SIRIA, EGITTO, LIBIA, TUNISIA… la PRIMAVERA ARABA che sta vivendo situazioni diverse – il predominio islamista o liberista-occidentale superato dalla necessità di riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, di tutte le libertà democratiche individuali (di espressione, parità dei sessi, economiche, di mobilità…)

“EUROMEDITERRANEA 2012” HA PREMIATO AHLEM BELHADJ (NELLA FOTO), PRESIDENTE DELL’ ASSOCIATION TUNISIENNE DES FEMMES DEMOCRATES – La FONDAZIONE ALEXANDER LANGER, nell’ambito della manifestazione “EUROMEDITERRANEA 2012” (serie di eventi pubblici che si tengono a BOLZANO tutti gli anni nei primi giorni di luglio dedicati ai temi della convivenza, della pace, del rispetto delle culture…), ha dedicato l’ANNUALE PREMIO (a chi si è distinto nel mondo sui temi della libertà e dei diritti civili) ALLE DONNE DELLA PRIMAVERA ARABA ”e a tutte le donne che nel mondo lottano per più diritti, dignità e democrazia”. In particolare è stata premiata l’ “ASSOCIATION TUNISIENNE DES FEMMES DEMOCRATES” rappresentata dalla sua presidente AHLEM BELHADJ. “Associazione da sempre – dice la motivazione – attenta alla questione femminile, con l’impegno di tante donne forti sui diversi fronti dei diritti civili, della pace e della riconciliazione”

   Grande la confusione sotto il cielo della cosiddetta primavera araba: straordinario evento storico, politico, di popolazioni del mondo arabo (nato all’interno di quei paesi, senza alcuna influenza dall’esterno, e questo è l’elemento più positivamente rilevante); in quell’incrocio geografico che ha come baricentro il nord-Africa, il Medio Oriente e anche l’Europa (che un po’ sta a guardare quel che accade, come purtroppo si sta facendo con i massacri siriani di adesso, e un po’ ha avuto il coraggio di intervenire, come in Libia).

   Vi invitiamo a leggere in questo post gli articoli di vari quotidiani con studiosi che cercano di interpretare quel che sta accadendo in alcuni di questi paesi arabi maggiormente coinvolti nel processo popolare di trasformazione democratica che la “primavera araba” ha messo in moto.

SIRIA – “A TREMSEH UN MASSACRO” – 14 luglio: Gli osservatori delle Nazioni Unite sono entrati nel villaggio siriano di Tremseh, nella regione di Hama, teatro nei giorni scorsi di un MASSACRO IN CUI SONO MORTE TRA LE 150 E LE 250 PERSONE. Nel rapporto degli osservatori Onu si dice che i militari di Assad, dopo il bombardamento del villaggio, avrebbero effettuato un raid in “case specifiche” alla ricerca di “disertori e militanti”. “Trovato sangue nelle abitazioni, una scuola bruciata” (LA FOTO QUI SOPRA DELLA CITTA’ DI TREMESH BORBARDATA è stata ripresa dal sito France Diplomatie http://www.diplomatie.gouv.fr/en/ )

   La Tunisia cerca il rispetto dei diritti (e qui in particolare parliamo del più rilevante di questi diritti: la parità di condizione tra donne e uomini); l’Egitto sta vivendo una transizione istituzionale (nello scontro tra esercito, Fratelli mussulmani, e con l’effettiva marginalizzazione dei manifestanti di piazza Taharir, veri protagonisti della primavera egiziana); la Libia, ora con le elezioni vinte da un partito liberale terza via tra tirannide e integralismo islamico sembra il paese che meglio si avvia a una trasformazione democratica; e, in primis, la Siria, Terra-paese di massacri (di popolazioni inermi, di bambini…) e che sta andando sempre più verso una lunga sanguinosa guerra civile generalizzata (ora lo è già guerra civile) se non si troverà il modo di far uscire di scena il dittatore Assad, la sua famiglia e l’apparato militare (compromesso nella tirannide) che lo sostiene.

    Quel che ne viene, e che vede il mondo occidentale (noi) impossibilitato a stare a guardare inerme su quel che accade nelle sponde meridionali e orientali del nostro Mediterraneo, è la necessità di dare sostegno a tutte quelle donne e uomini, a tutte le associazioni politiche, culturali, religiose… che nel mondo arabo stanno portando avanti battaglie di diritti, cioè di riconoscimento concreto delle libertà individuali delle persone.

   Per questo ci sembra interessante il “metodo” proposto, riproducibile secondo noi in altri luoghi nostri, della Fondazione Alexander Langer che da Bolzano porta avanti una serie di iniziative, nei primi giorni di ogni mese di luglio, sul tema della pace, della convivenza (tra popoli e all’interno di ciascun popolo), e che ogni anno assegna un premio a persone (in particolare donne, e provenienti da aree “difficili” del mondo) che si sono distinte e si stanno distinguendo per azioni di riconoscimento delle libertà e dei diritti civili all’interno delle loro comunità.

   Per dire che ci appare meglio, in questo momento di grandi trasformazioni che le primavere arabe stanno ancora sviluppando (negative e positive), concentrarsi non tanto su chi vince le elezioni (quasi sempre partiti musulmani, ma non è detto che avranno la forza e la volontà di portare avanti politiche retrive integraliste sui diritti delle persone), bensì di dare spazio, riconoscimento a tutte quelle situazioni, movimenti, persone che si muovono su fatti concreti di parità tra sessi, di riconoscimento delle libertà di espressione, mobilità, dignità di vita.

   Per questo andrebbero incentivati “premi” da assegnare a personalità che esprimono questo cambiamento democratico, riconoscimenti da darsi come forza non solo simbolica ma politica che si attribuisce a chi lo riceve. E anche incentivare creazione di “gemellaggi” tra associazioni, nostre comunità, con alcune del mondo arabo che portano avanti contesti di vera democrazia. E sostegni formativi (borse di studio) di scuole e università a chi, nel mondo arabo, sta interpretando al meglio il virtuoso sviluppo e la realizzazione dei principi di libertà che hanno dato vita alla “primavera” un anno e mezzo fa. (sm)

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IL PREMIO LANGER

BELHADJ, DONNA NELLA PRIMAVERA TUNISINA

di Giuliana Sgrena, da “il Manifesto” del 27/6/2012

   “I diritti delle donne sono universali e devono essere condivisi sulle due sponde del Mediterraneo, ma ci sono stati momenti in cui si è preferito chiudere gli occhi sulle violazioni che avvenivano sulla riva sud. Noi continueremo a batterci per la libertà, l’uguaglianza, la dignità e la giustizia sociale”, ha concluso così il suo intervento Ahlem Belhadj, presidente dell’Associazione tunisina delle donne democratiche (Aftd) alla Camera (il 26/6/2012, ndr).

   L’AFTD è la vincitrice del premio Langer 2012 consegnato il 29 giugno a Bolzano, ma che, come ogni anno, ha avuto il suo passaggio istituzionale alla Camera dei deputati. L’incontro, promosso dalle deputate dell’ufficio di presidenza, è stato introdotto da Emilia De Biase, che ha ribadito l’impegno anche verso altre vincitrici del premio Langer, come Narges Mohammadi, in carcere in Iran.

   Quest’anno è stata la volta delle tunisine protagoniste della rivoluzione, fin dalle lotte che avrebbero contribuito allo scoppio della rivolta, in particolare con le donne del bacino minerario di Gafsa, nel 2008. Alhem ha percorso i quasi 23 anni della storia dell’AFTD: negli anni 80 contro quelle discriminazioni che ancora esistevano nonostante uno statuto di famiglia (del 56) molto progressista rispetto agli altri paesi dell’area.

   Alla fine degli anni 80 l’impegno per la conquista di spazi privati e pubblici “perché non c’è democrazia nel privato, se non c’è nello spazio pubblico”, sostiene la presidente dell’Aftd. Negli anni 90 l’impegno contro le molestie sessuali che ha portato al varo di una legge. Questo è un passato di militanza sotto il regime di Ben Alì che non concedeva nessuna libertà di espressione e di spostamento.

   E oggi? “Sono ottimista anche se inquieta, bisogna essere vigili. La realtà è molto complessa, abbiamo la libertà di parola e di spostarci, ma i grandi temi che riguardano la giustizia nella fase di transizione non vengono affrontati, come vorremmo. Occorrono riforme istituzionali per la democrazia. Per quanto riguarda i diritti delle donne abbiamo ottenuto le liste elettorali con il 50 per cento per genere e con candidatura alternata, l’eliminazione delle riserva con cui era stata firmata la Convenzione sull’eliminazione di ogni discriminazione contro le donne (Cedaw). Ma nello stesso tempo corrono voci sulla reintroduzione della poligamia, la possibilità di vietare il lavoro alle donne, di matrimoni forzati, persino di mutilazioni genitali femminili, di cui non si era mai sentito parlare in Tunisia”.

   Sono minacce allarmanti, soprattutto se i gruppi che oggi praticano la violenza contro le donne possono approfittare del lassismo del governo.

   Il premio Langer vuole tener vivo il ricordo di Alex, scomparso nel 1995, valorizzando espressione della società civile premiando associazioni o persone che si sono distinte per la libertà di pensiero e l’impegno sociale. Quest’anno il premio all’ “Associazione tunisina delle donne democratiche” è un gesto concreto di solidarietà con i protagonisti di una rivoluzione che rischia di essere svuotata dall’irruzione sulla scena degli islamisti. “Questo è un momento storico della Tunisia moderna”, sostiene Ahlam Belhadj.

   Ma la modernità dipende dai diritti delle donne: “Noi continueremo a lottare per mantenere quelli che abbiamo acquisito e per avanzare”. E per avanzare occorre ottenere la parità nell’eredità, cosa non facile perché gli islamisti si appellano alla Sharia (legge coranica). Nessun paese musulmano ha ceduto su questo punto perché rafforzerebbe l’indipendenza economica delle donne e quindi la sua libertà.

   Ma l’ottimismo di Ahlem Belhadj, accompagnata in Italia dalla prima presidente dell’Atfd Hédia Jrad e dal segretario generale Saida Rached, è contagiosa nonostante le pessime notizie che continuano ad arrivare dalla Tunisia. Sarà la sua trentennale militanza nella sinistra e per i diritti delle donne, portata avanti in tempi sempre difficili, a renderla così decisa a continuare a lottare con maggiore vigore.

   Sono proprio le donne con le loro lotte, la mobilitazione continua davanti alla costituente, dove hanno presentato delle proposte di articoli a favore dei loro diritti, ad evitare la deriva islamista.

   E noi cosa possiamo fare? “Non vogliamo niente, vi chiediamo solo di essere coerenti con i vostri principi e di difenderli anche per noi”, conclude Bettina Foa, del comitato scientifico della Fondazione Langer, ricordando la frase di una donna tunisina al parlamento europeo. (Giuliana Sgrena)

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INCUBO SIRIA, FRA STRAGI E MINACCIA CHIMICA

di Guido Olimpio, da “il Corriere della Sera” del 14/7/2012

   La Siria è stretta tra stragi quotidiane — l’ultima a Treimsa — e scenari futuri «da incubo». Fonti americane hanno rivelato al Wall Street Journal che i militari di Assad hanno portato fuori dai depositi quantitativi di armi chimiche. Movimenti probabilmente individuati dai satelliti spia e da informatori sul terreno. L’uscita dei carichi militari ha ovviamente suscitato allarme anche se non è chiara la ragione della mossa. C’è chi teme un uso dei gas contro i ribelli.

   Un colpo per continuare la pulizia etnica a danno dei sunniti. Gli israeliani, invece, pensano che siano state spostate perché non cadano in mano ai nemici. In alternativa è possibile che il regime voglia confondere le idee agli 007 occidentali e, al tempo stesso, lanciare un messaggio minaccioso.

   Anche se Damasco sa bene che il dossier è ad alto rischio. Washington sarebbe pronta a intervenire in Siria proprio permettere in sicurezza l’arsenale chimico. Un’operazione che potrebbe richiedere 75 mila uomini e che sarebbe stata anche al centro di esercitazioni in Giordania.

   La Siria, quanto a gas letali, è ben fornita. Li ha ricevuti negli anni 70 dall’Egitto e li ha poi sviluppati in modo autonomo o con l’aiuto dell’Iran. Uno speciale ufficio si è occupato di procurare le tecnologia — anche all’Ovest — e l’ha poi distribuita in una serie di impianti tra Aleppo, Homs, Hama, Dumayr e la capitale. Alcuni sono ospitati in installazioni militari, altri in aziende del settore civile. Questo però è il futuro. E può essere inquietante ma il presente non lo è da meno. Lo dicono le drammatiche notizie dalle città assediate.

   A Treimsa, vicino ad Hama, si è continuato a sparare con elicotteri e razzi. Al punto che gli osservatori Onu non sono potuti entrare per indagare sul massacro. Secondo le Nazioni Unite la strage sarebbe stata la prosecuzione di un raid condotto da forze aeree con elicotteri di fabbricazione russa (Mi 8 e Mi 24) accompagnato dal tiro dei cannoni. Incerto il bilancio: da 74 a oltre 200. Per gli oppositori si tratta di civili uccisi dalle bombe o pugnalati dagli shabiha, i miliziani del regime.

   Damasco, invece, ha prima sostenuto che l’eccidio è da imputare ai «terroristi», poi ha affermato che i morti erano dei ribelli (solo 50). Gli Usa hanno subito rilanciato l’idea di sanzioni dure. L’inazione dell’Onu in Siria equivale ad una «licenza di massacro» per il regime, ha affermato ieri sera il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. L’inviato Onu Kofi Annan ha aggiunto che ci «saranno delle conseguenze » perché l’eccidio viola le risoluzioni.

   Parole che indicano un colpevole e dovrebbero avere un seguito nei contatti al Consiglio di sicurezza dove gli occidentali insistono per un ultimatum di 10 giorni ad Assad. Ma in mezzo c’è la Russia, contraria. Ieri, nel condannare la strage, i russi hanno alluso alla coincidenza tra l’attacco e il dibattito all’Onu. Intanto hanno fatto ripartire la «Alaed», cargo che trasporta missili ed elicotteri per la Siria. Velivoli identici a quelli impiegati nell’attacco a Treimsa. (Guido Olimpio)

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SIRIA, OSSERVATORI ONU ENTRANO A TREMSEH TEATRO DELL’ULTIMO MASSACRO DI CIVILI

Beirut, 14 lug. – (Adnkronos/Aki/Ign)( http://www.adnkronos.com/IGN/ ) – Gli osservatori delle Nazioni Unite sono entrati nel villaggio siriano di Tremseh, nella regione di Hama, teatro nei giorni scorsi di un massacro in cui sono morte tra le 150 e le 250 persone.

   “I veicoli dell’Onu sono ora dentro il villaggio di Tremseh e il personale sta scattando foto nell’area”, ha detto l’attivista Abu Ahmed al-Hamawi all’agenzia Dpa. Tremseh, con una popolazione di settemila persone, è un villaggio a maggioranza sunnita e si trova vicino ad al-Qubeir, dove almeno 55 persone sono state uccise all’inizio del mese in un’operazione delle forze governative.

   Gli osservatori, come testimoniato dalle foto e dai video pubblicati in rete dagli attivisti , sono arrivati in mattinata in un’area a circa 6 km dal villaggio, dove sono stati avvicinati da decine di cittadini che volevano mostrare vestiti insanguinati e resti di proiettili. “Sono armi russe”, dice uno dei civili ripresi in un video.

   L’arrivo degli osservatori è stato confermato all’agenzia Xinhua da Sausan Ghosheh, portavoce della missione Onu in Siria, che tuttavia non ha fornito ulteriori dettagli sulla visita nel villaggio siriano. Secondo alcuni attivisti, il convoglio Onu è entrato scortato dagli uomini del regime.

   Intanto arrivano anche da Pechino importanti segnali di distanza dalle violenze perpetuate dal regime di Assad: la Cina “condanna con forza” il massacro di giovedì nel villaggio siriano di Tremseh, nella provincia di Hama, in cui sono morte almeno 200 persone. Lo ha detto Liu Weimin, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, chiedendo un’indagine approfondita su quanto è accaduto e una pena adeguata per i colpevoli. Per Liu, la ricerca di una soluzione politica per la crisi siriana si trova in momento cruciale.

   “Chiediamo ancora una volta a tutte le parti siriane di prendere misure adeguate per mettere fine a tutti gli atti di violenza, proteggere i civili e dare piena attuazione al piano di pace in sei punti di Kofi Annan, alla nota dei ministri degli Esteri del Gruppo di Azione per la Siria e alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza”, ha detto il portavoce.

   Parole forti provengono anche dalla Lega Araba che condanna la strage definendola un “crimine odioso“. Il segretario generale Nabil el-Araby parla di un caso di “pulizia etnica”, come nella precedente strage di Hula. Per el-Araby, la responsabilità della strage è del regime di Bashar al-Assad, che “usa armi pesanti per aggredire i civili”. In una nota apparsa sul sito della Lega, el-Araby chiede infine al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di adottare una risoluzione che obblighi Damasco a mettere fine alle violenze.

   Nel frattempo non accennano a diminuire gli scontri tra i ribelli e gli uomini di Assad. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani le violenze registrate oggi in varie località della Siria hanno causato 28 vittime tra miliziani e civili.

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IN LIBIA VINCE IL FANTASMA DI GHEDDAFI

di Mimmo Cándito, da “la Stampa” del 12/7/2012

   Potrà anche apparire come una beffarda ironia della Storia, ma la realtà è che questa sorprendente vittoria dei moderati in Libia è l’ultima eredità di Gheddafi. Si può legittimamente dire tutto il male che si vuole dei suoi 40 anni di violenze, tuttavia, quando vedremo sedersi sulla tribunetta del Parlamento non un barbuto seguace della Fratellanza Musulmana, ma un glabro signore di modi occidentali che, certamente, anche lui, ringrazierà Allah, e però poi farà riferimento ai valori della democrazia e al tempo nuovo che il suo Paese si appresta a vivere, ebbene, tutto questo lo dovremo a quel dittatore che aveva fatto della Libia un feudo personale.
E’ politicamente scorretto trovare qualche traccia perfino positiva nella vita e nella eredità di un dittatore. Ma la “serendipity” è una straordinaria avventura della complessità del reale, e se Jibril e la sua Alleanza di forze moderate hanno ora potuto guadagnarsi la maggioranza dei consensi elettorali, questo risultato nasce anche dal processo di laicizzazione che Gheddafi aveva guidato nella costruzione della sua Jamahiryia.
Le Primavere arabe hanno aperto un terreno di confronto dove, in ogni singolo paese, lo scontro più aspro ha sempre avuto come attore protagonista il movimento islamista: quale che ne fosse il nome, che si chiamasse Fratellanza Musulmana o Partito della Giustizia, era comunque un raggruppamento di forze, di personalità, di progetti, che puntava a raccogliere la maggioranza dei consensi grazie a una proposta che nel recupero politico della religione riusciva a sanare il vuoto identitario lasciato dal crollo dei vecchi regimi. In assenza di strutture politiche consolidate, e credibili, l’esercizio collettivo della pratica della fede era un rifugio dove i valori simbolici davano una confortante garanzia di fronte al rischio della palingenesi rivoluzionaria.
In Libia, questo non è avvenuto. A Tripoli, come a Bengasi, a Sirte, o anche laggiù nella calura sabbiosa di Sebha, il richiamo del muezzin riempie ancora i silenzi del cielo per cinque volte ogni giorno, e il venerdì nelle moschee il sermone dell’imam trova sempre orecchie attente; ma i quarant’anni di gheddafismo hanno posto la religione al margine della vita sociale, sostituendola con un costume che – pur senza ignorare l’Islam – privilegiava uno stile di vita tentato dalle abitudini e dalle fascinazioni del modernismo consumista.

   La caccia del regime a qualsiasi conato di formazione politica religiosa è stata spietata, e se pure a Derna, nel cuore antico della Cirenaica, s’era formato uno dei nuclei più intransigenti del jihadismo (la componente nazionale più numerosa del terrorismo qaedista è stata quella libica, in proporzione alla ridotta dimensione demografica del paese), un minimo di sospetto era sufficiente per finire i propri giorni nelle galere di Gheddafi.
Bastava comunque vivere le battaglie della Rivoluzione del 17 febbraio tra le file dei giovani twarr, un anno fa, dovunque, ad Ajdhabya come a Misurata o nella stessa Tripoli in rivolta, per capire subito come il grido che accompagnava la loro guerra – Allah u-akhbar, Allah è grande – non fosse per nulla un inno religioso, ma soltanto l’impeto liberatorio di una identità che accomunava clan, tribù, etnie, radici localistiche. E se pure qualcuno degli shebab rivoluzionari talvolta s’inginocchiava verso la Mecca, quella guerra era comunque anche per lui una guerra «laica», di libertà e di riscatto.
Due sono le componenti, sociali e politiche, che hanno retto la costruzione culturale di questo laicismo libico: un reddito relativamente alto, grazie ai proventi del petrolio, e una sorta di statalismo che nella fantasiosa struttura della Jamahiryia pilotava i rapporti tra il potere e la vita quotidiana.

   Naturalmente, tutto questo non vuol dire che Jibril non sia un fervente musulmano, né che dell’Islam non terrà conto nella costruzione del governo; ma la sua vittoria è anche la vittoria della complessità del reale nella vita dei popoli.  Che sopravvive anche quando le rivoluzioni ne cambiano il corso. (Mimmo Cándito)

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L’ intervista – OLIVIER ROY contro i luoghi comuni: i partiti islamici non sono nemici dell’ Occidente e quelli laici non sono davvero secolarizzati

«È LA PROVA CHE NEL MONDO MUSULMANO SI FA STRADA LA DEMOCRAZIA»

di Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 9/7/2012

– La Libia è un paese profondamente musulmano: non sarei sorpreso se si tornasse a parlare di sharia –

PARIGI – La vittoria in Libia dei liberali di Mahmoud Jibril, se confermata, sarà la prova che una terza via tra tirannide e integralismo islamico è possibile?

«Sì, anche se occorre fare attenzione a non sovrapporre alla realtà del Medio Oriente le nostre griglie di lettura. I liberali libici non sono liberali come li intendiamo noi: è sbagliato contrapporre da una parte Jibril, ai nostri occhi modernizzatore e secolarizzato, e dall’altra musulmani anti-occidentali e oscurantisti. Anche i liberali libici sono musulmani, e non sarei affatto sorpreso che prima o poi si tornasse a parlare dello spazio da riservare alla sharia, la legge islamica, nella Costituzione».

   Olivier Roy, 63 anni, islamologo francese docente all’Istituto universitario europeo di Fiesole, è moderatamente ottimista sugli sviluppi in Libia e nei Paesi confinanti toccati dalle rivoluzioni, Tunisia e Egitto.

Qual è la sua opinione sul vincitore, Mahmoud Jibril?

«Ha vinto perché ha saputo assecondare meglio gli interessi locali e tribali. Jibril ha avuto un anno di tempo, si è messo con grande pazienza a tessere rapporti e alleanze con i notabili e i capitribù».

L’ Islam resterà un fattore importante in Libia?

«Senza dubbio perché la Libia è un Paese molto musulmano, anche se l’ appartenenza religiosa islamica può prendere in ogni Paese forme diverse, e non necessariamente allarmanti per l’ Occidente. In Libia non ci sono minoranze cristiane, gli unici cristiani sono immigrati, l’apporto musulmano è storicamente molto forte. Prima di Gheddafi la Libia è stata una monarchia retta dalla dinastia dei Senussi, confraternita musulmana fondata alla Mecca nel 1837».

È l’ islam l’ elemento unificante del Paese?

«Non ce ne sono molti altri, la Libia ha sempre avuto il problema di definirsi come Stato nazionale, al di là delle appartenenze tribali, e per questo la tradizione religiosa e culturale islamica è essenziale».

Che cosa distingue allora i liberali dai Fratelli Musulmani?

«Soprattutto una maggiore capacità politica e il radicamento nel territorio».

Al momento della missione in Libia, un anno fa, abbiamo visto bandiere francesi e britanniche sventolare a Bengasi e non solo. Come si posizionerà la nuova Libia a livello internazionale?

«Credo che Jibril praticherà l’apertura all’Occidente, ma se avessero vinto i Fratelli Musulmani non sarebbe stata una catastrofe. Anche loro non sono ostili all’Occidente, e non lo è più persino Abdel Hakim Belhaj, il capo militare di Tripoli reduce dell’ Afghanistan».

Nessun tradimento delle primavera arabe quindi?

«Sotto l’aspetto dei rapporti con l’Occidente, direi di no. Questo è un dato che possiamo considerare come acquisito: nelle manifestazioni dei mesi scorsi e ancora oggi non si sentono i soliti slogan contro l’America o contro Israele. C’è stata una svolta, siamo passati dal tradizionale panarabismo anti-occidentale a un contesto più nazionale, patriottico. Tutti concordano sul fatto che la democrazia è una buona cosa, anche se non tutti ne danno la stessa definizione».

Sbaglia l’Occidente a identificare i Fratelli Musulmani con l’ integralismo islamico?

«A mio parere dobbiamo sforzarci di capire che le cose non sono così semplici. Salafiti e Fratelli Musulmani, per esempio, sono due movimenti entrambi di ispirazione religiosa ma in competizione tra loro. I Fratelli Musulmani stanno cercando una sintesi tra tradizione islamica e modernità. È difficile, naturalmente, ma ci provano. Non hanno minimamente contestato la vittoria di Jibril, nessuno ha neppure provato a parlare di brogli. C’è una nuova cultura democratica che si sta radicando, anche presso gli islamisti».

Pensa che Libia, Tunisia e Egitto siano sulla buona strada?

«In nessuno dei tre Paesi c’ è una forza preponderante capace di governare da sola, e questo è un bene. In Tunisia, per esempio, la lotta tra presidente e premier si combatte secondo regole costituzionali, non attraverso le milizie. In Libia, Tunisia ed Egitto ormai c’ è questa idea che la democrazia e le elezioni sono inevitabili, che ci vogliono soluzioni politiche e costituzionali. A mio parere, abbiamo voltato pagina». (Stefano Montefiori)

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EGITTO E NUOVO PRESIDENTE

Tra i caffè del Cairo: incognite sulla presidenza Morsi e ruolo degli USA

DOPO IL FARAONE L’ENIGMA DEI FRATELLI

di ROBERTO FONTOLAN, da IL MATTINO del 10/7/2012

   Il colpo di scena con il quale ha riconvocato il Parlamento ha suggellato settimane di tensioni istituzionali e frenetiche chiacchiere.

   Non si parla d’altro in questa città delle città, un conglomerato di tutte le storie faraoniche, romane, cristiane, islamiche che ci accompagnano da migliaia di anni. Lo senti pronunciare nel mezzo dei discorsi veloci e ritmati degli amici arabi. A volte in modo interrogativo, altre spregiativo; in alcuni prevale il sospetto, in altri il sospiro.

   E poi, titoli dei giornali, speaker televisivi, preti copti, commercianti, tassisti. Il nome sulla bocca di tutti è Mohammed Morsi, il nuovo presidente dell’Egitto, membro della Fratellanza Mussulmana, vincitore al termine di una competizione che ha via via eliminato candidati liberali e comunisti, membri del vecchio regime e gran signori di organizzazioni internazionali. Ancora oggi, a distanza di settimane dalla sorprendente vittoria si fanno tutti la stessa domanda: ma ci devo credere? Come è potuto accadere?

   Domanda buona sia per i sostenitori sia per i critici, e intuisci da che parte stanno dall’intonazione della voce. Ma è proprio così. E allora pur davanti alla millenaria storia di questo grande Paese, che dovrebbe indurre a un distacco simile a quello dei romani davanti ai papi, quel che è accaduto viene descritto con le parole che si riservano agli eventi epocali.

   Un “fratello” alla presidenza! Pensiero roboante, invadente, un chiodo fisso. Tuttora nei famosi caffè arabi ci si attarda nelle ricostruzioni dell’andamento della prima e della seconda tornata elettorale. E perché i liberali hanno perso, e renditi conto che i Fratelli sono a ben vedere una piccola minoranza (hanno preso cinque milioni di voti al primo turno, un decimo dell’elettorato), e non capisci che i vescovi copti hanno completamente sbagliato non spingendo i fedeli a votare per il migliore dei liberali, e guarda che l’esercito non mollerà oppure guarda che l’esercito dovrà mettersi d’accordo con i Fratelli (sui militari le opinioni si dividono equamente).

   E poi gli americani: che faranno? E soprattutto che fanno? Su questo punto, e cioè su quel che gli Stati Uniti vogliono davvero fare con questo Egitto, i cervelli cominciano a fumare. Ora è vero che nell’ultimo scorcio di decenni le campagne mediorientali degli strateghi di Washington non hanno brillato per lungimiranza, ma pensare che gli Usa hanno in realtà favorito la corsa dei Fratelli per allentare la pressione su Israele, che è l’unica cosa al mondo che in realtà interessa loro, sembra un po’ troppo e anche poco logico.

   E infatti chiedi di ripetere. Il tono della risposta è di quelli che punta a farti sentire uno sprovveduto: allora, seguimi bene: Gaza è governata da Hamas che è come dire Fratelli Musulmani, ci sei?; Gaza sta esplodendo e l’unico posto dove i palestinesi di Gaza possono andare è l’Egitto, ok?; fino a che c’era Mubarak il confine era pressoché chiuso, hai presente la famosa faccenda dei tunnel?; ma ora i Fratelli al potere al Cairo apriranno le porte ai fratelli palestinesi di Gaza, chiaro?; in questo modo Hamas non avrà più bisogno di scaricare su Israele le tensioni interne, che sono enormi, capito?

   Quando parli di America con un arabo le obiezioni sono inutili, tu non potrai mai capire quel che in realtà sta succedendo. E naturalmente anche sulle relazioni del Paese con gli Stati Uniti, da decenni avvolte negli ingentissimi budget da Washington forniti al sistema Mubarak, nei salotti cairoti c’è un gran discutere e argomentare. E’ vero che Fratelli e Casa Bianca stanno patteggiando? Perché, alle spalle di chi? Inevitabilmente il giro degli enigmi torna su Morsi.

   Il popolo egiziano, chi con speranza e chi per sfida, ogni giorno ripete l’elenco dei problemi: eliminare le impressionanti code per il rifornimento di benzina; migliorare la qualità e la distribuzione del pane; riportare i turisti alle Piramidi e a sharm; sistemare le strade e alleggerire il traffico; riportare la criminalità ai livelli minimi dell’era Mubarak; liberare i detenuti politici molti dei quali arrestati nel corso della rivolta e mai più rilasciati; diminuire la disoccupazione; cancellare la corruzione; proteggere la minoranza cristiana.

   Dopo trent’anni di regime occhiuto e immobile, ora è la frenesia del tutto e subito. Vediamoli all’opera questi Fratelli, dimostrino quel che sanno fare di storico per questo Paese dai settemila anni di vita. E lui, il presidente Morsi? Per i suoi primi cento giorni ha fatto molte promesse, impegna dosi a risolvere praticamente tutto il cahier des doleances degli ottanta milioni di connazionali.

   Non sarà facile per nulla. Fratelli Musulmani, Esercito, Corte Costituzionale: in questo triangolo si sta giocando tutto e le tensioni sono altissime. Una nuova Costituzione, e forse nuove elezioni parlamentari e forse nuove elezioni presidenziali: su tutto questo non c’è accordo, a meno di patti segretissimi e cospirazioni tra due componenti del triangolo ai danni del terzo.

   E c’è lo Stato, l’immenso e pachidermico Stato egiziano con i suoi milioni di dipendenti e la sua tentacolare burocrazia. Prima ferramente governato e ora scosso da fremiti pericolosi. Gli egiziani pensano che si vedrà presto quel che il nuovo presidente potrà e vorrà fare da come si muoverà nel palazzo presidenziale dove Mubarak ha regnato per trenta anni.

   Seicento persone di staff personale, spese illimitate, oltre novecento proprietà di pertinenza dell’ex rais e della famiglia (viaggiando in taxi per la città:”ecco quella è una villa di Mubarak, laggiù un palazzo della famiglia…”), i tre elicotteri e i nove aerei, i riti opachi di una corte abituata come tutte le corti a obbedire e tradire, a incatenare prima che a essere incatenata. Fratello Morsi, il Cairo ti guarda così. (Roberto Fontolan)

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Scontro ai vertici – La Clinton invita le parti al dialogo

SFIDA MILITARI-ISLAMICI: I GIUDICI EGIZIANI DANNO TORTO A MORSI

– Seduta lampo I deputati ieri si sono riuniti per 12 minuti: un gesto simbolico «Illegale la riapertura del Parlamento» –

di CECILIA ZECCHINELI, da “il Corriere della Sera” del 11/7/2012

   Il Parlamento egiziano eletto in inverno e a maggioranza islamica si è riunito per 12 minuti ieri mattina, in seguito al decreto presidenziale di riconvocazione emesso tre giorni fa dal nuovo raìs Mohammed Morsi, primo civile e primo islamico ad assumere tale carica. Una seduta simbolica, non contrastata dai soldati che dal 15 giugno impedivano invece ai deputati di entrare nell’ edificio. Quel giorno la Giunta militare al potere da quando cadde Mubarak aveva infatti disciolto l’ Assemblea, dopo il verdetto dell’ Alta Corte Costituzionale che la dichiarava illegittima perché eletta con vizi giuridici: il terzo dei seggi destinato agli indipendenti era stato occupato in gran parte da candidati dei partiti.

   Sul verdetto nessuna contestazione. Ma simili casi in passato avevano richiesto anni per arrivare a giudizio, avevano accusato in molti: questa volta la sentenza era stata emessa subito prima dell’ ormai probabile vittoria di Morsi, per isolarlo. E la decisione della Giunta di sciogliere poi l’ intero Parlamento, anziché invalidare i soli seggi «illegali», era stata vista come parte di un golpe bianco dei militari.

   Il recente decreto di Morsi che insisteva sulla legalità del Parlamento è stato invece interpretato come una sfida a generali e giudici. I primi hanno reagito solo con un vago appello «perché siano rispettate le leggi». L’Alta Corte tre giorni fa ha invece dichiarato «vincolante e definito» il suo verdetto di giugno e ieri si è nuovamente fatta sentire: «Il decreto del raìs con cui si riconvoca il Parlamento non è valido».

   Un pasticcio, un vero caos la cui soluzione sembra ancora lontana. Ma che non necessariamente, anzi è improbabile, porterà almeno nel breve a uno scontro violento, o come qualcuno teme a una guerra civile.  Perché la diffida della Corte non vuol dire che la prossima volta i deputati islamici (gli altri ieri non c’ erano) troveranno i blindati davanti all’ aula.

   La prossima volta, infatti, chissà quando sarà. Celebrata la doppia affermazione di autorità (decreto e riunione), Morsi si sta mostrando più arrendevole. Ieri il suo ufficio ha dichiarato di riconoscere la sentenza di giugno della Corte, «ne rispettiamo l’ autorità». Ma ha precisato che lo scioglimento effettivo del Parlamento è stato invece deciso dai generali, che in assenza di un presidente ne avevano assunto i poteri.

   Ora che il presidente c’è, ed è Morsi, è la sua legge che va rispettata. La Corte di Cassazione, finora estranea alle dispute, è stata chiamata ieri ad esprimersi su tale punto e fino al suo giudizio l’Assemblea non tornerà a riunirsi. Non siamo a una guerra civile, ma l’impasse è evidente.

   Perché due cose sono chiare ormai in Egitto, per ora. Che lo scontro tra l’opposizione islamica e la Giunta si sta combattendo a colpi di sentenze e decreti e non con fucili e blindati in nome di Allah o della sicurezza (ed è certo un bene, se si pensa alla Siria e ai quasi mille morti di Tahrir l’anno scorso). E che questa battaglia «legale» si fa sempre più confusa e accesa per il vuoto giuridico di un Paese da 17 mesi senza Costituzione, dove le due parti non riconoscono il potere e le leggi dell’ avversario.

   Anche Washington lo ha finalmente capito. Nei precedenti appelli un po’ minacciosi gli Usa intimavano all’Egitto di «rispettare le leggi» (anche loro), pena la fine degli aiuti miliardari versati ogni anno. Ieri Hillary Clinton, attesa sabato al Cairo, ha cambiato messaggio: «Urge tra le parti un dialogo intenso». Potrebbe essere l’unica strada. (Cecilia Zecchinelli)

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 INTERVENIRE IN SIRIA PER FERMARE I MASSACRI

IL DESTINO DEGLI INTERVENTI UMANITARI

di JOSEPH S. NYE*, da “la Stampa” del 12/6/2012

   Quando devono intervenire militarmente gli Stati per fermare le atrocità in altri Paesi? La domanda è annosa, una vecchia conoscenza. Che ora si rifà viva a proposito della Siria.

   Nel 1904, il presidente americano Theodore Roosevelt sosteneva che «ci sono a volte crimini commessi su così vasta scala e talmente orrendi» che dobbiamo intervenire con la forza delle armi. Un secolo prima, nel 1821, mentre europei e americani discutevano se intervenire nella lotta per l’indipendenza della Grecia, il presidente John Quincy Adams mise in guardia i suoi connazionali dall’«andare all’estero in cerca di mostri da distruggere».
In tempi più recenti, dopo un genocidio che in Rwanda nel 1994 costò quasi 800 mila vite e il massacro di uomini e ragazzi bosniaci a Srebrenica nel 1995, molte persone hanno giurato che non avrebbero mai più permesso che simili atrocità accadessero. Quando Slobodan Miloševic nel 1999 diede il via a una pulizia etnica su vasta scala in Kosovo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adottò una risoluzione nella quale riconosceva la catastrofe umanitaria, ma non era d’accordo su una seconda risoluzione sull’intervento, data la minaccia di un veto russo. Al contrario, i Paesi della Nato hanno bombardato la Serbia in un attacco che molti osservatori hanno considerato legittimo ma non legale.
In seguito, l’allora Segretario generale dell’Onu Kofi Annan creò una commissione internazionale per raccomandare le modalità che permettessero di conciliare l’intervento umanitario con l’articolo 2.7 della Carta delle Nazioni Unite, che sostiene la sovranità nazionale degli Stati membri. La Commissione concluse che gli Stati hanno la responsabilità di proteggere i propri cittadini e dovrebbero essere aiutati a farlo con mezzi pacifici, ma che se uno Stato ignora questa responsabilità attaccando i propri cittadini, la comunità internazionale potrebbe prendere in considerazione un intervento armato.
L’idea di una «responsabilità di protezione» (R2P) è stata approvata all’unanimità al vertice mondiale delle Nazioni Unite nel 2005, ma gli eventi successivi hanno dimostrato che non tutti gli Stati membri hanno interpretato la risoluzione allo stesso modo. La Russia ha sempre sostenuto che solo le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e non quelle dell’Assemblea Generale, sono vincolanti per il diritto internazionale. Nel frattempo, la Russia ha posto il veto alla risoluzione sulla Siria, e, un po’ ironicamente, Annan è stato richiamato e arruolato in un fin qui vano tentativo di fermare la carneficina.
Fino all’anno scorso molti osservatori consideravano nella migliore delle ipotesi l’R2P una pia speranza o un nobile fallimento. Ma nel 2011, quando il colonnello Muammar el-Gheddafi si preparava a sterminare i suoi oppositori a Bengasi, il Consiglio di Sicurezza invocò l’R2P come base per una risoluzione che autorizzava la Nato a usare la forza armata in Libia. Negli Stati Uniti, il presidente Barack Obama è stato attento ad aspettare le risoluzioni della Lega araba e del Consiglio di Sicurezza, evitando così i costi per l’immagine dell’America che l’amministrazione di George W. Bush dovette pagare quando intervenne in Iraq nel 2003. Ma la Russia, la Cina e altri Paesi ebbero la sensazione che la Nato sfruttasse la risoluzione per progettare un cambio di regime, e non solo per proteggere i cittadini libici.
In realtà, l’R2P ha più a che fare con le dispute sulla legittimità politica e la diplomazia che con il diritto internazionale in sé. Alcuni avvocati occidentali sostengono che comporta la responsabilità di lottare contro il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra ai sensi delle varie convenzioni del diritto umanitario internazionale. Ma la Russia, la Cina e gli altri sono riluttanti a fornire una base giuridica o politica per interventi come, ad esempio, quello in Libia.
Ci sono altri motivi per cui l’R2P non è stato un successo nel caso siriano. Derivata dalla teoria tradizionale della «guerra giusta» l’R2P non si basa solo sulle intenzioni giuste, ma anche sull’esistenza di una ragionevole prospettiva di successo. Molti osservatori evidenziano le importanti differenze fisiche e militari tra la Libia e la Siria che renderebbero problematiche no-fly o no-drive zone siriane. Alcuni siriani che si oppongono al regime del presidente Bashar al-Assad, pensando a Baghdad nel 2005, sostengono che l’unica cosa peggiore di un dittatore crudele è una guerra civile.
Tali fattori sono sintomatici di problemi più ampi in relazione agli interventi umanitari. Per cominciare, i motivi sono spesso misti (Roosevelt, dopo tutto, si riferiva a Cuba). Inoltre, viviamo in un mondo di culture diverse, e sappiamo molto poco di ingegneria sociale e dell’edificazione delle nazioni. Quando non siamo sicuri su come migliorare il mondo, la prudenza diventa una virtù importante, e le visioni arroganti possono rappresentare un grave pericolo. La politica estera, come la medicina, deve essere guidata dal principio «Primo, non nuocere».
Prudenza non significa che in Siria non si può fare nulla. Altri governi possono continuare a cercare di convincere la Russia che i suoi interessi sarebbero meglio serviti sbarazzandosi del regime piuttosto che permettendo la crescente radicalizzazione dei suoi avversari. Sanzioni più severe possono continuare a delegittimare il regime e la Turchia potrebbe essere persuasa a prendere misure più forti contro il suo vicino di casa.
Inoltre, la prudenza non significa che gli interventi umanitari sono sempre destinati a fallire. In alcuni casi, anche se i motivi sono mescolati, le prospettive di successo sono ragionevoli, e la sciagura di una popolazione può essere alleviata con costi modesti. Gli interventi militari in Sierra Leone, Liberia, Timor Est e Bosnia non hanno risolto tutti i problemi, ma hanno migliorato la vita della gente. Altri interventi – per esempio, in Somalia – invece no.
I recenti interventi su larga scala in Iraq e in Afghanistan, anche se non principalmente umanitari, hanno eroso il sostegno dell’opinione pubblica per l’azione militare. Ma dovremmo ricordare la storia di Mark Twain sul suo gatto. Dopo essersi seduto su una stufa bollente aveva imparato a non farlo mai più, ma questo valeva anche se la stufa era spenta.
Continueranno a esserci interventi anche se probabilmente saranno più brevi, coinvolgeranno forze su scala ridotta e si baseranno su tecnologie che permettono l’azione a una maggiore distanza. In un’epoca di cyber-guerra e droni, la fine dell’intervento R2P o umanitario è annunciata.

Docente all’università di Harvard e autore di «The Future of Power». Copyright: Project Syndicate, 2012. http://www.project-syndicate.org/[Traduzione di Carla Reschia]

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ANCORA SULL’EGITTO

Dopo l’elezione di Morsi alla presidenza

L’ IDEOLOGIA OSCURANTISTA DEI FRATELLI MUSULMANI

di Bernard-Henri Levy, da “il Corriere della Sera” del 27/6/2012

– La Primavera araba non è finita: la metà degli egiziani attende ancora un futuro di diritti – L’ islamismo «moderato» del presidente Morsi rappresenta poco più di un quarto degli aventi diritto al voto – È in corso una battaglia di cui nessun conosce l’ esito tra il blocco militare-islamista e chi crede ancora in “piazza Tahrir” –

   Non raccontiamoci storie. I Fratelli musulmani, il cui candidato ha vinto l’elezione presidenziale in Egitto, non sono una organizzazione democratica. Non erano sulla piazza Tahrir, al Cairo, agli inizi della rivoluzione. I Fratelli musulmani, impegnati in uno strano gioco dove i militari, pur di essere lasciati liberi di trafficare (in campo economico, finanziario…), avevano già abbandonato loro tutta una parte delle prerogative (sanità, educazione…) normalmente attribuite a uno Stato, hanno cominciato a fare di tutto per frenare il movimento di piazza.

   Ricordo – era ancora il 20 febbraio – un edificante incontro nel loro Quartier generale, in via El-Malek El-Saleh, con Saad al-Hoseiny, membro della direzione strategica della Fratellanza, la cui prudenza, per non dire l’ambivalenza o addirittura l’ostilità, saltavano agli occhi davanti alla domanda di diritti e di libertà che si elevava dal popolo insorto.

   Peggio ancora, non verrà ricordato mai abbastanza che l’organizzazione, di cui un pallido apparatchik sta accedendo alla testa della più grande nazione araba, è nata, alla fine degli anni Venti, come una setta totalitaria, di ispirazione nazista, e che il suo fondatore, Hassan al-Banna, non perdeva occasione di includere Adolf Hitler, dopo Saladino, Abu Bakr o Abdelaziz al-Saud, nella dinastia dei «riformatori» che con la loro «pazienza, fermezza, saggezza e ostinazione» hanno saputo guidare l’ umanità.

   Lungi dall’ esser lavato con il passare del tempo, questo «peccato di gioventù» ha continuato ad essere reiterato, confermato, teorizzato: Yusuf al-Qaradawi, guida attuale dei Fratelli musulmani e maestro, fra l’altro, di un certo Tariq Ramadan, non ha forse, nel gennaio del 2009 – in un intervento su Al-Jazeera, scoperto e diffuso dall’ eccellente Middle East Media Research Institute (Memri) – presentato Adolf Hitler come l’ ultimo nato dei «rappresentanti di Allah», che scendono regolarmente sulla Terra al fine di «punire» gli «ebrei» per la loro elevata «corruzione»?

   Desidero sottolineare, insomma, che ogni velleità di presentare l’ elezione di Mohammed Morsi come il segno, in un modo o in un altro, di una «avanzata democratica» o di un «progresso», sarebbe sconveniente o odiosa. Nel migliore dei casi, è la riproposizione del patto stretto, sotto Mubarak, fra le due forze che, da decenni, assoggettavano l’ Egitto e, nel peggiore, il trionfo di una linea «islamo-fascista» che il neopresidente ha tenuto a riaffermare, qualche ora prima dell’ annuncio ufficiale della sua vittoria, dando un’intervista all’agenzia iraniana Fars, in cui prometteva un nuovo «equilibrio strategico regionale»; cioè, per parlare chiaro, l’ instaurazione di un asse con l’ Iran e Hamas.

   Che dire di più? Ma nello stesso tempo… senza voler minimizzare la portata simbolica dell’evento, non sono sicuro, tuttavia, che esso significhi la fine della primavera egiziana. Per due ragioni. Sorvoliamo sul fatto che Mohammed Morsi abbia ereditato una presidenza di cui sta al Consiglio supremo delle forze armate definire profilo e poteri e che, al traguardo, finirà molto probabilmente con l’esser ridotta a una conchiglia vuota.

   C’ è un primo elemento che sembra sfuggire ai commentatori catastrofisti del dopo-elezione: una buona metà dell’ elettorato ha rifiutato, al secondo turno, di scegliere fra la peste post-Mubarak e il colera islamista new look. E c’ è un secondo elemento, correlativo: il peso, al primo turno, dei tre candidati (Hamdeen Sabahi, Amr Mussa, Abul Futouh) che, nel momento stesso della scelta, esprimevano il doppio rifiuto, nettissimo da parte dei primi, più incerto da parte dell’ ultimo, di un ordine politico in cui la sinistra eredità di al-Banna non faceva più legge.

   Concretamente, questo vuol dire che l’ islamismo sedicente «moderato» del presidente eletto rappresenta poco più del quarto degli iscritti. O meglio: che nell’odierno Egitto esiste un ampio «partito moderno» che, per quanto diviso, attraversato da contraddizioni, rappresenta la metà dell’ elettorato. Meglio ancora: che è in corso una battaglia di cui nessuno conosce l’ esito e che, come al solito, vedrà da un lato il blocco militare-islamista e dall’ altro il blocco inedito che, sebbene in ordine sparso, non rinuncia allo spirito, alla speranza, della Comune di Tahrir.

   Le rivoluzioni non sono eventi ma processi. Questi processi sono lunghi, conflittuali, disseminati di avanzate improvvise e indietreggiamenti scoraggianti. Ma nulla dice che nell’ Egitto di questo inizio secolo non si verificherà quanto già accaduto in altri grandi Paesi, eredi di civiltà immense e che hanno trovato il tempo necessario per generare il loro avvenire: la Francia, per esempio, che dovette sottomettersi a un Terrore, a un contro-Terrore, a due Imperi, a una Comune repressa nel sangue, prima di veder nascere la Repubblica.

   O i Paesi usciti dal lungo coma comunista e che procedono a tentoni verso una democrazia la cui prima tappa è stata il ritorno al potere, attraverso le urne, di un Partito comunista o, peggio, l’ apparizione di una chimera chiamata Putin, sinonimo di crimini che non hanno nulla da invidiare a quelli degli zar rossi del secolo scorso.

   Dovremmo rimpiangere la caduta del Muro, a causa della guerra in Cecenia? Il 1789 e la gloriosa Gironda, a causa dei massacri del Settembre 1792? Certo che no. Per questo, le «lezioni di tenebra» che ci arrivano attualmente dal Cairo non mi fanno rimpiangere il soffio della primavera di Tahrir. La promessa è sempre viva. La lotta continua. (Bernard-Henri Levy, traduzione di Daniela Maggioni)

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TRAGEDIE DELL’IMMIGRAZIONE: MEDITERRANEO MARE NEMICO (PERCHE’ MANCA UN’ORGANIZZAZIONE DI SOCCORSO?)

Immigrazione, tragedia tra Libia e Italia

si sono imbarcati a tripoli, volevano arrivare in Italia

«SENZ’ACQUA SU UN BARCONE, MORTI IN 54» TENTAVANO DI RAGGIUNGERE L’ITALIA DALLA LIBIA

dal sito http://www.corriere.it/ del 11/7/2012

– Unico superstite, un eritreo: «Calvario di 15 giorni, morti uno a uno». Soccorso nella notte barcone con 50 persone a bordo –

   Dopo la tragedia in mare, in cui sono morti 54 migranti, un’altra imbarcazione con a bordo 50 persone, tra cui 11 donne e una bimba di due anni, è stata soccorsa 60 miglia a sud di Capo Passero (Me) da un guardacoste veloce del gruppo aeronavale della guardia di finanza di Messina. Sull’imbarcazione di circa 10 metri, probabilmente proveniente dalla Libia, si trovavano migranti provenienti dall’area sub-sahariana. Gli immigrati, una volta trasbordati sull’unità navale della fiamme gialle, sono stati condotti al porto di Pozzallo. Si tratta del terzo sbarco di migranti in tre giorni nel Siracusano.

UNICO SOPRAVVISSUTO – L’evento più drammatico è stato reso noto martedì dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Attraverso la testimonianza dell’unico superstite, un cittadino eritreo, si è appreso che cinquantaquattro migranti sono morti nei giorni scorsi su un barcone in balia delle onde, in viaggio dalla Libia verso l’Italia. L’eritreo sarebbe il 55esimo passeggero dell’imbarcazione e avrebbe visto i suoi compagni di viaggio morire per disidratazione, «uno dopo l’altro», dopo un calvario di 15 giorni.

LA STRAGE – L’uomo è stato salvato dalla Guardia Costiera tunisina, lunedì notte. Subito trasportato in ospedale a Zorzis ha cominciato a raccontare la strage. Una tragedia, l’ennesima, che si è consumata nel canale di Sicilia. A fine giugno, lui e altre 54 persone, la maggior parte di origini eritree, si sono imbarcate su un gommone. Direzione: Italia. Dopo un giorno avrebbero cominciato a vedere le coste del nostro Paese. Poi i venti li hanno spinti indietro, verso la Tunisia. E, nel giro di pochi giorni, il gommone ha cominciato a sgonfiarsi. Il sole a picco, il mare, senza più una goccia d’acqua da bere. Molti hanno cominciato a morire per disidratazione, ha raccontato il superstite. Tutto sotto i suoi occhi. Ad andarsene anche tre parenti partiti con lui.

LE NAZIONI UNITE – Dopo le prime cure, rappresentanti dell’Unchr, l’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, hanno raccolto la sua testimonianza. «È una vera tragedia», ha spiegato T. Alexander Aleinikoff, vice alto commissario delle Nazioni Unite. Per poi aggiungere: «Mi appello ai comandanti delle imbarcazioni nel Mediterraneo affinché prestino la massima attenzione a possibili casi di migranti e rifugiati in difficoltà che necessitano di essere soccorsi. Il Mediterraneo è uno dei tratti di mare più trafficati del mondo ed è fondamentale che l’antica tradizione del salvataggio in mare continui a essere rispettata». Dall’inizio dell’anno a oggi circa 1.300 persone sono giunte via mare in Italia dalla Libia. Un’imbarcazione con 50 fra eritrei e somali sarebbe tuttora in mare aperto dopo che i passeggeri hanno rifiutato nelle ultime ore il soccorso delle forze armate maltesi. Nel 2012 fino a ora sono giunte a Malta circa 1.000 persone, in 14 sbarchi. L’Unchr stima che quest’anno siano circa 170 le persone morte o disperse in mare nel tentativo di giungere in Europa dalla Libia.

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TUNISIA

SE LA RELIGIONE MINACCIA I FIORI DELLA PRIMAVERA

di TAHAR BEN JELLOUN , da “la Repubblica” del 24/4/2012

   Quella che è stata chiamata «la rivoluzione dei gelsomini» sta trasformandosi in un’ erba infestante e  pericolosa. I tunisini si sono rivoltati perché non sopportavano più l’umiliazione quotidiana di una famiglia regnante autoritaria e corrotta. L’immolazione con il fuoco di Mohamed Bouazizi è stata la scintilla che ha fatto dilagare il desiderio di rivolta e di cambiamento.

   All’epoca, nel dicembre del 2010, nessuno parlava di islamismo. Quando Ben Ali lasciò Tunisi sotto la pressione della piazza, il mondo applaudì i primi passi di una contestazione che stava trasformandosi in rivoluzione. Era nata la primavera araba e l’Egitto di lì a poco avrebbe raccolto il testimone. Quello che nessuno aveva previsto è successo, in Tunisia o in Egitto: ad approfittare di questi sommovimenti sono stati gli islamisti, che non avevano promosso né preso parte alle manifestazioni di piazza dove a centinaia erano rimasti uccisi o feriti.

   È un paradosso che si sta generalizzando, dal Marocco allo Yemen passando per la Libia e il resto del mondo arabo. La primavera araba annuncia così una lunga stagione islamista, che potrebbe durare anni.

   La Tunisia, contrariamente all’ Egitto, non ha conosciuto movimenti islamisti di rilievo. C’era Ennahda, che Ben Ali aveva combattuto ricorrendo a metodi duri e violenti, pensando di sradicare il gene islamista di quella società che l’ex presidente Burghiba aveva avviato sui binari del laicismo e della modernità.

   E oggi ecco che Ennahda rinasce dalla sua assenza e militanti più estremisti si permettono di intervenire nella vita quotidiana dei tunisini. L’episodio del velo nelle università non è nuovo: tanto era vietato all’epoca di Ben Ali, tanto oggi è diventato un simbolo identitario. Le violenze all’Università della Manouba, per esempio, avvengono in un’atmosfera di repressione delle libertà.

   In questo momento si sta svolgendo un processo contro la televisione privata Nessma, che ha trasmesso il film Persepolis, dell’ iraniana Marjane Satrapi. Il direttore di Nessma è stato incriminato per «offesa al culto religioso», perché in quel cartone animato si vede l’eroina parlare in sogno con Dio, raffigurato con le fattezze di un uomo dalla lunga barba bianca. Ovunque nella società gli islamisti cercano di imporre la loro visione del mondo e di censurare i mezzi di informazione che non rispettano la rigida linea morale dettata da una concezione autoritaria dell’ islam.

   Delle ragazze senza il velo sono state aggredite in strada. Due giovani diplomati disoccupati, Ghazi el-Beji e Jabeur Mejri, sono stati condannati a sette anni e mezzo di prigione per offesa alla morale, diffamazione e turbamento dell’ ordine pubblico. Hanno dichiarato su internet il loro ateismo e pubblicato delle caricature del profeta. El-Beji è riuscito a fuggire, Mejri è in prigione.

   Questo Paese mediterraneo che ha subito l’influenza dell’Italia nella cultura e nel mondo di vivere oggi si trova immerso nella nebbia dell’ oscurantismo. Ma quello che dà speranza è che di fronte agli islamisti che aggrediscono, proibiscono e «moralizzano» c’è una società civile, guidata soprattutto da donne, che resiste a questo tipo di fascismo che inquina gli spiriti e riporta indietro le lancette del progresso, all’ università, nei mezzi di informazione o semplicemente per le strade. L’ impressione è che la «primavera araba» abbia abolito i dittatori per sostituirli con un ordine dello stesso tipo, ma che agita il vessillo della religione. (Traduzione di Fabio Galimberti) – TAHAR BEN JELLOUN

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AD AHLEM BELHADJ E ALLE SUE COMPAGNE È ANDATO IL PREMIO LANGER DI QUEST’ANNO

di GRAZIA BARBIERO, e dalla rivista on-line dell’associazione LibeRe

(articolo ripreso dal sito http://www.alexanderlanger.org/it/821  del 29/6/2012 
incontro alla Camera dei deputati con AHLEM BELHADJ

Di là del mare, sono soprattutto voci e azioni di donne che spostano le cose. Sono le donne il motore più forte dei processi di cambiamento che stanno ridisegnando le culture sociali, e di conseguenza la politica, le forme di governo nei paesi che si affacciano lungo le coste meridionali del Mediterraneo.

   Noi, impegnate in questo stretto passaggio della storia a dar vita ad una Europa in grado di porsi nel mondo globale come soggetto statuale forte e unitario, non possiamo trascurare quelle voci e quelle azioni che ci riguardano così da vicino. In fondo, questa attenzione non è che una costante della nostra vicenda storica e della nostra civiltà, e questo portiamo in dote all’Europa. In questi giorni, ha parlato al Parlamento italiano Ahlem Belhadj, psichiatra tunisina di 47 anni, protagonista con la sua associazione di una “Primavera araba” nata per l’opinione pubblica italiana solo di recente, ma in realtà attiva da ventitré anni, da quando la Tunisia è caduta nelle mani del dittatore Ben Ali.

   Da quel momento, le donne tunisine hanno avviato con un tempismo ignoto in larga misura in Europa, una lunga marcia civile in difesa dei diritti delle donne. Erano e sono convinte che il rispetto della dignità delle donne, la lotta contro ogni discriminazione di genere modifichi in senso positivo il quadro sociale promuovendo libertà e democrazia assieme ad una migliore qualità della vita di ogni cittadino. Ad Ahlem Belhadj e alle sue compagne è andato il Premio Langer di quest’anno.

   Alla conferenza euro-mediterranea di Barcellona del 1995, Alexander Langer aveva concepito un “progetto storico di lunga durata che rivalorizzasse quella grande eredità comune costituita dall’incrocio tra tre continenti, tre grandi religioni e fra tradizioni fortemente interrelate”.

   Purtroppo, quella “visione” fin qui non ha prodotto azioni significative in grado di dare nuovo valore a questo incrocio strategico. Ma resta la luce di una intuizione alla quale prima o poi sarà conveniente tornare, poiché è la sola, certa fonte di pace e di buone relazioni tra mondi diversi in un’area della terra da decenni sottoposta a tensioni fortissime e altrettanto disgraziatamente strategiche.

   La Tunisia, già nel 1957 aveva adottato il Code du Statut personell che aveva consentito alla tunisine il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali, tra i quali il divorzio, ben prima che la questione dei diritti facesse progressi in altri paesi del Mediterraneo meridionale.

   L’Associazione delle donne democratiche tunisine, che ha sempre protestato la sua indipendenza e la sua autonomia fondata su un femminismo militante, ha lavorato sui temi della uguaglianza e della cittadinanza in stretta relazione con gli obiettivi della democrazia e della separazione tra politica e religione. Sotto la dittatura, si muovono con altri movimenti del Maghreb e del Mediterraneo, e, in patria, si alleano a poche altre associazioni attive sul terreno dei diritti.

   L’Associazione conduce lotte politiche e giuridiche affinché siano applicate le norme delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le discriminazioni contro le donne. Intanto, il regime assumeva un carattere sempre più repressivo per vanificare le conquiste già adottate dalla legislazione.

   Non è solo una battaglia di principi: l’Associazione penetra la società, le sue militanti operano nei centri urbani accanto alle donne del popolo, creano un centro di ascolto per le vittime delle violenze, attivano partecipazione, creano consapevolezze sconosciute; in pratica alimentano le radici della Rivoluzione che, al suo scoppio, troverà una cultura di crisi pronta ad accoglierla e a sostenerla. (Grazia Barbiero)

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