RIO+20, la deludente Conferenza sul clima delle Nazioni Unite: BASTA SUMMIT! – per SALVARE IL PIANETA SERVONO ATTI CONCRETI – Associazioni e cittadini del mondo già si muovono virtuosamente nella GREEN ECONOMY, mentre gli stati-nazione e le deboli organizzazioni internazionali sono nell’inedia

PROTESTE A RIO, DURANTE LA CONFERENZA SUL CLIMA “RIO+20”, CONTRO LA NUOVA GRANDE DIGA DI BELO MONTE – “Ad ALTAMIRA, lungo il corso – ancora vergine e intatto, nel cuore della foresta – del fiume Xingu, il governo della presidente Dilma Rousseff ha deciso di costruire un’altra gigantesca diga, quella di BELO MONTE. La diga misurerebbe 6 chilometri, e con i suoi 11.300 MW sarebbe il terzo complesso idroelettrico del mondo per potenza generata. Per il successore di Lula si tratta di un progetto «essenziale per produrre energia pulita e garantire l’autonomia e lo sviluppo del Brasile». Non la pensano così gli INDIANI XINGU che vivono nell’area minacciata dalle acque e dal progresso, e che si dicono «pronti a morire» (così ha detto il loro capo Raonì Metuktirè) pur di impedire il megaprogetto da 18 miliardi di dollari.” (Roberto Giovannini, da “la Stampa” del 19/67”012). IL BRASILE È ALLE PRESE CON IL DILEMMA TRA UNA CRESCITA ACCELERATA E LA PRESERVAZIONE DEL SUO PREZIOSO ECOSISTEMA. La diga di Belo Monte creerà energia idroelettrica per 23 milioni di persone. Gli ambientalisti affermano che i danni all’ecosistema del fiume Xingu, dove verrà costruita la diga di Belo Monte, saranno inestimabili. PER FARE SPAZIO AL CANTIERE SONO STATI ABBATTUTI MIGLIAIA DI ALBERI

   “Non il caso ma la finalità regna nelle opere della natura”: partiamo da questa frase di Aristotele, motivo di uno dei temi agli esami di maturità di quest’anno, per dire che “le finalità” espresse dalla Conferenza di Rio+20 (così denominata forse per anche distinguerla, come logo, dalla ben più interessante e portatrice di speranza che era stata sempre quella di Rio di vent’anni fa, nel 1992), queste finalità della Conferenza del 2012 sono prive di alcun senso e significato, e fanno dire che è meglio che la politica internazionale (e delle singole nazioni), lasci perdere questo strumento dei “summit” che a niente portano.

   E’ un po’ lo stesso discorso dei ripetuti (questi bisettimanali, anche meno) vertici tra paesi europei (“a quattro” quello appena conclusosi a Roma, o “a tre”, “a due”, a 17, a 27…) che di tutto si parla e propone, ma niente accadde (in particolare sulla rinuncia concreta di poteri degli stati-nazione e la costruzione politica vera dell’Europa).

   E in Brasile, a Rio de Janeiro, il vertice sul clima tenutosi dal 20 al 22 giugno 2012 (con capi di Stato importanti, come Obama, del tutto assenti, che ben si sono guardati dal partecipare a qualcosa che si prospettava fallimentare fin dall’inizio: solo il nuovo presidente Hollande ci è andato, ci ha messo la faccia…), a questo vertice tutti hanno capito che i protocolli, le intese, sono sempre meno impegnative (rispetto alle intenzioni dei primi vertici), e che c’è la necessità di essere più concreti, per la salute climatica dell’ambiente, per il futuro di tutti, a prescindere dai vertici.

   E’ apparso, almeno da quel che hanno scritto la maggior parte dei cronisti che vi hanno partecipato, è emerso più l’aspetto celebrativo dei vent’anni passati dal primo vertice (come dicevamo quello sì un momento in cui c’è stata la presa di coscienza mondiale della crisi ambientale). A RIO nel 1992 quello storico summit aveva definito i principi fondamentali (era una lista di 27 punti) che ogni stato doveva seguire per guidare il pianeta verso un futuro sostenibile. In Giappone, a KYOTO, cinque anni dopo, nel 1997 era stato firmato il protocollo che impegnava i Paesi industrializzati a ridurre le emissioni di gas serra del 5,2% (pur con defezioni alla firma rilevanti, come gli Usa). Nel 2002 a JOHANNESBURG in Sudafrica si riprendono gli interventi per uno sviluppo sostenibile, in particolare si pone l’obiettivo di almeno dimezzare i poveri del mondo entro il 2015. Da qui in poi altri vertici hanno segnato il forte calo di attenzione e interesse della volontà politica di segnare aspetti positivi al governo del pianeta: in Danimarca a COPENAGHEN nel 2009 si stabilisce un limite al riscaldamento globale di due gradi centigradi rispetto all’aumento che c’è stato nell’epoca industriale (ma di fatto nulla sta accadendo come misure concrete…); e in Messico a CANCUN nel 2010 ci si è impegnati a creare un fondo per il passaggio alle tecnologie pulite di cento miliardi di dollari entro il 2020 (finora in cassa non c’è nulla…). Qualcosa, poco, va avanti… ma stancamente, senza alcuna convinzione (adesso poi con la crisi economica mondiale… che anziché motivo di nuovo volano di sviluppo per uscirne in modo nuovo, dalla crisi, tutto invece resta fermo…).

CLIMATE CHANGE PERFORMANCE INDEX: PRIMA LA SVEZIA, ULTIMA L’ARABIA SAUDITA. ITALIA TRENTESIMA – Germanwatch e Can-Europe: «Necessaria una coalizione di responsabili per proteggere il clima» – la classifica dei 58 Paesi che hanno un indice di miglioramento nelle performance climatiche dei gas serra al mondo secondo quel che fanno per prevenire gli effetti del cambiamento climatici, vede i primi tre posti non assegnati, e le tre piazze successive sono occupate da SVEZIA, GRAN BRETAGNA e GERMANIA. I PAESI PIÙ INQUINANTI sono: ARABIA SAUDITA, IRAN e KAZAKISTAN. – L’INDEX viene determinato attribuendo un punteggio calcolato in base a TRE PARAMETRI principali: IL TREND DI RIDUZIONE DELLE EMISSIONI, che pesa per il 50%; IL LIVELLO ASSOLUTO DI EMISSIONI, che pesa per il 30%; LE POLITICHE CLIMATICHE per il 20%. Jan Bureck, uno degli autori dello studio, spiega che «L’indice di quest’anno mostra risultati preoccupanti. La dipendenza dal carbone di tutto il mondo non è stata fermata, ma anzi è aumentata: l’80% dell’index è influenzato da trend di emissioni verso livelli assoluti di emissioni. 5 dei 10 grandi emettitori, in particolare IRAN, CINA, RUSSIA, CANADA ed USA sono stati classificati con il label “VERY POOR” PERFORMANCE. Tra questi Paesi la Cina è la sola con un buon rating politico (cioè cerca di rimediare con politiche di riduzione delle emissioni). (dal sito http://www.greenreport.it/ del 6/12/2011) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

In questo grave contesto di immobilità delle politiche nazionali per l’ambiente (e della politica internazionale), fa specie, è interessante, notare che sempre più cittadini del mondo, nelle diverse realtà geografiche, “fanno da soli”, creano nel loro lavoro, nella loro personale economia di vita (di sostentamento) forme di “sviluppo verde”, a prescindere da ogni appoggio politico (che non viene, non c’è).

   E a Rio sembra proprio che sia emerso di più questo aspetto di tante, una miriade, di esperienze individuali, di piccole comunità, alla ricerca dell’economia “pulita”. E queste esperienze hanno potuto ritrovarsi, e darsi una valenza politica internazionale, nel “controvertice”, nel “PEOPLE’S SUMMIT” che c’è stato nelle spiagge di Flamengo (su questo vi invitiamo a leggere le considerazioni di Carlo Petrini, che abbiamo riportate qui di seguito in questo post, che bene danno il segnale come ogni strada virtuosa individuale possa diventare, assieme ad altre, l’elemento della “nuova politica” sullo sviluppo sostenibile che può emergere finalmente). (sm)

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LA GREEN ECONOMY DEGLI UMILI INSEGNATA AI GRANDI DELLA TERRA

di CARLO PETRINI, da “la Repubblica” del 22/6/2012

   Organizzare un meeting mondiale sulla sostenibilità in un luogo e con metodi assolutamente insostenibili può essere il dazio da pagare per un accordo e un progetto da condividere con la comunità mondiale. Se poi questo accordo è sostanzialmente irrilevante, solo di facciata e non funzionale per politiche ambientali come questi tempi richiedono, l’operazione Rio+20 è un altro appuntamento inutile.

   Le premesse dell’incontro erano celebrative di un evento che vent’anni fa aveva suscitato presa di coscienza mondiale e legittime aspettative. Proprio questo approccio commemorativo avrebbe consentito più coraggio, più partecipazione e visionarietà. Ma i grandi della terra si sono via via defilati svuotando questo appuntamento da qualsiasi impegno negoziale.

   È venuto fuori un documento di principi triti e ritriti, figlio di un compromesso inutile che non serve e scontenta la forte presenza delle associazioni ambientaliste. Ai brasiliani va la responsabilità di un’organizzazione che fa acqua da tutte le parti, senza alcun controllo sull’accoglienza di migliaia di delegati lasciati in balia di un sistema alberghiero con tariffe da strozzini.

   La delegazione del Parlamento europeo ha dato forfait per non subire condizioni economiche insopportabili (seicento euro a notte per un minimo di 7 giorni garantiti, quando il meeting dura 4 giorni). Se queste sono le prove generali per i futuri appuntamenti sportivi (mondiali di calcio e olimpiadi) la politica della municipalità carioca ne esce a pezzi. Se questo è sviluppo sostenibile meglio starne alla larga.

   Per fortuna sulla spiaggia di Flamengo in una cornice più viva, meno blindata, si svolgeva il People’s Summit, l’appuntamento dei popoli di questo paese-continente, con migliaia di comunità di base, di associazioni che praticano quotidianamente progetti sostenibili e che, con la loro rete di relazioni, attivano processi virtuosi.

   Comunità agricole, organizzazioni impegnate in attività educative e sociali nelle città e nelle favelas, la potente associazione nazionale dei catadores (raccoglitori di materiale riciclabile) che, in assenza di una politica di raccolta differenziata, pratica il riciclaggio. Gente umile, proveniente da tutto il paese che lotta per il diritto alla terra, contro la deforestazione, che pratica il compostaggio per ridurre l’uso di sostanze chimiche sui terreni agricoli: una moltitudine di soggetti ben radicati nella società civile.

   Il risultato complessivo è sconcertante: due mondi paralleli che si interessano degli stessi temi, ma con metodi e pratiche differenti, senza dialogare tra di loro ed entrambi impotenti nel sensibilizzare le forze politiche, le istituzioni forti. In fondo questo è il vero segno distintivo del momento storico che stiamo attraversando e che non fa intravedere un futuro chiaro. Avrà ragione Edgard Morin quando sostiene che le buone pratiche di innumerevoli movimenti, definiti comunità di destino, cambieranno la politica?

   Questa diffusa rete di organizzazioni sta veramente generando una nuova coscienza planetaria in grado di porre in sicurezza “la Terra, veliero sul quale naviga l’umanità”? Oppure avranno ragione i catastrofisti che vedono l’umanità marciare irresponsabilmente verso un disastro ambientale di natura irreversibile?

   Viste da Rio queste due soluzioni sono entrambe possibili; tutti avvertono l’esigenza di nuovi paradigmi ma non sanno condividerli; aumenta la coscienza verso una politica dei limiti allo sviluppo ma, in fondo, nessuno vuole metterla in pratica.

   Un mondo organizzato per produrre sempre di più creando l’illusione che ciò costi sempre meno è difficile da convertire al senso della misura e del limite. Cosicché, mentre autobus di delegati e scorte di polizia per garantire sicurezza a potenti di terzo rango stanno intasando il traffico con interminabili ore di attesa per tragitti di pochi chilometri, mentre gli elicotteri dall’alto controllano l’insostenibile adunanza, sulle spiagge di Copacabana, Ipanema e Leblon, il popolo carioca gioca al pallone, fa ginnastica e si abbronza.

   Niente di nuovo sotto il sole di Rio de Janeiro!  (Carlo Petrini)

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RIO+20, È FINITO IL TEMPO DEI SUMMIT

di MARIO TOZZI, da “la Stampa” del 23/6/2012

   Davvero non vale la pena interrogarsi su quale straordinaria occasione si sia sprecata a Rio, vent’anni dopo il primo summit sulla Terra.
Già in quell’occasione abbiamo sentito gli stessi allarmi e le stesse identiche lamentele. Oggi c’è un solo punto di novità: la crisi economica gravissima che ci attanaglia. E che relega ancora di più l’ambiente in fondo alle preoccupazioni degli uomini del pianeta Terra.

   Poteva essere il momento giusto per comprendere la connessione fra la crisi economico finanziaria e il deficit ecologico che abbiamo scatenato in quegli ecosistemi che sono alla base del nostro benessere. Si sarebbe potuto discutere in modo meno ridicolo sugli aggiustamenti sintattici di protocolli sempre meno impegnativi e un po’ di più di cose concrete da fare.

   Si poteva proporre un modello nuovo di sviluppo che non fosse basato solo sulla crescita quantitativa, ma su efficienza e equilibrio, anche a favore di chi verrà dopo di noi. La riconversione ecologica del pianeta è inevitabile e non si può produrre una crescita infinta da sistemi naturali che sono, per definizione, finiti.
Ma quello che a Rio nel 1992 era un dubbio oggi è diventato una certezza: sono pochissimi gli uomini e i governi che si impegnano a cambiare rotta se gli eventi non diventano davvero drammatici. Si può opporre al cambiamento climatico l’abitante degli atolli oceanici minacciati direttamente dall’innalzamento del livello dei mari, non il cittadino statunitense del Midwest o il cinese di Shanghai che non si avvedono di alcun problema.

   I danni ambientali non vengono scaricati tutti insieme su una nazione progredita come un’alluvione, ma si distribuiscono giorno per giorno accumulandosi in maniera per ora impercettibile. Come si può pensare a una reazione significativa se il danno non è percepibile immediatamente?
   Per questo forse il tempo dei grandi summit sulla Terra è finito: non solo non bastano più, ma rischiano anche di produrre un effetto indesiderato, quello di un rumore di fondo da cui è difficile estrapolare le emergenze reali.

   Se tutto è emergenza come si fa ad allarmarci ancora? Ciò non significa che le emergenze ambientali non siano gravi, tutt’altro, ma gli uomini quasi non vogliono più sentire che la temperatura media dell’atmosfera si innalzerà di 4°-5°C, perché fino a che lo
sconvolgimento climatico non precipita sembra quasi inutile agitarsi.

   Ormai lo sappiamo benissimo: la sovrappopolazione e la crisi ecologica porteranno alla fine delle risorse e delle fonti energetiche tradizionali, all’inquinamento generalizzato e alla perdita di benessere del genere umano. Ma, siccome ancora non succede, possiamo sempre sperare che avvenga il più tardi possibile.
Se non se ne può più di conferenze sulla Terra, però non sarebbe giusto gettare l’acqua con tutto il bambino e si potrebbe recuperare una delle parole d’ordine del movimento ecologista mondiale: pensa globalmente e agisci localmente. Forse così si potrebbe avere una qualche possibilità di successo: è difficile difendere l’integrità della foresta amazzonica, anche se vale la pena farlo, se si abita a New York o a Milano. Lo dovrebbero fare in prima persona coloro che da quella foresta traggono ragione di vita sostenibile, cioè le popolazioni locali verso cui dovrebbero essere indirizzati, direttamente sul posto, gli aiuti internazionali. Soldi e energie agli autoctoni, non ai governi. Insomma, impedire che il bosco sotto casa venga ingoiato dal cemento è più facile che non difendere astrattamente la foresta globale della Terra.
Se si agisce localmente senza dimenticare la dinamica globale terrestre, ecco che anche la traduzione politica di quanto viene detto a Rio può diventare efficace. E in più si supererebbe l’effetto frustrante di agitarsi per grandi battaglie che non arrivano quasi mai al successo pieno. Difendiamo l’albero per difendere la foresta, l’individuo per la specie, il fiume per il mare e allora forse avremmo fatto un passo in avanti.

   A meno di non sperare nella risposta ultraliberista: niente più protocolli vincolanti ma solo la libera iniziativa degli stati. Ma se il libero mercato fosse in grado di risolvere quella che è la più grande sfida che l’umanità si sia mai trovata di fronte lo avrebbe già fatto, senza attardarsi così pericolosamente vicino al punto di non ritorno. (Mario Tozzi)

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BRASILE – GLI AMBIENTALISTI: SIAMO TORNATI INDIETRO AL ‘92

IL DEBUTTO AL VERTICE DELL’ECONOMIA VERDE. MA RIO+20 DELUDE

di ROCCO COTRONEO, da “il Corriere della Sera” del 23/6/2012

   Persino il Papa, a un oceano di distanza dal Cristo Redentor, è finito suo malgrado nella lista dei colpevoli. E solo perché l’osservatore del Vaticano, nelle lunghi notti di trattative, ha alzato la mano una volta: per dire che quella frase sui «diritti riproduttivi delle donne» era meglio che restasse fuori dal documento finale del Rio+20. Troppo simile a un via libera all’aborto, e hanno fatto sì con la testa alcuni Paesi musulmani e il Cile. Frase eliminata, insieme a centinaia di altre sulle quali non c’è stato accordo.

   E così, dall’altra parte di Rio, nel centro occupato dalle manifestazioni, la protesta è diventata il volto dolce di Riquezinha, 22 anni, militante brasiliana di un movimento di lesbiche. Ha sfilato battendo sul tamburo con i seni al vento, delusa dal vertice come tanti, ma in compenso assai fotografata.

   Dunque c’era di tutto, dunque troppo, nell’agenda di questo summit che solo gli ospiti brasiliani insistono a definire storico. Il documento «Il futuro che vogliamo» è stato approvato ieri sera, e i capi di Stato non hanno toccato nulla di quello che era stato fissato alla vigilia dai negoziatori. Altrimenti il rischio di replicare il flop della conferenza sul clima di Copenaghen sarebbe stato concreto.

   Rispetto alle attese della vigilia, il summit Onu non ha quindi deciso né come finanziare e nemmeno come governare il futuro, il cosiddetto sviluppo sostenibile. Raccomanda, stimola, si augura ma prende tempo. Appare per la prima volta in un documento il termine «economia verde», e questo è già un buon risultato per il nostro ministro dell’Ambiente Corrado Clini. «L’Italia ci crede, vorremmo che questo concetto venisse abbracciato da tutti— ha detto nel suo discorso all’assemblea plenaria —. E crediamo che il ruolo dell’iniziativa privata sia importante ».

   L’Europa è rimasta delusa dalla mancata nascita di un’agenzia Onu sull’ambiente, frenata dai Paesi in via di sviluppo. L’unico dei big del continente a presentarsi a Rio, il francese François Holland, lo ha detto chiaramente. Ma gli «emergenti» hanno respinto la palla nel campo avversario.

   Con durezza, la ministra brasiliana dell’Ambiente Izabela Teixeira, ha ricordato che «mentre tutti i Paesi più poveri stanno assumendo impegni sul futuro verde e si sono già mossi», dal Nord del mondo non sta arrivando un dollaro (o un euro). «Anzi, siamo noi del gruppo Bric a prestare miliardi al Fondo monetario per aiutare l’Europa in crisi». C’entra poco con Rio+20, ma fa parte delle scaramucce del «dopo» per riaffermare le speranze naufragate nel summit.

   Dilma Rousseff, padrona di casa, giustifica il tutto dicendo che nel passaggio da un sistema mondiale bipolare al multilateralismo, «ognuno deve lasciare a casa qualcosa, e tutto diventa trattativa». Persino il segretario generale Onu Ban Ki-moon si è dovuto correggere in nome della diplomazia: dopo aver detto che da Rio si sarebbe aspettato di più, che il summit peccava di ambizioni, ieri ha fatto marcia indietro, sostenendo che c’è sostanza nel documento: «Ci sono molte raccomandazioni chiare. Ora si tratta di renderle concrete ».

   Ma se l’abbondanza dei temi e la loro vaghezza sono stati l’alibi dei diversi schieramenti per non decidere nulla, il fronte dei critici pensa esattamente il contrario. Sono proprio la ricchezza e la pluralità delle esperienze verdi nel pianeta, quelle nate da sole e senza l’ausilio della politica, a dimostrare che i governi sono indietro. E colpevoli di immobilismo.

   A Rio la cosiddetta società civile ha riunito in eventi paralleli decine di migliaia di persone, e prodotto un documento assai critico sul summit. I colori e i tamburi nelle strade soleggiate di Rio, le sfilate di indios con archi e frecce, le tende e gli zaini nei parchi sono solo una parte della storia. Dietro alla protesta movimentista, di sapore «forum sociale», si sono schierati anche economisti, scienziati e persino imprenditori.

   Per i migliori cervelli dell’ambientalismo mondiale, il documento è un gran brutto finale, una «Rio meno 20», perché riporta le lancette al 1992, al primo vertice carioca. Gli arrabbiati della Via Campesina, per i quali l’economia verde è solo un sotterfugio del capitalismo per tirare avanti, e i leader delle aziende che hanno presentato le loro idee, si sono così trovati d’accordo. Insieme ai capitribù dell’Amazzonia che si sono presentati alle porte del summit, chiedendo di entrare, a braccetto con i difensori degli orsi polari del Canada, minacciati dalle petroliere. (Rocco Cotroneo)

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RIO, L’ENERGIA DEL PIANETA È UN AFFARE PER DONNE

di MICHELLE BACHELET, MARGARET CHAN, KANDEH YUMKELLA, da “la Stampa” del 21/6/2012

   Il Summit «Rio+20» è un terreno d’azione per tracciare la rotta verso economie inclusive, uguaglianza sociale e protezione dell’ambiente. Per questo motivo, si deve porre lo sviluppo sostenibile al primo posto dell’agenda globale.
E’ già chiaro che non è possibile raggiungere uno sviluppo sostenibile senza energia sostenibile. Infatti, l’accesso all’energia stimola lo sviluppo su molti livelli – non ultimo in termini di salute, sicurezza e autonomia femminile. Riconoscendo questo, l’Onu ha proclamato il 2012 anno dell’energia sostenibile per tutti, e il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha lanciato un’ iniziativa globale per raggiungere entro il 2030 tre obiettivi ambiziosi: l’accesso universale a servizi energetici moderni, un raddoppio del tasso globale di miglioramento dell’efficienza energetica, e il raddoppio della quota di energie rinnovabili nel mix energetico globale.
Questi sono temi di portata mondiale. Ma, ovunque nel mondo, l’energia è una questione che riguarda le donne. Può fare la differenza tra la sicurezza e la paura, la libertà e la servitù, e anche tra la vita e la morte. In molti luoghi, soprattutto nelle zone rurali, in assenza di fonti energetiche sostenibili, le donne trascorrono ogni giorno lunghe ore cercando di trovare, ovunque possano trovarlo, del combustibile.

   A livello mondiale, 1,3 miliardi di persone non hanno ancora accesso all’energia elettrica, e 2,7 miliardi di persone, soprattutto donne, si devono affidare a legno, carbone di legna e letame per cucinare. Sia nella ricerca di legna da ardere, che può esporre loro e le loro figlie al rischio di stupro, sia nello spendere le loro scarse risorse per il cherosene che fornisce un’illuminazione fumosa e inefficiente, le donne quotidianamente affrontano decisioni difficili sulle risorse energetiche familiari e sul loro utilizzo.

   Sono le donne, poi, a subire un impatto sproporzionato sulla loro salute per l’uso di fonti energetiche non sostenibili. L’esposizione al fumo di pericolosi metodi di cottura, riscaldamento e illuminazione uccide quasi due milioni di persone ogni anno, l’85% dei quali sono donne e bambini che muoiono di cancro, infezioni respiratorie e malattie polmonari. Altri milioni soffrono di malattie legate all’inquinamento.
A livello di comunità, la mancanza di energia nelle cliniche mediche ostacola le competenze del personale medico di fornire un adeguato trattamento e cura. Si stima che 200.000-400.000 strutture sanitarie nei Paesi in via di sviluppo non abbiano accesso a energia elettrica affidabile. Ciò significa che i vaccini e il sangue non possono essere immagazzinati in modo sicuro, le apparecchiature di diagnostica sono spesso inutili e le sale operatorie non possono funzionare di notte.
Per le donne incinte questa mancanza di elettricità affidabile rappresenta un rischio significativo per la propria vita e quella dei loro bambini. In tutto il mondo, 800 donne muoiono ogni giorno a causa di complicazioni della gravidanza e del parto, e la stragrande maggioranza di questi decessi potrebbe essere evitata fornendo servizi sanitari di qualità, che di regola richiedono energia elettrica.
Oggi, le lunghe ore di lavoro non retribuito che le donne svolgono ogni giorno alla ricerca di legna da ardere e altre fonti di energia le privano del tempo per impegnarsi in attività più produttive. Questo, a sua volta, priva famiglie povere di un reddito più che necessario.
Non deve andare per forza così. In Kenya, il miglioramento delle stufe a legna ha ridotto il fabbisogno di carburante di circa il 40%, cosa che non solo ha diminuito il fardello del lavoro non retribuito per le donne e la deforestazione, ma ha anche liberato tempo che le donne possono dedicare all’istruzione, alla formazione, e al lavoro pagato e questo consentirà di ridurre la povertà.

   Fornire energia sostenibile per tutti creerà nuove opportunità per le donne anche altrove. L’energia solare può rifornire interi villaggi con illuminazione, acqua potabile, refrigerazione e l’elettrificazione di centri sanitari, scuole e altre strutture pubbliche.
Inoltre, l’energia rinnovabile è in grado di fornire una finestra sul mondo esterno, tramite l’accesso a telefoni cellulari, Internet, televisione e radio, e in più fornisce energia a piccole, medie e grandi imprese. E la disponibilità d’illuminazione esterna può prevenire la violenza contro donne e ragazze.
Il raggiungimento dell’obiettivo dell’energia sostenibile per tutti richiede la piena partecipazione delle donne. L’esempio di India e Nepal suggerisce che il coinvolgimento delle donne nel processo decisionale si traduce in una migliore gestione ambientale locale.

   E, secondo uno studio globale, i Paesi con una maggiore rappresentanza parlamentare femminile sono più inclini a ratificare trattati internazionali in materia ambientale. Come recita la Dichiarazione di Rio, adottata al primo Vertice della Terra, nel 1992: «Le donne hanno un ruolo vitale nella gestione dell’ambiente e nello sviluppo. La loro piena partecipazione è pertanto essenziale per uno sviluppo sostenibile ».
Venti anni dopo, con una posta in gioco ancora più elevata, non possiamo più permetterci di non agire. Questo è il motivo per cui puntiamo sulla parità di genere nelle discussioni e negli accordi per realizzare l’energia sostenibile per tutti entro il 2030. (Traduzione di Carla Reschia)
Michelle Bachelet, ex presidente del Cile, è direttore esecutivo di UN Women.
Margaret Chan è il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Kandeh Yumkella è Direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale e co-presidente dell’Autorità per l’iniziativa Energia sostenibile per tutti. Copyright: Project Syndicate, 2012. www.project-syndicate.org

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UN INGANNO DURATO VENT’ANNI

di RICCARDO DELLO SBARBA, da IL MANIFESTO del 21/6/2012

– L’Eni e Brasilia non hanno mantenuto l’impegno di Rio 1992, restituire le terre tolte agli Xavante. Una storia emblematica –

   Il cacique Damião Paridzané è tornato e dice che stavolta non s’accontenterà «delle promesse della sola bocca». Ha fatto due giorni di viaggio dal Mato Grosso per raggiungere il vertice «Rio +20», che per gli Xavante significano vent’anni in più d’inganni, violenze, devastazione della terra indigena e per l’Italia altri vent’anni di vergogna. Ora è qui, sotto una grande tenda della «Cupola do Povos», il Vertice dei Popoli, e pretende verità e giustizia: dal governo brasiliano, dai tribunali, e anche dall’Italia.
Dalla terra indigena Marãiwatsédé gli Xavante furono espulsi nel 1966, quando la dittatura brasiliana voleva fare dell’Amazzonia «il più grande pascolo del mondo». L’esercito arrivò la notte, caricò uomini, donne e bambini su enormi elicotteri e li deportò su un’altra area indigena a 400 chilometri di distanza. La loro terra passò nelle mani di latifondisti cari alla dittatura e diventò la gigantesca «fazenda Suia Missù», di 750 mila ettari, poi venduta all’italiana Agip petroli, che là si diede all’allevamento estensivo e alla deforestazione. Una volta espulsi i suoi custodi Xavante, quella che era terra di foresta, di fiumi e di «cerrado», la savana più biodiversa del mondo, cominciò a bruciare per far posto alle coltivazioni estensive di soja per mangime animale. Un crimine contro la natura e l’umanità.
Damião Paridzané non si è mai dato per vinto. Finalmente nel 1992 una «Campagna Nord Sud» (lanciata tra gli altri da Alexander Langer) riuscì a fare della presenza italiana in Mato Grosso un caso internazionale, e gli Xavante arrivarono a un passo dal successo. Il 10 giugno 1992, in un grande albergo di Rio de Janeiro, durante il primo vertice Onu sull’ambiente, l’Eni e le autorità italiane s’impegnarono a restituire agli Xavante quel che era loro. Damião, di vent’anni più giovane e vestito nel costume tradizionale, donò al presidente Raffaele Cagliari il bastone bianco della pace. E in Italia l’Eni si fece bella del gran gesto.
«Facemmo l’errore di non scrivere nulla», si rammarica ora Damião. La terra infatti non fu mai restituita. Pochi giorni dopo la cerimonia a Rio, nel Mato Grosso l’area Marãiwatsédé fu occupata illegalmente dai fazenderos, che spingevano avanti piccoli contadini e disperati di ogni genere, con la complicità dei politici locali (molti di essi direttamente partecipi all’invasione) e anche della dirigenza dell’«Agip do Brasil», che boicottava «le pazzie di Roma». La deforestazione riprese frenetica e non ci fu giorno, per mesi, in cui alte colonne di fumo non si levavano nel cielo dell’Amazzonia.
Per stabilizzare gli occupanti illegali fu creato dal nulla un villaggio battezzato Posto da Mata («avamposto nella foresta»), con stazioni di benzina e negozi, fermate di autobus e perfino uffici di polizia. Nel 2004 anche gli Xavante cominciarono a rientrare, prima in 500, poi un migliaio. Ma furono circondati e oggi vivono chiusi in una porzione piccolissima di terreno e sottoposti a violenze quotidiane. «Hanno cercato di ucciderci», racconta furente Damião, «hanno cercato di comprarci».
Oggi gli Xavante vivono in condizioni impossibili. Un popolo che vive di caccia, pesca e frutti della foresta è ristretto in un terreno arido, con una sola pompa d’acqua che i fazenderos ripetutamente distruggono. Due settimane fa una commissione sanitaria ha registrato 11 bambini e cinque adulti con gravissime dissenterie per aver bevuto acqua prelevata da fiumi che gli occupanti illegali avvelenano a monte con cadaveri di animali.
Damião è deciso: ora o mai più. Prima di lasciare il villaggio, il vecchio cacique ha riunito tutti i bambini e le bambine e ha messo nel loro pugno un po’ di terra: l’impegno a restare nel luogo degli antenati. I vecchi hanno proclamato solennemente che non vogliono morire senza vedere la terra restituita. Alla fine della cerimonia Damião ha lasciato il villaggio deciso a non tornare senza aver ottenuto giustizia.
La legge è con loro. Già dal 1992 una speciale commissione di Xavante, antropologi e Funai (la fondazione governativa per le popolazioni indigene) aveva identificato l’area indigena (i vecchi piansero quando trovarono i loro cimiteri devastati e le ossa triturate dagli aratri) e nel 1998 un decreto del Presidente della Repubblica sancì che 165 mila ettari costituivano la terra indigena Marãiwatsédé. Secondo la Costituzione brasiliana la terra andava prima incamerata dallo Stato e poi data in uso perpetuo agli Xavante.
Non bastò. Vennero ricorsi e contro ricorsi, lo Stato del Mato Grosso – da sempre monopolio della destra latifondista brasiliana – sfidò la Costituzione approvando una legge che nei fatti vanificava la restituzione delle terre indigene. Intanto l’Eni, persa la terra dichiarata indigena, si affrettò a squagliarsela svendendo anche il resto della fazenda, nella speranza di far dimenticare le sue responsabilità nella devastazione della foresta e nell’occupazione illegale.
Sotto la tenda dell’Aterro do Flamengo, dove si svolge il «Vertice dei popoli» di Rio +20, Damião ora attende una risposta, il corpo dipinto con i tradizionali colori nero e rosso, in capo la corona di piume di pappagallo e in mano il pesante bastone del comando e della giustizia.
La Procuratora della Repubblica Marcia Zollinger scandisce lentamente le parole. Annuncia che lo scorso 18 maggio 2012 il Tribunale Federale con sentenza definitiva ha riconosciuto la terra indigena Marãiwatsédé e ha dato alla Funai 30 giorni di tempo per elaborare il piano di evacuazione degli invasori e insediare gli Xavante su tutta l’area.
Damião ha visto troppe sentenze inapplicate per fidarsi ancora: «E chi eseguirà la sentenza? Per mandare via centinaia di invasori armati ci vuole l’esercito!». Ma ora è scritto sulla carta: 30 giorni. «Se tra 30 giorni non comincerà l’evacuazione ci accamperemo a Brasilia davanti alla Funai e al Ministero della Giustizia e di lì non ci muoveremo più».
Il giorno dopo si tiene una riunione tra gli Xavante, l’Opan (associazione «Operazione Amazzonia Nativa») e la Funai. Il piano di evacuazione teoricamente è pronto, ma è privo di calendario operativo, quindi inefficace. Il rappresentante della Funai la tira per le lunghe: «900 famiglie di piccoli contadini resteranno senza terra, c’è un problema sociale».
Iara Ferraz, l’antropologa che ha perimetrato la terra indigena, perde la pazienza: «A me risultano 800 persone, non famiglie!». Ma hanno un diritto anche loro, ribatte l’uomo della Funai. «Ma che diritto, sono invasori illegali!» protesta Ivan Busatto dell’Opan, un figlio d’immigrati veneti che parla ancora il dialetto di Treviso. La sua proposta di compromesso: «Cominciamo a far ritirare per primi i latifondisti, per gli altri vedremo».
   La cosa va troppo per le lunghe e Damião sa perché. L’ha riconosciuto: il rappresentante della Funai è anche lui un invasore. La giustizia è affidata a uno degli autori del crimine. Non solo. Tutti i sindaci della zona sono occupanti illegali e anche tutti i candidati a sindaco di tutti i partiti nelle prossime elezioni comunali. «Come posso fidarmi?» sussurra il capo Xavante. Nessun partito sta con le popolazioni indigene: i custodi di Madre Terra sono i reietti della società brasiliana. Ignorano il mercato, si accontentano di quel che dà la natura, sono considerati un ostacolo al «progresso».
Il piano della Funai condiziona lo sgombero («progressivo») dell’area alla condizione che agli occupanti sia assegnato un pezzo di terra in cambio. Le nuove terre sono state individuate proprio tutt’intorno all’area indigena Marãiwatsédé. «Così sappiamo da dove verrà il fuoco di qui in avanti» sbotta Iara Ferraz. La riunione la chiude Damião: «Avete 30 giorni, ricordatevelo, non uno di più». Ma in 30 soli giorni non si sgomberano 160 mila ettari, con tutte le autorità locali implicate nell’invasione.
«Parlano di indennizzare gli occupanti, ma così l’illegalità diventa diritto»: Iara Ferraz non sa trattenere la rabbia. A essere indennizzati dovrebbero essere invece gli Xavante e la foresta. Per ripristinare gli ambienti – ammesso che sia possibile – ci vorranno 50 anni ed enormi investimenti. «Devono pagare i fazenderos, gli invasori, le autorità – aggiunge Damião – e neppure l’Eni può tirarsi fuori dalla responsabilità di aver devastato la foresta e aver consentito l’invasione. Fatelo sapere all’Italia: non vi lasceremo in pace». (Riccardo Dello Sbarba)

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RIO+20: LE 5 MAGGIORI DELUSIONI DELL’EARTH SUMMIT

di Francesca Mancuso, dal sito http://www.greenme.it/

(….)  Quella di Rio è stata un’occasione sprecata, così l’hanno già definita gli ambientalisti. A poco sono servite le dichiarazioni del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon secondo cui “per troppo tempo abbiamo creduto di poter consumare risorse all’infinito per sostenere la nostra prosperità. Adesso abbiamo capito che non può più essere così“. Averlo capito però non serve se non si attuano delle sostanziali modifiche sotto il profilo economico.

   Ma ecco quali sono le 5 maggiori delusioni che arrivano dal summit carioca, che avrebbe dovuto sancire le modalità del passaggio verso un’economia verde a basso contenuto di carbonio.

1) Bonus per le fonti fossili

Tutti d’accordo sulla necessità di eliminare le sovvenzioni ai combustibili fossili, ma nella pratica cosa è stato deciso a Rio? Nulla. Su Twitter era partita la campagna lanciata dalle associazioni ambientaliste di tutto il mondo, raggruppate dalla coalizione 350.org, per per lanciare ai grandi del pianeta lo stesso messaggio: “Per cosa si spendono 1.000 miliardi dollari? Fermiamo i sussidi ai combustibili fossili (#EndFossilFuelSubsidies) a # Rio20 per poi cominciare una rivoluzione energetica pulita”. Ma i leader sembrano non aver sentito. Sordi.

2) Trattato sugli oceani

Tutto rinviato al 2014, come se il problema della tutela dei nostri mari non fosse urgente. In ogni caso, sfuma la possibilità di creare aree protette nella acque internazionali. Anche l’appello di GreenPeace per salvare l’Artico sembra non aver fatto breccia nel muro invalicabile di Rio. Bandire le attività di estrazione offshore, i metodi di pesca distruttivi dalle acque artiche, tutelare il Polo Nord e limitarne l’inquinamento. Domani, forse, non oggi. Un buco nell’acqua.

3) Green Economy

Sviluppo sostenibile, a questo doveva servire il summit. Trovare il modo per rilanciare l’economia mondiale sopraffatta dalla crisi attraverso la green economy, cercando di capire in che modo occorre far confluire le forze per far bene al pianeta. La prima conseguenza sarebbe stata la creazione di nuovi posti di lavoro, menti e braccia impegnate nella corsa verso un futuro green. Chimere.

4) Tutela delle foreste

Ridare vita a 150 milioni di ettari di terreno, questa la speranza degli scienziati che hanno espresso tale necessità attraverso la megacampagna “Plant a Pledge”. “L’ultima ricerca dell’Iucn – spiega Stewart Maginnis, Direttore di Nature-Based Solutions Group di Iucndimostra che recuperando 150 milioni di ettari di terreno degradato e che ha subito la deforestazione entro il 2020 sarà possibile immettere oltre 84 miliardi di dollari netti annui nelle economie locali e internazionali e ridurre il divario delle emissioni responsabili del cambiamento climatico dell’11-17%“. Anche questa, un’occasione andata in fumo.

5) Energie rinnovabili ed equity

Ancora oggi 1 miliardo e 400 milioni di persone nel mondo non hanno accesso all’energia. Per questo all’interno dell’obiettivo racchiuso sotto il nome di equity sarebbe stato necessario elaborare dei piani a favore dei poveri, eliminando ad esempio i sussidi dannosi come quello sui combustibili fossili, sviluppando regimi fiscali verdi e promuovendo le riforme fiscali che incoraggino la tutela dell’ambiente e dei meno abbienti. Sempre e comunque ai margini. (Francesca Mancuso)

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La crisi finanziaria ha cambiato le priorità

RIO+20, IL NUOVO PATTO SULL’AMBIENTE. VETI INCROCIATI TRA STATI POVERI E RICCHI

– Delusione per i pochi impegni precisi. L’Onu: consenso importante. Tolti dal documento finale i punti di frizione –

di ROCCO COTRONEO, da “il Corriere della Sera” del 21/6/2012

RIO DE JANEIRO – «Anch’io avrei voluto un documento più ambizioso, ma così sono andati i negoziati. E il consenso raggiunto è importante». Persino Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, ammette che la conferenza sull’ambiente in Brasile (Rio+20) potrebbe offrire di più. Scarso coraggio, solo dichiarazioni di principio e non molto di più di quanto si è deciso vent’anni fa, sempre a Rio, attaccano i gruppi ambientalisti.

DELUSIONE – Tra i corridoi della diplomazia, dietro la soddisfazione ufficiale, non si nasconde la delusione. Il summit è appena iniziato, e il voto finale sul documento sarà venerdì sera. Ma è improbabile che i capi di Stato appongano modifiche al trattato. In sintesi: la Rio+20 avrebbe potuto definire con precisione il concetto di economia verde, fissare mete concrete di sviluppo sostenibile e creare un organismo Onu per l’ambiente. Non fa nulla di tutto questo, soprattutto a causa dei veti incrociati tra Paesi ricchi e in via di sviluppo. I primi, immersi nella crisi finanziaria, non hanno nuovi fondi da destinare a organismi internazionali, né possono raccontare ai propri cittadini che le speranze di recuperare il benessere debbano passare attraverso sacrifici dipinti di verde. Il cosiddetto Sud del mondo, da parte sua, non accetta di frenare la propria crescita, o di sottostare agli stessi criteri ambientali dei Paesi sviluppati: un esempio su tutti le emissioni nell’atmosfera: il documento si limita a «raccomandare». Tra i primi venti paragrafi, cinque iniziano con la parola «noi riconosciamo» e altri sei con «riaffermiamo».

VETRINA – Tra i diplomatici europei, che avrebbero voluto impegni più specifici, si fa notare che la Rio+20 è una conferenza troppo generica per offrire grandi notizie al mondo. «Anche nel 1992 si disse che non era stato deciso niente. Invece da quel documento nacque tutta la discussione sui cambiamenti climatici», sottolinea un negoziatore. Il summit, poi, soffre di un peccato originale: fortemente voluto dal Brasile, è diventato una sorta di vetrina dello sviluppo e della matrice energetica «pulita» di questo Paese. Tre giorni prima dell’inizio del summit sono stati diffusi i migliori dati sull’Amazzonia dell’ultimo decennio: la deforestazione avanza, ma non era mai stata così contenuta.
E al Brasile è toccato disinnescare la miccia di un possibile fallimento di questo summit.

DOCUMENTO FINALE – Poche ore dalla fine delle negoziazioni il documento finale era inchiodato ad appena il 30 per cento di consenso, il Brasile ha proposto di sfrondarlo il più possibile, togliendo tutti i punti di frizione. Un escamotage voluto dalla presidente Dilma Rousseff per evitare il bis di Copenhagen. Il documento finale, infatti, dev’essere approvato all’unanimità. Sono 49 pagine, titolate «L’avvenire che vogliamo». «A me sembra una conferenza brasiliana con alcuni ospiti stranieri…» ironizza Roberto Smeraldi, l’italiano che guida l’Ong locale Amigos da Terra.

RISULTATI – Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini invita comunque a non disprezzare il risultato raggiunto. «Nel documento non c’è tutto quello che avremmo voluto ma due elementi sono fondamentali: la green economy appare per la prima volta in un documento Onu come strumento per contrastare la povertà attraverso la crescita sostenibile; sempre per la prima volta poi si lavorerà su un indicatore che misuri i costi della crescita, oltre il Pil». Nelle prossime ore, secondo un accordo informale, nessuno dei capi di Stato o dei loro rappresentanti chiederà di cambiare il documento. Ma negli interventi alla sessione plenaria potranno emergere i desiderata che non si sono concretizzati. Attesi soprattutto gli interventi di François Hollande e Hillary Clinton. Mercoledì, quando ha parlato l’iraniano Ahmadinejad, la delegazione israeliana ha abbandonato la sala. (Rocco Cotroneo)

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RIO, LA GREEN ECONOMY SORPASSA I POLITICI

di ANTONIO CIANCIULLO, da “la Repubblica del 22/6/2012

– Dai governi niente impegni sul clima fino al 2015. Ma è sfida Cina-Usa sugli investimenti –

RIO DE JANEIRO — Un passo indietro della politica, un passo avanti dell’economia. Si concluderà così, oggi, la conferenza Onu Rio+20. Vent’anni fa l’Earth Summit aveva scosso le coscienze del mondo aprendo le porte alla difesa del clima, alla battaglia per la biodiversità, alla lotta contro la desertificazione. Ora il sipario cala sulla proposta di una convenzione per la difesa degli oceani e su un rafforzamento dell’agenda per la difesa della natura.
Il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, aveva avvertito: «Il tempo è la nostra risorsa scarsa ». Non è servito. Le emissioni serra continuano a crescere facendo alzare il costo degli uragani, delle siccità, delle alluvioni. Ma solo entro il 2015 si prenderanno, nel contesto di un accordo globale, nuovi impegni per la difesa del clima: fino a quel momento il mondo avrà scarsa governance ambientale. Industrie e Paesi forti approfitteranno di questo periodo di transizione per posizionarsi sul mercato verde; quando i giochi saranno fatti gli accordi suggelleranno i nuovi equilibri di forza.
Una partita per il controllo dell’economia a minor impatto ambientale che è stata rilanciata in questi giorni. La Cina ha aperto le danze con varie puntate al tavolo della Green Economy e degli aiuti ai Paesi più deboli. E’ stata la prima a rompere lo stallo mettendo 6
di dollari sul fondo per lo sviluppo delle tecnologie pulite (l’Italia è stata la seconda, altri seguiranno). Poi ha destinato 31 milioni all’adattamento climatico nelle aree economicamente depresse e 4,5 miliardi di dollari per cancellare i debiti dei paesi più poveri. Nel frattempo Pechino sta rafforzando le proprie industrie: 50 miliardi di dollari all’anno investiti sulle energie rinnovabili, 450 miliardi di dollari per un piano quinquennale sulla protezione ambientale; un milione di auto elettriche previste al 2015.
Di fronte a questa offensiva gli Stati Uniti hanno reagito rilanciando. Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha annunciato che oggi presenterà un nuovo meccanismo di sovvenzioni per l’energia pulita. Washington ha stanziato 2 miliardi di dollari in prestiti e garanzie bancarie per finanziare un’iniziativa Onu per interventi sull’efficienza energetica e sulle fonti rinnovabili.
E altre forze economiche sono scese in campo. Un cartello di banche di sviluppo ha messo a disposizione 175 miliardi di dollari in prestiti agevolati per il trasporto green.
Oltre 200 imprese hanno presentato ieri un elenco di impegni volontari per obiettivi ambientali e sociali. Un cartello di investitori ha stanziato 50 miliardi di dollari per migliorare l’accesso all’energia, raddoppiare la quota di rinnovabili e aumentare l’efficienza.
Per questo non tutti gli ambientalisti danno un giudizio completamente negativo sulle conseguenze del vertice. Il cartello delle Ong ha presentato un contro documento, ma Legambiente fa notare che «nonostante l’assenza di impegni concreti, la transizione verso una green economy comincia ad avere le prime timide risposte». (Antonio Cianciullo)

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Clima | Comunicazione | Economia ecologica

CLIMATE CHANGE PERFORMANCE INDEX: PRIMA LA SVEZIA, ULTIMA L’ARABIA SAUDITA. ITALIA TRENTESIMA – Germanwatch e Can-Europe: «Necessaria una coalizione di responsabili per proteggere il clima» – dal sito http://www.greenreport.it/ del 6/12/2011

   La nuova edizione del Climate change performance index (CcpiI) realizzato da Germanwatch e Can-Europe e presentato oggi alla Cop17 Unfccc di Durban stila la classifica dei 58 Paesi che emettono meno gas serra al mondo secondo quel che fanno per prevenire gli effetti del cambiamento climatici.

   I primi tre posti della classifica delle performance climatiche non sono stati assegnati, e le tre piazze successive sono occupate da Paesi europei: Svezia (68,1 punti), Gran Bretagna (67,4) e Germania (67,2). I Paesi più inquinanti e meno virtuosi del pianeta sono: Arabia Saudita (24,5), Iran (36,0) e Kazakistan (38,1). Il Sudafrica, Paese che ospita la Cop17 Unfccc di Durban è 38esimo (53,6 e in discesa: le sue emissioni sono in aumento, ma le politiche nazionali per il futuro sembrano relativamente buone.

   L’Index viene determinato attribuendo un punteggio calcolato in base a tre parametri principali: il trend di riduzione delle emissioni, che pesa per il 50%; il livello assoluto di emissioni, che pesa per il 30%; le politiche climatiche per il 20%. Germanwatch avverte che la classifica, alla quale hanno lavorato più di 200 esperti dei 58 Paesi interessati, fornendo analisi delle politiche nazionali, è influenzata dalla crisi economica mondiale, come risulta dalla crescita delle emissioni nelle economia emergenti rispetto ai paesi industrializzati.

   Jan Bureck, uno degli autori dello studio, spiega che «L’indice di quest’anno mostra risultati preoccupanti. La dipendenza dal carbone di tutto il mondo non è stata fermata, ma anzi è aumentata: l’80% dell’index è influenzato da trend di emissioni verso livelli assoluti di emissioni. 5 dei 10 grandi emettitori, in particolare Iran (60), Cina (57), Russia (56), Canada (54) ed Usa (52) sono stati classificati con il label “very poor” performance. Tra questi Paesi la Cina è la sola con un buon rating politico.

   Il suo incoraggiante sviluppo di energie rinnovabili e i target di efficienza energetica nel XII Piano quinquennale aiuteranno la Cina a scalare non poco la classifica nel prossimo futuro. Ma la maggior parte dei Paesi non riescono a starle dietro. Abbiamo bisogno di una “Coalizione dei responsabili” per una migliore protezione climatici».

   Wendel Trio, direttore di Can-Europe, ha detto che «L’Ue ed altri costruttivi Paesi sviluppati ed in via di sviluppo, incluse le economie emergenti, vedono ormai da lontano Usa, Canada ed altri ancora più ritardatari. L’Ue svolge un ruolo importante nello sviluppo di questa “Coalition of the responsible”.

   Anche se i risultati mostrano chiare differenze tra gli Stati membri dell’Ue, l’Ue deve unirsi dietro l’obiettivo di tagliare le sue emissioni di gas serra di almeno il 30% entro il 2020. Un’azione più decisa sotto la presidenza di turno entrante della Danimarca dovrebbe aumentare le performance in tutti i Paesi Ue. I primi tre Paesi dell’Index dovrebbero guidare l’intera Ue verso una maggiore azione sul cambiamento climatico supportando in questo la presidenza danese».

   Tra i Paesi europei che ancora frenano c’è senz’altro l’Italia, al trentesimo posto della classifica con 55,4 punti, anche se in netta risalita rispetto al precedente Index, dove occupavamo un miserevole quarantunesimo posto. Nel dettaglio, la risalita dell’Italia è dovuta essenzialmente alle politiche climatiche nazionali , dove passa dalla 58esima alla 49esima posizione, in particolare sul fronte dello sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Per quanto riguarda il livello assoluto di emissioni il nostro Paese passa invece dalla 29esima alla 27esima posizione. Per il trend di riduzione delle emissioni dal 21esimo al 18esimo posto.

   Rispetto ai 27 paesi dell’Ue l’Italia è in retroguardia, in 16esima posizione, a testimonianza del ritardo accumulato negli anni passati rispetto all’azione climatica, per la miopia delle politiche governative. Un risultato confermato anche dalla 15esima posizione sui 30 paesi Ocse considerati dal rapporto.

   Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente (associazione di riferimento per l’Index in Italia), evidenzia che «La posizione di Svezia, Regno Unito e Germania conferma la leadership europea nella lotta ai cambiamenti climatici e il ruolo importante che questi Paesi dovranno giocare a Durban in questi giorni. Ci auguriamo che l’Italia s’impegni al loro fianco; nonostante i passi avanti compiuti dal nostro paese nell’ultimo anno, rimane ancora molta strada da fare. Rimane il sospetto che il miglioramento dell’Italia sia dovuto principalmente alla crisi economica. Siamo, comunque, ancora indietro rispetto ai maggiori paesi europei, un divario da colmare al più presto, soprattutto ora, di fronte alla drammatica crisi in corso. Potenziare la green economy significa anche investire nelle tecnologie pulite e a basso contenuto di carbonio, rilanciando così lo sviluppo economico e la performance climatica del paese. Un primo segnale forte deve essere dato a Durban sostenendo l’Europa per rinnovare il protocollo di Kyoto e giungere a un nuovo accordo globale entro il 2015».

Anche se nessun Paese ha meritato il voto “ottimo”, alcuni governi stanno implementando le iniziative per ridurre le loro emissioni. Burck fa l’esempio della prima in classifica, la Svezia che ha ridotto efficacemente le emissioni nel settore residenziale: «Questo è il risultato di n misure climatiche a lungo termine. Come le tasse sulla CO2 dei primi anni ‘90». Ma il governo conservatore di Stoccolma sembra ora fermo e nel 2011 ha ricevuto una scarsa valutazione politica nell’Index.

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STOP AL GEOCIDIO

Appello verso Rio+20

di ALEX ZANOTELLI, 3/6/2012

   Un altro importante appuntamento per salvare il pianeta terra: ”RIO+20”, a Rio dal 20 al 25 giugno 2012. Nel 1992 l’ONU aveva convocato a Rio de Janeiro una Conferenza sul Pianeta Terra.

   Purtroppo alle tante speranze suscitate sono seguiti vent’anni di amare delusioni che hanno portato all’attuale e grave crisi ecologica. Particolarmente amari i fallimenti delle conferenze sul clima di Copenhagen (2009), di Cancun (2010) e di Durban (2011). Siamo sull’orlo dell’abisso. Per questo l’ONU ha nuovamente invitato i governi e le organizzazioni popolari a Rio per trovare una risposta.

   Ma non ci saranno risposte adeguate se non si capisce che dietro alla crisi ecologica ci sta una profonda crisi antropologica. La Mercificazione dell’umano che sta avvenendo sotto i nostri occhi ha come conseguenza la mercificazione della Madre Terra.

   Viviamo dentro un Sistema che ha come unico scopo il profitto, per cui riduciamo sia le persone come il Pianeta Terra a Merce. “Oggi potremo dire che la più significativa divisione tra gli esseri umani – scrive il teologo americano Thomas Berry – non è basata né su nazionalità né sulla razza , né sulla religione, ma piuttosto è una divisione fra coloro che dedicano la loro vita a sfruttare la Terra in maniera deleteria, distruggendola e coloro che si dedicano a preservare la Terra in tutto il suo splendore”.

   E questo grande teologo aggiunge amaramente: ”Moralmente noi abbiamo sviluppato una risposta al suicidio, omicidio, genocidio, ma ora ci troviamo a confrontarci con il biocidioe il geocidio, l’uccisione del pianeta Terra nelle sue strutture vitali e funzionali. Queste opere sono un male maggiore di quanto abbiamo conosciuto fino al presente, male per il quale non abbiamo principi né etici né morali di giudizio”.

   E il biocidio e il geocidio sono sotto i nostri occhi. E la situazione diventa sempre più drammatica. Nel silenzio quasi totale dei grandi media sia cartacei come televisivi che sono nelle mani dei potentati economico-finanziari. E’ un silenzio voluto e comperato come appare nel libro inchiesta “Private Empire” del noto giornalista Steve Coll che dimostra come la Exxon, la più grande compagnia petrolifera, abbia falsificato, finanziando studi e ricerche,i dati scientifici sui cambiamenti climatici.

   La situazione è ormai insostenibile. Gli scienziati temono ormai che il Pianeta subirà, per la fine del secolo, un aumento della temperatura di 3-4 gradi! E’ un aumento drammatico questo! Il riscaldamento del Pianeta sta avvenendo molto più in fretta di quanto previsto ed è tale da innescare un processo irreversibile di cambiamento del clima. E questo molto più velocemente di quanto si pensasse. E l’opinione scientifica è ormai concorde: la colpa è dell’uomo. “Viviamo in un modo che non può continuare per generazioni” – ha detto Jorgen Randers, presentando il suo notevole studio 2052: A global forecast for the Next Forty Years – “L’umanità ha ormai superato la disponibilità di risorse della Terra. Emettiamo due volte la quantità di gas serra in un anno che può essere assorbita dalle foreste e dagli oceani del pianeta”.

   Purtroppo non possiamo aspettarci soluzioni dai nostri governi prigionieri sia dei potentati economico-finanziari che dei potentati agro-industriali che traggono enormi profitti da questo Sistema. Purtroppo la dittatura finanziaria sotto cui viviamo (il governo Monti ne è una splendida esemplificazione) ha deciso di fare della crisi ecologica un altro affare con la cosidetta ‘green economy’ (l’economia verde). Ne sono espressione ‘il mercato del carbonio’, la produzione agro-forestale per bio-carburanti, la geo-ingegneria che introduce il principio del ‘diritto di inquinare’. E’ la finanziarizzazione anche della crisi ecologica.

   “La Green Economy, affidata unicamente alle logiche del mercato senza regole e senza una visione precisa, è un falsa soluzione”, – afferma il documento-base Summit dei popoli a Rio, elaborato dalla Rete Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale (RIGAS). E’ questo il documento che abbiamo lanciato a Roma il 21 aprile nel Teatro Valle, occupato e diventato un bene comune. Una settantina di organizzazioni hanno approvato il documento e hanno aderito a RIGAS. Questa rete deve rimanerecittadinanza attiva e deve includere tutti coloro che in Italia si impegnano sull’ambiente, organizzandosi a livello nazionale, regionale, con una segreteria come ha fatto il grande movimento dell’acqua in Italia.

   Quello che abbiamo fatto per l’acqua, dobbiamo farlo per l’ambiente, per la Madre Terra così gravemente minacciata. Coinvolgendo in tutto questo anche le comunità cristiane e l’associazionismo cattolico. Il nostro è un movimento trasversale ed ecumenico che si impegna a: informare tutti e a tutti i livelli della gravità della crisi ecologica; rimettere in discussione il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita, che costituiscono la causa fondamentale del disastro ecologico; impegnarsi a livello personale e comunitario, a vivere con più sobrietà, riducendo la dipendenza dal petrolio e potenziando le energie rinnovabili; rispondere al problema dei rifiuti con il riciclo totale, opponendosi agli inceneritori; sostenere il Piano della Commissione Europea che prevede la riduzione per tappe dell’80% di emissioni di gas serra entro il 2050; chiedere la costituzione di un Fondo per aiutare i paesi impoveriti a far fronte ai cambiamenti climatici, tassando le transazioni finanziarie dello 0.05%.

   E’ un lavoro enorme quello che ci attende partendo dal basso, in Rete, per portare il nostro paese e il governo Monti (che continua a parlare di crescita!) a mettere al centro dell’impegno politico il salvarci tutti insieme con il Pianeta Terra.

   Ci ritroveremo in tanti a Rio e da lì ripartiremo con ancora più impegno per salvare il Pianeta. “Uniamoci come movimenti, organizzazioni e reti sociali – così conclude l’appello dei movimenti sociali verso Rio (Cupola dos Povos), per assicurare che Rio+20 diventi una grande mobilitazione popolare in grado di rafforzare le basi locali, regionali e mondiali necessarie per affrontare l’avanzata verde del capitalismo. Rio+20 deve essere un punto di partenza per una società più giusta e solidale”.

Alex Zanotelli, Napoli, 3 giugno 2012

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“ADDIO AMAZZONIA”

LA DIGA CHE DIVORA LA FORESTA PLUVIALE – IL BRASILE FRA MEGA PROGETTI IDROELETTRICI E INDIOS ASSEDIATI

di ROBERTO GIOVANNINI, inviato a Tucuruì (Brasile), da “la Stampa” del 19/6/2012

   Vi ricordate Avatar, il film? In un pianeta incontaminato arrivavano i terrestri alla ricerca di minerali preziosi. Disgraziatamente, la cittàalbero dove vivevano gli autoctoni risultava essere proprio sopra un gran giacimento. Risultato, visto che non se ne andavano con le buone, li facevano andare via con le cattive. Bombe e razzi erano l’avanguardia delle ruspe e dei bulldozer, simbolo della civilizzazione e del progresso. Con le dovute differenze – non erano degli alieni Na’vi, ma poveri pescatori e contadini – è più o meno quello che è capitato nel 1985 a qualche migliaio di brasiliani nel 1985, quando venne conclusa la gigantesca diga di Tucuruì, sul fiume Tocantins, nello Stato del Parà.
Il grandissimo invaso artificiale -3000 chilometri quadrati – necessario per alimentare le 12 turbine che producono 8500 MW di energia elettrica, ha ricoperto case e villaggi e aree di foresta amazzonica vergine. A valle, lungo il fiume, la costruzione dell’immensa diga, alta 78 metri e lunga complessivamente 12 chilometri e mezzo, ha mutato il ciclo delle acque. Parte delle famiglie scacciate ricevettero pochi spiccioli in cambio dei loro beni perduti; per venti anni migliaia di persone dovettero vivere in baracche coperte di plastica prima di migrare altrove. E dal 1985 al 2000 – ci sono volute prima durissime lotte sociali, poi la vittoria di Lula e del suo programma Luz para todos, elettricità per tutti – neanche una delle comunità ribeirinhe poteva godere della corrente elettrica prodotta a Tucuruì. Serviva tutta per le fabbriche di alluminio delle multinazionali nella città di Barcarena, vicino Belem.
Erano altri tempi: il progetto, affidato alla società pubblica Eletronorte (soprannominata qui «Eletromorte») fu ideato nel 1973, quando il Brasile era governato da una dittatura militare. Tutti gli studiosi confermano che qui a Tucuruì il gigante di cemento è stato paracadutato dal nulla nel mezzo della foresta amazzonica senza neanche provare a considerarne il (drammatico, si è visto) impatto ambientale e sociale.
Le prime vittime sono stati gli scacciati, finiti in miserabili borgate ghetto, Breu Branco e Novo Repartimento: dietro le poche abitazioni decenti sulla via principale, sono disseminate tristissime casupole diroccate. Neanche i morti si sono salvati: il cimitero della cittadina di Itapiranga è stato scavato e spostato più in alto, sopra uno sperone roccioso. «Ma ora – ride amaramente Rosivaldo, un abitante del paesello – hanno scoperto che per rendere il fiume navigabile bisogna far saltare questa roccia con tutto il cimitero. E i nostri parenti devono morire per la terza volta!».
Vittime sono stati anche tutti i costruttori del gigante di cemento. A un certo punto il cantiere occupava 32.000 manovali: in una baraccopoli a quattro chilometri dalla città, ci racconta un autista che si fa chiamare «Negrao», «il Negro», il 4 di ogni mese, il giorno di paga, si radunavano duemila prostitute pronte a saccheggiare i loro salari. Adesso Tucuruì è una città di 100mila abitanti, ma i costruttori della diga sono andati via, in cerca di nuovo lavoro e nuovi tratti di foresta da abbattere senza scrupoli. Vittima è anche la foresta e la vita che la popolava: intorno alla città e lungo le strade (piste a malapena percorribili) scavate nella terra rossa non ci sono praticamente più tracce di alberi. Restano in piedi come simbolo tragico, qui e là, i tronchi anneriti degli altissimi castanheiros, il noce del Brasile: li hanno uccisi con le fiamme per far presto. Ettari di foresta sono stati sommersi dal lago artificiale, tonnellate di legno e piante marcite che hanno inquinato il fiume.
Vittima della diga è stato anche il grande fiume Tocantins. Il regime naturale delle acque ormai è gestito dalle esigenze di Eletronorte, che apre e chiude il flusso a seconda delle esigenze produttive delle 12 turbine e non delle stagioni. «E così sono scomparse quindici specie – ci racconta Bojolo, un pescatore di 59 anni della cittadina di Itacuarà, a valle della diga – una volta si pescava tantissimo, adesso puoi stare tutta una giornata per prendere 10 chili soltanto. E poi anche l’acqua che beviamo, quella del fiume, non è più sana come prima».
Tucuruì è stato un disastro. Ma adesso il timore è che lo stesso disastro si ripeta ad Altamira, lungo il corso – ancora vergine e intatto, nel cuore della foresta – del fiume Xingu. Qui il governo della presidente Dilma Rousseff ha deciso di costruire un’altra gigantesca diga, quella di Belo Monte. Con i suoi 11.300 MW sarebbe il terzo complesso idroelettrico del mondo per potenza generata.

   Per il successore di Lula si tratta di un progetto «essenziale per produrre energia pulita e garantire l’autonomia e lo sviluppo del Brasile». Non la pensano così gli indiani Xingu che vivono nell’area minacciata dalle acque e dal progresso, e che si dicono «pronti a morire» (così ha detto il loro capo Raonì Metuktirè) pur di impedire il megaprogetto da 18 miliardi di dollari. Il governo assicura che stavolta la diga si farà «includendo» le esigenze delle popolazioni. Ma gli Xingu rischiano di fare la fine degli alieni Na’vi del pianeta Pandora e della gente del Tocantins. Sviluppo sostenibile, spesso, è soltanto una parola dal suono gradevole, che non è necessario far diventare realtà. (Roberto Giovannini)

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2 thoughts on “RIO+20, la deludente Conferenza sul clima delle Nazioni Unite: BASTA SUMMIT! – per SALVARE IL PIANETA SERVONO ATTI CONCRETI – Associazioni e cittadini del mondo già si muovono virtuosamente nella GREEN ECONOMY, mentre gli stati-nazione e le deboli organizzazioni internazionali sono nell’inedia

  1. lucapiccin domenica 24 giugno 2012 / 19:54

    “Se questo è sviluppo sostenibile meglio starne alla larga”.

  2. Giulia mercoledì 23 gennaio 2013 / 16:33

    Tu ne vuoi stare alla larga?!?! io voglio crearmi un futuro dignitoso, e soprattutto mi sembra giusto rispettare l’ambiente!!! E vorrei ringraziare tutti coloro che mi hanno fatto capire la cosa migliore.

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