GLI UFFICI POSTALI che vengono CHIUSI nei “luoghi diseconomici”: al loro posto è possibile pensare a una nuova GEOGRAFIA TERRITORIALE DEI SERVIZI che va inventata, creata (perché ogni paese, frazione, borgo, di montagna o di pianura, possa continuare a vivere veramente)?

   I pensionati di Onna, di Mirandola o di altri paesi terremotati rischiano di doversi fare chilometri con l’auto o con la corriera per andare all’ufficio postale; stessa sorte toccherà probabilmente a quelli di Cirella (Cosenza) dove gli anziani ancora portano le uova ai funzionari di sportello e tra poco dovranno farsi una quindicina di chilometri per arrivare all’ufficio di Platì, l’unico che rimarrà aperto nella zona. Stessa sorte insomma toccherà a 1156 uffici postali da chiudere, perché Poste Italiane li ritiene improduttivi: 174 sportelli in Toscana, 134 in Emilia, 100 in Calabria, 96 in Campania. A questi si vanno ad aggiungere 638 sportelli da razionalizzare. Ovvero? Come dice l’ad di Poste Massimo Sarmi verranno “convertiti”: nella migliore delle ipotesi diventeranno sportelli multiservizi (saranno un po’ anagrafe, un po’ ufficio postale, un po’ ufficio del comune, ecc), nella peggiore verranno aperti solo alcuni giorni a settimana.   Niente di definitivo al momento: Poste Italiane ha inviato il suo piano di riorganizzazione all’Agcom, allegando la lista delle strutture “anti-economiche” e l’azienda assicura che rimarrà tutto solo sulla carta. Ma l’ansia tra i cittadini serpeggia.

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   Oramai certi servizi locali offerti direttamente al cittadino, in un rapporto a “tu per tu” tra impiegato pubblico e cittadino, vengono sempre più razionalizzati: cioè ridotti, tolti, eliminati. Questo perché le esigenze e la “domanda di servizi” cambia nel tempo (per fare un esempio l’uso di internet ha ridotto la necessità di spedire lettere, oppure di recarsi in uffici comunali per certificati che si possono avere da casa, etc.). Ma, in primis, si nota, in questo momento che la geografia della scomparsa di uffici pubblici dal territorio (come nel caso adesso di possibile forte razionalizzazione degli uffici postali, ma anche delle sedi di tribunali, giudici di pace, etc.), questa scomparsa degli uffici pubblici è data dalla priorità di ridurre drasticamente i costi di servizi troppo onerosi (almeno in questo periodo storico di debito pubblico fuori controllo).

   Pertanto la notizia della eliminazione di 1156 uffici postali da certi piccoli comuni e frazioni isolate (specie in montagna e pedemontana), che potrà accadere nei prossimi mesi (possiamo anche togliere il verbo al condizionale…), mostra da una parte che la necessità di un nuovo approccio ai “servizi al cittadino” è cambiata (alcune esigenze non ci sono più…) ma che il motivo dominante e “unico” è quello di risparmiare sulla spesa del servizio. E allora “si toglie”, “si taglia”.

   E’ da parlarsi chiaro: dobbiamo essere consapevoli che i comuni, ogni realtà urbana, non potrà avere le risorse abbondanti di una volta; e che le tasse sono così alte che a volte c’è solo la possibilità che vengano tolti servizi che una volta si decideva di dare loro una funzione di “costo politico”: cioè almeno nel puro aspetto finanziario essi erano palesemente in perdita. Del resto questa riduzione è già in passato accaduta con servizi “più complessi”, come gli ospedali (già da una ventina di anni fa) o, prima ancora, le scuole elementari (che Giolitti ai primi del ‘900 volle che ci fossero in ogni borgo sperduto, anche di alta montagna, per sviluppare il processo di alfabetizzazione).

   Però quel che accadrà ora con la scomparsa progressiva degli uffici postali diffusi sui territori (perché questo non è che l’inizio…) è cosa preoccupante: fa sì che luoghi e strutture geografiche (le Poste) radicati nel DNA di ciascun peculiare paesaggio urbano, con alcune loro funzioni “sociali” (gli anziani che ritirano direttamente la pensione, senza imposizione di accrediti automatici; la possibilità che essi hanno, anziani, di andare presso l’ufficio abbastanza vicino a casa in un luogo comunque “famigliare”, dove conoscono l’impiegato, magari chiedono qualche consiglio sul risparmio, come impiegarlo…)… ebbene tutto questo sembra che debba scomparire del tutto (perché già lo è, quasi scomparso, ma non ancora del tutto).

   Se la modernizzazione e il risparmio sulla spesa (ammesso che sia vero) impone scelte drastiche che cambiano antropologicamente il vissuto delle relazioni sociali con gli enti pubblici di un luogo (le Poste, il Comune, gli uffici delle imposte, dell’Enel, del gas… di ogni servizio) è pur vero che va ripensato e progettato con un’alternativa credibile a quel “luogo di servizi” che viene estirpato in quest’epoca di globalizzazione: cioè è sufficiente l’accredito automatico della pensione con un prelievo in bancomat? (…e se voglio avere qualche informazione? … se quel luogo era un punto “di comunicazione” nel quale individuavo un impiegato, un funzionario di mia fiducia?…e pure un punto di “socialità”, dove trovare persone dello stesso quartiere, borgo, paese…); è sufficiente l’uso di internet dalle abitazioni (per chi ne è in grado, creando luoghi virtuali di comunicazione, come la mail o blog come questi, che francamente hanno tutti i limiti che possiamo immaginare…)?

   Già in passato studiosi, sociologi, avevano lanciato il loro grido di allarme per l’inizio della scomparsa che stava avvenendo nei piccoli paesi di montagna degli uffici postali (tra l’altro in un contesto storico di allora dove la funzione delle Poste era strategica nella vita di ciascuno; non come ora che le Poste cercano di vendere allo sprovveduto cliente un po’ di tutto: dai titoli finanziari, ai libri, giocattoli, telefoni, cd e non sappiamo che altro…). Perché, la scomparsa dell’ufficio postale locale significa appunto perdere la possibilità di un contatto diretto (raggiungibile, a piedi, in bicicletta…) con un luogo che dà “servizi”, in un contesto non anonimo ma di conoscenza diretta tra “fornitore” e “cliente”.

poste in montagna

Per questo, nella riorganizzazione dei servizi pubblici e semipubblici che ora sta avvenendo, e avverrà ancor di più nei prossimi mesi, è necessario che, se un servizio a diretto contatto con la persona (front-office si dice adesso) viene tolto, si pensi anche a come trovarne un altro altrettanto adeguato, dove il rapporto diretto “fisico” possa esserci ancora (e, perché no, essere migliorato).

   Gli “sportelli” sorti all’interno di alcuni municipi in questi anni su servizi chiusi localmente (enel, del gas, della camera di commercio…) hanno attutito un po’ la mancanza di contatto diretto (e del disservizio creato dalla sparizione locale); e si stanno dimostrando certo migliori dei fallimentari “call center” telefonici (un vero disastro); ma pensiamo che non sarà facile la collaborazione dei municipi, dei comuni (in crisi finanziaria e organizzativa) di farsi carico “di tutto” quel che sparirà (tra poco) in loco nel rapporto tra persone “utenti” e enti erogatori di servizi.

   Se è giusto accentrare il più possibile, in funzione di economicità ed efficienza, funzioni pubbliche (il cosiddetto “back office”) non a contatto diretto con le persone, è altrettanto necessario mantenere e (noi spereremo) diffondere sui territori i servizi che richiedono un “parlarsi diretto” tra utente e funzionario pubblico addetto. Pertanto in ogni luogo geografico “piccolo” ma storicamente, demograficamente, economicamente significativo, potrebbe essere mandato un operatore con compiti polivalenti di “parlare con i cittadini”, risolvere o aiutarli a risolvere ogni loro problema di ottenimento del servizio pubblico richiesto (del comune, dell’uls, dell’inps, dell’agenzia entrate, dell’enel…) aiutato (lui sì, nel suo ruolo di funzionario) dalle possibilità offerte dalla rete informatica a sua disposizione (un computer portatile, un collegamento a internet…) che lo mette a contatto con ogni centro specialistico di servizi.

   Pertanto, per tornare al tema di questo post, pensiamo che togliere gli uffici postali nei luoghi dove si pensa non siano “economici” sia una cosa da evitare, finché non si propone un’alternativa altrettanto valida (magari di servizi polivalenti) al luogo stesso. Buona allora l’idea delle Poste di salvare qualche ufficio postale “riconvertendolo” ad altri servizi essenziali: perché infatti, anziché vendere cose poco consone alla loro “mission” come fanno adesso, le Poste non forniscono servizi utili di altre amministrazioni pubbliche? (sm)

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POSTE, SPARIRANNO 1.152 UFFICI NEL 2012

di Giuseppe Vespo, dall’UNITA’ del 5/7/2012

   Ci sono anche i Comuni terremotati di Mirandola, Concordia e San Felice sul Panario, tutti in provincia di Modena, tra quelli che vedranno chiudere i propri uffici postali. Oltre al piano di riorganizzazione dei «servizi di recapito», partito in cinque Regioni con ampie ricadute sui dipendenti ( i sindacati stimano a regime migliaia di esuberi), la multinazionale delle lettere ha messo nero su bianco in questi giorni la propria spending review.
guarda la lista regione per regione: c’e’ anche l’ufficio vicino a casa tua?
UFFICI IN CHIUSURA
Un progetto che prevede per il 2012 la chiusura di 1.152 uffici postali e la «razionalizzazione», da intendersi come apertura ad ore o a giorni, di altri 634 uffici. Non esiste ancora una stima dei dipendenti interessati, ma se per assurdo ve ne fossero due per ogni agenzia sarebbero oltre duemila quelli coinvolti nella serrata e altri 1.200 nella razionalizzazione.

   Sul fronte dei risparmi, una stima provvisoria parla di un recupero per le casse delle Poste di circa venti milioni di euro. Briciole in un bilancio che conta un utile netto di 846 milioni di euro. Ad ogni modo, la settimana scorsa il nuovo piano interventi è stato messo su un documento elettronico excel dall’ufficio Risorse umane di Poste Italiane sotto il nome «Chiusure/Razionalizzazione».

   È facile immaginare che i sindacati si opporranno al progetto, sia a livello territoriale sia a livello nazionale. Anzi, proprio su questo fronte si potrebbe saldare l’unità delle sigle confederali, Slc-Cgil, Slp-Cisl e Uil poste. Slc e Slp sembrano sulla buona strada. Si vedrà nei prossimi giorni se anche la Uil sarà della partita. Del resto, l’unica cosa certa è che il piano ha tempi strettissimi, considerato che l’azienda presieduta da Massimo Sarmi prevede di portare tutto a compimento entro l’anno.

   Saranno coinvolti uffici periferici, per intenderci come quello di Castellabate, Salerno, divenuto famoso per il celebre film «Benvenuti al Sud», ma anche agenzie di Comuni medi o grandi. Oltre ai citati paesi colpiti dal terremoto, verranno interessati dalla prevista serrata diversi centri di tutte le Regioni: da Stelvio, Bolzano, a Granieri (Caltagirone, Catania), e poi ancora da Camogli, Genova, a Linosa, Agrigento.
RAZIONALIZZARE MONTECITORIO
Il piano non risparmia nessuno, nemmeno la «casta»: tra gli uffici oggetto di «razionalizzazione», ovvero per i quali è prevista l’apertura solo in alcune ore o in alcuni giorni, c’è pure Montecitorio: «Roma Camera dei Deputati». Anche gli abitanti di Exilles, paesino della Val di Susa conosciuto per l’antico forte e per il movimento No Tav, dovranno accontentarsi di un’agenzia aperta a singhiozzo.

   Quella prevista dalle Poste è una revisione della spesa che assomiglia a una ritirata dal territorio da parte dell’azienda maggiormente radicata nel Paese. È un po’ come se venissero chiuse le caserme dei Carabinieri, i più antichi presidi dello Stato. Sul sito del gruppo postale si legge che la mission è «diventare un’azienda di servizi ad alto valore aggiunto che, valorizzando i suoi asset fondamentali ed in particolare la presenza capillare sul territorio, soddisfi le specifiche necessità della clientela tutta (…)».
TAGLI AL RECAPITO
Ma in tempi come questi per ogni azienda, anche per quelle che vanno bene, le parole d’ordine sono «ottimizzare», «tagliare» e, appunto «rivedere la spesa». I sindacati pensavano di averla già vista la spending review in casa Poste con il piano di riorganizzazione del servizio «recapito» appena partito.

   Un pacchetto che prevede già il ridimensionamento dei centri di meccanizzazione postale – i nodi in cui viene smistata la corrispondenza – di Pisa e Novara, oltre ad una lista di esuberi riportata così dalla Slc-Cgil: 426 persone in Toscana, 429 in Emilia, 402 in Piemonte, 50 in Basilicata e 103 nelle Marche. Secondo i sindacati, quando quest’ultimo piano verrà esteso al resto del Paese, si potranno contare fino a 12mila dipendenti da considerare in eccesso.
Un’ipotesi che crea allarme: nei giorni scorsi Emilio Miceli, segretario Slc-Cgil e Mario Petitto, segretario Slp-Cisl, hanno scritto una lettera ai presidenti delle associazioni dei comuni italiani: Graziano Delrio dell’Anci, Franca Biglio dell’Anpci e Enrico Borghi dell’Uncema, sono stati sollecitati ad «un intervento presso Poste Italiane e presso l’azionista pubblico affinché non si dia seguito al progetto».

   Anche in questo caso, l’azienda ha predisposto tutto in tre documenti dai nomi inequivocabili: «Efficientamento e nuovi assetti», «eccedenze e reimpieghi capisquadra-recapito» e «consistenze stabilimenti». «Non abbiamo mai licenziato nessuno», ha risposto Poste Italiane sollecitata sul piano esuberi legato ai «servizi di recapito» e già partito in cinque Regioni. Se ci sono dei ridimensionamenti, fanno sapere da Poste Italiane, «il personale viene sempre rivalorizzato e riconvertito». (Giuseppe Vespo)

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IN MILLE PICCOLI COMUNI IL POSTINO MULTIPROPRIETÀ / I NUOVI FORZATI DELLA RACCOMANDATA ADDIO UFFICIO POSTALE PER MILLE PAESI

di Fabio Tonacci, da “la Repubblica” del 11/7/2012

   A Cirella di Platì, nel cuore della Locride, c’è ancora l’usanza tra gli anziani di portare uova fresche all’ufficio delle Poste quando si va a ritirare la pensione. Un omaggio. Perché quel piccolo sportello con l’insegna gialla è un punto di riferimento per la comunità, rassicura, “sa” di Stato e di legalità in una terra difficile. Eppure nei prossimi mesi rischia di chiudere.

   Stesso destino di altri 1155 uffici postali sparsi in tutta Italia. Lo prevede il piano di riorganizzazione che Poste Italiane ha inviato all’ Agcom, allegando la lista delle strutture “anti-economiche”. Si tratta di 1156 sportelli da chiudere, altri 638 da razionalizzare riducendo l’orario e i giorni d’apertura. Un bel guaio per i pensionati di Cirella, che senza il loro caro ufficio postale dovranno farsi mezz’ ora di macchina e una quindicina di chilometri di curve per arrivare a quello di Platì.

   Che però a sua volta è nella lista delle razionalizzazioni, quindi aprirà solo pochi giorni alla settimana, e a orario ridotto. La stessa beffa che potrebbero subire i 4 mila abitanti della Valle di Ledro, in Trentino. Se il piano sarà attuato , verranno chiusi gli sportelli di Pieve di Ledro e Bezzecca, lasciando solo quello di Mulina. Anch’esso ad apertura limitata. E qui le strade sono piuttosto in salita. Per arrampicarsi a Mulina bisogna prendere una corriera che passa solo due volte al giorno.

   Stesso “isolamento postale” causa chiusura di due sportelli lo avvertirà chi si trova nella Valle del Setta, soprattutto anziani e turisti. Sempre nel bolognese, tra Castel D’Aiano e Savigno, ne saranno soppressi almeno cinque, lasciando scoperta l’area. Sono le conseguenze di una lista elaborata solo sulla base dei costi/ricavi valutati caso per caso. E quindi dentro c’ è finito anche l’ ufficio di Onna, piccolo, sicuramente poco produttivo ma la cui sopravvivenza ha un valore nel paese più devastato dal terremoto dell’ Aquila. E lo stesso dicasi per San Gregorio, sempre in Abruzzo.

   O Mirandola, Concordia, San Felice sul Panaro, comuni terremotati in Emilia. Tutti nella lista. Ma il piano, in base al quale si ipotizza il taglio di 174 sportelli in Toscana, 134 in Emilia, 100 in Calabria, 96 in Campania, è al momento solo un piano. Ipotesi sulla carta. E rimarranno tali, assicura l’azienda. «Non li vogliamo chiudere – chiarisce Massimo Sarmi, amministratore delegato di Poste Italiane – Quel report è una lista che siamo obbligati a inviare ogni anno all’ autorità di riferimento, cioè all’ Agcom. Però sono sportelli effettivamente sotto i parametri di economicità, quindi per non tagliarli stiamo raggiungendo accordi con gli enti locali per trasformarli in centri multiservizi».

   L’ idea, dunque, è questa. Visto che il volume del traffico postale continua a diminuire (-10 per cento nel 2011 rispetto al 2010), gli uffici devono riciclarsi. «Per esempio offrire al comune di occuparsi della cartografia digitale – spiega Sarmi – per un piccolo ente costerebbe circa 5 mila euro. Oppure aprire al cittadino una serie di servizi a pagamento, come il rilascio di certificati anagrafici o la possibilità di saldare il ticket sanitario».

   Un ufficio postale, insomma, che per sopravvivere nel paesino di montagna si deve fare anagrafe, sportello comunale, centro multiutility. Nonostante le rassicurazioni, un po’ di preoccupazione nelle istituzioni si percepisce. L’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni italiani, ha ribadito la necessità che ogni chiusura o razionalizzazione avvenga «in collaborazione con gli enti interessati», e non unilateralmente. I sindacati del settore, Slp-Cisl e Slc-Cgil, promettono battaglia, anche perché sul tavolo della trattativa ci si sono anche 1763 esuberi nel settore “Recapito” («ma nessuno sarà licenziato», rassicura Sarmi). Accetteranno eventuali chiusure solo per situazioni di improduttività estrema, come nel caso dell’ ufficio postale di Capo Spartivento in Calabria. Aperto solo tre giorni al mese. (Fabio Tonacci)

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POSTE/VENETO: BOND (PDL), O RITIRANO PIANO O RITIRIAMO RISPARMI

20 Luglio 2012 – DAL SITO http://www.asca.it/

(ASCA) – Venezia, 20 lug – ”La situazione è insostenibile, non mi stupirei che in segno di protesta i cittadini alle prese con i tagli degli uffici postali ritirassero i loro risparmi una volta per tutte. Io sono pronto a farlo. Per questo chiedo alla giunta regionale di attivarsi su due fronti: da un lato dialogare con Poste Italiane per trovare una soluzione e dall’altro studiare delle alternative alla società, guardandosi attorno e cominciando a confrontarsi con altri soggetti in grado di garantire il servizio. Non esistono solo e soltanto le Poste”.
A dirlo è il capogruppo del Pdl in Consiglio regionale Dario Bond che nei prossimi giorni depositerà in Consiglio regionale una mozione dai toni preoccupati ma allo stesso tempo propositivi.
”Solo in provincia di Belluno gli uffici postali destinati alla chiusura sono 18 per non parlare delle riduzioni di orario. Lo stesso copione si legge nelle altre realtà del Veneto, soprattutto quelle più fragili, dalla montagna di Vicenza e Verona, passando per la Valsugana e il Polesine. In tutto 73 uffici postali. Una strage che non possiamo permettere”.
”In questi giorni mi sono confrontato con molti cittadini, dal Comelico ad Asiago passando per la Lessinia, e ho capito quanto la popolazione di montagna e delle zone periferiche continui a sentirsi vulnerabile di fronte a questo stillicidio di chiusure”, prosegue Bond. ”Capisco le esigenze di razionalizzazione ma queste non devono avvenire sulla pelle di chi ha gia’ problemi”.
Non manca una stoccata a Poste Italiane: ”Parliamo di una società che vuole abbandonare quei territori che l’hanno fatta crescere. Alle Poste sono transitati i risparmi dei nostri nonni e dei nostri genitori, spesso emigranti e sempre risparmiosi come formiche. Piccole e grandi fortune che hanno fatto crescere il Paese, pensiamo solo a quanta valuta straniera e’ stata immessa nel mercato interno. Il fatto e’ che le Poste continuano a essere un centro importantissimo soprattutto in quei paesi piu’ lontani dove non ci sono istituti bancari”.
”Il paradosso, infatti, è proprio questo”, rimarca Bond. ”Poste Italiane abbandona quei territori dove c’è più bisogno del loro aiuto. E’ un atteggiamento vile e codardo perché irresponsabile”.
Nella mozione Bond vuole impegnare la giunta a trovare anche altre strade: ”Se Poste Italiane non vuole ritornare sui propri passi, spetta a noi trovare altre strade per garantire i servizi. Ci sono società che pian piano stanno crescendo e che potrebbero sostituirsi in buona parte alle Poste. Del resto, non si può tollerare che una società, ancora in mano pubblica, si comporti come il più spietato dei privati”.
”Chiederò al presidente Zaia e all’assessore allo sviluppo economico Isi Coppola di convocare le parti e contemporaneamente cercare delle soluzioni alternative”, afferma il consigliere regionale.
Ma Bond rivolge un appello anche ai parlamentari della montagna veneta e del Veneto in generale: ”Si mobilitino davvero e non solo a parole. Battano i pugni sul tavolo a Roma e in tutte le sedi opportune. Ripeto c’è gente che è pronta a ritirare i propri risparmi in segno di protesta e io sono dalla loro parte”.

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