maggior parte della popolazione vive in estrema povertà. LE ATTIVITÀ ESTRATTIVE DI SHELL, ENI E TOTAL HANNO CONTAMINATO LA TERRA, L’ACQUA E L’ARIA mettendo a rischio la salute e il diritto a un ambiente sano, a condizioni di vita dignitose, al cibo, all’acqua pulita e a guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro. Queste aziende devono al più presto bonificare tutte le zone inquinate nel delta del Niger e il governo della Nigeria deve rendere più stringente la regolamentazione dell’industria petrolifera

Questa cosa della “guerra religiosa” (che a sua volta fa scatenare i cristiani contro i mussulmani possibili assassini) viene vista con sospetto da molti: sembra di averla già sentita, già vista in situazione geografiche simili (per non andare lontano nel tempo, pensiamo alla disintegrazione dello stato iugoslavo della prima metà degli anni ‘90 del secolo scorso e la terribile cruenta guerra etnica che lì c’è stata di popolazione, “etnie”, che vivevano fino ad allora in pace).

   In Nigeria non siamo a questo, alla guerra civile di tutti contro tutti; ma è significativo che in momenti di trasformazione sociale importante di aree geografiche che  si approcciano autorevolmente al dialogo costruttivo con la comunità internazionale (e la Nigeria se lo potrebbero permettere, lo sviluppo e l’affrancamento del suo popolo, con le ricchezze energetiche che potrebbero ben aiutare…); ebbene, tutto questo sembra impedito da fantomatiche impossibilità di convivenza di persone che, anziché riconoscersi nel valore comune di “popolo nigeriano e africano” che si affaccia autorevolmente alla modernità, è costretto a confrontarsi duramente al suo interno da scontri religiosi. “Diversità di fede” causa di sanguinosa impossibilità di convivenza, anziché il fatto che, queste diversità, potrebbe essere vissuta come ricchezza: di idee, di prospettive, di speranze per un presente e un futuro di cambiamento positivo.

   Pertanto quel che accade in Nigeria, e in altri paesi africani, appare l’impedimento voluto, la resistenza, di vecchie gerarchie di potere (economico, sociale) e, forse (è probabile) di apparati economici occidentali propensi a mantenere lo status quo: tra questi apparati economici ci potrebbe proprio essere l’Eni italiano (l’Agip), il nostro ente nazionale idrocarburi, a tutela del nostro pur oneroso pieno di benzina. E allora rischiamo di esserci dentro pure noi nelle guerre civili d’Africa. E non ci va bene. (sm)

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ETNIE E PETROLIO, PIÙ CHE RELIGIONE

di CLAUDIO GORLIER, da “La Stampa” del 18/6/2012

   Il 13 febbraio 1976, a pochi mesi dal suo insediamento, venne assassinato l’ultimo Presidente islamico della Nigeria, Murtala Muhammad. Vedi caso, l’assassinio avvenne a Kaduna, città vivace e fiorente, con un’eccellente università che ho conosciuto e dove islamici e cristiani convivevano.

   Gli uccisori di Muhammad, comunque, erano in pratica dichiaratamente cristiani, anche se non vennero identificati e perseguiti. Muhammad, ex militante, veniva dall’islamico Nord, nella cui principale città, Kano, mi capitò una volta di dover rimandare un volo a Lagos perché l’aereo aveva cambiato destinazione, per recare alla Mecca un gruppo di alaji, pellegrini abituali. A Muhammad succedette il suo vice, il cristiano Obasanjo, che riuscì a indire nuove elezioni e a organizzare un governo sostanzialmente democratico. Durò poco, e quando si ritirò gli succedette una serie di dittatori spietati, tutti cristiani yoruba.

   Uno di loro, il feroce Abacha, nel 1995 fece processare e giustiziare il mio amico Ken Saro-Wiwa,  anglicano ma colpevole di essere lo strenuo difensore degli Ogoni, la popolazione del delta del Niger ridotta alla miseria per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi. Saro-Wiwa, uno dei maggiori scrittori africani di lingua inglese, aveva raccolto i suoi brillanti scritti giornalistici in un volume, Similia («Similia similibus curantur»), in cui i misfatti dei dittatori del suo Paese venivano inesorabilmente denunciati. In buona sostanza, Saro-Wiwa documentava la corruzione dei governanti nigeriani, letteralmente comprati dalle grandi compagnie  petrolifere internazionali.

   Tra queste, mi duole rammentarlo, figurava anche l’Agip. «Non vi sorprenderete», scriveva, «se il cane di uno qualsiasi dei manager di queste compagnie è trattato meglio di ogni essere umano di queste zone». «Sì, la Nigeria ha un problema religioso», scriveva ancora il mio amico Ken. «Politici incompetenti e falliti tendono a creare uno scisma tra nigeriani di fedi diverse per mascherare i loro fallimenti e la loro incapacità». E,   naturalmente, i loro interessi. Si trova qui l’origine primaria dei conflitti religiosi in Nigeria, alimentati in misura

sempre maggiore da organizzazioni eversive, e insieme la crescente egemonia politica di un cristianesimo largamente formale.

   Non dimentichiamo la guerra civile, con un milione di morti, tra il 1967 e il 1970, contro i secessionisti Ibo del Biafra. Il presidente nigeriano generale Gowon era figlio di un missionario protestante e venne sostenuto da tutti i paesi occidentali salvo la Francia. Il Vaticano appoggiò nell’ombra ma concretamente il Biafra, dove esiste l’unica minoranza cattolica. Andiamoci piano, dunque, prima di parlare di guerra di religione in Nigeria.

   La religione, come già ci spiegò Ken Saro-Wiwa pagandolo con la vita, costituisce una superstruttura, a coprire uno scontro di interessi. Certo, l’Islam è più preparato, anche ideologicamente, in Nigeria, ad  alimentare un conflitto civile in un Paese dove la maggioranza della popolazione ha un reddito di un dollaro al giorno, e dove le strutture tribali ancora resistono. In quanto all’Occidente post coloniale, che ha inventato la Nigeria, a partire dal nome, sta a guardare. (Claudio Gorlier)

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NIGERIA, BOMBE NELLE CHIESE: MORTI 7 CRISTIANI E 20 MUSULMANI

da “L’UNITÀ’” del 17/6/2012 – http://www.unita.it/

Altra domenica di sangue contro i cristiani in Nigeria, esplose tre bombe in alcune città del nord: sette i morti di cui quattro bambini. Cinque chiese sono state attaccate nello Stato settentrionale di Kaduna, a maggioranza musulmana con un bilancio al momento di 21 morti e cento feriti stando a fonti ufficiali nigeriane.
Tre persone sono morte nel primo attacco contro una chiesa evangelica a Zaria. Quattro bambini hanno perso la vita davanti alla cattedrale cattolica nel secondo attentato a Zaria, e un numero imprecisato nella terza esplosione a Kaduma.
Dopo la nuova ondata di attentati terroristici a chiese nel Nord della Nigeria, è esplosa la rabbia dei cristiani che, per rappresaglia, hanno fermato macchine di musulmani e li hanno uccisi. È quanto riferiscono testimoni sul posto. La folla che era presente alle messe ha reagito, dando il via a una caccia all’uomo, accerchiando uomini ritenuti autori degli attentati o comunque possibili «nemici», linciandoli e uccidendoli sul posto. Almeno 20 musulmani sono morti.

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TERRORE

NIGERIA, STRAGE DI BAMBINI – SCONTRI INTERRELIGIOSI: 52 MORTI

da http://www.lettera43.it/ del 18/6/2012

   Continua la scia di sangue in Nigeria: il 18 giugno è stata un’altra domenica di attacchi alle chiese cristiane, seguiti da dure rappresaglie contro i musulmani. Il bilancio sarebbe di 52 morti e 74 feriti. A renderlo noto sono fonti ufficiali nigeriane.
Le prime due esplosioni hanno preso di mira altrettanti luoghi di culto cristiani a Zaria, già colpita nel recente passato dal gruppo radicale islamista Boko Haram. Poco dopo, altre tre esplosioni hanno scosso la vicina città di Kaduma. Le esplosioni, ancora non rivendicate, hanno quindi innescato rappresaglie violente contro i musulmani. Ed è stata proprio la setta islamista a rivendicare gli attacchi.
RAPPRESAGLIA CONTRO I MUSULMANI. Il primo kamikaze era a bordo di una Honda imbottita di esplosivo e si è schiantato contro la chiesa scatenando un incendio e danneggiando gravemente l’edificio. «Qui sono morte tre persone. Altre (ferite) sono state ricoverate in ospedale», ha raccontato il reverendo. Poi i miliziani hanno lanciato granate contro un’altra chiesa uccidendo quattro bambini che stavano giocando all’esterno. I presunti autori dell’attacco sono quinidi stati circondati dalla folla dei fedeli e linciati. Anche a Kaduna i musulmani ritenuti responsabili dell’attacco sono stati linciati sul posto.
Le autorità dello Stato di Kaduna hanno proclamato il coprifuoco per 24 ore, con effetto immediato.
RICCARDI: «PERICOLO GUERRA CIVILE». «Questo non è un piccolo episodio, ma uno sterminio sistematico», ha commentato il ministro per la Cooperazione internazionale Andrea Riccardi. «Mi ha colpito», ha spiegato Riccardi, «il fatto che da parte dei cristiani ci sia stata una risposta. Le rappresaglie vanno sempre condannate; è chiaro che esiste il diritto di una legittima difesa e nessuno può chiedere ai cristiani di essere martiri. Ma Boko Haram vuole provocare un fronte anti-cristiano che egemonizzi i musulmani locali nigeriani».
Secondo il ministro, la strategia di Boko Haram è «perversa»: «Vogliono colpire i cristiani e provocare una guerra civile». (http://www.lettera43.it/ )

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VIOLENZA ANTICRISTIANA

BOKO HARAM RIVENDICA L’ECCIDIO – LA NIGERIA AL CONSIGLIO UE

da AVVENIRE del 18/6/2012

   La setta islamica nigeriana Boko Haram ha rivendicato gli attentati di domenica a chiese nel nord della Nigeria, con una decina di vittime. In un comunicato diffuso da alcuni siti si spiega che gli attentati sono legati alla morte di musulmani e alla profanazione di luoghi di preghiera nello Stato di Kaduma,”trasformati in pub e in bordelli”. Boko Haram annuncia che gli attacchi contro donne e bambini cristiani proseguiranno “perché agenti della sicurezza nigeriana hanno recentemente arrestato le nostre spose e i nostri figli”.
LA SANTA SEDE: ELIMINARE IL TERRORISMO

Nigeria e attentati anticristiani

Davanti al ripetersi di attentati alle chiese cristiane, la Santa Sede esorta le autorità della Nigeria a intensificare l’azione a protezione dei cristiani. «Mentre partecipiamo al dolore per le numerose vittime, bisogna augurarsi – ha affermato in merito il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi – interventi efficaci che riescano ad arginare ed eliminare il terrorismo per il bene di questo grande Paese».
CONSIGLIO UE IL 25 GIUGNO
L’alto rappresentante della politica estera della Ue, Catherine Ashton, ha accolto la richiesta dell’Italia per discutere dell’attacco ai cristiani in Nigeria nel prossimo consiglio Esteri del 25 giugno. Lo riferisce la sua portavoce. Ashton “condanna gli attacchi spregevoli contro le chiese in Nigeria, esprime le sue condoglianze alle vittime e ai familiari e conferma la propria determinazione ad aiutare le autorità nigeriane a portare i
responsabili alla giustizia”.

IL BILANCIO SALE A 48 MORTI
È salito ad almeno 48 morti il bilancio degli attentati alle chiese cristiane e delle successive rappresaglie nello stato federale di Kaduna, nel nord della Nigeria. Secondo fonti ospedaliere, tra le vittime ci sono dieci bimbi della scuola della chiesa evangelica di Wusasa, a Zaria. Negli attentati di domenica sono morte complessivamente 23 persone mentre altre 25 sono rimaste uccise nell’ondata di violenze scatenate per vendetta dai cristiani. Secondo altre fonti, tra cui l’autorevole quotidiano Leadership, sarebbero invece una
cinquantina i musulmani massacrati per vendetta nelle ore successive agli attacchi suicida e pertanto il bilancio totale della domenica di sangue sarebbe di 72 morti. Tra questi anche un reporter nigeriano massacrato a Kaduna a colpi di machete mentre cercava di scattare alcune fotografie. Il capo della polizia nigeriana, Mohammed Abubakar, ha ufficializzato invece la morte di sole 16 persone in totale. A Kaduna è in vigore un coprifuoco di 24 ore e l’intera città è stata fortemente militarizzata con l’arrivo di nuovi reparti
dell’esercito.
IL MINISTRO RICCARDI
Questo non è un piccolo episodio, ma uno sterminio sistematico”. Lo dice a Repubblica il ministro per la Cooperazione internazionale Andrea Riccardi a proposito dell’ultima domenica di sangue in Nigeria. “Mi ha colpito – spiega Riccardi – il fatto che da parte dei cristiani ci sia stata una risposta”. “Le rappresaglie – prosegue – vanno sempre condannate; è chiaro che esiste il diritto di una legittima difesa e nessuno può chiedere ai cristiani di essere martiri. Ma Boko Haram vuole provocare un
fronte anti-cristiano che egemonizzi i musulmani locali nigeriani. Quello che su scala più grande faceva Al Qaeda”. Questa, aggiunge, “è la strategia perversa di Boko Haram: colpire i cristiani e provocare una guerra civile”.
LA BONIVER INVIATA IN NIGERIA
Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha deciso di spedire l’inviato per le Emergenze umanitarie, Margherita Boniver, in Africa per colloqui con le autorità locali sul tema dei conflitti interreligiosi. Lo ha reso noto la Farnesina. La Boniver si recherà “al più presto” nella regione.

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“L’ISLAMISMO RADICALE NEL NORD DELLA NIGERIA ha radici decennali, e può fare facili proseliti tra i giovani poveri dell’area. Non si possono escludere contatti con gli al Shabaab e al Qaida nel Maghreb islamico, ma il movimento ha un’agenda nazionale e non pare interessato all’internazionalizzazione del jihad.” Da LIMES, rivista italiana di geopolitica – 27/12/2011

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NIGERIA: RELIGIONE, PETROLIO, CONFLITTI ETNICI E POLITICI

– C’è tutto questo e molto altro, alla base degli attentati che hanno sconvolto la Nigeria, negli ultimi mesi –

di Davide Demichelis, da “la Stampa” del 14/2/2012
   La più popolosa democrazia africana (160 milioni di abitanti) è minacciata da conflitti simili a quelli scoppiati nel vicino Sudan: il sud ha nel sottosuolo enormi quantità di petrolio, che da solo costituisce il 95 per cento delle esportazioni nazionali, ma è difficile trovare un accordo per la spartizione dei proventi. In Nigeria poi, l’oro nero è di qualità molto pregiata, talmente pregiata che sono soprattutto le grandi multinazionali a fare affari per l’estrazione.

   Alla popolazione locale resta poco o nulla, a parte le enormi chiazze di petrolio che inquinano gran parte del territorio del delta del Niger: 36 mila chilometri quadrati di mangrovie, corsi d’acqua e lagune, sono ricoperti di melma nera, oleosa. A gennaio però, il prezzo della benzina in Nigeria è raddoppiato, tanto che la popolazione ha protestato con uno sciopero generale di una settimana.

   Anche nel centro del Paese, nella regione di Jos, lo storico conflitto fra la popolazione locale di etnia berom e gli haussa venuti dal nord, si è ammantato di divisioni religiose. I primi infatti appartengono alla Chiesa di Cristo in Nigeria, mentre i secondi sono musulmani.

   Ma è soprattutto il nord est nell’occhio del ciclone. Qui imperversa il movimento islamico estremista Boko Haram, nato agli inizi degli anni Ottanta a Maiduguri, capitale dello stato di Borno, vicino al confine con il Ciad. Boko Haram (significa: “l’istruzione occidentale è proibita”) vuole l’estensione della sharia, la legge islamica, a tutta la Nigeria.

   Ha legami che arrivano fino alla rinomata università Al-Azhar del Cairo. Gli appartenenti a questo movimento da una decina d’anni vengono definiti i “talebani”. Il loro leader, Mohammed Yusuf, è stato ucciso dalla polizia nel 2009, poco dopo essere stato arrestato.

Boko Haram si è reso colpevole di attentati che hanno provocato migliaia di vittime, nell’ultimo decennio. Ha colpito chiese e caserme, mercati e moschee, ha ucciso politici, giornalisti e persino imam aperti al dialogo. Fra le più note azioni violente ad opera dei “talebani” nigeriani, vi è l’attentato del 25 dicembre scorso contro cinque chiese e sedi dei servizi segreti, che ha provocato 40 morti. Hanno fatto meno notizia gli attentati di metà gennaio, ma in un paio di giorni gli uomini di Boko Haram hanno ucciso 225 persone.

   Fra i cristiani la paura di attentati e violenze è molto diffusa. La Chiesa cattolica però invita a non abbandonare la via del dialogo con i musulmani. Con una dichiarazione di Peter Okonkwo, vicesegretario del Segretariato cattolico nigeriano, i vescovi invitano il presidente, Goodluck Jonathan, ad agire prima che le violenze provochino una vera e propria crisi interconfessionale. I presuli sottolineano però che: “gli attacchi di Boko Haram fanno parte di un preciso tentativo di destabilizzare il Paese, strumentalizzando la religione”. (Davide Demichelis)

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per saperne di più sulla Nigeria:

http://it.peacereporter.net/mappamondo/paese/28

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NIGERIA E FONDAMENTALISMO: COSA SI NASCONDE DIETRO LA NEBULOSA CHIAMATA BOKO HARAM

– Militanti disciplinati, cellule autonome alla ricerca di uno spazio o banali affaristi: una realtà complessa e densa di infiltrazioni –

di Guido Olimpio, da http://www.corriere.it/ del 10/3/2012

   (….) Nel terrorismo anticristiano in Nigeria ci sono grandi gang che possono spacciarsi per islamisti. E militanti che si dedicano anche al crimine. I talebani africani, poi, sono divisi in fazioni, gruppi e affiliati, alcuni dei quali contigui al banditismo, al punto che è difficile distinguerli. Frequenti le faide, segnate da uccisioni e sparizioni. Elementi che si sono rifiutati di partecipare ad azioni kamikaze sono stati assassinati davanti alle famiglie su ordine di Abu Shekau, leader dell’ala più oltranzista. Un dirigente, arrestato dalla polizia, ha anche rivelato che la componente etnica maggioritaria (Kanuri) «vende» alle autorità gli appartenenti ad altre etnie. Fratture attraverso le quali può infiltrarsi di tutto.

ABU SHEKAU – La fazione più temuta è quella jihadista di Abu Shekau. È responsabile di molti attentati, ha rapporti (provati) con islamisti somali, pachistani e del Sahel. Negli ultimi tempi ha accentuato gli attacchi contro cristiani e forze dell’ordine usando un modus operandi qaedista. Autobomba, kamikaze, assalti multipli. Secondo alcuni osservatori la cattura di ostaggi – nonostante le smentite – potrebbe essere la naturale conseguenza dei contatti con i militanti algerini. In contrasto con gli estremisti agisce una corrente «storica» che è disposta ad intavolare trattative con il governo. All’interno vi sono coloro che non pongono precondizioni e altri che puntano ad un ampio riconoscimento politico. Proprio in questi giorni le autorità hanno lanciato segnali di disponibilità.

SAHEL – Esperti della regione rilevano poi che i jihadisti sono fiancheggiati da bande criminali. Figure – come avviene nel Sahel – con il doppio cappello: da predoni e da terroristi. Un pentito ha raccontato che Boko Haram si finanzia anche con il furto di vetture che poi rivende e taglieggiamenti. Non è stato escluso che gli ostaggi siano stati catturati da «briganti» e poi rivenduti ad una cellula pseudo-islamista presentatisi sotto la sigla «Al Qaeda oltre la terra del Sahel». Poco più di un nome per far pensare a legami più ampi.

AREA GRIGIA – Infine esiste un’area grigia, non definita, dove pescano in tanti. Già in passato si è parlato di collusioni degli estremisti con politici e forze dell’ordine. In questo quadro Boko Haram diventa un ottimo strumento per regolare conti o alimentare una strategia della tensione.

LO SCHERMO – Le diverse componenti, se possono sminuire il peso politico, non tolgono pericolosità ad un’organizzazione che negli ultimi mesi ha alzato il tiro con stragi indiscriminate. Ecco perché Boko Haram può essere uno schermo ampio dietro il quale agiscono militanti disciplinati, cellule autonome alla ricerca di uno spazio o persone interessate solo fare soldi. (Guido Olimpio)

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LA LETTERA

«DIFENDIAMO I CRISTIANI IN NIGERIA NON ASPETTIAMO LA PROSSIMA STRAGE»

(ripresa da “il Corriere della Sera” del 16/6/2012)

   Non possiamo aspettare la prossima domenica. Se resta viva in noi anche una sola briciola del senso di umanità e di giustizia, non possiamo perdere un attimo. Dobbiamo mobilitarci a ogni livello per fermare la caccia al cristiano che si scatena ogni domenica nelle regioni settentrionali della Nigeria.

   Dall’inizio dell’anno oramai sono circa 600 i morti causati dal gruppo islamista Boko Haram, la maggior parte dei quali assassinati durante la messa e le celebrazioni festive della domenica. Restiamo ammirati dal coraggio con cui milioni di persone, tra le quali la maggior parte giovani, si recano nelle chiese, scegliendo la libertà di credere e manifestare la propria fede, invece che lasciar vincere la violenza.

   Lo scopo dei terroristi, che agiscono nell’impotenza del governo, è di «purificare» il Nord della Nigeria da presenze che non siano islamiche. Lo stesso obiettivo è perseguito in altre aree dell’Africa e del mondo, dove l’ideologia religiosa diventa il pretesto per impossessarsi di un potere alieno da ogni rispetto della libertà e dei diritti umani.

   Non possiamo assistere in silenzio alla sostanziale indifferenza che accompagna queste stragi e la negazione della libertà religiosa, principio che vale per ogni religione la cui espressione è sempre e ovunque un valore indisponibile.

   Quante altre domeniche devono passare con il rito delle bombe e del sangue innocente? Con questo manifesto, affermiamo la volontà di impegnarci in ogni ambito e a tutti i livelli perché in Nigeria, in Africa e in tutto il mondo si fermi l’eccidio di persone inermi colpevoli di professare la loro fede cristiana. Sollecitiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà, qualunque sia il loro credo, ad aderire a questo appello per la libertà religiosa.

   Solo una vasta mobilitazione dell’ opinione pubblica è in grado di spingere le più alte istanze europee e internazionali a contrastare quest’odio assassino. Maurizio Lupi, Franco Frattini, Walter Veltroni, Andrea Ricardi (ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione)

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La domenica prima (10 giugno):

NIGERIA, ATTACCHI ALLE CHIESE

da AVVENIRE del 11/6/2012

   Boko Haram, gruppo terrorista legato ad al-Qaeda, ha rivendicato gli attentati compiuti ieri (domenica 10 giugno, ndr) in Nigeria, che hanno seminato violenza fra le comunità cristiane nel centro e nel nord del Paese.

   A Jos (Nigeria centrale) un kamikaze si è fatto esplodere insieme alla sua auto davanti alla locale chiesa cristiana. Circa 50 persone sono rimaste ferite nel crollo dell’edificio, 41 sono in gravissime condizioni. A Biu (Nord est del Paese), un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco sui fedeli durante la messa , uccidendo una donna. Gli attacchi hanno scatenato a Jos la rappresaglia dei cristiani. Poco dopo l’attentato contro la chiesa di Jos, un gruppo di giovani usciti illesi dal crollo ha attaccato alcuni musulmani presenti nell’area dell’esplosione. Negli scontri sono morte sette persone. Ben Kwashi, arcivescovo anglicano di Jos, ha condannato gli attacchi, ma ha invitato i cristiani ad evitare inutili e rappresaglie che non fanno che  aggravare la situazione.

   Gli attacchi di ieri, costati la vita a 11 persone, giungono a una settimana da un altro attacco suicida contro una chiesa a Bauchi City (nord-est del Paese) costato 12 morti.

   Dal 2009 il gruppo di Boko Haram ha realizzato numerosi attacchi contro chiese, scuole, stazioni di polizia ed edifici governativi nel nord della Nigeria, costati oltre 1000 morti. Gli esperti temono nuovi attacchi nei prossimi mesi. Boko Haram il cui nome significa “No all’educazione occidentale”, vuole imporre la legge della Sharia in Nigeria.

   Da diversi anni i gruppi estremisti finanziati dall’Arabia Saudita e da altri Paesi arabi radicali hanno dato il via all’islamizzazione dei Paesi dell’Africa sub-Sahariana, soprattutto Nigeria, Niger e Mali. In un’intervista ad Al-Jazeera Mahmadou Issoufou, presidente del Niger ha lanciato un allarme per combattere il dilagare del terrorismo islamico nei Paesi africani, causato anche dalla caduta del Leader libico Gheddafi. (AsiaNews)

(…..) “Non è vero che il governo nigeriano non faccia nulla per difendere le chiese cristiane, ci sono soldati e poliziotti dappertutto e gli edifici pubblici, non solo le chiese, sono sotto controllo”. Lo riconosce ai microfoni della Radio Vaticana l’arcivescovo di Abuja, monsignor John Onayekan. Nonostante gli sforzi, spiega il presule, “purtroppo il governo non riesce a eliminare i terroristi o a limitare la loro attività” anche se, conclude, “francamente non so spiegarmene il motivo: non dovrebbe essere così difficile individuarli”.
Abbiamo a che fare con un gruppo di criminali che pensano che la Chiesa sia un nemico, perché ai loro occhi incarna la cultura occidentale. Non penso però che questa sia la visione della maggioranza dei musulmani della Nigeria”. Lo dice all’agenzia vaticana Fides monsignor Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos e presidente della Conferenza Episcopale della Nigeria, commentando gli attacchi contro luoghi di culto cristiano a Jos e a Biu avvenuti ieri. (da AVVENIRE)

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 AFRICA, 54 PAESI, UNA UNIONE

di RICCARDO BARLAAM, da NIGRIZIA, rivista veronese dei padri comboniani (rubrica: ECONOMIA IN BIANCO & NERO) – giugno 2012
– Le sfide dello sviluppo e della pace, in un contesto di maggiore integrazione tra gli stati. Se n’è discusso in un convegno organizzato nella capitale etiopica dalla Fondazione per la collaborazione tra i popoli di Romano Prodi. Nel dibattito, anche il ruolo di Europa e Cina –

   Ad Addis Abeba, nelle scorse settimane, si è svolta la 3a edizione del convegno organizzato dalla Fondazione per la collaborazione tra i popoli, fondata da Romano Prodi: “Africa, 54 paesi, una Unione”.

   L’unità, l’integrazione è una delle costanti, da politico e da economista, del professore che oggi, dopo l’esperienza di governo e di presidente della Commissione europea, è tornato alle lezioni e agli studenti. Insegna in due università negli Stati Uniti e in Cina. A Pechino è molto ascoltato come leader occidentale: le sue analisi non di rado appaiono nel telegiornale della sera della prima tv cinese.

   E poi c’è l’Africa. Un impegno nato con l’incarico di guidare il gruppo Onu per la riforma delle missioni di pace nel continente. Impegno che continua con queste conferenze internazionali organizzate dalla sua Fondazione. La percezione dell’Africa è cambiata. Come ha detto il presidente della Commissione dell’Unione africana (Ua), Jean Ping: «Non siamo più il continente perduto. Oggi il linguaggio è cambiato. L’Africa è vista come “nuova frontiera”. Si moltiplicano le richieste di partenariato. Tutti vogliono avere relazioni con noi».

   Il convegno si è svolto nella nuova sede dell’Ua. Un grattacielo in pietra e vetro, concavo, a forma di un abbraccio che accoglie l’auditorium circolare dove sono rappresentati i 54 paesi africani. L’hanno costruita i cinesi in due anni. Investimento: circa 200 milioni di dollari. Sul terreno dove sorgevano le carceri politiche del sanguinario Menghistu, oggi c’è il simbolo identitario della nuova Africa unita. Un regalo della Cina. L’incontro è stato organizzato in collaborazione con l’Ua e la Commissione economica dell’Onu per l’Africa (Uneca). Presenti, tra gli altri, il primo ministro dell’Etiopia, Meles Zenawi, il ministro degli esteri italiano, Giulio Terzi, il rappresentante del ministero degli esteri cinese, Liu Guijin, e il vice responsabile dell’Ufficio affari africani del Dipartimento di stato Usa, Reuben E. Brigety.

A Bologna, tre anni fa, la prima edizione della conferenza. Lo scorso anno a Washington. Nel 2013 si farà a Pechino. Prodi ha spiegato il senso di questi incontri: «Per la prima volta abbiamo messo attorno allo stesso tavolo rappresentanti di Usa e Cina, con Ua, Ue, Onu e con le banche pubbliche (Banca mondiale, Banca europea degli investimenti, Banca africana per lo sviluppo). Un discorso ristretto dal punto di vista dei partecipanti, ma estremamente importante, perché mettiamo sul tavolo le cose da fare per aiutare questo sviluppo».

“L’Africa deve unirsi” è stato il leitmotiv della conferenza, che si è conclusa con questo appello, nel ricordo di un celebre discorso pronunciato 50 anni fa dal primo presidente del Ghana e padre del panafricanismo, Nkwame Nkrumah. Dirigenti politici, esperti e diplomatici hanno ribadito che l’integrazione è l’unica via per costruire la pace e lo sviluppo economico-sociale. Secondo Joseph Atta-Mensah, direttore dell’Uneca, le parole di Nkrumah valgono più che mai in un mondo multipolare dove, entro 15 anni, le potenze emergenti garantiranno oltre la metà della crescita globale. E Wane El-Ghasim, direttore del dipartimento Ua per la pace e la sicurezza, ha detto: «In Asia molti paesi sono usciti da una condizione di povertà solo 20 o 30 anni dopo la fine dei conflitti armati. Ci vorrà tempo anche in Africa. Ma questo è un motivo in più per impegnarsi al massimo».

Lo sviluppo economico resta centrale in Africa. Prodi: «L’Ue, con tutte le critiche che le si fanno, è stato il più grande cambiamento pacifico del continente negli anni recenti. L’Africa è infinitamente più frammentata dell’Europa. Se non si crea una cooperazione strettissima anche al suo interno, non si potrà mai avere un’industria moderna, non si potrà mai avere il grande salto che oggi si profila».

L’Africa è diventata la nuova frontiera per gli investimenti in un momento di crisi economica occidentale. «Tutti – ha spiegato il professore – vogliono venire in Africa con strategie diverse. La Cina considera l’Africa come un unico continente e ha relazioni diplomatiche con 51 nazioni su 54. Gli europei, invece, vanno avanti in ordine sparso: la Francia con le ex colonie, gli inglesi con i paesi anglofoni, gli Stati Uniti con i paesi amici. L’Europa fa quello che può, ma i suoi paesi gli corrono alle spalle».

La Cina in pochi anni ha mischiato le carte della geopolitica africana. Le ex potenze coloniali sono rimaste spiazzate. Non sono più le sole. La partita ora si gioca con diversi partner possibili. «Pechino – ha concluso Prodi – fa un’opera di trascinamento e gli europei hanno capito che, se non ci si mette insieme, l’Africa va tutta alla Cina. Dunque, occorre una politica per l’Africa che guardi a tutto il continente. Una concorrenza virtuosa è condizione indispensabile per lo sviluppo africano. Una concorrenza necessaria anche alla Cina, perché si tenga lontana da vizi di neocolonialismo». (Riccardo Barlaam, Nigrizia – 1/6/2012)

(Riccardo Barlaam, giornalista del Sole 24 Ore e collaboratore di Nigrizia già da alcuni anni, da gennaio 2010 è ospitato nella nuova rubrica Economia in bianco e nero, per segnalare mese dopo mese cosa succede nelle pieghe dei fatti economici e quale partita si sta giocando sullo scacchiere della globalizzazione. L’autore gestisce inoltre un blog personale sull’Africa, africa.blog.ilsole24ore.com)

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Torna lo scontro di civiltà

GLI ATTENTATI IN NIGERIA E KENYA E GLI EDITORIALISTI ITALIANI CON L’ELMETTO

– Cristiani sotto attacco, e riparte il treno nostrano dello scontro di civiltà. Ma diritti e libertà riguardano tutti i popoli e tutte le fedi, e tutte le minoranze –

dal sito IL MONDO DI ANNIBALE – 20/4/2012 – http://ilmondodiannibale.globalist.it/ 
   Gli strascichi dello ‘scontro di civiltà’, l’ideologia guerriera della destra repubblicana americana che ha egemonizzato la scena mondiale nel decennio scorso, intossicano ancora l’aria e le pagine dei giornali come gli articoli di certi editorialisti che hanno pure fama di essere avveduti.
Alcuni attentati in Nigeria e Kenya hanno colpito e stanno colpendo chiese e gruppi cristiani (…) provocando molte vittime. Da qui (…) il consueto coro dell’opinione pubblica italiana pronta a denunciare, con grave allarme, le persecuzioni dei cristiani del mondo.

   Lo schema è noto. L’India il Pakistan, l’Iraq, la Nigeria e via dicendo sono tutti teatri in cui i cristiani vengono presi di mira da un’unica centrale del terrore e del fondamentalismo quasi sempre islamico ma non solo. E la conseguenza qual è? L’Italia da sola se l’Europa non la dovesse seguire, deve farsi avanti per proteggere i cristiani. C’è da chiedersi intanto ‘come’ si dovrebbe realizzare un simile intervento su scenari tanto diversi se non si vuole fare la solita demagogia a buon mercato, stentorea nel proclama inesistente nella pratica.
CRISTIANI, CITTADINI E DIRITTI
Ma questo non basta. I cristiani ammazzati rappresentano naturalmente un crimine, ma i ‘cristiani’ sono anche – più semplicemente – nigeriani, keniani, iracheni, indiani. non sono dunque una propaggine cristiano-europea, ma cittadini di quegli Stati e come tali vanno trattati, è a partire da questo dato,da questo principio di cittadinanza che la questione va affrontata assai prima che sotto il profilo ideologico-religioso.
Altre minoranze, quelle musulmane fra le altre, sono vittime di orrende violenze in Paesi come l’Iraq – dove le moschee diventano regolarmente obiettivi di azioni sanguinarie – gli stessi musulmani sono perseguitati da quel fondamentalismo politico induista che attraversa l’India da diversi anni.
Conflitti interreligiosi ed etnici, fra maggioranze e minoranze locali, sotto forma di persecuzioni, terrorismo e guerriglie, serpeggiano non da oggi in tutta l’area mediorientale e asiatica. Questi conflitti s’incrociano sempre con violente lotte per il potere, per il possesso delle risorse naturali, per l’indipendenza nazionale o per liberarsi da regimi atroci.

   Questa la complessità irrinunciabile per capire e intervenire; restano poi alcune realtà evidenti: i cristiani in Pakistan sono diventati oggetto privilegiato di attacchi estremisti (anche se spesso, come spiega la Chiesa locale, la ‘scusa’ religiosa copre ragioni speculative territoriali o di altra natura). Anche nello Stato indiano dell’Orissa – di antica evangelizzazione – si sono verificate state violente aggressioni alle comunità e villaggi cristiani, veri e propri pogrom.
In India il cristianesimo introduce un principio di uguaglianza fra tutti gli essere umani che va in conflitto con il sistema castale, cancellato sì dalla Costituzione ma di fatto vigente in tante realtà sociali. E tuttavia questo fatto, l’idea di uguaglianza fra gli uomini, il principio di fratellanza che scardina le chiusure culturali e le barriere sociali, viene tranquillamente rimosso dai nostrani difensori dei cristiani che preferiscono arroccarsi su una comoda quanto generica e fumosa difesa identitaria “della fede”.
CON I POPOLI CONTRO IL FONDAMENTALISMO
C’è ancora dell’altro. Cosa si poteva fare per contrastare il deprecato fondamentalismo in questi mesi e anni? Magari sarebbe servito un sostegno forte, politico e economico, all’evoluzione dei processi innestati dalla Primavera araba: il dialogo con l’Islam politico che si candida a guidare questi Paesi è decisivo, così come il sostengo ai gruppi laici, ai giovani, all’incredibile protagonismo delle donne, alle parti più avanzate di queste società, e ancora un’apertura mentale in grado di cogliere il dibattito interno al mondo islamico a cominciare dai rivoluzionari documenti proposti dal centro sunnita del Cairo di Al Azhar.

   Si poteva, inoltre, contrastare con decisione la violenza delle dittature più efferate, quella siriana per esempio. Migliaia di cadaveri si accumulano in molti di questi Paesi, le prigioni sono piene, le torture si susseguono, ma né il Corsera né altri, sentono di dover sprecare molte parole.

   Il fondamentalismo è alimentato, nella maggior parte dei casi, da chi vuole un status quo radicato nel terrore che permetta a dittatori o regimi autoritaria di governare con la paura i loro popoli. E’ questa la lezione degli ultimi anni, questo il modello che avevano in testa i fautori dello scontro di civiltà.
L’IMPEGNO INTERNAZIONALE DELL’ITALIA
La tutela delle minoranze, la difesa di società plurali, il rispetto e la tutela dei diritti umani, devono valere per tutti, cristiani compresi. Così come la priorità in favore di una più equa distribuzione delle risorse della Terra e anzi la promozione di uno sviluppo non solo predatorio della natura e dei popoli, dovrebbe entrare nell’agenda politica internazionale -e su questo piano un Paese come l’Italia potrebbe spendere il proprio prestigio internazionale – e uscire dalle simpatiche dichiarazioni d’intenti. Qui vorremmo che l’Occidente scendesse in campo.
E infine la Nigeria e il Kenya. Gli ultimi attentati sono gravi e drammatici; tuttavia nelle stesse ore in Nigeria altri attacchi – questa volta contro le forze di polizia – si stanno verificando provocando vari morti senza clamore, naturalmente. Il Paese è diviso fra islam e cristianesimo, non di rado i fedeli di Cristo si sono macchiati di crimini gravi che pure non hanno scosso gli opinionisti, in altri casi terrorismo o spinte fondamentaliste, hanno provocato la morte fra i cristiani. Sempre le ragioni di queste lotte sono di natura politica in scenari dove è in atto una lotta mostruosa per il potere, il controllo delle risorse della terra, energetiche e minerarie.
Un’ultima osservazione. Ogni anni alcune decine di religiosi, missionari e laici cristiani, vengono uccisi o assassinati negli angoli più lontani del mondo; spesso si tratta di rapine, di criminalità ordinaria, altre volte di sicari mandati ad uccidere chi difendeva i poveri dall’assalto dei militari o di gruppi industriali. Anche di questi non si trova traccia nell’informazione di casa nostra.
I DUBBI DI RADIO VATICANA SULLA MATRICE RELIGIOSA DEGLI ATTENTATI
Interessante notare che la stessa Radio Vaticana in merito agli ultimi attentati in Nigeria non si è accontentata delle spiegazioni più semplicistiche ma ha messo in luce come in Nigeria gli aspetti etnici, sociali e politici abbiano il loro determinante peso. (http://ilmondodiannibale.globalist.it/)

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 Articolo di analisi dopo un massacro di cristiani a JOS il 7 marzo 2010:

NIGERIA: LE RAGIONI DI UN MASSACRO

JIVIS TEGNO, da http://formazioneinrete.myblog.it/ del 15/3/2010

   La Nigeria è il paese più popolato del continente africano con circa 150 milioni di abitanti. È una repubblica federale composta da 37 stati con tre grandi gruppi etnici e circa 250 sotto gruppi.
I tre principali gruppi etnici sono: gli Haussa – Fulani che vivono nel nord del paese e sono in maggioranza di religione musulmana; poi ci sono i Yoruba che vivono nel sudovest dove più della metà di essi sono di religione cristiana e l’altra meta islamica e animista; infine ci sono gli Ibo che vivono nel sud-est e sono in maggioranza cristiani.

   Questi grandi gruppi debbono convivere in un mosaico demografico difficile. Oltre alle lingue tradizionali proprie di ogni gruppo, l’unica lingua in uso tra i vari gruppi etnici rimane l’inglese che è anche la lingua ufficiale della Nigeria. Tuttavia, esiste una versione “africanizzata” dell’inglese detta comunemente “Broken English” o “Pidgin English” molto diffusa tra le varie comunità.
L’economia della Nigeria è principalmente basata sulle esportazioni petrolifere che rappresentano il 30% del Pil, l’85% delle esportazioni e approssimativamente il 65% delle entrate statali. L’agricoltura è purtroppo limitata in molti casi alla sola sussistenza e i raccolti non riescono a soddisfare le esigenze alimentari di una popolazione sempre in crescita.
(…) Questo paese aveva già subito tra il 1967 e il 1970, una cruenta guerra di secessione tra gli Ibo, condotti dal Colonnello Odumegwu Emeka Ojukwu e l’esercito federale. Questa sanguinosa guerra fece più di 2 milioni di morti. (…) Le cause delle guerre e dei massacri (…) sono di natura economica, sociale e religiosa.
   Economica perché nonostante la Nigeria sia il primo produttore africano di petrolio con una produzione giornaliera di più di 2 milioni di barili, le ricchezze provenienti dalla vendita petrolifera non migliorano il livello di vita della popolazione, ma vanno nelle tasche di una ristretta classe politica, affaristi e compagni petrolifere straniere che ne godono ai danni di una popolazione rimasta nella miseria più assoluta. Questa triste situazione ha spinto la popolazione ad arrangiarsi come può per migliorare le proprie condizioni di vita.
   Sociale perché la Nigeria ha una crescita demografica veloce. La popolazione è passata rapidamente dai 31 milioni nel 1960, anno della sua indipendenza, ai 149 milioni dei giorni nostri. Una crescita demografica pari a 3% l’anno. Se le migrazioni avvenivano inizialmente all’interno di ogni area etnica e geografica, oggi si sono estese rapidamente fuori da ogni confine geografico dei tre principali gruppi etnici che compongono la popolazione nigeriana. Le ragioni sono da attribuire a una cattiva politica dei vari governi ( Militari e civili ) che si sono susseguiti in Nigeria.

   Questi governi non hanno saputo sviluppare né industrializzare molte zone rurali e urbane, per fermare una popolazione in continua crescita, pronta ad emigrare in zone maggiormente ospitali e con maggiore possibilità di lavoro. Cosi la città di Jos al confine tra il Nord Musulmano e il Sud Cristiano nello stato di Plateau è diventata la meta di molti migranti. Inoltre la città è una grande zona agricola in cui sono presenti anche giacimenti minerali.

   Tutte queste attività hanno creato ricchezza e lavoro! I primi ad emigrare nella zona furono i Haousa del nord, che iniziarono a fare commercio. Poi furono altri popoli del nord, i Fulani, pastori che avevano bisogno dei pascoli per il loro bestiame. L’arrivo di questi nuovi migranti non è sempre stato visto bene dagli autoctoni di maggioranza cristiana, composti da popoli Birom, Jarawa e gli Anaguta. Questa diffidenza verso gli “stranieri” ha creato nella città, delle zone residenziali separate tra questi e i nativi dove ogni gruppo si è costituito una milizia di auto difesa.
Infine la terza ragione è religiosa. Tuttavia bisogna specificare che la religione in questo contesto è molto strumentalizzata per fini politici. È vero che il popolo Hausa e Fulani emigrati dal Nord sono musulmani e che i nativi di Jos sono cristiani, ma non è la religione la causa principale del conflitto, come afferma Monday Mongwat, storico all’Università di Jos: “le cause principali delle tensioni a Jos sono innanzitutto di carattere etnici ”.

    Si possono commettere massacri su un gruppo solo per il bestiame rubato, per la violazione della terra alla ricerca dei pascoli per bovini. I nativi cristiani della località di Jos massacrati nella note di domenica 7 marzo potevano essere anche di fede musulmana, ciò non avrebbe impedito la loro triste fine.
Dopo questa strage, gli osservatori si pongono alcune domande: i colpevoli di questa atrocità che ha fatto più di 200 vittime saranno individuati e puniti? Quali sono le misure prese dalle autorità nigeriane per evitare che un tale carneficina non si ripeta più in futuro? Difficile dare risposte concrete a queste domande.

   Comunque sia, chi vivrà vedrà, chi seguirà saprà , wait and see!  (JIVIS TEGNO)

(Jivis Tegno è scrittore, editore, regista e documentarista)

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PETROLIO, INQUINAMENTO E POVERTÀ NEL DELTA DEL NIGER

da AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA – http://www.amnesty.it/ -, maggio 2012

“Strappa un impegno alle aziende petrolifere”  

AMNESTY INTERNATIONAL DENUNCIA L’INQUINAMENTO DEL NIGER DA PARTE DELL’ENI

   In occasione dell’Assemblea degli azionisti di Eni (8 maggio 2012), la Sezione Italiana di Amnesty International ha organizzato una nuova mobilitazione davanti alla sede dell’azienda nell’ambito della campagna globale (((Io pretendo dignità))) e ha lanciato una serie di iniziative per chiedere all’azienda, che opera in Nigeria dagli anni sessanta – attraverso la Nigerian Agip Oil Company (NAOC) – di impegnarsi pubblicamente a intraprendere una revisione degli impatti di tutti i progetti relativi al petrolio e al gas sui diritti umani, assicurando la piena consultazione delle comunità colpite e un’adeguata informazione nei loro confronti, rendendone poi pubblici i risultati, bonificare le aree inquinatedalle fuoriuscite di petrolio e porre fine alla pratica del gas flaring.

Una donna raccoglie conchiglie piene di petrolio sulle rive del delta

Da diversi decenni, le aziende petrolifere, presenti nel delta del fiume Niger in Nigeria – in particolare Eni, Total e Shell – avvantaggiate dalla debolezza che caratterizza il tessuto normativo nigeriano, hanno causato numerosi danni ambientali e violazioni dei diritti umani a discapito della popolazione locale. L’inquinamento ha contaminato il suolo, l’acqua e l’aria del delta del Niger contribuendo inoltre alla violazione del diritto alla salute e a un ambiente sano, del diritto a condizioni di vita dignitose, inclusi il diritto al cibo e all’acqua, nonché del diritto a guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro. Basti considerare che la maggior parte della popolazione vive di fonti di sostentamento tradizionali, come la pesca e l’agricoltura.
   Eni opera in Nigeria, con la costituzione, negli anni sessanta, di Agip e l’avvio delle sue attività di esplorazione. Le fuoriuscite di petrolio dagli oleodotti gestiti da Eni sono un fenomeno ricorrente. Hanno contaminato i campi coltivati, le falde acquifere, le paludi e i fiumi dai quali le comunità traggono l’acqua per tutte le esigenze della vita quotidiana. Le conseguenze delle fuoriuscite sono inoltre talvolta aggravate dal verificarsi di incendi e da ritardi nella bonifica dei siti inquinati.

   Nei siti produttivi di Eni sono inoltre presenti le torce di gas, bruciato durante l’estrazione del petrolio. A causa di questa pratica, detta gas flaring, gli abitanti convivono con una polvere nera che si deposita nelle case, sui vestiti e sugli alimenti e in molti lamentano problemi di salute, per effetto degli agenti nocivi e cancerogeni sprigionati da tali torce. La qualità di vita viene inoltre compromessa dal rumore delle torce di gas nonché dall’odore acre e dall’illuminazione che esse producono nell’area circostante ventiquattr’ore su ventiquattro.
Oltre a essere responsabile nei casi in cui l’azienda gestisce direttamente gli oleodotti, Eni lo è anche attraverso la sua partecipazione del 5% alla Joint Venture, costituita con la società statale nigeriana NNPC (Nigerian National Petroleum Company) e con le compagnie petrolifere Elf ed SPDC (Shell Petroleum Development Company): quest’ultima è la società sussidiaria del Gruppo Royal Dutch Shell e rappresenta il principale operatore della Joint Venture.
Un importante rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente
sulle conseguenze dell’inquinamento da petrolio nel territorio dell’Ogoniland, una zona del delta del Niger, e pubblicato il 4 agosto 2011, ha sottolineato che sebbene la Shell sia la principale responsabile degli effetti negativi degli impatti dell’estrazione di petrolio da parte della Joint Venture, gli altri partner di quest’ultima hanno anch’essi una parte di responsabilità. Eni è consapevole delle gravi mancanze delle operazioni realizzate dalla Joint Venture con la Shell e degli effetti negativi sui diritti umani e sull’ambiente. E’ quindi indispensabile che Eni agisca per far fronte a questa situazione, anche sollevando la questione con la stessa Shell.

Amnesty International chiede a Eni di:
– sottoporre a controlli l’impatto delle sue attività sui diritti umani e rendere pubblici i risultati;
– bonificare tutte le zone inquinate e attuare misure preventive efficaci;
– avviare un’efficace consultazione con le comunità coinvolte;
– rendere pubblici i rapporti d’indagine e i dati di ogni fuoriuscita di petrolio che avviene nelle aree in cui opera;
– supportare pubblicamente le raccomandazioni del rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) e di impegnarsi pubblicamente a sostenerne l’attuazione;
– porre fine alla pratica del gas flaring.
Strappa un impegno a Eni! Firma la petizione.

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