L’Europa in difficoltà economica che esprime XENOFOBIA E ISOLAZIONISMO – la CRESCITA DEI MOVIMENTI NEOFASCISTI E RAZZISTI – Appoggiamo la campagna “L’ITALIA SONO ANCH’IO”, che chiede che finalmente sia riconosciuto lo IUS SOLI, cioè la cittadinanza a tutti i ragazzi nati e cresciuti nel nostro Paese

immagine ripresa dal sito http://www.fenius.wordpress.com

   Storici, economisti, filosofi… tutti all’unisono fanno notare i pericoli che la crisi economica che sta duramente colpendo l’Europa, possa provocare l’avvento di dittature e di fatti conflittuali rilevanti. Ciò viene dimostrato dalla crescita, ma potremmo meglio dire, da uno “stato di attesa” di partiti politici e movimenti xenofobi: sembra che stiano preparandosi ad “accogliere” la possibile grande mole di voti che, cittadini dei vari stati europei esasperati dalla crisi, dalla mancanza di un reddito sicuro, possono decidere di votare per loro, appoggiarsi a loro.

   E’ già accaduto nella crisi europea del secolo scorso, degli anni venti e trenta (interessante a questo proposito l’articolo che vi proponiamo per primo in questo post, dello storico ed economista Rony Hamaui, tratto dal sito “La Voce.info”). Pertanto rabbia e frustrazione molto spesso producono totalitarismi.

Nato in GRECIA nel 1993, ALBA DORATA non ha mai nascosto le sue simpatie per il regime dei colonnelli (1967-74) e ha un simbolo che nella grafica e i colori ricorda la svastica nazista

E intanto dalla Grecia alla Francia, dall’Olanda alla Finlandia, dall’Ungheria al Belgio…. stanno crescendo sempre più movimenti populistici e partiti neofascisti: e i loro adepti non sono, come si può pensare, anziani nostalgici. Né anziani, né nostalgici. Sono per lo più giovani (cioè i più colpiti dalla crisi e dalla mancanza di prospettive), persone poi che hanno lavori “in difficoltà”: come operai che lavorano nel sistema ora in  “declino industriale”, piccoli artigiani e commercianti sopraffatti dalla globalizzazione che ha tolto loro gran parte del mercato del lavoro.

   E i movimenti populisti si caratterizzano non solo per una scelta di estrema destra, antisemita come nella loro tradizione, autoritaria e fascista nel modo di governare, ma anche in contrapposizione ad ogni integrazione degli immigrati, e con un profondo odio nei confronti di ogni libertà religiosa (il rifiuto di ogni professione di fede islamica, seppur la più intima e personale, che qualcuno possa fare).

   Quel che vorremmo qui sottolineare è che eventi spesso gravi, catastrofici, tragici (come potrebbe essere un ritorno di un’Europa completamente in mano a razzisti e xenofobi, che se la prendono con ogni “diverso” da loro…) sono, questi eventi, frutto sì di situazione di disagio (prima di tutto economico) ma vanno anche affrontati, prevenuti, con politiche virtuose di comprensione tra etnie, di scambio reciproco, di mediazione intelligente quando può avvenire un conflitto per un motivo qualsiasi tra comunità o persone originarie del posto e immigrate. La gestione (mediazione) di ogni conflitto, individuale o collettivo che sia, fatta con intelligenza e “senso di ripristino della verità”, potrà evitare lo scatenarsi di ogni irragionevole conflitto interetnico. Per dire, se una baruffa tra condomìni causata da rumori eccessivi a tarda sera fa sì che chi li provoca sia una famiglia italiana, lo scontro sarà sì duro; ma se la famiglia imputata di rumori eccessivi è una famiglia straniera, è sicuro che la motivazione è data dalla loro origine straniera, e lo scontro viene considerato uno scontro etnico, una incomunicabilità “razziale”.

   In un contesto più largo, i movimenti neofascisti si caratterizzano inoltre per un nazionalismo esasperato e uno spirito antieuropeo che può compromettere la già debole costruzione di un’Europa politica.

All’elenco riportato qui sopra MANCANO: il Partito nazionale britannico, la neofranchista Democrazia nazionale spagnola, Alba Dorata in Grecia, i neonazisti tedeschi Republikaner, Dvu e Npd, il Partito nazionalista slovacco. E ancora, la Destra croata, i Radicali serbi, e il Partito neofascista Pamyat, trasversale nella ex Germania est e in Russia. (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

Per quel che riguarda l’Italia, ad esempio, del tutto assurdo e anacronistico (razzistico?) è il non concedere la cittadinanza italiana a ragazzi nati e cresciuti nel nostro Paese: che parlano e “pensano” pure nel dialetto del luogo, vivono come ogni altro ragazzo/ragazza italiani; e non hanno gli stessi diritti dei loro coetanei “italiani”, devono rinnovare il permesso di soggiorno, rischiano di doversene andare a 18 anni (difficile per loro figli di immigrati capire questo, e vivono questa condizione con sofferenza) (in questo post riprendiamo, verso la fine, la campagna “L’ITALIA SONO ANCH’IO”, che ha lo scopo di far pressione sul Parlamento perché finalmente conceda lo “ius soli” ai figli di immigrati nati e cresciuti in Italia).

Il FRONT NATIONAL è stato fondato in FRANCIA nel 1972 da Jean-Marie Le Pen, ed è oggi diretto dalla figlia Marine. Velatamente antisemita, raccoglieva alla sua nascita il supporto dei simpatizzanti della repubblica fascista di Vichy. Nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi del 22 aprile scorso ha raggiunto il 20 per cento dei suffragi

   Sarebbe interessante produrre una specie di manuale, nel “micro” e nel “macro” per mostrare quali possono essere gli strumenti di virtuosa mediazione per risolvere i conflitti, i disagi tra immigrati e italiani “originari”, in quest’epoca difficile di transizione (nel lavoro, nella società, nel modo di abitare…). Per trovare soluzioni affinché non si ripropongano condizioni nelle quali prevalgano forme di odio e di razzismo (e sviluppo di movimenti xenofobi) che non possono che provocare disastri già visti nel secolo scorso. (sm)

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LE CONSEGUENZE POLITICHE DELLA CRISI ECONOMICA

di Rony Hamaui, 28.06.2012, dal sito de “LA VOCE.INFO” (http://www.lavoce.info/)

   Negli anni Venti e Trenta del secolo scorso arrivarono al potere non soltanto il nazismo in Germania e il fascismo in Italia, ma si affermarono regimi autoritari in mezza Europa. La crisi economica e finanziaria ebbe un peso determinante nella creazione dell’ondata antidemocratica.

   Resistettero meglio i paesi con sistemi elettorali che prevedevano forti sbarramenti ai partiti minori. Sono fatti e dati che oggi devono tenere ben presenti i responsabili politici europei.

   Attorno al 1920 ventiquattro stati europei potevano definirsi democratici. Nel 1939 in tredici di questi aveva prevalso qualche forma di autocrazia, tuttavia anche nei rimanenti undici le istituzioni democratiche vennero minacciate in maniera più o meno severa da movimenti e partiti anti-sistema.

VENT’ANNI CHE SCONVOLSERO IL MONDO

Un colpo di stato militare abbatté le istituzioni democratiche in Bulgaria nel 1923 e in Portogallo, Lituania e Polonia nel 1926. In Jugoslavia il re Alessandro I abolì i partiti politici e prese in mano il potere nel 1929. In Grecia l’ingovernabilità del paese indusse il re a chiamare il generale Metaxas a governare il paese con l’appoggio delle forze di destra. Lo stesso avvenne due anni dopo in Bulgaria, questa volta per contrastare l’avanzata della destra.

   Anche in Austria nel 1934 il cancelliere Dollfuss assunse tutti i poteri per contrastare l’avanzata delle destre, che pochi mesi dopo lo uccisero. Lo stesso avvenne poco dopo in Latvia ed Estonia. (1) Questo per non citare il caso italiano e tedesco dove negli anni Venti e Trenta i partiti fascista e nazista presero il potere attraverso “libere” elezioni.

   Un’ampia letteratura storica, sociologica e politica è concorde nel ritenere che un simile scenario, per altro comune a molti paesi dell’America Latina, sia in buona parte imputabile alla crisi economica e finanziaria che ha colpito molti paesi in quegli anni. (2)

   A puro titolo d’esempio vale la pena ricordare che in Germania dopo gli anni di iperinflazione (1922-23) l’economia tedesca fu caratterizzata da un periodo di forte boom, il cosiddetto Golden Twenties (1924-28), seguito da una lunga recessione: nel 1932 il Pil si era ridotto di circa un quarto rispetto al picco del 1928 e i disoccupati erano saliti a oltre 6 milioni, dopo che il governo Hindemburg-Bruning aveva applicato una rigorosa politica fiscale e pesanti tagli alla spesa sociale.

   È solo in questa fase che il partito nazista, nato negli anni Venti, conseguì risultati veramente significativi.  Anche in Italia l’ascesa del Partito nazionale fascista segue un lungo periodo di crisi economica e recessione che va dal 1918 al 1921.

LA CRISI ECONOMICA, HITLER E MUSSOLINI

   Germania e Italia non furono terribili eccezioni ma la regola. Eccezionali furono tutt’al più le conseguenze, come ci ricorda il titolo di un recente lavoro di King, Tanner e Wagner: “Ordinary Economic Voting Behavior in the Extraordinary Election of Adolf Hitler”. (3)

   Certo il clima politico istauratosi dopo la fine della prima guerra mondiale con la punitiva pace di Versailles, i milioni di reduci delusi, la giovane età di molte democrazie, la paura del comunismo vittorioso in Russia e la spaccatura della sinistra giocarono un ruolo importante.

   Tuttavia come mostra un recente lavoro di Bromhead ,B. Eichengreen e O ‘Rourke (4), la prolungata crisi economica ha giocato un ruolo determinate nel portare al potere i partiti anti-sistema in un campione di 28 paesi e 171 consultazioni politiche.

SISTEMI ELETTORALI

Due ulteriori considerazioni ci insegna la storia. Primo, i paesi con sistemi elettorali che avevano un forte sbarramento all’ingresso ai partiti minori sono quelli che meglio hanno resistito alla crisi.

   Secondo non sono stati i disoccupati o i colletti blu, che avevano ammortizzatori sociali, a voltare le spalle alla democrazia, ma i così detti working poor e cioè i lavoratori autonomi, commercianti, piccoli professionisti, lavoratori domestici, che più erano stati toccati dalla crisi e votarono i partiti anti-sistema, quasi sempre di destra. (….)

P.S. In Grecia vi è stato un massiccio acquisto di armi leggere dagli USA. Il Portavoce del partito neonazista Alba Dorata ha assalito due parlamentari. La ricerca delle parole civil war, gun su Google sono aumentate. (Rony Hamaui)

(1) G. Capoccia, (2005), Defending Democracy: Reactions to Extremism in Interwar Europe, Baltimore, Johns Hopkins University Press.
(2) Stögbauer C. (2001), “The Radicalisation of the German Electorate: Swinging to The Right and the Left in the Twilight of the Weimar Republic, ”European ReviewOf Economic History 5; A. Diskin , H. Dikin, and R. Hazan “ Why Democracies Collapse: The Reasons for Democratic Failure and Success” International Political Science Review (2005), Vol 26, No. 3, 291–309
(3) King, G., Rosen, O., Tanner, M. and Wagner, A.F.!(2008), “Ordinary Economic Voting Behavior in the Extraordinary Election of Adolf Hitler, Journal of Economic History 68: 951596
(4) A. Bromhead ,B. Eichengreen and H. O’Rourke (2012) Right Wing Political Extremism in the Great Depression University of Oxford Discussion Papers in Economic and Social History Number 95, February

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EUROSCETTICI E XENOFOBI. IN EUROPA DILAGA L’ESTREMA DESTRA

dal sito http://www.blitzquotidiano.it/ 24/4/2012

   (…) Bisogna partire dal risultato della prima tornata elettorale in Francia per confermare un’avanzata della destra, che il Fronte Nazionale ha raggiunto il 20 per cento dei suffragi (….).

   E’ fuor di dubbio che la crescita elettorale del partito che fu guidato da Jean-Marie Le Pen e che ora è affidato alla figlia Marine è un segnale che va oltre il voto di protesta, ma segna – almeno per la fase contingente – una tendenza reale (e per molti osservatori inquietante) dell’elettorato. (….)

   Certo è che dall’Europa, in questa fase, difficilmente potranno scaturire modelli o ‘format’ politico sociali di riferimento per quella parte di mondo che con preoccupazione crescente vede l’affermarsi di idee che definire ultraconservatrici è un eufemismo, giacché spesso esprimono scelte macchiate di xenofobia e isolazionismo.

   Non solo nei confronti delle masse di immigrati dalle regioni più povere del Terzo mondo, ma anche della stessa Unione Europea, verso la quale lo scetticismo, in certi ambienti, è ormai quasi un abito mentale. Perché, sebbene per fortuna sia ancora a macchia di leopardo, l’ideologia di destra in Europa dilaga.

    Naturalmente, a misura della maggiore o minore rappresentatività dei partiti o gruppi politici interessati, si è di fronte a destre assai diverse tra di loro.

   Si va appunto dal partito dei Le Pen, che come baricentro può essere paragonato a quella che 40 anni fa in Italia si chiamava la ‘destra in doppio petto’ di Alleanza Nazionale, scaturita dal vecchio partito dichiaratamente neofascista Movimento sociale italiano (e oggi riconducibile a Ms-Fiamma tricolore, insieme a Forza nuova e Fronte sociale), al Partito nazionale britannico, favorevole alla violenza xenofoba, al fiammingo Vlaams Blok, di tendenze antieuropee e neocolonialiste, all’ungherese (anzi, ‘magiaro’) Partito della giustizia e della vita, alla neofranchista Democrazia nazionale spagnola, all’antieuropeo e antiturco Fronte ellenico, al partito Per un’Olanda vivibile, sorto alla memoria di Pim Fortuyn e recentemente affermatosi nelle elezioni comunali a Rotterdam, ai tre più inquietanti di tutti, data l’origine: i tedeschi Republikaner, Dvu e Npd, che si rifanno apertamente al nazismo e, ovviamente, considerano la Shoah una sorta di “spiritosa invenzione” dei soliti ebrei assetati di dominio planetario.

   Esiste anche un filone ultranazionalista dell’Est europeo, derivante da una reazione al comunismo che 22 anni dopo la caduta del Muro di Berlino non sembra attenuarsi. Ci sono così il Partito della Grande Romania, i russi neofascisti di Zhirinovski, il Partito nazionalista slovacco. E ancora, la Destra croata, i Radicali serbi, e il partito neofascista Pamyat, trasversale nella ex Germania est e in Russia. (da http://www.blitzquotidiano.it/ )

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L’EUROPA DEL POPULISMO

di Guido Caldiron, da “IL MANIFESTO” del 22/6/2012 (testo ripreso da  “EUROPA: ALLARME, SON NEOFASCISTI!” del n. 4/2012 di MICROMEGA, in edicola dal 21/6/2012)
Dalla Grecia alla Francia, dall’Olanda alla Finlandia passando per l’Ungheria e il Belgio: con la crisi del ‘modello Europa’ stanno acquisendo spazi e credibilità partiti e movimenti populistici di destra. Derive identitarie e xenofobe si presentano come ‘antisistema’ rispetto alle politiche iperliberiste, tanto da riuscire a catturare anche il voto operaio. Un’anticipazione di Micromega –

   Alla stregua di altrettanti segnali di pericolo seminati lungo il percorso della democrazia europea, i movimenti populisti, xenofobi e di estrema destra sono emersi nell’arco degli ultimi vent’anni evidenziando la trasformazione delle forme della rappresentanza politica ma anche la profonda crisi sociale che attraversava l’Europa.

   Prima dello scoppio della bolla finanziaria internazionale e della fase drammatica attraversata ora dalla zona euro, c’erano state l’avvio del processo di deindustrializzazione, le rapide trasformazioni produttive e l’avvento della globalizzazione: tutte tappe di un cambio d’epoca che ha lasciato dietro di sé molte vittime e che ha innescato anche una vera e propria crisi di senso nella società europea, di cui le derive identitarie e xenofobe non hanno rappresentato che la punta più estrema e visibile di difficoltà e timori molto più profondi.
Ma se già nella prima metà degli anni Novanta una nuova estrema destra si candidava a interpretare umori, preoccupazioni e identità sociali frutto del cambiamento in corso, cosa potrà accadere ora, di fronte alla crisi economica più grave dai tempi del crollo delle Borse del 1929? Uno scenario è già visibile, l’altro si va delineando ogni giorno di più dinanzi ai nostri occhi.

   In questi vent’anni nelle nuove destre – perché malgrado l’esempio greco del partito neonazista Chryssi Avghi, Alba doratala tendenza dominante non è segnata dal riemergere di gruppi o partiti «nostalgici», quanto piuttosto dallo sviluppo di forze nuove o dall’evoluzione in senso innovativo di vecchie formazioni radicali – hanno acquisito spazio e talvolta perfino credibilità, hanno dapprima svolto un ruolo «antisistema» nei confronti dei partiti e degli equilibri politici tradizionali, per finire poi talvolta col partecipare addirittura ad esperienze di governo dirette o indirette.

   Il populismo di destra ha finito così per dettare almeno in parte l’agenda politica generale su temi quali l’immigrazione e la sicurezza, le politiche urbane e quelle relative all’accoglienza. Il fenomeno che era stato all’inizio descritto come emergenziale e passeggero ha finito per mettere radici e i «partiti della protesta» sono talvolta entrati nella stanza dei bottoni o hanno, in ogni caso, finito per condizionare le scelte di chi vi aveva fatto ingresso.
Se questo è lo scenario del recente passato e questo il processo di progressiva «normalizzazione» cui si è assistito, il quesito cui ci si deve confrontare oggi riguarda inevitabilmente il futuro. Un futuro reso sempre più prossimo dai tempi della crisi che rischiano di far precipitare nello spazio di poche settimane, se non di pochi giorni, equilibri e costruzioni politiche in apparenza stabili e consolidati.

   La bancarotta finanziaria che minaccia l’Europa, e che già oggi lascia intravedere il rischio di una sorta di quotidiana bancarotta sociale, può offrire molte chance a movimenti e partiti politici che definiscono da sempre il proprio profilo all’insegna della crisi: una crisi da cui uscire restaurando gerarchie sociali definite in base alla cultura, alla lingua, alla religione, o grazie all’avvento di una palingenesi che rinnovi la società fin dalle sue fondamenta identitarie, o, ancora, all’idea che dalla crisi si possa scegliere a tavolino chi si salverà e chi no.
Mai come ora l’ipotesi di un’uscita da destra dalla crisi è stata possibile, o perlomeno è apparsa credibile a milioni e milioni di europei che hanno scelto di farsi rappresentare da questo tipo di forze populiste. Mai come ora la mappa politica dell’Europa è apparsa dominata dalla medesima soluzione cromatica e dall’esistenza, pur tra mille differenze e contraddizioni talvolta insanabili al proprio interno, di un fenomeno che affonda nelle stesse radici: paura, incertezza, rancore, talvolta vero e proprio odio.
Come ha segnalato Béatrice Giblin introducendo un recente numero della rivista Hérodote dedicato alle nuove destre europee, oltre alle specificità nazionali e ai diversi accenti ideologici che caratterizzano le formazioni populiste e radicali di questo tipo, si possono infatti individuare alcune comuni tematiche di fondo verso cui si cerca di indirizzare il malessere dei cittadini: «L’immigrazione musulmana, la globalizzazione, a cui vengono associati la deindustrializzazione e la crescita della disoccupazione, le politiche dell’Unione europea, accusata di essere responsabile dell’abbandono della sovranità nazionale sulla moneta e della crisi finanziaria del Vecchio Continente degli ultimi due anni».

   Una proposta politica che evidentemente si indirizza soprattutto verso i settori più deboli della società, specie il mondo del lavoro dipendente e degli operai, che hanno già pagato un prezzo altissimo alla ristrutturazione produttiva degli ultimi anni e che guardano al futuro con crescente incertezza. Non è un caso che la nuova destra raccolga oggi un po’ in tutta Europa la maggioranza del voto operaio e che i suoi leader, come aveva annunciato già all’inizio degli anni Novanta il filosofo Alain Bihr, nel suo libro Pour en finir avec le Front national, «sognino di ricomporre sotto le loro bandiere un movimento operaio ormai privo di punti di riferimento e di consapevolezza di sé». (Guido Caldiron)

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La battaglia per l’euro – La nuova rabbia antisistema

QUEI FIGLI DELLA CRISI EUROPEA SEDOTTI DALLA DESTRA XENOFOBA

– Dai neonazi di Alba d’oro agli ultra nazionalisti nordici –

di PIERLUIGI BATTISTA, da “il Corriere della Sera” del 19/6/2012

   Quelli della greca Alba d’oro sono nazisti che non si nascondono. Sono violenti, brutali, razzisti. Non si vergognano della svastica. Porteranno però il loro folto drappello nel Parlamento greco sospinti da un forte voto giovanile, da una cieca rabbia sociale che considera troppo «di sistema» persino l’estrema sinistra antieuro che pure ha conquistato quasi il 27 per cento.

   La reazione più sciocca sarebbe quella di liquidarli come un lugubre residuo del passato. Sono il presente invece. E rischiano di essere il futuro, se la pigra euroburocrazia priva di anima democratica non la smetterà di liquidare come populismo ogni richiamo alla sovranità popolare.

   L’estrema destra in Europa è un fenomeno variegato, riconducibile ad unità solo con una ipersemplificazione che acquieta la coscienza ma interpone un velo sui fenomeni di rigetto che la crisi dell’euro stanno producendo.

   Il fenomeno lepenista in Francia non è nuovo, ma è nuova la sua base sociale, che spesso coincide con la parte più marginale e diseredata della società, ed è nuovo il vastissimo seguito giovanile, che le società gerontocratiche e immobiliste care all’establishment europeo non riescono a comprendere e che invece un proclama di secessione con cui la gioventù messa ai margini sfida élite logore ed esauste.

   E in Germania, come ha scritto Der Spiegel, l’estrema destra oltranzista e nazistoide miete consensi ed esercita il suo potere intimidatorio anche verso la cancelliera Merkel. Chi critica, sia pur con ottimi argomenti, Angela Merkel, deve però tener conto che anche lei ha un elettorato in subbuglio, ispirato a un oltranzismo nazionalista che vuole rifiutarsi di pagare con valuta tedesca i debiti degli spendaccioni europei, per lo più identificati con la parte meridionale e mediterranea dell’Europa, quella meno incline ad accettare i parametri della potenza teutonica.

   Le democrazie europee possono morire per un eccesso di austerità e di rigore. Ma la democrazia tedesca potrebbe pagare un caro prezzo sulla sua destra xenofoba e intollerante se si mostra troppo accomodante con chi ha dilapidato la ricchezza con la spesa facile e gli immensi sprechi del passato.

   Certo è difficile e paradossale mettere nello stesso calderone i nazi greci che, vera nemesi della storia, si richiamano alla mitologia del Terzo Reich in odio all’ Europa e alla Grecia «germanizzate» e il partito di Le Pen oppure i partiti nazionalisti e antisistema che si fanno largo persino in Gran Bretagna, o la cintura di ultradestra che dal Nordeuropa alla Scandinavia promette di rifarsi a ideologie di stampo nazionalsocialista per dare una parvenza di ordine a forme semiparanoiche di rifiuto del Sistema, cioè della democrazia così l’abbiamo storicamente conosciuta.

   Ma è un fatto che stiamo assistendo a un’inversione di una tendenza che sembrava irreversibile. Prima i partiti del centrodestra moderato riuscivano a tenere a bada una frangia estremista più o meno forte ma pur sempre confinata in un recinto infetto. Oggi è il centrodestra moderato, in tutta Europa, a soffrire di spinte centrifughe che, assieme alla mediazione politica, rifiutano il mercato e la democrazia, la finanza, il capitalismo, la società aperta e liberale.

   Figli della crisi che travolge l’occupazione e il benessere degli europei? In parte sì, ma accontentarsi di una parte della spiegazione per decifrare il tutto dell’avanzata dell’estrema destra in Europa, dalla Francia alla Grecia, dalla Germania all’Olanda e alla Scandinavia, può risultare anche molto consolatorio.

   Anche in Italia c’è una sacca dell’elettorato di destra che ha bisogno di trovare uno sbocco a risentimenti e disagi, nelle fasce giovanili soprattutto. Non è detto che una Lega Nord di opposizione non possa recuperare una parte dell’appeal perduto con le grottesche vicende che hanno coinvolto la famiglia e il clan bossiani. O che il partito di Storace non possa avvantaggiarsi di una protesta molto dura che però non si indirizzerà mai verso gli approdi della sinistra.

   Sono solo ipotesi. Ma è difficile pensare che l’Italia, all’indomani della vittoria elettorale in Grecia, e con la conferma sostanziale di una radicata e diffusa simpatia lepenista in Francia, possa essere esente da questo fenomeno, anche grazie alla liquefazione del Pdl, sinora in grado di assorbire anche le pulsioni più estremiste: si è aperta in Europa una nuova, inedita storia. (Pierluigi Battista)

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CAMPAGNA PER IL RICONOSCIMENTO DELLA CITTADINANZA ITALIANA AI GIOVANI NATI IN ITALIA (IUS SOLI)

VEDI IL SITO:

http://www.litaliasonoanchio.it/

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MARIO, IL RAZZISMO E L’ORGOGLIO DEI NUOVI ITALIANI

-Dagli sfottò negli stadi alle piazze in festa per i suoi gol. Così Balotelli ha spazzato via decenni di stereotipi-

di GIAN ANTONIO STELLA, da “il Corriere della Sera” del 30/6/2012

   «Patria e mammà». Vedere Mario Balotelli precipitarsi a far festa alla madre e sentirlo parlare della maglia azzurra fa tornare in mente la chiusa di quella stupenda canzone che è «Foxtrot della nostalgia». Più italiano di così! Piaccia o no ai razzisti, la gioia esplosa l’altra sera nelle piazze per i gol fantastici di quel nostro figliolo nero ha spazzato via per un momento magico decenni di stereotipi.

   Capiamoci: lo sport è sempre stato un mondo a parte, su queste cose. Gli stessi tifosi juventini che tempo fa stesero contro «Super- Mario» lo striscione razzista «non esistono italiani negri», erano già andati in delirio per Edgar Davids e Lilian Thuram e avrebbero dato un occhio per avere Eto’o o Drogba. E quel Cavaliere che in campagna elettorale sospirava su Milano «città africana» ha riempito per anni il Milan di formidabili giocatori d’origine africana: da Frank Rijkaard a Ronaldinho, da Ronaldo a Cafu, da Serginho a Dida, da Clarence Seedorf a Ruud Gullit. Il quale, intelligente e spiritoso com’era, spiegò un giorno: «Se hai due miliardi in banca sei meno negro di un bianco povero».

   Sintesi perfetta che si ricollegava a un cippo del XIX secolo a.C. trovato ai confini col Sudan: «Frontiera sud. Questo confine è stato posto nell’anno VIII del Regno di Sesostris III, Re dell’Alto e Basso Egitto, che vive da sempre e per l’eternità. L’attraversamento di questa frontiera via terra o via fiume, in barca o con mandrie, è proibita a qualsiasi negro, con la sola eccezione di coloro che desiderano oltrepassarla per vendere o acquistare in qualche magazzino». Traduzione: negri «foera di ball», per dirla bossianamente, ma se fanno girare i dané…

   Eppure, a dispetto dei razzisti di «Stormfront» che dopo la visita degli azzurri a Auschwitz e la confidenza di Balotelli sull’origine ebraica della madre adottiva riempirono il loro sito di fetide ironie su SuperMario «negro ed ebreo», è falso che i neri siano del tutto assenti nella storia italiana. Non solo la nostra discendenza da una popolazione di origine abissina («Abissinia» è lo sprezzante soprannome con cui i razzisti chiamavano il quartiere londinese degli italiani) è stata sostenuta dagli scienziati Giuseppe Sergi e Luigi Pigorini almeno un secolo prima che il «Mondo di quark» raccontasse ai telespettatori la storia di Lucy, l’Eva primordiale nera.

   Ma tutta la nostra devozione popolare, da San Zeno di Verona a San Filippo d’Agira, da San Nicola da Bari a San Calogero da Agrigento, trabocca di santi, madonne e cristi neri così numerosi da spingere gli xenofobi americani a vederci una prova della «negritudine» dei nostri emigranti. Non a caso marchiati a lungo, negli Stati del sud, col nomignolo di «Guinea».

   E se SuperMario viene di colpo venerato oggi da chi magari fino a ieri lo vedeva come un corpo estraneo, c’è un nero italiano venerato da secoli. È San Benedetto il Moro, veniva da una famiglia di schiavi portati in Sicilia dagli arabi, si fece frate laico verso la metà del 1500 e pur essendo stato respinto nel suo sogno di dire messa (privilegio concesso ai neri solo molto ma molto più tardi) fu acclamato come santo patrono di Palermo nel 1703 e scelto come santo protettore di moltissime popolazioni nere sparse per il pianeta assai prima che Pio VII lo canonizzasse nel 1807.

   E come dimenticare, oggi, chi amò l’Italia fino a morire per lei? Andrea Aguyar, nato in Uruguay da una famiglia di schiavi neri, seguì Garibaldi al suo rientro e combatté fianco a fianco col condottiero, salvandogli la vita due volte, fino ad attirare l’attenzione dell’«Illustrated London News», che lo descrisse come «un ragazzo minuto, vestito con un cappotto aperto rosso e uno sgargiante fazzoletto di seta legato attorno al collo che copriva le spalle». Morì, colpito da una granata francese a Santa Maria in Trastevere, il 30 giugno 1849.

   Ed è un peccato, riparato parzialmente solo qualche mese fa con la dedica di una strada, che non ci sia anche il suo tra i busti al Gianicolo di tanti stranieri che combatterono per l’Unità.

   Quanto allo sport, vale la pena di ricordare almeno Leone Jacovacci, figlio di un agronomo romano che lavorava nel Congo belga e della figlia di un capotribù del Kinkenda. La memoria è corta, ma fu il primo pugile di colore che nel 1928 riuscì a conquistare il titolo nazionale ed europeo dei «medi». Racconta Mauro Valeri nel libro «Nero di Roma. Storia di Leone Jacovacci, l’invincibile mulatto italico » che la sua gloria, con il Duce al potere, fu di brevissima durata. Il giorno dopo il trionfo, Adolfo Cotronei s’incaricò di scrivere su «La Gazzetta dello Sport»: «Jacovacci è troppo nero per rappresentare l’Italia nel mondo».

   Sono passati, da allora, 84 anni. È cambiato il mondo, è cambiata l’Italia. A dispetto di Gabriele d’Annunzio che si spinse a definire gli africani «non uomini ma cani» e a declamare che «col calcio del fucile si fa del ceffo d’uno schiavo una cosa informe».

   Di quel macellaio di Rodolfo Graziani che arrivò a usare gli islamici inquadrati nell’esercito italiano per decimare nel ’37 tutti i preti e i diaconi cristiani etiopi a Debra Libanos. Di Julius Evola che su «Il Regime Fascista » scrisse di suo pugno nel 1940 scemenze come quella che anche «dopo anni di cessati rapporti con un uomo di colore, donne bianche possono dar la vita a un figlio di colore, in nuove nozze con persone di razza bianca». Delle teorie di Giovanni Marro su «La difesa della razza» intorno a «Giuda ebreo, Giuda negroide». Dei fumetti del «Corriere dei piccoli» che esaltavano le conquiste coloniali: «Con l’elmo in testa, senza dir né ai né bai / fieri parton Trilli e Trulli pei Tigrai».

   E poi a dispetto di chi come il deputato leghista Erminio «Obelix » Boso voleva «prendere le impronte dei piedi ai negri» o come Umberto Bossi e Roberto Calderoli (cavalcando il razzismo perché come dice Maroni «portava voti») chiamava i neri «Bingo-Bongo». Una storia lunga e brutta di razzismo. Per molto tempo negata e velata, nonostante le accuse di storici come Angelo del Boca, dallo stereotipo autoconsolatorio che «gli italiani non sono mai stati razzisti ».

   Una storia che ha pesato anche, nei suoi strascichi, su tutti i bambini neri che l’altra sera, pazzi di gioia per quei due gol straordinari di SuperMario, si sono sentiti un po’ più orgogliosi di essere loro pure italiani. (Gian Antonio Stella)

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IL FIGLIO STRANIERO

di Gad Lerner, dal sito http://www.gadlerner.it/  (30/6/2012)

   La costruzione dell’amore c’entra assai poco con la consanguineità. Lo sanno bene tante altre madri come Silvia Balotelli: tu puoi amare in quanto figlio il figlio di un’altra e al tempo stesso rispettare la complicata presenza di lei; sapendo che la parentela si cementa con più fatica al di fuori dalle convenzioni, ma che del resto neppure una famiglia cosiddetta “naturale” può reggersi solo sui buoni sentimenti.
Bisognerà finalmente imparare dai Balotelli che lo stesso vale per la cittadinanza, un vincolo comunitario che nulla ha a che fare con il sangue o il colore della pelle: si può essere italiani a pieno titolo portandosi dentro la reminiscenza di un altrove, di uno sbarco, di una diaspora, di un’ombra lunga.
Povero Mario Balotelli, nostro goleador arrabbiato, risalito dalla polvere agli altari! Troppi potenti meccanismi di identificazione circondano la sua statuaria ma acerba figura, trasformandolo in simbolo a prescindere da ogni tormentata sua volontà.

   Che ne sappiamo di cosa vogliano dire i tuoi primi quattordici mesi di vita trascorsi in un ospedale pediatrico di Palermo, con tre operazioni all’addome e solo le infermiere accanto? Forse potrebbe spiegarcelo mamma Silvia, ma giustamente non lo farà mai. Perché quando all’età di cinque anni il ragazzino affidato ai Balotelli, famiglia bresciana con villino in quel di Concesio, sbalordiva tutti all’oratorio di Mompiano salendo e scendendo dai tavoli senza smettere di palleggiare, lei già s’era fatta esperta in ben altra corsa ad ostacoli: le file interminabili all’Ufficio stranieri della Questura per rinnovargli il permesso di soggiorno.

   Nato in Italia, affidato a una famiglia italiana, Mario Balotelli ha dovuto attendere il suo diciottesimo compleanno per conseguire l’agognata cittadinanza. Era il 13 agosto 2008, ormai da un anno faceva il goleador nerazzurro in prima squadra a San Siro, e già i più beceri fra le tifoserie avversarie lo assediavano col grido capace di farti impazzire: “Non ci sono negri italiani”.
Quel giorno tanto atteso, al municipio di Concesio, col suo accento inconfondibilmente lumbard, Mario Balotelli tentò di spiegarlo: “Da straniero in Italia la vita è molto più difficile che per un italiano. Potrei farvi numerosi esempi: come quando si è costretti a fare delle code interminabili per recarsi agli uffici della Questura. Io l’ho fatto insieme a mia madre una sola volta e mi è bastato, lei per me lo ha dovuto fare decine di volte. Sapendo che sono nato in Italia e non ho mai vissuto fuori dall’Italia non è certo una bella cosa. E questo è certamente uno dei disagi minori”. Gli altri, possiamo immaginare, sono troppo difficili da raccontare.
Guardiamola e riguardiamola la foto dell’abbraccio fra Mario e Silvia Balotelli nello stadio di Varsavia. Pensiamo a quelle madri col figlio straniero, in fila per giornate intere. Possiamo sperare che almeno in onore del capocannoniere della Nazionale di calcio italiana, il nostro Parlamento approvi prima delle ferie estive la semplice normativa di civiltà vigente in quasi tutte le democrazie occidentali? Chi è nato qui o è arrivato in Italia da bambino, e ha compiuto fra noi il suo percorso scolastico, ha automaticamente diritto alla cittadinanza della patria adottiva.

   Il presidente Napolitano ha invano sollecitato che si colmi questa vergognosa lacuna di civiltà, ricevendo i promotori di una legge d’iniziativa popolare in tal senso. Le firme sono depositate in gran numero. Possibile che la destra resti così retrograda da opporvisi ancora? Possibile ignorare il significato delle lacrime di Mario Balotelli durante la visita degli azzurri a Auschwitz, lui che il razzismo lo assaggia di continuo sulla sua pelle?
Vietato farla facile. Lo stesso Balotelli non sembra avere nessuna voglia di fare l’eroe positivo; chissà, forse a uno come lui divenire il simbolo della seconda generazione d’immigrati pare una roba da “sfigato”. Se neanche il gol più strepitoso gli basta per appagarsi nell’esultanza (è una prova d’intelligenza sdegnare certe liturgie artefatte, non trovate?), e se l’istinto lo porta a strapparsi di dosso la maglia quando esplode un tumulto interiore, vorrà dire che la sua non è una bella favola, ma piuttosto un’immane fatica. Che neanche il gioco del calcio riesce a scaricare. Ci sono di mezzo quattro genitori e diversi fratelli, un equilibrio affettivo delicato, il vissuto difficile sempre in agguato, nessuna voglia di sopportare le provocazioni. Troppa roba, in neanche ventidue anni.
Però in quell’abbraccio multicolore di Varsavia tra un figlio e una madre che solo loro sanno davvero quel che hanno passato, in quella scelta di vita, in quell’amore, noi riconosciamo l’esistenza di un’Italia migliore, preziosa, dove padano fa rima con umano. (Gad Lerner)

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sull’argomento, su questo blog, vedi anche il post:

https://geograficamente.wordpress.com/2011/11/02/l%e2%80%99italia-sono-anch%e2%80%99io-%e2%80%93-essere-nati-e-cresciuti-in-italia-parlare-pensare-vivere-come-gli-altri-coetanei-italiani-ma-non-poterlo-essere-italiani-%e2%80%93-la-raccolta-di-fi/

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La GERMANIA e i tre muri d’Europa

I TRE MURI D’EUROPA

– Ecco perchè solo l’apertura verso “l’altro” può salvarci –

di ULRICH BECK (sociologo tedesco), da “la Repubblica” del 28/5/2012

(Anticipiamo parte del nuovo libro del sociologo. I rischi dell`ostilità contro stranieri, Islam e Bruxelles).
Proprio la minaccia esistenziale causata dalla crisi finanziaria e dalla crisi dell`euro ha reso gli europei nuovamente consapevoli di non vivere in Germania o in Francia, ma in Europa. La gioventù europea esperisce per la prima volta il proprio “destino europeo”: disponendo di una formazione migliore di quella di un tempo essa va incontro, carica di aspettative, al declino dei mercati del lavoro determinato dall`incombente minaccia di bancarotta degli stati e dalla crisi economica. Un europeo su cinque sotto i venticinque anni è senza lavoro.
Come il precariato accademico ha innalzato le barricate e fatto sentire la propria voce, così anche tutte le proteste dei giovani rivendicano soprattutto giustizia sociale. In Spagna, in Portogallo, ma anche in Tunisia, in Egitto, in Israele (a differenza della Gran Bretagna) queste proteste sono condotte in maniera non violenta, ma potente.

   L`Europa e la sua gioventù sono accomunate dalla rabbia nei confronti della politica che stanzia somme di denaro esorbitanti per salvare le banche e mette a repentaglio il futuro dei giovani. Ma se persino la speranza rappresentata dalla gioventù europea cade vittima della crisi dell`euro, quale futuro potrà mai esserci per un`Europa che diventa sempre più vecchia?
Di fatto la sociologia non se n`è proprio accorta; e ora come allora continua a operare e a elaborare le proprie riflessioni nella prospettiva di un nazionalismo metodologico. Considerando che in Europa le relazioni giuridiche e sociali sono vicendevolmente intrecciate e non possono più venire diversificate a livello nazionale, persino i conflitti nazionali scaturiti dalla disuguaglianza (come, ad esempio, nel caso della Germania) possono essere compresi solo tenendo conto della dimensione europea.

   Analizzando le situazioni dei singoli stati nazionali diventa pertanto imprescindibile fare riferimento all`Europa. Vedo tre processi sovrapposti che determinano una nuova effettiva minaccia dell`Europa per l`Europa.

   Innanzitutto l`ostilità verso gli stranieri; poi l`antisemitismo e l`anti islamismo; infine l`ostilità verso la stessa Europa. Il primo fenomeno non è nuovo e si manifesta di continuo. Rispetto all`antisemitismo noi sociologi siamo abbastanza tranquilli fintantoché rimane circoscritto in determinate zone marginali. Nel frattempo il problema ha però assunto dimensioni esorbitanti nella forma dell`antiislamismo. Gli avversari dell`Islam sono infatti riusciti a presentare il loro rifiuto della dimensione religiosa di determinati gruppi emigrati in Europa come una sorta di atteggiamento illuministico. In Germania è ben noto il nome di Thilo Sarrazin, ma non è il solo. In situazioni di crisi le file degli xenofobi, degli antisemiti, degli antiislamici e degli antieuropei si ingrossano, si sovrappongono e si inaspriscono vicendevolmente. Così facendo tra la popolazione si fa via via più labile il sostegno all`Europa, fino ad assumere proporzioni che non mi sarei mai immaginato.
Ma oggi in Europa ci sono almeno altri due esempi di politica della violenza che occorrerebbe ricordare: il colonialismo e lo stalinismo, ai quali viene di fatto riconosciuto un peso diverso. La memoria della colonizzazione è presente in maniera assolutamente marginale nella costituzione dell`Unione europea.

   Finora non si è affatto messo in luce né il significato che i paesi colonizzati hanno avuto nel processo di formazione degli stati nazionali all`interno dell`Europa, né quale significato hanno avuto i paesi postcoloniali nella formazione dell`Unione europea.

   Rispetto all`olocausto e allo stalinismo le cose sono diverse. Tuttavia la memoria del colonialismo potrebbe verosimilmente esercitare un ruolo  nell`atteggiamento dell`Unione europea di fronte agli eventi della primavera araba nei paesi nordafricani. Ci si dovrebbe domandare per quale ragione l`Europa non sfrutti la propria situazione particolare (ossia le sue tre memorie storiche) come fonte per nuovi orientamenti e progetti per il futuro.

   Rispetto alla Germania, ora come ora, posso solo pronosticare un amore inarrestabile per lo status quo. Siamo senz`altro uno dei paesi industrializzati più dinamici del mondo, e tra quelli più vincolati al mercato globale. Con la riunificazione si è però evidentemente esaurito ogni bisogno di cambiamento. Si fa strada, nell`agire e nel pensare, un atteggiamento di totale disimpegno.

   Persino in ambito scientifico le teorie che da tempo trattano della fluidificazione e dello sgretolamento dei rapporti sociali vengono recepite in maniera molto marginale. Le figure chiave tra gli intellettuali, la politica e la sfera pubblica nutrono un disinteresse incredibile di fronte a ciò che sta accadendo in ambito politico e intellettuale nelle altre regioni del mondo.

   Ma questa Germania disorientata, che ora come ora geme, tartaglia e pencola nella nebbia, non è caduta dal cielo. Elaborando la teoria della modernizzazione riflessiva e della società globale del rischio siamo riusciti a individuare un fenomeno che è diventato ormai di esperienza comune: la marcia trionfale della modernità radicalizzata genera una serie di effetti collaterali che demoliscono i fondamenti e le coordinate delle istituzioni e delle singole esistenze private, tramutandoli in elementi politici.

   Improvvisamente si fanno urgenti questioni come queste: a che cosa serve l`Europa? La crisi finanziaria mina alla base la democrazia? Ma pure: che cos`è la famiglia? Dal canto mio ho tentato di distinguere tra il “cosmopolitismo”, inteso come una teoria normativa e politica, e la “cosmopolitizzazione” come sviluppo de facto sociale.

   La cosmopolitizzazione, nelle varie forme in cui si realizza, può ad esempio essere descritta a partire dal caso del capitalismo fondato sull` outsourcing. In quel caso non si tratta infatti solo di una variante della globalizzazione, ma di una forma di cosmopolitizzazione in cui i lavoratori dei paesi ricchi, europei, si percepiscono come intercambiabili ed entrano in relazione diretta con l`” altro globale”.

   Questa relazione non è né un`interazione né uno scambio comunicativo, bensì una messa in discussione dell`interesse esistenziale dei lavoratori per un posto di lavoro sicuro. Da ciò deriva, seppur detto in maniera un po` diretta, un’ostilità economica che riveste un`importanza quotidiana per gli atteggiamenti xenofobi, antisemiti, antiislamici e persino antieuropei. Questa ostilità economica è una forma di cosmopolitizzazione priva di interazione e di comunicazione. Essa non ha nulla a che spartire con il cosmopolitismo filosofico, anzi, ne è l`esatto opposto.

   Nondimeno si tratta di una relazione nuova, molto concreta, in cui l`” altro globale” è pienamente presente in Europa, al di là di ogni frontiera, ed è al centro della nostra vita. Basandomi sulla distinzione tra cosmopolitismo e cosmopolitizzazione avevo creduto di poter dar vita a una discussione su tali forme di sviluppo, soprattutto in Germania, essendo il cosmopolitismo una delle grandi tradizioni tedesche.

   Nei secoli XVIII e XIX grandi pensatori – Kant, Heine, Goethe, Schiller e altri – discutevano del modo in cui il cosmopolitismo, il patriottismo e il nazionalismo potessero realmente rapportarsi l`uno all`altro. Mi ero figurato che la grande tradizione culturale tedesca, continuamente celebrata, potesse offrire lo spunto per ripensare l`Europa e la percezione di sé come nazione nell` epoca globale inunamaniera nuova e sorprendente. Devo però constatare che la Germania è completamente sorda a questo dibattito, che viene invece condotto in maniera assai vivace in molte altre lingue. (Ulrick Beck)

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Reportage

NORVEGIA, TRA I FANTASMI DELL’INNOCENZA PERDUTA

– Viaggio nel Paese che il petrolio ha trasformato nel più ricco d’Europa. E che con la strage di Utoya ha svelato la sua anima nera –

di ADRIANO SOFRI, da “la Repubblica” del 21/6/2012

OSLO – La Norvegia, o come essere ricchi e gentili in un’Europa impoverita e rancorosa. In cima alle classifiche sulla qualità della vita, la Norvegia ha accantonato e messo a frutto “per le generazioni future” centinaia di miliardi di euro, ricavati da petrolio e gas del mare del Nord, e nuovi enormi giacimenti sono stati scoperti nel mare di Barents.
Piove sul bagnato. Il 15 giugno l’istituto di statistica ha dato una notiziola: il surplus commerciale è cresciuto in un anno del 44,5 per cento, a 5,8 miliardi di euro, grazie all’aumento dell’esportazione del petrolio e alla vendita record, 120 milioni di dollari, dell’Urlo di Edvard Munch, unico esemplare su quattro in mano privata. In un altro famoso quadro di Munch c’è una donna sdraiata di traverso su un letto, vestiti e capelli in disordine, bottiglie vuote in primo piano. Si intitola “Il giorno dopo”.
   Dallo scorso 22 luglio la Norvegia sta vivendo il suo lungo giorno dopo. La sua triste icona è ora Anders Behring Breivik, seduto su un banco di imputato, vestiti e pettinatura pedantemente in ordine.
   Psichiatri e altri competenti di cose umane si sono affaccendati per mesi attorno a questa creatura misteriosa, o forse del tutto trasparente, e repellente. Non so se qualcuno abbia suggerito che Breivik sia anche uno della genìa degli sfregiatori di capolavori. Certo nessuna Gioconda, nessun Urlo, varrebbe le vite che ha spento o mutilato. Però l’impulso a squarciare una tela preziosa e custodita deve averlo mosso. Si può assicurarsi il proprio quarto d’ora fra i posteri sparando al papa, o sfregiando la Gioconda – o facendo strage di ragazzi in un isolotto pittoresco del lago di Tiryfjord. La tela che ha squarciato è un paese benedetto dal Creatore, che le assegnò mari e monti in una combinazione incomparabile – e poi, in una prodigalità supplementare, petrolio.
Il petrolio ha cambiato la faccia della Norvegia nell’arco di neanche quarant’anni, e ne ha fatto, da un paese bellissimo ma arduo e povero, il più ricco d’Europa e dei più ricchi al mondo. Un cambiamento così repentino ha pochi paragoni: e tuttavia quei quarant’anni sono stati abbastanza lunghi da far dimenticare a molti norvegesi in età, e oscurare agli occhi dei giovani, il passato recente.
La ricchezza si vede con gli occhi e si tocca con le mani nelle città norvegesi – ci arrivavo da un soggiorno ad Atene, dov’è la povertà a venirti addosso. Forse questa sensazione non è la stessa dei norvegesi, e ci si abitua più facilmente alla ricchezza che alla povertà. Un’amica, cui raccontavo quanto Atene sia fitta di mendicanti, mi ha risposto che anche Oslo: ce ne sono, a Oslo, rom rumeni soprattutto, ma lei non ha idea della differenza. Accanto al portone di un palazzo di Bergen c’è un giovane mendicante di bronzo, semisdraiato, coi piedi nudi e una mano sporta, cui un rifinitore ha infilato fra le dita una cicca. L’intenzione dell’opera è squisita – una targhetta avverte che “nessuno è soltanto quello che sembra ” – ma si ha l’impressione che il mendicante scolpito stia lì per supplire ai pochi veri.
Viaggiare in Norvegia, paese lungo, è una ininterrotta lezione di geografia, e di meteorologia, soprattutto. Prima del petrolio la ricchezza era l’acqua, e lo sarà dopo. Un paese che ha il sole di mezzanotte ha anche il buio di mezzogiorno, e la vita degli umani deve aver somigliato a quella degli altri animali che non seguono l’alternanza delle giornate ma delle stagioni, e passano dal lungo letargo alla lunga veglia.

   L’immagine classica della Norvegia mette assieme l’asperità della natura con la sua bellezza. L’opera degli umani ha teso a emulare la forza della natura, altre volte a risarcirsene con una grazia e perfino una leggiadria fiabesca: case di bambola, forme di eleganza raffinata, dalla prua a chiave di violino della nave di Oseberg alle stavkirke, le medievali chiese di legno, gesti inesorabilmente gentili, come le rose e le candele per le vittime di Utoya.
La Norvegia fissata dalla sua cultura, di Ibsen e di Hamsun, di Nansen e di Amundsen, era il paese povero: quelli restano i numi tutelari, ma il paese non è più il loro. A Oslo c’è un nuovo teatro dell’Opera, è un bellissimo iceberg di marmo di Carrara e quercia bianca, sale dall’acqua del mare al cielo; ma è anche colossale, e se non fosse per quel fiordo e per quel cielo sembrerebbe Dubai. Non c’è dubbio che passi un rapporto diretto fra petrolio e colossalità, e inverso fra petrolio e democrazia. In Norvegia la democrazia è esemplare. Ma una febbre leggera, un senso di precarietà se non di colpa, corre anche sotto la sua pelle, inavvertita prima dello sfregio di Breivik.
La Norvegia povera, guardata come la parente povera e rozza dai suoi padroni di un tempo, danesi e svedesi, oggi invidiosi del suo tenore, ebbe già una incomparabile apertura verso il resto del mondo, e tenne un rango senza proporzione con la sua popolazione – che ancora non tocca i cinque milioni – dalla Società delle Nazioni alle Nazioni Unite. Allora si trattava appunto di aiutare i più poveri del mondo lontano. Era, per dir così, un'”adozione a distanza”. Nella quale pesano alla pari i due ingredienti: quello dell’adozione, e quello della distanza.
Fino all’avvento del petrolio gli stranieri poveri arrivavano in Norvegia per i disastri della storia, come i boat-people vietnamiti. Dopo, la Norvegia ricca è diventata una meta ambita delle migrazioni che investono tutta l’Europa occidentale: Oslo ha più del 25 per cento di cittadini di origine straniera (somali, i più temuti, iracheni, pachistani, afgani, ma anche svedesi, danesi, polacchi).

   L’adozione a distanza continua, e la Norvegia devolve all’aiuto internazionale risorse incomparabili con la generalità dei paesi sviluppati. E tuttavia gli stranieri arrivano qui, l’adozione diventa ravvicinata, e pone i problemi che dovunque solleva il vicinato fra diversi. La scelta multiculturale non è venuta meno, ma si è fatta via via meno ingenua e ottimista, e a volte si è indurita drammaticamente, come nel trattato di estradizione con l’Etiopia, “compensato”, nelle intenzioni del governo, da un raddoppio dell’aiuto allo sviluppo del paese: a spese dei richiedenti asilo e dei loro figli nati in Norvegia.
Negli anni recenti la destra che ha fatto più leva sull’ostilità agli stranieri, il Partito del Progresso (i nomi scherzano), aveva conosciuto un’ascesa forte, e scalzato il tradizionale Partito Conservatore (che si chiama Destra). L’impresa di Breivik, che aveva avuto una frequentazione del Partito del Progresso, ha contribuito al suo consistente declino. Il trauma della scoperta che quel feroce terrorista era “nostro” ha colpito il linguaggio del “noi e loro” fomentato dagli xenofobi. Fra i giovani socialisti uccisi o mutilati da Breivik non pochi erano di origini straniere. L’effetto dirompente che avrebbe avuto la strage se a commetterla fosse stato un terrorismo islamista – come in molti si sbrigarono a gridare – si è mutato nel suo opposto, e le indagini di oggi dicono di una migliore comprensione e simpatia reciproca fra norvegesi “di ceppo” e recenti e nuovi arrivati. Non è detto che sia un effetto duraturo.
La Norvegia fa eccezione nella situazione europea, e se i due referendum passati sull’adesione alla UE, pur favorita dai partiti maggiori, la videro respinta di misura, oggi la schiacciante maggioranza dei norvegesi la esclude, e un nuovo referendum è improponibile.

   I sondaggi danno alle prossime elezioni, nel settembre 2013, vincente il Partito Conservatore, nonostante il prestigio personale di cui gode il primo ministro laburista, Jens Stoltenberg. Il travaso di consensi dal Partito del Progresso al più rassicurante Conservatore mostra come la strage di Breivik abbia reso (provvisoriamente) meno presentabili le tesi xenofobe, ma al tempo stesso una preoccupazione rimanga.

   Interlocutori norvegesi mi dicono che la questione dei migranti non è la più sentita, e che prevalgono i problemi economici, la polemica sulle proporzioni in cui l’enorme reddito petrolifero va accantonato per il futuro, o vada invece speso per il goloso presente, ecc. Può darsi, e proprio fra maggio e giugno la Norvegia ha conosciuto, per la prima volta dopo 28 anni, forti scioperi dei lavoratori pubblici.
Ma può anche darsi che la Norvegia, così profondamente ferita, non abbia voglia di guardarsi fino in fondo nello specchio rovesciato dell’infamia del suo terrorista di buona famiglia. E’ la questione che sta al centro del processo che sta per concludersi a Oslo, cui ho assistito per alcuni giorni. Breivik – che è pazzo, e che non è affatto pazzo – appartiene anche alla genia degli sfregiatori: della bellezza, del lusso, della calma e del piacere. (Adriano Sofri)

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One thought on “L’Europa in difficoltà economica che esprime XENOFOBIA E ISOLAZIONISMO – la CRESCITA DEI MOVIMENTI NEOFASCISTI E RAZZISTI – Appoggiamo la campagna “L’ITALIA SONO ANCH’IO”, che chiede che finalmente sia riconosciuto lo IUS SOLI, cioè la cittadinanza a tutti i ragazzi nati e cresciuti nel nostro Paese

  1. Anonimo domenica 7 ottobre 2012 / 8:42

    Mi ahijado me hablo muy bien de esta pagina.
    En verdad esta bien hecha.

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