La controriforma: LE PROVINCE RIMANGONO (seppur accorpate) – La sospensione di una trasformazione istituzionale territoriale sempre più urgente: la necessità dell’ABOLIZIONE delle PROVINCE, delle REGIONI, dei COMUNI – L’avvio dell’istituzione di MACRO-REGIONI, delle CITTA’ METROPOLITANE, e di nuove CITTA’ TERRITORIALI

la città diffusa veneta: METROPOLIS cresciuta “spontanemente”, senz’alcun disegno geografico (ora da praticare)

   Ha dell’incredibile la vicenda delle province e della loro capacità (come lobby di interessi politici, di rendita di posizione…) di sopravvivere in qualsiasi modo a ogni tentativo di chiara e limpida “riforma territoriale geografica”.

   L’ultima ipotesi prospettata per la riforma delle province non è più di svuotamento dei loro poteri (che significava di fatto una loro abolizione) (com’era, e lo è ancora, previsto nel decreto “salva Italia” del dicembre scorso… e ci sembrava la migliore delle ipotesi politiche e legislative), ma di salvarne più della metà (con il mantenimento delle funzioni su “strade, ambiente e gestione delle aree vaste”) abolendo solo quelle province non in grado di poter al loro interno rispettare almeno due dei tre seguenti criteri: a) superficie di almeno 3.000 chilometri quadrati; b) popolazione superiore a 350 mila abitanti; c) oltre 50 Comuni presenti nel territorio.  Dalle attuali 107 (tolte la Valle d’Aosta e le Province autonome di Trento e Bolzano) si passerebbe a 54.

PROVINCE ITALIANE TAGLIATE (come dalla nuova proposta governativa del 22 giugno scorso) (sono escluse quelle nelle regioni a statuto speciale)

   Ma non basta, tanto per complicare le cose: visto che alcune città “significative” perderebbero l’ente Provincia (se si adottassero i succitati criteri), come nel caso di Venezia, si è stabilito di salvare i capoluoghi di Regione che, pur non avendo i requisiti (oltre a Venezia “sparirebbero anche  Ancona, Trieste e Campobasso) per il fatto di essere capoluogo di Regione meritano di essere salvate. Dieci Province dovrebbero poi scomparire in un secondo momento se e quando verranno le città metropolitane: un decreto governativo doveva istituire 10 aree metropolitane entro il giorno 21 del mese di maggio scorso, ma nulla è stato fatto (oltre alla stessa Venezia compaiono, tra le aree metropolitane non di istituzione delle regioni a statuto speciale, Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Reggio Calabria)(le aree metropolitane delle regioni a statuto speciale sono Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo).

   E’ chiaro che questa proposta governativa è fatta solamente nella logica della cosiddetta spending revew: prefetture, questure, uffici Inps, forze dell’ordine, camere di commercio e sedi della Banca d’Italia saranno razionalizzate in base ai nuovi confini.

una proposta di istituzione di MACROREGIONI (ciascuna identificabile nei diversi colori)

E’ però anche da chiedersi se le 54 province destinate a scomparire, ad essere accorpate, se ne staranno buone? …E se proprio non ce la faranno a conservarsi – con azioni giuridiche, politiche, di pressione lobbistica -, non è improbabile che cercheranno di far accettare al governo degli “apparentamenti” tra province “abolite” attigue (pensiamo a Rovigo e Ferrara entrambe da abolirsi, magari creando difficoltà e conflitti di competenza tra regioni diverse)?    E’ assai probabile che i territori “espropriati” del ruolo di “provincia” si organizzeranno e altre province nasceranno con il rispetto di almeno due dei sopracitati requisiti.

   E poi, in quest’ultimo provvedimento governativo che vorrebbe ridurre le province, si da per scontato che le aree metropolitane che dovranno sorgere non saranno altro che una continuazione politica e territoriale delle province fin qui esistenti…. Mentre il senso dell’istituzione delle aree metropolitane è qualcosa di diverso; è  una grande città, metropoli, che appare esserlo di fatto nel nostro tempo, nei suoi aspetti geografici, geomorfologici, economici, storici… e per questo vuole darsi un’unica “autorità politica e amministrativa”, che superi la frammentazione comunale costituendosi in un’unica entità urbana nella gestione dei servizi, nel dare obiettivi chiari (di qualità della vita, lavoro, studio, tempo libero ben vissuto…) ai suoi cittadini, a chi (città metropolitana) la viene ad abitare stabilmente (o visitare, o vivere solo temporaneamente).

   Tornando alle province, c’è così il rischio che si accorpino e si creino altre entità territoriali provinciali tra quelle escluse (che città “escluse” si mettano assieme anziché accettare l’accorpamento con enti non aboliti); che persistano enti locali senza alcuna coerenza, come sono molta parte delle province (i territori delle province italiane, salvo rari casi, sono al loro interno del tutto disomogenei e spesso la parte est di essi non ha nulla a che vedere con quella ovest, la sud con la nord e così via…). E c’è, come aspetto negativo di questa proposta del 22 giugno scorso di dimezzamento provinciale, la fine di un’ipotesi di annullamento di enti inutili e costosi, e del blocco nella positiva concatenazione (che poteva accadere) di altre trasformazioni territoriali (a cascata) che potevano essere attuate: come la REVISIONE E RIDUZIONE DEI COMUNI (trasformandoli in CITTÀ coerenti) e, nel livello superiore, di un quanto mai necessario SUPERAMENTO DELLE ATTUALI REGIONI in MACRO-REGIONI, queste ultime più confacenti a un governo di tipo federalista che lo Stato italiano vorrebbe darsi.

   Per dire che nella situazione caotica del momento, dove si sente la necessità di riforme strutturali drastiche (e quella del ridisegno territoriale geografico degli enti locali è, secondo noi, tra le più urgenti) ogni tentativo positivo di mettere in campo un contesto diverso (come pareva essere l’abolizione di fatto delle Province) viene rintuzzato da un apparato di conservazione suicida.

   Noi poi auspichiamo che una svolta positiva possa esserci nel rivedere l’entità e i confini delle 20 regioni italiane (arrivando a farne almeno solo 12: a questo proposito vi invitiamo qui a vedere la assai interessante proposta fatta ben 19 anni fa dalla Fondazione Agnelli di istituire 12 Macroregioni al posto delle attuali 20).FONDAZIONE AGNELLI 1992_1996 PROPOSTA DI 12 MACRO-REGIONI

   E così di ripensare alla (brutta) proposta fatta il 22 giugno scorso dal governo sulla riduzione delle province (emblematico che, dopo essere stata formulata dal ministro Patroni Griffi, la ministra dell’Interno Cancellieri la abbia pubblicizzata assieme all’UPI, l’Unione delle Province Italiane… come per dire “abbiamo raggiunto un accordo ‘a metà’: così va bene anche a loro”). E che si arrivi presto all’istituzione di AREE METROPOLITANE (non solo 15, ma in tutti i territori del suolo italico che abbiano un omogeneo possibile positivo comune destino); aree metropolitane confacenti ai veri reali confini geografici delle attuali realtà urbane nel contesto di “metropolis” (pensiamo ai vantaggi per i servizi pubblici, come i trasporti, la sanità, la sicurezza… per la formazione culturale dei giovani, come l’università, la ricerca… per un piano regolatore coerente, nella tutela dell’ambiente, in forme urbane belle da vedersi e da viverci).

   E che infine si possa finalmente procedere a una revisione del numero dei comuni italiani (che sono 8.092) arrivando al loro posto alla creazione di nuove CITTA’ confacenti ad essere più adatte al vivere dei propri cittadini (secondo Aristotele la città, l’ “entità urbana”, nasce e si costruisce per la “ricerca della felicità” da parte delle persone….. sembra un buon motivo per cambiare). (sm)

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ECCO IL PIANO CHE DIMEZZA LE PROVINCE. E IN TOSCANA È AL SICURO SOLO FIRENZE

di Sergio Rizzo, da “il Corriere della Sera” del 23/6/2012

– Tagli in base ad abitanti, estensione e Comuni compresi: ne restano 54. Ma potrebbero salire con accorpamenti –

   Che cosa potrà inventare Mario Cardinali se davvero il primo «spaventoso» effetto del decreto legge che ha in mente il ministro Filippo Patroni Griffi sarà l’accorpamento della Provincia di Pisa con quella di Livorno?  Una simile eventualità terrà sulle spine lui e tutti gli altri livornesi.

   Ma ne siamo certi: per il fondatore del mensile satirico il Vernacoliere , autore di titoli folgoranti come «Primi spaventosi effetti delle radiazioni – È nato un pisano furbo», pubblicati nel maggio 1986, subito dopo la catastrofe atomica di Chernobyl, sarà una sfida estrema. Niente affatto fantascientifica. Perché la prossima puntata della saga infinita delle Province potrebbe davvero proporre questa e altre situazioni simili. Come ci si è arrivati?

   Ricapitoliamo quanto accaduto a partire dal 2008, quando questi enti sembravano diventati il nemico pubblico numero uno tanto della destra quanto della sinistra. «Aboliremo le Province, è nel nostro programma», sentenziò Silvio Berlusconi il 10 aprile del 2008, a «Porta a porta», alla vigilia delle elezioni che l’avrebbero riportato a Palazzo Chigi. Il suo avversario Walter Veltroni l’aveva già anticipato: «Cominceremo da subito, abolendo le Province nelle aree metropolitane».

   Archiviato il voto, s’innescò la marcia indietro. «Vorrei abolire le Province per risparmiare ma la Lega non è d’accordo», disse il Cavaliere l’11 dicembre 2008. E il 22 aprile 2010 alzò bandiera bianca: «Abbiamo fatto un calcolo e abolendo le Province si risparmiano solo 200 milioni. Troppo poco per iniziare una manovra che scontenterebbe i cittadini. Però non concederemo più nessuna nuova Provincia».

   Consci della fragilità di certe promesse, alcuni politici si erano invece già attrezzati per allargare le frontiere del mondo provinciale. Esempi? Se il leghista Davide Caparini chiedeva l’istituzione della nuova Provincia della Valcamonica (capoluogo Breno, 5.014 abitanti), il suo collega di partito proponeva di creare in Trentino-Alto Adige una terza Provincia autonoma: la Ladinia.

   Ironia della sorte, il relativo disegno di legge vedeva la luce poche settimane prima che il ministro del Carroccio Roberto Calderoli fosse costretto a presentare una proposta per ridurre le Province. La famosa lettera della Banca centrale europea recapitata il 5 agosto 2011 al governo italiano parlava chiaro: «C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o fondere alcuni strati amministrativi intermedi, come le Province». E pure la Lega si dovette piegare. Ma per finta: il taglio svanì in poche ore come neve al sole di Ferragosto.

   Poi è arrivato Mario Monti, e nel decreto salva Italia è comparsa una disposizione all’apparenza categorica. Il trasferimento a Comuni e Regioni delle funzioni attribuite alle Province, relegate a organi non più elettivi con un numero limitato di consiglieri scelti dalle amministrazioni comunali. All’inizio questa tagliola doveva scattare automaticamente entro aprile 2012. Poi è successo il finimondo.

   Mentre il presidente berlusconiano della Provincia di Latina Armando Cusani ringhiava «noi ce ne andiamo dall’Unione delle Province italiane», il segretario di Rifondazione comunista dava man forte ai rivoltosi con queste parole: «Vi appoggiamo perché la vostra è una battaglia di democrazia». Così nella versione definitiva del salva Italia è spuntato un comma che prevede una legge dello Stato, da emanarsi entro dicembre prossimo, per rendere operativa la riforma. Un modo per prendere tempo e rimandare la resa dei conti. Organizzando la resistenza.

   Scontato, dunque, che quella legge prevista dal salva Italia  stia incontrando serie difficoltà in Parlamento, dove è stata sollevata perfino la solita questione della «copertura finanziaria». E fosse soltanto quello il problema. Il pericolo più grande a quanto pare viene dalla Corte costituzionale, che il 6 novembre esaminerà i ricorsi prontamente presentati contro il decreto di dicembre. Se li dovesse accogliere, come dicono molti esperti, la riforma di Monti salterebbe e le Province resterebbero in vita esattamente come oggi.

   Ecco perciò che accanto al piano A, avviato sul binario morto, è spuntato un piano B. Da attuarsi forse con decreto legge, in parallelo alla revisione della spesa, che potrebbe contenere anche una micidiale pillola avvelenata per tutti gli enti locali. Ossia il divieto alla costituzione di nuovi enti o società per funzioni che può svolgere direttamente l’amministrazione. Per evitare rischi di ricorsi alla Consulta il piano B prevede che le Province mantengano tre funzioni quali strade, ambiente e gestione delle aree vaste.

   Le giunte saranno comunque azzerate e i consigli, non più elettivi, ridotti all’osso come previsto dal decreto salva Italia. Il numero degli enti verrebbe però tagliato, utilizzando criteri in parte simili a quelli della proposta abortita di Calderoli. Sopravviveranno soltanto le Province in grado di soddisfare almeno due dei seguenti tre requisiti: superficie di almeno 3.000 chilometri quadrati, popolazione superiore a 350 mila abitanti e oltre 50 Comuni presenti nel territorio.

   Dalle attuali 107 (tolte la Valle d’Aosta e le Province autonome di Trento e Bolzano) si passerebbe a 54. Meno di quelle (59) esistenti nel 1861. In realtà, attenendosi scrupolosamente ai parametri, il loro numero dovrebbe addirittura scendere a 50. Si è tuttavia stabilito di salvare i capoluoghi di Regione che pur non hanno i requisiti, come Venezia, Ancona, Trieste e Campobasso. Dieci Province, inoltre, dovrebbero scomparire in un secondo momento se e quando verranno finalmente istituite, com’è previsto fin dal 1990, le città metropolitane. Nell’elenco, oltre alla stessa Venezia, troviamo Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Reggio Calabria.

   Ma non significa che di questi enti definiti da Berlusconi il 5 marzo del 2008 (naturalmente prima dei vari ripensamenti) «inutili e fonti di costo per i cittadini» ne rimarrà appena una quarantina. Con i criteri di cui sopra, in Toscana scomparirebbero tutte le Province tranne Firenze. Idem in Liguria, con l’eccezione di Genova. Nell’Emilia-Romagna, sette su nove. In Sicilia, cinque su nove. In Piemonte, la metà esatta. E qui comincerà il gioco degli accorpamenti. Siena e Grosseto accetteranno la coabitazione? Pisa e Livorno, così vicine, saranno disposte a mettere da parte antiche rivalità? Prato si rassegnerà a rientrare a Firenze oppure preferirà Pistoia? Modena e Reggio-Emilia continueranno a essere separate dall’aceto balsamico? E come reagiranno i lodigiani davanti alla prospettiva di essere riuniti ai milanesi?

   Tanto basta per dare le dimensioni delle complicazioni che potrebbe portare con sé un’operazione del genere. Né rassicura il fatto che l’agguerrita Unione delle Province guidata da Giuseppe Castiglione potrebbe perfino essere d’accordo con lo schema di massima. Senza poi considerare variabili di altro genere, ma tutt’altro che trascurabili.

   Ricordate com’è evaporata la scorsa estate la proposta calderoliana? In partenza dovevano finire sotto la tagliola tutte le Province con meno di 300 mila anime: 37. Ma a patto, fu chiarito, che avessero anche un’estensione inferiore a 3 mila chilometri quadrati: e si scese a 29. Poi, rivendicando l’autonomia, insorse il governatore del Friuli-Venezia Giulia Renzo Tondo: eccoci a 27.

   Quindi i siciliani contestarono l’ipotesi di sopprimere Enna e Caltanissetta (25). Infine protestò il presidente sardo Ugo Cappellacci (22). E il presidente della provincia di Isernia, Luigi Mazzullo, avanzò il sospetto che a Roma avevano preso l’insolazione (21). Poche ore dopo, l’annuncio: abbiamo scherzato. Sicuri che non si possa ripetere? (Sergio Rizzo)

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Ecco le province che salterebbero:

Abruzzo: Pescara, Teramo

Basilicata: Matera

Calabria: Crotone, Vibo V.

Campania: Benevento

Emilia Romagna: Ferrara, Modena, Reggio Emilia, Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini, Piacenza

Lazio: Rieti, Latina

Liguria: Savona, Imperia, La Spezia

Lombardia: Lecco, Lodi

Marche: Macerata, Ascoli Piceno, Fermo

Molise: Isernia

Piemonte: Vercelli, Asti, Biella, Verbano-Cusio-Ossola

Puglia: Taranto, Brindisi, Barletta, Andria, Trani

Toscana: Pisa, Grosseto, Siena, Lucca, Arezzo, Livorno, Prato, Pistoia, Massa-Carrara

Umbria: Terni

Veneto: Rovigo

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Il piano Patroni Griffi. Il ministro all’assemblea Upi: una «riforma di sistema»

INSIEME A 42 PROVINCE VIA ENTI E AGENZIE MINORI

– Le altre misure: subito 10 Città metropolitane e gestione associata delle funzioni fondamentali nei Comuni con meno di 1.000 abitanti –

di Eugenio Bruno, da “IL SOLE 24ORE” del 27/6/2012

   La riduzione delle Province ci sarà. Ma nell’ambito di una «riforma di sistema» che abbraccerà  l’intera amministrazione del territorio: città metropolitane, unioni di Comuni, uffici periferici dello  Stato, enti e agenzie minori.

   A confermarlo è stato ieri il ministro della Pubblica amministrazione e semplificazione, Filippo Patroni Griffi. Intervenendo all’assemblea nazionale dell’Upi in corso a Roma, il responsabile di Palazzo Vidoni ha lasciato intendere che all’interno del decreto sulla spending review atteso sul tavolo di Palazzo Chigi la prossima settimana ci sarà un capitolo dedicato alla riforma di tutte quelle strutture che lungo lo Stivale si interfacciano con i cittadini.

   Capitolo che sarà più o meno ampio a seconda di quante e quali misure supereranno il divieto di inserire in un Dl delle norme ordinamentali. La strategia del ministro rispecchia quella anticipata sul Sole 24 ore di lunedì 25 giugno.

   Rinviando al post-Cdm per i dettagli, il titolare della Funzione pubblica ha spiegato di essere al lavoro con i colleghi Piero Giarda e Anna Maria Cancellieri su un modello di sistema alternativo a quello contenuto nell’articolo 23 del «salva-Italia» che trasforma le Province in enti non più elettivi lasciando loro solo funzioni di coordinamento dei Comuni sottostanti e su cui pende un giudizio di costituzionalità, ndr che «riguarderà sia l’amministrazione periferica dello Stato sia il sistema delle autonomie».

   E che potrebbe necessitare, per il suo completamento, di un arco di tempo superiore alla legislatura. Si dovrebbe partire dall’istituzione delle 10 città metropolitane (Torino, Milano,  Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Reggio Calabria) e dalla soppressione di almeno 42 Province su 107. Tutte quelle cioè che risulterebbero prive di almeno due dei tre criteri fissati dai tecnici dell’Esecutivo: popolazione residente superiore ai 350mila abitanti; estensione territoriale di 3mila chilometri quadrati o più; presenza di almeno 50 municipi nel loro ambito.

   Un numero, il 42, che seppur non ufficializzato per Patroni Griffi è quello che «si avvicina di più alla realtà». Dal taglio resterebbero esclusi i capoluoghi di Regione e le amministrazioni comprese nei territori a statuto speciale.

   Se invece si riuscisse a coinvolgere anche queste ultime realtà nella partita, approntando una modifica dei rispettivi statuti regionali, gli enti eliminati salirebbero a 51. In un caso o nell’altro si produrrebbe l’effetto curioso di lasciare in vita in Toscana la sola Firenze, in Liguria la singola Genova e in Emilia Romagna il tandem Bologna-Parma. La scure del Governo dovrebbe contestualmente abbattersi sugli uffici periferici dello Stato (prefetture, questure, motorizzazioni, direzioni provinciali del lavoro) che verrebbero razionalizzati usando lo stesso parametro di popolazione minima delle Province.

   E sul punto sarebbero state superate le resistenze del ministro Cancellieri. Più avanti si potrebbe pensare di armonizzare la soglia di 350mila abitanti con quella di 300mila fissata nel Dl dismissioni per l’accorpamento delle sedi periferiche del Mef. Nel mirino ci sono anche, da un lato, i municipi con meno di 1.000 abitanti che potranno entrare nelle unioni di Comuni (con 5mila abitanti) per l’esercizio in forma associata delle funzioni fondamentali e, dall’altro, le agenzie e le Spa intermedie.

   Una galassia che, secondo l’ultima rilevazione dell’Upi, solo a livello regionale abbraccia 3.127 casi: 266 enti, 507 consorzi, 407 aziende e 1.947 società. Upi che ha a sua volta rilanciato, con il presidente Giuseppe Castiglione, la propria proposta di riordino avanzata a febbraio. Una «vera e propria spending review» che fa «risparmiare al Paese 5 miliardi di euro, 100 volte di più dei 60 milioni che promette il decreto salva Italia sulle Province».

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IL 90% DEGLI ITALIANI PRONTO A RINUNCIARE ALLA PROPRIA PROVINCIA

– Ecco il sacrificio che vorrebbero fare i nostri lettori e pagare meno tasse: il taglio degli enti locali vale 5 mld. C’è riuscita anche la Grecia –

di Francesco Specchia, da “LIBERO” del 26/6/2012

   Urge vaporizzarle. Ieri il sito di Libero, al sondaggio «Siete disposti a rinunciare alla vostra Provincia per far quadrare i conti?» è stato letteralmente bombardato con un 92% di “sì” e un 8% di “no” (probabilmente un 8% costituito dei dipendenti delle province d’Italia sdraiati sul mouse a cliccare come pazzi); e di colpo il quadro è diventato chiaro. Cristallino.

   Quando si tratta d’estrarre il portafoglio, gl’italiani, del fiero campanilismo, dello Strapaese e «dell’antica rivalità tra Arezzo e Firenze sin dalla battaglia di Anghiari sei secoli fa…» ( ricorda il Corriere della sera), be’, di tutto questo alla fine, se ne fottono. La spending review finalmente ha avuto un sussulto d’orgoglio. E via via cancellerà le Province che non rispettano due dei tre criteri: popolazione di almeno 350mila abitanti, 50 comuni sul territorio e più di 3mila kmq d’estensione. Il governo è pronto, vivaddio, a spazzare via la metà delle Province italiane.

   E 44 delle 86 delle regioni a statuto ordinario, come riporta Il Sole 24 ore, potrebbero sparire per l’impossibilità di rispettare due dei suddetti tre criteri tecnici. Vecchia battaglia di Libero. Naturalmente quasi tutti gli amministratori si oppongono: con diffidenza i tacchini accettano l’invito al pranzo di Natale. Per certi versi è comprensibile.

   Da Lodi a Rimini Lodi ci aveva messo qualche secolo per affrancarsi da Milano, ora torna al punto di partenza; Rimini si stava appena godendo l’indipendenza culturale da Forlì che gli si prospetta -se va bene – almeno la riunificazione in una “grande Provincia della Romagna”; Vercelli, Asti, Biella, Verbano-Cusio-Ossola saranno cancellate tout court senza rendersene conto; Benevento è già choccata dall’accorpamento con Avellino; la Bat pugliese, dopo pochi anni, tornerà ad essere soltanto un prefisso da fumetti di supereroi (la bat-mobile, la bat-caverna…).

   Poi c’è la Sardegna, non compresa nel calcolo del governo. Che, però, grazie al referendum “anticasta” spinto dal governatore Cappellacci s’è espressa per il machete su privilegi e sprechi degli enti; e per la cancellazione delle Province del Medio Campidano, Carbonia-Iglesias, Ogliastra e Olbia-Tempio, e per l’abolizione delle storiche di Cagliari, Oristano, Nuoro e Sassari. Sarà, insomma, una superba ecatombe burocratica.

   Crolleranno tutti i campanili, alla prospettiva che almeno 5 miliardi di euro (almeno!) si potranno far risparmiare agli italiani che già tremavano alla prospettiva d’un punto di Iva in più. Certo, davanti al nostro sondaggio c’è pure chi offre alternative.

   Lo studioso lombardo Guido Podestà, presidente della Provincia di Milano, che commissionò uno studio della Bocconi sulla possibilità di abolire 4500 inutili enti intermedi invece dei propri uffici, sostiene la necessità di «riformare il sistema intermedio di governo: tagliare enti parco, consorzi, uffici periferici, agenzie regionali che spuntano come funghi, oltre agli statuti speciali delle Regioni, alcune delle quali devono essere accorpate».

   Per Podestà il risparmio sarebbe anche qui di 5 miliardi secchi: «50% dalla riduzione del numero delle Province, 50% dal miglioramento dell’efficienza delle Province, 2,5 miliardi dal riordino degli uffici periferici statali, 1,5 miliardi dall’abolizione di enti e agenzie strumentali». Tagli non lineari che vogliono trasformarsi in proposta di legge da parte dell’Upi ( vagliata -parrebbe- da Passera e Napolitano).

   Eppure servono davvero le Province? Perfino in Grecia, coi casini che hanno, sono riusciti a ridurre questi enti solidamente inutili pure lì, da 57 a 13; e hanno assottigliato la grande pancia dei Comuni diminuendoli da 1034 a 325. In Italia i politici hanno sempre ignorato l’insopprimibile esigenza dei cittadini di pagare meno tasse, e chissennefrega dei campanili. Ma da domani le cose potrebbero davvero cambiare (ovvio: finché non vedo non credo…). (Francesco Specchia)

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Amministrazioni – viaggio tra serbatoi di poltrone che nessuno è mai riuscito a eliminare

DIVISE DALLA STORIA O CREATE IN LABORATORIO PROVINCE, GLI ACCORPAMENTI (IM)POSSIBILI

di Sergio Rizzo, da “il Corriere della Sera” del 25/6/2012

-Enti a «testata multipla» e città rivali costrette a immaginarsi riunite per «sopravvivere» ai tagli del governo-

   L’hanno combinata davvero grossa, a Fermo. Anche lì volevano la Provincia e ne hanno ammazzate due. È una banalissima questione di numeri. Con 175.047 abitanti, 860 chilometri quadrati e 40 Comuni, Fermo non rispetta nemmeno uno dei tre parametri (minimo 350 mila abitanti, minimo 3 mila chilometri quadrati, minimo 50 Comuni) che gli potrebbero garantire la sopravvivenza, secondo il progetto del ministro Filippo Patroni Griffi.

   Il bello è che anche Ascoli Piceno adesso è nei guai: divisa praticamente a metà per consentire la nascita di Fermo, è destinata a dissolversi. A meno che i fermani, due anni dopo aver brindato alla nuova Provincia, non vogliano tornare indietro. In caso contrario, c’è sempre Macerata…

   E Lodi? Ci aveva messo qualche secolo per affrancarsi da Milano. Nel 1992, alla fine della Prima repubblica era riuscita ai lodigiani una impresa che nemmeno ai tempi del Barbarossa era stata possibile.  Poi, dopo soltanto vent’anni di «indipendenza», la più cocente delle delusioni. La Provincia di Lodi dovrà mestamente sparire. Tornando assieme a Milano. Corsi e ricorsi vichiani…

   Per non parlare di Rimini. Anche sulla romagnola s’era assaporato, in quel 1992, il miele dell’«indipendenza». L’indipendenza da Forlì, obbligata a una doppia concessione: mollare 27 Comuni a Rimini e allargare la denominazione provinciale a Cesena.

   Ma ora si dovrà fare marcia indietro. In una nuova grande Provincia romagnola che comprenda anche Ravenna? Chissà? Certo è che neppure il referendum con il quale sette Comuni dell’alta Valmarecchia già appartenenti alla Provincia di Pesaro Urbino fra cui San Leo – dove Cagliostro trascorse gli ultimi anni di vita in prigionia e una mano sconosciuta non fa mai mancare un fiore fresco nella rocca in sua memoria e ogni agosto ospita un imponente raduno di massoni – hanno decretato tre anni fa l’annessione a Rimini l’hanno potuta salvare. Ma tant’è.

   Comunque vada, un risultato la proposta di Patroni Griffi certamente la otterrà: quello di segnare una nuova era nella guerra dei campanili provinciali. In Emilia potrà rinascere una sola Provincia sui territori di Parma e Piacenza, come ai tempi dei Papi Farnese. E in Toscana, dove teoricamente potrebbe sopravvivere una sola delle Province esistenti, quella di Firenze, che ne sarà di Arezzo?

   Fiorentini e aretini si guardano in cagnesco dalla battaglia di Anghiari di sei secoli fa. Cruciale per i destini della Toscana e la supremazia di Firenze, fu poco più di una rissa da stadio, se dobbiamo credere a ciò che scrisse Niccolò Machiavelli: «Ed in tanta rotta e in sì lunga zuffa che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di ferite ne d’altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò».

   Pare certo che morirono più cavalli che cristiani, ma a Sansepolcro, ne potete stare certi, c’è qualcuno che ancora gli girano. Come siamo pronti a giurare che a Siena c’è chi non si rassegna al fatto che buona parte dei famosi «paschi» da cui ha preso il nome la grande e oggi ferita banca cittadina, il Monte dei paschi, siano finiti sotto giurisdizione grossetana. Rimpiangendo i fasti di quando i borghi maremmani erano cinti dalle mura senesi. Al tempo stesso, chissà quanti livornesi stanno ripassando in vista di un possibile matrimonio con Pisa la lista dei proverbi, cominciando dal più famoso: «Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio».

   Per tornare a epoche più recenti, da quando c’è l’Italia unita non c’è politico che non abbia fatto propaganda promettendo la Provincia. Non è trascorsa praticamente legislatura che non venisse proposta l’istituzione della Provincia di Melfi, rivendicando una vocazione storica della città lucana. «Onorevoli senatori, già nel 1866 Melfi e il suo circondario…».

   Nel 1866 il brigante Carmine Crocco, prozio dell’attore Michele Placido (che ne va fierissimo) che cinque anni prima aveva occupato e tenuto in pugno Melfi, era già in carcere, dove sarebbe morto nel 1905. Dopo Melfi fu la volta di Nola, «importantissimo nodo di transito e centro di confluenza e riferimento, già dall’antichità…».

   Quindi Aversa, Sibari, Sala Consilina, al Sud. Busto Arsizio, Pinerolo, Bassano del Grappa, al Nord. E Civitavecchia, nel Centro. Il massimo, però, erano le Province a testata multipla. Per esempio, quella della Venezia orientale: con due capoluoghi come Portogruaro e San Donà di Piave. O quella del Basso Lazio, capitali Cassino, Formia e Sora. Oppure l’Arcipelago Toscano. Ma il top è la proposta di creare la Provincia Ufita-Baronia-Calore-Alta Irpinia partorita da Lello di Gioia, nato a San Marco La Catola, nel foggiano, che allargò così gli orizzonti di chi ignorava l’Ufita: «Trattasi di un fiume lungo chilometri 49 che, nato dal monte Formicolo, affluisce nel fiume Calore Irpino che scorre fra l’Irpinia e il Sannio…».

   Dai e dai, alla fine le Province a testata multipla hanno superato il muro della diffidenza. Ecco allora Verbano-Cusio-Ossola. Ed ecco dunque Barletta-Andria-Trani, la mitica Bat. Dieci comuni in tutto, tre dei quali capoluoghi di Provincia. Gli altri sette, perché no?

   Nel 1861, all’Unità d’Italia, c’erano 59 Province. La loro estensione era misurata più o meno sul tempo necessario ad attraversarle completamente: una giornata di cavallo. Nonostante il declino degli equini per il trasporto umano, nel 1947 erano diventate 91. Mica poche, ma non c’erano le Regioni, che per quanto previste dalla Costituzione, sarebbero nate soltanto nel 1970.

   Dovevano sopravvivere giusto il tempo per passare il testimone a quegli enti, poi però nessuno ha avuto il coraggio di impartirgli l’estrema unzione, e sono rimaste spesso come formidabile serbatoio di poltrone, posti di sottogoverno e soldi. Quanti? Secondo il Sole 24 Ore , nel 2008 costavano 17 miliardi di euro, con un aumento di ben il 70% rispetto al 2000.

   Non limitandosi alla semplice sopravvivenza, si sono moltiplicate con rapidità sconcertante. Nel 1974 erano diventate 95. Nel 1992, 103. Nel 2001, poi, ci ha pensato la Regione autonoma della Sardegna, raddoppiando in un sol colpo le sue Province, da 4 a 8.

   E nel 2004 la stessa maggioranza guidata da Berlusconi, che ha vinto quattro anni dopo le elezioni promettendo di abolirle, ha completato l’opera portando il totale a 109 (Trento e Bolzano comprese). Con risultati esilaranti.

   La Provincia di Fermo, ancora: una specie di scissione dell’atomo che ha avuto come effetto la crescita improvvida dei consiglieri provinciali; dai 30 di Ascoli Piceno ai 24+24=48 delle due nuove entità spezzettate. Costo supplementare dell’operazione un paio di milioncini, per gradire.

   Quindi la Provincia di Monza e della Brianza, che ha fatto vacillare per un attimo il record negativo di estensione territoriale che apparteneva a Trieste: 212 chilometri quadrati. Con i suoi 363 chilometri quadrati copre la superficie di un quadrato di 19 chilometri di lato.

   Ma la Provincia italiana più cementificata (dice l’Istat che oltre metà del territorio non è più naturale) si salverà perché oltre a essere popolosissima (840 mila abitanti) ha 55 Comuni. C’è anche Arcore, residenza del Cavaliere… (Sergio Rizzo)

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PROVINCE ACCORPATE: COME CAMBIA LA TOSCANA

Di Giovanna Mezzana, da “Il Tirreno” del 24 giugno 2012

LUCCA – Potrebbe essere infilato nel decreto legge sulla spending review ed arrivare in consiglio dei ministri già martedì, il capitolo sul taglio delle province che – visti i nuovi criteri di accorpamento – ci consegnerebbe una Toscana irriconoscibile. Stravolta, scombussolata: su 10 province, solo Firenze avrebbe i requisiti per esistere.

   Questa volta il governo fa sul serio, perché sono le esigenze di cassa a imporre il diktat: tagliare per risparmiare. A livello Italia, il piano prevede una riduzione del 50% delle province: dalle attuali 107 a 54, e la Toscana salterebbe all’occhio come regione tra le più scompaginate.

   Ai già noti criteri della proposta Calderoli – popolazione superiore a 350mila abitanti e estensione oltre 3mila chilometri quadrati – necessari perché una provincia non sia spazzata via – se ne aggiunge un terzo: numero dei comuni superiore a 50; per sopravvivere, due requisiti devono essere soddisfatti. Dati i criteri, due sono le ipotesi più accreditate per la nuova geografia. Il Granducato a tre.

   È l’idea che l’Unione delle province toscane (Upi) ha illustrato alla Regione. Prevede una Toscana suddivisa in tre province che corrispondono alle tre aree vaste già utilizzate per programmazione rifiuti e raggruppamento delle aziende Asl. Avremmo: una provincia di centro con Firenze, Prato e Pistoia; una costiera con Massa-Carrara, Lucca, Pisa, Livorno; una sud-orientale con Arezzo, Siena e Grosseto.

   L’ipotesi metropolitana. Se, invece, il governo accelerasse sulla creazione delle città metropolitane (nel decreto il riferimento c’è), la Toscana diventerebbe a cinque: Firenze-città metropolitana, Massa-Carrara e Lucca accorpate, come Pisa e Livorno, Prato e Pistoia, e insieme Arezzo, Siena e Grosseto. Se però il criterio dei 350mila abitanti scendesse di poco (si parla di possibili oscillazioni), Arezzo avrebbe le carte in regola per stare da sola: auspicabile per l’Upi, per evitare il battesimo di una provincia-mostro che si estenderebbe tanto quanto le Marche.

   Il rischio? Che vinca il più forte. Gli organi amministrativi delle Province, dalla prossima legislatura, non saranno più eletti dai cittadini ma nominati dai Comuni che ne faranno parte. Il rischio, dunque, è che le aree più forti e popolose (esempio, Pisa) finiscano per egemonizzare le altre (come Livorno che dovrebbe esservi accorpata). «Non verrebbe garantita una legittimazione democratica, prevarrebbero i comuni più grandi e più forti» commenta Andrea Pieroni, presidente dell’Unione Province toscane. Gli effetti della rivoluzione. Dopo che saranno accorpate la Province, si farà altrettanto con l’intero apparato amministrativo ora dislocato su base provinciale.

   Prefetture, questure, uffici Inps, forze dell’ordine, camere di commercio e sedi della Banca d’Italia saranno razionalizzate in base ai nuovi confini. Con questure declassate a commissariati, comandi provinciali dei carabinieri guidati dai colonnelli che diventeranno comandi di gruppo sotto l’egida di un maggiore (perché l’intento è quello di eliminare le posizioni apicali in modo da avere maggiori risparmi).

   C’è chi ravvisa in questa operazione di taglio solo un maquillage: «Le camere di commercio rappresentano un elemento di scarso recupero di risorse – dice Roberto Nardi, presidente della Camera di commercio di Livorno – non godono di trasferimenti statali e presidente, giunta e consiglio insieme costano quanto un consigliere regionale».

   Timore esuberi. Tra i sindacati l’attenzione è molto alta: «Ha poco senso dire che sono 4.600 i dipendenti delle Province toscane – sottolinea Debora Giomi, segretario regionale Funzione pubblica Cgil – piuttosto analizziamo le funzioni che svolgono e i servizi che offrono: penso ai centri per l’impiego che ormai sono una sorta di ammortizzatore sociale». Intanto nelle questure, nelle prefetture, nei comandi dei vigili del fuoco si aspetta con ansia il decreto sui tagli.

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ALTRI POST SULL’ARGOMENTI TRATTI DA “GEOGRAFICAMENTE”:

https://geograficamente.wordpress.com/2011/08/28/il-necessario-ridisegno-territoriale-degli-enti-locali-di-creazione-di-citta%e2%80%99-al-posto-dei-comuni-di-aree-metropolitane-al-posto-delle-province-e-di-macroregioni-al-posto-delle-regioni/

https://geograficamente.wordpress.com/2011/08/15/l%e2%80%99abolizione-di-29-province-e-dei-piccoli-comuni-un%e2%80%99opportunita-per-una-virtuosa-%e2%80%9creazione-a-catena%e2%80%9d-di-modifica-della-attuale-suddivisione-geografica-istituzionale-c/

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4 thoughts on “La controriforma: LE PROVINCE RIMANGONO (seppur accorpate) – La sospensione di una trasformazione istituzionale territoriale sempre più urgente: la necessità dell’ABOLIZIONE delle PROVINCE, delle REGIONI, dei COMUNI – L’avvio dell’istituzione di MACRO-REGIONI, delle CITTA’ METROPOLITANE, e di nuove CITTA’ TERRITORIALI

  1. Ricardo Klement sabato 15 settembre 2012 / 11:18

    Molto più intelligente lasciare la geografia come sta, e invece snellire le strutture. Aggiornando in senso federalista le ottocentesche Deputazioni provinciali, un Consiglio formato da Prefetto, rappresentante della Regione e tutti i Sindaci eserciterebbe funzioni di snodo con costi minimi, restando quasi interamente eletto dai cittadini.

  2. Alex martedì 23 ottobre 2012 / 14:36

    L’abolizione delle provincie non servira a risparmiare, è solo un’operazione di facciata. Gli italiani-pecoroni-lettori di libero non si sono nemmeno presi la briga di capire cosa fanno le provincie prima di dire “Tagliamole!”… quando domani la scuola dei loro figli non verrà manutenuta piangeranno, quando le strade provinciali saranno un’ammasso di buchi piangeranno, quando il bracconaggio farà strage in montagna piangeranno ed infine quando cercheranno lavoro scopriranno che gli uffici di collocamento erano delle provincie… e ora devono andare dalle agenzie interinali che gli spilleranno una mensilità per un lavoro di 6 mesi!

  3. Sergio mercoledì 21 novembre 2012 / 13:04

    Gli accorpamenti dovrebbero essere simili a quelli previsti dai NUTS-1 dell’Unione europea: Nord-ovest, Nord-est (ma con il Mantovano e il Cremonese), Centro (con l’Abruzzo), Sud e, a parte, Sicilia e Sardegna. Macroregioni piuttosto uniformi (per popolazione, superficie, parametri economici) a cui assegnare lo status di regioni autonome. E Aosta, Bolzano e Trieste (comprensiva di Gorizia e Slavia friulana) come uniche province autonome (in virtù del bilinguismo fra italiano e francese/tedesco/sloveno).

  4. emanuele mercoledì 28 novembre 2012 / 20:46

    Io sono pescarese e proporrei di istituire un’unica provincia appennino-adriatica d’ Abruzzo con capoluoghi Pescara e L’Aquila.

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